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abbandono di animali

Nel giugno del 2017 era stato segnalato al Comando di Polizia Locale del comune di Milano, la presenza di un cane legato alla ringhiera di un balcone, posto al quinto piano di una palazzina, in stato di sofferenza

Sul posto erano accorsi sia i vigili del Fuoco che gli Agenti di Polizia Locale, i quali accompagnati dal custode dello stabile all’appartamento da cui provenivano i guaiti dell’animale, raccoglievano le dichiarazioni degli occupanti l’alloggio.
Ebbene, dal colloquio con essi, era emerso che l’animale, di razza “lupo cecoslovacco” era stato loro affidato in via temporanea dal proprietario, cittadino cinese, che aveva dovuto far rientro nel proprio paese d’origine.
Dal contatto con i suoi custodi, gli agenti di polizia avevano potuto apprendere la ragione per cui esso era stato confinato sul terrazzo dell’abitazione. Si trattava di un cane particolarmente vivace che aveva creato non poche difficoltà ai sorveglianti. Veniva perciò, disposto l’ordine di condurre l’animale presso il suo proprietario.
Ma dopo brevissimo tempo, al Comando di Polizia giungeva una ulteriore segnalazione cui seguiva la comunicazione alla Procura della Repubblica: alcuni residenti del condominio denunciavano la presenza di odori nauseabondi e il continuo abbaiare di un cane proveniente dall’interno dell’appartamento sito al quinto piano del condominio.
Cosicché al secondo sopralluogo dei Vigili del Fuoco, veniva rinvenuto l’animale in evidente stato di sofferenza per mancanza di cibo e acqua, oltre che per le condizioni igieniche del tutto precarie in cu era costretto a vivere, attesa la presenza, in maniera diffusa sul pavimento dell’alloggio, di escrementi ed urina rilasciate dallo stesso.
Per il Tribunale penale di Milano, il quadro descritto era riconducibile nella fattispecie penale di abbandono di animali, di cui all’art. 727 c.p.
A darne conferma erano state proprio le manifestazioni di insofferenza provenienti dal cane, quali il gemito e lo strepitio. Manifestazioni che nel caso di specie, erano occorse in maniera così incessante, a dire del vicinato, da considerarle emblematiche di uno stato di grave patimento.
Per tali motivi il proprietario dell’animale è stato condannato alla pena dell’ammendo di 4000 euro.

Ma non è tutto.

Nello stesso processo si era costituito parte civile per il danno patrimoniale e non patrimoniale, quale il danno all’immagine pubblica subita, il Comune di Milano. In quanto titolare di pubbliche funzioni in materia di convivenza tra uomo e animale e di tutela della salute e della dignità degli animali d’affezione, a causa dell’accaduto, aveva visto frustrati i propri scopi statutari con conseguente detrimento del prestigio dell’istituzione e dell’immagine pubblica.
Il contegno criminoso accertato aveva, inoltre, comportato l’assunzione di numerosi oneri e spese per la cura e la custodia dell’animale.
Per tali motivi il giudice di primo grado ha accolto l’istanza dell’ente locale, disponendo a carico del prevenuto il pagamento di una provvisionale quantificata in 2.441,65 euro a titolo di risarcimento del nocumento patrimoniale subito, oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali.
Il cane confiscato è stato, invece, affidato in via temporanea ad una associazione in rappresentanza dell’ente.

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Il Tribunale di Cuneo in primo grado, ha condannato alla pena dell’ammenda per il reato di abbandono di animali (di cui all’art. 727 c.p.), il titolare di diverse aziende agricole

Secondo l’accusa l’uomo deteneva 63 asini, in condizioni incompatibili con la loro natura, nonché produttive di gravi sofferenze fisiche; in particolare 12 di essi erano stati rinvenuti in evidenti difficoltà di deambulazione per le unghie eccessivamente lunghe; addirittura un asino non era neppure in grado di reggersi in piedi e perciò di affrontare i lunghi viaggi tra le predette aziende.

La pronuncia della Cassazione

Dopo l’introduzione dei delitti contro il sentimento degli animali nel codice penale, l’ambito di operatività dell’art. 727 risulta ora circoscritto all’abbandono di animali domestici o che abbiano acquisito abitudine alla cattività ed alla detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.
Al riguardo, è stato ripetutamente affermato che la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali, specificando che assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione, prendendo in considerazione situazioni quali, ad esempio, la privazione di cibo, acqua e luce, o il trasporto di bovini stipati in un furgone di piccole dimensioni e privo d’aria.
Nella specie, il Tribunale aveva posto in evidenza come agli animali, per la lunghezza delle unghie, era impedita o comunque, resa particolarmente difficoltosa la deambulazione, tanto che uno di essi non riusciva neppure ad alzarsi dal camion ove si trovava, esponendoli a grossi rischi durante l’alpeggio, dovendosi muovere su un terreno che non è certo piano.

