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È stato condannato l’uomo che aveva inviato dodici messaggi via whatsapp a una dottoressa. La Cassazione ha confermato il reato di stalking

La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stato condannato un uomo accusato del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. Nella specie, l’imputato aveva perseguitato la vittima, inviandole dodici messaggi via whatsapp (dodici per l’esattezza) e rivolto a quest’ultima continue telefonate.

Per la difesa si trattava di fatti privi di qualsivoglia idoneità lesiva dell’altrui integrità e soprattutto, non integranti la fattispecie penale a lui ascritta.

In verità, dopo aver ricevuto due denuncia dalla persona offesa, lo stesso era già stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Secondo i giudici di merito, infatti, al di là del limitato arco temporale nel quale le condotte illecite erano state perpetrate ai danni della vittima quel che rilevava era l’intensità del loro contenuto.

In particolare, venivano in questione, due telefonate: una da parte dell’utenza dell’imputato, rimasta senza risposta, cui aveva fatto seguito la telefonata della persona offesa per capire chi fosse il suo interlocutore; un’altra effettuata da parte di soggetto rimasto non identificato, ma, secondo quanto emerso dalle indagini effettuata su ordine dello stesso, di contenuto chiaramente minaccioso.

Vi erano poi, vari sms concentrati nel tempo, ben dodici, con sei fotografie e tre video che riprendevano la persona offesa mentre si trovava presso i carabinieri per formalizzare la querela.

Sono queste – a detta dei giudici della Cassazionele gravi intrusioni alle quali la sentenza di primo grado aggiunge l’attributo della fisicità, per sottolinearne la penetrante invasione della sfera intima della persona offesa e non certo per attribuire al ricorrente condotte di carattere fisico. (Cass. sent. n. 61/2019).

E l’intensità di sviluppo dell’azione criminosa rende del tutto ragionevole il giudizio di attendibilità espresso dai giudici di merito, quanto alle dichiarazioni della persona offesa, la quale aveva riferito di avere provvisoriamente pernottato in altra abitazione, sospendendo la propria attività professionale, nel timore che l’imputato potesse raggiungerla presso il suo studio professionale.

Ciò integra con sicurezza l’evento di danno richiesto dalla norma.

Va, peraltro, osservato che nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014).

Senza alcun dubbio, il ricorso è stato rigettato.

Il numero dei messaggi

La questione che, nella fattispecie in esame, viene in rilievo è la seguente: dopo quanti messaggi o telefonate può dirsi integrato il delitto di stalking?

Ebbene, la Cassazione ha sempre posto in evidenza due aspetti: il numero dei messaggi, e l’arco temporale che deve essere “relativamente ampio”. Ciò vuol dire che non basta inviare un numero sufficientemente ampio di messaggi per poter essere incriminati per atti persecutori, posto che tale condotta deve essere perpetrata ai danni della vittima in un arco temporale pressoché prolungato.

Se così fosse vero, pero, si finirebbe per escludere atteggiamenti verosimilmente rientranti sotto la fattispecie penale, di rilevanza non trascurabile. Si pensi al caso di un gran numero di messaggi inviati in pochi giorni o in un sol giorno.

Cosicché in una recente sentenza la Cassazione (Cass. n. 52585/2017) ha avuto modo di affermare che perché si verifichi il reato di stalking perché si configuri il reato è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

Non va neppure dimenticata un altro precedente arresto giurisprudenziale, analogo al caso in esame, ove il Consiglio di Stato, ha condannato una donna per l’invio di circa 19 messaggio, nell’arco temporale di circa un mese. (Cons. Stato n. 4241/2016)

Sabrina Caporale

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

stalking

Il reato di stalking, di cui all’articolo 612-bis del Cp, è configurabile anche in caso di comportamenti reiterati di minaccia e molestia posti in essere nei confronti dei vicini di casa. Gli elementi dello stalking vanno esaminati a prescindere dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente

Il caso

Era stato assolto in primo grado dal reato a lui ascritto di atti persecutori c.d. stalking, per aver con condotte reiterate, minacciato e molestato i vicini di casa.

Secondo la ricostruzione accusatoria, l’imputato creava disturbo collegando al telefono della sua abitazione una campana elettrica, installata all’esterno, attivando quotidianamente, ogni mattina, un impianto di allarme, o ancora tenendo il motore del camion acceso anche per diverse ore sotto le finestre dei vicini o custodendo degli asini con adiacente letamaio a pochi metri dall’abitazione degli stessi e, lanciando nel loro giardino sassi e mozziconi di sigaro o ancora.

