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appello

tardiva impugnazione

Non è sufficiente contestare il ritardo dell’avvocato nel proporre l’atto di appello; per ottenere il risarcimento dei danni è necessario provare l’esito favorevole del processo in caso di corretto adempimento del mandato professionale

La vicenda

La Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva rigettato la domanda di risarcimento danni per responsabilità professionale avanzata da due clienti nei confronti dell’avvocato che li aveva difesi in due giudizi (aventi ad oggetto la richiesta di assegno di invalidità) risoltisi negativamente.

Questi ultimi avevano conferito mandato al predetto difensore perché proponesse appello nei confronti dell’INPS per il riconoscimento in loro favore dell’assegno di invalidità; tuttavia, in primo grado il ricorso era stato rigettato, in seguito ad espletata CTU, per carenza dell’invocata invalidità; l’appello invece, veniva dichiarato inammissibile perché proposto fuori termine.

La corte d’appello di Reggio Calabria ha tuttavia, escluso la responsabilità professionale dell’avvocato osservando che, per costante giurisprudenza, per verificare il colpevole inadempimento dell’avvocato al mandato ricevuto ed il conseguente diritto del cliente al risarcimento del danno subito, è necessario effettuare un calcolo probabilistico sull’esito favorevole della decisione ove ben coltivata dal difensore, dovendo in caso contrario, disattendere la richiesta risarcitoria.

La decisione

Nel caso in esame, pur nel comprovato e non contestato ritardo con cui il legale aveva proposto appello alla decisione di primo grado, non era tuttavia, emersa agli atti la prova che, ove l’avesse proposto nei termini, l’esito sarebbe stato probabilmente favorevole ai due clienti.

Peraltro, a fronte delle conclusioni del giudice di primo grado circa l’insussistenza del requisito della invalidità, i due ricorrenti non avevano neppure fornito documentazione atta a provare il contrario e dunque idonea a contrastare sul punto le conclusioni negative del CTU.

In definitiva, nessuna sanzione sarà posta a carico dell’avvocato per il preteso inadempimento professionale, così ha deciso la Cassazione con la sentenza n. 17414/2019.

La redazione giuridica

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PROCURA ALLE LITI INSESISTENTE: L’AVVOCATO PAGA LE SPESE PROCESSUALI

contro la sentenza di non luogo a procedere

La L. n. 103 del 2017, nota anche come riforma Orlando, ha modificato l’art. 428 c.p.p., cosicché oggi, contro la sentenza di non luogo a procedere è possibile proporre, quale mezzo di impugnazione, soltanto l’appello e non più il ricorso per cassazione

La vicenda

Con il provvedimento del GIP presso il Tribunale di Bergamo, che aveva pronunciato sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’imputato per il reato di abbandono di minore, il Pubblico Ministero proponeva ricorso per Cassazione, deducendo la violazione di legge in relazione agli artt. 591 e 425 c.p.p..

A sua detta, la sentenza impugnata era stata emessa al di fuori dei presupposti normativi per l’emanazione del giudizio di non luogo a procedere, essendo state invece, anticipate le valutazioni sulla responsabilità dell’imputato, che non competono al giudice per l’udienza preliminare.

Ma il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ha chiesto la conversione del ricorso in appello, dovendosi applicare, nel caso di specie, la nuova L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., stabilendo che contro la sentenza di non luogo a procedere è proponibile solo l’appello e non più il ricorso per cassazione.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno stabilito che il ricorso dovesse essere convertito in appello, alla luce della citata novella legislativa, il cui art. 1, comma 38, ha sostituito – a decorrere dal 3 agosto 2017, data dell’entrata in vigore del provvedimento normativo – l’art. 428 c.p.p., comma 1, nella parte in cui prevedeva la ricorribilità della sentenza pronunciata a norma dell’art. 425 c.p.p., stabilendo che la stessa è oggi appellabile dalle parti legittimate, tra le quali il Procuratore Generale.

Ed infatti, il provvedimento impugnato era stato emesso in data successiva all’entrata in vigore della nuova formulazione dell’art. 428 c.p.p., sicché esso è stato ritenuto appellabile e non ricorribile dinanzi alla Corte di Cassazione.

Non si tratta di un ricorso per saltum

Non era neppure configurabile, nel caso di specie, una ipotesi ricorso immediato, c.d. per saltum, posto che, come è stato già affermato dall’ordinanza della Quarta Sezione n. 29520 del 2018 esistono ragioni ostative a tale opzione interpretativa.

Gioca in tal senso, anzitutto, il tenore letterale della disposizione di cui all’art. 569 c.p.p., comma 1: il ricorso per saltum, infatti, è previsto da tale norma solo avverso le sentenze di primo grado e non, quindi, per ogni tipo di decisione del giudice.

E in ogni caso, sul punto la Corte di legittimità ha già affermato che, nel vigente ordinamento processuale, il ricorso per saltum è limitato alla sola fase della cognizione, come si desume dalla lettera del richiamato art. 569 c.p.p., comma 1, che attribuisce tale facoltà alla parte che ha diritto ad appellare la sentenza di primo grado (cfr. Sez. 6 ord. n. 9970 del 15/02/2005) e, dunque, il provvedimento con cui si chiude il giudizio di cognizione di primo grado.

