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disuguaglianze sociali

Il rapporto Passi 2015-2018 evidenzia come le disuguaglianze sociali possano influire sulla qualità della vita degli italiani

Pubblicato il nuovo rapporto della Sorveglianza PASSI che indaga il peso delle disuguaglianze sociali nella relazionetra qualità della vita e salute.

La ricerca coordinata dall’ISS per le Regioni fotografa la salute percepita, il benessere psicologico, l’accesso alla prevenzione per la diagnosi precoce dei tumori e l’adesione a misure di sicurezza per la prevenzione degli incidenti stradali nel quadriennio 2015-2018.

La salute percepita

Dai risultati emerge che c’è un chiaro gradiente a sfavore delle persone socialmente più vulnerabili per difficoltà economiche o bassa istruzione, a cui si aggiungono le differenze territoriali tra Nord e Sud.

Non credono di godere buona salute 3 italiani su 10: una quota che sale al 43% fra le persone con molte difficoltà economiche e scende al 23% fra le persone senza tali difficoltà.

Inoltre, il 6% soffre di sintomi depressivi, quota che sale al 14% fra le persone con maggiori difficoltà economiche e scende al 4% fra chi non ne ha.

La qualità della vita risulta compromessa. Gli intervistati riferiscono mediamente di essere stati male per problemi di salute fisica o psicologica mediamente 4,4 giorni nel mese precedente l’intervista, il numero medio di giorni in cattiva salute salea 7 fra le persone con difficoltà economiche (vs 3,6 giorni fra chi non ha difficoltà economiche).

Differenze si osservano poi per livello di istruzione. Fra le persone con un basso livello di istruzione il 55% riferisce cattive condizioni di salute (vs 20% dei laureati), il 12% sintomi depressivi (vs 4%) e il numero medio di giorni vissuti in cattiva salute per motivi fisici o psicologici è 7.1 in un mese (vs 3.8 riferiti da laureati).

Fra le persone socialmente vulnerabili per difficoltà economiche o bassa istruzione è anche maggiore la frequenza di stili di vita non salutari, come l’abitudine al tabagismo, la sedentarietà, lo scarso consumo di frutta e verdura, l’obesità o condizioni di rischio cardiovascolare come il diabete o l’ipertensione.

Gap territoriale è sempre significativo a sfavore del Sud, dove è più alta la prevalenza di fumatori, sedentari, obesi, diabetici, ipertesi e persone che, in generale, non adottano stili di vita salutari.

Fra i comportamenti non salutari, unica eccezione è quella del consumo alcolico a rischio per la salute, per quantità e modalità di assunzione, che resta prerogativa delle classi sociali più abbienti, senza difficoltà economiche e alto livello di istruzione, residenti nel Nord e in particolare nel Nord-Est del Paese.

Le disuguaglianze sociali nella prevenzione dei tumori

I dati PASSI mostrano che le persone con istruzione più bassa, con maggiori difficoltà economiche e i cittadini stranieri si sottopongono meno frequentemente di altri ai test di diagnosi precoce dei tumori della mammella, del collo dell’utero e dell’intestino, che sono quelli per i quali il SSN offre programmi organizzati di screening a target specifici di popolazione.

Nel quadriennio 2015-2018, il 74% delle donne residenti in Italia di 50-69 anni si è sottoposto a mammografia preventiva.

Questa quota scende al 60% fra le donne con molte difficoltà economiche (vs l’81% fra donne senza difficoltà economiche); al 64% tra le donne con bassa istruzione (vs il 81% fra le laureate); al 70% fra le donne di cittadinanza straniera (vs il 74% fra le cittadine italiane).

Analogamente accade per lo screening cervicale: l’80% delle donne di 24-64enni si sottopone a screening cervicale (Pap-test o HPV test) per la diagnosi precoce del tumore della cervice uterina.

La quota scende al 69% fra le donne con molte difficoltà economiche (vs 85% fra le donne che non hanno difficoltà economiche) al 62% fra le donne meno istruite (vs 84% fra le laureate); al 75% fra le donne di cittadinanza straniera (vs 80% delle cittadine italiane).

Anche lo screening colorettale per la diagnosi precoce del tumore dell’intestino presenta differenze sociali significative.

Solo il 40% della popolazione target (uomini e donne di 50-69enni) ha eseguito la ricerca del sangue occulto nelle feci (test di screening colorettale maggiormente diffuso) ma questa quota scende al 26% fra le persone con molte difficoltà economiche (vs il 49% fra le persone senza difficoltà economiche); al 33% fra le persone meno istruite (vs 41% fra le laureate).

