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arresti domiciliari

violenza per scopi educativi

L’uso della violenza finalizzata a scopi educativi non può mai ritenersi ammissibile. Ciò sia per il per il primato che l’ordinamento attribuisce alla dignità del minore, sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, la sensibilità ai valori di pace, di tolleranza, di convivenza, utilizzando un mezzo che tali fini contraddice

La vicenda

Le telecamere interne di una scuola elementare avevano ripreso un’insegnante fare uso della violenza, percuotere, tirare i capelli e maltrattare i propri allievi.

Per tali motivi, la donna era stata denunciata e sin da subito sottoposta agli arresti domiciliari.

A seguito di impugnazione, il Tribunale del riesame di Reggio Calabria, riformava l’ordinanza emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari della stessa sede, sostituendo la misura coercitiva degli arresti domiciliari con quella interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio per la durata di dodici mesi nei confronti dell’indagata per il delitto di maltrattamenti.

Ma a detta della ricorrente siffatta ordinanza era illegittima, posto che il Tribunale del riesame aveva, travisato l’efficacia probatoria dei singoli episodi ripresi dalle videocamere; non era, infatti, stato provato il dolo unitario e l’abitualità della condotta. Ciò imponeva, al più, la riqualificazione del delitto in quello di abuso di mezzi di correzione, che, peraltro, in ragione della propria cornice edittale, non consente la adozione di alcuna misura interdittiva.

Ma le doglianze non sono state accolte neppure dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Ed invero, le immagini registrate dalle videocamere avevano consentito di riscontrare la presenza di “condotte che travalicavano sia i comportamenti di rinforzo educativo e sia l’abuso dei mezzi di correzione, trasmodando nell’atteggiamento di violenza fisica e psicologica che concretizza il reato di maltrattamenti”.

Il Tribunale del riesame con motivazione congrua, aveva ritenuto, provato il clima di tensione emotiva sistematicamente instaurato all’interno delle classi dall’insegnante indagata, connotato da urla, reazioni esagerate aventi ad oggetto la punizione e la correzione degli alunni, nonchè episodi di compressione fisica di varia intensità, trasmodati in alcuni casi nell’utilizzo di violenza fisica di apprezzabile entità.

Per i giudici della Cassazione, la qualificazione adottata dalla ordinanza impugnata doveva ritenersi pienamente conforme ai principi di diritto costantemente ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità.

Educazione: no correzione violenta

L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore affidato, anche lì dove sia sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha, del resto, stabilito, oltre venti anni fa, come con riguardo ai bambini il termine “correzione” va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo. In ogni caso non può ritenersi tale l’uso della violenza finalizzato a scopi educativi: ciò sia per il primato che l’ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perchè non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di convivenza, utilizzando un mezzo violento che tali fini contraddice. Ne consegue che l’eccesso di mezzi di correzione violenti non rientra nella fattispecie dell’art. 571 c.p. (abuso di mezzi di correzione) giacchè intanto è ipotizzabile un abuso (punibile in maniera attenuata) in quanto sia lecito l’uso.

La decisione

Il Tribunale del riesame di Reggio Calabria, a detta degli Ermellini, aveva, pertanto, fatto buon governo di tali principi, ritenendo comunque sussistente il pericolo concreto ed attuale di recidiva, pur a fronte della sospensione, disposta già in via amministrativa, dall’Ufficio scolastico.

Tale misura doveva ritenersi, infatti insufficiente e in ogni caso non idonea a far ritenere scemate o insussistenti le esigenze cautelari ed, in specie, il pericolo di reiterazione della condotta criminosa contestata.

La sospensione deliberata in via amministrativa costituisce provvedimento autonomo, che può avere diversa e minore durata e con effetti diversi sul piano lavorativo e ha efficacia meramente interinale ed, operando rebus sic stantibus, potrebbe essere revocata o, comunque, annullata pur in pendenza del procedimento penale.

