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Dimesso dopo un incidente stradale, muore poco dopo: si indaga

La Procura di Ivrea indaga per la morte di un 71enne, dimesso dopo un incidente stradale dall’ospedale di Cuorgnè e deceduto poco dopo

Si indaga sul decesso di G.P., pensionato 71enne dimesso dopo un incidente stradale e poi deceduto ore più tardi.

Ma ecco i fatti.

Il 1 agosto, il pensionato rimane vittima di un brutto incidente stradale. Quella mattina l’uomo era rimasto in panne con la sua Fiat Punto sulla provinciale per Ozegna. Era sceso per controllare ed era stato investito dalla sua stessa auto.

Questa era stata a sua volta colpita una Ford Fiesta che non aveva visto la Punto ferma in mezzo alla strada. Sebbene l’urto non fosse stato dei più violenti, l’uomo aveva battuto il capo contro l’asfalto. Il tutto sembrava solo tamponamento finito senza troppe conseguenze e anche i rilievi dell’incidente, da parte della polizia municipale, non erano stati troppo lunghi o complicati.

Il 71enne è stato dunque trasportato all’ospedale di Cuorgné per gli accertamenti del caso. Anche qui, il quadro clinico dell’anziano non ha destato apprensione. Al punto tale che i medici hanno deciso di dimetterlo subito.

Ma purtroppo il suo quadro clinico ha iniziato a peggiorare rapidamente, tanto che il giorno dopo i famigliari lo portano a Ivrea dove viene ricoverato d’urgenza. Il 4 agosto, il 71enne muore. La procura di Ivrea, per ora, indaga per omicidio stradale.

Il fascicolo è stato istruito dal pubblico ministero un nesso tra le dimissioni dall’ospedale di Cuorgnè e il decesso di tre giorni dopo. Ieri, intanto, ad oltre dieci giorni dalla morte, è arrivato il via libera per i funerali.

Resta ora da attendere i risultati dell’autopsia sul corpo del pensionato per capire cosa sia realmente accaduto all’uomo.

 

 

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ponte morandi

Da un punto di vista giuridico, la revoca della concessione ad Autostrade in seguito al crollo del Ponte Morandi presenta numerose criticità. Ecco quali

Il crollo del Ponte Morandi avvenuto la mattina del 14 agosto scorso a Genova è stato uno dei più gravi incidenti avvenuti in Italia negli ultimi anni, con un bilancio ancora provvisorio di 41 vittime accertate.

Nelle ore immediatamente successive al disastro, i vicepremier Salvini e Di Maio hanno subito paventato l’ipotesi della revoca della concessione ad Autostrade, accusata di non aver investito i soldi dei pedaggi per la manutenzione del ponte Morandi.

Se giuridicamente la revoca della convenzione è possibile, almeno in astratto, tale decisione però incontra una serie di ostacoli formali che dovrebbero essere superati.

La Convenzione Unica stipulata nel 2008, con scadenza 2038, tra Aspi e Anas si occupa della decadenza della concessione all’articolo 9, prevedendo che la stessa può essere dichiarata “se perdura la grave inadempienza da parte del concessionario rispetto agli obblighi previsti”.

Per tali ragioni, la concessione è revocabile se c’è un grave motivo e il crollo del ponte di Genova ha tutte le carte in regola per considerarsi tale.

Se poi, al crollo del Ponte Morandi, si vanno a sommarsi altri episodi analoghi verificatisi negli ultimi anni, come il crollo di un cavalcavia dell’A14 avvenuto a marzo 2017, e agli altri eventi controversi che vedono Autostrade per l’Italia protagonista, i presupposti per la temuta revoca delle concessioni sembrano esserci tutti.

Ma la realtà è più complessa di così.

In primis, la Convenzione richiede una preventiva contestazione delle inadempienze da parte del concedente nei confronti del concessionario. Contestazione che però non è mai stata fatta.