Anche in appello l’uomo veniva assolto dal reato a lui ascritto, ritenendo che le condotte contestate integrassero una mera inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà, ma che comunque non rendevano dolosi gli atti posti in essere, nè conferiva loro carattere penale e neppure poteva dirsi ravvisabile una finalità persecutoria delle singole azioni.

Il ricorso per Cassazione

Il punto di diritto sul quale i giudici della Suprema Corte sono stati chiamati a pronunciarsi è il seguente: se le condotte denunciate dalle persone offese potessero integrare la mera violazione delle norme civilistiche che governano i rapporti di “buon vicinato” oppure, se le stesse, potessero assumere autonomo rilievo penale.

Per la cassazione della sentenza agiva in giudizio il procuratore presso la corte d’appello, il quale lamentava l’errore commesso dai giudici della corte territoriale nell’aver negato la natura volontaria degli atti posti in essere, e che gli eventuali scopi perseguiti dall’imputato (quali l’affermazione del diritto di proprietà, le esigenze lavorative o l’amore per gli animali) seppure connotassero il movente della condotta, non incidevano anche sul dolo (generico) del reato.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto i motivi di impugnazione presentati dalla pubblica accusa, affermando che l’eventuale finalità alternativa perseguita dall’imputato non poteva escludere il rilievo penale della molestia.

Al riguardo, è stato già affermato che l’esclusione di “finalità persecutorie” delle condotte poste in essere, in quanto integrerebbero mera “inosservanza di norme civili che regolano il diritto di proprietà” dall’imputato, prescinde dalla considerazione che l’elemento soggettivo del reato di atti persecutori è il dolo generico, che è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 20993 del 27/11/2012; Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015), e non è escluso da eventuali scopi asseritamente perseguiti dall’autore (quali l’affermazione del diritto di proprietà, o le esigenze lavorative).

La decisione

In altri termini, l’esclusione della connotazione persecutoria delle condotte sarebbe fondata sulla deduzione di “finalità” non “persecutorie”, ma legate all’esercizio del diritto di proprietà o ad esigenze lavorative, sarebbe stato il frutto di una erronea sovrapposizione concettuale tra la nozione di dolo e quella di mero movente dell’azione ossia la causa psichica della condotta umana, lo stimolo che ha indotto l’autore ad agire, facendo scattare la volontà.

Al riguardo, pur prescindendo dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente connesso ad esigenze lavorative o all’esercizio del diritto di proprietà, è pacifico che il movente dell’azione, pur potendo contribuire all’accertamento del dolo, costituendo una potenziale circostanza inferenziale, non coincide con la coscienza e volontà del fatto, della quale può rappresentare, invece, il presupposto (Sez. 1, n. 466/1993: “Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire; esso va distinto dal dolo, che è l’elemento costitutivo del reato e riguarda la sfera della rappresentazione e volizione dell’evento“; Sez. 5, n. 25936/2017; Sez. 3, n. 14742/2016).

Ne è così conseguito l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per nuovo esame della fattispecie.

 

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reato di stalking

Integra la fattispecie del reato di stalking, o di atti persecutori, previsto dall’art. 612-bis c.p., la condotta perdurante di persecuzione, posta in essere con numerose aggressioni fisiche e verbali e molestie ai danni di due condomini

Era stato accusato del reato di stalking di cui all’art. 612 bis, c.c. 1 e 2, c.p., perché poneva in essere atti persecutori in danno di due soggetti, residenti nello stesso condominio molestandoli e minacciandoli ripetutamente, in modo da cagionare in loro un perdurante e grave stato di ansia e di paura.

L’indagato aveva messo in atto una vera e propria persecuzione nei confronti dei due denuncianti. Gli stessi componenti della famiglia avevano il terrore di uscire di casa per il timore di incontrarlo e più volte avevano dovuto ricorrere alle cure medico-psichiatriche.