La redazione giuridica

 

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Ai domiciliari anche il segretario regionale del Partito democratico nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Perugia sulla sanità umbra. Nel mirino otto procedure di selezione del personale “condizionate illecitamente”

Bufera sulla sanità umbra. Il segretario regionale del PD Gianpiero Bocci e l’assessore regionale alla Salute e coesione sociale Luca Barberini sono stati arrestati dalla Finanza e si trovano ai domiciliari. Le misure cautelari rientrano nell’ambito di un’indagine della Procura di Perugia su alcune irregolarità che sarebbero state commesse in un concorso per assunzioni in ambito sanitario. Nell’inchiesta, riporta l’agenzia Ansa, sarebbero coinvolti anche sei dirigenti dell’azienda ospedaliera di Perugia. Tra loro figurano anche il direttore generale e il direttore amministrativo dell’azienda ospedaliera di Perugia.
Nella serata di ieri si è inoltre appreso che nel mirino dei magistrati ci sarebbe anche il Presidente della Giunta regionale dell’Umbria Catiuscia Marini. “Quest’oggi – aveva affermato la Governatrice nel pomeriggio – mi è stata notificata dalla Procura della Repubblica di Perugia una richiesta di acquisizione di atti nell’ambito di una indagine preliminare relativa a procedure concorsuali in capo a una Azienda sanitaria umbra. Ho offerto la mia massima collaborazione personale e istituzionale all’attività dei rappresentanti dell’autorità giudiziaria. Sono assolutamente tranquilla e fiduciosa nell’operato della magistratura, nella certezza della mia totale estraneità ai fatti e ai reati oggetto di indagine”.

Sarebbero otto le procedure di selezione del personale “condizionate illecitamente”.

“L’alterazione dei risultati della selezione – si legge nell’ordinanza del gip di Perugia – è avvenuta mediante reiterati reati di rivelazione di segreti d’ufficio, falso ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio compiuti mediante la comunicazione a terzi interessati delle tracce d’esame, e inoltre indirizzando la Commissione in ordine alle valutazioni da assegnare ai candidati”.
Le indagini sono state condotte mettendo sotto controllo i telefonini degli interessati attraverso dei trojan, nonché tramite intercettazioni ambientali. Un video, inoltre, documenterebbe come il dg dell’ospedale “avesse con sé le tracce delle prove scritte del concorso e le dovesse portare in ‘consiglio regionale’. Nell’ordinanza d’arresto si legge poi di una presunta “alterazione della procedura concorsuale consistita nella manipolazione dell’esito del sorteggio dei componenti della commissione esaminatrice”.
 
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L’istituto scolastico non è un luogo di privata dimora per cui non ricorre l’ipotesi dell’art. 266 c.p.p.: ammesse sono le riprese video per incastrare gli autori di maltrattamenti, ai danni di minori

La vicenda

Il Giudice per le indagini preliminari di Bari aveva disposto la misura degli arresti domiciliari a carico di una maestra di scuola materna per l’infanzia che, in concorso con altri tre insegnanti, era stata accusata del delitto di maltrattamenti ai danni degli alunni della stessa scuola.
Il Tribunale del riesame, aveva poi convertito tale misura cautelare con quella del divieto di esercitare la professione di insegnante e di educatore per un periodo di dodici mesi.
Le indagini erano partite a seguito di una denuncia sporta dalla madre di un minore a cui si erano aggiunte le dichiarazioni di altri genitori, nonché le intercettazioni audio-video operate presso la struttura educativa.
Sulla scorta di siffatto materiale probatorio, i giudici della fase cautelare non avevano avuto dubbi nel ritenere sussistente la gravità indiziaria a carico dei quattro indagati, con riguardo ad una serie di episodi di maltrattamenti perpetrati all’interno della scuola materna su minori, tutti di età compresa tra i tre e i quattro anni.
Le riprese video raccolte dagli inquirenti, ritraevano “il palese clima di tensione emotiva sistematicamente instaurato all’interno della scuola”: urla, spintonamenti, strattonamenti, trascinamenti dei bambini fino a farli urlare o cadere, schiaffi sulle mani, colpi e schiaffi sul capo, rimproveri insultanti. Reazioni esagerate da parte degli insegnanti aventi ad oggetto la punizione e la correzione degli alunni, nonché episodi di compressione della libertà di locomozione certamente sproporzionati rispetto alle cause e alle finalità perseguite.
Si trattava, in altre parole, di mezzi senza dubbio lesivi della dignità degli alunni, umiliati per quei metodi di correzione di natura fisica, psicologica e morale che non si addicono ad un contesto educativo qual è quello della istituzione scolastica.