Le disuguaglianze sociali nella prevenzione degli incidenti stradali

Anche l’uso dei dispositivi di sicurezza alla guida (il casco in moto o le cinture anteriori e posteriori in auto) risponde a differenze socio-culturali e le persone con difficoltà economiche o bassa istruzione ne fanno un uso meno frequente.

L’uso del casco in moto, sebbene consolidato, riferito come abitudine costante dal 96% degli intervistati che viaggiano in moto, è meno frequente fra le persone con molte difficoltà economiche (93%) e fra le persone con bassa istruzione (89%).

Analogamente accade per l’uso delle cinture anteriori in auto, riferito dall’85% come abitudine costante e che scende al 76% fra le persone con difficoltà economiche e al 78% fra i meno istruiti.

“I dati della Sorveglianza PASSI aggiornati al 2018 – afferma Maria Masocco, responsabile presso l’ISS del coordinamento nazionale PASSI – confermano e mettono ancora una volta in evidenza significative differenze sociali nella salute e nell’accesso alla prevenzioneche si aggiungono alle differenze geografiche a svantaggio delle regioni del Sud e delle Isole, dove povertà e carenza nell’offerta di programmi di prevenzione e di servizi cura si concentrano”

“È dunque necessario – conclude – continuare a porre l’attenzione su questi aspetti, con una lettura trasversale dei dati proprio in questa ottica, per programmare e riorientare adeguatamente le politiche di contrasto alle disuguaglianze in salute, verso azioni di sistema orientate all’equità, che rappresenta uno dei principi cardini del Piano Nazionale della Prevenzione”.

 

Barbara Zampini

 

 

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donazione del corpo post mortem

Via libera del Senato al disegno di legge sulla donazione del corpo post mortem per fini scientifici. Cosa prevede nel dettaglio la proposta?

L’Aula del Senato ha approvato all’unanimità (220 sì e un astenuto) il ddl sulla donazione del corpo post mortem a fini di studio, formazione e di ricerca scientifica. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera per il via libero definitivo.

Il disegno di legge, di cui il primo firmatario è il senatore M5s Pierpaolo Sileri, si compone di 9 articoli.

Nel primo articolo si stabilisce che il corpo del defunto, del quale sia stata accertata la morte nelle forme di legge e che abbia espresso in vita il consenso, rimanga all’obitorio almeno per 24 ore prima di essere destinato allo studio, alla formazione e alla ricerca scientifica.

Il ministro della Salute, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, individua le strutture universitarie, le aziende ospedaliere di alta specialità e gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) da utilizzare quali centri di riferimento per la conservazione e l’utilizzazione dei corpi dei defunti.

Si prevede l’istituzione presso il Ministero della salute dell’Elenco nazionale dei centri di riferimento, consultabile sul sito internet del Ministero e aggiornato tempestivamente in modo da consentire al medico che accerta il decesso l’individuazione del centro di riferimento competente per territorio, al quale dà notizia della morte del disponente. (Art.5)

I centri di riferimento che hanno ricevuto in consegna la salma devono restituirla alla famiglia, in condizioni dignitose, entro due anni dalla data della consegna.

Le spese per il trasporto della salma dal decesso fino alla restituzione, quelle relative alla tumulazione o all’eventuale cremazione sono a carico delle istituzioni in cui hanno sede i centri di riferimento che hanno utilizzato la salma.

Come si esprime la volontà?

Il consenso alla donazione del corpo post mortem si esprime con un atto pubblico o per mezzo di una scrittura privata autenticata. Per i minori di età, il consenso all’utilizzo del corpo e dei tessuti post mortem deve essere manifestato nelle stesse forme da entrambi i genitori. È previsto inoltre l’utilizzo di una banca dati nazionale, il cosiddetto sistema informativo dei trapianti.

La dichiarazione si consegna all’azienda sanitaria di appartenenza. L’interessato a donare il proprio corpo nomina un fiduciario e, in caso di ripensamento, può presentare una revoca all’azienda sanitaria di appartenenza.

L’articolo 6 stabilisce che l’utilizzo del corpo umano e dei tessuti post mortem non può avere fini di lucro e che eventuali donazioni di denaro effettuate da privati per essere destinate a fini di studio e di ricerca scientifica mediante l’uso di salme o derivanti dalla finalizzazione di progetti di ricerca sono destinate alla gestione dei centri di riferimento.

Campagna informativa

Il Ministero della Salute dovrà promuovere (articolo 2), nel rispetto di una libera e consapevole scelta, iniziative di informazione dirette a diffondere tra i cittadini la conoscenza della possibilità di manifestare il consenso per la donazione del proprio corpo post mortem.

