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il tuo isa

Grazie al programma Il tuo Isa i contribuenti potranno calcolare il proprio indice di affidabilità fiscale e beneficiare di una serie di premialità

E’ online in versione definitiva sul sito dell’Agenzia delle Entrate Il tuo Isa, il software che consente a imprese e professionisti di calcolare il proprio indice sintetico di affidabilità fiscale e beneficiare, in funzione del valore raggiunto, di una serie di vantaggi. Tra questi, ad esempio, l’esclusione dagli accertamenti di tipo analitico-presuntivo, la riduzione dei termini per l’accertamento e l’esonero dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione dei crediti d’imposta.

Il programma, una volta scaricato, consente di: caricare i dati forniti dalle Entrate, creare una nuova posizione, inserire i dati necessari per il calcolo e preparare la posizione da allegare alla dichiarazione dei redditi. I dati forniti dall’Agenzia potranno, non appena disponibili, essere consultati e acquisiti sia in modalità puntuale, tramite il cassetto fiscale, direttamente dal contribuente o dall’intermediario delegato, sia in modalità massiva, attraverso il servizio Entratel, da parte degli intermediari per i propri clienti.

Una volta valorizzati i quadri l’applicazione fornisce un riscontro trasparente – espresso con un punteggio da 1 a 10 – sul livello di affidabilità raggiunto.

Come stabilito dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 10 maggio 2019, per le imprese e i professionisti che raggiungono un punteggio almeno pari a 8 è previsto l’esonero, entro i limiti fissati, dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione dei crediti d’imposta, nonché la riduzione di un anno dei termini per l’accertamento dei redditi di impresa e di lavoro autonomo e dell’IVA.

I contribuenti con Isa almeno pari a 8,5 sono esclusi, inoltre, dagli accertamenti basati sulle presunzioni semplici; coloro che ottengono un punteggio da 9 in su sono esclusi anche dall’applicazione della disciplina delle società non operative e dalla determinazione sintetica del reddito complessivo, laddove il reddito complessivo accertabile non ecceda di due terzi quello dichiarato.

Per l’acquisizione massiva dei dati necessari ai fini dell’applicazione degli Isa, gli intermediari incaricati dell’invio telematico già in possesso della delega alla consultazione del cassetto fiscale del contribuente devono trasmettere all’Agenzia, attraverso il servizio Entratel, un file contenente l’elenco dei contribuenti per cui risultano delegati. Gli intermediari non delegati alla consultazione del cassetto fiscale del contribuente, invece, devono acquisire una specifica delega, valida solo per l’acquisizione dei dati necessari per l’applicazione degli Isa, insieme alla copia del documento di riconoscimento del delegante (in formato cartaceo o elettronico) e trasmettere all’Agenzia, attraverso il servizio telematico Entratel, un file contenente l’elenco dei contribuenti per cui risultano delegati.

A partire dall’anno di imposta 2018, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale (introdotti con il Dl n. 50/2017) sostituiscono definitivamente gli studi di settore. Il nuovo strumento – costruito con una metodologia statistico-economica che si basa su dati e informazioni relativi a più periodi d’imposta – punta a fornire a lavoratori autonomi e imprese un riscontro accurato e trasparente sul proprio livello di affidabilità fiscale nell’ottica di incrementare la tax compliance. Con gli Isa gli operatori economici possono quindi valutare autonomamente la propria posizione ed eventualmente correggere i dati comunicati al Fisco, oltre a dichiarare ulteriori componenti positivi per migliorare la propria “pagella” di affidabilità.

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indici sintetici di affidabilità

Gli indici sintetici di affidabilità (ISA) prevedono l’attribuzione di un grado di affidabilità fiscale per ciascun contribuente espresso in una scala che varia da 1 a 10

L’Agenzia delle Entrate ha definito i diversi punteggi in base ai quali è possibile accedere alle agevolazioni previste per i contribuenti soggetti ai nuovi indici sintetici di affidabilità (Isa). I benefici riguardano il periodo d’imposta 2018.

