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atti persecutori

stalking gatti

Non era mera incuria nella gestione dei propri animali; per i giudici si trattava di veri e propri atti persecutori ai danni della persona offesa, molesta dalle continue deiezioni, nelle parti comuni dell’edificio, dei gatti dell’imputata

Si è soliti associare il delitto di stalking o atti persecutori alla condotta di minacce e molestie da parte di ex compagni o compagne o da azioni comunque perpetrate da persone legate da una precedente relazione affettiva con la vittima.

Ma in realtà l’art. 612 bis c.p.p. punisce “chiunque con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita ”.

Il legislatore ha introdotto tale norma allo scopo di apprestare una tutela alle vittime di minacce o molestie che si presentino in modo reiterato, per questo particolarmente lesive della libertà psichica e morale del soggetto.

La condotta criminosa può perciò assumere i connotati più disparati purché sia idonea ad arrecare nella vittima uno sei seguenti stati alternativi: il perdurante e grave stato di ansia o paure della vittima;  il fondato timore per la propria incolumità o per quella di persona legata affettivamente; la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita e che si tratti di azioni ripetute e non meramente occasionali.

La vicenda

Ebbene la vicenda oggetto della pronuncia in commento è alquanto singolare o, forse non troppo …

Una donna era stata condannata in primo e secondo grado di giudizio alla pena di giustizia per il delitto di atti persecutori ai danni dei vicini.

Secondo l’accusa l’imputata era solita lasciare i propri gatti circolare liberamente nelle parti comuni dell’edificio abitato anche dalla parte offesa arrecando molestia e disturbo.

Secondo la difesa la qualificazione giuridica del fatto contestato sotto l’alveo degli atti persecutori era del tutto errata.

Ed infatti- a detta della imputata – gli episodi relativi alle deiezioni dei suoi gatti erano stati occasionali e comunque dovuti ad incuria nella loro custodia, difettando dunque, tanto il requisito dell’abitualità della condotta, quanto il dolo richiesto per la sussistenza del reato.

Ma per i giudici della corte d’appello di Trento, non si trattava di mera incuria colposa nel governo dei propri animali, evidenziando invece come, nonostante le ripetute lamentele, la donna avesse volontariamente continuato a liberarli nelle parti comuni dell’edificio abitato anche dalla persona offesa, nell’evidente consapevolezza delle conseguenze sul piano igienico che ciò comportava e della molestia che in tal modo arrecava alla propria vicina.

Ebbene, anche per i giudici della Suprema Corte di Cassazione la condotta della imputata era senz’altro riconducibile a quella tipizzata dall’art. 612-bis c.p., tanto più sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato e dell’abitualità della condotta, requisiti entrambi motivatamente ritenuti sussistenti dalla Corte territoriale.

Il ricorso è stato perciò respinto e confermata in via definitiva la sentenza di condanna.

La redazione giuridica

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ORDINANZA COMUNALE PER FAR ALLONTANARE I SUOI CANI DAL VICINATO. IL CASO

padre

La condotta del padre, già affidatario esclusivo del figlio, che tenta, con telefonate, appostamenti a scuola, di far valere i propri diritti e riallacciare i rapporti con quest’ultimo, non integra il reato di atti persecutori

La vicenda

L’indagato e la parte offesa erano coniugi prima separati poi divorziati.

Ebbene, la denunciante lamentava il fatto che il suo ex compagno tenesse un comportamento assillante e persecutorio nei confronti del figlio, presentandosi a scuola o fermandolo per strada, telefonandogli o citofonando a casa.

Aperto un fascicolo d’indagine e giunti dinanzi al giudice per le indagini preliminari, il Pubblico Ministero formulava richiesta di archiviazione. Ed invero, quegli episodi denunciati dalla donna non erano stati confermati dalla polizia giudiziaria né dai testimoni indicati dalla parte lesa.

In sede di separazione era stato disposto che il figlio fosse affidato al padre in via esclusiva, affidamento che tuttavia, non si era mai potuto concretizzare in quanto la madre aveva, di fatto, continuato a tenere il figlio presso di sé.

La situazione era andata avanti fino alla sentenza di divorzio ove il giudice, aderendo alle indicazioni fornite dal c.t.u., che aveva ritenuto opportuno lasciare la situazione così com’era e cioè che la madre continuasse a tenere il figlio presso di sé, per evitare un ulteriore aggravio della conflittualità fra i due ex coniugi.

La decisione

Stando così le cose, lo stesso Giudice per le indagini preliminari di La Spezia, ha inteso accogliere la richiesta di archiviazione in favore dell’indagato, dal momento che quest’ultimo non aveva fatto altro che rivendicare e far valere i propri diritti, poter vedere e mantenere rapporti con il figlio, che era stato già a lui affidato in via esclusiva.

Senz’altro, dunque, la condotta contestata non integrava alcuna fattispecie di reato, ivi compresa quella di atti persecutori.