Il ricorso per Cassazione

Ebbene a seguito del ricorso per cassazione presentato da uno degli avvocati dei quattro insegnanti, i giudici della Cassazione, hanno ribadito importanti concetti inerenti alla materia delle cd intercettazioni ambientali.
Preliminarmente, hanno chiarito che gli istituti scolastici di istruzione non sono configurabili quali «luoghi di privata dimora, nell’ambito del quale rientrano esclusivamente i luoghi non aperti al pubblico, né accessibili a terzi senza il consenso del titolare e nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata» (Cass. Sez. 5, n. 51113 del 2017).
Per tali motivi, correttamente, il Tribunale del riesame di Bari aveva ritenuto che il provvedimento autorizzativo posto a fondamento delle attività di intercettazione audio e video eseguite presso l’istituto di istruzione ove si erano svolti i fatti oggetto di addebito, era rispettoso dei limiti stabiliti dall’art. 266 c.p.p., perché, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, non trattandosi di una privata dimora non ricorreva l’ipotesi prevista dal comma 2 del citato articolo (“Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti , che può essere eseguita anche mediante l’inserimento di un captatore informatico su un dispositivo elettronico portatile. Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi indicati dall’articolo 614 del codice penale, l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”).
Per queste ragioni, è stata confermata la misura cautelare a carico dei quattro indagati.

La redazione giuridica

 
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arresti domiciliari

Esiste il diritto per la persona sottoposta agli arresti domiciliari di coltivare rapporti affettivi ed intimi, come quelli con la propria fidanzata, sebbene sia stato disposto il divieto accessorio di comunicare con persone estranee al nucleo familiare? 

La vicenda

L’uomo era stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari con la prescrizione aggiuntiva del divieto di comunicare con persone diverse da quelle con lui conviventi

Ricorreva per cassazione contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva respinto la sua richiesta di autorizzazione a ricevere, presso il luogo di detenzione, le visite della fidanzata, al fine di intrattenere con questa una relazione affettiva e sessuale.

L’impugnativa era stata affidata ad un unico motivo di censura, con il quale denunciava, promiscuamente, il vizio di violazione di legge e il vizio di motivazione in punto di sussistenza delle esigenze cautelari.

Il Tribunale del riesame aveva – a sua detta – illegittimamente privato ad libitum il soggetto ristretto, del diritto di coltivare rapporti affettivi ed intimi, come del resto raccomandato da fonti internazionali vincolanti per l’ordinamento interno.

Cosa ne pensano al riguardo, i giudici della Cassazione?

Il ricorso formulato dalla difesa dell’indagato è stato respinto perché ritenuto inammissibile per le seguenti ragioni.

Preliminarmente gli Ermellini chiariscono i termini di applicazione della misura cautelare oggetto di causa e ribadiscono che “la disposizione del divieto di comunicare con persone estranee al nucleo familiare accede a quella che dispone gli arresti domiciliari, ma ha una sua propria autonomia, per la sua specifica e aggiuntiva efficacia afflittiva: ciò implica che tanto la sua adozione, che le sue eventuali modifiche devono essere oggetto di espressa e motivata statuizione” (Sez. 4, n. 20380/2017).

La ragione ispiratrice dell’art. 284, comma 2, cod.proc.pen., in effetti , va colta nella necessità di consentire di regolare le forme di esecuzione della misura cautelare degli arresti domiciliari e di conformarne il concreto regime modale, attraverso limiti o divieti per l’imputato di comunicare con persone estranee al nucleo dei suoi familiari coabitanti ovvero con persone che stabilmente lo assistano, in riferimento alla riconosciuta esistenza di peculiari esigenze cautelari, sia di natura endoprocessuale che di prevenzione sociale, volte a scongiurare il pericolo di commissione di ulteriori reati della stessa specie di quelli ascritti al soggetto in stato di custodia domiciliare (Sez. 6, n. 3516 del 15/10/2008).

