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È stato condannato in via definitiva per i reati di sostituzione di persona e stalking con sentenza della Corte di Cassazione (n. 5683/2019), l’uomo che nascondendosi dietro falso profilo Facebook adescava minorenni per poi ricattarle

A confermare la sentenza di primo grado che condannava l’imputato per i delitti di sostituzione di persona e atti persecutori, anche la corte d’appello di Messina.

In giudizio si era accertato che quest’ultimo, con le false generalità di una figura femminile, contattava su Facebook due adolescenti, per poi molestarle, minacciandole di mettere in rete video che le riprendevano in atteggiamenti erotici, costringendole a masturbarsi in webcam e registrando i video sul proprio PC.

Il ricorso per Cassazione

A domandare la cassazione della sentenza impugnata fu lo stesso imputato che, tramite il proprio difensore di fiducia, denunciava la sua assoluta estraneità ai fatti.

Non era lui che si celava dietro quell’identità inventata, non era lui ad aver posto in essere quelle condotte oggetto di imputazione e di successiva condanna.

A supporto delle proprie ragioni deduceva la circostanza, tutt’altro che irrilevante, che le vittime non avevano mai visto né conosciuto l’autore delle molestie e dunque mancavo prove sufficienti a fondare la decisione emessa nei suoi confronti.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso è manifestamente infondato, in quanto, pacifica era la materialità delle condotte a lui riconducibili.

La sentenza impugnata aveva ampiamente argomentato sul punto. Non vi erano dubbi sulla corretta identificazione dell’autore del reato.  L’utenza telefonica da cui venivano inviati i messaggi e le richieste a sfondo erotico era intestata al padre dell’imputato e da questi utilizzata e, poi era stato egli stesso a darne conferma in sede di dichiarazioni spontanee.

Le dichiarazioni auto indizianti nel giudizio abbreviato

A tal proposito, i giudici Ermellini rammentano che nel giudizio abbreviato sono utilizzabili a fini di prova le dichiarazioni spontanee rese “contra se” dalla persona sottoposta alle indagini alla polizia giudiziaria, perché l’art. 350, comma 7, cod. proc. pen. ne limita l’inutilizzabilità esclusivamente al dibattimento (Sez. 5, n. 32015 del 15/03/2018; Sez. 5, n. 18048 del 01/02/2018,; Sez. U, n. 1150 del 25/09/2008).

Al contrario, nell’assunto difensivo era stata dedotta l’inammissibilità di tali dichiarazioni posto che esse sarebbero state acquisite senza la presenza del difensore.

Ma anche tale argomento non coglie nel segno.

E infatti, per le dichiarazioni spontanee disciplinate dal comma 7 dell’art. 350 c.p.p., non è prevista la presenza del difensore (Sez. 2, n. 2539 del 05/05/2000: “Il dovere imposto all’autorità giudiziaria ed alla polizia giudiziaria dall’art. 63, comma 2, cod. proc. pen., di non procedere all’esame quale testimone o persona informata sui fatti di colui che debba essere sentito fin dall’inizio in qualità di indagato o imputato, non trova applicazione nell’ipotesi in cui il soggetto sia stato avvertito di tale sua qualità e rilasci dichiarazioni spontanee, le quali, se assunte senza la presenza del difensore, rientrano nella disciplina di cui all’art. 350, comma 7, cod. proc. pen. e dunque, pur non essendo utilizzabili ai fini del giudizio salvo quanto previsto dall’art. 503, comma 3, cod. proc. pen., possono essere utilizzate nella fase delle indagini preliminari ed apprezzate ai fini della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza richiesti per l’applicazione di una misura cautelare, anche nei confronti di terzi“).

Per tutti questi motivi il ricorso dell’imputato è stato respinto e confermata in via definitiva la sua condanna.

La redazione giuridica

 

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divieto di avvicinamento

Il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: (…) insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo

Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza confermata dal Tribunale del riesame di Venezia, aveva applicato ad un soggetto indagato per il reato di atti persecutori, lesioni personali e violazione di domicilio, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Tale decisione era stata giustificata dalla presenza di un quadro di gravità indiziaria inequivocabile. La stessa vittima aveva dichiarato di essere stata oggetto di una serie continuativa di atti molesti, costituiti da messaggi, telefonate ingiuriose e minacciose, di pedinamenti e appostamenti, oltre che di un atto di violenza fisica da parte del suo aggressore. Anche i testimoni ascoltati, avevano confermato di essere stati spettatori della selvaggia aggressione subita dalla vittima.

