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agenzia delle entrate

imposta di bollo

Secondo le Associazioni ADC e ANC, i Modelli F24 per il pagamento dell’imposta di bollo avrebbero somme che non corrispondono a quanto dovuto

Entro il prossimo 23 aprile occorre effettuare il pagamento dell’imposta di bollo sulle fatture elettroniche emesse nel primo trimestre 2019. Per ogni contribuente gli importi dovuti sono resi noti dall’Agenzia delle Entrate all’interno del portale Fatture e Corrispettivi.

Tuttavia, in base a quanto denunciato dalla e Associazioni di commercialisti ADC e ANC, “sulla base delle segnalazioni di software house e di colleghi”, molti degli importi caricati dall’Agenzia non sarebbero corretti.  Di conseguenza i Modelli F24 per il pagamento dell’imposta di bollo avrebbero somme che non corrispondono a quanto dovuto.

Per uscire dall’impasse, dunque, secondo ADC e ANC, ai colleghi non resta che controllare una per una tutte le fatture emesse dai propri clienti. Ciò per ricalcolare manualmente l’importo dovuto, e farlo anche rapidamente se vogliono riuscire ad effettuare il pagamento nel rispetto della scadenza prevista.

“Dunque l’elenco delle criticità del sistema fattura elettronica si allunga”

“E, come se non bastasse – sottolineano ancorale Associazioni –  oltre al problema del bollo, numerose segnalazioni da parte dei professionisti economici denunciano il verificarsi di  disservizi e anomalie nell’acquisizione dei file xml dal portale Fatture e Corrispettivi per l’importazione massiva nei gestionali di studio. Praticamente non tutte le fatture vengono importate, costringendo così i professionisti a dover controllare, ancora una volta,  tutte le fatture e a caricare manualmente quelle mancanti poiché, stando alle segnalazioni pervenuteci, anche ripetendo più volte l’operazione, il totale delle fatture importate cambia e non raggiunge mai la totalità dei documenti”.

“Non sappiamo quale altro problema doverci attendere dal sistema Fatture e Corrispettivi.  Certo è –concludono le Associazioni – che una procedura che avrebbe dovuto semplificare la macchina fiscale, sta generando gravi e molteplici disservizi”. Rispetto a tali problematiche, “sarebbe opportuno che ci fosse una presa d’atto da parte dell’Agenzia e la conseguente immediata assunzione di misure adeguate”.

 

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precompilata 2019

Da domani online la dichiarazione dei redditi precompilata 2019 che potrà essere accettata/integrata e inviata via web dal 2 maggio al 23 luglio

Dal pomeriggio di domani, lunedì 15 aprile, sarà online la dichiarazione dei redditi precompilata 2019. Il 730 potrà poi essere accettato/integrato e inviato direttamente via web a partire dal 2 maggio e fino al 23 luglio. Oltre ai dati già a disposizione, l’Agenzia delle Entrate ha già inserito nei modelli quelli inviati dagli enti esterni e dai datori di lavoro tramite le certificazioni uniche.

Quest’anno alle informazioni presenti gli scorsi anni si aggiungono le spese su parti comuni condominiali che danno diritto al bonus verde e le somme versate dal 1° gennaio 2018 per assicurazioni contro le calamità, stipulate per immobili a uso abitativo.

Complessivamente, il paniere dei dati pre-compilati raggiunge quota 960 milioni e supera del +3,8% il totale dei dati caricati nel 2018. Di questi, il 78% sono relativi alle spese sanitarie sostenute dai cittadini, comunicati all’Agenzia da farmacie, studi medici, cliniche, ospedali  (+4,7% rispetto al 2018).

Sul canale YouTube dell’Agenzia è online un breve video di presentazione della precompilata, con le principali novità e le date da ricordare.

È inoltre consultabile un sito internet dedicato dove sono presenti informazioni utili relative ai passi da seguire fino all’invio e le risposte alle domande più frequenti.