La specificità del caso concreto

Ebbene, nella vicenda in esame andava preso atto della specificità del caso concreto, del grave quadro cautelare tracciato a carico dell’imputato, condannato, con doppia conforme, per i reati di associazione per delinquere e di furto aggravato, e non privo di precedenti penali specifici.

Pertanto, la corte territoriale aveva condivisibilmente negato l’autorizzazione richiesta, quella cioè di coltivare relazioni affettive con persona diversa dai propri conviventi nel regime di detezione domiciliare; senza che ciò comportasse alcuna violazione di norme internazionali.

E, in ogni caso, l’assenza di una specifica “previsione di un’autorizzazione concedibile al cautelato domiciliare di coltivare la propria affettività con persona diversa dai propri conviventi, ove gli sia imposto il presidio di maggior rigore di cui all’art. 284, comma 2, cod.proc.pen., deve essere interpretata come sintomo della volutas legis di escludere che tale preteso diritto sia bilanciabile con le esigenze cautelari sottese alla restrizione preventiva della libertà personale”

Tale assunto trova conferma nel comma successivo ove, al contrario, il legislatore ha ritenuto, parzialmente bilanciabili con le esigenze cautelari, le «indispensabili esigenze di vita» dell’imputato ovvero «la situazione di assoluta indigenza in cui questi versa» in funzione della concessione dell’autorizzazione ad assentarsi dal luogo di detenzione.

Niente da fare dunque, per il detenuto: le sue esigenze di natura affettiva e sessuale non potevano essere soddisfatte!

La redazione giuridica

 

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arresti domiciliari

Il Gip dispone la misura della custodia cautelare in luogo degli arresti domiciliari perché i due soggetti indagati non hanno un domicilio dove scontare la misura

La questione è stata rimessa alla Cassazione che, per l’occasione, ha affermato il seguente principio di diritto: in materia di arresti domiciliari è valido l’assenso prestato dal conduttore dell’immobile prescelto dall’indagato per scontare la misura, non essendo necessario anche il consenso del proprietario dell’appartamento.

Il caso

Era stata disposta la misura cautelare degli arresti domiciliari a carico dei due soggetti indagati per i delitti di sequestro di persona aggravato, estorsione, rapina aggravata e lesioni personali.

L’ordinanza era stata confermata anche dal Tribunale del riesame di Roma.

Ma i due indagati non erano d’accordo e proponevano ricorso per Cassazione, tramite i propri difensori di fiducia.

La decisione

Secondo i giudici della Cassazione non può essere accolto il motivo di impugnazione con cui i due ricorrenti lamentavano il fumus (sugli indizi di reato, sul pericolo di recidiva, nonché sull’asserito pericolo di fuga) per l’applicazione della misura restrittiva.

Il giudice del merito aveva, infatti, accertato che i due indagati si erano resi protagonisti di una vera e propria spedizione punitiva, unitamente ad altri soggetti da loro coinvolti: modalità che rinviano a un tratto delinquenziale non occasionale, mirante a ottenere denaro nel modo più efficace possibile, pronto a usare la forza e l’intimidazione per superare ogni resistenza.

Come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 2, sentenza n. 47891 del 07/09/2016 dep. 11/11/2016), con riferimento ai requisiti di concretezza e di attualità della misura cautelare, “in tema di esigenze cautelari, il pericolo di recidiva è attuale ogni qual volta sia possibile una prognosi in ordine alla ricaduta nel delitto che indichi la probabilità di devianze prossime all’epoca in cui viene applicata la misura, seppur non specificatamente individuate, né tantomeno imminenti, ovvero immediate; ne consegue che il relativo giudizio non richiede la previsione di una specifica occasione per delinquere, ma una valutazione prognostica fondata su elementi concreti, desunti sia dall’analisi della personalità dell’indagato (valutabile anche attraverso le modalità del fatto per cui si procede), sia dall’esame delle concrete condizioni di vita di quest’ultimo“, come era accaduto nel caso in esame.