Il ricorso per Cassazione

Avverso tale provvedimento, l’uomo proponeva, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, denunciando, tra gli altri, l’assenza del fumus commissi delicti in ordine alla necessità di disporre la misura cautelare restrittiva della sua libertà personale.

Sul punto si sono espressi i giudici della Suprema Corte.

Il motivo di ricorso è infondato – affermano.

Senza dubbio, il reato contestato nell’imputazione (di atti persecutori di cui all’art. 612-bis) era integrato da una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che avevano comportato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero avevano ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva e l’avevano costretta, perciò, ad alterare le proprie abitudini di vita.

Tali circostanze, come emerso anche dalle dichiarazioni della donna, attentamente valutate, oltre a quelle dei numerosi testi che assistettero all’episodio di selvaggia aggressione subito dalla vittima, erano ben note all’uomo, che perciò doveva dirsi pienamente consapevole di tutti gli elementi che connotato l’ipotesi delittuosa contestata (sia il grave stato di ansia e di paura, sia il mutamento delle abitudini di vita e così via).

Poco importa, dunque, come sostiene il ricorrente che, in relazione all’episodio dell’aggressione, la donna non avesse sporto querela, giacché – aggiungono gli Ermellini – nel fuoco dell’indagine giudiziale sono entrati comportamenti durati mesi e idonei, da soli, a integrare l’elemento oggettivo del reato.

La misura cautela del divieto di avvicinamento

Sul punto il discorso si fa più complesso.

Ebbene, il Supremo collegio ha parzialmente accolto il motivo di gravame dal ricorrente.

Com’è noto, l’art. 282-ter cod. proc. pen. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonché dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.

È vivo nella giurisprudenza di legittimità – ma non contraddittorio – il dibattito sui caratteri che devono avere le misure suddette, affinché le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessità della persona cui le misure sono imposte, sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della libertà di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinché sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte.

È compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.
Ebbene, l’art. 282-ter prevede – innanzitutto – il divieto di avvicinamento “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” e l’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi”, al fine – evidente – di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno.

La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’art. 282-bis cod. proc. pen., introdotto per analoghe ragioni, dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.

In entrambe le disposizioni è contenuta, quindi, l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (“determinazione”) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare.

Tale previsione corrisponde a una esigenza pratica e una esigenza di giustizia: l’esigenza pratica è quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza è collegata la stessa praticabilità della misura; l’esigenza di giustizia è quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto.

A questa categoria è da ascrivere – ad avviso del Collegio – anche il divieto “di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa”, sia perché l’obbligato non può sapere quali siano i luoghi suddetti – peraltro normalmente destinati a variare a seconda delle esigenze e delle abitudini della persona – sia perché la misura assumerebbe una elasticità dipendente dalle decisioni (o anche dal capriccio) dell’offeso, a cui verrebbe rimesso, sostanzialmente, di stabilire il contenuto della misura.

Come è stato, infatti, rilevato l’art. 282-ter cod. proc. pen. è stato introdotto contestualmente alla previsione del reato di “atti persecutori”, di cui all’art. 612-bis cod. pen., che ha tra le sue manifestazioni tipiche il costante pedinamento della vittima, da parte del soggetto agente, anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente, e l’espressione di atteggiamenti intimidatori o molesti anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa e purtuttavia dalla stessa percepibili.

Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonché quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione.

La norma viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e di sicurezza, anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali; con la conseguenza che è rispetto a tale esigenza che deve modellarsi il contenuto concreto di una misura la quale, non lo si dimentichi, ha comunque natura inevitabilmente coercitiva rispetto a libertà anche fondamentali dell’indagato (in questo senso si è già espressa la sez. quinta di questa Corte, con le sentenze nn. 13568 del 16/1/2012; n. 36887 del 16/1/2013; n. 19552 del 26/3/2013).

Il contenuto “specifico” del divieto di avvicinamento

Peraltro, il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda a un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo.