Le regioni e le aziende sanitarie locali sono chiamate ad adottare iniziative per informare dei contenuti della legge i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, i medici delle strutture sanitarie pubbliche e private e i cittadini.

Barbara Zampini

 

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DONATORI DI ORGANI: POSITIVO IL TREND

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in congedo parentale

La Corte dei Conti durante un’audizione sul Def 2019 si dice preoccupata circa la diminuzione degli addetti in diversi settori, tra cui quello sanitario

La Corte dei Conti, nell’ambito delle audizioni preliminari all’esame del Def 2019, dedica ampio spazio alla sanità, affrontando diversi temi.
I giudici contabili in audizione presso le Commissioni congiunte bilancio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, esprimono preoccupazione per il taglio al personale previsto dal Documento di Economia e finanza recentemente approvato.
La riduzione degli addetti, che non riguarda solo il comparto sanità, preoccupa perché qui rischia “di incidere sull’erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni e sulla qualità dei servizi resi”.

Spesa sanitaria

“Nel 2018, la spesa sanitaria – evidenzia la Corte dei Conti – ha raggiunto i 115,4 miliardi, inferiore di poco meno di un miliardo a quanto previsto lo scorso settembre nella Nota di aggiornamento al DEF (116,3 miliardi) e, seppur limitatamente, anche all’importo prefigurato nel DEF 2018 (115,8 miliardi)”.
“Sostanzialmente – continua – in linea con le stime è la spesa per consumi intermedi (+1,7 per cento), ma con andamenti molto diversi nelle sue principali componenti: la spesa per farmaci aumenta del 6,5 per cento, mentre le altre voci flettono di poco meno dell’1 per cento”.
Per quanto riguarda la spesa farmaceutica ospedaliera la Corte rileva “ampiamente superato anche quest’anno il tetto alla spesa farmaceutica ospedaliera in tutte le regioni, con una eccedenza rispetto all’obiettivo di oltre 2,2 miliardi. Le altre componenti di costo registrano invece un netto calo (-7 per cento, ben superiore a quanto previsto, -1,3 per cento).
Maggiori sono anche gli acquisti di beni e servizi da operatori market, in crescita rispetto al 2017 del 2,1 per cento contro lo 0,7 per cento stimato inizialmente (tra il 2013 al 2017 la variazione è stata in media di poco superiore allo 0,1 per cento all’anno). Un aumento dovuto alla crescita dell’onere per assistenza medico generica e specialistica (in aumento rispettivamente del 2,2 e del 3,2 per cento) per l’imputazione nel 2018 degli arretrati relativi al rinnovo delle convenzioni, e per “altra assistenza” (riabilitativa integrativa…) che segna nel complesso una variazione superiore al 10 per cento”.
“In flessione– rileva la Corte dei Conti – sono, invece, gli importi corrisposti per l’assistenza ospedaliera in case di cura od ospedali privati (-2 per cento) e continua a ridursi la spesa per farmaci in convenzione, che risente delle misure di contenimento disposte dalla normativa e dell’operare del tetto di spesa”.

Controllo della spesa

“Ancora una volta – rileva la Corte -, i risultati del 2018 testimoniano i progressi registrati dal sistema sanitario in termini di controllo della spesa.
Un risultato cui hanno contribuito, oltre alle varie misure adottate in questi anni (dal blocco delle retribuzioni, ai tetti alla spesa, alla centralizzazione degli acquisti, alla ristrutturazione della rete ospedaliera), il potenziamento dei flussi informativi e l’attento monitoraggio delle gestioni.
Non va sottovalutato il rilievo dei risultati ottenuti: nel DEF 2014, la spesa sanitaria era prevista in lenta flessione in termini di prodotto per tutto l’arco programmatico: dal 7 per cento del Pil nel 2014 ne era prevista una riduzione al 6,8 nel 2018, corrispondente a circa 121,3 miliardi. Nonostante il più lento aumento del prodotto rispetto alle previsioni, a consuntivo la spesa si è attestata nel 2018 al 6,6 per cento del Pil, ma su un livello assoluto di spesa inferiore di 6 miliardi.
Il governo della spesa in campo sanitario si è rivelato più efficace rispetto al complesso della PA: la quota della sanità della spesa corrente primaria si riduce dal 16,6 per cento nel 2013 al 15,8 per cento nel 2018 (dal 15,7 al 14,6 per cento il peso sulla primaria complessiva)”.