La redazione giuridica

 

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STALKING: CONDANNA ANCHE SE E’ RISTRETTO L’ARCO TEMPORALE DELLE CONDOTTE

stalking

In primo grado, il Tribunale di Reggio Calabria, aveva condannato un uomo per il delitto di atti persecutori (o stalking) commessi ai danni della donna con la quale aveva intrattenuto una relazione sentimentale

L’azione delittuosa si era verificata nel periodo compreso tra il 20 giugno 2014 e l’8 luglio dello stesso anno. E, tanto è bastato al giudice di primo grado per condannare l’uomo alla pena di otto mesi di reclusione con sentenza confermata anche in appello.

Ma per l’imputato si trattava di una vera e propria ingiustizia dal momento che la corte territoriale nel confermare la decisione di primo grado, non aveva tenuto conto del ristretto lasso temporale in cui erano maturate le condotte.

Del pari, riteneva errato l’inquadramento della sequenza di sms inviati alla persona offesa nel reato di stalking, piuttosto che nello schema legale della contravvenzione di molestia o disturbo alle persone.

Il giudizio di legittimità

Per i giudici della Cassazione, la Corte di Appello aveva dato adeguatamente conto del proprio convincimento in ordine a tutte le doglianze difensive ed in particolare alla censura della errata qualificazione giuridica del fatto, valorizzando le modalità della condotta, assillante, implacabile e morbosa dell’imputato, perpetrata in un arco temporale niente affatto insignificante, che perdurava fin dall’inizio della relazione sentimentale e tale da ingenerare nella vittima uno stato d’ansia ed indurla a cambiare le proprie abitudini di vita quotidiana.

Infondata era anche, la censura relativa alla inidoneità dei suoi comportamenti a realizzare la condotta di stalking sol perché concentrati in un arco temporale molto breve, – a sua detta – insufficiente a realizzare il carattere persecutorio che connota il reato contestato.

Ed invero, secondo l’insegnamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, ai fini della configurabilità del reato di stalking, non è necessario che la reiterazione delle condotte, per risultare persecutorie, si dipani in un arco temporale apprezzabilmente lungo, poiché ciò che rileva è che esse, considerate unitariamente, risultino idonee a ingenerare nella vittima un progressivo stato di disagio e di prostrazione psicologica, tale da dare luogo a uno degli eventi delineati dalla norma incriminatrice.

Ebbene, ancora una volta, i giudici Ermellini hanno ritenuto dover dar seguito a tale orientamento, ribadendo che il reato di atti persecutori è integrato anche da singole condotte reiterate in un arco temporale ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di essi, benché temporalmente concentrata, sia eziologicamente connessa con uno degli eventi considerati dall’art. 612 bis c.p.

Ad ogni modo, nel caso in esame, i (plurimi) fatti persecutori denunciati dalla vittima, e accertati in dibattimento, si erano registrati in un arco temporale ben più ampio, tali da rendere indubbio il collegamento funzionale di essi con lo stato d’ansia, registrato dai medici, e con il cambiamento delle abitudini di vita della vittima, confermato dai testi.

Stalking o molestie?

Altrettanto infondato era l’argomento difensivo volto ad inquadrare la condotta del ricorrente nello schema della contravvenzione di cui all’art. 660 c.p..

Tale fattispecie, che configura la molestia o il disturbo alle persone, mira a prevenire il turbamento della pubblica tranquillità attuato mediante l’offesa alla quiete privata, è fattispecie del tutto autonoma e distinta da quella di atti persecutori, rispetto alla quale non vi è assorbimento, per la diversità dei beni giuridici tutelati (l’una la libertà individuale, l’altra la quiete privata e l’ordine pubblico), e per la diversa struttura del reato – configurandosi l’uno come delitto necessariamente abituale di danno, e l’altro come reato di pericolo, non necessariamente abituale.

In sostanza, sebbene le due fattispecie possano essere connotate dalla molestia, che può costituire un nucleo strutturale comune, esse presidiano beni giuridici diversi, e, soprattutto, la molestia, nel delitto di stalking, si deve inserire in una sequenza ripetitiva idonea a produrre uno degli eventi di danno descritti dalla norma.

Nel caso di specie, la molestia telefonica, pure perpetrata dall’imputato ai danni della persona offesa, aveva costituito solo una delle forme in cui si è manifestata la complessiva condotta persecutoria attuata ai danni della persona offesa.

Per tutti questi motivi il ricorso è stato respinto e dichiarato inammissibile

La redazione giuridica

 

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VIOLENZA FINALIZZATA A SCOPI EDUCATIVI: INAMMISSIBILE. INSEGNANTE SOSPESA

stalker

Prevenzione speciale per gli stalker: per il Tribunale di Milano si tratta di soggetti socialmente pericolosi e pertanto deve ritenersi legittima l’ applicazione di misure di prevenzione in presenza di concreti ed attuali elementi sintomatici di pericolosità sociale

Le misure di sicurezza

Le misure di prevenzione a differenza delle misure di sicurezza le quali presuppongono la commissione di un fatto di reato o di quasi reato, prescindono da tale presupposto e sono applicate sulla base di indizi di pericolosità contemplati da specifiche norme di legge.

