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Il Tribunale di Cuneo in primo grado, ha condannato alla pena dell’ammenda per il reato di abbandono di animali (di cui all’art. 727 c.p.), il titolare di diverse aziende agricole

Secondo l’accusa l’uomo deteneva 63 asini, in condizioni incompatibili con la loro natura, nonché produttive di gravi sofferenze fisiche; in particolare 12 di essi erano stati rinvenuti in evidenti difficoltà di deambulazione per le unghie eccessivamente lunghe; addirittura un asino non era neppure in grado di reggersi in piedi e perciò di affrontare i lunghi viaggi tra le predette aziende.

La pronuncia della Cassazione

Dopo l’introduzione dei delitti contro il sentimento degli animali nel codice penale, l’ambito di operatività dell’art. 727 risulta ora circoscritto all’abbandono di animali domestici o che abbiano acquisito abitudine alla cattività ed alla detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.
Al riguardo, è stato ripetutamente affermato che la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali, specificando che assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione, prendendo in considerazione situazioni quali, ad esempio, la privazione di cibo, acqua e luce, o il trasporto di bovini stipati in un furgone di piccole dimensioni e privo d’aria.
Nella specie, il Tribunale aveva posto in evidenza come agli animali, per la lunghezza delle unghie, era impedita o comunque, resa particolarmente difficoltosa la deambulazione, tanto che uno di essi non riusciva neppure ad alzarsi dal camion ove si trovava, esponendoli a grossi rischi durante l’alpeggio, dovendosi muovere su un terreno che non è certo piano.

Il principio di diritto

Per tali ragioni, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto che la detezione in tali condizioni, indipendentemente dalla conduzione o meno degli animali all’alpeggio, fosse, senza dubbio incompatibile con la loro natura, nonché produttiva di gravi sofferenze, “dovendosi ritenere come tali, non necessariamente quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche in meri patimenti” (Cass., Sez. III n. 175/2007).
Per tali motivi è stato affermato il seguente principio di diritto: “anche la detenzione di un animale in condizioni tali da costringerlo ad un portamento innaturale, tale da impedire o rendere difficoltosa la deambulazione o dal mantenere la posizione eretta e stabile, integra la violazione dell’art. 727 c.p.”.

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Il Giudice di Pace di Siracusa ha chiarito che quando sbuca un animale sulla carreggiata di una autostrada, priva di recinzione, il concessionario risponde ai sensi dell’art. 2051 c.c., potendosi liberare da tale responsabilità solo fornendo la prova del caso fortuito

La vicenda

Un automobilista aveva citato in giudizio l’ente concessionario dell’autostrada sulla quale stava viaggiando, allorché investiva un cane che vagava sulla carreggiata, priva di recinzione, riportando ingenti danni al veicolo.
Nella specie chiedeva la condanna dell’ente convenuto al pagamento, in suo favore, della somma di 2.500 euro oltre interessi, per il danno citato.
Quest’ultimo si costituiva in giudizio, negando la propria responsabilità e chiedendo il rigetto della domanda.

L’insidia autostradale

Ai fini della soluzione della controversia in esame, il Giudice di Pace adito, fa menzione di alcune recenti sentenze della Cassazione in materia di responsabilità del gestore autostradale, ove è stata operata una importante precisazione in tema di responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. distinguendo due diversi tipi di insidia:
la prima attiene alle situazioni di pericolo “imminente connesso alla struttura o alle pertinenze dell’autostrada” (ad es. irregolarità del manto stradale, insufficienza delle protezioni laterali, segnaletica insidiosa o contraddittoria);
la seconda si riferisce alle situazioni di pericolo “provocato dagli stessi utenti ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa, che pongano a repentaglio l’incolumità degli utenti e l’integrità del loro patrimonio” (ad esempio, perdita di oggetti da parte di veicoli in transito, formazione di ghiaccio sul manto stradale, perdita di sostanze oleose da parte di veicoli in transito).
Ricorrendo la prima ipotesi, sarà sempre applicabile l’art. 2051 c.c., mentre nella seconda ipotesi la responsabilità del gestore sarà disciplinata dall’art. 2043 c.c., con la conseguenza che la vittima dell’insidia avrà l’onere di provare, secondo i criteri generali previsti dal codice civile, l’imprevedibilità e l’inevitabilità del pericolo.