Inoltre, occorre suffragare le accuse con un adeguato materiale probatorio. Materiale che non sarà così facile reperire, specie se si considera che a fornirlo sarà Svca – Struttura di vigilanza sulle concessioni autostradali.

Un passaggio, questo, che rischia di risultare tutt’altro che agevole.

Infine è bene ricordare che nessuno dei precedenti sopra citati ha determinato alcuna condanna ufficiale in capo ad Autostrade per l’Italia.

Ma non è tutto.

La revoca comporta dei problemi anche sotto il punto di vista economico di grande peso.

Infatti le costruzioni e gli ampliamenti della rete autostradale sono finanziati con capitali che sono i gestori a trovare. Inoltre, la remunerazione deriva dagli aumenti tariffari e dalle proroghe delle concessioni.

La revoca quindi potrebbe rendere il finanziamento del settore autostradale meno appetibile per gli investitori. E il vero rischio è quello di non riuscire a reperire nuovi capitali.

 

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palpeggiamenti

Il medico, classe 1971, è stato arrestato per violenza sessuale a causa di palpeggiamenti sulle pazienti durante le visite ginecologiche.

Un medico è stato arrestato per violenza sessuale nei confronti di alcune donne: si sarebbe reso responsabile di palpeggiamenti indesiderati nel corso delle visite che effettuava sulle pazienti degli studi dove sostituiva temporaneamente dei colleghi. Gli ambulatori teatro delle violenze sarebbe quelli di San Bartolomeo Val Cavargna, Carlazzo e Porlezza.

E sono numerosi gli episodi di violenza sessuale che gli sono contestati e che hanno portato i carabinieri ad arrestarlo.

Il medico, classe 1971, è originario della Valsolda.

La vicenda dei palpeggiamenti indesiderati compiuti nel corso delle visite mediche si è rivelata da subito un caso spinoso per i Carabinieri della Stazione di Porlezza del maresciallo capo Luca Donadio, coordinati dalla Compagnia di Menaggio guidata dal comandante Filippo Bentivogli.

Il caso

Tutto ha avuto inizio a novembre 2017, quando una giovane donna si è recata dalle forze dell’ordine per denunciare una violenza sessuale. La giovane ha accusato il medico di base cui si era rivolta per un semplice consulto. L’uomo avrebbe perpetrato palpeggiamenti insistenti e contro la volontà della donna.A perpetrarla nei suoi confronti il medico di base al quale si era affidata per un consulto.

Una accusa grave ma anche molto difficile da dimostrare.

Dalla denuncia è partito il difficile lavoro delle forze dell’Ordine che, in breve tempo, sono riuscite a raccogliere altre sei testimonianze di pazienti vittime di analoghi episodi.

Le donne, tra il 2010 e il 2017, avevo subito palpeggiamenti in situazioni identiche nel corso di semplici consulti medici.

Nessuna di loro, però, aveva avuto la forza di denunciare. Per alcune di loro il racconto ai Carabinieri è stato il primo e l’unico di quel tremendo episodio.

Il modus operandi del medico di base era sempre lo stesso. Arrivate dal medico che sostituiva il proprio e dopo aver segnalato i fastidi o sintomi della propria patologia, venivano sottoposte ad una visita completa del corpo.

E nel corso di questa visita, avvenivano le violenze.

Tutte le donne sarebbero state palpeggiate nelle parti intime, senza nessuno strumento sanitario e in taluni casi anche senza gli appositi guanti.

Per questo motivo l’uomo è accusato di violenza sessuale aggravata dalla sua posizione di medico.

L’accusa è stata inoltrata dalle autorità competenti anche all’Ordine dei Medici per l’avvio di sanzioni disciplinari. Nel frattempo l’uomo si trova ora in custodia cautelare agli arresti domiciliari. A breve dovrà rispondere di quanto accusato davanti al GIP.

Intanto, però, le indagini proseguono per capire se le vittime delle violenze siano di più.

 

 

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Consenso alla privacy: a che età è valido sui social?

