Il mese di maggio è per molti giovani colleghi un importante momento di passaggio: molti di loro concludono il loro percorso universitario, acquisendo il titolo di “Specialista”. Con difficoltà che già sono note ai professionisti più “anziani”, dovranno trovare un lavoro e la propria strada e, con un po’ di fortuna, potranno crescere nell’ambito medico che hanno scelto confrontandosi con colleghi con i quali condividono le medesime basi medico-scientifiche.

Ma per il giovane specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni la situazione è differente.

Chi ha scelto la nostra disciplina si trova immesso in un mondo del lavoro che purtroppo, in larghissima parte, trova le possibilità lavorative già “occupate” da specialisti in altre branche i quali, senza nulla togliere all’esperienza che alcuni di loro possono aver acquisito nel tempo, sono del tutto privi delle basi scientifiche proprie di chi ha intrapreso uno specifico percorso formativo e di studio.

Mi riferisco a medici che, senza avere alcuna estrazione specialistica medico-legale, si cimentano nell’attività del consulente tecnico in ambito civilistico (d’ufficio ovvero di parte), quando non in ambito penalistico.

Nei primi anni del mio percorso professionale, mi sono trovato a confrontarmi con colleghi con cui non è stato possibile parlare “la stessa lingua”, gli stessi sconoscendo tutto ciò che fonda il nostro lavoro nonché le implicazioni che esso comporta.

Invito chiunque a immaginare lo stato d’animo di chi ha fatto del porre il fatto medico sub specie juris il proprio lavoro e il fine delle sue energie, nell’ascoltare consulenti tecnici d’ufficio esprimere: “credevo bastasse leggere le tabelle e applicare il buon senso”; “ho trovato una sentenza del 2004!”; “io la penso diversamente dalla legge”; “ho smesso di fare il C.T.U.: è proprio un lavoro”; “siccome non c’è lavoro, mi sono messa a fare perizie e studio qua e là”.

Credo che gli esempi sopra riportati suggeriscano in maniera efficace come la nostra disciplina venga vista dai nostri colleghi non specialisti: tutto questo molto probabilmente è alla base della leggerezza con cui gli stessi affrontano questo compito senza considerare che le loro valutazioni si ripercuotono sulla vita sociale e lavorativa dei cittadini nonché sul denaro pubblico (basti pensare al costo delle prestazioni previdenziali o assistenziali erogate a seguito di una consulenza tecnica benevola) ovvero sul portafoglio dei privati cittadini (incremento dei premi di polizza assicurativa a seguito di incidente stradale).

Effetti così importanti sono molto spesso affidati a elaborati peritali a volte redatti – probabilmente per dare una patina di importanza e valore – con un lessico burocratico e ricco di avverbi ridondanti, altre volte redatti in modo assai lontano dalla lingua italiana, comunque quasi sempre del tutto privi di motivate considerazioni circa il nesso di causalità e di adeguato supporto evidenziale alle valutazioni conclusive.

Non ultimo, non si può nascondere che l’attività di consulente tecnico sia vista come fonte di arrotondamento da praticare nel tempo libero dal reparto ospedaliero quando non esercizio mentale post-pensionamento.

Forse è il caso di sottolineare che il professionista in Medicina Legale pone la propria professione al centro di tutta la sua attività lavorativa, dedicandovi i propri studi, la propria esperienza e il proprio costante aggiornamento scientifico e giuridico.

Ritengo che se ci fosse maggiore sensibilizzazione su questi aspetti, a partire dagli uffici di Presidenza dei Tribunali fino ad arrivare a chiunque abbia bisogno di una consulenza tecnica qualificata, migliorerebbe di molto la qualità del nostro lavoro nonché la tutela dei diritti dei cittadini.

Dr. Umberto Gulletta
Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni

 

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