I problemi ancora da risolvere

“La conferma anche nel 2018 di un buon risultato – rimarca la Corte -, cui ha contribuito anche il rinvio di alcuni oneri straordinari, non può far dimenticare le criticità che devono essere ancora affrontate.
Permangono squilibri finanziari in alcune regioni nonostante il lungo processo dei piani di rientro ma, soprattutto, non tendono a riassorbirsi le differenze territoriali nella qualità dei servizi.
Ne dà una evidente conferma la recente diffusione del risultato dei monitoraggi dei LEA 2017 e, soprattutto, i nuovi dati del sistema di garanzia (in funzione dal 2020) che, testati sul 2016, indicano criticità nella copertura dei LEA in 12 delle 21 regioni/province autonome.
Sono criticità spesso non riconducibili alla sola questione delle risorse finanziarie ma che hanno le radici in una carente governance locale, in difficoltà di programmazione della spesa (difficoltà di cogliere i fabbisogni effettivi della popolazione) e in una dotazione infrastrutturale ancora insufficiente”.
“Su tali temi – prosegue l’audizione – si dovrà muovere con la definizione del nuovo Patto della salute.
Certamente l’adeguatezza delle risorse previste per il prossimo triennio deve essere valutata guardando a due temi di grande rilievo: il progressivo aumento del fabbisogno legato all’invecchiamento della popolazione e le innovazioni nel campo delle cure che offrono nuove opportunità ma comportano costi crescenti e adeguati investimenti.
Le recenti stime sui fabbisogni per investimenti e ammodernamento delle apparecchiature sembrano poter trovare una risposta nello sforzo previsto per accelerare gli investimenti pubblici.
Un problema comune ad altri settori ma che rischia, nel caso della sanità, di riverberarsi sulla stessa possibilità di garantire i livelli di assistenza e sulla qualità dei servizi offerti, siano essi basati su strutture, apparecchiature, dispositivi o farmaci ad elevato contenuto tecnologico”.

Barbara Zampini

 
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DEF 2019, GIMBE: “INCERTEZZE SU FUTURO SSN”

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fondi statali

La Fondazione Gimbe esprime le sue preoccupazioni in merito al Def 2019 dal quale “emergono incongruenze e incertezze sul futuro del Ssn”.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il Def 2019 (Documento di economia e finanza). Il Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, analizza i dati contenuti nel documento fotografando un futuro alquanto incerto per il Servizio Sanitario Nazionale.
“Le previsioni di crescita economica del Paese – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbeemergono in tutta la loro evanescenza se si confrontano le stime messe nero su bianco appena 6 mesi fa”.
Nel triennio 2020-2022 il Pil nominale dovrebbe crescere in media del 2,5% per anno e l’aumento della spesa sanitaria attestarsi sul tasso medio annuo dell’1,4%.
In termini finanziari la spesa sanitaria aumenterebbe così dai € 119.953 milioni stimati per il 2020 ai € 121.358 nel 2021 ai € 123.052 milioni nel 2022.
Per l’anno in corso, invece, a fronte di una crescita del Pil nominale dell’1,2%, il Def 2019 stima una spesa sanitaria di € 118.061 milioni che corrisponde ad una crescita del 2,3% rispetto ai € 115.410 del 2018.
La stima prevedeva un +3,1% nel 2019, +3,5% nel 2020 e +3,1% nel 2021. Il nuovo documento fa precipitare la crescita all’1,2% per quest’anno (-1,9%), al 2,6% per il prossimo (-0,9%) e al 2,5% per il 2021 (-0,6%).
Le promesse di un aumento delle risorse per la sanità, pari rispettivamente a 2 e a 1,5 miliardi, appaiono quindi molto ardue.

Incongruenza tra stime e risorse

Il Def 2019, commenta Nino Cartabellotta, “aumenta le preoccupazioni per la sanità per tre ragioni fondamentali: innanzitutto, per il 2019 le stime sono incongruenti con le risorse assegnate dalla legge di Bilancio; in secondo luogo, se le stime per il 2020-2021 sono allineate con gli incrementi previsti del Fondo sanitario nazionale, questi oltre che alla sottoscrizione di un Patto per la Salute, ancora in stallo, sono legati a utopistiche previsioni di crescita economica. 
Infine, su tutto aleggia lo spettro della clausola di salvaguardia, ovvero il blocco di 2 miliardi di euro di spesa pubblica in caso di deviazione dall’obiettivo di indebitamento netto, che probabilmente colpirà la sanità come paventato dall’Ufficio parlamentare di bilancio dopo la pubblicazione della manovra».