In base al Regolamento Ue sulla protezione dei dati (Gdpr), il consenso alla privacy sui social può essere valido soltanto dopo i 14 anni di età

In base al decreto legislativo che ha passato l’esame del Governo l’8 agosto scorso, per armonizzazione della privacy italiana al Regolamento Ue sulla protezione dei dati 679 del 2016, in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il consenso alla privacy sui social è valido solo dopo i 14 anni di età.

Con questa scelta, infatti, il governo ha chiarito in modo specifico che i minori dovranno aver compiuto almeno quattordici anni per poter rilasciare un valido consenso alla privacy e quindi al trattamento dei propri dati rispetto ai trattamenti effettuati nell’ambito dei servizi della società dell’informazione.

Ma cosa succede nel caso di minori di 14 anni?

Ebbene, in queste circostanze, resterà valido il requisito del consenso avente la potestà genitoriale. Infatti, i titolari del trattamento dovranno scrivere informative che siano sempre chiare, semplici, concise ed esaustive.

Inoltre dovranno essere facilmente accessibili e comprensibili dal minore, per rendere “significativo il consenso prestato da quest’ultimo”.

A differenza della normativa europea che fissa il limite minimo di età a 16 anni, l’italia ha deciso di abbassare la soglia a 14 anni. Questo abbassamento si concretizza in un’emancipazione limitata al consenso relativo ai servizi della società dell’informazione.

Vale a dire, cioè, ai servizi prestati normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario.

Un esempio sono i trattamenti di dati conseguenti all’iscrizione a social network o a servizi di messaggistica.

Infine, nella relazione illustrativa è stato specificamente chiarito che la norma nasce per tutelare il minore in quei contesti virtuali. Contesti nei quali risulta maggiormente esposto.

E questo, naturalmente, a causa di una minore consapevolezza dei rischi della rete.

La disposizione sul consenso alla privacy per i minori rende l’operatore consapevole del fatto che questi possono accedere ai servizi, e quindi richiede di apprestare le relative misure.

In tutti gli altri casi, resta valido il limite di 18 anni per la prestazione di un valido consenso al trattamento dei dati personali.

 

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parto in casa

Viene dimessa dall’ospedale e partorisce in casa due ore dopo: l’incredibile vicenda, per fortuna a lieto fine, è avvenuta nel Bresciano

Una disavventura, per fortuna conclusasi a lieto fine, ha coinvolto una donna incinta il giorno di Ferragosto, protagonista di un parto in casa decisamente non programmato.

La vicenda

È l’alba della vigilia di Ferragosto, quando la donna, già alla terza gravidanza, si rende conto che la sua bimba ha deciso di venire alla luce. Insieme al marito decide quindi di lasciare la casa di Azzano Mella e dirigersi al pronto soccorso della Poliambulanza.

Una volta giunta in ospedale, la donna viene immediatamente visitata e sottoposta al monitoraggio che avrebbe confermato la presenza di contrazioni regolari.

A quel punto, il medico di turno avrebbe però invitato la donna a tornare a casa.

A suo avviso, infatti, il parto non era assolutamente imminente. Era quindi consigliabile tornare a casa. La donna, perplessa, lascia il nosocomio insieme al marito in direzione dell’appartamento della sorella, residente a Roncadelle.

Proprio lì, due ore più tardi, è venuta alla luce la piccola Eleonora.

La donna, infatti, si è ritrovata protagonista di un parto in casa assolutamente non programmato, avvenuto senza alcuna assistenza medica, e potendo contare solo sull’aiuto del marito. Un parto avvenuto per fortuna senza alcuna complicazione.

E rapidamente. Basti pensare che quando l’ambulanza è arrivata sul posto la giovane mamma aveva già partorito.

Lei e la sua piccola sono state subito trasferite al Civile di Brescia e sottoposte ai primi accertamenti. Per fortuna entrambe sono fuori pericolo e stanno bene, ma la famiglia avrebbe contattato un avvocato per capire se ci sono gli estremi per procedere contro il medico della struttura che aveva incautamente deciso di dimetterla.

