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guida in stato di ebbrezza

Contro la decisione di condanna per guida in stato di ebbrezza di cui agli artt. 186 comma 2 lett. b), e 2 sexies C.d.S, l’imputato formulava ricorso per Cassazione

L’addebito era quello di essersi posto alla guida di un autoveicolo, durante l’ora notturna, in stato di ebbrezza alcolica, misurata tramite etilometro, con valore accertato pari a 0,82 gr/l.

Tra gli altri motivi di impugnazione l’imputato contestava la violazione di legge in relazione all’art. 131 bis cod. pen., nonché del vizio di motivazione.

Rilevava, infatti, di essere incensurato, che tale condotta era stata occasionale, che nessun fatto analogo era stato commesso successivamente, che non vi erano carichi pendenti per fatti diversi; che la prossimità al valore minimo avrebbe dovuto escludere ogni capacità a delinquere; che la lievità della violazione, che peraltro, non aveva cagionato danno alcuno e rilevata in un controllo di routine, era dimostrata dal superamento dell’area di punibilità pari a 0,02 centesimi; che la pena irrogata era molto prossima al minimo edittale e che erano state già concesse le attenuanti generiche.

Il procuratore generale presso la corte d’appello aveva infatti, già proposto l’assoluzione dell’imputato ai sensi dell’art. 131 bis cod. pen., posto che il fatto, si era verificato peraltro, in orario notturno (ore 4,00 del mattino) con traffico praticamente inesistente, strade extraurbane deserte e, conseguente inesistenza di pericolo concreto per cose e persone.

La decisione

Ebbene, il motivo è stato accolto. «Nell’ipotesi di specie concorrono tutti i presupposti della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis cod. pen.». – è quanto si legge della sentenza pronunciata dai giudici della Cassazione.

«Non solo, infatti, il superamento della soglia di punibilità è ridottissimo, ma le condizioni di realizzazione della condotta, per come descritte, appaiono denotate da una minima offensività, non essendo stata segnalata alcuna manovra rischiosa posta in essere dal conducente che, pur fermato per un controllo di routine, in ora notturna, guidava con evidenza in una situazione di assenza di traffico, quindi in condizioni di relativo pericolo concreto per i terzi, non essendo segnalata alcuna ulteriore violazione di norme della circolazione stradale».

Ciò posto, non avendo il fatto generato un contesto concretamente e significativamente pericoloso con riguardo ai beni tutelati dalla norma e ricordato che “La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis cod. pen., nel giudizio di legittimità, può essere ritenuta, senza rinvio del processo nella sede di merito, in presenza di un ricorso ammissibile, anche se esclusa nel giudizio di appello, i giudici della Cassazione hanno disposto in l’applicazione dell’art. 131 bis cod. pen., la declaratoria di non punibilità del reato, con conseguente annullamento della decisione impugnata”.

La redazione giuridica

 

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Il giudice di appello che riformi una sentenza di assoluzione in condanna a carico dell’imputato, ha l’obbligo di rinnovare l’istruttoria dibattimentale in ordine alle dichiarazioni del perito?

La vicenda

Accusato di aver commesso una rapina all’interno di una banca, in primo grado veniva assolto perché gli elementi di prova a suo carico non erano sufficienti a superare la soglia dell’oltre ogni ragionevole dubbio
Le uniche prove a suo carico erano un telefono cellulare e un filmato estratto dal sistema di videosorveglianza della banca rapinata.
Ma per il Tribunale la circostanza che la scheda telefonica, intestata all’imputato, avesse agganciato celle contigue ai luoghi teatro degli eventi, nelle ore di interesse, non poteva considerarsi elemento esaustivo della sua partecipazione all’azione criminosa, in quanto la suddetta utenza avrebbe potuto essere utilizzata anche da altra persona.
Quanto al filmato, mentre il consulente tecnico del pubblico ministero vi aveva visto ritratto proprio l’imputato, il perito nominato nel corso del dibattimento, di contro, era giunto alla conclusione che le somiglianze, pur esistenti, non consentivano di pervenire ad un giudizio di identificazione, in quanto si trattava di caratteri piuttosto generali, possibilmente riscontrabili in più soggetti.
A seguito dell’impugnazione da parte del pubblico ministero, la corte d’appello di Bologna, stravolgendo l’esito del primo grado, condannava l’imputato per rapina pluriaggravata.
Per la predetta corte territoriale i tabulati telefonici e le video riprese erano la prova inequivocabile della sua colpevolezza.