Per visualizzare la propria precompilata occorre essere in possesso delle credenziali di accesso allo Spid o quelle fornite dall’Agenzia delle Entrate per i servizi telematici. Vanno bene anche quelle rilasciate dall’Inps. Infine, è possibile accedere tramite Carta nazionale dei servizi (Cns).

Una volta entrati nella propria area riservata sarà possibile controllare nel dettaglio tutti i dati. Dal 2 maggio, si potrà poi accettare la dichiarazione così com’è o integrarla/modificarla prima dell’invio. Per queste operazioni resta la possibilità di rivolgersi a un Caf o delegare un professionista.

Tra le novità 2019 rientra la possibilità di scegliere la modalità di compilazione semplificata, in alternativa alla modalità tradizionale, per modificare in maniera guidata tutto il quadro E della dichiarazione. Ad esempio si potranno aggiungere, eliminare o modificare, tra gli altri, anche gli importi relativi alle spese che danno diritto agli sconti fiscali per le ristrutturazioni, per il risparmio energetico, per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici e al bonus verde. Una volta fatte le modifiche, sarà il sistema a ricalcolare in automatico gli oneri detraibili e deducibili, sulla base dei nuovi dati e di eventuali limiti previsti dalla legge, e a inserire il totale nei campi del quadro E.

 

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regime forfetario

Una circolare dell’Ente fornisce le indicazioni per accedere al nuovo regime forfetario con imposta sostitutiva del 15% per i titolari di partita Iva

I contribuenti persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi e compensi non superiori a 65mila euro rientrano nel nuovo regime forfetario che prevede l’applicazione di un’unica imposta sostitutiva del 15% in aggiunta a quelli che iniziano una nuova attività. Per le start up che rispettano determinate condizioni la misura dell’imposta sostitutiva è ridotta al 5% per i primi cinque periodi d’imposta.

Possono applicare l’imposta, sostitutiva di Irpef, addizionali regionali e comunali e Irap, anche le imprese familiari e le aziende coniugali. Queste ultime a patto che non siano gestite in forma societaria. Ammessi al regime anche gli “ex praticanti” che iniziano una nuova attività, anche se la esercitano prevalentemente nei confronti dei datori di lavoro dove hanno svolto il periodo di praticantato obbligatorio.

Lo chiarisce l’Agenzia delle Entrate con una circolare in cui si specifica che per calcolare il reddito imponibile è necessario applicare un coefficiente di redditività stabilito dalla legge in base al tipo di attività esercitata. Le Entrate specificano che le spese sostenute nell’esercizio dell’attività rilevano in base alla percentuale di redditività mentre sono deducibili dal reddito i contributi previdenziali dovuti per legge. In particolare, la circolare chiarisce anche che l’eventuale eccedenza dei contributi previdenziali e assistenziali versati da un contribuente fiscalmente a carico può essere dedotta dai familiari elencati dall’art. 433 del codice civile.

La circolare chiarisce che, grazie alle modifiche normative operate dalla legge di bilancio 2019, i contribuenti che erano in regime semplificato perché non presentavano i requisiti ai fini dell’applicazione del regime forfetario, a partire dal 2019 possono applicare questo regime poiché sono venute meno le cause di esclusione. Non occorre presentare nessuna opzione o comunicazione. Inoltre i contribuenti che nel 2018 erano in regime ordinario, per opzione, possono passare al regime forfetario.

Il provvedimento precisa poi che non possono applicare il regime forfetario gli esercenti attività d’impresa arti o professioni che contemporaneamente all’esercizio dell’attività, partecipano a società di persone, associazioni o imprese familiari o che controllano società a responsabilità limitata che svolgono attività riconducibili a quella da loro svolta in regime forfetario. Tali preclusioni, tuttavia, non esplicano effetti, se nel corso del 2019 la causa inibitoria viene rimossa. Non possono, inoltre, avvalersi del regime forfetario le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta, ad esclusione degli “ex praticanti” che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni.