Cosicché nel caso in esame, l’ordinanza che prescriveva a carico dell’indagato il solo divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima doveva ritenersi eccessivamente generica e perciò doveva essere annullata con rinvio per nuovo esame.

La redazione giuridica

 

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DODICI MESSAGGI INVIATI ALLA VITTIMA VIA WATSAPP: CONDANNATO PER STALKING

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È stato condannato l’uomo che aveva inviato dodici messaggi via whatsapp a una dottoressa. La Cassazione ha confermato il reato di stalking

La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stato condannato un uomo accusato del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. Nella specie, l’imputato aveva perseguitato la vittima, inviandole dodici messaggi via whatsapp (dodici per l’esattezza) e rivolto a quest’ultima continue telefonate.

Per la difesa si trattava di fatti privi di qualsivoglia idoneità lesiva dell’altrui integrità e soprattutto, non integranti la fattispecie penale a lui ascritta.

In verità, dopo aver ricevuto due denuncia dalla persona offesa, lo stesso era già stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Secondo i giudici di merito, infatti, al di là del limitato arco temporale nel quale le condotte illecite erano state perpetrate ai danni della vittima quel che rilevava era l’intensità del loro contenuto.

In particolare, venivano in questione, due telefonate: una da parte dell’utenza dell’imputato, rimasta senza risposta, cui aveva fatto seguito la telefonata della persona offesa per capire chi fosse il suo interlocutore; un’altra effettuata da parte di soggetto rimasto non identificato, ma, secondo quanto emerso dalle indagini effettuata su ordine dello stesso, di contenuto chiaramente minaccioso.

Vi erano poi, vari sms concentrati nel tempo, ben dodici, con sei fotografie e tre video che riprendevano la persona offesa mentre si trovava presso i carabinieri per formalizzare la querela.

Sono queste – a detta dei giudici della Cassazionele gravi intrusioni alle quali la sentenza di primo grado aggiunge l’attributo della fisicità, per sottolinearne la penetrante invasione della sfera intima della persona offesa e non certo per attribuire al ricorrente condotte di carattere fisico. (Cass. sent. n. 61/2019).

E l’intensità di sviluppo dell’azione criminosa rende del tutto ragionevole il giudizio di attendibilità espresso dai giudici di merito, quanto alle dichiarazioni della persona offesa, la quale aveva riferito di avere provvisoriamente pernottato in altra abitazione, sospendendo la propria attività professionale, nel timore che l’imputato potesse raggiungerla presso il suo studio professionale.

Ciò integra con sicurezza l’evento di danno richiesto dalla norma.

Va, peraltro, osservato che nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014).

Senza alcun dubbio, il ricorso è stato rigettato.

Il numero dei messaggi

La questione che, nella fattispecie in esame, viene in rilievo è la seguente: dopo quanti messaggi o telefonate può dirsi integrato il delitto di stalking?

Ebbene, la Cassazione ha sempre posto in evidenza due aspetti: il numero dei messaggi, e l’arco temporale che deve essere “relativamente ampio”. Ciò vuol dire che non basta inviare un numero sufficientemente ampio di messaggi per poter essere incriminati per atti persecutori, posto che tale condotta deve essere perpetrata ai danni della vittima in un arco temporale pressoché prolungato.

Se così fosse vero, pero, si finirebbe per escludere atteggiamenti verosimilmente rientranti sotto la fattispecie penale, di rilevanza non trascurabile. Si pensi al caso di un gran numero di messaggi inviati in pochi giorni o in un sol giorno.

Cosicché in una recente sentenza la Cassazione (Cass. n. 52585/2017) ha avuto modo di affermare che perché si verifichi il reato di stalking perché si configuri il reato è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

Non va neppure dimenticata un altro precedente arresto giurisprudenziale, analogo al caso in esame, ove il Consiglio di Stato, ha condannato una donna per l’invio di circa 19 messaggio, nell’arco temporale di circa un mese. (Cons. Stato n. 4241/2016)

Sabrina Caporale

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

stalking

Il reato di stalking, di cui all’articolo 612-bis del Cp, è configurabile anche in caso di comportamenti reiterati di minaccia e molestia posti in essere nei confronti dei vicini di casa. Gli elementi dello stalking vanno esaminati a prescindere dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente

Il caso

Era stato assolto in primo grado dal reato a lui ascritto di atti persecutori c.d. stalking, per aver con condotte reiterate, minacciato e molestato i vicini di casa.