Gli Isa sono uno strumento che mira a favorire la compliance e a rafforzare la collaborazione con l’Amministrazione finanziaria. Sono formati da un insieme di indicatori elementari di affidabilità e di anomalia  e prevedono l’attribuzione di un grado di affidabilità fiscale per ciascun contribuente  espresso in una scala che varia da 1 a 10. Per coloro che raggiungono un punteggio almeno pari a 8  è previsto, tra l’altro l’esonero dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione dei crediti fino a 50mila euro all’anno.

Per i punteggi di affidabilità da 8,5 in su il vantaggio è rappresentato invece dall’esclusione dagli accertamenti basati sulle presunzioni semplici. Mentre a coloro che superano il punteggio di 9, ad esempio, non si applica la disciplina delle società non operative.

Oltre ai punteggi e ai relativi vantaggi premiali, il provvedimento delle Entrate stabilisce poi le modalità di gestione delle deleghe di consultazione per gli intermediari in riferimento ai dati che l’Amministrazione mette a disposizione dei contribuenti per l’applicazione degli Isa.

Per garantire la corretta applicazione degli indici sintetici di affidabilità per il periodo d’imposta 2018, da oggi fino al 30 settembre di quest’anno i membri della Commissione degli esperti possono presentare alle Entrate quesiti aventi carattere generale relativi all’applicazione degli Isa. L’Agenzia risponderà per posta elettronica normalmente entro 30 giorni lavorativi dalla ricezione del quesito pubblicando domande e risposte sul proprio sito.

I contribuenti possono indicare nelle dichiarazioni fiscali ulteriori componenti positivi, per migliorare il proprio profilo di affidabilità, nonché per accedere al regime premiale. Tali ulteriori componenti positivi determinano, tra l’altro, un corrispondente maggior volume di affari ai fini Iva.

 

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SISMABONUS

Sul sito dell’Agenzia delle Entrate l’ecobonus e il sismabonus per i lavori eseguiti nel 2018 sulle parti comuni degli edifici

Sono disponibili sulla “Piattaforma cessione crediti”, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, i bonus corrispondenti alle detrazioni fiscali per i lavori eseguiti nel 2018 sulle parti comuni degli edifici, al fine di migliorarne l’efficienza energetica (ecobonus) e per ridurne il rischio sismico (sismabonus), e ceduti a soggetti terzi dagli stessi condòmini beneficiari delle detrazioni.

I singoli cessionari potranno accedere, tramite l’area autenticata per visualizzare e, in caso, accettare o rifiutare, le cessioni dei crediti comunicate all’Agenzia dagli amministratori di condominio. Per attivare questa funzionalità, due sono i passaggi obbligati: provvedere all’autenticazione sul sito dell’Agenzia e, a seguire, accedere alla piattaforma.

Dopo l’accettazione, i crediti saranno visibili nel “cassetto fiscale” dei cessionari e potranno essere utilizzati in compensazione tramite modello F24.

I codici tributo sono 6890 per l’ecobonus e 6891 per il sismabonus. In alternativa, i cessionari potranno comunicare le eventuali ulteriori cessioni dei crediti ad altri soggetti, sempre attraverso la piattaforma, la cui procedura è composta da quattro distinte funzionalità: monitoraggio crediti; cessione crediti; accettazione crediti e lista movimenti.

Gli esiti delle operazioni effettuate sulla piattaforma sono immediatamente visibili per i soggetti coinvolti (cedente e cessionario) nelle varie aree della piattaforma stessa. L’accettazione e il rifiuto non possono essere parziali e sono irreversibili.

La “Piattaforma cessione crediti” potrà essere infine utilizzata anche per comunicare le eventuali ulteriori cessioni dei crediti relativi a lavori eseguiti nel 2017. Questi crediti ceduti sono già visibili nel cassetto fiscale dei cessionari e utilizzabili in compensazione, tramite modello F24.

