Ipotermia in ospedale, che cos’è e come prevenirla

Ipotermia in ospedale, che cos’è e come prevenirla

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I casi di ipotermia in ospedale si verificano in 8 strutture su 10 

In Italia non sono rari i casi di ipotermia in ospedale tra i pazienti, è anzi un problema diffuso ma di cui si sa poco. Non è infatti un caso che la sensazione di freddo a seguito di un’operazione sia tra i più comuni ricordi dei pazienti a seguito di un’itervento chirurgico. L’ipotermia – ovvero una temperatura centrale corporea inferiore a 36 °C – interessa infatti tra il 50 e il 90% dei pazienti sottoposti sia a operazioni chirurgiche maggiori sia a procedure brevi.

Quello dell’ipotermia in ospedale è un fenomeno dovuto all’effetto dell’anestesia che, oltre ad arrecare disagio al paziente, comporta anche un pericoloso aumento dell’incidenza di complicazioni e, quindi, un maggiore rischio di mortalità, necessità di emotrasfusione, degenze ospedaliere più lunghe, e aumento del rischio di infezione della ferita chirurgica. Tutte circostanze che costituiscono anche un notevole incremento dei costi per gli ospedali.

A evidenziarlo è stato uno studio promosso Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) secondo cui, in Italia, in 8 strutture su 10 è assente un protocollo specifico per la prevenzione dell’ipotermia e nel 71% degli ospedali la temperatura dei pazienti non viene mai (o raramente) misurata prima dell’ingresso in sala operatoria. Inoltre, solo nel 54% dei casi viene fatto il monitoraggio della temperatura corporea centrale.

Alla luce di questi dati, la SIAARTI, con la collaborazione di 3M Salute, ha deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione di operatori e cittadini con i “Normo Day”, workshop itineranti nelle principali città italiane. Obiettivo di questo ciclo di incontri – inseriti all’interno della campagna di sensibilizzazione “Chirurgia senza Brivido”- è quello di informare anestesisti, rianimatori, management della sanità e cittadini sui rischi e le possibili soluzioni dell’ipotermia in ospedale, ma anche sensibilizzare le istituzioni per la creazione di protocolli regionali. Oltre a questo, la SIAARTI ha anche emanato le “Buone Pratiche Cliniche per la Normotermia”, un documento di linee guida destinate agli operatori coinvolti lungo tutto il percorso chirurgico del paziente.

E, a lanciare l’allarme sull’ipotermia in ospedale, sono spesso gli stessi addetti ai lavori.

“In molte sale operatorie di tutta Italia – ammette Nicola Latronico, professore di Anestesia e Coordinatore Siaarti della Regione Lombardia – il problema oggi non è ancora perfettamente conosciuto”.

“Un intervento breve – dichiara Roberta Monzani, responsabile del Day Hospital chirurgico dell’Irccs Humanitas di Milano – non significa avere un paziente normotermico. Il paziente aspetta molto tempo prima di entrare in sala operatoria e in questo lasso di tempo il monitoraggio della sua temperatura centrale può aiutarci a capire se è necessario riscaldarlo”. Dall’indagine condotta da SIAARTI emerge, infatti, che gli operatori considerano rilevante il monitoraggio della temperatura nei casi di interventi la cui durata superi le 3 ore e in corso di anestesia generale, ma tendono invece a trascurarlo quando che gli interventi diminuiscono di durata o non prevedono l’anestesia generale.

Ma esistono anche casi virtuosi, come dichiara la stessa Monzani.

“Da noi il paziente viene riscaldato in modo attivo in sala operatoria anche quando si tratta di interventi di breve durata e in anestesia locale o loco regionale. Questo consente di avere meno complicanze, maggiore comfort per il paziente e potrebbe contribuire a migliorare la gestione del dolore post operatorio”. “Il nostro ospedale – conclude Monzani, che è anche coordinatrice del Gruppo di Studio Siaarti per la Day Surgery – rappresenta un caso di eccellenza nel panorama regionale e nazionale: siamo punto di riferimento per la Day Surgery, modalità di ricovero che da noi viene utilizzata da circa 20 anni”.

Altra eccellenza sul territorio lombardo è rappresentata dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “Dalla fine degli anni Settanta – dichiara Valter Sanzogni, Direttore medico dell’Uoc Anestesia e Rianimazione 1 dell’ospedale bergamasco – abbiamo avuto la possibilità di lavorare in area pediatrica e in cardiochirurgia, dove il monitoraggio e l’attenzione alla temperatura e all’ipotermia era pane quotidiano dell’attività clinica. Questo ci ha permesso di maturare una “coscienza termica” che a poco a poco si è allargata a tutte le unità operative dell’azienda”.

E sul fronte del rischio clinico?

Questo aspetto è disciplinato dalla legge “Gelli Bianco” che prevede che tutte le strutture sanitarie attivino un’adeguata funzione di monitoraggio, prevenzione e gestione del rischio. Ebbene, in questo la Regione Lombardia è stata antesignana: già nel 2014, infatti, è stata tra le prime in Italia a istituire la figura del Risk Manager regionale affiancato dal Gruppo di Lavoro regionale “Risk Management”, che annualmente rinnova e integra le linee guida relative alla gestione del rischio per condividere progetti comuni di miglioramento, buone pratiche e per confrontarsi periodicamente nel network Regionale. Tra questi, il Gruppo di Lavoro ha elaborato una check-list finalizzata alla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza che attualmente è in fase di sperimentazione. Con lo stesso approccio è stata avviata un’indagine pilota che ha verificato il livello di applicazione delle Buone Pratiche SIAARTI per prevenzione dell’ipotermia in ospedale (normotermia perioperatoria) allo scopo di riscontrare eventuali criticità e azioni di miglioramento.

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