Esse sono attualmente disciplinate dal D.Lgs. n. 159/2011 recante “Codice delle leggi antimafia e delle misre di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia”.

L’art. 4 individua i soggetti, possibili, destinatari di tali misure. Si tratta 1) coloro che, sulla base di elementi di fatto, siano ritenuti  abitualmente dediti a traffici delittuosi;

2) coloro che, per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, vivano abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;

3) coloro che per il loro comportamento, debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, siano dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la società, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Ma cosa c’entra allora il reato di stalking con le misure di prevenzione?

In una recente pronuncia, il Tribunale di Milano ha affermato che i soggetti indagati per il delitto di stalking, possono essere concretamente collocato nella categoria dei soggetti socialmente pericolosi, di cui al citato art. 4 comma 1 lettera i) ter del D.Lvo 159/2011 come modificato dall’art. 1 comma 1, lettera d) della legge 17 ottobre 2017.

La vicenda

L’indagato era stato già sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza di reato, dal GIP presso il Tribunale di Milano, il quale aveva ritenuto la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza- per i delitti di violenza sessuale aggravata, commessa in danno della vittima, “minacciata con l’uso di un coltello” al fine di ottenere in cambio prestazioni sessuali.

Invero, l’imputato era accusato anche del delitto di stalking, perché molestava la vittima con condotte reiterate protrattesi per diversi anni, tali da cagionare alla stessa un perdurante e grave stato di ansia e ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria. Con l’aggravante di avere commesso il fatto nei confronti di persona con cui vi era stata una relazione affettiva.

Il giudizio del Tribunale del Riesame

Contro l’ordinanza di custodia cautelare, l’uomo aveva perciò, proposto opposizione dinanzi al tribunale del riesame di Milano, contestando la palese violazione costituzionale di tali misure restrittive della libertà personale.

Ma per l’adito giudice, «in un Paese dove circa un quarto degli omicidi volontari riguarda casi di femminicidio – evento terminale spesso preceduto da attività persecutorie poste in essere dall’agente violento- e dove il 77 % delle vittime del delitto di atti persecutori risultano essere di sesso femminile, non appare certamente irragionevole o irrazionale, su un piano di lettura costituzionale, l’avere introdotto da parte del legislatore un ulteriore strumento di tutela sociale per il contenimento di forme di pericolosità diffusa».

«Il soggetto proposto – ha aggiunto – può essere concretamente collocato nella categoria dei soggetti socialmente pericolosi, di cui all’art. 4 comma 1 lettera i) ter del D.Lvo 159/2011 come modificato dall’art. 1 comma 1, lettera d) della legge 17 ottobre 2017 in quanto gravemente indiziato della consumazione (anche) del delitto di atti persecutori commesso in danno dell’ex compagna».

In tal senso il presupposto dell’applicazione delle misure di prevenzione è l’accertamento dell’attualità della pericolosità sociale della persona.

La pericolosità sociale

La giurisprudenza ha da tempo, chiarito che il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita, atti positivi che nella vicenda personale in esame non risultavano sussistenti.

Al contrario, la pericolosità sociale dell’indagato era stata già accertata dal giudice di primo grado e riconfermata in appello, evidenziando come l’uso di un coltello da cucina rivolto verso la donna per ottenere un rapporto sessuale- costituisse un indice accentuato di pericolosità sociale concreto ed attuale, sintomatico di tratti personologici violenti in grado di ledere non sole le aspettative di tranquillità sociale della vittima ma anche delle persone a lei legate da stretti rapporti relazionali quali il figlio minore, affidato in custodia alla nonna per evitare l’esposizione a forme di violenza assistita.

Il Tribunale del Riesame ha perciò deciso di confermare la decisione già adottata dal giudice di prime cure, convertita nella detenzione domiciliare.

La redazione giuridica

 

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REATO DI VIOLENZA SESSUALE: CONDANNATO PER ABBRACCI E BACI SUL COLLO

irrevocabilità

La Quinta Sezione Penale della Cassazione ha confermato il regime di irrevocabilità della querela per il delitto di stalking integrato da minacce gravi e reiterate

Qualcuno sostiene che la modifica legislativa che ha interessato il reato di minaccia grave (di cui all’art. 612 bis, comma secondo), che ha visto mutare il regime di procedibilità d’ufficio in querela di parte, abbia comportato una disparità di trattamento col delitto di stalking (art. 612 bis ultimo comma) per il quale rimane ferma, invece, l’irrevocabilità della querela

La vicenda

L’imputato era stato condannato alla pena di legge per aver posto in essere atti persecutori ai danni dell’ex fidanzata, delle sorelle e della madre di quest’ultima.

