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Mortalità neonatale

Secondo i dati del rapporto Unicef “Ogni bambino è vita” il tasso di mortalità neonatale nel mondo è ancora molto allarmante.

Ogni anno ci sono 2,6 milioni di casi di mortalità neonatale, in media 7.000 ogni giorno. È questo il dato allarmante che emerge dal rapporto Unicef  “Ogni bambino è vita”, pubblicato recentemente.

Dove è rischioso nascere e dove invece è più sicuro?

La mortalità neonatale è una piaga che investe tutto il mondo, ma che affligge in particolare i paesi più poveri. La sopravvivenza neonatale è, infatti, strettamente legata al livello di reddito di un paese.

Il Pakistan è il luogo più ad alto rischio nel quale nascere. Nel 2016 ogni 1000 nati ne sono morti 46. 1 su 22. Dei dieci paesi in cui è più pericoloso nascere, perché si registrano i tassi più alti di mortalità neonatale, 8 si trovano in nell’Africa subsahariana e 2 si trovano nell’Asia meridionale.

Giappone, Islanda e Singapore sono invece i paesi più sicuri in cui nascere. In questi paesi, infatti, muore 1 bambino ogni 1000 nati. In Pakistan i nuovi nati hanno 50 probabilità in più di non sopravvivere al primo mese di vita rispetto ad un bambino che nasce in questi paesi.

Nei paesi a basso reddito il tasso di mortalità si aggira a 27, nei paesi ad alto reddito è solo di 3.

L’Italia si colloca al 169° posto (su 184 Stati) nella classifica globale del tasso di mortalità neonatale, con un indicatore pari a 2 – ovvero 1 decesso in età neonatale ogni 500 bambini nati vivi.

Se entro il 2030 ogni paese riducesse il proprio tasso di mortalità neonatale al tasso medio dei paesi ad alto reddito, o inferiore, si potrebbero salvare 16 milioni di vite appena nate.

Piano d’azione per fare differenza tra la vita e la morte

Cosa si può fare per limitare divario sopra descritto e salvaguardare la vita dei neonati? Innanzitutto è necessario – secondo il rapporto Unicef – agire con un approccio sistematico volto a migliorare la sanità mondiale.

La mortalità neonatale non si deve a cause mediche come il parto pretermine o la polmonite ma a mere ragioni economiche. Questi bambini muoiono perché le loro famiglie sono troppo povere o emarginate per accedere alle cure di cui hanno bisogno prima, durante e dopo il parto.

È necessario quindi aumentare l’accessibilità all’assistenza sanitaria e migliorare la qualità di tale assistenza. In ogni paese si devono garantire ad ogni madre e bambino la presenza di presidi sanitari puliti e funzionanti in cui operino medici, infermieri e ostetriche qualificati.

Secondo un’analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per sostenere la salute e il benessere di mamme e bambini sono necessari 44,5 medici, infermiere o ostetriche ogni 10.000 persone. Nei dieci paesi in cui è più rischioso nascere ogni 10.000 persone ci sono in media, solo 11 operatori sanitari qualificati. Dato allarmante che scende ancora in paesi come la Somalia dove c’è solo un medico, infermiera o ostetrica ogni 10.000 persone.

Nei paesi più ricchi in cui il tasso di mortalità neonatale è basso ci sono invece 120 operatori sanitari ogni 10.000 persone.

A determinare il tasso di mortalità è poi la condizione stessa delle donne. “I bambini nati da madri senza istruzione hanno infatti un rischio di morire da neonati quasi doppio rispetto ai bambini nati da madri con almeno un’istruzione secondaria”.

È importante predisporre anche misure finalizzate all’emancipazione femminile con “politiche e interventi che possano aiutare a responsabilizzare le ragazze adolescenti, le mamme e le famiglie a richiedere e ricevere assistenza di qualità”. Provvedimenti come educazione alla salute sessuale e riproduttiva, incentivi in denaro per promuovere l’accesso ai servizi sanitari e nutrizionali e leggi sui congedi familiari.

