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falsa perizia

I giudici della Cassazione hanno affermato che il reato di falsa perizia è configurabile in relazione a qualsiasi procedimento civile, compreso l’accertamento tecnico preventivo

Nel 1999 il Tribunale di Lecce aveva dichiarato colpevole del reato di falsa perizia di cui all’art. 373 c.p. un consulente tecnico d’ufficio, condannandolo alla pena di due anni di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.

Da quanto emerso in giudizio, l’imputato era stato nominato CTU dal competente Pretore, a seguito del ricorso per accertamento tecnico preventivo promosso dall’istante, al fine di accertare le cause dell’incendio che aveva coinvolto la propria auto, poco tempo prima affidata ad una officina autorizzata per la esecuzione di alcuni lavori di manutenzione e finalizzata alla successiva instaurazione di una causa per risarcimento danni.

Ebbene, il consulente tecnico era accusato di aver intenzionalmente taciuto quanto emerso nel corso degli accertamenti compiuti nell’espletamento del proprio incarico.

Nella specie, egli aveva omesso di riferire dell’esistenza di un foro nel tubo di rimanda della benzina, tale da consentire la fuoriuscita del carburante e da ritenersi (…) causa più che probabile dell’incendio verificatosi; così omettendo scientemente di portare a conoscenza del giudice civile un fatto rilevante ai fini della definizione del procedimento nell’ambito del quale era stato chiamato ad operare quale CTU.

La questione giuridica

La questione giuridica controversa è diretta a stabilire se ricadono nella sfera di applicabilità dell’art. 373 c.p. le falsità commesse dal consulente tecnico nel corso di un procedimento di istruzione preventiva (nella specie, accertamento tecnico ex art. 696 c.p.c).

Come noto, il vigente codice di procedura civile, nella sezione IV (capo III, libro quarto), riguardante i procedimenti di istruzione preventiva, prevede e disciplina l’assunzione in caso di urgenza, di mezzi di prova prima dell’instaurazione del giudizio, in previsione dello stesso.

Tra tali mezzi rientrano appunto quelli regolati dall’art. 696 c.p.c.

“Ubi lex non distinguit nec nos distinguere debemus”

Per i giudici della Cassazione non c’è motivo di distinguere, in assenza di diversa disposizione di legge, ai fini dell’applicabilità dell’art. 373 c.p., tra i procedimenti civili quelli di cognizione per ritenere applicabili soltanto a questi ultimi e non anche a tutti gli altri procedimenti, il disposto dell’art. 373.

Del resto nella generica nozione di procedimento vanno compresi non solo il procedimento di cognizione e quello di esecuzione, ma anche i procedimenti cautelari che servono a predisporre e a garantire i mezzi probatori del processo definitivo, non potendo contestarsi che nel concetto di procedimento rientri qualsiasi complesso di atti coordinati al raggiungimento di un determinato scopo, fra le parti interessate e l’ufficio giudiziario e regolati dalla legge processuale.

In altre parole, per i giudici della Cassazione, la norma penale sulla falsa perizia deve trovare applicazione in relazione a tutti i procedimenti civili.

Il reato di falsa perizia

Ed infatti, la condotta tipica nel delitto in esame consiste nel dare pareri o interpretazioni mendaci, o nell’affermare fatti non conformi al vero, da parte di chi, quale ausiliare del giudice, era tenuto a svolgere la prestazione richiesta con sincerità e completezza.

Lo scopo della norma è quindi, quello di assicurare il retto e normale funzionamento dell’attività del giudice e di impedire che, con artificiose prospettazioni della realtà, l’attività degli organi giudiziali possa essere fuorviata.

Si tratta di un reato di pericolo, per cui non occorre che si verifichi in concreto un’errata cognizione da parte del giudice, essendo solo sufficiente che siano stati posti in essere i presupposti per una tale possibilità.

Ora è innegabile che ad ogni procedimento di accertamento preventivo possa seguire un procedimento di cognizione, per cui il pericolo che il giudice possa essere tratto in inganno sussiste sempre.

Conclusivamente – con riferimento alla fattispecie in esame – l’accertato inquinamento operato dal consulente tecnico d’ufficio – come ritenuto dai giudici di merito con motivato e insindacabile apprezzamento di fatto – concretizza la sussistenza del contestato delitto di falsa perizia, per cui il ricorrente ha riportato condanna.

Condanna inevitabile per quest’ultimo oltre al pagamento delle spese processuali.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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morta per una polmonite

Secondo i parenti, la congiunta sarebbe morta per una polmonite contratta in ospedale in seguito al ricovero dovuto a un investimento stradale

E’ morta per una polmonite all’età di 73 anni. Secondo i familiari, la malattia sarebbe stata contratta in ospedale, a Frosinone, durante la degenza successiva a un incidente. Da qui l’avvio di un’azione per ottenere il risarcimento.