L’obbligo di recinzione della sede autostradale

Ad ogni modo che si tratti di un caso o dell’altro, per sostenere che la concessionaria sia in difetto, occorre chiarire se, per evitare simili episodi, sussista l’obbligo di recintare il percorso: unico modo per evitare l’ingresso “abusivo” di animali (o persone).
Ebbene, se nel vecchio codice della strada non vi era alcuna previsione normativa che disponesse in capo al proprietario o al concessionario di installare, lungo l’itinerario la rete di recinzione, con il nuovo codice la prospettiva è cambiata.
Tale obbligo è espressamente previsto all’art. 2, comma 3, lett a) del d.lgs. n. 285/1992.
Dunque, se con il vecchio codice l’utente non poteva fare alcun “affidamento di viaggiare in un luogo sicuro, posto che qualche animale avrebbe potuto saltare la recinzione e penetrare nella sede autostradale” (Cass. n. 385/69), ora, la situazione è cambiata.
«Affermando che l’obbligo di installazione e, conseguentemente, di manutenzione e di regolazione tecnica della circolazione non è altro che un particolare atteggiarsi del dovere di custodia si finisce col ritenere applicabile pienamente l’art. 2051c.c., laddove l’evento dannoso sia dipeso da una situazione del bene demaniale rispetto alla quale il dovere di custodia risulta specificato da doveri in capo alla pubblica amministrazione».

La decisione

Di recente poi, la Cassazione (Cass. civ. n. 298/2003), rafforzando questa posizione, ha ritenuto per le autostrade, destinate alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza, che l’apprezzamento relativo alla effettiva “possibilità” del controllo alla stregua degli indicati parametri, non può che indurre a ravvisare la configurabilità di un rapporto di custodia per gli effetti di cui all’art. 2051 c.c.
In conclusione, quando sbuca un animale sulla carreggiata il custode dovrà dimostrare che per un accidente (caso fortuito) sulla recinzione si è creato un varco. In tutti gli altri casi, l’autostrada si addosserà i danni.
Per tali motivi le richieste risarcitorie del ricorrente sono state accolte.

La redazione giuridica

 
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abbandono di animali

La Cassazione (sent. n. 1510/2019) ha confermato la sentenza dei giudici di merito con la quale era stata condannata per abbandono di animali una donna trovata con 33 gatti in casa in condizioni pietose

Il Tribunale di Milano, con propria sentenza, condannava una donna giudicata responsabile del reato di abbandono di animali (di cui all’art. 727 cod. pen.) perché deteneva presso il proprio appartamento di abitazione 33 gatti in modalità tali da arrecare gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, in ragione delle condizioni di sovraffollamento degli animali e di pessime condizioni di igiene dei luoghi.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputata, a mezzo del proprio difensore di fiducia, rilevando in quale errore sarebbe incorso il giudice di primo grado che aveva “tratto dalle condizioni ambientali in cui erano tenuti gli animali, attraverso una sorta di automatismo argomentativo, la sussistenza di sofferenze a carico degli animali, senza accertare la sussistenza di un effettivo nocumento sofferto dagli stessi, anche nella forma del semplice patimento, né tanto meno la gravità delle sofferenze”.

Con il secondo motivo deduceva il vizio di motivazione e il travisamento della prova, posto che il Tribunale avrebbe valutato solo parzialmente le prove offerte in giudizio: ad esempio non avrebbe valutato la planimetria dell’appartamento, le allegazioni fotografiche ritraenti gli animali in epoca precedente l’accertamento, le fatture di acquisto del cibo differenziato anche per età degli animali che – a sua detta – comprovavano la cura e l’attenzione che ella ci metteva.

La decisione della Cassazione

Secondo i giudici della Suprema Corte, i motivi di ricorso sono inammissibili.

Nei motivi in esame – affermano – si espongono, in sostanza, censure puramente contestative le quali si risolvono in una mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata, sulla base di diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, senza individuare vizi di logicità; ricostruzione e valutazione, quindi, precluse in sede di giudizio di cassazione (cfr. Sez. 1, 16.11.2006, n. 42369; sez. 6, 3.10.2006, n. 36546; Sez. 3, 27.9.2006, n. 37006).