Il kit della sopravvivenza neonatale

Il piano d’azione prevede inoltre che in ogni presidio medico ci siano gli strumenti adatti e le misure basilari per sconfiggere la mortalità neonatale. Non basta infatti la presenza di personale qualificato se poi questo non può operare per mancanza di bende, anestesie, acqua potabile o elettricità.

I governi di tutto il mondo devono quindi provvedere all’istituzione di presidi sanitari dotati in primis di acqua, detergenti ed elettricità.

Devono poi essere sempre presenti dieci strumenti fondamentali:

  • Un kit di rianimazione;
  • L’antisettico Clorexidina per prevenire infezioni;
  • Dispositivi per la respirazione assistita;
  • Il concentratore di ossigeno;
  • Lampade per fototerapia;
  • Integratori di micronutrienti sia per le mamme che per i bimbi;
  • Vaccino antitetanico;
  • Termometri;
  • Antibiotici per mamme e bambini;
  • Coperte e indumenti per mantenere il bambino caldo e favorire il contatto pelle a pelle, anche durante l’allattamento.

Elementi che possono sembrare banali, visti con gli occhi del mondo occidentale, ma che nei paesi più poveri non sono per niente scontati, anzi.

Copertura sanitaria universale

Henrietta Fore, Direttore dell’UNICEF spiega che le morti neonatali sono prevedibili ma che ancora non abbiamo raggiunto “i risultati necessari per i bambini più poveri del mondo”.

Le misure sopra descritte sono – secondo il rapporto – dispositivi necessari per favorire la sopravvivenza neonatale. A questi si aggiunge il principio della copertura sanitaria universale.

La copertura sanitaria universale – prospettata dall’Unicef – prevede un sistema “in cui tutti hanno accesso a servizi sanitari che coprano non solo la cura delle malattie, ma promuovano la buona salute e, prima di tutto, mettano in atto misure di profilassi”. “La copertura sanitaria universale è anche finalizzata a garantire che i servizi siano di qualità elevata e che le persone non abbiano difficoltà a pagarli”.

Un caposaldo necessario che presuppone un grande sforzo da parte di tutti i governi del mondo al fine di garantire un mondo in cui nessuno muoia per cause prevenibili.

 

 

Barbara Zampini

 

 

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cellulare in cabina elettorale

Il Ministero dell’Interno ha fatto chiarezza sulle modalità di voto per il prossimo 4 marzo, specificando anche in che tipo di sanzioni incorrerà chi porterà il cellulare in cabina elettorale

In occasione delle imminenti elezioni del 4 marzo, il Ministero dell’Interno ha deciso di diffondere delle “Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione”, oltre a mettere in guardia sulle sanzioni per chi non rispetta il divieto di portare il cellulare in cabina elettorale.

Tra le varie indicazioni, c’è infatti anche quella che riguarda l’impossibilità di fotografare la propria scheda elettorale.

Una precisazione, quella del Ministero, che si è resa necessaria proprio per via delle numerose domande in tal senso.

Si ricorda, infatti, che quando si voterà non sarà assolutamente possibile portare con sé il proprio telefono cellulare in cabina elettorale.

Nella sezione dedicata alle “Operazioni di votazione”, viene espressamente indicato quanto segue.

Ovvero che vige il “divieto di introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini”.

In tale paragrafo si chiarisce la ratio di tale disposizione.

“Per assicurare il regolare svolgimento delle operazioni elettorali e, in particolare, la libertà e segretezza della espressione del voto – si legge – è vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali ‘telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini’”.

Pertanto, il presidente di seggio dovrà invitare gli elettori, prima del voto, a farsi consegnare i telefoni cellulare. Questi andranno depositati prima dell’ingresso in cabina.

I cellulari verranno presi in consegna dal presidente per essere poi restituiti all’elettore. La restituzione avverrà “insieme al documento di identificazione e alla tessera elettorale, dopo l’espressione del voto”.

Ma in che sanzioni può incorrere chi porta il cellulare in cabina elettorale?

Ebbene, “per gli eventuali contravventori al divieto – si legge – è prevista la sanzione dell’arresto da tre a sei mesi e dell’ammenda da 300 a 1.000 euro”.

Tutti i provvedimenti da adottare nel caso in cui l’elettore venga colto nell’atto di fotografare o registrare immagini della espressione del proprio voto, concernenti l’annullamento della scheda e l’esclusione dal voto, sono stabiliti nel capitolo 17 al paragrafo 4.