Spesa sanitaria/Pil

La spesa sanitaria cresce meno del Pil nominale per questo non potrà coprire – allo stato attuale delle cose – l’aumento dei prezzi del settore sanitario che oltretutto è superiore all’indice generale dei prezzi al consumo.
“In altre parole – puntualizza Cartabellotta – la crescita media della spesa sanitaria dell’1,4% nel triennio 2020-2021 stimata dal Def 2019 nella migliore delle ipotesi potrà garantire al Ssn lo stesso potere di acquisto solo se la ripresa economica rispetterà previsioni più che ottimistiche, ovvero una crescita media del Pil del 2,5% per il triennio 2020-2021”.
“Delle cifre assolute riportate nel Def – continua il Presidente – è bene non fidarsi, soprattutto nel medio termine, perché le risorse assegnate alla sanità dalle Leggi di Bilancio risultano sempre inferiori alle stime del Def sulla spesa sanitaria“.
Ad esempio, per l’anno 2018 la stima di € 121,3 miliardi di spesa sanitaria del Def 2014 è precipitata a € 117,7 con il Def 2015, quindi a € 116,2 con il Def 2016 e a € 115,1 con il Def 2017, per arrivare ad un finanziamento reale di € 113,4 miliardi con la Legge di Bilancio 2018.
Nel Def 2019 il rapporto spesa sanitaria/Pil rimane identico al 2018 (6,6%) per gli anni 2019 e 2020, per poi ridursi al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022. “Queste previsioni – conclude Cartabellotta – smentiscono l’inversione di tendenza incautamente annunciata dal Premier Conte nel giugno 2018 in occasione del discorso per la fiducia e sono identiche a quelle dei Def (e dei Governi) precedenti, dove all’incremento atteso della crescita economica corrisponde sempre una riduzione del rapporto spesa sanitaria/Pil.
Questa strategia di finanza pubblica documenta inequivocabilmente che per tutti i Governi che si sono succeduti negli anni, compreso il cosiddetto Governo del Cambiamento, la sanità non ha mai rappresentato una priorità politica.
Infatti, quando l’economia è stagnante la sanità si trasforma automaticamente in un bancomat al portatore, mentre in caso di crescita economica i benefici per il Ssn non sono proporzionali, rendendo di fatto impossibile un rilancio del finanziamento pubblico”.
 

Barbara Zampini

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spincar

Il progetto italiano Spincar vuole arginare l’antibiotico resistenza nel nostro paese e arrivare “al 2021 con risultati vicini ai paesi virtuosi”

Al via Spincar, il sistema italiano per contrastare l’antibiotico resistenza nelle aziende sanitarie e nelle comunità.

Il progetto – (Supporto al Piano Nazionale di Contrasto Antibiotico resistenza) operativo del Ssn per lo sviluppo degli obiettivi fissati dal Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza voluto dal Ministero della Salute – prende il via nel corso del Convegno Implementare il Piano Nazionale per il Contrasto all’Antimicrobico resistenza nel Ssn.

Partecipano allo sviluppo del Sistema Spincar l’Istituto Superiore di Sanità, le Regioni, l’Agenzia Sanitaria Emilia Romagna, l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna e l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, le Università di Torino, Catania e Milano, coordinati tutti dall’Università di Udine coadiuvata dall’Azienda Sanitaria Integrata

Come funziona Spincar

Gli esperti riuniti nel Convegno si organizzeranno in gruppi di lavoro per discutere e condividere lo strumento di lavoro, un questionario che servirà a scattare una fotografia sul reale stato dell’arte delle misure applicate oggi per contrastare l’antibiotico resistenza in Italia e per misurarne i progressi.

Una piattaforma informatica, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, terrà conto dell’avanzamento del Sistema Spincar, registrando i risultati sull’applicazione degli standard che permetterà di capire sia lo stato attuale sia i progressi del programma.

Diversi esperti che lavoreranno nel Sistema realizzeranno poi “site visites” per supportare Regioni e Aziende nella realizzazione di misure di prevenzione da adottare per il contrasto alle infezioni ospedaliere e valorizzare le migliori pratiche.

«Abbiamo voluto questo piano perché era sempre più necessaria un’azione italiana sinergica e coordinata sull’antibiotico resistenza nel nostro Paese – affermano Claudio D’Amario Stefania Iannazzo, della Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute –  il nostro obiettivo, attraverso questo sistema, e con un approccio One Health, è quello di arrivare a marzo 2021 con percentuali più vicine a quelle di Paesi Europei più virtuosi oltre che ad una maggiore consapevolezza nei cittadini dell’importanza dell’uso appropriato degli antibiotici»

Antibiotico resistenza in Italia

Un terzo delle infezioni legate alla resistenza agli antibiotici di tutta Europa avviene in Italia secondo le più recenti stime internazionali basate sui dati della Rete di Sorveglianza Ar-Iss e la situazione, come afferma il Report dettagliato pubblicato oggi proprio da AR-ISS cambia da area a area nel Paese.