E’ stato inoltre condivisibilmente affermato (Sez.4, n. 18167 del 2017, non mass.) che la detenzione di animali integrante la fattispecie di cui all’art. 727 cod.pen, costituendo reato (sia pure contravvenzionale), rientra nell’ipotesi di cui all’art. 240 comma 2 n. 2 del codice penale (in base al quale, come è noto, deve sempre essere ordinata la confisca delle cose, la detenzione delle quali costituisca reato, a meno che esse non appartengano a persone estranee al reato).

Ne consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso, con condanna della donna anche al pagamento delle spese del procedimento.

La redazione giuridica

 

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calura estiva

Dall’Ausl di Modena un vademecum per far fronte alla calura estiva che in questi giorni colpisce anche i nostri amici a quattro zampe

La calura estiva di questi giorni sta mettendo a dura prova anche gli animali. I cani, in particolare, risentono molto più degli uomini dei rialzi termici e i colpi di calore possono essere anche mortali. Essi  non hanno infatti una significativa sudorazione. La funzione termoregolatrice avviene soprattutto con l’aumento della frequenza respiratoria e in piccola parte mediante le ghiandole presenti nei polpastrelli.

“Mentre i gatti si muovono con una discreta autonomia sia in casa che in giardino riuscendo sempre a trovare un luogo più fresco non è detto che il cane riesca a fare la stessa cosa”. Lo afferma Giovanni Zecchini, Direttore del Servizio Veterinario dell’AUSL di Modena.

Per far fronte al grande caldo l’Azienda sanitaria emiliana ha diramato una nota in cui vengono dispensati una serie di consigli.

Ad esempio è molto importante che il cane abbia sempre acqua fresca abbondante, conservata all’ombra, e una cuccia coibentata e protetta dal sole. Nelle giornate più calde, inoltre, è buona norma mettere a disposizione una vasca per permettere al cane di rinfrescarsi. Durante le passeggiate, necessarie per assecondare il bisogno di correre, è bene avere al seguito una riserva di acqua.

Attenzione anche all’asfalto bollente: può bruciare i polpastrelli degli amici a quattro zampe.
Durante i viaggi lunghi si raccomanda di prevedere alcune soste, utili per il ristoro di animali e padroni.

Vi sono poi alcuni comportamenti assolutamente da evitare. Tra questi, portare fuori il cane nelle ore più calde, nonché lasciarlo al sole o in macchina, nemmeno con i finestrini abbassati. Sbagliato anche tagliare il pelo al cane: procura stress ed espone il corpo all’azione diretta del sole, mentre proprio il pelo ha un’importante azione termoisolante.

Occhio infine all’alimentazione. La ciotola va svuotata con cura dai residui rimasti perché con il caldo il cibo può fermentare ed essere invaso da larve di mosche. Gli alimenti in scatola o in sacchi vanno conservati in luogo fresco.

 

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Attenzione a ciò che diamo da mangiare ai nostri amici a quattro zampe. La scelta sbagliata degli alimenti, o ingredienti non salutari possono essere anche fatali.

Ce lo dimostrano le ultime notizie di cronaca che arrivano dagli Stati Uniti.

La Rachael Ray “Nutrish”, produttore statunitense di cibo per animali, ha ritirato dal mercato cinque varietà di cibo umido per gatti a causa degli elevati livelli di vitamina D che potenzialmente possono causare gravi problemi di salute per gli animali. Il richiamo è stato avviato a seguito di diverse segnalazioni da parte dei proprietari che vedevano stare male o addiritura morire i propri animali dopo aver mangiato certi cibi. Ce lo racconta lo Sportello dei diritti: i sintomi sono quelli di una affezione ai reni: vomito, diarrea, aumento della sete e della minzione, tremori muscolari o convulsioni entro 12 a 36 ore. La lista delle marche e dei prodotti ritirati dal mercato si trova sul sito della Nutrish Rachael Ray (www.nutrishforpets.com/news).

Secondo Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei diritti, il Ministero per la salute comunque dovrebbe diramare una circolare affinché le ASL controllino i petshop.  Potenzialmente infatti potrebbero comunque essere coinvolte altre marche anche in Italia poichè potrebbero giungere in Italia questi prodotti sfusi per poi essere inscatolati. Occorrerà prestare la massima attenzione agli acquisti via internet anche su siti stranieri e negozi online come Pet360, Amazon e Walmart e a quanto acquistato da ora ai prossimi mesi. Come gia’ detto, nessun prodotto dovrebbe giungere nei nostri negozi, perché i prodotti già in viaggio verso l’Europa dovrebbero essere stati bloccati e rispediti indietro.

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