Laddove poi l’elettore venga colto in flagrante, e quindi “nell’atto di fotografare o registrare immagini della espressione del proprio voto”, le conseguenze saranno immediate.

Scheda di voto annullata, votata o meno, e allontanamento dell’elettore che non potrà essere riammesso a votare.

 

 

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Ritardi sulle biopsie, si dimette responsabile del laboratorio

Di nuovo al centro delle cronache l’ospedale San Paolo di Milano. Dopo i ritardi sulle biopsie, arrivano le dimissioni del responsabile del laboratorio

Quando per la prima volta la notizia dei ritardi sulle biopsie al San Paolo di Milano si era diffusa, erano i primi di febbraio. Già allora, l’assessore alla sanità Giulio Gallera, lo aveva definito “un fatto grave ed inaccettabile”.

Adesso, il Corriere della Sera riporta la notizia delle dimissioni del primario dell’ospedale San Paolo, Gaetano Bulfamante, responsabile del laboratorio di anatomia patologica.

Il primario sarà a breve sostituito in seguito alla vicenda dei clamorosi ritardi sulle biopsie – in alcuni casi si è arrivati a tre mesi per ottenere i risultati dell’esame – che ha coinvolto almeno un centinaio di pazienti.

Il tutto a causa di tre (e non quattro, come inizialmente si pensava) medici a tempo determinato che se n’erano andati e non sono stati sostituiti per tempo.

Sempre il Corriere riporta la notizia secondo cui i medici si sarebbero dimessi dando un preavviso a luglio per novembre.

Ciononostante, il concorso per sostituire almeno i primi due medici sarebbe andato molto a rilento. Il terzo medico se n’era invece andato a gennaio.

La sostituzione di Bulfamante dovrà essere comunque concordata tra ospedale e università, perché il primario è docente in Statale.

Per lui sarebbe pronto il posto nella diagnostica delle patologie feto-placentari, una disciplina di cui è esperto.

Nel frattempo, si è messo “a disposizione” anche il direttore generale del San Paolo, ma per ora senza presentare delle dimissioni formali.

Al momento, l’Asst Nord Milano, che include gli ospedali di Sesto e Cinisello oltre ai 20 poliambulatori milanesi, si è rivolta al San Gerardo per le biopsie da analizzare, da gennaio in avanti.

Il tutto non solo allo scopo di evitare ulteriori ritardi, ma di dare risposte in tempi rapidi a tutti quei pazienti che ancora aspettano.

 

 

 

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Infermiere aggredito dal figlio di una collega dopo un rimprovero

Ancora una aggressione in ospedale ai danni di un infermiere. L’uomo è stato picchiato dal figlio di una ausiliaria dipendente di una ditta che opera nella medesima struttura

Polemiche per il nuovo caso di violenza in corsia, vittima un infermiere aggredito dal figlio di una collega all’ospedale Santa Marta e Santa Venera di Acireale.

Dopo un banale alterco tra i due è scattata la spedizione punitiva del figlio della donna.

Le conseguenze, per l’ infermiere aggredito dal figlio di una collega, sono state serie ma per fortuna non gravi. L’uomo ha riportato una frattura composta dell’orbita oculare ed alcune costole incrinate, con trenta giorni di prognosi.

L’increscioso episodio è avvenuto martedì scorso, quando l’infermiere professionale stava lavorando nel reparto di ortopedia dell’ospedale “Santa Marta e Santa Venera” di Acireale. Dopo uno screzio con la collega è arrivato il gesto violento.

Secondo la prima ricostruzione compiuta dalle forze dell’ordine, la donna non ha gradito un rimprovero ricevuto poco prima dal collega al lavoro.

In serata, al termine del servizio, ha deciso di presentarsi in reparto insieme al figlio per un ulteriore “chiarimento” con l’infermiere.

Al culmine del confronto il figlio della donna si è scagliato contro il professionista aggredendolo con inaudita violenza. Una scarica di calci e pugni in cui, ad avere la peggio, è stato l’infermiere. L’uomo, a causa delle ferite subite, ha dovuto ricorrere al pronto soccorso dello stesso ospedale.