Secondo la ricostruzione accusatoria, l’imputato creava disturbo collegando al telefono della sua abitazione una campana elettrica, installata all’esterno, attivando quotidianamente, ogni mattina, un impianto di allarme, o ancora tenendo il motore del camion acceso anche per diverse ore sotto le finestre dei vicini o custodendo degli asini con adiacente letamaio a pochi metri dall’abitazione degli stessi e, lanciando nel loro giardino sassi e mozziconi di sigaro o ancora.

Anche in appello l’uomo veniva assolto dal reato a lui ascritto, ritenendo che le condotte contestate integrassero una mera inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà, ma che comunque non rendevano dolosi gli atti posti in essere, nè conferiva loro carattere penale e neppure poteva dirsi ravvisabile una finalità persecutoria delle singole azioni.

Il ricorso per Cassazione

Il punto di diritto sul quale i giudici della Suprema Corte sono stati chiamati a pronunciarsi è il seguente: se le condotte denunciate dalle persone offese potessero integrare la mera violazione delle norme civilistiche che governano i rapporti di “buon vicinato” oppure, se le stesse, potessero assumere autonomo rilievo penale.

Per la cassazione della sentenza agiva in giudizio il procuratore presso la corte d’appello, il quale lamentava l’errore commesso dai giudici della corte territoriale nell’aver negato la natura volontaria degli atti posti in essere, e che gli eventuali scopi perseguiti dall’imputato (quali l’affermazione del diritto di proprietà, le esigenze lavorative o l’amore per gli animali) seppure connotassero il movente della condotta, non incidevano anche sul dolo (generico) del reato.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto i motivi di impugnazione presentati dalla pubblica accusa, affermando che l’eventuale finalità alternativa perseguita dall’imputato non poteva escludere il rilievo penale della molestia.

Al riguardo, è stato già affermato che l’esclusione di “finalità persecutorie” delle condotte poste in essere, in quanto integrerebbero mera “inosservanza di norme civili che regolano il diritto di proprietà” dall’imputato, prescinde dalla considerazione che l’elemento soggettivo del reato di atti persecutori è il dolo generico, che è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 20993 del 27/11/2012; Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015), e non è escluso da eventuali scopi asseritamente perseguiti dall’autore (quali l’affermazione del diritto di proprietà, o le esigenze lavorative).

La decisione

In altri termini, l’esclusione della connotazione persecutoria delle condotte sarebbe fondata sulla deduzione di “finalità” non “persecutorie”, ma legate all’esercizio del diritto di proprietà o ad esigenze lavorative, sarebbe stato il frutto di una erronea sovrapposizione concettuale tra la nozione di dolo e quella di mero movente dell’azione ossia la causa psichica della condotta umana, lo stimolo che ha indotto l’autore ad agire, facendo scattare la volontà.

Al riguardo, pur prescindendo dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente connesso ad esigenze lavorative o all’esercizio del diritto di proprietà, è pacifico che il movente dell’azione, pur potendo contribuire all’accertamento del dolo, costituendo una potenziale circostanza inferenziale, non coincide con la coscienza e volontà del fatto, della quale può rappresentare, invece, il presupposto (Sez. 1, n. 466/1993: “Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire; esso va distinto dal dolo, che è l’elemento costitutivo del reato e riguarda la sfera della rappresentazione e volizione dell’evento“; Sez. 5, n. 25936/2017; Sez. 3, n. 14742/2016).

Ne è così conseguito l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per nuovo esame della fattispecie.

 

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RAPPORTI SUBITI PASSIVAMENTE DALLA MOGLIE: È VIOLENZA SESSUALE?

reato di stalking

Integra la fattispecie del reato di stalking, o di atti persecutori, previsto dall’art. 612-bis c.p., la condotta perdurante di persecuzione, posta in essere con numerose aggressioni fisiche e verbali e molestie ai danni di due condomini

Era stato accusato del reato di stalking di cui all’art. 612 bis, c.c. 1 e 2, c.p., perché poneva in essere atti persecutori in danno di due soggetti, residenti nello stesso condominio molestandoli e minacciandoli ripetutamente, in modo da cagionare in loro un perdurante e grave stato di ansia e di paura.