Il fatto, come ricostruisce la stampa locale, risale a tre anni fa. La signora era stata investita da una macchina e portata in ambulanza presso il nosocomio del capoluogo di provincia laziale. Dagli accertamenti radiografici era emersa la lesione ad una vertebra e, conseguentemente, la paziente era stata ricoverata. Dopo alcune settimane, tuttavia, era deceduta a causa di una polmonite.

I parenti avevano presentato un esposto denuncia in Procura che aveva portato all’apertura di un’inchiesta. Le prime indagini avevano escluso che la donna potesse aver contratto la patologia presso la struttura ospedaliera.

In seguito all’entrata in vigore della Legge Gelli nel 2017, tuttavia, l’avvocato della famiglia ha presentato un ricorso per accertamento tecnico preventivo.

Come riporta Frosinonetoday, il medico legale della Procura ha sostenuto che molto verosimilmente il batterio non era presente nella paziente al momento del ricovero. Con tutta probabilità sarebbe stato contratto proprio nei giorni di degenza. Il Giudice, quindi, conferirà ora un nuovo incarico a un altro perito per le comparazioni del caso.

Nella vicenda, sempre secondo quanto riferiscono gli organi di informazione locale, è stata tirata in ballo anche la compagnia assicurativa.  Secondo il legale della famiglia della vittima, infatti, se l’anziana non fosse stata investita con tutta probabilità non avrebbe contratto la polmonite

 

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Accertamento tecnico preventivo: quali sanzioni e parcelle per il CTU

Ecco un caso discusso in Cassazione e che riguardava due contestazioni in un accertamento tecnico preventivo: mancato tentativo di conciliazione e congruità della parcella del ctu.

Sempre più interessante come argomento, quello dell’ accertamento tecnico preventivo, sia per i giuristi che per i medici legali che svolgono il ruolo di conciliatori in tali procedimenti.

In realtà se si potessero avere i contenuti e lo svolgimento delle centinaia di ATP che si eseguono giornalmente nei vari tribunali d’Italia ci sarebbe tanto commentare e da imparare.

Il caso in questione (del quale si allega la sentenza) tratta dell’inadempimento del ctu in termini di mancato tentativo di conciliazione e della contestazione parcella liquidata dal GDP di Frosinone ritenuta eccessiva dalla parte debitrice (332,60 €!).

Riportiamo due estratti della sentenza che in sintesi esprimono concetti su cui riflettere.

  • La censura è inconferente, atteso che la ratio principale del rigetto della doglianza consiste nel rilievo del tribunale secondo cui il tentativo di conciliazione non è obbligatorio, ma da esperire quando sia possibile, restando priva di sanzione espressa l’omissione di esso”
  • Quanto alla valutazione della complessità dell’incarico, va osservato: che il provvedimento ha adeguatamente motivato la scelta di incrementare il compenso per la consulenza medico legale in relazione alla attività professionale sempre complessa, “anche nei casi apparentemente più semplici”, come secondo la ricorrente era quello in esame. Ciò a causa dello “stesso avvicendarsi di norme e decisioni giurisprudenziali”, che rendono l’opera dei medici legali meritevole di aumento del compenso “irrisorio” previsto dalla tabella fissa”.

Il primo dei due concetti fa sorgere qualche dubbio sul significato di obbligatorietà del tentativo di conciliazione.

Così come scritto dal tribunale di Frosinone sembrerebbe che l’obbligo discende dalle convinzioni del CTU durante il contraddittorio delle parti: se è chiara l’impossibilità a conciliare perché tentarla?

Questo è un atteggiamento che vedo spesso nelle ctu per ricorsi 696bis e in verità non lo condivido, in quanto pur se la convinzione del ctu è esatta, si dovrebbe redigere verbale impregnato dalle motivazioni che sono causa della mancata conciliazione.

Sempre su questo primo stralcio di sentenza, appare interessante rilevare che non esiste sanzione per tale omissione e che, quindi, appare giustificato il comportamento dei giudici che tollerano oltremodo le “irregolarità” dei propri ctu.

Il secondo punto è veramente interessante in quanto esprime l’intrinseca complessità dell’attività medico legale che non può essere mai banalizzata e mal compensata “…a causa dello “stesso avvicendarsi di norme e decisioni giurisprudenziali”, che rendono l’opera dei medici legali meritevole di aumento del compenso “irrisorio” previsto dalla tabella fissa”.

Ossia tutti sanno che l’opera intellettuale del medico legale è sempre e comunque complessa, ma nessun legislatore (e in media ogni due anni in Italia se ne avvicenda uno!) ha mai pensato di aggiornare adeguatamente le tabelle.