Ulteriore conferma emerge dal confronto tra il testo dell’art. 428 c.p.p., precedente alla modifica legislativa di cui alla L. n. 46 del 2006, e quello attuale, consegnato all’interprete dalla citata novella del 2017.

Ebbene, l’art. 428 c.p.p., ante L. n. 46 del 2006, prevedeva l’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere e, al comma 4; prevedeva, altresì, espressamente, anche la possibilità, per il Procuratore della Repubblica, il Procuratore Generale e l’imputato, di proporre ricorso immediato per cassazione a norma dell’art. 569 c.p.p.

Il principio di diritto

Tale possibilità, oggi, «non è stata reintrodotta nel novellato art. 428 c.p.p., nonostante il ripristino dell’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere, sicché appare corretto ritenere che il legislatore abbia voluto evitare di ripercorrere le tracce passate della procedura di impugnazione delle sentenze di non luogo a procedere, bensì abbia voluto circoscriverne la possibilità alla cognizione di merito, sottraendo alla Cassazione una porzione non minima di contenzioso, nell’ottica di alleviarne i carichi e diminuirne le competenze non collegate direttamente al suo ruolo di giudice dell’interpretazione nomofilattica».

In conclusione, è stato affermato il seguente principio di diritto: la sentenza di non luogo a procedere emessa, ai sensi dell’art. 425 c.p.p., in epoca successiva all’entrata in vigore della L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., comma 1, è appellabile e non ricorribile per cassazione, neppure con ricorso per saltum; sicché il ricorso proposto in sede di legittimità avverso tale sentenza deve essere qualificato come appello.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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APPELLO INAMMISSIBILE SE NON C’E’ CORRELAZIONE CON LA SENTENZA IMPUGNATA

il danneggiante

Il ricorrente aveva citato in giudizio il danneggiante e la compagnia di assicurazione al fine di ottenere il risarcimento dei danni sofferti in conseguenza dell’incidente stradale di cui era rimasto vittima

La vicenda giudiziaria

In primo grado si era costituita la sola società di assicurazione, era perciò rimasto contumace il danneggiante; il Tribunale aveva riconosciuto la responsabilità di quest’ultimo, liquidando a favore del ricorrente un risarcimento danni di 46.800 Euro.

L’appello presentato dall’assicurazione, verteva unicamente sul quantum del danno, lasciando dunque passare in giudicato l’aspetto relativo alla ritenuta responsabilità dell’assicurato.

E la corte territoriale, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riduceva l’ammontare del danno liquidato anteriormente.

Il ricorso per Cassazione

Con un primo motivo di ricorso, il danneggiato denunciava la violazione del litisconsorzio necessario, in quanto il giudizio di appello si era svolto senza la partecipazione del proprietario del veicolo, citato in primo grado ed ivi rimasto contumace.

A detta del ricorrente la partecipazione del proprietario del veicolo doveva ritenersi imposta a pena di nullità della sentenza, in quanto quest’ultimo ha sempre interesse ad un giudizio in cui si discute del danno da lui cagionato.

E invece, sebbene richiesta in appello una integrazione del contraddittorio, la corte territoriale nulla aveva disposto al riguardo.

Diversamente, l’assicurazione eccepiva che non vi era stata alcuna violazione del litisconsorzio, proprio perché l’appello verteva soltanto sul quantum del danno, e dunque non v’era effettivo interesse del proprietario del veicolo, il quale volutamente non era stato citato, proprio per evitargli aggravi di spese ulteriori.

Ma i giudici della Cassazione hanno accolto il ricorso principale.

In tema di assicurazione obbligatoria per responsabilità civile da circolazione di veicoli a motore, allorché l’assicuratore proponga appello, sia pure limitato al “quantum debeatur”, nei confronti del solo danneggiato, che aveva promosso azione diretta, si impone sempre il litisconsorzio necessario del proprietario del veicolo assicurato, essendo evidente l’interesse di questo a prendere parte al processo allo scopo di influire sulla concreta entità del danno, di cui egli potrebbe rispondere in via di rivalsa verso il medesimo assicuratore (Cass. 9112/2014), e ciò anche nel caso in cui il proprietario del veicolo sia rimasto contumace in primo grado ed anche se non abbia formulato domanda di manleva verso l’assicuratore (Cass. 3621/2014).

Invero, l’interesse del danneggiante a partecipare al giudizio di appello, pur essendo rimasto contumace in primo grado, deriva proprio dalla impugnazione fatta dalla sua assicurazione.

Nè, per come è ovvio, può essere la compagnia di assicurazione, che propone appello, a stabilire se in concreto poi il proprietario del veicolo abbia interesse o meno e qual sia la condizione che a questi convenga, in quanto il litisconsorzio è necessario proprio perché in astratto è sempre nell’interesse del proprietario del veicolo di partecipare al giudizio, ed è rimessa a costui poi la decisione se l’effettiva partecipazione sia o meno nel suo interesse.

Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11215/2019.

La redazione giuridica

 

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REVISIONE DELLA PATENTE DOPO UN GRAVE INCIDENTE STRADALE: AUTOMATISMO?