L’indagato aveva messo in atto una vera e propria persecuzione nei confronti dei due denuncianti. Gli stessi componenti della famiglia avevano il terrore di uscire di casa per il timore di incontrarlo e più volte avevano dovuto ricorrere alle cure medico-psichiatriche.

La decisione dei giudici di merito

Il Tribunale di Bari, investito della vicenda in esame, ha dichiarato che “sussiste, senza ombra di dubbio, la condotta prevista e punita dall’art.612 bis c.p. dal momento che l’imputato ha, coscientemente e volontariamente, nonché reiteratamente molestato le persone offese, facendone oggetto di una attenzione ossessivamente imposta, attraverso minacce e continui atti di violenza fisica e verbale e di intrusione nella vita privata degli stessi ed esercitando un effetto intimidatorio tale da indurli a denunciare più volte l’accaduto alle forze dell’ordine”.

Condotta ossessiva (spesso sfociata anche in atti di violenza su cose e persone) che ha ingenerato nei due coniugi, paura e ansia per l’incolumità propria e del figlio minore, nonché per la propria libertà personale e che li ha indotti a modificare finanche, le proprie abitudini di vita.

In tema di valutazione della prova è stato ampiamente affermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte che, proprio in relazione alla fattispecie di cui all’art.612 bis c.p., la penale responsabilità di un soggetto può essere affermata anche sulla scorta delle sole dichiarazioni della persona offesa, purché queste siano sottoposte ad un rigoroso vaglio critico ( cfr. Cass. Pen. Sez. V n.27774/10)

Ne caso di specie non vi erano dubbi sulla credibilità delle persone offese che, nelle denunce sporte nei confronti dell’indagato e nelle dichiarazioni rese a dibattimento erano state chiare, lineari, precise e prive di contraddizioni.

Il contenuto delle dichiarazioni rese dalle persone offese, era stato, peraltro, supportato da significativi elementi oggettivi di riscontro costituiti dalle immagini estrapolate dai filmati della telecamera di videosorveglianza e dai certificati medici in atti.

Il reato di stalking

Il reato di “stalking” o di “atti persecutori” previsto dall’art. 612-bis, introdotto dalla L. n. 38 del 2009, è un reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione di più condotte minacciose e moleste, tali da ingenerare nella vittima un perdurante stato di ansia e timore per sé o per le persone care o tale da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.

Perché sussista la fattispecie delittuosa è quindi necessario, in primo luogo, il ripetersi della condotta: gli atti e i comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati.

Inoltre, i comportamenti devono essere tali da ingenerare nella vittima disagi psichici o timore per la propria incolumità e quella delle persone care ovvero pregiudizi per le abitudini di vita: trattasi di reato di evento e di danno, a fattispecie alternative, ciascuna delle quali idonea ad integrarne gli estremi ( Cass. Pen. Sez. V 34015/10).

Più in particolare, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di statuire al riguardo, che integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art.612 bis c.p., anche due sole condotte di minaccia o di molestia come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (cfr. Cass. Sez. V n.6417/10) precisando l’idoneità ad integrare la fattispecie delle ripetute comunicazioni telefoniche, anche mediante reiterato invio alla persona offesa di sms e di messaggi di posta elettronica o postati sui cosiddetti social network, come ad esempio facebook (cfr. Cass. Pen.Sez. VI n.32404/10).

 

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RECIPROCITA’ DEI COMPORTAMENTI MOLESTI: CONFERMATA CONDANNA PER STALKING

atti persecutori

Gli atti persecutori e gli episodi di vessazione e maltrattamenti nei confronti dell’ex partner giustificano la risposta cautelare massimamente restrittiva della libertà personale

In un Paese dove circa un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio – evento terminale spesso preceduto da atti persecutori posti in essere dall’agente violento- e dove il 77 % delle vittime del delitto di atti persecutori risultano essere di sesso femminile 1, non appare certamente irragionevole o irrazionale, su un piano di lettura costituzionale, l’avere introdotto da parte del legislatore un ulteriore strumento di tutela sociale per il contenimento di forme di pericolosità diffusa da accertare secondo i parametri probatori sopra indicati.

Ad affermarlo è il Tribunale di Milano col decreto del 9 ottobre 2018.