Qui è rimasto sotto osservazione per tutta la notte, prima delle dimissioni, avvenute ieri mattina.

I carabinieri della Compagnia di Acireale hanno acquisito una serie di testimonianze e adesso stanno svolgendo ulteriori indagini per accertare le responsabilità del grave gesto.

Anche la direzione sanitaria dell’ospedale si è subito attivata disponendo un’indagine interna.

Sono stati inoltri contattati i vertici dell’azienda che ha alle sue dipendenze l’ausiliaria.

Il personale medico dell’ospedale di Acireale ha espresso solidarietà, anche da parte del personale paramedico, all’infermiere professionale colpito.

Il nosocomio ha condannato il gesto violento anche per le modalità con cui è avvenuto e auspica provvedimenti esemplari una volta che saranno accertate le responsabilità.

 

 

 

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Norme antiriciclaggio: ecco cosa prevede il vademecum dell’Abi

È in arrivo il vademecum dell’Abi sulle novità introdotte dalle norme antiriciclaggio riguardanti l’uso di contanti, assegni, conti e libretti di risparmio

L’Abi (l’Associazione Bancaria Italiana) diffonde un vademecum sulle nuove norme antiriciclaggio che riguarderanno l’uso di contanti, assegni, conti e libretti di risparmio.

In particolare, mette in guardia dall’usare vecchi assegni. Se infatti ci si dimentica di apporre su quelli di importo pari o superiore a mille euro la clausola “non trasferibile”, si rischia una sanzione che può arrivare fino a 50mila euro.

Tale disposizione è contenuta nel vademecum ad hoc sull’uso dei contanti, assegni, conti e libretti di risparmio o deposito, alla luce delle nuove regole introdotte dalle norme anticiriclaggio e il contrasto al finanziamento del terrorismo.

Ma quali sono le regole da tenere a mente per evitare problemi?

Innanzitutto, è vietato, ricorda la guida Abi, il trasferimento tra privati di denaro contante e titoli al portatore di importo complessivamente pari o superiore a 3.000 euro se non ci si avvale di soggetti autorizzati (come le banche).

Tale divieto si applica anche ai trasferimenti frazionati. Ad esempio, più assegni al portatore, anche se ciascuno è di importo inferiore a 1.000 euro.

Gli assegni bancari, circolari o postali di importo pari o superiore a 1.000 euro devono sempre riportare – oltre data e luogo di emissione, importo e firma – l’indicazione del beneficiario e la clausola “non trasferibile” .

Questa fondamentale dicitura è presente da anni sugli assegni consegnati dalla banca.

Per chi possiede vecchi libretti di assegni, attenzione, dunque.

È bene ricordarsi sempre di verificare che gli stessi contengano la clausola. E, laddove non sia presente, ricordarsi di apporla per importi pari o superiori a 1.000 euro, onde evitare sanzioni piuttosto gravose.

Per chi ha, invece, necessità di usare assegni in forma per importi inferiori a mille euro, può farne richiesta alla propria banca.

L’Abi sulle norme antiriciclaggio ricorda anche che per ogni assegno rilasciato o emesso in forma libera è previsto il pagamento di un’imposta di bollo di 1,50 euro che la banca versa allo Stato.

Ancora, l’apertura in forma anonima e l’intestazione fittizia di conti o libretti di risparmio sono vietate.

I libretti di deposito (bancari o postali) possono essere solo nominativi.

Chi possiede ancora libretti al portatore, ha tempo fino al 31 dicembre 2018 per estinguerli. Il loro trasferimento è infatti vietato.

Le sanzioni per chi viola la soglia di contanti e assegni, variano dai 3mila ai 50mila euro. E questo, anche in caso di mancata indicazione della clausola ‘non trasferibile’.

Per quel che concerne, invece, il trasferimento di libretti al portatore, così come per la mancata estinzione entro il 31 dicembre 2018, le multe partono da 250 e arrivano fino a 500 euro.

Infine, per chi utilizza conti o libretti anonimi o con intestazione fittizia, le sanzioni vanno dal 10% al 40% del saldo.

