Comitato di Verifica per le Cause di Servizio, l’Amministrazione in materia di cause di servizio deve conformarsi al parere. La sentenza del TAR Puglia.

L’Amministrazione in materia di cause di servizio deve conformarsi al parere del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio, al quale può senz’altro rinviare per relationem e, solo nel caso in cui ritenga di non poterlo fare, per ragioni non di tipo tecnico, può chiedere un ulteriore parere. Nessuna particolare motivazione deve, invece, assicurare il provvedimento, nel caso in cui aderisca a tale parere.

In tal senso ha deciso il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Seconda con al sentenza n. 1431 depositata il 4 settembre 2017.

I fatti

Il ricorrente ha impugnato il provvedimento con cui è stata respinta la sua domanda tesa ad ottenere la corresponsione dell’equo indennizzo per la seguente infermità: “Esiti di colectomia totale in pz. Portatore di ileostomia quale evoluzione di colite ulcerosa di alto grado intensamente attiva”.

Con il ricorso ha dedotto i seguenti motivi: violazione di legge, in particolare dell’art. 64, d.P.R. 1092/1973, in combinato disposto con il d.P.R. 461/2001; eccesso di potere per travisamento ed omessa valutazione dei fatti, oltre che irragionevolezza manifesta; motivazione manifestamente errata, sostenendo che esiste un rapporto di causalità o concausalità tra la patologia sofferta e il lavoro svolto; che la motivazione è generica; che non è stato valutato il servizio in concreto prestato.

L’Amministrazione ha chiesto l’estromissione del Comitato di verifica per le cause di servizio per difetto di legittimazione attiva e ha contro dedotto nel merito.

La valenza endoprocedimentale del parere del Comitato di Verifica per le cause di servizio

Preliminarmente, accogliendo l’eccezione sollevata dalla difesa erariale il TAR ha disposto l’estromissione dal giudizio del Ministero dell’economia e delle finanze, cui fa capo il Comitato di Verifica per le cause di servizio, “atteso che il parere rassegnato da tale organo in subiecta materia riflette la valenza tipica di un mero atto endoprocedimentale, privo, in quanto tale, di autonoma capacità lesiva, la quale discende direttamente dall’atto dell’organo di amministrazione attiva che lo ha recepito, facendolo proprio (cfr. T.A.R. Campobasso Molise sez. I, 10 luglio 2013 n. 479; T.A.R. Potenza Basilicata sez. I, 14 agosto 2013 n. 522; Consiglio Stato sez. IV n. 2028 del 06 maggio 2008; Cons. Stato Sez. IV Sent., 24 maggio 2007, n. 2636; T.A.R. Lazio Latina Sez. I, 29 gennaio 2013, n. 106 )” (Tar Napoli, sez. VI, 18 aprile 2017, n. 2131).

Nel merito il TAR osserva che i giudizi medico legali espressi dagli organi tecnico consultivi, ai fini dell’accertamento della dipendenza da causa di servizio di una infermità del pubblico dipendente, sono giudizi connotati da discrezionalità tecnica, la cui violazione è sottratta al sindacato del giudice amministrativo, salvo il potere di quest’ultimo di valutarne ab externo l’irragionevolezza, l’incongruità e soprattutto l’eventuale carenza di esaustività (Tar Lecce, sez. II, 13 novembre 2014, n. 2759).

Il TAR osserva che agli effetti della liquidazione dell’equo indennizzo nella nozione di concausa efficiente e determinante di servizio possono farsi rientrare solo fatti ed eventi eccedenti le ordinarie condizioni di lavoro, gravosi per intensità e durata, che vanno necessariamente documentati, con esclusione, quindi, delle circostanze e condizioni del tutto generiche, quali inevitabili disagi, fatiche e momenti di stress, che costituiscono fattore di rischio ordinario in relazione alla singola tipologia di prestazione lavorativa (Tar Campobasso, sez. I, 27 marzo 2015, n. 137).

Che valenza hanno il parere della Commissione Medico Ospedaliera e quello del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio?

Secondo il TAR di Lecce, alla prima compete il giudizio diagnostico sull’infermità o lesione, denunciata dal pubblico dipendente, mentre spetta in via esclusiva al secondo il compito di accertare l’esistenza di un nesso causale o quanto meno concausale, ma pur sempre efficiente e determinante, fra le patologie riscontrate dalla Commissione a carico del pubblico dipendente e l’attività lavorativa da lui svolta.

La conseguenza di tanto è che il Comitato di Verifica non è tenuto a motivare il suo eventuale discostamento dalle conclusioni della C.M.O., essendo ormai la competenza della Commissione circoscritta all’accertamento dell’eventuale presenza delle patologie denunciate e rimanendo, invece, riservata, al Comitato la verifica della loro riconducibilità a causa di servizio (cfr. Tar Napoli, sez. VI, 28 marzo 2017, n. 1706).