Non è sufficiente che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, perché sia ammissibile e neppure sono sufficienti “frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche”, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato”

La vicenda

La Corte d’appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta, per insufficiente specificazione dei motivi dell’atto di appello e, per l’effetto aveva ordinato l’immediata esecuzione della sentenza di condanna.
Ma per la difesa tale giudizio era errato posto che “se alla specificità non c’è limite, a quale livello si deve collocare l’asticella della determinatezza”?
Ed ancora, -si domandava il ricorrente -, “fermo restando che la generica affermazione di una sentenza ingiusta e di una decisione errata, non è in grado di individuare l’oggetto del giudizio d’appello, qual è l’elemento che consente di ritenere specificato il rapporto tra motivo e richiesta”?
Temendo che lo strumento dell’inammissibilità potesse diventare “di fatto” un mezzo anomalo per la deflazione dei carichi di lavoro, soprattutto nelle Corti d’appello con un notevole ruolo di cause, la difesa osservava come, nel caso di specie, erano stati pienamente rispettati tutti i requisiti previsti dal codice di rito in materia di impugnazioni.
Invero, nel ricorso difensivo, chiedevano al giudice di secondo grado di applicare la pena nel minimo, riconoscendo l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Il gravame, in altre parole, era stato fondato sul rilievo che il primo giudice avesse irrogato una pena eccessiva, violando il principio di proporzionalità della sanzione, per non aver preso in considerazione gli elementi di cui all’art. 133 c.p.

Il giudizio della Cassazione

Ma anche per i giudici della Cassazione, l’appello era inammissibile; e, quanto agli interrogativi posti dal difensore dell’imputato, così rispondono: «è il caso di ricordare che la questione del tasso di specificità dei motivi di appello, ai fini dell’esercizio dei poteri conferiti al giudice dell’impugnazione di dichiarare l’inammissibilità del gravame per genericità dei motivi, è stata esaminata dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione che, con la sentenza Galtelli, hanno impartito un chiaro insegnamento in proposito, tanto più illuminante in quanto parametrato alla disciplina processuale ratione temporis vigente».
In proposito, le Sezioni Unite hanno espresso il principio secondo il quale l’appello, al pari del ricorso per cassazione, è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della decisione impugnata, fermo restando che tale onere di specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente proporzionale alla specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel provvedimento impugnato.
La specificità dei motivi trova fondamento nel fatto che essi non sono diretti all’introduzione di un nuovo giudizio, avulso da quello di primo grado, ma sono invece, diretti ad attivare uno strumento di controllo, su specifici punti e per specifiche ragioni della decisione impugnata, con la conseguenza che deve sussistere una necessaria correlazione tra la decisione censurata e l’atto di impugnazione.
Con la conseguenza che non è sufficiente, ai fini della valutazione di ammissibilità, che ai motivi di appello vengano aggiunte «frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato” e l’indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito».

Non basta la mera volontà impugnatoria!

Detto in termini ancora più espliciti, affinché un capo della sentenza possa ritenersi validamente impugnato, non basta che l’atto di appello manifesti una volontà latu sensu impugnatoria, come la difesa sembrava ritenere, ma occorre esso si confronti concretamente con il capo o il punto impugnato mediante la stesura di precise e puntuali argomentazioni che, contrapponendosi alla motivazione della sentenza impugnata, puntino a disarticolarne il fondamento logico-giuridico.
Si tratta di un principio di diritto confortato dall’attuale assetto normativo, modificato dalla legge n. 103 del 2017, richiedendo che l’atto di impugnazione contenga, a pena di inammissibilità, l’enunciazione specifica di tutti i requisiti indicati nell’art. 581 c.p.p.
Nel caso in esame, di contro, il ricorrente si era del tutto disinteressato, con l’atto di appello, delle ragioni che avevano indotto il Tribunale a quella decisione.
Per tali motivi non poteva che derivarne la sua inammissibilità.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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MANCATA COMPARIZIONE DEL DIFENSORE IN GIUDIZIO: APPELLO IMPROCEDIBILE

mancata comparizione

Ricorso improcedibile per mancata comparizione del difensore alle due udienze fissate a norma dell’art. 348 c.p.c., comma 2: presunto caso di “ingiusto” processo?

La vicenda

Nel 2017 la Corte d’appello di Roma aveva dichiarato improcedibile l’appello proposto dalla parte soccombente nel giudizio di primo grado, per mancata comparizione del proprio difensore alle due udienze fissate ai sensi dell’art. 348 c.p.c., comma 2.

Il ricorso per Cassazione

Con un primo motivo di impugnazione il ricorrente denunciava la nullità della citata sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 156 c.p.c., comma 2.

A tal proposito, aveva invocato anche l’art. 111 Cost.

Ed infatti, in forza di una corretta interpretazione del principio costituzionale del “giusto processo” di cui all’art. 111 Cost., non sarebbe “giusto” qualunque processo che si limiti ad essere formalmente regolare: “giusto processo” è invece, una formula cui è assegnato “il significato pratico di processo coerente con quei valori di civiltà giuridica, che in un determinato contesto storico sono espressi o condivisi dalla collettività, id est dal popolo in nome del quale la giustizia viene amministrata ai sensi dell’art. 101 Cost., comma 1”.