 

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mini flat tax

Lega e M5s depositano la proposta di legge della mini flat tax. Dovrebbe interessare solo alcune partite iva per un costo complessivo di 3,5 miliardi

È stata già ribattezzata mini flat tax quella inclusa nella proposta di legge depositata da Lega e M5s. Già depositata alla Camera, ha come primo firmatario il capogruppo della Lega Riccardo Molinari, ma è diventata una proposta di maggioranza all’inizio di agosto, quando ha aggiunto la sua firma il capogruppo del M5s Francesco D’Uva, rinnovando la coppia di proponenti della proposta sulle pensioni d’oro.

La mini flat tax deve il suo nome al fatto che dovrebbe interessare solo alcune partite Iva. Infatti, il taglio reale sarà davvero molto circoscritto: l’aliquota unica al 15% per le partite Iva e le piccole imprese fino a 100 mila euro di ricavi o compensi l’anno.

La novità della mini flat tax è un’aliquota al 5% per le start up e per le persone che abbiano meno di 35 o più di 55 anni.

Secondo la proposta di legge, questa costerà 3,5 miliardi e, secondo le stime della Lega, coinvolgerà “un numero di professionisti tra i 500.000 e i 550.000”.

Chi vorrà usufruirne non dovrà aver sostenuto spese per più di 15mila euro lordi (erano 5000) o avere beni strumentali dal costo superiore a 40mila euro (erano 20mila).

Alle start up sarà applicata per quattro anni l’aliquota del 5%.

Questa varrà anche per persone fisiche al di sotto dei 35 o al di sopra dei 55 anni per cinque periodi d’imposta successivi.

L’idea della mini flat tax, secondo Molinare, è “il primo passo verso la ‘flat tax’, ma farà anche emergere il nero perché oltre a mettere più soldi in tasca, abbatte la burocrazia”.

O almeno, queste sono le intenzioni del Governo gialloverde.

Il riferimento è alla norma per cui chi beneficerà del regime forfettario sarà esentato dallo spesometro e dalla fatturazione elettronica, non si vedrà applicata Iva e non sarà assoggettato a studi di settore o indici sintetici di affidabilità.

Quanto alle coperture finanziarie, secondo i firmatari sarà assicurata dalla “riduzione dello 1% di tutte le dotazioni finanziarie di parte corrente del bilancio dello Stato, fatta eccezione per le spese per oneri inderogabili, ad eccezione delle spese relative alle missioni: diritti sociali, politiche sociali e famiglia; politiche per il lavoro, Tutela della salute, difesa e sicurezza”.

In sostanza, la proposta è quella di inserire la mini flat tax nella manovra, ma resta da chiarire come andrà la trattiva col Mef.

 

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WhatsApp su Android: da novembre backup illimitati e gratuiti

In arrivo importanti novità per gli utenti che utilizzano WhatsApp su Android: grazie a un accordo tra Facebook e Google avranno backup illimitati

Gli utenti che utilizzano l’applicazione di Whatsapp su Android stanno per ricevere un “regalo” a partire da novembre. Grazie infatti a un importante accordo siglato tra Facebook e Google, chi usa WhatsApp su Android potrà godere di uno spazio d’archiviazione illimitato e gratuito su Google Drive per fare il backup delle proprie conversazioni più importanti.

La data fissata per poter usufruire finalmente di backup illimitati e totalmente gratuiti è il 12 novembre 2018.

Come noto, infatti, fino a oggi, gli utenti dell’app di messaggistica disponevano di una quota di archiviazione molto limitata.

Ora, però, in virtù di questo importante accordo le cose cambieranno a breve. Da WhatsApp è giunta infatti la comunicazione ufficiale che, grazie a un nuovo accordo con Google, i backup non verranno più conteggiati nella quota di spazio di archiviazione di Google Drive.

Ma attenzione.

Tutti backup di WhatApp su Android che non sono stati aggiornati da più di un anno verranno automaticamente rimossi dallo spazio di archiviazione di Google Drive. Quindi, occhio.

