Regime detentivo speciale del 41bis: il rapporto del Garante nazionale

Regime detentivo speciale del 41bis: il rapporto del Garante nazionale

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Il 7 gennaio 2019 è stato pubblicato il rapporto tematico sul regime detentivo speciale del 41 bis ord. Pen. relativo all’anno 2016-2018, a firma del Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma

Dal rapporto sono emerse diverse criticità intorno a tale regime carcerario e molte sono le raccomandazioni che lo stesso Garante ha rivolto agli istituti penitenziari nazionali.

L’indagine, come accennato, si è svolta nel biennio 2016-2018; periodo in cui sono state effettuate visite nelle case circondariali di Viterbo, Tolmezzo, L’Aquila, Novara, Opera (Milano), Brancali (Sassari), Parma, Terni, Ascoli Piceno, Spoleto, Roma Rebibbia, Cuneo.

Dal rapporto è emerso che le persone detenute sottoposte al cd carcere duro sono 748 (incluse 10 donne); gli internati in Casa di lavoro e sottoposti allo stesso regime sono 5. Del totale delle persone detenute in regime speciale, soltanto 363 hanno una posizione giuridica definitiva (i rimanenti sono in posizione mista o in misura cautelare). Soltanto 4 donne sono in posizione definitiva.

Il regime del 41bis anche conosciuto come carcere duro è stato introdotto nel nostro ordinamento, per la prima volta nel 1992.

In seguito la Corte costituzionale (sentenza n. 376 del 1997) ha chiarito che il regime così denominato è «volto a far fronte a specifiche esigenze di ordine e sicurezza, essenzialmente discendenti dalla necessità di prevenire ed impedire i collegamenti fra detenuti appartenenti a organizzazioni criminali, nonché fra questi e gli appartenenti a tali organizzazioni ancora in libertà: collegamenti che potrebbero realizzarsi – come l’esperienza dimostra – attraverso l’utilizzo delle opportunità di contatti che l’ordinario regime carcerario consente e in certa misura favorisce ».

Si tratta, quindi, di provvedimenti che devono essere «concretamente giustificati in relazione alle predette esigenze di ordine e sicurezza». Poiché – afferma la Corte – «da un lato, il regime differenziato si fonda non già astrattamente sul titolo di reato oggetto della condanna o dell’imputazione, ma sull’effettivo pericolo della permanenza di collegamenti, di cui i fatti di reato costituiscono solo una logica premessa; dall’altro lato, le restrizioni apportate rispetto all’ordinario regime carcerario non possono essere liberamente determinate, ma possono essere – sempre nel limite del divieto di incidenza sulla qualità e quantità della pena e di trattamenti contrari al senso di umanità – solo quelle congrue rispetto alle predette specifiche finalità di ordine e di sicurezza. […]

Non esiste dunque, una categoria di detenuti, individuati a priori in base al titolo di reato, sottoposti a un regime differenziato: ma solo singoli detenuti, condannati o imputati per delitti di criminalità organizzata, che l’amministrazione ritenga, motivatamente e sotto il controllo dei Tribunali di sorveglianza, in grado di partecipare, attraverso i loro collegamenti interni ed esterni, alle organizzazioni criminali e alle loro attività, e che per questa ragione sottopone a quelle sole restrizioni che siano concretamente idonee a prevenire tale pericolo, attraverso la soppressione o la riduzione delle opportunità che in tal senso discenderebbero dall’applicazione del normale regime penitenziario».

Nel 2002 (legge 23 dicembre 2002 n. 279) il legislatore è intervenuto a rimodellarne la disciplina; ma soltanto nel 2009 (legge 15 luglio 2009 n. 94) è stata data la configurazione definitiva e attuale.

Dubbi, criticità e raccomandazioni

Come anticipato nel rapporto pubblicato dal Garante nazionale per i diritti dei detenuti sono emerse molte criticità intorno al regime carcerario del 41bis.

Già nella Relazione annuale del 2018 inviata al Parlamento era stata posta in evidenza la questione delle cosiddette “Aree riservate” presenti all’interno delle sezioni speciali di cui all’articolo 41-bis o.p.

Tali sezioni sono separate dalle altre che accolgono le persone sottoposte a tale regime e sono destinate alle figure ritenute apicali dell’organizzazione criminale di appartenenza. Attualmente esistono 14 “Aree”, distribuite in 7 Istituti, al cui interno vi sono ristrette 51 persone (di cui solo 30 di 21 di esse sono in posizione giuridica definitiva).

Dubbi e raccomandazioni arrivano anche in relazione ai momenti di cd. “socialità binaria”. Si tratta di quei casi in cui un altro detenuto viene collocato nell’Area riservata al solo fine di fare “compagnia” al carcerato ivi ristretto, ma in questo modo finendo per determinare anche l’isolamento del primo, con grave ed inevitabile violazione dei diritti alla persona.

Critiche sono anche le condizioni delle cd. “Case di lavoro”. Nel corso delle visite il Garante ha potuto constatare la presenza di persone ristrette con un regime identico a quello delle persone detenute in condizioni materiali peggiori, all’interno di locali strettamente detentivi e fatiscenti, senza alcuna effettiva proposta di lavoro che giustificasse la denominazione della misura applicata. Senza contare poi, l’insufficienza di luce naturale e artificiale a causa di finestre completamente oscurate che impediscono alla luce e all’aria di entrare in maniera adeguata.

