Mastectomia preventiva, scarsa informazione e troppi interventi inappropriati

Mastectomia preventiva, scarsa informazione e troppi interventi inappropriati

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L’asportazione totale dei seni è una procedura a cui pensano molte pazienti a cui viene diagnosticato il cancro al seno, ma sul trattamento e in particolare sull’incremento di possibilità di sopravvivenza spesso non c’è piena consapevolezza  

Quanto spesso le pazienti con cancro al seno ricevono indicazioni cliniche dal chirurgo circa gli interventi di mastectomia profilattica controlaterale e in che modo le indicazioni del chirurgo influenzano il ricorso a tale approccio aggressivo?

E’ il quesito su cui è incentrato un sondaggio pubblicato su Jama e realizzato intervistando, tra luglio 2013 e settembre 2014,  3631 donne con una nuova diagnosi di cancro al seno monolaterale in stadio precoce. L’obiettivo dell’indagine è quello di  comprendere le motivazioni, il livello di informazione, nonché l’impatto dei consigli del medico sulle decisioni delle pazienti affette dalla patologia di sottoporsi all’intervento di mastectomia profilattica, ovvero la rimozione chirurgica dei seni, sia quello malato che quello controlaterale sano.

L’indagine ha evidenziato come il 43,9 % delle 2402 donne selezionate per l’analisi finale dell’inchiesta abbia preso in considerazione seriamente la possibilità di sottoporsi all’intervento, ma tra queste, solamente il 38,1 % era a conoscenza del fatto che non necessariamente la mastectomia profilattica implica un incremento delle possibilità di sopravvivenza.

Per quanto riguarda le scelte delle intervistate in rapporto ai consigli ricevuti dal chirurgo, il sondaggio  ha messo in luce che, tra le 1569 pazienti (65,5%) che non presentavano un elevato rischio genetico o mutazioni identificate, solo 598 (il 39,3 %) hanno ricevuto consigli dal medico contrari alla mastectomia, tanto che solamente 12 di esse (l’1,9 %) hanno deciso di ricorrervi. Ma per 746 pazienti (46,8%), tali pareri non sono stati forniti e l’intervento ha avuto luogo in ben 148 casi (19%).

La conclusione, secondo i ricercatori che hanno realizzato l’indagine, è che dovrebbero esserci degli sforzi maggiori da parte dei chirurghi nell’informazione delle proprie pazienti affinchè queste possano prendere delle decisioni pienamente consapevoli e si possano ridurre, in tal modo, i trattamenti inappropriati.

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