La decisione dei giudici di merito

Il Tribunale di Bari, investito della vicenda in esame, ha dichiarato che “sussiste, senza ombra di dubbio, la condotta prevista e punita dall’art.612 bis c.p. dal momento che l’imputato ha, coscientemente e volontariamente, nonché reiteratamente molestato le persone offese, facendone oggetto di una attenzione ossessivamente imposta, attraverso minacce e continui atti di violenza fisica e verbale e di intrusione nella vita privata degli stessi ed esercitando un effetto intimidatorio tale da indurli a denunciare più volte l’accaduto alle forze dell’ordine”.

Condotta ossessiva (spesso sfociata anche in atti di violenza su cose e persone) che ha ingenerato nei due coniugi, paura e ansia per l’incolumità propria e del figlio minore, nonché per la propria libertà personale e che li ha indotti a modificare finanche, le proprie abitudini di vita.

In tema di valutazione della prova è stato ampiamente affermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte che, proprio in relazione alla fattispecie di cui all’art.612 bis c.p., la penale responsabilità di un soggetto può essere affermata anche sulla scorta delle sole dichiarazioni della persona offesa, purché queste siano sottoposte ad un rigoroso vaglio critico ( cfr. Cass. Pen. Sez. V n.27774/10)

Ne caso di specie non vi erano dubbi sulla credibilità delle persone offese che, nelle denunce sporte nei confronti dell’indagato e nelle dichiarazioni rese a dibattimento erano state chiare, lineari, precise e prive di contraddizioni.

Il contenuto delle dichiarazioni rese dalle persone offese, era stato, peraltro, supportato da significativi elementi oggettivi di riscontro costituiti dalle immagini estrapolate dai filmati della telecamera di videosorveglianza e dai certificati medici in atti.

Il reato di stalking

Il reato di “stalking” o di “atti persecutori” previsto dall’art. 612-bis, introdotto dalla L. n. 38 del 2009, è un reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione di più condotte minacciose e moleste, tali da ingenerare nella vittima un perdurante stato di ansia e timore per sé o per le persone care o tale da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.

Perché sussista la fattispecie delittuosa è quindi necessario, in primo luogo, il ripetersi della condotta: gli atti e i comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati.

Inoltre, i comportamenti devono essere tali da ingenerare nella vittima disagi psichici o timore per la propria incolumità e quella delle persone care ovvero pregiudizi per le abitudini di vita: trattasi di reato di evento e di danno, a fattispecie alternative, ciascuna delle quali idonea ad integrarne gli estremi ( Cass. Pen. Sez. V 34015/10).

Più in particolare, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di statuire al riguardo, che integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art.612 bis c.p., anche due sole condotte di minaccia o di molestia come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (cfr. Cass. Sez. V n.6417/10) precisando l’idoneità ad integrare la fattispecie delle ripetute comunicazioni telefoniche, anche mediante reiterato invio alla persona offesa di sms e di messaggi di posta elettronica o postati sui cosiddetti social network, come ad esempio facebook (cfr. Cass. Pen.Sez. VI n.32404/10).

 

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atti persecutori

Gli atti persecutori e gli episodi di vessazione e maltrattamenti nei confronti dell’ex partner giustificano la risposta cautelare massimamente restrittiva della libertà personale

In un Paese dove circa un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio – evento terminale spesso preceduto da atti persecutori posti in essere dall’agente violento- e dove il 77 % delle vittime del delitto di atti persecutori risultano essere di sesso femminile 1, non appare certamente irragionevole o irrazionale, su un piano di lettura costituzionale, l’avere introdotto da parte del legislatore un ulteriore strumento di tutela sociale per il contenimento di forme di pericolosità diffusa da accertare secondo i parametri probatori sopra indicati.

Ad affermarlo è il Tribunale di Milano col decreto del 9 ottobre 2018.

Il caso

L’indagato si era reso responsabile del delitto di atti persecutori (ai sensi dell’art. 612 bis c.p) perpetrati ai danni della sua ex compagna già durante la loro convivenza e proseguiti al termine del loro rapporto.

L’uomo, in più occasioni, aveva mostrato nei confronti dell’ex partner un’indole violenta e prevaricatrice, rendendosi anche autore di gravi episodi di vessazione e maltrattamenti, per cui erano stati effettuati molteplici interventi da parte delle Forze di Polizia.

Per gli stessi fatti, l’uomo era stato arrestato pur non essendo ancora giunta una condanna penale.

I gravi indizi di colpevolezza che erano emersi a suo carico lasciavano inequivocabilmente trasparire i suoi intenti prevaricatori e la sua pericolosità sociale.