Le proroghe al 41bis

Come noto, la legge 15 luglio 2009 n. 94, modificando le previsioni originarie della norma, ha portato a 4 anni la durata del primo provvedimento di applicazione del regime speciale e ha altresì stabilito la prorogabilità di questo per bienni successivi, fino alla ritenuta permanenza dei presupposti che hanno motivato il primo provvedimento applicativo.

L’elemento che determina la permanenza dell’applicazione sussiste, quindi «quando risulta che la capacità di mantenere collegamenti con l’associazione criminale, terroristica o eversiva non è venuta meno». Tale formulazione – osserva il Garante -, poiché limita la motivazione della proroga del regime speciale alla prova di una circostanza negativa (una sorta di probatio diabolica), quale è l’esclusione della sola capacità di mantenere i legami con l’associazione criminale originaria e non della loro permanenza, di fatto impedisce la verifica dei presupposti che legittimano il regime speciale e determina, sostanzialmente, un meccanismo reiterativo del decreto applicativo che rischia di automatizzarsi.

Nel corso delle visite, il Garante nazionale ha così potuto riscontrare numerosi casi di persone sottoposte al regime del carcere duro da oltre 20 anni e ha verificato, in effetti, la ricorrenza nei provvedimenti di proroga di motivazioni che si sostanziano nella «assenza di ogni elemento in senso contrario» al mantenimento di collegamenti con l’organizzazione criminale operante all’esterno.

Detto in altri termini, la ragione più frequente che giustifica i provvedimenti di conferma del 41bis è sempre e solo il reato ‘iniziale’ per cui la persona è stata condannata e la persistente esistenza sul territorio dell’organizzatone criminale all’interno del quale il reato è stato realizzato.

Ma nessuna indagine viene svolta in concreto per accertare l’effettiva esistenza di questo legame che giustifichi la permanenza del detenuto nel regime sopraindicato.

I diritti dei detenuti in regime di 41bis

Gli argomenti trattati rappresentano soltanto alcuni degli aspetti e delle questioni sollevate all’esito dell’indagine svolta.

Ma il Garante nazionale non manca di ricordare che tali detenuti, sebbene costretti in un regime detentivo speciale (e forse proprio per questo) meritano di vedere tutelati e riconosciuti alcuni diritti fondamentali.

Si tratta del:

1) diritto alla informazione e alla documentazione dei propri atti giudiziari e alle preclusioni imposte

L’esercizio pieno dell’inalienabile diritto di difesa non può prescindere dall’accesso diretto, da parte della persona detenuta, agli atti processuali e dalla loro completa conoscenza, ciò comprende anche la legittimazione all’esercizio del diritto alla informazione che riguarda le sue vicende processuali;

2) diritto alla riservatezza

Le peculiari esigenze di sicurezza e di vigilanza dettate dal regime previsto dall’articolo 41-bis o.p. devono trovare linee di compatibilità con la tutela della riservatezza della persona, in particolare quando si tratti di situazioni che coinvolgono l’intimità dell’individuo.

A tal proposito, il Garante nazionale raccomanda che:

– siano disattivate o quantomeno schermate le telecamere collocate nei locali da bagno delle camere detentive al fine di garantire la riservatezza nell’espletamento delle proprie funzioni fisiologiche;

– le visite mediche siano condotte nell’osservanza dei principi di riservatezza e di tutela del rapporto tra medico e paziente, escludendo la presenza o la vicinanza del personale di Polizia penitenziaria se non in casi “circostanziati”

3) diritto alla salute

La qualità primaria della tutela della salute – afferma il Garante – è tale da non ammettere deroghe di nessun genere. La questione, peraltro, investe non soltanto la garanzia di una adeguata assistenza sanitaria ma anche la realizzazione di condizioni generali di salubrità della vita detentiva. E dunque, anche i luoghi di vita delle persone private della libertà devono essere configurati in maniera tale da non comportare una ricaduta sulle capacità psico-fisiche, giacché altrimenti la pena detentiva rischierebbe di assumere la connotazione di “pena corporale”, ovviamente espunta dal nostro come da tutti gli ordinamenti democratici.

Si raccomanda, allora, particolare attenzione a livello di progettazione generale affinché nelle sezioni di regime speciale ex articolo 41-bis o.p., pur tenendo conto delle particolari esigenze determinate da tale regime detentivo e dalla sua finalità:

– non si realizzino strutture che siano al di sotto del livello di terra e, ove realizzate, siano disattivate come sezioni detentive;

– tutti gli ambienti siano tali da permettere il passaggio di aria fresca e di luce naturale sufficiente a consentire la lettura e le attività nelle ore diurne senza ricorso alla luce elettrica;

– siano rimosse le schermature delle finestre laddove non giustificate dal loro aprirsi a zone di transito di altri detenuti o di personale esterno; –

le aree di passeggio permettano una estensione dello sguardo tale da non incidere sulla complessiva capacità visiva;

– le aree di passeggio permettano una stimolazione visiva ai colori e, quindi, non siano meri contenitori in grigio cemento, ma diano la possibilità di vedere elementi naturali paesaggistici;

– le aree di passeggio non siano coperte da fitte reti; –

–  le aree di passeggio abbiano dimensione e struttura tale da permettere l’effettivo svolgimento di attività fisiche.

Il Garante nazionale raccomanda inoltre che le sezioni esistenti siano progressivamente adeguate nel rispetto dei parametri costituenti standard minimi di abitabilità.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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