Mezzo milione di persone– sottolinea l’Iss – ogni anno in Italia contrae un’infezione ospedaliera e la maggior parte di queste sono dovute a germi resistenti agli antibiotici come Klebsiella o Stafilococco.

In base ai dati della Rete Ar-Iss, se pure si registra una lieve diminuzione dell’antibiotico resistenza per quanto riguarda pneumococco sia per la penicillina che per la eritromicina, resta invece invariato rispetto allo scorso anno il numero di infezioni dovute a Klebsiella pneumoniae multiresistente, che sono circa duemila ogni anno”.

È necessario quindi un intervento mirato e concreto per arginare il problema. “Alcune Regioni hanno già iniziato a lavorare in questa direzione  per contrastare questo che è uno dei più importanti rischi per la Salute Pubblica – afferma Maria Luisa Moro, Direttore Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale Emilia Romagna – Il principale compito che porteremo avanti attraverso il Sistema sarà soprattutto quello di promuovere la diffusione di buone pratiche di dimostrata efficacia in tutto il resto del Paese e agire in modo coordinato per diminuire l’antibiotico-resistenza e rendere più sicure le cure ma anche le comunità”.

Barbara Zampini

 

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condizioni di vita degli italiani

L’Istat pubblica un report sulle condizioni di vita degli italiani da cui emerge che siamo soddisfatti della nostra vita, ma con alcune specifiche

Quali sono le condizioni di vita degli italiani? Lo analizza il report “La soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita” pubblicato dall’Istat, secondo cui gli italiani sono soddisfatti della loro vita.

Dai dati emerge che nei primi mesi del 2018, la soddisfazione dei cittadini per la vita mostra segnali di crescita dopo la stasi registrata nel 2017, riportandosi così sui livelli del 2016. La stima della quota di persone di 14 anni e più che esprimono una elevata soddisfazione per la propria vita nel complesso passa dal 39,6% del 2017 al 41,4% dell’anno successivo.

In aumento anche la quota di persone soddisfatte della propria situazione economica, che raggiunge il 53,0% dal 50,5% del 2017.

La soddisfazione per la dimensione lavorativa è stabile: il 76,7% degli occupati si dichiara molto o abbastanza soddisfatto, sostanzialmente come nel 2017. Sono più soddisfatte del lavoro le donne (77,6%) rispetto agli uomini (76,1%).

Nel 2018, aumenta la quota di famiglie che giudicano la propria situazione economica stabile (dal 59,5% del 2017 al 62,5%) o migliorata (dal 7,4% all’ 8,1%).

Anche il giudizio sull’adeguatezza delle risorse economiche familiari mostra segnali di miglioramento: la quota di famiglie che le valuta adeguate sale dal 57,3% del 2017 al 59,0% del 2018.

Le relazioni familiari confermano i più alti livelli di apprezzamento: nel 2018 il 90,1% delle persone si ritiene soddisfatto. Elevata e in leggero aumento la quota di individui molto o abbastanza soddisfatti per le relazioni amicali (dall’81,7% del 2017 all’ 82,5%).

La salute

Tra le variabili che determinano le condizioni di vita degli italiani, il rapporto si interroga anche sullo stato di salute. Dalle indagini emerge che l’80,7% degli individui di 14 anni e oltre esprime un giudizio positivo (molto o abbastanza soddisfatti).

In questo caso le differenze di genere sono piuttosto evidenti. Le donne molto o abbastanza soddisfatte per il proprio stato di salute sono il 78,2% contro l’83,4% degli uomini.

Nel complesso, i livelli di soddisfazione diminuiscono al crescere dell’età e raggiungono il minimo per la classe dei 75enni e più (4,6%).

Sul territorio, la soddisfazione per la salute è più diffusa al Nord (82,3%) e al Centro (81,5%). Nel Mezzogiorno la quota dei molto o abbastanza soddisfatti scende al 78,2%.

 

Barbara Zampini

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vaccini

Da uno studio Iss emerge che i pediatri italiani sono favorevoli ai vaccini ma sono poco informati su sicurezza, efficacia e controindicazioni

I pediatri italiani sono favorevoli ai vaccini, ma sono anche poco informati su sicurezza, efficacia e controindicazioni. Lo si evince da uno studio condotto su un campione di 903 pediatri.