In quest’ottica, l’applicazione meccanica e immediata dell’improcedibilità a norma dell’art. 348 c.p.c., comma 2, si tradurrebbe – a detta del ricorrente – in “una falsa e strumentale applicazione della norma che lede i più elementari principi costituzionali”. Ciò per tre ordini di ragioni.

La prima deriva da un principio cardine del processo civile per cui: non può esservi nullità di un atto processuale se questo ha raggiunto il suo scopo.

La “seconda ragione” risiederebbe nel fatto che le norme processuali dovrebbero comunque essere interpretate nel senso di far raggiungere una decisione in merito: ciò perché “costituiscono solo lo strumento per garantire la giustizia della decisione, non il fine stesso del processo” (S.U. 12 dicembre 2014 n. 26242).

La “terza ragione” consiste, invece, nel fatto che il diritto processuale (come anche quello sostanziale) deve “essere interpretato alla luce delle regole sovranazionali imposte dal diritto comunitario”.

Ebbene, l’art. 6 CEDU sancisce il principio della effettività della tutela giurisdizionale; nell’interpretazione di quest’ultima norma, la Corte di Strasburgo “ha ripetutamente affermato che il principio di effettività della tutela giurisdizionale va inteso quale esigenza che la domanda di giustizia dei consociati debba, per quanto possibile, essere esaminata sempre e preferibilmente nel merito“, evitandosi quindi gli eccessi di formalismo, con particolare riferimento all’ammissibilità e alla ricevibilità dei ricorsi.

Ma è proprio così?

I giudici della Cassazione non sono d’accordo e pertanto, hanno respinto il ricorso per i motivi che seguono.

Una prima preliminare precisazione viene fatta in relazione all’ all’applicazione dell’art. 348 c.p.c., che disciplina appunto l’improcedibilità dell’appello ed in particolare, il comma 2 secondo il quale “Se l’appellante non compare alla prima udienza, benché si sia anteriormente costituito, il collegio, con ordinanza non impugnabile, rinvia la causa ad una prossima udienza, della quale il cancelliere dà comunicazione all’appellante. Se anche alla nuova udienza all’appellante non compare, l’appello è dichiarato improcedibile anche d’ufficio”.

Ebbene, nel ricorso proposto dall’originario attore si leggeva: “Il difensore dell’odierno ricorrente non si è presentato alla prima udienza per un disguido col suo sostituto e non ricevendo l’avviso ex art. 348 c.p.c., comma 2, non si è presentato nemmeno alla seconda udienza fissata a breve scadenza dalla prima, pervenendo così il processo all’applicazione automatica dell’improcedibilità dell’appello”.

Per la Cassazione, questo passo è palesemente generico per quanto concerne sia il “disguido” sia la pretesa mancata ricezione dell’avviso. Il ricorrente, infatti, non dà alcuna indicazione delle ragioni per cui non aveva ricevuto il predetto avviso.

Peraltro nello stesso ricorso il ricorrente lamentava l’avvenuta violazione del principio processual civilistico del “raggiungimento dello scopo” dell’atto.

Eppure a detta degli Ermellini – tale assunto non è corretto posto che il difensore non era comparso in nessuna delle due udienze e perciò non si vede come possa dirsi raggiunto lo scopo. E neppure è sostenibile ritenere che lo scopo della norma fosse stato raggiunto con la proposizione dell’appello.

Errata sarebbe anche l’asserita violazione dei principi costituzionali ed eurounitari.

Il principio – afferma la Suprema Corte – non è discutibile sotto alcun profilo, dal momento che le norme di rito sono ontologicamente strumentali, e disciplinano appunto lo strumento processuale che è garantito dall’ordinamento per la tutela effettiva del diritto sostanziale. Ma proprio per garantire quest’ultima il processo non può non essere regolato, per evitare che ne sia fatto abuso e che quindi la complessiva macchina giudiziaria sia inceppata e rallentata (…). L’applicazione corretta di norme di rito, a ben guardare, se queste sono rispettose dei principi del giusto processo, costituisce il più efficiente strumento di tutela delle norme sostanziali.

Corrispondente, allora, al principio del giusto processo (di cui al comma 1 dell’art. 111 Cost e all’art. 6 CEDU) è il contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo ed imparziale.

Ma la legge deve anche garantire “la ragionevole durata” di tale esercizio del contraddittorio tra le parti e della conseguente attività giurisdizionale.

La ragionevole durata del processo nel processo civile

Se una parte, allora, pur avendo dato impulso mediante la proposizione di un’impugnazione ed essersi costituita, per due volte di seguito non compare davanti al giudice, è ragionevole ritenere che l’impulso sia venuto meno, poiché altrimenti si conferirebbe all’appellante la facoltà di rallentare lo svolgimento del processo dopo che questo già per due udienze lo ha “atteso” per lo sviluppo del contraddittorio e la susseguente decisione giurisdizionale: e quindi un siffatto rallentamento supererebbe sine dubio i confini della ragionevole durata del processo.

Ed infatti, l’unica eccezione limite individuabile nell’applicazione di questo canone temporale racchiuso nell’art. 348 c.p.c., comma 2, sarebbe l’esistenza di una sopravvenuta oggettiva impossibilità dell’appellante di comparire in quelle due udienze, ovvero la “causa non imputabile” cui fa riferimento, per i termini perentori, l’art. 153 c.p.c..

