Le riforme normative dell’ultimo ventennio hanno permesso di assistere alla nascita di una nuova figura infermieristica maggiormente autonoma, legata alle competenze acquisite più che ai vincoli espressi dalla legge e, pertanto, responsabile di un “campo proprio di attività” che si prende carico dei bisogni del cittadino, che attiva processi assistenziali e si avvale di personale di supporto.

(Tribunale di Treviso – I Sezione Civile – sentenza del 27 maggio 2016)

Madre e figlia si erano costituite in giudizio contro un infermiere, un medico e la struttura sanitaria presso la quale erano in servizio, al fine di veder riconosciuto il loro diritto al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, che quantificavano nella somma di Euro 37.498,42.

Da quanto emerso nel corso del giudizio, una delle due donne, accompagnata dalla madre, si era recata presso l’ambulatorio infermieristico del Servizio di Medicina di Gruppo Integrata (A.M. S.n.c.) locale, per essere visitata dal medico di turno, poiché lamentava un forte mal di testa.

Quest’ultimo, dopo aver visitato la paziente, le prescriveva quale terapia l’assunzione di Bentelan mediante inoculazione di una fiala intramuscolo.

Alla somministrazione del farmaco provvedeva poi l’infermiere in servizio, il quale per eseguire l’operazione, manteneva l’attrice in posizione eretta ancorché con le mani appoggiate al lettino.

Tuttavia, subito dopo l’iniezione, l’attrice cadeva a terra riportando evidenti lesioni fisiche.

Di qui, la richiesta di risarcimento danni contro i due sanitari. E alla struttura ambulatoriale per l’attività svolta dai due.

Tutte le parti citate si costituivano in giudizio contestando le domande attoree e chiedendo il rigetto delle stesse.

La vicenda merita alcune preliminari riflessioni.

Le riforme normative dell’ultimo ventennio hanno permesso di assistere alla nascita di una nuova figura infermieristica maggiormente autonoma, legata alle competenze acquisite più che ai vincoli espressi dalla legge e, pertanto, responsabile di un “campo proprio di attività” che si prende carico dei bisogni del cittadino, che attiva processi assistenziali e si avvale di personale di supporto (BUGNOLI).

Ci si riferisce, in particolare, alla L. n. 42 del 1999 e alla L. n. 51 del 2000 che ha segnato un momento decisivo per la rivalutazione dell’operato dell’infermiere; superando definitivamente la distinzione tra professioni sanitarie principali (come quella del medico) e professioni ausiliarie (come quelle degli infermieri), riportandole tutte nella più ampia categoria delle professioni sanitarie.

Anche sotto questo aspetto, lo spazio decisionale dell’infermiere è diventato assai superiore rispetto al passato e le competenze tecniche richieste per rispondere al nuovo livello di responsabilità, molto elevate.

Un esempio è la sentenza n. 1878 emessa dalla IV Sezione penale, il 25 ottobre 2000 in cui si afferma che “L’attività di somministrazione di farmaci deve essere eseguita dall’infermiere non in modo meccanico, ma in modo collaborativo col medico. In caso di dubbi sul dosaggio prescritto, l’infermiere i deve attivare non per sindacare l’efficacia terapeutica del farmaco prescritto, bensì per richiamare l’attenzione e richiedere la rinnovazione in forma scritta …”

Molto spesso,perciò, l’infermiere, da mero esecutore di processi attivati da altri, diventa attivatore di processi per il personale di supporto e figura che gestisce razionalmente un processo di assistenza dove le fasi di diagnosi, pianificazione e valutazione infermieristica sono di sua esclusiva competenza (BUGNOLI).

Non si discosta da questo generale orientamento neppure il Tribunale di Treviso (I Sezione Civile) chiamato a pronunciarsi sulla vicenda, laddove afferma che “rientrano nell’ambito dell’esclusiva responsabilità e cura dell’infermiere le prestazioni consistenti nella somministrazione dei farmaci”.

In particolare, l’autonomia e la responsabilità dell’infermiere riguardano le procedure e le valutazioni necessarie per garantire la correttezza dell’applicazione della cura.

Anche il CTU, peraltro, aveva confermato come l’infermiere fosse una figura professionale dotata di autonomia nello svolgimento di alcune pratiche sanitarie tra le quali rientra l’iniezione intramuscolare di farmaci.

Spettava dunque, nel caso specifico, all’infermiere che aveva praticato l’iniezione intramuscolo prestare l’adeguata sorveglianza alla paziente, eseguendo la manovra in condizioni di sicurezza idonee a prevenire possibili complicanze.

Nessuna responsabilità, invece, al medico nella causazione del danno.

Avv. Sabrina Caporale

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