In secondo grado, la pena era stata rimodulata in bonam partem in vista della concessione delle circostanze attenuanti generiche.

Ma per la difesa dell’imputato la decisione di secondo grado era viziata in punto di diritto, non avendo adeguatamente valorizzato la rimessione della querela proveniente dalle persone offese dal reato.

Il ricorso è stato tuttavia, dichiarato inammissibile dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Ed invero, la corte d’appello di Firenze, del tutto logicamente e con percorso argomentativo immune da vizi, aveva fatto discendere l’irrevocabilità della querela ai sensi dell’art. 612 bis c.p., ultimo comma.

Tale giudizio era derivato non solo dalla circostanza che le minacce rivolte dall’imputato alle persone offese ed accertate processualmente, fossero gravi, in quanto prospettavano la morte delle destinatarie e reiterate, ma anche della caratura delinquenziale dello stesso soggetto autore del reato, un pregiudicato per reati contro la persona ed in materia di armi.

I giudici della Cassazione hanno, perciò, chiarito che l’intervenuta modifica normativa che ha interessato il reato di minaccia grave ex art. 612 c.p., comma 2, che ha visto mutare il proprio regime di procedibilità – da ufficio a querela di parte – a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 10 aprile 2018, n. 36, non ha avuto alcuna implicazione sul delitto di stalking.

Stalking o minacce?

Da una parte, infatti, lo stalking è condotta diversa e più grave rispetto alla minaccia, giacché si tratta di un insieme di condotte reiterate che non esauriscono il loro disvalore penale in relazione a ciascun episodio, ma che, combinate e ripetute, determinano un quid pluris rispetto ai segmenti comportamentali che le sostanziano. Vale a dire uno degli eventi previsti dalla fattispecie incriminatrice (un perdurante stato d’ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata affettivamente ovvero, ancora, un’alterazione delle abitudini di vita della vittima).

È pienamente ragionevole, allora, e non determina alcuna asimmetria ingiustificata, che il regime di procedibilità resti strutturato sulla querela irrevocabile per lo stalking integrato da minacce reiterate e gravi ancorché per queste ultime, isolatamente considerate, si sia passati da quella di ufficio alla perseguibilità a querela.

D’altra parte ciò trova giustificazione nella ratio stessa che è alla base delle limitazioni alla revocabilità della querela in caso di atti persecutori strutturati su minacce gravi e reiterate.

Le vittime di atti persecutori nella Convenzione di Istanbul

Tale previsione è evidentemente dettata dall’esigenza di prevenire le situazioni – frequenti nella pratica, per la prostrazione e l’assoggettamento che caratterizza le vittime di stalking – in cui la remissione non sia volontaria e libera proprio in rapporto alla coartazione determinata dall’invasività delle condotte.

La scelta è in linea con quanto stabilito dall’art. 55 della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne che recita “Le Parti si accertano che le indagini e i procedimenti penali per i reati stabiliti ai sensi degli artt. 35, 36, 37, 38 e 39, della presente Convenzione non dipendano interamente da una segnalazione o da una denuncia da parte della vittima quando il reato è stato commesso in parte o in totalità sul loro territorio, e che il procedimento possa continuare anche se la vittima dovesse ritrattare l’accusa o ritirare la denuncia“.

Per tali motivi il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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STALKING AI DANNI DI UNA DOTTORESSA, 51ENNE RISCHIA PENA DI OTTO MESI

sostituzione

È stato condannato in via definitiva per i reati di sostituzione di persona e stalking con sentenza della Corte di Cassazione (n. 5683/2019), l’uomo che nascondendosi dietro falso profilo Facebook adescava minorenni per poi ricattarle

A confermare la sentenza di primo grado che condannava l’imputato per i delitti di sostituzione di persona e atti persecutori, anche la corte d’appello di Messina.

In giudizio si era accertato che quest’ultimo, con le false generalità di una figura femminile, contattava su Facebook due adolescenti, per poi molestarle, minacciandole di mettere in rete video che le riprendevano in atteggiamenti erotici, costringendole a masturbarsi in webcam e registrando i video sul proprio PC.

Il ricorso per Cassazione

A domandare la cassazione della sentenza impugnata fu lo stesso imputato che, tramite il proprio difensore di fiducia, denunciava la sua assoluta estraneità ai fatti.

Non era lui che si celava dietro quell’identità inventata, non era lui ad aver posto in essere quelle condotte oggetto di imputazione e di successiva condanna.

A supporto delle proprie ragioni deduceva la circostanza, tutt’altro che irrilevante, che le vittime non avevano mai visto né conosciuto l’autore delle molestie e dunque mancavo prove sufficienti a fondare la decisione emessa nei suoi confronti.