 

 

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Comunicazioni via chat con Cassa Forense

È in arrivo il nuovo information center della Cassa Forense per interagire con l’ente di previdenza per gli avvocati anche tramite chat con operatore

Prenderà il via dal 1° marzo 2018 il nuovo information center che consentirà comunicazioni via chat con Cassa Forense. Gli avvocati, infatti, potranno interagire con l’ente previdenziale tramite più canali.

Si va dal tradizionale sportello front office, al call center, fino alla chat con operatore. A breve, inoltre, saranno attivati canali più innovativi come WhatsApp e Messenger.

Il nuovo servizio che permetterà comunicazioni via chat con Cassa Forense è dedicato agli iscritti all’ente previdenziale, come comunica l’ente stesso sul proprio sito, ed è stato realizzato in collaborazione con un’importante società specializzata nel settore, individuata a seguito di gara europea.

Il servizio segnerà una innovazione importante rispetto al passato e si articolerà su vari canali attraverso i quali gli iscritti potranno interagire con la Cassa sfruttando al massimo le nuove tecnologie.

A cambiare, però, saranno anche gli orari di servizio, sia per il call center, sia per la chat, sia per le mail.

A partire dal 1° marzo, infatti, saranno disponibili dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 21 e il sabato dalle 8 alle 13.

Il nuovo Information Center sarà articolato in vari canali di servizio.

Il primo è il call center. Questo sarà gestito da operatori qualificati e con l’ausilio di una nuova piattaforma digitale. Il call center “consente il monitoraggio costante dell’attività e l’utilizzo flessibile delle risorse umane disponibili anch’esse numericamente ampliate”.

Il servizio sarà contattabile dal 1° marzo al nuovo numero 06-87404040, pertanto i vecchi numeri (06.362111 e 06.36205000) da tale data saranno disattivati.

Ci sarà poi il cosiddetto Call me back. Questo darà la possibilità all’utente di prenotare una chiamata telefonica da parte di un operatore ove l’attesa si protragga per oltre due minuti.

Quanto alla chat con l’operatore, questo servizio consentirà di entrare in contatto via chat mediante l’apposita funzione inserita nella sezione di “accesso riservato” del sito Internet di Cassa Forense L’obiettivo è offrire un’assistenza dedicata agli iscritti durante la navigazione sul sito.

C’è poi la Mail guidata, un servizio disponibile tramite l’utilizzo del format presente sul sito della Cassa nella sezione “Informazioni – richiesta informazioni on line”. Questo prevede la risposta di un operatore entro i successivi due giorni lavorativi.

Infine, il classico Front Office. Il tradizionale servizio di consulenza diretta è disponibile presso gli sportelli della Cassa (Via G. Gioacchino Belli 5), previo appuntamento da prenotare online sul sito nella sezione “Informazioni – prenotazione appuntamento front office”.

Oltre ai servizi descritti,  tutti attivi tra pochi giorni, verranno implementati “altri canali multimediali (Whatsapp, sms, Messenger, ecc.) per consentire agli iscritti di dialogare con sempre maggior facilità con la Cassa”.

Per superare le criticità è stato istituito un sistema di Customer Satisfaction. Questo dovrà monitorare la qualità del servizio e, ove necessario, individuare possibili azioni correttive.

In una nota, il presidente Luciano auspica “che il notevole sforzo organizzativo, fortemente voluto dal Consiglio di Amministrazione di Cassa Forense, sia apprezzato dagli iscritti e possa contribuire a divulgare la conoscenza della Previdenza Forense, soprattutto tra le generazioni più giovani”.

 

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bonus sul congedo parentale

Un premio di 400 alla mamma se il papà prende il congedo parentale: l’idea della Regione Piemonte, se efficace, potrebbe essere estesa anche ad altre regioni italiane

Un bonus sul congedo parentale: è questa l’iniziativa lanciata dalla Regione Piemonte. Si tratta di 400 euro da corrispondere alla madre se il padre decide di prenderlo.

Se la sperimentazione dovesse funzionare, l’esempio potrebbe essere mutuato in tutta Italia.

Ma come funziona il bonus sul congedo parentale?