Il nuovo limite di ricavi e compensi si verifica in riferimento al limite dei ricavi conseguiti e dei compensi percepiti nell’anno precedente all’applicazione del regime. La circolare spiega che il contribuente che ha sforato la soglia di 30mila euro complessivi al 31 dicembre 2018, ma senza superare la “nuova” soglia di 65mila euro, può rimanere nel regime forfetario. Per verificare l’eventuale superamento del limite si deve tenere conto del regime contabile applicato nell’anno di riferimento. Quando il contribuente esercita più attività, contraddistinte da più codici Ateco, ai fini dell’accesso al regime forfetario, occorre fare riferimento alla somma di ricavi e compensi relativi alle attività esercitate.

I contribuenti che aderiscono al regime forfetario non addebitano l’Imposta sul valore aggiunto in fattura, non devono osservare gli obblighi di liquidazione e versamento dell’imposta né gli obblighi contabili e dichiarativi previsti dal Dpr n. 633/1972. Il regime prevede, inoltre, l’esonero dall’obbligo di fatturazione elettronica, con l’eccezione delle fatture elettroniche nei confronti della Pa che rimangono obbligatorie. I contribuenti devono comunque assicurare alcuni adempimenti, devono infatti numerare e conservare le fatture di acquisto e le bollette doganali, certificare i corrispettivi e versare l’Iva per le operazioni in cui risultano essere debitori di imposta, dopo aver integrato la fattura indicando l’aliquota e la relativa imposta.

Ai fini delle imposte sui redditi, invece, i contribuenti che rientrano in questo regime sono esclusi dagli indicatori sintetici di affidabilità (Isa), non subiscono ritenute d’acconto e sono esonerati dall’applicarle. Questi contribuenti sono inoltre esonerati dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili. Sono però tenuti a conservare i documenti emessi e ricevuti, a presentare la certificazione unica con le ritenute previdenziali e assistenziali operate.

 

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contributi previdenziali

Il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi previdenziali dei professionisti, deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento. Lo ha, di recente, chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9270/2019

La vicenda

La Corte d’appello di Potenza aveva rigettato l’opposizione proposta da un professionista alla cartella esattoriale con la quale l’INPS aveva chiesto il pagamento di contributi previdenziali relativi all’anno 2004, a seguito dell’iscrizione d’ufficio, alla Gestione separata.

Ad avviso, della corte territoriale, diversamente da quanto sostenuto dal primo giudice, la prescrizione quinquennale della pretesa creditoria, eccepita dal professionista, non era intervenuta, dovendo essere individuato il dies a quo di decorrenza, non nel termine stabilito dalla legge di scadenza per il pagamento dei contributi (giugno 2005, nel caso di specie), ma nella data di presentazione della dichiarazione dei redditi (ottobre 2005); sicché la richiesta formale di pagamento di detti contributi notificata nell’agosto del 2010, aveva validamente interrotto il termine quinquennale di prescrizione che, alla data di notifica della impugnata cartella esattoriale (aprile 2011) non era nuovamente decorso.

Sul ricorso del libero professionista, il quale sosteneva che il decorso del termine di prescrizione deve essere individuato nel momento in cui il diritto può essere fatto valere, la vicenda è giunta in Cassazione.

La pronuncia della Cassazione

Ebbene, i giudici Ermellini, nell’accogliere il ricorso così formulato, hanno ricordato che in tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito ai sensi dell’art. 1 comma 4 della legge n. 233/1990, quand’anche l’efficacia del predetto fatto sia collegata ad un atto amministrativo di ricognizione del suo avveramento.

Ne consegue che il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi in questione, ai sensi dell’art. 3 della legge n. 335 del 1995, deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento e non con l’atto, eventualmente successivo – ed avente solo efficacia interruttiva della prescrizione, anche a beneficio dell’INPS – con cui l’Agenzia delle Entrate abbia accertato, ex art. 1 del D.Lgs. n. 462/1997 un maggior reddito (Cass. n. 19640/2018).

Del pari, manifestamente infondata era la tesi fatta valere dall’INPS ed accolta dalla corte territoriale, secondo la quale il diritto ai contributi a percentuale sul reddito, sarebbe sorto solo quando l’Istituto aveva avuto contezza del suo credito e cioè solo dopo la dichiarazione dei redditi dell’assicurato.