Ma di una simile impossibilità oggettiva, il ricorso non faceva alcun cenno.

Per tali ragioni il ricorso è stato rigettato con conseguente condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

 

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TERMINE BREVE PER L’APPELLO: STESSA DECORRENZA PER LE PARTI IN CAUSA?

termine

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con la sentenza in commento (n. 6278/2019), hanno ricomposto il contrasto giurisprudenziale esistente in materia di decorrenza del termine breve per impugnare. Stessa decorrenza o tempi diversi per la parte notificante e per il destinatario della notifica?

La vicenda

Il ricorrente aveva denunciato con ricorso per Cassazione la nullità della sentenza impugnata, per avere la corte territoriale ritenuto che il termine breve per l’impugnazione decorresse per la parte notificante dal momento del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, piuttosto che dal momento della consegna della copia della sentenza, all’ufficiale giudiziario notificatore.

Tale conclusione -sarebbe in evidente contrasto sia col principio per cui il termine suddetto decorre dal momento in cui si ha conoscenza legale del provvedimento da impugnare, sial col principio fissato dall’art. 149 c.p.c., secondo cui la notifica si perfeziona per il notificante con la consegna del plico all’ufficiale giudiziario.

I giudici della Cassazione cui è stata rimessa la soluzione al quesito giuridico non hanno potuto sottrarsi dal rilevare l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

Due sarebbero gli orientamenti contrapposti.

Secondo una prima interpretazione, di cui è espressione la sentenza n. 883/2014, il dies a quo del termine breve andrebbe individuato nel momento in cui il notificante consegna all’ufficiale giudiziario la sentenza o l’atto di impugnazione da notificare, essendo detta consegna un fatto idoneo a provare in modo certo, e con data certa, la conoscenza della sentenza da parte dell’impugnante, in applicazione analogica del principio di cui all’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.

Un secondo orientamento, nel quale si iscrive la sentenza n. 9258 del 201,  afferma invece, che la bilateralità degli effetti della notifica della sentenza per il notificante e per il destinatario implica contestualità degli effetti e, quindi, decorrenza del termine breve dalla medesima data.

Per i giudici della Cassazione, i due orientamenti sono insuscettibili di essere ricondotti ad unità e, in linea di principio, entrambi sostenibili.

Ed invero, il riferimento alla “notificazione” contenuto nell’art. 326 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, potrebbe essere correlato tanto al principio della “presunzione di conoscenza” della sentenza, che incombe su tutte le parti coinvolte nel procedimento di notifica, quanto al principio, di creazione dottrinale, dell’effetto bilaterale della notifica che presuppone, invece, il completamento del procedimento di notificazione.

Così il caso è stato rimesso alle Sezioni Unite, al fine di verificare quale dei due principi (quello della “presunzione di conoscenza” della sentenza da impugnare o quello della “bilateralità sincronica” degli effetti della notificazione della sentenza) garantisca meglio coerenza e razionalità del sistema normativo.

Il quesito giuridico

Il quesito giuridico sottoposto al Supremo Collegio è il seguente: se in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c. decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.

Ebbene, le Sezioni Unite dopo aver compiuto una attenta disamina dell’attuale configurazione codicistica del termine c.d. “breve” per impugnare, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c., decorre anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti ”.

La ragione è semplice, ma non scontata. La decorrenza del termine breve non è correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c.; essa, deve essere piuttosto ricondotta (ed è la stessa legge a farlo !) al sollecito, indirizzato da una parte all’altra, al fine di ottenere una decisione rapida cioè entro il termine breve previsto dalla legge, in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnazione.

Tale sollecito non può che essere veicolato per il solo tramite del paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito” ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c. (Cass. Sez. Un. n. 12989/2011).

Una diversificazione del termine per impugnare non sarebbe sostenibile per le ragioni che seguono.

Innanzitutto è lo stesso tenore letterale della norma (art. 326, primo comma c.p.c.) che collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla «notificazione della sentenza» ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica.

L’assunto, trova poi, ulteriore conferma nella sentenza n. 477/2002 pronunciata dai giudici della Corte costituzionale.

In tale occasione, il Giudice delle leggi ha palesemente ritenuto irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole, al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali. Perciò ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un ‘attività riferibile a soggetti da lui diversi e quindi del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità.

Nella stessa sentenza è stato altresì affermato il principio secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta (ma oggi estendibile a qualsiasi tipo di notificazione, art. 149 c.p.c.) devono essere ricollegati per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo.

In terzo luogo l’argomento delle Sezioni Unite trova ragione nella stessa funzione della notificazione del provvedimento da impugnare.

La notificazione della sentenza serve, infatti, al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. Detto in altri termini, il perfezionamento della notifica rileva non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente.

E allora se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole (nel senso che non eviterebbe alcuna decadenza), ma – addirittura – ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica.

La tutela del sistema delle impugnazioni

Pare evidente allora, l’impostazione di principio delle Sezioni Unite che è ispirata innanzitutto all’esigenza di salvaguardare la razionalità del sistema delle impugnazioni.

È evidente che una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale dell’intero sistema.

L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela invece, l’equilibrio e la parità processuale fra le parti, e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.

Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante – ove parzialmente soccombente – vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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DIRITTO ALLA PROVA NEL PROCESSO D’APPELLO: UN ERRORE GIUDIZIARIO

termine

Le Sezioni Unite Civili della Cassazione, con la sentenza in commento (n. 6278/2019), hanno ricomposto il contrasto giurisprudenziale esistente in materia di decorrenza del termine breve per impugnare. Stessa decorrenza o tempi diversi per la parte notificante e per il destinatario della notifica?

La vicenda

Il ricorrente aveva denunciato con ricorso per Cassazione la nullità della sentenza impugnata, per avere la corte territoriale ritenuto che il termine breve per l’impugnazione decorresse per la parte notificante dal momento del perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario, piuttosto che dal momento della consegna della copia della sentenza, all’ufficiale giudiziario notificatore.
Tale conclusione -sarebbe in evidente contrasto sia col principio per cui il termine suddetto decorre dal momento in cui si ha conoscenza legale del provvedimento da impugnare, sial col principio fissato dall’art. 149 c.p.c., secondo cui la notifica si perfeziona per il notificante con la consegna del plico all’ufficiale giudiziario.
I giudici della Cassazione cui è stata rimessa la soluzione al quesito giuridico non hanno potuto sottrarsi dal rilevare l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

Due sarebbero gli orientamenti contrapposti.

Secondo una prima interpretazione, di cui è espressione la sentenza n. 883/2014, il dies a quo del termine breve andrebbe individuato nel momento in cui il notificante consegna all’ufficiale giudiziario la sentenza o l’atto di impugnazione da notificare, essendo detta consegna un fatto idoneo a provare in modo certo, e con data certa, la conoscenza della sentenza da parte dell’impugnante, in applicazione analogica del principio di cui all’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.
Un secondo orientamento, nel quale si iscrive la sentenza n. 9258 del 201,  afferma invece, che la bilateralità degli effetti della notifica della sentenza per il notificante e per il destinatario implica contestualità degli effetti e, quindi, decorrenza del termine breve dalla medesima data.
Per i giudici della Cassazione, i due orientamenti sono insuscettibili di essere ricondotti ad unità e, in linea di principio, entrambi sostenibili.
Ed invero, il riferimento alla “notificazione” contenuto nell’art. 326 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, potrebbe essere correlato tanto al principio della “presunzione di conoscenza” della sentenza, che incombe su tutte le parti coinvolte nel procedimento di notifica, quanto al principio, di creazione dottrinale, dell’effetto bilaterale della notifica che presuppone, invece, il completamento del procedimento di notificazione.
Così il caso è stato rimesso alle Sezioni Unite, al fine di verificare quale dei due principi (quello della “presunzione di conoscenza” della sentenza da impugnare o quello della “bilateralità sincronica” degli effetti della notificazione della sentenza) garantisca meglio coerenza e razionalità del sistema normativo.

Il quesito giuridico

Il quesito giuridico sottoposto al Supremo Collegio è il seguente: se in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c. decorra, per il notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario ovvero dalla data di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario.
Ebbene, le Sezioni Unite dopo aver compiuto una attenta disamina dell’attuale configurazione codicistica del termine c.d. “breve” per impugnare, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 c.p.c., decorre anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti ”.
La ragione è semplice, ma non scontata. La decorrenza del termine breve non è correlata alla conoscenza legale della sentenza, già esistente per il mero fatto della sua pubblicazione, né alla conoscenza effettiva della stessa, quale può essere derivata dalla comunicazione della sentenza dalla parte o dalla notificazione della sentenza ai fini esecutivi nei modi stabiliti dall’art. 479 c.p.c.; essa, deve essere piuttosto ricondotta (ed è la stessa legge a farlo !) al sollecito, indirizzato da una parte all’altra, al fine di ottenere una decisione rapida cioè entro il termine breve previsto dalla legge, in ordine all’eventuale esercizio del potere di impugnazione.
Tale sollecito non può che essere veicolato per il solo tramite del paradigma procedimentale tipico previsto dalla legge: la notificazione della sentenza al “procuratore costituito” ai sensi degli artt. 285, 326, 170 c.p.c. (Cass. Sez. Un. n. 12989/2011).

Una diversificazione del termine per impugnare non sarebbe sostenibile per le ragioni che seguono.