Il caso

L’indagato si era reso responsabile del delitto di atti persecutori (ai sensi dell’art. 612 bis c.p) perpetrati ai danni della sua ex compagna già durante la loro convivenza e proseguiti al termine del loro rapporto.

L’uomo, in più occasioni, aveva mostrato nei confronti dell’ex partner un’indole violenta e prevaricatrice, rendendosi anche autore di gravi episodi di vessazione e maltrattamenti, per cui erano stati effettuati molteplici interventi da parte delle Forze di Polizia.

Per gli stessi fatti, l’uomo era stato arrestato pur non essendo ancora giunta una condanna penale.

I gravi indizi di colpevolezza che erano emersi a suo carico lasciavano inequivocabilmente trasparire i suoi intenti prevaricatori e la sua pericolosità sociale.

L’episodio che scatenò il perpetrarsi delle molestie e dei soprusi nei confronti dell’ex compagna fu il momento in cui quest’ultima decise di porre fine alla loro tormentata relazione amorosa. Da quel giorno, l’uomo mise in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati a punirla con atti di violenza sia fisica che psicologica, quest’ultimi con finalità manipolatorie, con l’intenzione di confinarla nella sua sfera di controllo.

La donna aveva già denunciato questi fatti.

Nell’ordinanza di convalida dell’arresto, in particolare, si raccontava di un episodio, a sua volta riportato dalla vittima, in sede di verbalizzazione della querela, in cui l’uomo, preso dall’ira aveva danneggiato la porta d’ingresso della sua abitazione prendendola a calci e così, riuscendo ad entrarvi; dopodiché percosse brutalmente la donna e le sottrasse le chiavi di casa.

Nonostante le denunce e i continui interventi delle forze dell’ordine, gli episodi di molestia non cessarono, al contrario, nel corso del tempo, ebbero un crescendo di brutalità. Le percosse furono sostituite dalle minacce di morte rese ancor più oppressive dall’utilizzo di armi da punta e taglio; fino agli episodi di vera e propria violenza sessuale, perpetrati anche alla presenza del loro figlio minore (vittima a sua volta di “violenza assistita”).

Ebbene, non vi erano dubbi: si trattava di un soggetto con indole manifestamente violenta, possessiva ed ossessiva, e sintomatica di una spiccata pericolosità, visto anche l’utilizzo di armi, idonee ad arrecare gravi pregiudizi per beni giuridici primari, come la vita e l’incolumità individuale.

La tesi difensiva e la decisione del Tribunale

Il difensore dell’indagato, di fronte all’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza a carico del suo assistito, ne aveva eccepito l’illegittimità.

Com’è possibile arrivare ad una decisione così drasticamente limitativa della libertà di circolazione del sottoposto a procedimento penale, in presenza di una fattispecie procedibile a querela di parte?

La domanda, così come formulata, non può certo trovare fondamento né sotto il profilo giuridico né, tanto meno sotto il profilo fattuale.

Di fronte ad atti di violenza e di minaccia grave perché commessi con un coltello non si può parlare di fatti a querela di parte. E, in ogni caso, le azioni poste in essere dall’indagato erano indicative di una pericolosità tale da giustificare la misura della custodia cautelare in carcere (trattasi del “concreto pericolo che questi commetta altra delitti della stessa specie di quelli per cui si procede, o comunque gravi delitti con uso di violenza personale specie nei confronti della persona offesa”).

Il Tribunale meneghino ricorda che i fini dell’applicazione della misura la pericolosità deve attualmente essere sussistente al momento della formulazione del relativo giudizio. E, il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto piuttosto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita; atti di cui l’indagato, nel caso di specie, non si era mai reso esecutore.

Per tali ragioni, deve ritenersi legittimamente applicata la misura custodiale disposta a suo carico.

 

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violenza domestica

Presentata una proposta di legge che prevede l’introduzione di una corsia veloce per i casi di violenza domestica e di genere denunciati dalle donne

Una corsia veloce, dove far transitare le denunce presentate dalle donne vittime di violenza domestica e di genere. E’ l’obiettivo della proposta di legge, denominata ‘Codice Rosso’, presentata dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede alla presenza di Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, fondatrici dell’associazione Doppia Difesa.