L’episodio che scatenò il perpetrarsi delle molestie e dei soprusi nei confronti dell’ex compagna fu il momento in cui quest’ultima decise di porre fine alla loro tormentata relazione amorosa. Da quel giorno, l’uomo mise in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati a punirla con atti di violenza sia fisica che psicologica, quest’ultimi con finalità manipolatorie, con l’intenzione di confinarla nella sua sfera di controllo.

La donna aveva già denunciato questi fatti.

Nell’ordinanza di convalida dell’arresto, in particolare, si raccontava di un episodio, a sua volta riportato dalla vittima, in sede di verbalizzazione della querela, in cui l’uomo, preso dall’ira aveva danneggiato la porta d’ingresso della sua abitazione prendendola a calci e così, riuscendo ad entrarvi; dopodiché percosse brutalmente la donna e le sottrasse le chiavi di casa.

Nonostante le denunce e i continui interventi delle forze dell’ordine, gli episodi di molestia non cessarono, al contrario, nel corso del tempo, ebbero un crescendo di brutalità. Le percosse furono sostituite dalle minacce di morte rese ancor più oppressive dall’utilizzo di armi da punta e taglio; fino agli episodi di vera e propria violenza sessuale, perpetrati anche alla presenza del loro figlio minore (vittima a sua volta di “violenza assistita”).

Ebbene, non vi erano dubbi: si trattava di un soggetto con indole manifestamente violenta, possessiva ed ossessiva, e sintomatica di una spiccata pericolosità, visto anche l’utilizzo di armi, idonee ad arrecare gravi pregiudizi per beni giuridici primari, come la vita e l’incolumità individuale.

La tesi difensiva e la decisione del Tribunale

Il difensore dell’indagato, di fronte all’ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza a carico del suo assistito, ne aveva eccepito l’illegittimità.

Com’è possibile arrivare ad una decisione così drasticamente limitativa della libertà di circolazione del sottoposto a procedimento penale, in presenza di una fattispecie procedibile a querela di parte?

La domanda, così come formulata, non può certo trovare fondamento né sotto il profilo giuridico né, tanto meno sotto il profilo fattuale.

Di fronte ad atti di violenza e di minaccia grave perché commessi con un coltello non si può parlare di fatti a querela di parte. E, in ogni caso, le azioni poste in essere dall’indagato erano indicative di una pericolosità tale da giustificare la misura della custodia cautelare in carcere (trattasi del “concreto pericolo che questi commetta altra delitti della stessa specie di quelli per cui si procede, o comunque gravi delitti con uso di violenza personale specie nei confronti della persona offesa”).

Il Tribunale meneghino ricorda che i fini dell’applicazione della misura la pericolosità deve attualmente essere sussistente al momento della formulazione del relativo giudizio. E, il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto piuttosto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita; atti di cui l’indagato, nel caso di specie, non si era mai reso esecutore.

Per tali ragioni, deve ritenersi legittimamente applicata la misura custodiale disposta a suo carico.

 

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violenza domestica

Presentata una proposta di legge che prevede l’introduzione di una corsia veloce per i casi di violenza domestica e di genere denunciati dalle donne

Una corsia veloce, dove far transitare le denunce presentate dalle donne vittime di violenza domestica e di genere. E’ l’obiettivo della proposta di legge, denominata ‘Codice Rosso’, presentata dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede alla presenza di Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, fondatrici dell’associazione Doppia Difesa.

“I dati sulla violenza sulle donne – scrive il Ministro sul blog delle Stelle – sono impressionanti. L’ultimo rapporto Istat ci fornisce una fotografia drammatica: circa il 21 per cento delle donne italiane – pari a 4,5 milioni – è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subìto la violenza più grave: 653.000 donne vittime di stupro e 746.000 vittime di tentato stupro”. Da qui l’idea di introdurre un “Codice rosso”, come avviene nei pronto soccorso, per i casi in cui le denunce devono essere trattate immediatamente.

“Con l’introduzione del Codice Rosso – si legge in una nota del Ministero – si eliminerebbero, quindi, tempi lunghi e fasi di stallo che più volte hanno determinato la morte della donna che aveva trovato il coraggio di denunciare le violenze causate da marito o convivente”.