Ma per i giudici della Cassazione il ricorso è manifestamente infondato, in quanto, pacifica era la materialità delle condotte a lui riconducibili.

La sentenza impugnata aveva ampiamente argomentato sul punto. Non vi erano dubbi sulla corretta identificazione dell’autore del reato.  L’utenza telefonica da cui venivano inviati i messaggi e le richieste a sfondo erotico era intestata al padre dell’imputato e da questi utilizzata e, poi era stato egli stesso a darne conferma in sede di dichiarazioni spontanee.

Le dichiarazioni auto indizianti nel giudizio abbreviato

A tal proposito, i giudici Ermellini rammentano che nel giudizio abbreviato sono utilizzabili a fini di prova le dichiarazioni spontanee rese “contra se” dalla persona sottoposta alle indagini alla polizia giudiziaria, perché l’art. 350, comma 7, cod. proc. pen. ne limita l’inutilizzabilità esclusivamente al dibattimento (Sez. 5, n. 32015 del 15/03/2018; Sez. 5, n. 18048 del 01/02/2018,; Sez. U, n. 1150 del 25/09/2008).

Al contrario, nell’assunto difensivo era stata dedotta l’inammissibilità di tali dichiarazioni posto che esse sarebbero state acquisite senza la presenza del difensore.

Ma anche tale argomento non coglie nel segno.

E infatti, per le dichiarazioni spontanee disciplinate dal comma 7 dell’art. 350 c.p.p., non è prevista la presenza del difensore (Sez. 2, n. 2539 del 05/05/2000: “Il dovere imposto all’autorità giudiziaria ed alla polizia giudiziaria dall’art. 63, comma 2, cod. proc. pen., di non procedere all’esame quale testimone o persona informata sui fatti di colui che debba essere sentito fin dall’inizio in qualità di indagato o imputato, non trova applicazione nell’ipotesi in cui il soggetto sia stato avvertito di tale sua qualità e rilasci dichiarazioni spontanee, le quali, se assunte senza la presenza del difensore, rientrano nella disciplina di cui all’art. 350, comma 7, cod. proc. pen. e dunque, pur non essendo utilizzabili ai fini del giudizio salvo quanto previsto dall’art. 503, comma 3, cod. proc. pen., possono essere utilizzate nella fase delle indagini preliminari ed apprezzate ai fini della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza richiesti per l’applicazione di una misura cautelare, anche nei confronti di terzi“).

Per tutti questi motivi il ricorso dell’imputato è stato respinto e confermata in via definitiva la sua condanna.

La redazione giuridica

 

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SEGRETARIA DI STUDIO MEDICO LICENZIATA: TROPPI GLI ACCESSI A FACEBOOK

divieto di avvicinamento

Il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: (…) insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo

Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza confermata dal Tribunale del riesame di Venezia, aveva applicato ad un soggetto indagato per il reato di atti persecutori, lesioni personali e violazione di domicilio, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Tale decisione era stata giustificata dalla presenza di un quadro di gravità indiziaria inequivocabile. La stessa vittima aveva dichiarato di essere stata oggetto di una serie continuativa di atti molesti, costituiti da messaggi, telefonate ingiuriose e minacciose, di pedinamenti e appostamenti, oltre che di un atto di violenza fisica da parte del suo aggressore. Anche i testimoni ascoltati, avevano confermato di essere stati spettatori della selvaggia aggressione subita dalla vittima.

Il ricorso per Cassazione

Avverso tale provvedimento, l’uomo proponeva, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, denunciando, tra gli altri, l’assenza del fumus commissi delicti in ordine alla necessità di disporre la misura cautelare restrittiva della sua libertà personale.

Sul punto si sono espressi i giudici della Suprema Corte.

Il motivo di ricorso è infondato – affermano.

Senza dubbio, il reato contestato nell’imputazione (di atti persecutori di cui all’art. 612-bis) era integrato da una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che avevano comportato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero avevano ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva e l’avevano costretta, perciò, ad alterare le proprie abitudini di vita.

Tali circostanze, come emerso anche dalle dichiarazioni della donna, attentamente valutate, oltre a quelle dei numerosi testi che assistettero all’episodio di selvaggia aggressione subito dalla vittima, erano ben note all’uomo, che perciò doveva dirsi pienamente consapevole di tutti gli elementi che connotato l’ipotesi delittuosa contestata (sia il grave stato di ansia e di paura, sia il mutamento delle abitudini di vita e così via).

Poco importa, dunque, come sostiene il ricorrente che, in relazione all’episodio dell’aggressione, la donna non avesse sporto querela, giacché – aggiungono gli Ermellini – nel fuoco dell’indagine giudiziale sono entrati comportamenti durati mesi e idonei, da soli, a integrare l’elemento oggettivo del reato.

La misura cautela del divieto di avvicinamento

Sul punto il discorso si fa più complesso.