Il papà lo richiede per prendersi cura del figlio appena nato. e la moglie riceve 400 euro. L’idea della Regione Piemonte sembra aver incontrato molti consensi, ma non è la prima volta che ci si muove su iniziative di questo tipo.

Sempre la Regione, nel 2011, aveva sperimentato il “Bonus per i papà in congedo” ovvero 400 euro al mese dopo la nascita del figlio, per i papà che decidevano di rimanere a casa ad accudire il neonato. Dunque, 400 euro in più in busta paga rispetto a quanto erogato dall’Inps per il congedo parentale.

In quel caso il progetto era stato finanziato dalla Regione Piemonte con la somma di 200mila euro ed era destinato ai lavoratori dipendenti del settore privato.

Quale la ratio per i 400 euro in più nel portafoglio delle mamme se a casa resta il papà? Sicuramente l’obiettivo è quello di assottigliare il divario economico all’interno della coppia.

Basti considerare che i padri guadagnano più delle madri. E, quindi, ci sarebbe una perdita dal punto di vista economico. Un tentativo dunque per favorire il “gioco di squadra” nell’ambito dei ruoli dei coniugi.

Secondo l’esperimento, l’incentivo, valido anche in caso di adozione o affidamento, viene conferito in un’unica soluzione a lavoratrici dipendenti del settore privato. Ma anche a lavoratrici autonome e titolari o socie di micro imprese, alla fine del congedo parentale del padre.

Si tratta di 400 euro erogate per ogni mese in cui il padre ha usufruito del congedo, fino al 12simo mese di vita del bambino.

Laddove vi siano nuclei monoparentali composti dalla sola mamma, invece, l’incentivo, in questo caso di 500 euro, viene riconosciuto, al termine del congedo di maternità o parentale, a fronte del suo ritorno al lavoro, fino al 12esimo mese di vita del bambino.

Si arriverà fino al 18esimo mese, invece, nel caso di minori in situazione di grave disabilità.

 

 

 

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Caccia agli evasori: ecco le nuove tecniche dell’Agenzia delle Entrate

Vita dura per gli evasori fiscali. Da oggi sarà più semplice per l’Agenzia delle Entrare stanarli e riconoscere le irregolarità. Ecco i nuovi strumenti a disposizione del Fisco

Prosegue senza sosta la caccia agli evasori fiscali, tema da sempre molto sentito nel nostro Paese e mai del tutto risolto.

Ebbene, da oggi, l’Agenzia delle Entrate attingerà alla banca dati dell’archivio dei rapporti per le verifiche sui contribuenti per stanare i disonesti.

Ecco quindi che compravendita di oro e preziosi, prodotti assicurativi, ma anche carte di credito, conti correnti e libretti, diventeranno gli strumenti-chiave per verificare il livello di evasione.

Si muoverà così l’Agenzia delle entrate, tramite l’utilizzo delle informazioni contenute nell’archivio dei rapporti. Uno strumento efficace, capace di ricostruire il patrimonio finanziario dei contribuenti. Così come di trovare incrementi non giustificati dai redditi prodotti nell’anno, al netto delle spese sostenute.

Tutte le variazioni anomale saranno considerate sintomo di “rischio fiscale” e potranno mobilitare accertamenti da parte dell’Agenzia.

I dati attualmente in possesso del Fisco riferiscono di un’evasione tra i 100 ed i 110 miliardi di euro, riferita a tributi e contributi persi ogni anno. Una situazione che rende sempre più necessaria la caccia agli evasori nei modi più efficaci possibili.

Drastico il parere dei giudici della Corte dei conti. Questi infatti denunciano da parte dell’Agenzia un “chiaro sottoutilizzo” del numero imponente di informazioni comunicate dalle banche e dagli altri operatori finanziari.

Tutti numeri che il Fisco avrebbe potuto meglio utilizzare istituendo, ad esempio “liste selettive” di contribuenti a maggior rischio di evasione. Ma anche per condurre “analisi del rischio” di evasione (come indicato dalla legge di Stabilità del 2015).

Adesso, però, nella caccia agli evasori il Fisco potrà concentrarsi sui depositi dei contribuenti. L’accertamento scatterà subito in caso di consistenti variazioni di risparmio rispetto al reddito medio.

