Tags Posts tagged with "art. 2048 c.c."

art. 2048 c.c.

culpa in educando

Si discute in materia di culpa in educando dei genitori per il fatto illecito dei propri figli

Ai sensi dell’articolo 2048, il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. Ebbene con la sentenza in commento, i giudici della Cassazione hanno ribadito il principio per cui “in mancanza del requisito della coabitazione, non può ritenersi sussistente la responsabilità diretta del genitore (per culpa in educando) per fatto illecito del figlio, di cui all’art. 2048 c.c.”

La vicenda

Un minorenne alla guida di un motoveicolo di proprietà del padre, cagionava la morte di un passante rimasto vittima dell’incidente.

Ebbene, quest’ultimo, a detta dei ricorrenti, era l’unico responsabile del sinistro, per aver tenuto una condotta di guida inidonea a salvaguardare il traffico dei pedoni in uscita dalla chiesa, come quello della povera vittima, che a seguito dell’impatto aveva riportato un gravissimo trauma cranico e dopo 282 giorni di permanenza in ospedale, in stato di coma vegetativo subentrato alle lesioni, moriva.

Si costituivano in giudizio, i genitori del minore, contestando in toto l’addebito mosso dagli attori e chiedendone il rigetto integrale.

Nel 2013 il Tribunale di Milano pronunciava sentenza di condanna al risarcimento del danno del padre del minore, avendo accertato la responsabilità esclusiva di quest’ultimo nella causazione del sinistro.

Quanto alla madre, il giudice milanese respingeva la domanda ritenendo che non ne ricorrevano i presupposti poiché la stessa, separata da diversi anni dal marito, non conviveva con il minore e non avrebbe potuti esercitare alcun controllo sull’utilizzo del motociclo dalla parte del figlio, peraltro abilitato ad esercitarsi nella guida del mezzo.

La decisione, confermata in appello, veniva impugnata dagli originari attori con ricorso per cassazione.

Tra gli altri motivi, i ricorrenti denunciavano l’errata esclusione della responsabilità materna, dal momento che anche a voler ritenere provata la non convivenza tra i genitori del minore, la madre non avrebbe dovuto essere sottratta a tale responsabilità per non aver fornito la prova della correttezza della educazione impartita.

Ma per i giudici della Cassazione il motivo era palesemente infondato.

Secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, la responsabilità del genitore per il danno cagionato dal fatto illecito del figlio minore non emancipato, a norma dell’art. 2048 c.c., è subordinata al requisito della coabitazione, perché solo la convivenza può consentire l’adozione di quelle attività di sorveglianza e di educazione, il cui mancato assolvimento giustifica la responsabilità medesima (Cass. Sez. II, n. 2195/197).

Risultavano poi irrilevanti, ai fini della configurazione della responsabilità della madre non convivente, sia la circostanza che il minore fosse in possesso del foglio rosa e non della patente, sia le risultanze della relazione dei servizi sociali.

Di conseguenza, la sentenza impugnata è stata confermata e condannati i ricorrenti alla refusione delle spese processuali sostenute dai convenuti.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

QUERELA SPORTA PERSONALMENTE DALLA MADRE DEL MINORE OFFESO: E’ VALIDA?

Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.
Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.
In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.
Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.
Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.
Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.
A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
Leggi anche:
MAESTRA DICHIARA DI USARE IL METODO MONTESSORI, MA PER I GIUDICI E’ VIOLENZA

scritte

La Cassazione ha confermato la sentenza di condanna emessa nei confronti di un genitore, padre dell’alunno autore delle scritte ingiuriose rivolte alla bidella della propria scuola. Interessante la pronuncia anche sotto il profilo dell’analisi dei rapporti tra sentenza penale e giudizio civile per il risarcimento del danno

Aveva citato in giudizio dinanzi al Tribunale di Urbino il genitore dell’alunno che, dopo essersi introdotto all’interno della scuola fuori dall’orario di lezione insieme ad altri minorenni, aveva vergato e raffigurato scritte ingiuriose sulla sua scrivania con un pennarello.

Ebbene l’istanza aveva trovato accoglimento nel giudizio d’appello, a cui faceva seguito il ricorso per Cassazione presentato dal genitore.

Tra i motivi di impugnazione vi era l’illogicità della sentenza impugnata che aveva dapprima esaminato la capacità di intendere e di volere del figlio minore con riferimento al fatto commesso e, solo dopo, gli aveva attribuito la materiale responsabilità del fatto; responsabilità che, tuttavia, era stata ricondotta sotto la fattispecie dell’art. 2048 c.c. (responsabilità dei genitori) e non anche sotto quella disciplinata dall’art. 2047 c.c. (danno cagionato dall’incapace).

Nello stesso ricorso, il genitore lamentava anche il grave errore commesso dal giudice adito, dal momento che egli aveva completamente omesso di valorizzare la dichiarazione “di non doversi procedere” pronunciata nei confronti del figlio in sede penale, quanto meno sotto il profilo della rivalutazione del fatto.

Ma tali argomentazioni non sono state sufficienti a convincere i giudici della Cassazione che, al contrario, hanno confermato la sentenza impugnata.

Gli effetti della sentenza penale nel processo civile

Ed infatti, il Tribunale aveva fatto corretta applicazione del principio secondo cui “in sede civile, il giudice di merito ha il potere di rivalutare in piena autonomia il medesimo fatto già vagliato nella sede penale minorile, dove, notoriamente, è preclusa la costituzione di parte civile ( cfr. art. 10 D.P.R. 448/1988 ) e, conseguentemente, non è applicabile la previsione dell’art.652 c.p.p. riguardante i rapporti fra giudizio penale e giudizio civile nelle cause in cui si controverta di risarcimento danni”.

Al riguardo, anche la Corte di Cassazione ha chiarito che “la sentenza penale di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale nei confronti di imputato minorenne non ha efficacia di giudicato nel giudizio civile risarcitorio, perché esula dalle ipotesi previste negli artt. 651 e 652 cod. proc. pen. non suscettibili di applicazione analogica per il loro contenuto derogatorio del principio di autonomia e separazione tra giudizio penale e civile.

Ne consegue che il giudizio civile deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione, sebbene, nel rispetto del contraddittorio, possa tener conto di tutti gli elementi di prova acquisiti in sede penale, al fine di ritenere provato il nesso causale fra la condotta del minore e la lesione subita dall’attore” ( cfr. Cass. 24475/2014 ).

I principi sopra richiamati erano stati, perciò, correttamente applicati anche al caso in esame, ove la dichiarazione di non doversi procedere era stata determinata dalla mancanza di imputabilità per incapacità di intendere e di volere di un soggetto ultraquattordicenne.

Per tali motivi il ricorso è stato rigettato.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

RESPONSABILITA’ GENITORIALE E AFFIDAMENTO DEI MINORI AI SERVIZI SOCIALI. IL CASO

LE ULTIME NEWS

trasfusioni di sangue infetto

0
Riconosciuti a una signora di 74 anni i danni derivanti da alcune trasfusioni di sangue infetto effettuate nel 1970 all’ospedale di...