Il testo opera una modifica all’art. 347 del codice di procedura penale. In particolare, prevede la comunicazione immediata al pm delle notizie di reato da parte della polizia giudiziaria, in caso di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate commessi in contesti familiari o di semplice convivenza. Il tutto senza valutazioni sull’urgenza e anche per via orale.

La vittima, inoltre, in base alla riforma dell’art. 362 c.p.p. dovrà essere sentita dai magistrati entro tre giorni dalla denuncia.

Con l’integrazione dell’art. 370 c.p.p., poi, si obbliga la polizia giudiziaria a dare priorità allo svolgimento delle indagini delegate dal pubblico ministero. A quest’ultimo devono essere trasmesse, in modo altrettanto tempestivo, le risultanze acquisite con l’attività svolta.

Il disegno di legge, tra l’altro, prevede un obbligo di formazione per Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Polizia penitenziaria. Il personale coinvolto in procedimenti in materia di violenza domestica e di genere dovrà frequentare dei corsi presso specifici istituti.

“Sappiamo che per ogni donna non è semplice venire allo scoperto e denunciare i soprusi che subisce, sottolinea sul proprio profilo Facebook il ministro Bonafede -. Con questa legge lo Stato si fa avanti, tende una mano e si mette al suo fianco”.

 

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Per la Corte di Cassazione sussistono i presupposti del reato laddove si determini un turbamento psichico  per la persona tradita

Aveva reiteratamente inviato lettere dal contenuto offensivo a una donna, in cui commentava con toni volgari la relazione intrattenuta dal marito con una collega di lavoro. Le lettere, inoltre, erano state affisse nella bacheca dell’ospedale in cui la signora lavorava, causandole un grave e perdurante stato d’ansia e di paura, oltre a costringerla a cambiare le proprie abitudini di vita.

La Corte d’appello di Bologna, riformando la sentenza di primo grado, aveva condannato la mittente per stalking, ma l’imputata, ritenendo la sentenza ingiusta, aveva fatto ricorso per Cassazione negando le ripercussioni che la propria condotta avrebbe provocato nella parte offesa, ovvero i presupposti per l’integrazione del reato di atti persecutori previsti dall’articolo 612 bis del codice penale.

La Suprema Corte, tuttavia, ha rigettato l’impugnazione della ricorrente in quanto infondata, ritenendo inaccettabili le argomentazioni presentate. Per gli Ermellini, infatti, nel corso dell’istruttoria era chiaramente emersa la sussistenza dei presupposti per la condanna previsti dal codice penale; in particolare, il “perdurante stato d’ansia e di paura” e il “fondato timore per l’incolumità”, che – precisa la Cassazione -“rappresentano eventi che riguardano la sfera emotiva e psicologica” della vittima. Per accertare tali conseguenze occorre un accertamento “attraverso un’accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino un’apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”.

Nella vicenda in questione peraltro, i giudici del Palazzaccio hanno evidenziato come la sofferenza derivante dalla scoperta di una relazione del proprio partner con terzi, unitamente alla potenziale diffusione della notizia presso altre persone, per mezzo di comunicazioni ingiuriose, possa influire sulla personalità della persona offesa comportando anche “uno specifico e diverso turbamento psichico”.

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Stalking: due sole condotte moleste integrano il reato

Il reato si configura qualora un soggetto ponga in essere reiteratamente una serie di condotte tali da provocare un “perdurante stato d’ansia o di paura” nella vittima

Disturbava continuamente il vicino di casa, staccandogli ripetutamente la corrente elettrica e arrivando perfino a investirlo con l’automobile. Condannato in primo grado e in appello per atti persecutori, l’uomo ha fatto ricorso per Cassazione evidenziando come i fatti contestati non avessero alcuna rilevanza penale; a suo avviso, infatti, tali comportamenti potevano sfociare unicamente in una controversia di natura civilistica relativa alla proprietà di una servitù di passaggio.

Il ricorrente, inoltre,  sosteneva di essere stato “calunniato”. L’accusa rivoltagli di avere investito il vicino con la propria auto non corrispondeva a realtà; al contrario, sarebbe stato lo stesso vicino, secondo l’imputato, a gettarsi appositamente a terra sostenendo di essere stato deliberatamente colpito dallo specchietto retrovisore della vettura.