Per approfondire regole, contenuti e procedure relative al sismabonus e all’ecobonus sono disponibili due apposite guide fiscali nella relativa sezione del sito  delle Entrate. In merito all’utilizzo della nuova “Piattaforma cessione crediti” è disponibile invece un manuale specifico che illustra e spiega le procedure da seguire passo dopo passo, guidando i contribuenti interessati nella compilazione dei diversi campi e riquadri.

 

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dichiarazione dei redditi precompilata 2019

Da ieri è possibile accettare, modificare e inviare la dichiarazione dei redditi precompilata 2019. C’è tempo fino al 23 luglio

In poco più di due settimane 1,2 milioni di cittadini hanno visualizzato la propria dichiarazione dei redditi precompilata 2019. In totale sono stati 1,7 milioni gli accessi effettuati per consultare i dati caricati dal Fisco. Da ieri è partita invece la ‘fase 2’. E’ possibile, infatti, accettare o modificare e inviare il 730/2019 e intervenire sul modello Redditi, che potrà essere trasmesso a partire dal 10 maggio.

Sempre a partire dal 10 maggio, sarà inoltre possibile utilizzare la funzionalità di compilazione semplificata per intervenire in modalità guidata su tutti i dati del quadro E. Ad esempio per aggiungere un onere detraibile o deducibile che non compare tra quelli già inseriti o modificare gli importi delle spese sostenute.

In totale, sono 960 milioni i dati pre-caricati dal Fisco nelle dichiarazioni 2019, in crescita del 3,8% rispetto allo scorso anno.

Dalla pubblicazione dei modelli in modalità di consultazione, i più attivi in termini assoluti sono stati i contribuenti della Lombardia (in 289mila visualizzazioni). Seguono quelli del Lazio (162mila) e del Piemonte (115mila). Seguono, in ordine, Veneto (113mila), Emilia-Romagna (84mila) e Campania (71mila). Prendendo in considerazione il totale accessi, e non solo gli accessi distinti, le visualizzazioni complessive sfiorano quota 1 milione e 700mila.

Mancano ancora più di due mesi e mezzo alla prima scadenza: per l’invio definitivo, infatti, c’è tempo fino al 23 luglio se si utilizza il 730 e fino al 30 settembre 2019 se si usa Redditi.

È possibile accedere online alla propria dichiarazione dei redditi precompilata 2019 tramite le credenziali Spid o con quelle dei servizi telematici delle Entrate (Fisconline). La dichiarazione “si apre” anche con le credenziali rilasciate dall’Inps e tramite Carta nazionale dei servizi (Cns). Inoltre, resta la possibilità di rivolgersi a un Caf o delegare un professionista.

Sul canale YouTube dell’Agenzia, “Entrate in video”, è disponibile un nuovo tutorial che spiega tutti i passi da seguire per inviare la precompilata. Sempre a disposizione dei cittadini il sito “infoprecompilata”, con informazioni, date e scadenze da ricordare e le risposte alle domande più frequenti. L’assistenza, infine,viaggia anche per telefono, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17 e il sabato dalle 9 alle 13, tramite i numeri 800.90.96.96 (da rete fissa), 06 966.689.07 (da cellulare) e +39 06.966.689.33 (per chi chiama dall’estero).

 

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Secondo le Associazioni ADC e ANC, i Modelli F24 per il pagamento dell’imposta di bollo avrebbero somme che non corrispondono a quanto dovuto

Entro il prossimo 23 aprile occorre effettuare il pagamento dell’imposta di bollo sulle fatture elettroniche emesse nel primo trimestre 2019. Per ogni contribuente gli importi dovuti sono resi noti dall’Agenzia delle Entrate all’interno del portale Fatture e Corrispettivi.
Tuttavia, in base a quanto denunciato dalla e Associazioni di commercialisti ADC e ANC, “sulla base delle segnalazioni di software house e di colleghi”, molti degli importi caricati dall’Agenzia non sarebbero corretti.  Di conseguenza i Modelli F24 per il pagamento dell’imposta di bollo avrebbero somme che non corrispondono a quanto dovuto.
Per uscire dall’impasse, dunque, secondo ADC e ANC, ai colleghi non resta che controllare una per una tutte le fatture emesse dai propri clienti. Ciò per ricalcolare manualmente l’importo dovuto, e farlo anche rapidamente se vogliono riuscire ad effettuare il pagamento nel rispetto della scadenza prevista.