Ebbene, il Supremo collegio ha parzialmente accolto il motivo di gravame dal ricorrente.

Com’è noto, l’art. 282-ter cod. proc. pen. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonché dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.

È vivo nella giurisprudenza di legittimità – ma non contraddittorio – il dibattito sui caratteri che devono avere le misure suddette, affinché le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessità della persona cui le misure sono imposte, sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della libertà di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinché sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte.

È compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.
Ebbene, l’art. 282-ter prevede – innanzitutto – il divieto di avvicinamento “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” e l’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi”, al fine – evidente – di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno.

La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’art. 282-bis cod. proc. pen., introdotto per analoghe ragioni, dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.

In entrambe le disposizioni è contenuta, quindi, l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (“determinazione”) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare.

Tale previsione corrisponde a una esigenza pratica e una esigenza di giustizia: l’esigenza pratica è quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza è collegata la stessa praticabilità della misura; l’esigenza di giustizia è quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto.

A questa categoria è da ascrivere – ad avviso del Collegio – anche il divieto “di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa”, sia perché l’obbligato non può sapere quali siano i luoghi suddetti – peraltro normalmente destinati a variare a seconda delle esigenze e delle abitudini della persona – sia perché la misura assumerebbe una elasticità dipendente dalle decisioni (o anche dal capriccio) dell’offeso, a cui verrebbe rimesso, sostanzialmente, di stabilire il contenuto della misura.

Come è stato, infatti, rilevato l’art. 282-ter cod. proc. pen. è stato introdotto contestualmente alla previsione del reato di “atti persecutori”, di cui all’art. 612-bis cod. pen., che ha tra le sue manifestazioni tipiche il costante pedinamento della vittima, da parte del soggetto agente, anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente, e l’espressione di atteggiamenti intimidatori o molesti anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa e purtuttavia dalla stessa percepibili.

Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonché quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione.

La norma viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e di sicurezza, anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali; con la conseguenza che è rispetto a tale esigenza che deve modellarsi il contenuto concreto di una misura la quale, non lo si dimentichi, ha comunque natura inevitabilmente coercitiva rispetto a libertà anche fondamentali dell’indagato (in questo senso si è già espressa la sez. quinta di questa Corte, con le sentenze nn. 13568 del 16/1/2012; n. 36887 del 16/1/2013; n. 19552 del 26/3/2013).

Il contenuto “specifico” del divieto di avvicinamento

Peraltro, il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda a un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo.

Cosicché nel caso in esame, l’ordinanza che prescriveva a carico dell’indagato il solo divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima doveva ritenersi eccessivamente generica e perciò doveva essere annullata con rinvio per nuovo esame.

La redazione giuridica

 

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DODICI MESSAGGI INVIATI ALLA VITTIMA VIA WATSAPP: CONDANNATO PER STALKING

dodici messaggi

È stato condannato l’uomo che aveva inviato dodici messaggi via whatsapp a una dottoressa. La Cassazione ha confermato il reato di stalking

La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stato condannato un uomo accusato del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. Nella specie, l’imputato aveva perseguitato la vittima, inviandole dodici messaggi via whatsapp (dodici per l’esattezza) e rivolto a quest’ultima continue telefonate.

Per la difesa si trattava di fatti privi di qualsivoglia idoneità lesiva dell’altrui integrità e soprattutto, non integranti la fattispecie penale a lui ascritta.

In verità, dopo aver ricevuto due denuncia dalla persona offesa, lo stesso era già stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Secondo i giudici di merito, infatti, al di là del limitato arco temporale nel quale le condotte illecite erano state perpetrate ai danni della vittima quel che rilevava era l’intensità del loro contenuto.

In particolare, venivano in questione, due telefonate: una da parte dell’utenza dell’imputato, rimasta senza risposta, cui aveva fatto seguito la telefonata della persona offesa per capire chi fosse il suo interlocutore; un’altra effettuata da parte di soggetto rimasto non identificato, ma, secondo quanto emerso dalle indagini effettuata su ordine dello stesso, di contenuto chiaramente minaccioso.

Vi erano poi, vari sms concentrati nel tempo, ben dodici, con sei fotografie e tre video che riprendevano la persona offesa mentre si trovava presso i carabinieri per formalizzare la querela.

Sono queste – a detta dei giudici della Cassazionele gravi intrusioni alle quali la sentenza di primo grado aggiunge l’attributo della fisicità, per sottolinearne la penetrante invasione della sfera intima della persona offesa e non certo per attribuire al ricorrente condotte di carattere fisico. (Cass. sent. n. 61/2019).

E l’intensità di sviluppo dell’azione criminosa rende del tutto ragionevole il giudizio di attendibilità espresso dai giudici di merito, quanto alle dichiarazioni della persona offesa, la quale aveva riferito di avere provvisoriamente pernottato in altra abitazione, sospendendo la propria attività professionale, nel timore che l’imputato potesse raggiungerla presso il suo studio professionale.