Per tutti questi motivi la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal professionista e cassato la sentenza impugnata con rinvio.

La redazione giuridica

 

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studi di settore

Per interpretare gli studi di settore i numeri non bastano. E’ indispensabile valutare la singola situazione economica nel periodo di riferimento ed in generale la storia commerciale del contribuente, il mercato e il settore di operatività

La vicenda

Gli studi di settore avevano mostrato una “grave incongruenza” tra i ricavi dichiarati dal contribuente e quelli accertati in base agli studi di settore.

L’Agenzia delle entrate, utilizzando gli studi di settore, ai sensi dell’art. 62 sexies d.l. n. 331/1993 aveva accertato nei confronti di una società esercente attività di vendita di ricambi ed accessori di telefonia, uno scostamento tra l’ammontare dei ricavi dichiarati nel Modello Unico 2005, per l’anno precedente, e quello derivante dalla applicazione degli studi di settore.

Con ricorso, il titolare dell’attività commerciale impugnava detto provvedimento ma senza successo perché la CTP lo rigettava con sentenza che veniva confermata anche dalla CTR, la quale rilevava che le eccezioni poste dall’appellante non erano sufficienti a modificare i risultati degli studi di settore, e che la contribuente non aveva assolto all’onere della prova in ordine a quella “grave incongruenza”.

Il ricorso per Cassazione

Con un unico motivo di impugnazione la società ricorrente denunciava la violazione e falsa applicazione della legge in materia di studi di settore. Nella specie, la CTR avrebbe errato nel non aver tenuto conto del fatto che i modelli di studi di settore erano, in realtà, inapplicabili al caso concreto e alle caratteristiche specifiche dell’attività svolta, specie in relazione alla percentuale di vendita verso i dettaglianti (del 70%), mentre negli studi di settori tale tipologia di vendita si attestava al 30%.

Inoltre per la ricorrente, le asserite “gravi incongruenze” in realtà erano insussistenti, in quanto il volume di affari dichiarato, ai fini IVA era di 3.789.335,00 euro, mentre il volume di affari accertato in base ai predetti studi di settore era di € 3.966.760,00, cioè con una differenza del 4,68%.

Anche la differenza degli importi ai fini Ires era del 1,90% e del 4,74% nella differenza tra ricavi dichiarati e ricavo puntuale.

Il motivo di ricorso così formulato ha colto nel segno, perché i giudici della Cassazione hanno ricordato che l’art.1, comma 23 della legge n. 296/2006, è entrata in vigore a partire dall’1 gennaio 2007. Per tanto, l’accertamento induttivo fondato sul mero divario, a prescindere dalla sua gravità, tra quanto dichiarato dal contribuente e quanto risultante dagli studi di settore è legittimo solo a decorrere dal 1 gennaio 2007, in base all’art. 1, comma 23 della citata legge che non ha portata retroattiva, trattandosi di norma innovativa e non interpretativa.

Ma è stato precisato che ai fini della applicabilità della novella del 2006, deve tenersi conto della data di notifica dell’avviso di accertamento e non dell’anno di imposta, eventualmente anteriore al 2007.

Ebbene, nel caso in esame, l’avviso di accertamento era stato notificato al contribuente nel dicembre del 2009, anche se riferito all’anno 2004. Doveva perciò farsi applicazione della normativa citata.

Tuttavia, l’orientamento tradizionale in materia di studi di settore è tutt’oggi messo in discussione dalla giurisprudenza eurocomunitaria.