“Dunque l’elenco delle criticità del sistema fattura elettronica si allunga”

“E, come se non bastasse – sottolineano ancorale Associazioni –  oltre al problema del bollo, numerose segnalazioni da parte dei professionisti economici denunciano il verificarsi di  disservizi e anomalie nell’acquisizione dei file xml dal portale Fatture e Corrispettivi per l’importazione massiva nei gestionali di studio. Praticamente non tutte le fatture vengono importate, costringendo così i professionisti a dover controllare, ancora una volta,  tutte le fatture e a caricare manualmente quelle mancanti poiché, stando alle segnalazioni pervenuteci, anche ripetendo più volte l’operazione, il totale delle fatture importate cambia e non raggiunge mai la totalità dei documenti”.
“Non sappiamo quale altro problema doverci attendere dal sistema Fatture e Corrispettivi.  Certo è –concludono le Associazioni – che una procedura che avrebbe dovuto semplificare la macchina fiscale, sta generando gravi e molteplici disservizi”. Rispetto a tali problematiche, “sarebbe opportuno che ci fosse una presa d’atto da parte dell’Agenzia e la conseguente immediata assunzione di misure adeguate”.
 
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Da domani online la dichiarazione dei redditi precompilata 2019 che potrà essere accettata/integrata e inviata via web dal 2 maggio al 23 luglio

Dal pomeriggio di domani, lunedì 15 aprile, sarà online la dichiarazione dei redditi precompilata 2019. Il 730 potrà poi essere accettato/integrato e inviato direttamente via web a partire dal 2 maggio e fino al 23 luglio. Oltre ai dati già a disposizione, l’Agenzia delle Entrate ha già inserito nei modelli quelli inviati dagli enti esterni e dai datori di lavoro tramite le certificazioni uniche.
Quest’anno alle informazioni presenti gli scorsi anni si aggiungono le spese su parti comuni condominiali che danno diritto al bonus verde e le somme versate dal 1° gennaio 2018 per assicurazioni contro le calamità, stipulate per immobili a uso abitativo.
Complessivamente, il paniere dei dati pre-compilati raggiunge quota 960 milioni e supera del +3,8% il totale dei dati caricati nel 2018. Di questi, il 78% sono relativi alle spese sanitarie sostenute dai cittadini, comunicati all’Agenzia da farmacie, studi medici, cliniche, ospedali  (+4,7% rispetto al 2018).

Sul canale YouTube dell’Agenzia è online un breve video di presentazione della precompilata, con le principali novità e le date da ricordare.

È inoltre consultabile un sito internet dedicato dove sono presenti informazioni utili relative ai passi da seguire fino all’invio e le risposte alle domande più frequenti.
Per visualizzare la propria precompilata occorre essere in possesso delle credenziali di accesso allo Spid o quelle fornite dall’Agenzia delle Entrate per i servizi telematici. Vanno bene anche quelle rilasciate dall’Inps. Infine, è possibile accedere tramite Carta nazionale dei servizi (Cns).
Una volta entrati nella propria area riservata sarà possibile controllare nel dettaglio tutti i dati. Dal 2 maggio, si potrà poi accettare la dichiarazione così com’è o integrarla/modificarla prima dell’invio. Per queste operazioni resta la possibilità di rivolgersi a un Caf o delegare un professionista.
Tra le novità 2019 rientra la possibilità di scegliere la modalità di compilazione semplificata, in alternativa alla modalità tradizionale, per modificare in maniera guidata tutto il quadro E della dichiarazione. Ad esempio si potranno aggiungere, eliminare o modificare, tra gli altri, anche gli importi relativi alle spese che danno diritto agli sconti fiscali per le ristrutturazioni, per il risparmio energetico, per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici e al bonus verde. Una volta fatte le modifiche, sarà il sistema a ricalcolare in automatico gli oneri detraibili e deducibili, sulla base dei nuovi dati e di eventuali limiti previsti dalla legge, e a inserire il totale nei campi del quadro E.
 