Ciò integra con sicurezza l’evento di danno richiesto dalla norma.

Va, peraltro, osservato che nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014).

Senza alcun dubbio, il ricorso è stato rigettato.

Il numero dei messaggi

La questione che, nella fattispecie in esame, viene in rilievo è la seguente: dopo quanti messaggi o telefonate può dirsi integrato il delitto di stalking?

Ebbene, la Cassazione ha sempre posto in evidenza due aspetti: il numero dei messaggi, e l’arco temporale che deve essere “relativamente ampio”. Ciò vuol dire che non basta inviare un numero sufficientemente ampio di messaggi per poter essere incriminati per atti persecutori, posto che tale condotta deve essere perpetrata ai danni della vittima in un arco temporale pressoché prolungato.

Se così fosse vero, pero, si finirebbe per escludere atteggiamenti verosimilmente rientranti sotto la fattispecie penale, di rilevanza non trascurabile. Si pensi al caso di un gran numero di messaggi inviati in pochi giorni o in un sol giorno.

Cosicché in una recente sentenza la Cassazione (Cass. n. 52585/2017) ha avuto modo di affermare che perché si verifichi il reato di stalking perché si configuri il reato è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

Non va neppure dimenticata un altro precedente arresto giurisprudenziale, analogo al caso in esame, ove il Consiglio di Stato, ha condannato una donna per l’invio di circa 19 messaggio, nell’arco temporale di circa un mese. (Cons. Stato n. 4241/2016)

Sabrina Caporale

 

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STALKING: ESISTE IL REATO A PRESCINDERE DALL’ESISTENZA DI UN MOVENTE

stalking

Il reato di stalking, di cui all’articolo 612-bis del Cp, è configurabile anche in caso di comportamenti reiterati di minaccia e molestia posti in essere nei confronti dei vicini di casa. Gli elementi dello stalking vanno esaminati a prescindere dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente

Il caso

Era stato assolto in primo grado dal reato a lui ascritto di atti persecutori c.d. stalking, per aver con condotte reiterate, minacciato e molestato i vicini di casa.

Secondo la ricostruzione accusatoria, l’imputato creava disturbo collegando al telefono della sua abitazione una campana elettrica, installata all’esterno, attivando quotidianamente, ogni mattina, un impianto di allarme, o ancora tenendo il motore del camion acceso anche per diverse ore sotto le finestre dei vicini o custodendo degli asini con adiacente letamaio a pochi metri dall’abitazione degli stessi e, lanciando nel loro giardino sassi e mozziconi di sigaro o ancora.

Anche in appello l’uomo veniva assolto dal reato a lui ascritto, ritenendo che le condotte contestate integrassero una mera inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà, ma che comunque non rendevano dolosi gli atti posti in essere, nè conferiva loro carattere penale e neppure poteva dirsi ravvisabile una finalità persecutoria delle singole azioni.

Il ricorso per Cassazione

Il punto di diritto sul quale i giudici della Suprema Corte sono stati chiamati a pronunciarsi è il seguente: se le condotte denunciate dalle persone offese potessero integrare la mera violazione delle norme civilistiche che governano i rapporti di “buon vicinato” oppure, se le stesse, potessero assumere autonomo rilievo penale.

Per la cassazione della sentenza agiva in giudizio il procuratore presso la corte d’appello, il quale lamentava l’errore commesso dai giudici della corte territoriale nell’aver negato la natura volontaria degli atti posti in essere, e che gli eventuali scopi perseguiti dall’imputato (quali l’affermazione del diritto di proprietà, le esigenze lavorative o l’amore per gli animali) seppure connotassero il movente della condotta, non incidevano anche sul dolo (generico) del reato.

Ebbene, i giudici della Suprema Corte hanno accolto i motivi di impugnazione presentati dalla pubblica accusa, affermando che l’eventuale finalità alternativa perseguita dall’imputato non poteva escludere il rilievo penale della molestia.

Al riguardo, è stato già affermato che l’esclusione di “finalità persecutorie” delle condotte poste in essere, in quanto integrerebbero mera “inosservanza di norme civili che regolano il diritto di proprietà” dall’imputato, prescinde dalla considerazione che l’elemento soggettivo del reato di atti persecutori è il dolo generico, che è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 20993 del 27/11/2012; Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015), e non è escluso da eventuali scopi asseritamente perseguiti dall’autore (quali l’affermazione del diritto di proprietà, o le esigenze lavorative).

La decisione

In altri termini, l’esclusione della connotazione persecutoria delle condotte sarebbe fondata sulla deduzione di “finalità” non “persecutorie”, ma legate all’esercizio del diritto di proprietà o ad esigenze lavorative, sarebbe stato il frutto di una erronea sovrapposizione concettuale tra la nozione di dolo e quella di mero movente dell’azione ossia la causa psichica della condotta umana, lo stimolo che ha indotto l’autore ad agire, facendo scattare la volontà.

