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Asl Latina

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asportazione del testicolo

L’azienda sanitaria ha riconosciuto la responsabilità di un medico dipendente per i danni causati a un ragazzo di 20 anni, costretto a subire l’asportazione del testicolo destro

Asportazione del testicolo destro in seguito a una necrosi dovuta al prolungamento di una torsione dello stesso. E quanto accaduto nel 2013 a un giovane della provincia di Latina, all’epoca ventenne, che ha subito un indebolimento permanente dell’organo, con alta probabilità di perdita della capacità di procreazione.

Dalla vicenda, riportata da Latinacorriere.it, è scaturito un processo che vede imputato un medico del Pronto soccorso dell’ospedale di Terracina. L’accusa nei suoi confronti è di lesioni colpose con l’aggravante dell’indebolimento permanente di un organo. Secondo l’ipotesi accusatoria, il camice bianco avrebbe agito con imprudenza, negligenza e imperizia, sbagliando la prognosi.

Il ragazzo era arrivato in ospedale lamentando un dolore fortissimo all’altezza del rene destro che si irradiava nella parte anteriore del corpo, scrotale testicolare.

Il medico di turno gli avrebbe diagnosticato una colica renale. Il paziente era stato quindi dimesso con la prescrizione di alcuni medicinali, ma finito l’effetto lenitivo dei farmaci aveva ricominciato a stare male. Dopo pochi giorni, era stato costretto a tornare in Pronto soccorso, con febbre altissima. Dopo una visita più approfondita, il personale sanitario aveva accertato una necrosi del testicolo, con conseguente necessità di intervenire chirurgicamente per l’asportazione dell’organo.

In considerazione delle gravi ripercussioni fisiche e psicologiche il giovane ha inizialmente chiesto il risarcimento del danno al medico e alla Asl in sede stragiudiziale. Fallito tale tentativo ha deciso di presentare un esposto in Procura. I magistrati hanno quindi aperto un’inchiesta che, sulla base di una perizia medico legale, ha portato al rinvio a giudizio del professionista.

Il processo è iniziato lo scorso gennaio. L’Asl di Latina, chiamata in causa come responsabile civile, ha tuttavia deciso uscirne riconoscendo la responsabilità del medico dipendente e versando a favore della parte lesa un risarcimento conforme alle tabelle medico legali.

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ritardo nello svolgimento del parto cesareo

La bimba, ora quindicenne, è rimasta invalida al 100% in seguito a un ritardo nello svolgimento del parto cesareo. L’Asl dovrà versare alla famiglia 1 milione e 700mila euro

Il Tribunale di Latina ha condannato la locale Asl a versare un risarcimento pari a 1 milione e 700 mila euro in favore di  una famiglia residente nella provincia pontina. Alla base della decisione vi sarebbe l’accertamento di un ritardo nello svolgimento del parto cesareo, costato alla neonata un’invalidità del 100 per cento.

La notizia, riportata da alcuni media locali, è stata resa nota dai legali che hanno seguito la causa civile intentata nei confronti dell’Azienda sanitaria. Sebbene la pronuncia risalga allo scorso agosto, gli avvocati hanno atteso che divenisse irrevocabile.

I Giudici avrebbero quindi accolto l’ipotesi accusatoria secondo cui “la madre dell’ormai quindicenne, al momento dell’ingresso in ospedale per un intervento cesareo causato da una complicazione per il suo stato di gravidanza, venne operata ben oltre due ore dopo il suo ricovero”.

Il consulente d’ufficio nominato dal Tribunale – spiegano i legali – avrebbe accertato che l’intervento cesareo non venne eseguito in conformità alle metodiche medico – chirurgiche.

A causa del “gravissimo ritardo diagnostico”, la piccola sarebbe rimasta vittima di un’asfissia perinatale e di un’encefalopatia multicistica.  Oggi, la giovane “è incapace di attendere anche ai propri bisogni più elementari considerato – aggiungono i legali della famiglia – che è costretta a letto con un’alimentazione assistita”.

Il procedimento civile, iniziato nel 2011, si è dunque concluso con il riconoscimento di un maxi risarcimento. L’ASL pontina è stata condannata a versare alla famiglia una cifra pari a 1 milione e 700 mila euro. Il tutto con l’aggravante della contumacia, in quanto l’azienda sanitaria non si sarebbe mai costituita in giudizio.

“Ora – sottolineano gli avvocati – ci sarà solo da attendere una comunicazione dell’Asl circa la sua volontà di onorare il provvedimento del Tribunale”. Il pagamento “certamente avrà le capacità di garantire un’assistenza ed un futuro sereno ad una figlia sfortunata dalla nascita per colpa di altri”.

 

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L’Azienda sanitaria dovrà liquidare 200mila euro a un uomo cui i medici avevano diagnosticato un’appendicite. Il paziente aveva in realtà un’occlusione intestinale da cui è derivata un’infezione che, estendendosi a un occhio, ne ha provocato la parziale perdita di funzionalità

La Asl di Latina dovrà liquidare a un artigiano manovale di Sermoneta la cifra di 200mila euro. Lo ha stabilito il Tribunale di Latina mettendo la parola fine a una vicenda iniziata 9 anni fa. A settembre 2007 il malcapitato protagonista della vicenda si reca presso l’Ospedale Santa Maria Goretti con forti dolori addominali. L’uomo, secondo la ricostruzione fornita dal quotidiano Latina Oggi, viene ricoverato e, a conclusione degli accertamenti svolti, gli viene diagnosticata un’appendicite. In realtà, ma questo lo si scoprirà solo in seguito, si tratta di un’occlusione intestinale.

Si procede quindi con un intervento di rimozione dell’appendice ma, durante la degenza post operatoria emergono delle complicazioni e dopo appena dieci giorni il 43enne è costretto a ritornare presso il nosocomio pontino. I disturbi del paziente, in particolare, si sono estesi a un occhio, colpito da una grave infezione, e neppure il successivo trasferimento al Policlinico Gemelli di Roma riesce a evitare la perdita di funzionalità dell’organo visivo.

L’uomo, pertanto, a seguito di questo calvario decide di intentare un’azione legale nei confronti dell’Azienda Sanitaria Locale. Nel corso della causa, che ha inizio nel 2011, le perizie presentate dal consulente di parte e dal consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice, confermano l’errore nella diagnosi effettuata presso il Santa Maria Goretti.

Di qui la sentenza emessa dal giudice, che riconosce l’errore medico evidenziando il nesso causale tra la condotta del personale sanitario e il danno biologico subito dal paziente. Nel calcolare l’indennizzo a favore del manovale, il Tribunale si è basato sulle perizie mediche che hanno riconosciuto al risarcito un’invalidità generica pari al 28 per cento e un’invalidità specifica per la perdita parziale della funzionalità dell’occhio pari al 35 per cento.

 

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