La Corte di Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 43083 del 12 ottobre 2016, ha rigettato il ricorso in quanto infondato, ritenendo di non aderire alle argomentazioni proposte dal ricorrente. Secondo gli Ermellini, in particolare, i fatti contestati al soggetto condannato  rientravano a pieno titolo tra le fattispecie previste dall’articolo n. 612 bis del codice penale, relativo agli ‘atti persecutori’. La norma, infatti, prevede che il reato si configura qualora un soggetto ponga in essere reiteratamente una serie di condotte tali da provocare un “perdurante stato d’ansia o di paura” nella vittima.

Per la Suprema Corte, le singole condotte, in sé considerate, possono essere anche prive di rilevanza penale, purchè sussista un nesso di causalità tra le medesime e lo “stato d’ansia o di paura” patito dall’interessato.

Eventuali ulteriori scopi ulteriori perseguiti dall’autore, quali (la pretesa del diritto riguardante la servitù di passaggio, “riguardano il movente della condotta ma non il dolo generico del reato di cui all’art. 612 bis del c.p.”, da individuarsi nella consapevolezza e volontà dell’agente di alterare l’equilibrio psichico della vittima.

Per quanto concerne l’accusa di calunnia rivolta dal ricorrente al vicino i giudici di Piazza Cavour no hanno considerato ammissibile il ricorso in quanto la ricostruzione dei fatti operata dal giudice d’appello riguarda il merito della controversia e non può quindi essere contestata in sede di giudizio di Cassazione, dove è possibile lamentare solamente errori “di diritto”, consistenti nell’erronea applicazione di una norma di legge.

 

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L’iniziativa lanciata alla Camera da Fratelli d’Italia mira a punire banche, finanziarie e aziende che applichino condotte aggressive e persecutorie nei confronti dei debitori

Una proposta volta a “estendere il reato di stalking alle condotte persecutorie e aggressive che vengono messe in atto nei confronti dei cittadini dalle società di recupero crediti che lavorano per conto di banche, società finanziarie e grandi aziende”.

Così il leader del partito Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha presentato nei giorni scorsi a Montecitorio la proposta di legge, di cui è firmataria assieme a tutto il suo gruppo parlamentare, per l’introduzione del reato di stalking bancario.

Il testo, dal titolo “Modifica all’articolo 612-bis del codice penale concernente il reato di atti persecutori commesso nell’esercizio di attività di recupero di crediti”, mira a punire con una aggravante rispetto alla pena prevista per attività persecutorie, istituti bancari, società finanziarie, filiali di recupero crediti e qualsiasi altro soggetto giuridico preposto qualora l’attività esuli o travalichi “quanto previsto dalla legge”, nonché “le norme del codice di procedura civile”.

Ad esempio, tra le pratiche “scorrette” passibili di sanzione rientrano le chiamate telefoniche a qualsiasi orario del giorno e della notte, le intimazioni “fittizie” e le pressioni di ogni genere volte a indurre i debitori a regolarizzare la propria posizione e saldare quanto dovuto.

La presentazione della proposta di legge ha visto anche la partecipazione e la testimonianza della moglie di un uomo, debitore di una cifra pari a 40mila euro, che non reggendo la pressione degli agenti di recupero crediti ha finito per togliersi la vita.

L’intento della legge, per Fratelli d’Italia, sarebbe proprio quello di evitare che tragedie simili si possano ripetere  e che altre famiglie possano subire simili lutti in quanto se è vero che i debiti vanno pagati è altrettanto vero che occorre “una riscossione più umana e più etica”.

stalking

“Laddove il comportamento del soggetto passivo in qualche modo assecondi il comportamento del soggetto agente, viene meno il requisito indispensabile del mutamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita della vittima”

Corte di Cassazione, III Sezione Penale, n. 9221/2016.

“(…) anche due sole condotte in successione tra loro, anche se intervallate nel tempo, bastano ad integrare sotto il profilo temporale la fattispecie, (Sez. V, 21.1.2010, n. 6417; Sez. III, 23.5.2013,n. 45648), non va tralasciato il fatto che le condotte molestatrici debbano risultare assillanti: espressione quest’ultima, che, al di là del mero riferimento temporale, attiene soprattutto alle conseguenze cagionate sulla vittima. (…) Se quest’ultima, infatti, anziché frapporsi come ostacolo invalicabile alle molestia, asseconda il comportamento del soggetto agente inducendolo a persistere in quegli atteggiamenti minacciosi, viene meno il requisito del pregiudizio alla psiche della persona offesa in termini tale da impedire alla vittima di vivere liberamente la propria quotidianità” (Sez. III, 23.3.2013, N.46179, Bernardi, Rv., 257632).