Seguiva il ricorso per Cassazione.

Per la difesa, la sentenza impugnata non forniva una sufficiente motivazione logica in ordine alla pretesa non condivisibilità del ragionamento svolto dal giudice di primo grado e soprattutto, contrariamente a quanto richiesto dai più recenti arresti giurisprudenziali ed europei, non aveva neppure rinnovato le decisive prove assunte nel corso del dibattimento, ossia le dichiarazioni del perito e del consulente tecnico del pubblico ministero.
Una motivazione illogica e contraddittoria sarebbe stata fornita, anche in ordine all’utilizzo dei tabulati del traffico telefonico intestata all’imputato sotto un duplice profilo: da una parte l’impossibilità di attribuire univoco significato indiziante a quelle risultanze e dall’altra l’indimostrata disponibilità in capo all’imputato della medesima, al momento della rapina.
Ma il tema centrale sollevato dalla difesa era un altro: si trattava dell’omessa rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello, relativamente alle dichiarazioni del consulente tecnico e del perito, dal momento che l’esito assolutorio era stato tradotto in una sentenza di condanna.
Ebbene, i giudici della Cassazione, investiti della vicenda, hanno ritenuto di non poter risolvere il contrasto giurisprudenziale esistente in materia e così hanno rimesso la decisione alle Sezioni Unite.

Sul tema si registrano sostanzialmente due opposti orientamenti.

Secondo una prima tesi, il giudice di appello ove intenda pervenire, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, ad una sentenza di condanna sulla base di una diversa valutazione dei risultati delle indagini tecniche – siano esse effettuate da un perito o da un consulente di parte – eseguite nel corso del giudizio di primo grado, deve rinnovare l’istruttoria dibattimentale e quindi procedere all’esame del perito e del consulente di parte, proprio perché anch’essi vanno considerati testi, e dunque, vertendosi nell’ambito di una prova dichiarativa, vige l’obbligo di sentirli nuovamente secondo il principio di diritto stabilito dalla giurisprudenza comunitaria e nazionale.
Ad opposta conclusione, perviene invece un’altra tesi, la quale parte dal presupposto secondo il quale la prova scientifica non può essere assimilata alla prova dichiarativa: nel caso di prova tecnica infatti, «non si tratta di stabilire l’attendibilità del dichiarante e la credibilità del racconto sotto il profilo della congruenza, linearità e assenza di elementi perturbatori dell’attendibilità, ma di valutare la deposizione del perito alla luce dell’indirizzo ermeneutico in tema di valutazione della prova scientifica, secondo cui, in virtù dei principi del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha la possibilità di scegliere, fra le varie tesi scientifiche prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purché dia conto, con motivazione accurata e approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulla tesi che ha ritenuto di disattendere, confutando in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti; per cui, una simile valutazione, ove sia effettuata in maniera congrua in sede di merito, non è sindacabile dal giudice di legittimità ».
Da questo argomento si è tratto il corollario secondo il quale le figure del testimone e quella del perito e del consulente non sono sovrapponibili anche perché la loro relazione viene acquisita e diventa parte integrante della deposizione.
Ciò vuol dire che la corte d’appello che intende riformare la sentenza assolutoria di primo grado, non ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale delle dichiarazioni rese dal perito o dal consulente tecnico, fermo restando l’obbligo di motivare in modo rafforzato e cioè di delineare le linee portanti del proprio alternativo ragionamento probatorio e di confutare specificamente gli argomenti rilevanti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento.