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Una circolare dell’Ente fornisce le indicazioni per accedere al nuovo regime forfetario con imposta sostitutiva del 15% per i titolari di partita Iva

I contribuenti persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi e compensi non superiori a 65mila euro rientrano nel nuovo regime forfetario che prevede l’applicazione di un’unica imposta sostitutiva del 15% in aggiunta a quelli che iniziano una nuova attività. Per le start up che rispettano determinate condizioni la misura dell’imposta sostitutiva è ridotta al 5% per i primi cinque periodi d’imposta.
Possono applicare l’imposta, sostitutiva di Irpef, addizionali regionali e comunali e Irap, anche le imprese familiari e le aziende coniugali. Queste ultime a patto che non siano gestite in forma societaria. Ammessi al regime anche gli “ex praticanti” che iniziano una nuova attività, anche se la esercitano prevalentemente nei confronti dei datori di lavoro dove hanno svolto il periodo di praticantato obbligatorio.
Lo chiarisce l’Agenzia delle Entrate con una circolare in cui si specifica che per calcolare il reddito imponibile è necessario applicare un coefficiente di redditività stabilito dalla legge in base al tipo di attività esercitata. Le Entrate specificano che le spese sostenute nell’esercizio dell’attività rilevano in base alla percentuale di redditività mentre sono deducibili dal reddito i contributi previdenziali dovuti per legge. In particolare, la circolare chiarisce anche che l’eventuale eccedenza dei contributi previdenziali e assistenziali versati da un contribuente fiscalmente a carico può essere dedotta dai familiari elencati dall’art. 433 del codice civile.
La circolare chiarisce che, grazie alle modifiche normative operate dalla legge di bilancio 2019, i contribuenti che erano in regime semplificato perché non presentavano i requisiti ai fini dell’applicazione del regime forfetario, a partire dal 2019 possono applicare questo regime poiché sono venute meno le cause di esclusione. Non occorre presentare nessuna opzione o comunicazione. Inoltre i contribuenti che nel 2018 erano in regime ordinario, per opzione, possono passare al regime forfetario.
Il provvedimento precisa poi che non possono applicare il regime forfetario gli esercenti attività d’impresa arti o professioni che contemporaneamente all’esercizio dell’attività, partecipano a società di persone, associazioni o imprese familiari o che controllano società a responsabilità limitata che svolgono attività riconducibili a quella da loro svolta in regime forfetario. Tali preclusioni, tuttavia, non esplicano effetti, se nel corso del 2019 la causa inibitoria viene rimossa. Non possono, inoltre, avvalersi del regime forfetario le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta, ad esclusione degli “ex praticanti” che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni.
Il nuovo limite di ricavi e compensi si verifica in riferimento al limite dei ricavi conseguiti e dei compensi percepiti nell’anno precedente all’applicazione del regime. La circolare spiega che il contribuente che ha sforato la soglia di 30mila euro complessivi al 31 dicembre 2018, ma senza superare la “nuova” soglia di 65mila euro, può rimanere nel regime forfetario. Per verificare l’eventuale superamento del limite si deve tenere conto del regime contabile applicato nell’anno di riferimento. Quando il contribuente esercita più attività, contraddistinte da più codici Ateco, ai fini dell’accesso al regime forfetario, occorre fare riferimento alla somma di ricavi e compensi relativi alle attività esercitate.
I contribuenti che aderiscono al regime forfetario non addebitano l’Imposta sul valore aggiunto in fattura, non devono osservare gli obblighi di liquidazione e versamento dell’imposta né gli obblighi contabili e dichiarativi previsti dal Dpr n. 633/1972. Il regime prevede, inoltre, l’esonero dall’obbligo di fatturazione elettronica, con l’eccezione delle fatture elettroniche nei confronti della Pa che rimangono obbligatorie. I contribuenti devono comunque assicurare alcuni adempimenti, devono infatti numerare e conservare le fatture di acquisto e le bollette doganali, certificare i corrispettivi e versare l’Iva per le operazioni in cui risultano essere debitori di imposta, dopo aver integrato la fattura indicando l’aliquota e la relativa imposta.
Ai fini delle imposte sui redditi, invece, i contribuenti che rientrano in questo regime sono esclusi dagli indicatori sintetici di affidabilità (Isa), non subiscono ritenute d’acconto e sono esonerati dall’applicarle. Questi contribuenti sono inoltre esonerati dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili. Sono però tenuti a conservare i documenti emessi e ricevuti, a presentare la certificazione unica con le ritenute previdenziali e assistenziali operate.
 