Speriamo che questo monito della Cassazione faccia aprire gli occhi all’ulteriore nuovo “legislatore” affinché giustizia venga fatta!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

Leggi la sentenza

 

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Ricostruire in linea teorica i confi­ni dell’istituto dell’a.t.p. (accertamento tecnico preventivo) e fornire sul piano pratico suggerimenti ed indicazioni concreti per la gestione di questo tipo di controversie. Questo l’obiettivo del convegno “Medici o conciliatori? Il ruolo del c.t.u. negli accertamenti tecnici preventivi in tema di responsabilità civile medica alla luce della legge Gelli”.

L’incontro, organizzato da Osservatorio Sanità, ha visto la partecipazione, al fianco del Presidente dell’Osservatorio, avv. Francesco Lauri, del Consigliere della Corte di Cassazione, Marco Rossetti, e del medico legale Nicandro Buccieri. In platea numerosi giuristi e medici legali.

L’accertamento tecnico preventivo con fi­nalità conciliative, accolto in origine con freddezza, è diventato via via uno strumento sempre più diffuso, al punto che la legge di riforma della responsabilità civile medica di recente approvata, ne prevede l’obbligatorietà a pena di improcedibilità della domanda.

Alla cresciuta importanza dell’istituto – si legge nella presentazione del convegno – non sembra corrispondere una pari attenzione della dottrina giuridica e della prassi medico-legale. Sotto il primo pro­filo, permangono seri contrasti tra i giudici di merito – ad esempio – circa la procedibilità dell’istituto nei casi di giudizi contumaciali; sul regime delle spese e della impugnabilità della relativa statuizione; sui limiti alla producibilità di documenti.

Sul piano medico-legale, poi, parrebbe stentare a decollare un’autentica cultura della conciliazione, ovvero la capacità di formulare proposte conciliative che tengano conto di tutte le peculiarità del caso, e non costituiscano solo una “media” tra le contrapposte pretese delle parti.

Se ciò è vero in linea generale, il ricorso all’accertamento tecnico preventivo con ­finalità conciliative presenta aspetti ancor più problematici nella materia della responsabilità medica. In questo tipo di controversie, infatti, sorgono ancora maggiori problemi pratici e “di sistema”: ad esempio, se il consulente possa tenere conto, a ­fini conciliativi, di eccezioni non sollevate dal convenuto; ovvero se e in che modo al giudizio debbano partecipare gli assicuratori della responsabilità civile del medico o della struttura sanitaria; oppure se l’azienda sanitaria pubblica corra o meno rischi di contestazioni da parte della procura contabile, se accetti la proposta transattiva del c.t.u. “

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La consulenza tecnica d’ufficio in sede di accertamento tecnico preventivo evidenzierebbe le negligenze del personale sanitario nella gestione del parto

Una famiglia del ravennate starebbe valutando di intentare una causa contro la Ausl della provincia romagnola per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla gestione del parto da cui è venuta al mondo figlia, ora tredicenne. La giovane infatti è affetta dalla nascita, risalente al novembre del 2003, da una paralisi cerebrale dovuta almeno in parte, secondo i legali che assistono i genitori, alla negligenza del personale sanitario dell’Ospedale di Lugo.

Dall’esame delle cartelle cliniche emergerebbe, secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, l’assenza di un tracciato di un’ora e mezza che avrebbe dovuto acclarare il benessere del feto e quindi determinare l’applicazione dei protocolli necessari, per evitare o contenere i danni cerebrali riportati da un neonato asfittico, come nel caso in questione.

Il Tribunale di Ravenna ha disposto un accertamento tecnico preventivo – un procedimento simile all’incidente probatorio in sede penale – con la nomina da parte del giudice di un medico legale che ha depositato, lo scorso 9 dicembre, una consulenza tecnica d’ufficio basandosi sulla quale gli avvocati della famiglia stanno ora valutando le modalità per far valere il diritto al risarcimento.

Nelle sue conclusioni, infatti, l’esperto afferma che in considerazione “della presenza di un tracciato non rassicurante” e “dell’assenza in atti di un tracciato cardiotocografico estremamente importante, in quanto relativo ad una fase di monitoraggio eseguito proprio per escludere una sospetta sofferenza fetale, non si può escludere il verificarsi di una sofferenza ipossico-ischemica, anche proprio durante quel monitoraggio”.

In quest’ottica, è possibile, secondo il perito, “che durante la fase terminale del travaglio di parto si sia verificata una sofferenza ipossico-ischemica e che questa abbia concausato o aggravato il danno cerebrale già in fieri”.

“In buona sostanza – sottolineano gli avvocati – nonostante una cartella clinica quantomeno manomessa, nella parte in cui si annota la presenza di un tracciato essenziale per la valutazione del benessere fetale, tracciato che invece risulta assente, nonostante il consulente tecnico nominato dal giudice in sede di Atp abbia ritenuto che la condotta dei sanitari abbia almeno concausato o aggravato l’evento, l’Ausl di Ravenna resta completamente silente”.

 

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