In particolare, il riferimento normativo è la direttiva 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006 relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, nonché ai principi di neutralità fiscale e di proporzionalità, i quali devono essere interpretati nel senso “che consentano all’Amministrazione finanziaria, a fronte di “gravi divergenze” tra i redditi dichiarati e i redditi stimati sulla base di studi di settore, di ricorrere ad un metodo induttivo, basato sugli studi di settore stessi, al fine di accertare il volume d’affari realizzato dal contribuente e procedere, di conseguenza, a rettifica fiscale con imposizione di una maggiorazione sul valore aggiunto (IVA), a condizione che tale normativa e la sua applicazione permettano al contribuente stesso, nel rispetto dei principi di neutralità fiscale, di proporzionalità, nonché del diritto di difesa, di contestare sulla base di tutte le prove contrarie di cui disponga, le risultanze derivanti da tale metodo e si esercitare il proprio diritto alla detrazione di imposta ai sensi delle disposizione contenute nel titolo X della direttiva 2006/112, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare (Corte di Giustizia UE, 648/2018)”.

Ebbene, per i giudici della Cassazione, tale pronuncia, sebbene riferita espressamente all’Iva, detta un principio applicabile a tutte le imposte dirette.

Come rispondere dunque alla società ricorrente per cassazione?

Di recente la giurisprudenza di legittimità ha qualificato come “scostamenti solo lievi” e quindi inidonei alla rettifica dei redditi, quelli del 4,23%, del 7%, del 10% e anche del 21% , con la precisazione che la nozione di “grave incongruenza” non può essere ricavata avendo riguardo in via assoluta a precise soglie quantitative fisse di scostamento, essendo invece, la nozione di indici di natura relativa da adattare a plurimi fattori propri della singola situazione economica, del periodo di riferimento ed in generale della stessa storia commerciale del contribuente destinatario dell’accertamento oltre che del mercato e del settore di operatività.

Nella specie, come evidenziato dal ricorrente, lo scostamento tra ricavi dichiarati dalla società e quelli calcolati in base agli studi di settore era molto modesto, di appena il 4,68% ai fini Iva, dell’1,90% ai fini Ires e Irap e del 7,74% tenendo conto del ricavo “puntuale”.

Insomma per i giudici della Cassazione non si era di fronte ad una divergenza significativa tale da giustificare l’emissione dell’avviso di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Per tali motivi la sentenza impugnata è stata cassata in favore del contribuente.

La redazione giuridica

 

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STUDIO ASSOCIATO “SORVEGLIATO” SPECIALE DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE. IL CASO

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definizione agevolata

Definite regole, modalità e tempistiche per regolarizzare, nell’ambito della definizione agevolata, gli errori formali che non incidono su base imponibile, imposta e pagamento.

Con la definizione agevolata, introdotta dal Dl n. 119/2018, è stata prevista la possibilità di regolarizzare, complessivamente per ciascun periodo d’imposta, irregolarità, infrazioni e inosservanze di obblighi o adempimenti di natura formale, le cosiddette “violazioni formali”.

L’Agenzia delle Entrate ha quindi stabilito regole, modalità e tempistica per la regolarizzazione degli errori formali che non incidono sulla base imponibile, sull’imposta e sul pagamento.

In particolare, le violazioni formali che possono formare oggetto di regolarizzazione sono quelle per cui sono competenti gli uffici dell’Agenzia delle Entrate ad irrogare le relative sanzioni amministrative, commesse fino al 24 ottobre 2018 dal contribuente, dal sostituto d’imposta, dall’intermediario e da altro soggetto tenuto ad adempimenti fiscalmente rilevanti, anche solo di comunicazione di dati, ma che non rilevano sulla determinazione della base imponibile e dell’imposta, ai fini dell’IVA, dell’IRAP, delle imposte sui redditi, delle relative addizionali e imposte sostitutive, delle ritenute alla fonte, dei crediti d’imposta e sul relativo pagamento dei tributi.

La regolarizzazione quindi riguarda esclusivamente le violazioni che non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo ma possono comunque arrecare pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo. Di conseguenza, non rientra nell’ambito di applicazione della regolarizzazione l’omessa presentazione delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi, IRAP o IVA, in quanto l’omissione rileva ai fini della determinazione della base imponibile anche qualora non dovesse risultare un’imposta dovuta.

La regolarizzazione si perfeziona mediante la rimozione delle irregolarità od omissioni e il versamento di 200 euro per ciascuno dei periodi d’imposta cui si riferiscono le violazioni formali indicati nel modello F24.

