Primario di Ginecologia condannato, occultò foglio di una cartella clinica

Primario di Ginecologia condannato, occultò foglio di una cartella clinica

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La Corte d’appello di Bari ha condannato il primario di ginecologia per aver soppresso e occultato un foglio della cartella clinica di una paziente

La Corte d’Appello di Bari, III Sezione Penale, ha condannato con sentenza passata in giudicato n. 3146/2016 il primario di ginecologia ed ostetrica dell’Ospedale Masselli Mascia di San Severo – per aver soppresso ed occultato un foglio della cartella clinica relativa al ricovero di una partoriente il cui bambino aveva subito gravissimi danni fisici durante il parto.

Il Tribunale di Foggia, con la sentenza pronunciata in data 23 giugno 2014, aveva assolto il primario di ginecologia dal reato ascrittogli (soppressione o occultamento di un foglio della cartella clinica numero 8981 relativa al ricovero di omissis presso la Divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale “Masselli Mascia” di San Severo dal 6 giugno 2007 al 10 giugno 2007, e ciò in quanto strappò il penultimo foglio della suddetta cartella clinica). Il foglio in questione, peraltro, non era mai stato rinvenuto.

Ebbene, la parte civile, assistita e difesa dall’Avvocato Guerino Infante, ha quindi proposto un’impugnazione della sentenza di primo grado riuscendo a ottenere la condanna del primario di ginecologia al risarcimento del danno, rimettendo le parti davanti al giudice civile nonché la condanna dell’imputato al pagamento delle spese legali del doppio grado di giudizio.

Dopo aver accolto i motivi d’impugnazione proposti dall’avvocato Infante, la Corte d’Appello di Bari ha quindi riconosciuto la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato ascritto all’imputato. Questo perché il fatto è stato dimostrato senza ombra di dubbio a seguito dell’analisi di tutte le risultanze processuali, ma anche perché lo stesso primario aveva pienamente ammesso di avere strappato ed eliminato il penultimo foglio della cartella clinica, giustificando però il proprio gesto con la volontà di mettere ordine.

Una giustificazione che è stata considerata mendace dai giudici, così come dall’avvocato di parte civile che ha osservato come “dalla documentazione in atti emerge inoppugnabilmente che, a differenza di quanto riferito dai testi escussi (altri tre ginecologi e la capo sala), l’imputato, dopo avere strappato il penultimo foglio della cartella clinica (senza neppure lasciarlo all’interno di essa, come sarebbe stato opportuno fare a scanso di qualsivoglia equivoco, magari vergando a mano un’annotazione chiarificatrice – ad esempio: “pagina 14 scritta per errore” o “pagina 14 scritta per errore e ricopiata alla pagina 12” – della ragione dello strappo), non aveva affatto riprodotto “fedelmente” quanto era stato in precedenza scritto dagli altri medici, posto che sul lembo residuo del foglio originale strappato risulta ancora ben visibile l’annotazione “re 8,00” (costituente “residuo” dell’annotazione originaria, presumibilmente relativa ad attività sanitarie eseguite alle “ore 8,00” del secondo giorno di degenza che risulta mancante nella pagina 12 della cartella clinica (sulla quale l’imputato avrebbe ricopiato di propria mano, tutto ciò che altri medici avevano precedentemente scritto a pagina 14), il che porta ragionevolmente ad escludere l’effettiva rispondenza al vero della “giustificazione” offerta dall’imputato”.

La giustificazione offerta dal primario di ginecologia è stata ritenuta quindi “insufficiente ai fini dell’esclusione della sussistenza del dolo”, portando alla conclusione che De Marzo aveva commesso il reato ascrittogli in modo “cosciente e volontario”.

Ma non è tutto. La parte civile ha fatto anche sapere che è stato solo grazie al proprio avvocato che si è resa conto dell’illecito commesso dal primario di ginecologia, in quanto lo stesso avvocato aveva preteso dalla direzione sanitaria dell’Ospedale di San Severo di visionare la cartella clinica in questione, scoprendone la manomissione.

“Finalmente è stata accertata e dichiarata la verità dei fatti – ha dichiarato l’avvocato di parte civile – e soprattutto è stata resa giustizia ad una madre che, a causa del fatto illecito commesso dal primario non può aver contezza di ciò che effettivamente era stato verbalizzato dai medici di turno, probabilmente proprio della prova di un’eventuale colpa medica commessa durante il parto che avrebbe provocato gravissimi danni fisici al proprio primo figlio”.

 

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