L’indagine, pubblicata su Eurosuveillance,è stata svolta nel 2016 da alcuni ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), del Seremi (Servizio di riferimento regionale di epidemiologia per la sorveglianza, la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, Asl 20 Alessandria) e della Regione Emilia-Romagna.

I risultati della ricerca

Il 95,3% dei pediatri intervistati è completamente favorevole alle vaccinazioni e il 66% si ritiene sufficientemente informato sulle vaccinazioni e sulle malattie prevenibili con il vaccino per poterne discuterne con sicurezza con i genitori.

Solo l’8,9% dei pediatri afferma però di condividere pienamente le affermazioni sulla sicurezza ed efficacia dei vaccini.

Un terzo di essi non è solito verificare sistematicamente che i propri pazienti siano in regola con tutte le vaccinazioni previste dal calendario vaccinale e solo il 5,4% distingue correttamente tutte le controindicazioni vere da quelle false.

“È evidente – secondo gli autori dell’indagine – la necessità di interventi mirati per accrescere la fiducia dei pediatri nell’affrontare le preoccupazioni dei genitori e rafforzare la loro fiducia nei confronti delle istituzioni relativamente al tema delle vaccinazioni”.

Problemi organizzativi

I pediatri italiani sono poco informati sul tema dei vaccini perché poco coinvolti nella loro somministrazione affidata invece esclusivamente ai Servizi Vaccinali, come si evince dal primo “Rapporto dell’Osservatorio Strategie Vaccinali”.

“L’organizzazione – si sottolinea nel rapporto – delle campagne vaccinali in età pediatrica necessita di un’attenta programmazione […].

Per questa ragione si ritiene che il coinvolgimento dei Pediatri di Libera Scelta in situazioni critiche debba essere preso in considerazione nell’ambito di un’ampia programmazione degli interventi e di un coordinamento di Sanità Pubblica, che garantisca una partecipazione collettiva.

 

Barbara Zampini

 

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decreto semplificazioni

Il decreto semplificazioni è legge, tra le disposizioni urgenti previste misure per risollevare le sorti della sanità pubblica

Con 310 voti a favore, 245 contrari e un solo astenuto il decreto semplificazioni (D.L. 135/2018) è legge. Il D.L. reca disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione.

Le novità per la sanità contenute nel decreto semplificazioni

Tra le disposizioni del Decreto di Semplificazione anche misure per la sanità in materia di assunzioni e incarichi in medicina generale.

Tra queste, il provvedimento sulla validità delle graduatorie per l’assunzione di personale medico, tecnico-professionale e infermieristico. Le previsioni di cui ai commi 361, 363 e 364 della Legge di Bilancio 2019 (L. 145/2018) si applicheranno alle procedure concorsuali per l’assunzione di personale medico, tecnico-professionale e infermieristico, bandite dalle aziende e dagli enti del Servizio Sanitario nazionale a decorrere dal 1° gennaio 2020.

Per quanto concerne la medicina generale le disposizioni previste vanno a contrastare la carenza contingente di medici.

“Per far fronte al grave problema diamo la possibilità, anche a chi non avrà ancora completato il corso di formazione, di poter ricevere l’incarico fino al 31 dicembre 2021“. Lo ha annunciato il ministro della Salute Giulia Grillo, sottolineando di “rivendicare l’importanza” di tale norma inserita nel Decreto Semplificazioni che “darà ossigeno alla medicina generale”.

Nelle more di una revisione complessiva del relativo sistema di formazione specifica, i laureati in medicina e chirurgia abilitati all’esercizio professionale, iscritti al corso di formazione specifica in medicina generale, potranno partecipare all’assegnazione degli incarichi convenzionali, rimessi all’accordo collettivo nazionale nell’ambito della disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale.

L’assegnazione è subordinata rispetto a quella dei medici in possesso del relativo diploma e agli altri medici che abbiano diritto all’inserimento nella graduatoria regionale. Per gli incarichi per l’emergenza sanitaria territoriale sarà necessario possedere l’apposito attestato. 

La prossima sfida “da vincere – continua il ministro Grillo – è il superamento del tetto dell’1,4% per il personale per lo sblocco delle assunzioni in sanità, anche a costo di un confronto serrato con una parte della Ragioneria dello Stato.

Non ci si può più abbarbicare a regole che sono state giuste in un tempo completamente diverso”. Al contrario, ha concluso, “bisogna guardare la realtà. Il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di nuove assunzioni“.

 

Barbara Zampini

 

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cure palliative

Un rapporto presentato al Parlamento evidenzia criticità e disomogeneità nello stato di attuazione della legge 38/2010 su cure palliative e terapia del dolore

Un rapporto inviato al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 38/2010 indaga lo stato di accesso a cure palliative e terapia del dolore.