Al riguardo, il contribuente può scegliere quali e quanti periodi d’imposta regolarizzare. La regolarizzazione di violazioni formali che non si riferiscono ad uno specifico periodo d’imposta, come ad esempio quelle relative alla comunicazione di dati da parte di soggetti diversi dal contribuente, deve però fare riferimento all’anno solare in cui la violazione è stata commessa. In riferimento alla rimozione delle irregolarità od omissioni, sostanzialmente si tratta della regolarizzazione degli errori e delle omissioni, non incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo. E comunque, la rimozione non va effettuata quando non sia possibile o necessaria avuto riguardo ai profili della violazione formale. Rientrano in tale ipotesi, ad esempio, le violazioni riguardanti l’errata applicazione dell’inversione contabile.

Il versamento può essere effettuato in due rate di pari importo, la prima entro il 31 maggio 2019 e la seconda entro il 2 marzo 2020. É consentito anche il versamento in un’unica soluzione entro il 31 maggio 2019.

 

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debiti

La Cassazione ha dichiarato estinto il procedimento tra un contribuente e l’Agenzia delle Entrate per debiti tributari, a seguito dell’intervenuta richiesta di definizione agevolata

I giudici della Cassazione hanno, anche, tenuto conto del fatto che quest’ultimo avesse già cominciato ad onorare i suoi debiti nei confronti del fisco, col pagamento delle prime due rate.

La vicenda

A seguito di una verifica eseguita dalla Guardia di Finanza presso la sede di una società a responsabilità limitata era stato rinvenuto un personal computer facente capo all’amministratore unico e socio della stessa, contenente numerosi files, ai quali i verbalizzanti e, quindi l’amministrazione finanziaria, avevano attribuito valenza di contabilità in nero relativa a cessione di merce in evasione di imposta.

L’Agenzia delle Entrate aveva perciò, notificato al contribuente diversi avvisi di accertamento IRPEF per gli anni 2004, 2005 e 2006 che egli stesso impugnava.

In primo grado l’azione del ricorrente fu respinta, parimenti accadde in appello.

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione.

Ebbene, preliminarmente, questi ultimi hanno osservato come il ricorrente avesse depositato, nel novembre del 2018, istanza di rinuncia al ricorso, avendo richiesto, ai sensi dell’art. 6 del d.l. 22 ottobre 206, n. 193 convertito dalla l. 1 dicembre 2016, n. 225, la definizione agevolata dei carichi affidati all’agente della riscossione e riferiti agli avvisi di accertamento oggetto di causa; contestualmente egli aveva reso la dichiarazione d’impegno a rinunciare ai giudizi pendenti, dando atto, di avere nel contempo, versato le prime due rate determinate in virtù della concessa definizione agevolata.

Ebbene, vista la regolare notifica della rinuncia all’amministrazione tributaria, che sul punto nulla aveva eccepito, la Cassazione ha dichiarato estinto il processo, ai sensi dell’art. 391 c.p.c.

Così facendo ha altresì disposto la compensazione integrale delle spese del giudizio di cassazione, non trovando applicazione, nel caso di specie, la regola generale dell’art. 391, comma 2, c.p.c., dal momento che la condanna alle spese del contribuente contrasterebbe con la ratio stessa della definizione agevolata (Cass. Sez. V, n. 10198/2018; e Cass. Sez. Lavoro, n. 28311/2018).

La redazione giuridica

 

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studio

È stata cassata la sentenza della CTR delle Lombardia che aveva accolto il ricorso di un contribuente contro l’accertamento induttivo basato sulla sua quota di partecipazione allo studio associato

La vicenda giudiziaria origina dal ricorso presentato da un contribuente contro l’avviso di accertamento per IVA, IRAP e IRPEF relativi all’anno 2002 che, con metodo analitico-induttivo aveva accertato i maggiori ricavi conseguiti dallo studio commerciale associato. Il fisco aveva, perciò, preteso e ripreso a tassazione dal contribuente il maggior reddito da lavoro autonomo prodotto in ragione della propria quota di partecipazione a detto studio professionale.