“I dati sulla violenza sulle donne – scrive il Ministro sul blog delle Stelle – sono impressionanti. L’ultimo rapporto Istat ci fornisce una fotografia drammatica: circa il 21 per cento delle donne italiane – pari a 4,5 milioni – è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subìto la violenza più grave: 653.000 donne vittime di stupro e 746.000 vittime di tentato stupro”. Da qui l’idea di introdurre un “Codice rosso”, come avviene nei pronto soccorso, per i casi in cui le denunce devono essere trattate immediatamente.

“Con l’introduzione del Codice Rosso – si legge in una nota del Ministero – si eliminerebbero, quindi, tempi lunghi e fasi di stallo che più volte hanno determinato la morte della donna che aveva trovato il coraggio di denunciare le violenze causate da marito o convivente”.

Il testo opera una modifica all’art. 347 del codice di procedura penale. In particolare, prevede la comunicazione immediata al pm delle notizie di reato da parte della polizia giudiziaria, in caso di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate commessi in contesti familiari o di semplice convivenza. Il tutto senza valutazioni sull’urgenza e anche per via orale.

La vittima, inoltre, in base alla riforma dell’art. 362 c.p.p. dovrà essere sentita dai magistrati entro tre giorni dalla denuncia.

Con l’integrazione dell’art. 370 c.p.p., poi, si obbliga la polizia giudiziaria a dare priorità allo svolgimento delle indagini delegate dal pubblico ministero. A quest’ultimo devono essere trasmesse, in modo altrettanto tempestivo, le risultanze acquisite con l’attività svolta.

Il disegno di legge, tra l’altro, prevede un obbligo di formazione per Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Polizia penitenziaria. Il personale coinvolto in procedimenti in materia di violenza domestica e di genere dovrà frequentare dei corsi presso specifici istituti.

“Sappiamo che per ogni donna non è semplice venire allo scoperto e denunciare i soprusi che subisce, sottolinea sul proprio profilo Facebook il ministro Bonafede -. Con questa legge lo Stato si fa avanti, tende una mano e si mette al suo fianco”.

 

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Per la Corte di Cassazione sussistono i presupposti del reato laddove si determini un turbamento psichico  per la persona tradita

Aveva reiteratamente inviato lettere dal contenuto offensivo a una donna, in cui commentava con toni volgari la relazione intrattenuta dal marito con una collega di lavoro. Le lettere, inoltre, erano state affisse nella bacheca dell’ospedale in cui la signora lavorava, causandole un grave e perdurante stato d’ansia e di paura, oltre a costringerla a cambiare le proprie abitudini di vita.

La Corte d’appello di Bologna, riformando la sentenza di primo grado, aveva condannato la mittente per stalking, ma l’imputata, ritenendo la sentenza ingiusta, aveva fatto ricorso per Cassazione negando le ripercussioni che la propria condotta avrebbe provocato nella parte offesa, ovvero i presupposti per l’integrazione del reato di atti persecutori previsti dall’articolo 612 bis del codice penale.

La Suprema Corte, tuttavia, ha rigettato l’impugnazione della ricorrente in quanto infondata, ritenendo inaccettabili le argomentazioni presentate. Per gli Ermellini, infatti, nel corso dell’istruttoria era chiaramente emersa la sussistenza dei presupposti per la condanna previsti dal codice penale; in particolare, il “perdurante stato d’ansia e di paura” e il “fondato timore per l’incolumità”, che – precisa la Cassazione -“rappresentano eventi che riguardano la sfera emotiva e psicologica” della vittima. Per accertare tali conseguenze occorre un accertamento “attraverso un’accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino un’apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”.

Nella vicenda in questione peraltro, i giudici del Palazzaccio hanno evidenziato come la sofferenza derivante dalla scoperta di una relazione del proprio partner con terzi, unitamente alla potenziale diffusione della notizia presso altre persone, per mezzo di comunicazioni ingiuriose, possa influire sulla personalità della persona offesa comportando anche “uno specifico e diverso turbamento psichico”.