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Il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi previdenziali dei professionisti, deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento. Lo ha, di recente, chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9270/2019

La vicenda

La Corte d’appello di Potenza aveva rigettato l’opposizione proposta da un professionista alla cartella esattoriale con la quale l’INPS aveva chiesto il pagamento di contributi previdenziali relativi all’anno 2004, a seguito dell’iscrizione d’ufficio, alla Gestione separata.
Ad avviso, della corte territoriale, diversamente da quanto sostenuto dal primo giudice, la prescrizione quinquennale della pretesa creditoria, eccepita dal professionista, non era intervenuta, dovendo essere individuato il dies a quo di decorrenza, non nel termine stabilito dalla legge di scadenza per il pagamento dei contributi (giugno 2005, nel caso di specie), ma nella data di presentazione della dichiarazione dei redditi (ottobre 2005); sicché la richiesta formale di pagamento di detti contributi notificata nell’agosto del 2010, aveva validamente interrotto il termine quinquennale di prescrizione che, alla data di notifica della impugnata cartella esattoriale (aprile 2011) non era nuovamente decorso.
Sul ricorso del libero professionista, il quale sosteneva che il decorso del termine di prescrizione deve essere individuato nel momento in cui il diritto può essere fatto valere, la vicenda è giunta in Cassazione.

La pronuncia della Cassazione

Ebbene, i giudici Ermellini, nell’accogliere il ricorso così formulato, hanno ricordato che in tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito ai sensi dell’art. 1 comma 4 della legge n. 233/1990, quand’anche l’efficacia del predetto fatto sia collegata ad un atto amministrativo di ricognizione del suo avveramento.
Ne consegue che il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi in questione, ai sensi dell’art. 3 della legge n. 335 del 1995, deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento e non con l’atto, eventualmente successivo – ed avente solo efficacia interruttiva della prescrizione, anche a beneficio dell’INPS – con cui l’Agenzia delle Entrate abbia accertato, ex art. 1 del D.Lgs. n. 462/1997 un maggior reddito (Cass. n. 19640/2018).
Del pari, manifestamente infondata era la tesi fatta valere dall’INPS ed accolta dalla corte territoriale, secondo la quale il diritto ai contributi a percentuale sul reddito, sarebbe sorto solo quando l’Istituto aveva avuto contezza del suo credito e cioè solo dopo la dichiarazione dei redditi dell’assicurato.
Per tutti questi motivi la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal professionista e cassato la sentenza impugnata con rinvio.

La redazione giuridica

 
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Per interpretare gli studi di settore i numeri non bastano. E’ indispensabile valutare la singola situazione economica nel periodo di riferimento ed in generale la storia commerciale del contribuente, il mercato e il settore di operatività

La vicenda

Gli studi di settore avevano mostrato una “grave incongruenza” tra i ricavi dichiarati dal contribuente e quelli accertati in base agli studi di settore.
L’Agenzia delle entrate, utilizzando gli studi di settore, ai sensi dell’art. 62 sexies d.l. n. 331/1993 aveva accertato nei confronti di una società esercente attività di vendita di ricambi ed accessori di telefonia, uno scostamento tra l’ammontare dei ricavi dichiarati nel Modello Unico 2005, per l’anno precedente, e quello derivante dalla applicazione degli studi di settore.
Con ricorso, il titolare dell’attività commerciale impugnava detto provvedimento ma senza successo perché la CTP lo rigettava con sentenza che veniva confermata anche dalla CTR, la quale rilevava che le eccezioni poste dall’appellante non erano sufficienti a modificare i risultati degli studi di settore, e che la contribuente non aveva assolto all’onere della prova in ordine a quella “grave incongruenza”.