Nello stesso ricorso, i due indagati lamentavano anche il vizio della ordinanza di custodia cautelare in carcere nella parte in cui il giudice ordinante avrebbe escluso la possibilità di applicare la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari, poiché i due non avevano un domicilio “idoneo” a scontare la pena, ma avrebbero dovuto essere ospitati da un proprio connazionale.

Ebbene, quest’ultimo aveva già espresso il proprio consenso a riceverli in casa, al fine di permettere loro di scontare la misura cautelare, ma secondo il tribunale del riesame tale assenso non era sufficiente proprio perché prestato non già dal proprietario dell’immobile, bensì dal conduttore e, peraltro, il contratto di locazione in questione, escludeva che l’appartamento fosse occupato da più di cinque persone.

Ebbene, secondo i giudici della Cassazione, tale ultimo motivo di ricorso appare fondato.

Premesso che nelle more è intervenuto pure il consenso del proprietario, va considerato che la titolarità del possesso del bene locato è in capo al conduttore, con conseguente sufficienza dell’assenso di costui: la quantità di persone presenti nell’abitazione appartiene ai rapporti fra locatore e locatario, e comunque riguarda una presenza stabile nell’abitazione, non quella occasionale e per un periodo da presumere circoscritto, quale interessa i destinatari della misura cautelare”.

Così deciso, l’ordinanza veniva annullata con rinvio al tribunale per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 

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truffa pluriaggravata

Il camice bianco, noto gastroenterologo, è indagato per truffa pluriaggravata, peculato e abuso d’ufficio. E’ stato arrestato e posto ai domiciliari

Truffa pluriaggravata ai danni dello Stato, abuso d’ufficio e peculato aggravato. Sono i reati contestati dalla Procura della Repubblica di Ragusa a un dirigente medico dell’ospedale Maggiore di Modica, noto specialista in gastroenterologia. Nei suoi confronti, il Gip del Tribunale del capoluogo di provincia siciliano, su richiesta del Pubblico ministero, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari.

Il camice bianco, nonostante un rapporto di lavoro a tempo piano ed esclusivo,  avrebbe posto in atto una gestione personalistica e scorretta della sua funzione pubblica. Il tutto a danno dello Stato e di pazienti spesso bisognosi e poco abbienti. E’ quanto emerso dalle indagini condotte dagli inquirenti attraverso intercettazioni telefoniche, documentazione acquisita presso l’Azienda Sanitaria Provinciale e l’escussione di numerosi pazienti.

L’indagine, scaturita dalla denuncia di un cittadino, si è protratta da gennaio a novembre 2018 fornendo un quadro indiziario chiaro ed incontrovertibile.

Nello specifico, il professionista avrebbe svolto costantemente numerosi esami diagnostici e visite mediche, utilizzando mezzi, farmaci, locali e forza lavoro dell’ospedale in cui presta servizio. Il tutto in totale violazione di norme, non essendo autorizzato allo svolgimento di attività di libera professione in regime di intramoenia. Il medico avrebbe indotto molti pazienti a non prenotare tramite centro prenotazioni, e avrebbe preteso, quale corrispettivo della visita, somme di denaro anche maggiori rispetto al prezziario regionale.

I pagamenti dei pazienti per le prestazioni ricevute erano effettuati in contanti, senza il rilascio di alcuna ricevuta fiscale. Ne sarebbe dunque conseguito un danno ingente sia per i pazienti che per il Servizio Sanitario Nazionale. In alcuni casi, il medico avrebbe svolto prestazioni sanitarie a titolo amicale e gratuito, senza alcuna copertura assicurativa, provocando un danno economico all’Azienda sanitaria e violando i principi di corretta gestione delle liste d’attesa previsti dal Piano Regionale vigente.

 

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palpeggiamenti

Il medico, classe 1971, è stato arrestato per violenza sessuale a causa di palpeggiamenti sulle pazienti durante le visite ginecologiche.