Il quesito di diritto

Insomma il tema su cui si discute è il seguente: «se la dichiarazione resa dal perito o dal consulente tecnico costituisca o meno prova dichiarativa assimilabile a quella del testimone, rispetto alla quale, se decisiva, il giudice d’appello avrebbe l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa».
La questione non è per nulla trascurabile posto che essa investe direttamente il diritto al contraddittorio e prima ancora, il diritto di difesa dell’imputato – assolto in primo grado sulla base di una prova dichiarativa ritenuta decisiva- e poi condannato in appello, su impugnazione del pubblico ministero e sulla base del medesimo materiale probatorio.
Detto in altri termini ci si trova di fronte ad un caso di palese contraddittorietà della decisione sulla colpevolezza dell’imputato, derivante da due sentenze dal contenuto antitetico, pur essendo entrambe fondate sulle medesime prove.

Perito: un testimone “tecnico”?

A ben vedere, la disciplina codicistica sembrerebbe assimilare la figura del perito a quella testimone. L’art. 501 c.p.p. dispone che “si osservano le disposizioni sull’esame dei testimoni in quanto applicabili” ; tale circostanza si può anche desumere:

  • dal fatto che sia la testimonianza che la perizia sono considerate “mezzi di prova”;
  • dall’impegno che sia il perito (art. 226 c.p.p.) che il testimone (art. 497 c.p.p.) devono assumere, impegni che si differenziano solo per diversità dell’oggetto su cui deve vertere il narrato;
  • dalle conseguenze penali in caso di falasa testimonianza (art. 372 c.p.) o di falsa perizia (art. 373 c.p.);
  • dalle modalità dell’esame, per le quali l’art. 501 c.p.p., come premesso, rinvia alle “disposizioni sull’esame dei testimoni”.

Ma dall’altra parte, la centralità che la perizia assume ai fini della decisione, ha portato il legislatore a congegnare delle modalità che ne assicurassero la garanzia del contraddittorio sia nella fase dello svolgimento dell’incarico peritale, sia nella fase dell’illustrazione dell’esito delle indagini svolte.

A tal proposito, vi è la pretesa di ritenere la perizia una prova “neutra”.

Ma una cosa è la terzietà del perito, altra cosa sono le conclusioni alle quali egli perviene. A maggior ragione, se è vero che nessun metodo scientifico -per la sua intrinseca fattibilità – può dimostrare la verità di una legge scientifica – ne consegue inevitabilmente, che anche la perizia non può essere considerata portatrice di una verità assoluta (e quindi “neutra”), tanto più in quei casi in cui il perito – del tutto legittimamente – sia fautore di una tesi scientifica piuttosto che di un’altra.
Ed è proprio in questo snodo cruciale del processo che si evidenzia il ruolo decisivo, che nell’ambito della dialettica processuale, assume il contraddittorio orale, attraverso la verifica, nel dibattimento, dell’attendibilità del perito, dell’affidabilità del metodo scientifico utilizzato e della sua corretta applicazione alla concreta fattispecie processuale.
Dall’altra parte, anche la considerazione che il perito sia assimilabile al testimone non è del tutto corretta, dal momento che la sua relazione forma parte integrante della deposizione ed inoltre esso è chiamato a formulare un parere tecnico che il giudice può motivamente accogliere o disattendere confutando contestualmente la tesi opposta.
Inoltre la relazione peritale, può essere semplicemente letta -senza che il perito sia esaminato – ove vi sia l’accordo delle parti in base al combinato disposto degli artt. 495, comma 4nis e 511, comma 2 c.p.p.) ovvero, quando di essa sia data lettura senza il consenso delle parti le quali, non avendo tempestivamente eccepito la nullità, ne determinino la sanatoria ai sensi dell’art. 183 comma 1, lett. a) c.p.p.

Dunque, quale è la soluzione?