È questo l’ultimo orientamento espresso della Suprema Corte di Cassazione in tema di “atti persecutori”.

La vicenda vedeva coinvolti due ex fidanzati. L’indagato, in risposta alla volontà della ragazza di interrompere la propria relazione affettiva a causa della sua morbosa e pressante gelosia, aveva iniziato a renderla oggetto di ripetute pressioni, seguite anche da messaggi telefonici di tenore minaccioso che avevano determinato la ragazza a mutare le proprie abitudini di vita, tanto da essere costretta ad uscire sempre in compagnia di amiche per evitare rischi per la propria incolumità. In occasione, poi, di un incontro chiarificatore richiesto dal giovane, a cui la ragazza aveva aderito, lo stesso  approfittava delle circostanze di tempo e di luogo, per costringere la giovane donna a subire un rapporto sessuale completo.

Veniva così disposta la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e dai suoi prossimi congiunti; successivamente revocata dal Tribunale di Napoli – Sezione Riesame – che accoglieva la richiesta di riesame presentata nell’interesse dell’indagato.

A giudizio del Tribunale partenopeo: “mancavano gli elementi costitutivi del reato, in quanto la giovane, pur potendo reagire in modo diverso ai continui messaggi telefonici del ragazzo, interrompendo ogni forma di dialogo, proseguiva nello scambio di messaggi telefonici con lo stesso, di guisa che le minacce da costui proferite all’indirizzo della ragazza, anche in presenza di amici, dovevano inquadrarsi in reati diversi (minacce, ingiurie etc.) perseguibili a querela di parte, ma non nel reato di atti persecutori che esige una reiterazione dei comportamenti minacciosi nei riguardi di soggetto che si opponga in modo reciso ad essi, mentre nel caso in esame la ragazza, proseguendo nel dialogo telefonico persino dopo l’episodio della riferita violenza sessuale con l’ex fidanzato, si sarebbe prestata ad una sorta di complicità implicita incompatibile con la struttura del reato ipotizzato dalla Pubblica Accusa”.

Della stessa opinione anche la Suprema Corte di Cassazione che, confermando l’opinione già espressa dal giudice di merito, così conclude: “Il legislatore ha attribuito al delitto in esame natura di illecito che pregiudica il bene giuridico costituito dalla libertà morale. Gli atti persecutori, consistono, quindi, in condotte di tipo vessatorio che determinano la mortificazione delle condizioni soggettive della vittima, tanto da incidere sul modo di conformare il proprio comportamento in termini di autonomia e da turbare questi aspetti, complementari ma indispensabili, di quiete e di tranquillità, sui quali una siffatta autonomia necessariamente si fonda” (Sez. III, 7.3.2014, n.23485; Sez. V, 19.5.2011, n.29872).

(…) Si tratta di una gamma assai variegata di comportamenti aventi caratteristiche di elevata invasività e capaci di instillare nella vittima un senso di oppressione, di tensione e di paura.

“Il mutamento delle abitudini di vita è fatto costatato dall’esperienza come comportamento necessitato cui la vittima di atti di persecuzione ricorre per cercare di sottrarsi agli stessi: sicché accade molto di frequente che vittime di appostamenti e pedinamento cambino il percorso che le conduce a scuola, a casa o al lavoro: ovvero che non rispondano più al telefono e chiedono agli enti gestori il distacco degli apparecchi e l’eliminazione del loro nominativo dagli elenchi; ovvero, ancora, che si facciano accompagnare da terze persone per la paura di rimanere da sole con chi le molesta o le intimidisce. Si tratta, in genere, di precauzioni adottate per non fornire ulteriori occasioni di essere disturbati, a prezzo, però, di alterare e modificare i propri ritmi di vita quotidiana, le proprie forme di distrazione, le scelte minute che ordinariamente regolano l’assetto relazionale con l’esterno”.

“Ne consegue che laddove il comportamento del soggetto passivo in qualche modo assecondi il comportamento del soggetto agente, viene meno il requisito indispensabile del mutamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita della vittima”.

Avv. Sabrina Caporale

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