Il ricorso per Cassazione

Con un unico motivo di impugnazione la società ricorrente denunciava la violazione e falsa applicazione della legge in materia di studi di settore. Nella specie, la CTR avrebbe errato nel non aver tenuto conto del fatto che i modelli di studi di settore erano, in realtà, inapplicabili al caso concreto e alle caratteristiche specifiche dell’attività svolta, specie in relazione alla percentuale di vendita verso i dettaglianti (del 70%), mentre negli studi di settori tale tipologia di vendita si attestava al 30%.
Inoltre per la ricorrente, le asserite “gravi incongruenze” in realtà erano insussistenti, in quanto il volume di affari dichiarato, ai fini IVA era di 3.789.335,00 euro, mentre il volume di affari accertato in base ai predetti studi di settore era di € 3.966.760,00, cioè con una differenza del 4,68%.
Anche la differenza degli importi ai fini Ires era del 1,90% e del 4,74% nella differenza tra ricavi dichiarati e ricavo puntuale.
Il motivo di ricorso così formulato ha colto nel segno, perché i giudici della Cassazione hanno ricordato che l’art.1, comma 23 della legge n. 296/2006, è entrata in vigore a partire dall’1 gennaio 2007. Per tanto, l’accertamento induttivo fondato sul mero divario, a prescindere dalla sua gravità, tra quanto dichiarato dal contribuente e quanto risultante dagli studi di settore è legittimo solo a decorrere dal 1 gennaio 2007, in base all’art. 1, comma 23 della citata legge che non ha portata retroattiva, trattandosi di norma innovativa e non interpretativa.
Ma è stato precisato che ai fini della applicabilità della novella del 2006, deve tenersi conto della data di notifica dell’avviso di accertamento e non dell’anno di imposta, eventualmente anteriore al 2007.
Ebbene, nel caso in esame, l’avviso di accertamento era stato notificato al contribuente nel dicembre del 2009, anche se riferito all’anno 2004. Doveva perciò farsi applicazione della normativa citata.

Tuttavia, l’orientamento tradizionale in materia di studi di settore è tutt’oggi messo in discussione dalla giurisprudenza eurocomunitaria.

In particolare, il riferimento normativo è la direttiva 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006 relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, nonché ai principi di neutralità fiscale e di proporzionalità, i quali devono essere interpretati nel senso “che consentano all’Amministrazione finanziaria, a fronte di “gravi divergenze” tra i redditi dichiarati e i redditi stimati sulla base di studi di settore, di ricorrere ad un metodo induttivo, basato sugli studi di settore stessi, al fine di accertare il volume d’affari realizzato dal contribuente e procedere, di conseguenza, a rettifica fiscale con imposizione di una maggiorazione sul valore aggiunto (IVA), a condizione che tale normativa e la sua applicazione permettano al contribuente stesso, nel rispetto dei principi di neutralità fiscale, di proporzionalità, nonché del diritto di difesa, di contestare sulla base di tutte le prove contrarie di cui disponga, le risultanze derivanti da tale metodo e si esercitare il proprio diritto alla detrazione di imposta ai sensi delle disposizione contenute nel titolo X della direttiva 2006/112, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare (Corte di Giustizia UE, 648/2018)”.
Ebbene, per i giudici della Cassazione, tale pronuncia, sebbene riferita espressamente all’Iva, detta un principio applicabile a tutte le imposte dirette.

Come rispondere dunque alla società ricorrente per cassazione?

