Disconoscimento della paternità: verità processuale o verità biologica?

Disconoscimento della paternità: verità processuale o verità biologica?

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L’attore aveva esperito dinanzi al Tribunale di Bologna, un’azione di disconoscimento della paternità nei confronti dei due figli gemelli avuti dalla propria moglie e nati nel 2006

L’azione era stata presentata nel 2009, cosicché il giudice di primo grado l’aveva ritenuta intempestiva, in quanto esperita, oltre il termine decadenziale di un anno dalla nascita dei minori e, senza che fosse stata provata adeguatamente l’epoca della effettiva conoscenza dell’adulterio al tempo del concepimento, che avrebbe consentito l’applicabilità del diverso termine decadenziale previsto dall’art. 244 c.c., comma 2, seconda parte.

A norma del citato articolo 244 c.c. “il marito può disconoscere il figlio entro il termine di un anno che decorre dal giorno della nascita (…);  se prova di aver ignorato l’adulterio della moglie al tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza”.

La decisione era stata confermata anche in appello.

Per la corte territoriale mancava la prova certa e rigorosa che la conoscenza dell’adulterio fosse collocabile al tempo in cui l’uomo aveva adito il giudice civile.

Nessuna ricaduta in merito alla individuazione del termine decadenziale applicabile era stata riconosciuto all’esame genetico espletato mediante consulenza tecnica d’ufficio, dal quale era emerso quanto che egli non era il padre naturale dei minori: “la possibilità di dimostrare lo stesso adulterio anche ricorrendo alla prova tecnica, non incide però sul momento iniziale del decorso del termine previsto dall’art. 244 c.c., e non interferisce dunque sulla disciplina dettata in tema di decadenza”.

In questo modo era stata riconosciuta la prevalenza del favor minoris rispetto al favor veritatis per non pregiudicare i bambini sul piano economico.

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Suprema Corte.

L’oggetto principale del ricorso concerneva l’errata interpretazione del concetto di “conoscenza dell’adulterio”.

E per i giudici della Cassazione la prospettazione offerta dalla difesa del ricorrente era meritevole di accoglimento.

Si è più volte affermato che “in tema di disconoscimento della paternità grava sull’attore la prova della conoscenza dell’adulterio (Cass. n. 13436 del 30/06/2016) e che “la scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega il decorso del termine annuale di decadenza fissato dall’art. 244 c.c. , va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo” (Cass. n. 3263 del 09/02/2018; v. anche, Cass. n. 14556 del 26/6/2014).

Di talché il dato della conoscenza certa dell’adulterio non può ritenersi di per sé idoneo a far maturare l’effetto decadenziale fissato dall’art. 244 c.c., ove non sia qualificato dalla connessione alla conoscenza dell’idoneità dell’adulterio stesso a determinare la nascita del figlio.

Tale principio non confligge con l’ulteriore criterio indicato in un’altra recente sentenza della Cassazione, secondo la quale “in tema di azione di disconoscimento di paternità esercitata dal figlio, ai sensi dell’art. 235 c.c., comma 1, n. 3, in caso di adulterio della madre, il termine annuale previsto dall’art. 244 c.c., comma 3, a pena di decadenza rilevabile d’ufficio, decorre dalla data della scoperta dell’adulterio, da intendersi come acquisizione certa della conoscenza del fatto, il cui apprezzamento è rimesso al giudice del merito e non già come raggiungimento della certezza negativa circa la compatibilità genetica col genitore legittimo”. (Cass. n. 15777 del 2/7/2010).

Ebbene, entrambe le sentenze si attestano su una nozione di conoscenza qualificata come si desume dalla frase “acquisizione certa della conoscenza del fatto”.

Detto in altri termini non basta il mero dubbio o il mero sospetto dell’infedeltà della moglie a rendere applicabile il diverso termine decadenziale di cui all’art. 244 comma 2 c.c.

E sul punto, la corte d’appello aveva fatto corretta applicazione dei principi richiamati.

Ciò che tuttavia non convince i giudici della Cassazione è l’affermazione secondo la quale “la scoperta della paternità non equivale a conoscenza dell’adulterio”.

È stato, infatti, più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, che la scoperta della paternità può costituire prova della conoscenza dell’adulterio al fine di valutare la tempestività della domanda di disconoscimento della paternità medesima, in quanto “la scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento “(…)è possibile che la conoscenza certa dell’adulterio intervenga solo all’esito dell’espletamento della prova del DNA” (Cass. n. 3263 del 09/02/2018).

Favor veritatis o favor minoris?

I giudici della Cassazione hanno anche inteso chiarire un ulteriore aspetto della vicenda, quello cioè concernente il rapporto tra favor veritatis e favor minoris.

Si è già detto che “in tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (art. 30 Cost., art. 24 Cost., comma 2, della Carta dei diritti fondamentali della UE, e art. 244 c.c.) e giurisprudenziale attuale non comporta la prevalenza del favor veritatis sul favor minoris, ma impone un bilanciamento fra il diritto all’identità personale legato all’affermazione della verità biologica – anche in considerazione delle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dell’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini – e l’interesse alla certezza degli status ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell’ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all’identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatisi all’interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne”.

Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, occorrendo, invece, un accertamento in concreto dell’interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all’esigenza di un suo sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale”.

Alla luce dei richiamati principi giurisprudenziali, la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte di merito per un nuovo esame.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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