Il principio di diritto

Per tali ragioni, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto che la detezione in tali condizioni, indipendentemente dalla conduzione o meno degli animali all’alpeggio, fosse, senza dubbio incompatibile con la loro natura, nonché produttiva di gravi sofferenze, “dovendosi ritenere come tali, non necessariamente quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche in meri patimenti” (Cass., Sez. III n. 175/2007).
Per tali motivi è stato affermato il seguente principio di diritto: “anche la detenzione di un animale in condizioni tali da costringerlo ad un portamento innaturale, tale da impedire o rendere difficoltosa la deambulazione o dal mantenere la posizione eretta e stabile, integra la violazione dell’art. 727 c.p.”.

La redazione giuridica

 
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abbandono di animali

La Cassazione (sent. n. 1510/2019) ha confermato la sentenza dei giudici di merito con la quale era stata condannata per abbandono di animali una donna trovata con 33 gatti in casa in condizioni pietose

Il Tribunale di Milano, con propria sentenza, condannava una donna giudicata responsabile del reato di abbandono di animali (di cui all’art. 727 cod. pen.) perché deteneva presso il proprio appartamento di abitazione 33 gatti in modalità tali da arrecare gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, in ragione delle condizioni di sovraffollamento degli animali e di pessime condizioni di igiene dei luoghi.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputata, a mezzo del proprio difensore di fiducia, rilevando in quale errore sarebbe incorso il giudice di primo grado che aveva “tratto dalle condizioni ambientali in cui erano tenuti gli animali, attraverso una sorta di automatismo argomentativo, la sussistenza di sofferenze a carico degli animali, senza accertare la sussistenza di un effettivo nocumento sofferto dagli stessi, anche nella forma del semplice patimento, né tanto meno la gravità delle sofferenze”.

Con il secondo motivo deduceva il vizio di motivazione e il travisamento della prova, posto che il Tribunale avrebbe valutato solo parzialmente le prove offerte in giudizio: ad esempio non avrebbe valutato la planimetria dell’appartamento, le allegazioni fotografiche ritraenti gli animali in epoca precedente l’accertamento, le fatture di acquisto del cibo differenziato anche per età degli animali che – a sua detta – comprovavano la cura e l’attenzione che ella ci metteva.

La decisione della Cassazione

Secondo i giudici della Suprema Corte, i motivi di ricorso sono inammissibili.

Nei motivi in esame – affermano – si espongono, in sostanza, censure puramente contestative le quali si risolvono in una mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata, sulla base di diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, senza individuare vizi di logicità; ricostruzione e valutazione, quindi, precluse in sede di giudizio di cassazione (cfr. Sez. 1, 16.11.2006, n. 42369; sez. 6, 3.10.2006, n. 36546; Sez. 3, 27.9.2006, n. 37006).

E’ stato inoltre condivisibilmente affermato (Sez.4, n. 18167 del 2017, non mass.) che la detenzione di animali integrante la fattispecie di cui all’art. 727 cod.pen, costituendo reato (sia pure contravvenzionale), rientra nell’ipotesi di cui all’art. 240 comma 2 n. 2 del codice penale (in base al quale, come è noto, deve sempre essere ordinata la confisca delle cose, la detenzione delle quali costituisca reato, a meno che esse non appartengano a persone estranee al reato).

Ne consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso, con condanna della donna anche al pagamento delle spese del procedimento.

La redazione giuridica

 

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Salvato il cane chiuso in auto sotto al sole grazie a una passante che accortasi dello stato di sofferenza dell’animale ha dato l’allarme

In giornate cocenti come queste è difficile resistere a stare fermi sotto il sole, figuriamoci in uno spazio ristretto e chiuso e magari che si surriscalda con molta facilità e velocità come può essere l’abitacolo di un’automobile.

E’ quanto avvenuto a un cane che, lasciato chiuso da solo nella vettura dal suo padrone a Roma Nord, ha iniziato a manifestare segni di sofferenza. Ad accorgersi della presenza dell’animale è stata una donna che camminando in via Baldo degli Ubaldi si è resa conto della situazione.
Ha dapprima atteso che il suo padrone ritornasse ma poi, visto il prolungarsi dell’attesa e le temperature alte, ha deciso di chiamare il 112.

La volante è arrivata sul posto e ha verificato la situazione che nel frattempo era peggiorata. L’animale si era accasciato e non dava più alcun segnale vitale. Visti anche gli inutili i tentativi di mettersi in contatto con il proprietario si è proceduto ad aprire il veicolo e far uscire immediatamente il cane, che dopo aver bevuto ha manifestato subito i segni di ripresa, accertati anche dal medico veterinario giunto sul posto.

Chiamato in commissariato il proprietario del cane dovrà ora rispondere alla denuncia di abbandono di animale.
Lasciare da solo un animale in auto al sole costituisce reato come disciplinato dal Codice della strada che oltre prevederne la custodia in un apposito trasportino all’articolo 8 prevede che “è vietato lasciare animali chiusi in qualsiasi autoveicolo e/o rimorchio o altro mezzo di contenzione al sole dal mese di aprile al mese di ottobre compreso di ogni anno; è altresì vietato lasciare soli animali chiusi, in autoveicoli e/o rimorchi permanentemente anche se all’ombra e con i finestrini aperti. E’ altresì vietato trasportare animali in carelli chiusi”.