Ebbene, le Sezioni Unite della Cassazione (n. 14426/2019), alla luce delle considerazioni poc’anzi esposte, hanno inteso affermare il seguente principio di diritto:
«La dichiarazione resa dal perito nel corso del dibattimento costituisce una prova dichiarativa. Di conseguenza, ove risulti decisiva, il giudice di appello ha l’obbligo di proceder alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa».
«Ove nel giudizio di primo grado, della relazione peritale sia stata data la sola lettura senza esame del perito, il giudice di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, condanni l’imputato assolto nel giudizio di primo grado, non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame del perito».
«Le dichiarazioni rese dal consulente tecnico oralmente, vanno ritenute prove dichiarative, sicché, ove siano poste a fondamento dal giudice di primo grado della sentenza di assoluzione, il giudice di appello – nel caso di riforma della suddetta sentenza sulla base di un diverso apprezzamento delle medesime – ha l’obbligo fi procedere alla rinnovazione dibattimentale tramite l’esame del consulente».

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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diritto alla prova

Esiste il diritto alla prova in appello nelle ipotesi in cui l’espletamento sia stato ingiustamente o erroneamente negato in primo grado

Lo ha deciso la Corte di Cassazione in una vicenda di palese violazione del diritto alla prova dell’imputato, che per due gradi di giudizio ha visto negato il proprio diritto di difesa con la negazione dell’escussione dei testi a sua difesa

La vicenda

L’accusa era quella di omissione contributiva, per non aver l’imputato corrisposto le retribuzioni ai propri dipendenti

Nel corso del giudizio di primo grado il giudice adito, dopo l’escussione del teste dell’accusa, aveva pronunciato sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste, ai sensi dell’art. 129 c.p.p. senza tuttavia, aver ascoltato i testi della difesa regolarmente ammessi.

In altre parole, il giudizio di primo grado si era svolto senza le prove della difesa; e, dopo l’impugnazione del P.M. alla sentenza di assoluzione, l’imputato si era trovato in appello senza aver potuto provare elementi fondamentali per la sua innocenza.

Dell’errore materiale se ne era accorto lo stesso giudice di prime cure, che nel provvedimento di trasmissione degli atti alla corte d’appello, lo aveva espressamente rilevato.

Cosicché, con una memoria depositata in appello, la difesa aveva presentato richiesta di escussione dei testi già ammessi in primo grado ma non esaminati. Per tutta risposta, la corte territoriale riformava la sentenza di assoluzione condannando l’imputato, senza, tuttavia rinnovare l’istruttoria dibattimentale e dunque ascoltare i suoi testi a difesa.

La decisione della Cassazione

Sulla vicenda si sono pronunciati i giudici della Suprema Corte di Cassazione, i quali hanno ritenuto fondato il ricorso, relativamente alla omessa rinnovazione della prova orale assunta in primo grado e sull’omessa assunzione di prove decisive richieste dalla difesa, relative alla dimostrazione dell’insussistenza del fatto di reato a suo carico.

A tal proposito, hanno fatto espresso richiamo ad un principio di diritto più volte espresso nella giurisprudenza di legittimità che ritiene l’esistenza del diritto alla prova in appello nelle ipotesi in cui l’espletamento di essa sia stata già negato in primo grado: “Il giudice di appello ha l’obbligo di disporre la rinnovazione del dibattimento quando la richiesta di parte sia riconducibile alla violazione del diritto alla prova, che non sia stato esercitato o per forza maggiore o per la sopravvenienza della prova dopo il giudizio, o perché l’ammissione della prova ritualmente richiesta, sia stata irragionevolmente negata da quel giudice (Cass. n. 7197/2003).

La corte d’appello aveva, quindi, l’obbligo ai sensi dell’art. 603, comma 2 c.p.p. di rinnovare l’istruttoria dibattimentale nei limiti previsti dall’art. 495, comma 1 c.p.p.