In primo grado i giudici tributari hanno accolto le ragioni del contribuente con sentenza confermata anche in appello.

Cosicché su proposta dell’Agenzia delle Entrate la causa fu portata davanti ai giudici della Cassazione.

Con un primo motivo l’agenzia fiscale lamentava l’errore commesso dai giudici di merito per non aver preso in esame gli elementi posti a fondamento dell’accertamento presuntivo in ordine alla sussistenza di maggior reddito prodotto, rispetto a quello dichiarato o, comunque, per non aver effettuato una valutazione complessiva di tutti gli elementi indiziari esistenti.

E il motivo è stato accolto.

«La valutazione della prova presuntiva- affermano i giudici della Cassazione – esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, così da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile del fatto da provare».(Sez. VI n. 13004/2018 e Sez. III n. 5787/2014).

Ebbene nella fattispecie in esame, era innegabile che il giudice di merito avesse preso in considerazione soltanto due dei cinque elementi indiziari, vale a dire la commistione tra le attività prestate dai tre diversi soggetti d’imposta (studio associato, commercialista e ragioniere), limitandosi a negare al primo qualsivoglia rilevanza indiziaria e, quanto al secondo, escludendone detto rilievo in ragione del fatto che sarebbero stati stipulati per parcelle professionali accordi, peraltro, non specificamente individuati, che determinavano compensi forfettari in misura inferiore ai minimi tariffari secondo quanto consentito dalla tariffa professionale.

Così facendo aveva compromesso, sul piano logico, l’intero ragionamento inferenziale, essendo mancato sia l’esame singolo di ciascun elemento indiziario addotto dall’agenzia delle entrate, onde verificare se ciascuno di essi potesse effettivamente acquisire in sé rilievo indiziario, sia il momento di valutazione complessiva di detti elementi, onde accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi.

E per tali ragioni il ricorso è stato accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio alla CTR per un nuovo esame.

La redazione giuridica

 

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Controversie tributarie

Sul sito delle Entrate è possibile inviare la domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie. C’è tempo fino al 31 maggio

Da ieri è possibile inviare, tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, la domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie. È infatti disponibile, sul sito internet dell’Ente, il servizio che consente di compilare e trasmettere online l’istanza per chiudere le liti fiscali pendenti. Il termine è il 31 maggio 2019

La definizione agevolata è ammessa esclusivamente per le controversie tributarie in cui è parte l’Agenzia delle Entrate, aventi ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado di giudizio – compreso quello in Cassazione e anche a seguito di rinvio – nelle quali il ricorso sia stato notificato entro il 24 ottobre 2018, e per le quali alla data di presentazione della domanda il processo non si è concluso con pronuncia definitiva. Restano escluse le liti aventi ad oggetto atti di mera liquidazione e riscossione, quelle di valore indeterminabile e relative al rifiuto alla restituzione di tributi.

Entro il 31 maggio 2019 i contribuenti interessati devono trasmettere la domanda e pagare l’intero importo agevolato, o la prima rata in caso di rateazione per importi superiori ai mille euro. Qualora non vi siano importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda.

Per usufruire della definizione agevolata il contribuente deve presentare telematicamente una domanda di definizione per ciascuna controversia tributaria.

Per inviare la domanda è sufficiente accedere alla propria area riservata dei canali Entratel o Fisconline e, all’interno della sezione “Servizi per > Richiedere”, utilizzare la funzione “Domanda definizione agevolata controversie tributarie pendenti – art. 6 e art. 7, comma 2 lett. b) e comma 3, Dl n. 119/2018” per la compilazione e la trasmissione.

La presentazione della domanda può avvenire anche tramite un intermediario abilitato o recandosi presso un qualsiasi Ufficio territoriale dell’Agenzia. Le indicazioni per la definizione sono reperibili sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it.