Innanzitutto è lo stesso tenore letterale della norma (art. 326, primo comma c.p.c.) che collega la decorrenza del termine breve di impugnazione alla «notificazione della sentenza» ossia all’evento della notificazione considerato oggettivamente, senza distinguere tra la posizione del notificante e quella del destinatario della notifica.
L’assunto, trova poi, ulteriore conferma nella sentenza n. 477/2002 pronunciata dai giudici della Corte costituzionale.
In tale occasione, il Giudice delle leggi ha palesemente ritenuto irragionevole, oltre che lesiva del diritto di difesa, l’esposizione del notificante incolpevole, al rischio di decadenze per gli eventuali ritardi dell’ufficiale giudiziario o per i possibili disservizi postali. Perciò ha escluso che un effetto di decadenza possa discendere per il notificante dal ritardo nel compimento di un ‘attività riferibile a soggetti da lui diversi e quindi del tutto estranea alla sua sfera di disponibilità.
Nella stessa sentenza è stato altresì affermato il principio secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta (ma oggi estendibile a qualsiasi tipo di notificazione, art. 149 c.p.c.) devono essere ricollegati per quanto riguarda il notificante, al compimento delle sole attività a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario; restando fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell’atto, attestata dall’avviso di ricevimento, con conseguente decorrenza solo da quella data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo.
In terzo luogo l’argomento delle Sezioni Unite trova ragione nella stessa funzione della notificazione del provvedimento da impugnare.
La notificazione della sentenza serve, infatti, al notificante non per evitare decadenze processuali, ma per abbreviare il tempo della formazione del giudicato. Detto in altri termini, il perfezionamento della notifica rileva non già per verificare il rispetto di un termine perentorio pendente, ma per far decorrere un termine dapprima inesistente.
E allora se si facesse operare il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione ai fini della decorrenza del termine breve per impugnare, la parte notificante non solo non ne trarrebbe un effetto favorevole (nel senso che non eviterebbe alcuna decadenza), ma – addirittura – ne subirebbe un pregiudizio, perché per essa il termine breve decorrerebbe e, di riflesso, maturerebbe prima rispetto a quanto in proposito previsto per il destinatario della notifica.

La tutela del sistema delle impugnazioni

Pare evidente allora, l’impostazione di principio delle Sezioni Unite che è ispirata innanzitutto all’esigenza di salvaguardare la razionalità del sistema delle impugnazioni.
È evidente che una diversificazione della decorrenza del termine breve per impugnare, tra notificante e destinatario della notificazione della sentenza, condurrebbe ad un assetto irrazionale dell’intero sistema.
L’unicità del decorso del termine di impugnazione tutela invece, l’equilibrio e la parità processuale fra le parti, e garantisce, inoltre, la certezza dei rapporti giuridici, in quanto il giudicato si forma contemporaneamente nei confronti di tutte le parti.
Al contrario, la diversità del decorso del termine di impugnazione determinerebbe una sorta di disparità di trattamento nei confronti del notificante. Infatti, il notificante – ove parzialmente soccombente – vedrebbe decorrere il proprio termine breve per impugnare prima della decorrenza del medesimo termine per il destinatario della notifica e prima ancora di avere la possibilità di verificare se tale notifica si sia perfezionata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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procedimenti

L’opinione del minore, nei procedimenti che lo riguardano, costituisce un elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse

Il caso in esame prende le mosse da uno dei tanti procedimenti instaurati per il riconoscimento della paternità. Nel corso del giudizio, il minore “oggetto” della contesa non era stato ascoltato dal giudice competente, proprio perché di età inferiore ai dodici anni.

Il giudizio, proseguì poi, in appello e nel frattempo il fanciullo compiva gli anni dodici; ma parimenti, anche i giudici dell’appello omettevano di ascoltarlo, senza neppure motivare tale omissione.

L’opinione della Cassazione

Va osservato che l’art. 336bis (introdotto dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 53, in vigore dal 7/12/2014) sancisce il generale obbligo dell’ascolto del minore. Al riguardo, l’opinione del minore, nei procedimenti che lo riguardano, costituisce un elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse anche alla luce dell’art. 12 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, dell’art. 7 della Convenzione di Strasburgo del 1996 relativa all’esercizio dei diritti dei minori, ratificata con legge n. 77/2003; dell’art. 24, § 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Dall’esame delle norme che riguardano l’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano, emerge necessariamente una diversa modulazione dell’obbligo di ascolto del minore a seconda che egli abbia compiuto i dodici anni o abbia età inferiore.

Per la prima ipotesi – precisa la Cassazione – vale la presunzione della capacità di discernimento fissata dalla legge, che impone al giudice di primo grado di prevedere, anche officiosamente, (Cass. 19202 del 2014) una scansione procedimentale dedicata all’ascolto stesso (Cass., n. 1687/13; n.6129 del 2015); essa deve svolgersi secondo le modalità stabilite dell’art. 336bis, commi 2 e 3, all’interno delle quali spiccano l’obbligatorietà della conduzione da parte del giudice e la preventiva informazione del minore sulla natura del procedimento e sugli effetti dell’ascolto, salvo che motivatamente non si ritenga l’ascolto superfluo o contrario all’interesse del minore.

La mancanza di un’esplicita motivazione al riguardo determina la nullità del procedimento di primo grado per omessa ingiustificata audizione dello stesso minore.

Secondo l’orientamento consolidato, se il minore compie 12 anni nel giudizio d’appello (Cass., n. 15365 del 2015, con specifico riferimento al procedimento adottivo), come nel caso concreto, “il giudice del gravame è tenuto a procedere alla sua audizione, riflettendo tale obbligo una nuova considerazione del minore quale portatore di bisogni ed interessi che, se consapevolmente espressi, pur non vincolando il giudice, non possono essere ignorati”. (Cass., n. 15635/2015; n. 5676/17).

Ne deriva che è solo con il compimento del dodicesimo anno d’età che sorge l’obbligo del giudice di ascoltare il minore e della motivazione espressa della scelta contraria, anche senza un’istanza di parte; l’omissione è causa di nullità della sentenza rilevabile come motivo di impugnazione.