Chi volesse poi aggiornare i backup esistenti, dovrà eseguire manualmente il backup del proprio client WhatsApp prima del 30 ottobre 2018.

Per poter procedere con il backup e salvare i propri dati, sarà necessario possedere un account Google già attivato sul proprio smartphone con i servizi Google Play installati.

Attenzione, inoltre, a disporre di sufficiente spazio libero sul proprio smartphone. Qualora così non fosse, è bene cancellare applicazioni inutili e fare un po’ di pulizia, magari spostando altrove file e dati.

Infine, è bene ricordare che i file multimediali e i messaggi di cui è stato eseguito il backup non sono protetti dalla crittografia end-to-end di WhatsApp quando sono archiviati in Google Drive.

 

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appalti in forma elettronica

Entreranno in vigore a partire dal 18 ottobre gli appalti in forma elettronica, novità operativa e procedurale che va verso la sua completa digitalizzazione

Il 18 ottobre è la data che sancirà l’entrata in vigore degli appalti in forma elettronica, una novità procedurale che segna la completa digitalizzazione di tale processo.

La digitalizzazione delle procedure di gara per gli appalti in forma elettronica si completerà quindi il 18 ottobre.

Quella prevista nel mese autunnale sarà una data significativa per stazioni appaltanti ed operatori economici.

La ratio dell’introduzione degli appalti in forma elettronica è quella di rendere la procedura più trasparente e snella. Ma soprattutto, lo scopo è quello di evitare interazioni sleali tra i funzionari responsabili degli appalti e gli operatori economici e, infine, facilitare l’individuazione di irregolarità e corruzione.

Come specificato dalla guida sugli appalti pubblici redatta dalla commissione Ue, dal prossimo 18 ottobre si potranno quindi presentare gli appalti in forma elettronica e, quindi, le offerte a tutte le amministrazioni aggiudicatrici dell’Unione attraverso il documento di gara unico europeo (Dgue).

A partire da quella data, verrà sancito l’obbligo dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione elettronici nello svolgimento delle procedure di aggiudicazione.

Da questo deriva l’obbligo a carico delle stazioni appaltanti di dotarsi di piattaforme telematiche per la gestione delle gare (come stabilito dall’art. 40, comma 2, D. Lgs. n. 50/2016).

Il Dgue dà la possibilità agli operatori economici di presentare un’autodichiarazione elettronica.

Quest’ultima, consentirà di attestare le condizioni richieste per partecipare a una procedura di appalto pubblico.

Infine, alle amministrazioni aggiudicatrici spetterà il compito di suddividere i contratti in lotti.

Questo permetterà così di semplificare la partecipazione delle Pmi alle procedure di appalto pubblico.

Laddove poi non si effettui tale suddivisione, questi saranno tenuti a motivare la loro scelta.

 

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tempi del divorzio

Durata della separazione e tempi del divorzio: ecco una guida sulle tempistiche necessarie a sciogliere il vincolo del legame matrimoniale

Come noto, i tempi del divorzio sono legati al presupposto di base che è la preventiva separazione dei coniugi.

Decorso tale determinato periodo di tempo, si potrà chiedere e ottenere il definitivo scioglimento del legame coniugale.

Più nello specifico, fino al 2015 il divorzio era possibile solo dopo che erano decorsi tre anni dalla separazione dei coniugi. E questo indipendentemente dalla natura giudiziale o consensuale della stessa.

Con la riforma apportata dalla legge numero 55/2015 è invece stato introdotto il cd. divorzio breve, che ha modificato notevolmente i tempi del divorzio.

Questi ultimi si sono infatti ridotti notevolmente e variano a seconda della natura della separazione.

In particolare, se la separazione è stata consensuale il divorzio potrà essere chiesto già dopo sei mesi da quando la stessa è avvenuta; occorrerà invece attendere un anno in caso di separazione giudiziale.

In alcuni casi, i termini per divorziare rimangono sospesi.