Di recente la giurisprudenza di legittimità ha qualificato come “scostamenti solo lievi” e quindi inidonei alla rettifica dei redditi, quelli del 4,23%, del 7%, del 10% e anche del 21% , con la precisazione che la nozione di “grave incongruenza” non può essere ricavata avendo riguardo in via assoluta a precise soglie quantitative fisse di scostamento, essendo invece, la nozione di indici di natura relativa da adattare a plurimi fattori propri della singola situazione economica, del periodo di riferimento ed in generale della stessa storia commerciale del contribuente destinatario dell’accertamento oltre che del mercato e del settore di operatività.
Nella specie, come evidenziato dal ricorrente, lo scostamento tra ricavi dichiarati dalla società e quelli calcolati in base agli studi di settore era molto modesto, di appena il 4,68% ai fini Iva, dell’1,90% ai fini Ires e Irap e del 7,74% tenendo conto del ricavo “puntuale”.
Insomma per i giudici della Cassazione non si era di fronte ad una divergenza significativa tale da giustificare l’emissione dell’avviso di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Per tali motivi la sentenza impugnata è stata cassata in favore del contribuente.

La redazione giuridica

 
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definizione agevolata

Definite regole, modalità e tempistiche per regolarizzare, nell’ambito della definizione agevolata, gli errori formali che non incidono su base imponibile, imposta e pagamento.

Con la definizione agevolata, introdotta dal Dl n. 119/2018, è stata prevista la possibilità di regolarizzare, complessivamente per ciascun periodo d’imposta, irregolarità, infrazioni e inosservanze di obblighi o adempimenti di natura formale, le cosiddette “violazioni formali”.

L’Agenzia delle Entrate ha quindi stabilito regole, modalità e tempistica per la regolarizzazione degli errori formali che non incidono sulla base imponibile, sull’imposta e sul pagamento.

In particolare, le violazioni formali che possono formare oggetto di regolarizzazione sono quelle per cui sono competenti gli uffici dell’Agenzia delle Entrate ad irrogare le relative sanzioni amministrative, commesse fino al 24 ottobre 2018 dal contribuente, dal sostituto d’imposta, dall’intermediario e da altro soggetto tenuto ad adempimenti fiscalmente rilevanti, anche solo di comunicazione di dati, ma che non rilevano sulla determinazione della base imponibile e dell’imposta, ai fini dell’IVA, dell’IRAP, delle imposte sui redditi, delle relative addizionali e imposte sostitutive, delle ritenute alla fonte, dei crediti d’imposta e sul relativo pagamento dei tributi.

La regolarizzazione quindi riguarda esclusivamente le violazioni che non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo ma possono comunque arrecare pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo. Di conseguenza, non rientra nell’ambito di applicazione della regolarizzazione l’omessa presentazione delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi, IRAP o IVA, in quanto l’omissione rileva ai fini della determinazione della base imponibile anche qualora non dovesse risultare un’imposta dovuta.

La regolarizzazione si perfeziona mediante la rimozione delle irregolarità od omissioni e il versamento di 200 euro per ciascuno dei periodi d’imposta cui si riferiscono le violazioni formali indicati nel modello F24.

Al riguardo, il contribuente può scegliere quali e quanti periodi d’imposta regolarizzare. La regolarizzazione di violazioni formali che non si riferiscono ad uno specifico periodo d’imposta, come ad esempio quelle relative alla comunicazione di dati da parte di soggetti diversi dal contribuente, deve però fare riferimento all’anno solare in cui la violazione è stata commessa. In riferimento alla rimozione delle irregolarità od omissioni, sostanzialmente si tratta della regolarizzazione degli errori e delle omissioni, non incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo. E comunque, la rimozione non va effettuata quando non sia possibile o necessaria avuto riguardo ai profili della violazione formale. Rientrano in tale ipotesi, ad esempio, le violazioni riguardanti l’errata applicazione dell’inversione contabile.

Il versamento può essere effettuato in due rate di pari importo, la prima entro il 31 maggio 2019 e la seconda entro il 2 marzo 2020. É consentito anche il versamento in un’unica soluzione entro il 31 maggio 2019.

 

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