Nel caso in cui il minore, sia invece infra dodicenne, il giudice riserva in capo alla sua autorità il potere discrezionale d’ascolto, residuando, anche in questo caso, l’obbligo di ascolto o di motivazione in caso contrario, se vi è un’istanza di parte che indichi gli argomenti e i temi da approfondimento con l’audizione medesima. (art. 336, 2c., c.c.).

L’ascolto del minore

Il tema dell’audizione dei minori nei processi che li riguardano è da anni, oggetto di ampio dibattito.

L’esigenza è quella di creare un sistema comunicativo capace di entrare in rapporto diretto con essi, valorizzandone soggettività e unicità.

“Ascoltare” è anche la capacità di accettare e capire le comunicazioni verbali e non verbali dell’altro e non semplice “sentire” quale fenomeno di natura fisica legato agli organi di senso (FADIGA).

L’ascolto del minore nelle procedure giudiziarie ha assunto nel tempo sempre più rilievo; ma già la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989 e la Convenzione europea dei diritti dei fanciulli del 1996 ne avevano sottolineato l’importanza.

Quanto al nostro diritto nazionale, sebbene, il minore non sia considerato parte del processo, non avendo autonoma capacità processuale (non a caso è previsto il principio della rappresentanza legale dei figli da parte dei genitori), non può sottacersi che corrisponde a un principio altrettanto ineludibile dell’intero sistema, quello di considerarlo soggetto autonomamente titolare di diritti. Ne consegue tutta l’importanza della sua tutela anche sul piano processuale, attraverso lo strumento dell’ascolto.

Cosicché con la sentenza in commento la Cassazione ha voluto ribadire che in alcuni casi il minore deve essere obbligatoriamente ascoltato dal giudice in relazione all’età raggiunta: solitamente viene riferita alla fascia compresa tra i 10 e i 14 anni; negli altri casi, è rimessa al giudice la decisione, in base alla riconosciuta o meno capacità di discernimento del minore stesso. (CAVALLO).

Avv. Sabrina Caporale

 

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notifica via pec

L’appello eseguito mediante notifica via Pec, dopo le ore 21, dell’ultimo giorno utile previsto a pena di decadenza, dovrà ritenersi nullo, perché tardivo

Il caso

La ricorrente aveva proposto appello, mediante notifica via Pec, contro la sentenza del Tribunale di Napoli che aveva rigettato la domanda di nullità dell’atto di cessione di un immobile in favore del nipote, con contestuale di rendita vitalizia.

Tuttavia, la Corte di Appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile il ricorso perché effettuato oltre il termine utile previsto per legge a pena di decadenza. La sentenza di primo grado era infatti, stata notificata in data 9 giugno 2016, sicché il termine breve per appellare scadeva l’11 luglio 2016 (atteso che il 9 luglio era un sabato).

L’appello era stato notificato a mezzo PEC, con missiva accettata dal sistema ed inoltrata al difensore della controparte alle ore 21,24 dell’11 luglio 2016.

Ai sensi dell’art. 16 quater, comma 3 del D.L. n. 179 del 2012, la notifica a mezzo posta elettronica certificata si perfeziona, per il soggetto notificante, nel momento in cui viene generata la ricevuta di accettazione e, per il destinatario, nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna.

Dello stesso tenore è l’art. 147 del c.p.p. (Tempo delle notificazioni), il quale dispone che le notificazioni dal 1 ottobre al 31 marzo non possono farsi prima delle ore 7 e dopo le ore 19 (prima delle ore 6 e dopo le ore 20 dal 1 aprile al 30 settembre). Tale disposizione normativa si applica anche alla notifica via pec, ovvero eseguita con modalità telematica. Quando è eseguita dopo le ore 21,00 la notificazione si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo”.

Non hanno dubbi allora, i giudici della Corte di Cassazione ad affermare quanto segue: “Il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, come modificato dalla L. n. 114 del 2014, dispone che le notifiche telematiche effettuate dopo le ore 21,00 si considerano perfezionate alle ore 7,00 del giorno successivo, con la conseguenza che nella fattispecie la notifica dell’appello, in quanto eseguita dopo il detto orario, doveva reputarsi perfezionata il 12 luglio 2016, allorquando era ormai maturato il termine per appellare, con il conseguente passaggio in giudicato della sentenza di prime cure”.

Tale assunto trova conferma anche nella recente giurisprudenza di legittimità (Cass., n. 30766/2017) secondo cui, in tema di notificazione con modalità telematica, il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, conv. con modif. nella L. n. 221 del 2012, deve essere intesa nel senso che la notificazione richiesta, con rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21.00, (ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3 bis,  comma 3) si perfeziona alle ore 7.00 del giorno successivo, secondo la chiara disposizione normativa, intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notifica, senza condizionare irragionevolmente quello del mittente. Anche in questo caso, la Suprema Corte aveva ritenuto tardiva la notifica del ricorso per cassazione perché la ricevuta di accettazione recava un orario successivo alle ore 21.00 del giorno di scadenza del termine per l’impugnazione.

La ratio di siffatta previsione normativa va certo individuata nell’ottica di rendere effettivo il diritto di difesa del destinatario dell’atto legale ed è altresì, improntata al rispetto dei termini processuali previsti in materia.

 

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