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Stalking: due sole condotte moleste integrano il reato

Il reato si configura qualora un soggetto ponga in essere reiteratamente una serie di condotte tali da provocare un “perdurante stato d’ansia o di paura” nella vittima

Disturbava continuamente il vicino di casa, staccandogli ripetutamente la corrente elettrica e arrivando perfino a investirlo con l’automobile. Condannato in primo grado e in appello per atti persecutori, l’uomo ha fatto ricorso per Cassazione evidenziando come i fatti contestati non avessero alcuna rilevanza penale; a suo avviso, infatti, tali comportamenti potevano sfociare unicamente in una controversia di natura civilistica relativa alla proprietà di una servitù di passaggio.

Il ricorrente, inoltre,  sosteneva di essere stato “calunniato”. L’accusa rivoltagli di avere investito il vicino con la propria auto non corrispondeva a realtà; al contrario, sarebbe stato lo stesso vicino, secondo l’imputato, a gettarsi appositamente a terra sostenendo di essere stato deliberatamente colpito dallo specchietto retrovisore della vettura.

La Corte di Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 43083 del 12 ottobre 2016, ha rigettato il ricorso in quanto infondato, ritenendo di non aderire alle argomentazioni proposte dal ricorrente. Secondo gli Ermellini, in particolare, i fatti contestati al soggetto condannato  rientravano a pieno titolo tra le fattispecie previste dall’articolo n. 612 bis del codice penale, relativo agli ‘atti persecutori’. La norma, infatti, prevede che il reato si configura qualora un soggetto ponga in essere reiteratamente una serie di condotte tali da provocare un “perdurante stato d’ansia o di paura” nella vittima.

Per la Suprema Corte, le singole condotte, in sé considerate, possono essere anche prive di rilevanza penale, purchè sussista un nesso di causalità tra le medesime e lo “stato d’ansia o di paura” patito dall’interessato.

Eventuali ulteriori scopi ulteriori perseguiti dall’autore, quali (la pretesa del diritto riguardante la servitù di passaggio, “riguardano il movente della condotta ma non il dolo generico del reato di cui all’art. 612 bis del c.p.”, da individuarsi nella consapevolezza e volontà dell’agente di alterare l’equilibrio psichico della vittima.

Per quanto concerne l’accusa di calunnia rivolta dal ricorrente al vicino i giudici di Piazza Cavour no hanno considerato ammissibile il ricorso in quanto la ricostruzione dei fatti operata dal giudice d’appello riguarda il merito della controversia e non può quindi essere contestata in sede di giudizio di Cassazione, dove è possibile lamentare solamente errori “di diritto”, consistenti nell’erronea applicazione di una norma di legge.

 

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L’iniziativa lanciata alla Camera da Fratelli d’Italia mira a punire banche, finanziarie e aziende che applichino condotte aggressive e persecutorie nei confronti dei debitori

Una proposta volta a “estendere il reato di stalking alle condotte persecutorie e aggressive che vengono messe in atto nei confronti dei cittadini dalle società di recupero crediti che lavorano per conto di banche, società finanziarie e grandi aziende”.

Così il leader del partito Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha presentato nei giorni scorsi a Montecitorio la proposta di legge, di cui è firmataria assieme a tutto il suo gruppo parlamentare, per l’introduzione del reato di stalking bancario.

Il testo, dal titolo “Modifica all’articolo 612-bis del codice penale concernente il reato di atti persecutori commesso nell’esercizio di attività di recupero di crediti”, mira a punire con una aggravante rispetto alla pena prevista per attività persecutorie, istituti bancari, società finanziarie, filiali di recupero crediti e qualsiasi altro soggetto giuridico preposto qualora l’attività esuli o travalichi “quanto previsto dalla legge”, nonché “le norme del codice di procedura civile”.

Ad esempio, tra le pratiche “scorrette” passibili di sanzione rientrano le chiamate telefoniche a qualsiasi orario del giorno e della notte, le intimazioni “fittizie” e le pressioni di ogni genere volte a indurre i debitori a regolarizzare la propria posizione e saldare quanto dovuto.

La presentazione della proposta di legge ha visto anche la partecipazione e la testimonianza della moglie di un uomo, debitore di una cifra pari a 40mila euro, che non reggendo la pressione degli agenti di recupero crediti ha finito per togliersi la vita.

L’intento della legge, per Fratelli d’Italia, sarebbe proprio quello di evitare che tragedie simili si possano ripetere  e che altre famiglie possano subire simili lutti in quanto se è vero che i debiti vanno pagati è altrettanto vero che occorre “una riscossione più umana e più etica”.

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