A finire sotto la lente di ingrandimento del Fisco, dunque, saranno i dati sull’apertura e la chiusura dei rapporti finanziari. Ma anche le informazioni sui saldi e i movimenti di conti correnti e i conti di deposito. Così come riguarderanno rapporti fiduciari, carte di credito e altri rapporti finanziari.

Analisi del Fisco sono già riservate al periodo d’imposta 2013, solo rispetto a conti bancari, rapporti fiduciari, gestioni collettive del risparmio, gestioni patrimoniali, certificati di deposito e buoni fruttiferi. Le verifiche sperimentali abbracceranno anche al periodo d’imposta 2014, e si estenderanno a carte di credito, prodotti finanziari emessi da imprese di assicurazione, acquisto e vendita di oro e metalli preziosi.

 

 

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pazienti ipnotizzate e violentate

Venivano prima ipnotizzate e poi violentate dal proprio medico di base. A far scattare la denuncia è stata una paziente, rimasta parzialmente cosciente durante gli abusi

Una brutta vicenda di malasanità e violenza sulle donne ha coinvolto un medico di Alba, denunciato da alcune sue pazienti ipnotizzate e violentate dal professionista.

Accuse pesantissime e molto gravi, che hanno portato agli arresti domiciliari il medico 56enne.

L’indagine è partita da una donna, che ha mosso l’accusa di violenza sessuale. Grazie a successive intercettazioni è stato possibile far emergere elementi di riscontro alle ipotesi di reato.

Secondo l’accusa di più pazienti, un medico generico ipnotizzava le pazienti e poi abusava di loro. Il sanitario è stato arrestato dalla Polizia giudiziaria della Procura di Asti e dai Carabinieri di Alba. L’uomo, a seguito dell’ordinanza emessa dal Gip del tribunale del comune piemontese, Federico Belli, è ora agli arresti domiciliari.

Gli episodi di abusi denunciati dalle pazienti ipnotizzate e violentate risalirebbero a un arco di tempo compreso tra il 2012 e il 2016. Vittime sarebbero almeno tre pazienti.

Le indagini sono state avviate nel 2016 dal Pubblico ministero Delia Boschetto, su impulso di una denuncia sporta da una donna che aveva dichiarato di aver subito violenza sessuale da parte del medico contro la propria volontà.

La donna si era rivolta al medico ipnotista per la cura di un semplice raffreddore. Il medico, dopo aver elencato le possibili soluzioni per guarire il fastidioso sintomo comune un po’ a tutti, avrebbe suggerito un nuovo metodo. L’idea del sanitario era quella di sottoporre la paziente a una seduta di ipnosi che, a suo dire, non solo avrebbe alleviato il sintomo ma addirittura lo avrebbe eliminato per sempre.

La paziente non pensandoci tanto ha accettato, fidandosi del proprio medico di base.

Dopo averla fatta sdraiare sul lettino, il medico convinto che la donna fosse in trance, ha iniziato a toccarla ovunque, abusando di lei.

La donna, però, era cosciente, seppure totalmente incapace di ribellarsi a causa dell’ipnosi. “Ero come stordita – ha raccontato la vittima agli agenti di polizia – il mio corpo non era più mio, sentivo che mi toccava ma non riuscivo a reagire”.

Ma non sarebbe l’unica vittima del medico ipnotista.

Dopo la denuncia fatta dall’ultima vittima, le indagini dei carabinieri, partite dal 2016, sono riuscite a risalire ad altri fatti, altre violenze fatte su almeno tre donne.

Tutte, con analoghe modalità, sarebbero state prima ipnotizzate e poi abusate. Adesso il medico è agli arresti domiciliari.

 

 

Hai vissuto un’esperienza simile? Credi di essere vittima di un caso di errore medico? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o scrivi un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

 

 

 

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Medici italiani in fuga dal Regno Unito: gli effetti della Brexit

Sono circa seimila i medici italiani che lavorano in Gran Bretagna e, con la Brexit, pare che tantissimi di loro stiano pensando di trasferirsi altrove

Sembra ormai inevitabile: i medici italiani in fuga dal Regno Unito sono sempre di più. La situazione conseguente alla Brexit rende infatti sempre più incerto il futuro lavorativo dei camici bianchi italiani che risiedono in Inghilterra.