Al riguardo, pur prescindendo dalla valutazione dell’effettiva esistenza di un movente connesso ad esigenze lavorative o all’esercizio del diritto di proprietà, è pacifico che il movente dell’azione, pur potendo contribuire all’accertamento del dolo, costituendo una potenziale circostanza inferenziale, non coincide con la coscienza e volontà del fatto, della quale può rappresentare, invece, il presupposto (Sez. 1, n. 466/1993: “Il movente è la causa psichica della condotta umana e costituisce lo stimolo che ha indotto l’individuo ad agire; esso va distinto dal dolo, che è l’elemento costitutivo del reato e riguarda la sfera della rappresentazione e volizione dell’evento“; Sez. 5, n. 25936/2017; Sez. 3, n. 14742/2016).

Ne è così conseguito l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per nuovo esame della fattispecie.

 

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reato di stalking

Integra la fattispecie del reato di stalking, o di atti persecutori, previsto dall’art. 612-bis c.p., la condotta perdurante di persecuzione, posta in essere con numerose aggressioni fisiche e verbali e molestie ai danni di due condomini

Era stato accusato del reato di stalking di cui all’art. 612 bis, c.c. 1 e 2, c.p., perché poneva in essere atti persecutori in danno di due soggetti, residenti nello stesso condominio molestandoli e minacciandoli ripetutamente, in modo da cagionare in loro un perdurante e grave stato di ansia e di paura.

L’indagato aveva messo in atto una vera e propria persecuzione nei confronti dei due denuncianti. Gli stessi componenti della famiglia avevano il terrore di uscire di casa per il timore di incontrarlo e più volte avevano dovuto ricorrere alle cure medico-psichiatriche.

La decisione dei giudici di merito

Il Tribunale di Bari, investito della vicenda in esame, ha dichiarato che “sussiste, senza ombra di dubbio, la condotta prevista e punita dall’art.612 bis c.p. dal momento che l’imputato ha, coscientemente e volontariamente, nonché reiteratamente molestato le persone offese, facendone oggetto di una attenzione ossessivamente imposta, attraverso minacce e continui atti di violenza fisica e verbale e di intrusione nella vita privata degli stessi ed esercitando un effetto intimidatorio tale da indurli a denunciare più volte l’accaduto alle forze dell’ordine”.

Condotta ossessiva (spesso sfociata anche in atti di violenza su cose e persone) che ha ingenerato nei due coniugi, paura e ansia per l’incolumità propria e del figlio minore, nonché per la propria libertà personale e che li ha indotti a modificare finanche, le proprie abitudini di vita.

In tema di valutazione della prova è stato ampiamente affermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte che, proprio in relazione alla fattispecie di cui all’art.612 bis c.p., la penale responsabilità di un soggetto può essere affermata anche sulla scorta delle sole dichiarazioni della persona offesa, purché queste siano sottoposte ad un rigoroso vaglio critico ( cfr. Cass. Pen. Sez. V n.27774/10)

Ne caso di specie non vi erano dubbi sulla credibilità delle persone offese che, nelle denunce sporte nei confronti dell’indagato e nelle dichiarazioni rese a dibattimento erano state chiare, lineari, precise e prive di contraddizioni.

Il contenuto delle dichiarazioni rese dalle persone offese, era stato, peraltro, supportato da significativi elementi oggettivi di riscontro costituiti dalle immagini estrapolate dai filmati della telecamera di videosorveglianza e dai certificati medici in atti.

Il reato di stalking

Il reato di “stalking” o di “atti persecutori” previsto dall’art. 612-bis, introdotto dalla L. n. 38 del 2009, è un reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione di più condotte minacciose e moleste, tali da ingenerare nella vittima un perdurante stato di ansia e timore per sé o per le persone care o tale da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.

Perché sussista la fattispecie delittuosa è quindi necessario, in primo luogo, il ripetersi della condotta: gli atti e i comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati.

Inoltre, i comportamenti devono essere tali da ingenerare nella vittima disagi psichici o timore per la propria incolumità e quella delle persone care ovvero pregiudizi per le abitudini di vita: trattasi di reato di evento e di danno, a fattispecie alternative, ciascuna delle quali idonea ad integrarne gli estremi ( Cass. Pen. Sez. V 34015/10).

Più in particolare, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di statuire al riguardo, che integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art.612 bis c.p., anche due sole condotte di minaccia o di molestia come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (cfr. Cass. Sez. V n.6417/10) precisando l’idoneità ad integrare la fattispecie delle ripetute comunicazioni telefoniche, anche mediante reiterato invio alla persona offesa di sms e di messaggi di posta elettronica o postati sui cosiddetti social network, come ad esempio facebook (cfr. Cass. Pen.Sez. VI n.32404/10).

 

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