 

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acquisto di veicoli

Dall’Agenzia delle Entrate indicazioni sulle agevolazioni previste per l’acquisto di veicoli non inquinanti e sulle detrazioni fiscali per l’installazione dei punti di ricarica per le auto elettriche

Pronti i chiarimenti sugli incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici e non inquinanti, sulle detrazioni fiscali per l’installazione dei punti di ricarica e sulla rottamazione di mezzi ad alte emissioni di Co2. La Risoluzione n. 32/E dell’Agenzia delle Entrate fornisce anche le prime indicazioni relative all’imposta sui veicoli inquinanti (Ecotassa), dovuta sulle auto acquistate e immatricolate dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021.

In particolare, il documento si sofferma sulle autovetture che possono beneficiare degli incentivi e individua i documenti che le imprese costruttrici o importatrici devono ricevere dal venditore e conservare ai fini della fruizione del credito d’imposta oltre a fornire indicazioni sulla cosiddetta “Ecotassa” sui veicoli inquinanti.

La legge di Bilancio 2019 riconosce un contributo da 1.500 euro a 6.000 euro per l’acquisto (anche in locazione finanziaria) e immatricolazione in Italia dal 1°marzo 2019 al 31 dicembre 2021, di un veicolo per il trasporto di persone fino a 8 posti oltre il conducente (categoria M1) nuovo di fabbrica con emissioni inquinanti di CO2 inferiori a 70 g/km e prezzo da listino ufficiale della casa produttrice inferiore a 50.000 euro (Iva esclusa).

L’importo del contributo varia a seconda della presenza o meno della contestuale consegna per la rottamazione di un veicolo della stessa categoria omologato alle classi Euro 1, Euro 2, Euro 3 o Euro 4.

Il venditore riconosce il contributo all’acquirente sotto forma di sconto sul prezzo di acquisto. Successivamente l’impresa costruttrice o importatrice dell’auto rimborsa l’importo al venditore e lo recupera a sua volta sotto forma di credito d’imposta da utilizzare in compensazione. La risoluzione chiarisce che il costruttore del veicolo è il soggetto che detiene l’omologazione dell’auto e che ne rilascia all’acquirente la dichiarazione di conformità.

È prevista anche una nuova detrazione fiscale del 50%, su un ammontare complessivo non superiore a 3.000 euro da ripartire in dieci quote annuali di pari importo, per le spese di acquisto e installazione di punti di ricarica per i veicoli elettrici sostenute dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021. La risoluzione chiarisce che la detrazione dell’imposta sui redditi spetta sia ai soggetti Irpef sia ai soggetti Ires e viene riconosciuta anche per gli acquisti effettuati dai condomini.

Dalle Entrate arrivano, inoltre, i chiarimenti relativi agli incentivi per l’acquisto di motoveicoli elettrici o ibridi nuovi e la contestuale consegna per la rottamazione del veicolo appartenente alle categorie Euro 0, Euro 1 o Euro 2.

Gli acquirenti che nel corso del 2019 comprano in Italia un veicolo elettrico o ibrido nuovo di fabbrica (potenza inferiore o uguale a 11 kW, delle categorie L1 e L3) e che consegnano per la rottamazione un veicolo delle stesse categorie di cui siano proprietari o utilizzatori (leasing finanziario) da almeno 12 mesi è riconosciuto un contributo pari al 30% del prezzo di acquisto fino a un massimo di 3.000 euro.

La legge di Bilancio 2019 ha introdotto un’imposta sull’acquisto di autovetture nuove con emissioni di anidride carbonica superiori a 160 CO2 g/km (Ecotassa). L’imposta è dovuta da chi acquista, anche in locazione finanziaria, e immatricola in Italia un veicolo nuovo di categoria M1 con emissioni di CO2 superiori alla soglia stabilita dal 1° marzo 2019 e fino al 31 dicembre 2021. La risoluzione chiarisce che l’imposta è dovuta entro la data di immatricolazione del mezzo. L’imposta, il cui importo è parametrato in base a 4 scaglioni di emissioni di CO2, va versata tramite F24 da parte dell’acquirente del veicolo o da chi richiede l’immatricolazione.

 

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