Un medico è stato arrestato per violenza sessuale nei confronti di alcune donne: si sarebbe reso responsabile di palpeggiamenti indesiderati nel corso delle visite che effettuava sulle pazienti degli studi dove sostituiva temporaneamente dei colleghi. Gli ambulatori teatro delle violenze sarebbe quelli di San Bartolomeo Val Cavargna, Carlazzo e Porlezza.

E sono numerosi gli episodi di violenza sessuale che gli sono contestati e che hanno portato i carabinieri ad arrestarlo.

Il medico, classe 1971, è originario della Valsolda.

La vicenda dei palpeggiamenti indesiderati compiuti nel corso delle visite mediche si è rivelata da subito un caso spinoso per i Carabinieri della Stazione di Porlezza del maresciallo capo Luca Donadio, coordinati dalla Compagnia di Menaggio guidata dal comandante Filippo Bentivogli.

Il caso

Tutto ha avuto inizio a novembre 2017, quando una giovane donna si è recata dalle forze dell’ordine per denunciare una violenza sessuale. La giovane ha accusato il medico di base cui si era rivolta per un semplice consulto. L’uomo avrebbe perpetrato palpeggiamenti insistenti e contro la volontà della donna.A perpetrarla nei suoi confronti il medico di base al quale si era affidata per un consulto.

Una accusa grave ma anche molto difficile da dimostrare.

Dalla denuncia è partito il difficile lavoro delle forze dell’Ordine che, in breve tempo, sono riuscite a raccogliere altre sei testimonianze di pazienti vittime di analoghi episodi.

Le donne, tra il 2010 e il 2017, avevo subito palpeggiamenti in situazioni identiche nel corso di semplici consulti medici.

Nessuna di loro, però, aveva avuto la forza di denunciare. Per alcune di loro il racconto ai Carabinieri è stato il primo e l’unico di quel tremendo episodio.

Il modus operandi del medico di base era sempre lo stesso. Arrivate dal medico che sostituiva il proprio e dopo aver segnalato i fastidi o sintomi della propria patologia, venivano sottoposte ad una visita completa del corpo.

E nel corso di questa visita, avvenivano le violenze.

Tutte le donne sarebbero state palpeggiate nelle parti intime, senza nessuno strumento sanitario e in taluni casi anche senza gli appositi guanti.

Per questo motivo l’uomo è accusato di violenza sessuale aggravata dalla sua posizione di medico.

L’accusa è stata inoltrata dalle autorità competenti anche all’Ordine dei Medici per l’avvio di sanzioni disciplinari. Nel frattempo l’uomo si trova ora in custodia cautelare agli arresti domiciliari. A breve dovrà rispondere di quanto accusato davanti al GIP.

Intanto, però, le indagini proseguono per capire se le vittime delle violenze siano di più.

 

 

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arresti domiciliari

Una sentenza della Corte di Cassazione fornisce un ulteriore chiarimento sugli arresti domiciliari, analizzando il caso di un padre che aveva chiesto di accompagnare il figlio a scuola.

Può un soggetto agli arresti domiciliari chiedere un permesso per accompagnare il figlio a scuola? Quanto ampia può essere l’autorizzazione ad assentarsi dal domicilio?

La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 30349/2017, si è occupata proprio di tale questione.

Secondo i giudici, se l’imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita il giudice può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto.

Nel caso di specie, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva concesso gli arresti domiciliari a un soggetto.

Con un successivo provvedimento, il Giudice del Tribunale di Sorveglianza di Firenze aveva autorizzato il detenuto a uscire dall’abitazione. Il tutto però in determinati orari, per motivi di lavoro.

Inoltre, era autorizzato a spostarsi nella Provincia di residenza per esigenze di vita.

In seguito, il soggetto agli arresti domiciliari aveva chiesto al Giudice di essere autorizzato a portare il figlio a scuola. Inoltre, chiedevadi portarlo a svolgere varie attività sportive.

L’uomo aveva sottolineato che la sua compagna era partita per il Perù, per ragioni di famiglia.

Il Giudice, tuttavia, rigettato la richiesta. In particolare, aveva osservato che al detenuto erano già state date delle autorizzazioni piuttosto ampie.