Il Tar Lecce mostra di aderire all’orientamento del Tar Napoli sempre nella decisione n. 1706 del 2017, quando riferisce che “ai sensi del combinato disposto degli artt. 11 e 14, d.P.R. n. 461 del 2001, il parere del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio si impone, nel suo contenuto tecnico – discrezionale, all’Amministrazione, la quale, nell’adottare il provvedimento finale, deve limitarsi ad eseguire soltanto una verifica estrinseca della completezza e regolarità del precedente iter valutativo e non deve attivare una nuova ed autonoma valutazione che investa il merito tecnico. In altre parole, l’Amministrazione deve conformarsi al suddetto parere, al quale può senz’altro rinviare per relationem e, solo ove ritenga di non poterlo fare, certamente per ragioni non di tipo tecnico può chiedere un ulteriore parere. Nessuna particolare motivazione deve, invece, assicurare il provvedimento, laddove essa aderisca a tale parere“.

Nel caso de quo emerge che il parere del Comitato è adeguatamente motivato, soprattutto con riferimento alla rilevata esclusione del nesso eziologico tra il servizio e l’infermità patita dal ricorrente, poiché, tra i possibili fattori nocivi derivanti dal servizio, non ne è stato ravvisato alcuno che potesse assurgere a fattore causale diretto o concausale preponderante ed efficiente nel determinismo delle affezioni in esame.

Più tn particolare, rileva il Tar che nel parere è stato evidenziato che la patologia de qua non può riconoscersi quale dipendente da causa di servizio “trattandosi di malattia infiammatoria cronica a carattere ulcerativo … ad eziologia ignota che può colpire il soggetto in qualsiasi età con predilezione per gli adulti … Sebbene sconosciuta la sua eziologia viene tuttavia attribuita a numerose ipotesi: meccanismi allergici psicosomatici, vascolari, genetici ed enzimatici”.

La conclusione cui giunge il Comitato non denota un’irragionevolezza manifesta o un palese travisamento dei fatti tale da poter portare ad incidere sulla valutazione medica finale, che rappresentano i limiti entro i quali il giudice può sindacare un giudizio, quale quello in esame, connotato da discrezionalità tecnica, anche alla luce del fatto che la perizia di parte, depositata in giudizio, non indica in maniera precisa quali sarebbero potute essere le condizioni di servizio che avrebbero potuto determinare l’insorgere delle patologie in questione.

Tra l’altro, sottolinea il TAR che il ricorrente non ha provato o anche solo allegato specifici episodi di servizio risultati particolarmente gravosi, eccezionali ed esorbitanti rispetto agli ordinari compiti d’istituto, come tali idonei ad incidere in maniera determinante sul manifestarsi delle infermità di che trattasi, quantomeno sul piano concausale, non rilevando, al contrario, circostanze e condizioni del tutto generiche, quali inevitabili disagi, fatiche e momenti di stress, che costituiscono fattore di rischio ordinario in relazione alla singola tipologia di prestazione lavorativa.

Il nesso eziologico tra il servizio prestato e l’insorgenza di una infermità

I giudici osservano che se da un lato non può escludersi il nesso eziologico, quanto meno sotto il profilo concausale, tra il servizio prestato e l’insorgenza di una infermità, dall’altro è indubbio che il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio delle patologie deve pur sempre essere ancorato a precisi riscontri medico scientifici e a specifici fatti che, evidentemente, non possono coincidere con lo svolgimento ordinario del servizio stesso, per quanto gravoso esso sia risultato (cfr. Tar Basilicata,, 29 dicembre 2014, n. 911).

Quali connotati deve assumere l’attività di servizio?

Già il Tar Napoli con la sentenza n. 5806 del 2017, che il Tar Lecce condivide pienamente ha precisato che “per poter affermare la dipendenza da causa di servizio di un’infermità occorre fornire la prova che il sorgere di una condizione morbosa, il manifestarsi di una patologia, la menomazione della integrità psico-fisica dell’interessato è da porre in stretta correlazione causale o concausale con l’attività di servizio. Deve altresì ribadirsi che un certo coefficiente di stress e di disagio della condizione lavorativa non possono che ritenersi necessariamente immanenti al disimpegno di mansioni in ambito militare, costituendo gli stessi un aspetto caratterizzante della detta attività, in particolare per quel che concerne le numerose e complesse attribuzioni istituzionali dell’Arma dei Carabinieri. Tuttavia, la prova della dipendenza da causa di servizio di un’infermità può ritenersi fornita solo se si dimostra, con rigore scientifico, che l’infermità medesima è stata prodotta in maniera determinante ed efficiente dall’attività di servizio, o che l’accidente patologico non si sarebbe presentato ove il ricorrente non si fosse trovato adibito al servizio prestato. L’attività di servizio deve piuttosto assumere connotati eccezionali ed in un certo senso sovrastanti rispetto ad ogni altro antecedente causale facente parte dell’esistenza del soggetto. Ciò vuol dire che solo i fatti di servizio connotati da eccezionalità vanno presi in considerazione e possono essere decifrati alla stregua di cause o concause determinanti ai fini della insorgenza delle patologie lamentate dal ricorrente” (Tar Napoli, sez. VI, 12 dicembre 2016, n. 5806).

Sulla base delle su esposte argomentazioni il ricorso è stato respinto.

Avv. Maria Teresa De Luca

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