Ciò avverrà nel momento in cui i coniugi si siano riconciliati. Ciò avviene, ad esempio, nel caso in cui gli stessi abbiano iniziato nuovamente a convivere.

Tuttavia, una volta che i coniugi si sono separati e sono decorsi i termini fissati dalla legge, si potrà chiedere il divorzio, che verrà dichiarato con tempistiche differenti.

Laddove poi vi sia accordo tra i coniugi, lo scioglimento del matrimonio avrà tempi rapidi.

Vi si potrà infatti giungere rivolgendosi al Tribunale, recandosi in Comune ove possibile o ricorrendo alla negoziazione assistita da avvocati.

I tempi del divorzio si allungano e sono variabili a seconda della conflittualità sussistente tra i coniugi in caso di divorzio giudiziale.

Quest’ultimo, comporta l’instaurazione di una vera e propria causa dinanzi al Tribunale per determinare tutti gli aspetti che regoleranno la conclusione del legame coniugale.

Tuttavia, è bene ricordare che, in alcuni casi, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere domandato da uno dei coniugi anche se non vi è stata separazione.

Ciò avverrà nelle seguenti ipotesi:

  • se il matrimonio non è stato consumato,
  • laddove vi siastata una condanna per reati particolarmente gravi commessi in ambito familiare,
  • se è passata in giudicato la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso,
  • se l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio.

 

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Solo uomini in ambulanza, non fa salire la moglie e picchia operatori

Dopo aver appurato che nell’ambulanza c’erano solo uomini, il marito di una donna incinta ha impedito ai soccorsi di intervenire e ha aggredito gli operatori.

Ennesimo episodio di violenza contro operatori del 118: essendoci solo uomini in ambulanza, un uomo di origine marocchina ma residente in Lombardia, ha impedito alla moglie incinta di essere soccorsa. E, non pago, ha aggredito con violenza gli operatori sanitari da lui stesso allertati.

Ha dell’incredibile quanto accaduto a Milano, in quello che si configura come un nuovo caso di violenza contro chi, ogni giorno, si impegna per svolgere un servizio ai cittadini.

La vicenda

Sulla dinamica dell’accaduto sembrano non esserci dubbi. Una donna incinta si era sentita male per strada, mentre passeggiava con il marito. Prontamente, il marito 23enne di origini marocchine ha allertato i soccorsi.

Il mezzo del 118 è subito giunto sul posto, in via Picchi a Milano.

Ma il marito, vedendo solo uomini in ambulanza, ha perso totalmente la testa.

“Tu non sali su quell’ambulanza. Ci sono troppi maschi”. Il 23enne ha quindi vietato alla moglie incinta di essere soccorsa dal personale del 118 perché erano tutti uomini. “Non voglio che salga lì sopra, ci sono tutti maschi. Chiamate qualcun altro”, avrebbe iniziato a urlare l’uomo ai medici del 118 che stavano soccorrendo sua moglie dopo la loro richiesta di aiuto.

Dopo aver ripetutamente gridato, il 23enne ha dato in escandescenza colpendo con calci e pugni l’ambulanza.

A quel punto sono state immediatamente allertate le forze dell’ordine.

E non è certo finita lì. All’arrivo della polizia, infatti, il marito su di giri ha aggredito anche gli agenti che poi sono riusciti a fermarlo e arrestarlo con l’accusa di resistenza al pubblico ufficiale.

La vicenda è accaduta la scorsa notte a Milano, in via Pichi, non molto distante dalla zona dei Navigli.

Dopo l’arresto del 23enne marocchino è arrivata l’identificazione dell’uomo.

A quel punto, sono emerse a suo carico diverse cose, tra cui un ripristino della carcerazione avverso a una sospensione di pena nell’ambito di una condanna per spaccio.

Contestualmente, nel corso degli accertamenti nei confronti del marito, la donna è stata fatta salire sull’ambulanza contestata e portata in ospedale per tutti gli esami del caso.

 

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