Ritenendo la decisione ingiusta, il soggetto ha fatto ricorso in Cassazione. E con due motivazioni.

La prima era la sussistenza di un “interesse attuale e concreto” ad ottenere la richiesta autorizzazione.

La seconda “il diritto costituzionale del padre di garantire al figlio le attività di studio e le esigenze sanitarie, tutelate dall’art. 284 cod. proc. pen.”.

Per il ricorrente, gli orari di uscita consentiti non gli permettevano di provvedere alle esigenze del figlio.

Pertanto, il provvedimento di rigetto dell’istanza era “sostanzialmente privo di motivazione”, dal momento che non era stato giustificato sulla base del pericolo di commissione di nuovi reati o da esigenze di sicurezza.

A quel punto, la Corte ha accolto il suo ricorso ritenendolo fondato in quanto il provvedimento di rigetto del Tribunale era, effettivamente, privo di motivazione.

Il Giudice infatti si era limitato ad affermare che l’istanza non poteva essere accolta “in considerazione dell’ampiezza delle autorizzazioni già fruite dal condannato”.

Tale motivazione, secondo la Cassazione, non poteva considerarsi adeguata.

Era state ignorate, infatti, “le esigenze prospettate dal detenuto domiciliare né il tema della loro fondatezza e della loro compatibilità con l’insieme delle prescrizioni imposte e delle esigenze di sicurezza pubblica”.

Ai sensi dell’art. 284, comma 3, c.p.p., “se l’imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita ovvero versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto per il tempo strettamente necessario per provvedere alle suddette esigenze ovvero per esercitare una attività lavorativa”.

Dunque, se sussistono “indispensabili esigenze di vita”, il Giudice deve accettarne la richiesta.

In questa vicenda il giudice aveva invece rigettato la richiesta a priori. Il tutto senza accertare la fondatezza delle ragioni poste alla base della stessa.

Alla luce di tali evidenze, il ricorso del detenuto è stato accolto.

 

 

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Dottoressa violentata

Dottoressa violentata, arriva il braccialetto elettronico. Aggressore agli arresti domiciliari per l’accusa di stalking nei confronti del medico di guardia.

Dopo tre settimane il braccialetto elettronico è arrivato e Maurizio Zecca è stato scarcerato, attualmente è in regime di arresti domiciliari.

L’uomo di 51 anni è tornato così alla propria casa ad Acquaviva delle Fonti (Bari), dopo essere stato arrestato il 13 novembre scorso per violenza sessuale e stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica della provincia di Bari.

La dottoressa violentata ha denunciato troppo tardi

A due settimane dall’arresto il Riesame aveva disposto la scarcerazione dell’uomo con concessione dei domiciliari. Ciò perché il reato di violenza sessuale è stato ritenuto improcedibile perché denunciato troppo tardi. La dottoressa, infatti, ha denunciato la violenza dopo nove mesi da quando avvenuta, quindi oltre i mesi mesi previsti per legge.

Nonostante il provvedimento di scarcerazione, l’indagato è rimasto in cella perché non era disponibile il braccialetto elettronico. Nei giorni successivi alla decisione del Riesame, intorno alla vicenda si sono sollevate numerose polemiche e critiche: è stato invocato anche l’intervento della politica perché si proceda a una modifica normativa sui termini di presentazione delle denunce per determinati reati.

La Procura ha impugnato il provvedimento di scarcerazione

La stessa Procura ha poi impugnato il provvedimento in Cassazione insistendo per il carcere. Secondo la pm che ha coordinato le indagini, Simona Filoni, le persecuzioni sono iniziate a ottobre 2016 e sono proseguite ininterrottamente fino a novembre scorso, passando per l’episodio della violenza sessuale nell’ambulatorio (a dicembre 2016) e per diversi altri episodi che configurerebbero, se analizzati singolarmente, autonomi delitti di minacce gravi, violenza privata, violazione di domicilio aggravata, molestie alle persone e procurato allarme, tutti perseguibili d’ufficio, superando quindi il problema della improcedibilità per querela tardiva.

 

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