Per la sesta comunità medica nel Regno Unito, seconda solo all’Irlanda, le cose potrebbero complicarsi presto.

Da qui l’esodo dei medici italiani in fuga dal Regno Unito, che sarà però per il Servizio sanitario un problema non secondario. Questo perché andrà ad aggiungersi alle criticità di un sistema già provato.

Tuttavia l’effetto Brexit si è già fatto sentire.

Soltanto lo scorso anno il numero di medici in arrivo dalla Ue è sceso a 3.458. Si tratta di un calo del 9% ai minimi da otto anni, secondo i dati del General Medical Council.

Una carenza di personale che sta mettendo in difficoltà l’Nhs. Un sistema già alle prese con una crisi finanziaria e una mole di lavoro in costante aumento a causa dell’allungamento della vita media e dell’incremento di condizioni mediche croniche.

Si stima infatti che entro il 2040 il numero della popolazione con più di 85 anni raddoppierà. Si passerà dagli attuali 1,6 milioni ai 3, 2 milioni.

La voragine nell’organico ammonta a 100mila professionisti in totale, con alcuni ospedali che raggiungono i 1.600 posti vacanti.

La situazione è seria anche in alcune aree specialistiche, dove l’assistenza dipende totalmente da esperti non britannici.

Nonostante l’accordo preliminare siglato nel dicembre scorso tra Londra e Bruxelles, ci sono ancora diversi punti interrogativi sui diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito post Brexit. Ciò vale soprattutto per chi non è qui da molti anni.

“Il Governo deve continuare a dare garanzie che i medici Ue saranno sempre i benvenuti e che il loro contributo all’Nhs sarà apprezzato senza che debbano fare i salti mortali – ha detto Jane Dacre, presidente del Royal College of Physicians. – È cruciale che l’Nhs possa continuare ad assumere professionisti di talento in un sistema che attualmente ha carenze di personale ed è arrivato al limite”.

Quanto ai medici italiani a Londra, nella pagina Facebook che li riunisce si respira un cauto ottimismo.

“Per ora nulla è cambiato – scrivono – e le previsioni di allontanamento sono solo tali. Io continuo a credere che se volete un futuro migliore ed una condizione di lavoro degna di questo nome dovete pensare di raggiungerci”, si legge.

Ma da altre parti non si registra la stessa serenità, anzi, il problema dei medici italiani in fuga dalla Gran Bretagna pare una realtà.

In un’intervista rilasciata a Sanitàinformazione, un medico italiano, Luca Molinari, pediatra che vive a Londra da 15 anni, è di questo avviso.

“Attualmente – afferma – è l’incertezza il sentimento che serpeggia fra gli italiani che vivono in Gran Bretagna: uno stato d’animo inquieto, reale, comune alla maggioranza di noi”.

Il professionista ha notato “una grande amarezza nei confronti di un Paese in cui ci si sentiva ben accolti e che adesso non riserva più questa ospitalità. In fondo, nonostante non si sappia che verso prenderanno le negoziazioni, il sentimento è un po’ quello di un giocattolo che si è rotto: lo si potrà aggiustare ma non tornerà mai più quello di prima. Gli italiani sono preoccupati e gli inglesi per adesso stanno a guardare, forse non proprio consapevoli di quello che succederà”.

Accanto ai medici italiani c’è anche un’associazione, l’Italian Medical Society of Great Britain (IMS-GB). Questa è la più importante Società Scientifica dei medici italiani in Gran Bretagna e che ha tra i suoi obiettivi l’orientamento e il supporto ai nostri connazionali nel Regno Unito, oltre a dialogare con le società scientifiche italiane.

Secondo il presidente Sergio Bonini, se da un lato “continuerà a favorire la formazione e l’inserimento dei giovani medici che intendono completare la loro formazione con uno stage presso istituzioni inglesi e a facilitare la progressione di carriera di quelli già operanti in UK”.

Dall’altro, conclude, si “cercherà di attuare tutte le possibili iniziative atte a favorire il contro-esodo di tutti i medici che volessero rientrare nel nostro Paese”.

 

 

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