La redazione giuridiche

 

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colpa

Nel 2016 la Corte d’appello di Bologna, rovesciando l’esito della sentenza di primo grado assolveva, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, due dottoresse dall’accusa di colpa medica

Il processo era stato avviato a seguito del decesso di una paziente affetta da neoplasia. Secondo i congiunti della vittima le due imputate avevano omesso (per colpa) di effettuare gli accertamenti diagnostici richiesti dal quadro clinico.

Ma per i giudici della Corte distrettuale l’assunto accusatorio era infondato. Tuttavia nell’assolvere le imputate aveva omesso di revocare la condanna emessa dal primo giudice in relazione alle statuizioni civili.

Ed ecco che qualcosa non torna: come è possibile – si chiedono le ricorrenti- che una sentenza pienamente assolutoria mantenga invariate le statuizioni in ordine al risarcimento del danno alle parti offese?

La vicenda è giunta pertanto, dinanzi ai giudici della Cassazione che, oltre ad accogliere il ricorso difensivo hanno ripercorso le fasi delle recenti innovazioni legislative in materia di responsabilità medica.

La responsabilità medica dopo i recenti interventi normativi

Come noto il legislatore è intervenuto sul tema della responsabilità penale colposa in ambito sanitario con l’art. 3, comma 1 della legge 8 novembre 2012, n. 189 ove è stabilito: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.

La corte di Cassazione ha poi chiarito che tale norma esclude la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto a quelle condotte lesive che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica.

La novella ha così, dato luogo ad una “abolitio criminis” parziale degli artt. 589 e 590 c.p., avendo ristretto l’area del penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, giacché oggi vengono in rilievo unicamente le condotte qualificate da colpa grave.

Il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria è stato, poi di recente oggetto di un nuovo intervento normativo.

Si tratta della legge 8 marzo 2017, n. 24 che ha introdotto l’art. 590-sexies. Quest’ultimo prevede che qualora l’evento lesivo si sia verificato in ambito sanitario, a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso concreto e versi in colpa lieve da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse.

In particolare, secondo diritto vivente, la suddetta causa di non punibilità non è applicabile ai casi di colpa da imprudenza e da negligenza, né in ipotesi di colpa grave da imperizia nella fase attuativa dalle raccomandazioni previste dalle stesse (Sez. Unite, n. 8770/2017).

Ebbene la sentenza dei giudici dell’appello era corretta sotto il profilo dell’accertamento fattuale, trattandosi di una ipotesi di colpa lieve, quella commessa dalle due imputate.

Tuttavia, la decisione non poteva essere condivisa limitatamente alla conferma delle statuizioni civili. Ed in effetti, la Corte d’Appello di Bologna nel mandare assolte le imputate con la formula perché il fatto non costituisce reato, aveva erroneamente confermato le statuizioni civili che erano contenute nella prima sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Modena; statuizione travolte automaticamente dall’esito assolutorio del giudizio di secondo grado e che dunque dovevano essere necessariamente revocate.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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assoluzione

Nel caso di doppia assoluzione, non è più consentito al pubblico ministero muovere censure alla motivazione della sentenza, potendo ricorrere per cassazione, soltanto per le altre ipotesi di violazione di legge

La Corte d’Appello di Lecce, giudicando sull’appello proposto dal Procuratore della Repubblica, aveva confermato la sentenza con cui il Tribunale di Taranto, all’esito del dibattimento, aveva dichiarato l’assoluzione dell’imputato, accusato di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) posta in essere, ripetutamente, nei confronti delle due figlie minori.

Contro la sentenza d’appello, il Pubblico Ministero proponeva ricorso per Cassazione (sent. n. 54693/2018).

Un solo e articolato motivo a guidare il gravame dell’accusa dinanzi ai giudici di Piazza Cavour.

Motivo tuttavia, giudicato inammissibile. Il Pubblico Ministero pare non aver considerato la novità legislativa contenuta nell’art. 608 c.p.p. che disciplina il ricorso per Cassazione del pubblico ministero, intervenuta a seguito della cd riforma Orlando (Art. 1, comma 69, l. 23 giungo 2017, n. 103), affermano i giudici Ermellini.