 

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Confermata dalla Cassazione, la condanna nei confronti di una donna che deteneva 25 gatti e un cavallo in condizioni ambientali tali da provocarne una situazione di disagio psicologico

La detenzione di animali con modalità tali da arrecare loro gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, anche a livello psicologico, integra il reato di ‘abbandono di animali’, secondo quanto previsto dall’articolo 727 del codice penale. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10009/2017, nel confermare la condanna di una donna, accusata di aver mantenuto all’interno di un locale chiuso 25 gatti selvatici e un cavallo che, a causa delle pessime condizioni igieniche, erano stati sottoposti a rilevanti sofferenze psico-fisiche.

La donna aveva respinto le accuse sostenendo che gli animali non presentavano alcuna malattia fisica. Ma gli Ermellini, hanno precisato che, la norma contenuta nell’articolo 727 c.p., nel fare riferimento alle sofferenze provate, non contempla esclusivamente una lesione all’integrità fisica, ma comprende anche  i patimenti inflitti al di fuori dei comportamenti necessari alle esigenze della custodia e dell’allevamento, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali.

Secondo i Giudici di Piazza Cavour, la donna non aveva assicurato agli animali i necessari interventi di pulizia, diretti a impedire che dalla fermentazione delle deiezioni e, comunque, dalle emissioni organiche, potessero derivare, come invece accertato, affezioni delle vie respiratorie o irritazioni alle mucose. Peraltro come constatato dagli ispettori della Asl, le condizioni ambientali avevano determinato, in particolare nei gatti, un forte disagio che li rendeva particolarmente reattivi e fobici. Il reato di abbandono, inoltre, poteva essere constatato anche nei confronti del cavallo, in quanto l’animale era affetto da grave zoppia e non gli era stato somministrato il necessario antidolorifico, determinando a suo carico  una pacifica condizione di forte sofferenza fisica.

 

Il caso era scoppiato dopo che una troupe televisiva aveva documentato le condizioni in cui erano tenuti due elefanti

Colpevole per aver tenuto due elefanti in condizioni “incompatibili con le loro caratteristiche etologiche” in quanto legati con corte catene che ne limitavano i più elementari movimenti causando loro gravi sofferenze. E’ quanto disposto dal Tribunale di Milano nei confronti del gestore di un circo che veniva inoltre condannato al risarcimento del danno nei confronti della Lega Antivisezione, costituitasi parte civile nel procedimento. Il caso era scoppiato dopo che una nota trasmissione televisiva aveva denunciato lo stato in cui erano tenuti gli animali.

L’imputato, nel ricorrere in Cassazione evidenziava come la normativa di settore, pur stabilendo che l’uso delle catene per il contenimento degli elefanti deve essere evitato, permette tale pratica “nei casi in cui occorra provvedere ad esigenze di cura sanitaria e di benessere dell’animale, oltre che di sicurezza degli operatori e, comunque, per il solo periodo nel quale a tali incombenze si debba procedere”.

Il Tribunale, secondo il ricorrente, avrebbe inoltre fondato la propria decisione su di un video relativo a un accesso isolato effettuato da una troupe televisiva, ma non aveva tenuto conto che la veterinaria del circo aveva accertato la regolarità della struttura, mentre non i sarebbero state prove circa il superamento della soglia di sopportabilità per gli animali.

La Suprema Corte, tuttavia, con la sentenza n. 25805 del 22 giugno 2016, ha respinto il ricorso in quanto ritenuto inammissibile. Le osservazioni prodotte dal gestore del circo, infatti, si basavano su una visione alternativa dei fatti senza alcun riferimento critico alla sentenza impugnata.

Gli Ermellini hanno osservato che l’art. 727 del codice penale, relativo al reato di abbandono di animali, al secondo comma, stabilisce la pena (fino a un anno di reclusione o con ammenda da mille a diecimila euro) “per chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze”. Tali condizioni vengono determinate dal patrimonio comune di esperienza, nel caso delle specie più note (ad esempio gli animali domestici), e dalle acquisizioni delle scienze naturali nei restanti casi.

Per i giudici del Palazzaccio nel caso in esame il Tribunale aveva correttamente evidenziato che la situazione nella quale gli elefanti erano stati trovati non era passeggera e contingente, né dettata dalla necessità di operare per la pulizia e la cura degli animali. Nell’immediatezza del servizio girato dalla troupe, infatti, gli addetti del circo non avevano richiamato esigenze contingenti, ma avevano affermato di essere convinti di poter mantenere gli animali legati con catene corte che ne impedivano i movimenti per l’orario notturno. La struttura stessa del circo era tale da rendere inverosimile che gli animali potessero essere tenuti in altro modo, per la mancanza di protezioni esterne che ne impedissero la fuga in orario notturno.

Inoltre, dopo l’intervento della trasmissione televisiva, i responsabili del circo avevano adottato una soluzione tecnica idonea a consentire il riposo in sicurezza degli animali all’interno di un recinto posto nella struttura, dove gli stessi erano finalmente liberi di muoversi.

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