La cd. Riforma Orlando, ha aggiunto all’art. 608, il comma 1-bis che così statuisce: “se il giudice di appello pronuncia sentenza di conferma di quella di proscioglimento, il ricorso per cassazione può essere proposto solo per motivi di cui alle lettere a), b) e c) del comma 1 dell’art. 606”.

Si tratta delle ipotesi di cd “doppia conforme” di assoluzione. In tali casi, non è più consentito al pubblico ministero di muovere censure alla motivazione della sentenza, potendo ricorrere per cassazione, in sostanza soltanto per le altre ipotesi di violazione di legge.

Quanto alla applicabilità della norma ratione temporis, la Cassazione ha già avuto modo di affermare che, in assenza di una disciplina transitoria, deve farsi riferimento alla data di presentazione del ricorso, che costituisce il momento in cui matura l’aspettativa del ricorrente alla valutazione di ammissibilità dell’impugnazione. ( Sez. V, n. 4398/2017).

Un siffatto principio non è nuovo nel nostro ordinamento. Esso aveva trovato già applicazione con riguardo alla modifica dell’art. 613, comma 1, c.p.p. operata con l’art. 1, comma 63 della stessa riforma, che aveva, a sua volta, eliminato la possibilità per l’imputato, di proporre personalmente ricorso per cassazione senza assistenza di un difensore iscritto all’albo speciale presso la Corte di Cassazione, pena la sua inammissibilità.

Si era già detto, con riguardo a questo specifico caso, che l’inammissibilità operasse a prescindere dalla data di emissione del provvedimento impugnato, incidendo la novella normativa non tanto sul diritto di impugnare, bensì soltanto sulla disciplina delle diverse modalità del suo esercizio (Sez. V, sent. n. 10142/2017).

 

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abuso sessuale sui minori

Per la Cassazione masturbarsi al parco rientra tra gli atti osceni depenalizzati, non trattandosi di un luogo abitualmente frequentato da minori

Gli Ermellini lo hanno stabilito con la sentenza  numero 30798/2017 cancellando la condanna per atti osceni a carico di un cittadino moldavo che era stato più volte sorpreso in momenti di autoerotismo sia in ambienti esterni, in un parco pubblico, che interno, nell’abitacolo della sua auto. Ogni volta sempre a conoscenza – volontariamente ricercata – della presenza circostante di spettatrici minorenni.

Per i giudici di primo e di secondo grado non c’erano dubbi: condanna per atti osceni. La pensano diversamente i giudici di legittimità secondo i quali va applicata al caso di specie la depenalizzazione introdotta col decreto legislativo n. 8/2016. Quindi niente atti osceni se il luogo non è solitamente visitato da minori.

Sulla definizione di luogo “abitualmente frequentato da minori”, i Giudici distinguono da quella di “prevalentemente frequentato da minori”, e deve comunque intendersi un luogo connotato da una frequentazione nel senso “di una certa sua elettività e sistematicità, tale da fare ritenere ‘abituale’, quindi ‘attesa’ ovvero ‘prevista’ sulla base di una valutazione significativamente probabilistica, la specifica presenza di minori in tale ubicazione”. Come per esempio quindi i pressi di una scuola, strade, piazze e vie.

“Affinché ricorra il predetto requisito della abitualità della frequentazione del luogo da parte dei minori non è sufficiente – laddove non si voglia diluire il concetto sino a farlo sostanzialmente coincidere con quello di luogo aperto o esposto al pubblico – che ivi si possa trovare un minore, ma è necessario che, sulla base di una attendibile valutazione statistica, sia altamente probabile che il luogo presenti la presenza di più soggetti minori di età”.
Annullata quindi e senza rinvio la sentenza di condanna al cittadino moldavo che potrà in tutta calma reiterare la sua prassi dove preferisce. L’unico obbligo a cui deve sottostare è una sanzione amministrativa.

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