Il rapporto è stato inviato dal Ministro della Salute e si basa sui dati 2015-2017 descrivendo i traguardi raggiunti e le criticità ancora presenti.

“Il quadro che ne scaturisce – si legge nel documento – è caratterizzato da luci e ombre: difatti, di fronte ad un miglioramento della qualità e dell’offerta assistenziale per le cure palliative in regime residenziale e domiciliare e allo sviluppo delle reti regionali e locali di cure palliative e di terapia del dolore, persistono forti disomogeneità regionali sulle caratteristiche e sulla tipologia dell’assistenza offerta nei vari setting assistenziali”.

Cosa stabilisce la legge

La legge n. 38 del 15 marzo 2010 ha sancito il diritto di tutti i cittadini ad accedere alle cure palliative (CP), a tutela della dignità del malato e a garanzia della qualità della vita fino al suo termine. La stessa normativa ha istituito le reti locali di cure palliative per assicurare la continuità nel percorso di cura del paziente in ospedale, nella struttura residenziale (Hospice) e in ambito domiciliare, per mezzo dell’integrazione di queste strutture sul territorio.

L’Accordo della Conferenza tra Stato e Regioni del 16 dicembre 2010 ha definito le linee guida per la promozione, lo sviluppo e il coordinamento degli interventi regionali nell’ambito delle cure palliativee della terapia del dolore.

Tale documento identifica per la prima volta la struttura organizzativa delle Reti di cure palliative e delle Reti di terapia del dolore, articolate in strutture regionali e aziendali.

Cifre

Nel triennio dal 2015 al 2017, il numero di hospice sul territorio nazionale ha raggiunto il totale di 240 strutture (erano 231 nel 2014) mentre il numero dei posti letto risulta di 2.777 (226 posti letto in più rispetto al 2014).

A livello nazionale, nell’anno 2017, risulta una carenza di 244 posti letto in hospice ma la situazione appare fortemente disomogenea, con Regioni in surplus (Lombardia, Emilia Romagna, Lazio) e Regioni in grave deficit (Piemonte, Toscana, Campania, Sicilia).

Nel triennio dal 2015 al 2017, l’andamento percentuale della durata dei tempi di attesa tra la ricezione della ricetta del medico curante e la presa in carico del paziente in hospice conferma percentuali elevate di ricoveri con tempi di attesa inferiori ai 2 giorni, seguite da quelle dei ricoveri con tempi di attesa da 4 a 7 giorni.

Nel 2017, il numero totale di pazienti assistiti a domicilio ha raggiunto le 40.849 unità, con un incremento del 32,19% rispetto all’anno 2014, per un totale di 326 mila giornate di cure palliative erogate a domicilio. Nonostante l’incremento rilevante, il numero di giornate di cure palliative erogate a domicilio resta assai distante dallo standard individuato dal DM n. 43 del 2007.

Ad oggi, l’unica informazione significativa sulla terapia del dolore attiene al consumo territoriale di farmaci oppioidi, che ammonta nel 2017 a più di 16 miliardi di dosi, 1,6% in più rispetto al 2016.

Traguardi raggiungi dalla legge 38/2010

I principali traguardi raggiunti in questi anni sono: la definizione degli adempimenti regionali per l’accreditamento delle strutture sanitarie di cure palliative (Intesa Stato-Regioni del 15 febbraio 2015); il riconoscimento dell’esperienza triennale in cure palliative per i medici non in possesso di specializzazione, ai fini della certificazione professionale (decreto ministeriale del 4 giugno 2015), e l’aggiornamento dei LEA per quanto concerne le cure palliative, descritte nei diversi setting assistenziali (domicilio, hospice, ospedale) in cinque diversi articoli del DPCM 12 gennaio 2017 di aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

Le criticità

“Nonostante i risultati positivi conseguiti, restano innegabilmente – si legge nel Rapporto – diverse le criticità  della legge 38/2010 ancora da affrontare”.

Lo sviluppo delle reti locali di Cure Palliative, l’identificazione dei requisiti minimi per l’accreditamento e l’adozione di modelli organizzativi uniformi, sono obiettivi non ancora raggiunti da tutte le Regioni, dal momento che le regioni Abruzzo, Molise, P.A. di Bolzano e Valle D’Aosta non hanno ancora recepito l’Intesa del 25 luglio 2012.

I percorsi assistenziali di presa in carico del paziente con bisogni di cure palliative differiscono molto tra le Regioni e non è ancora sviluppata e diffusa ovunque una metodologia “proattiva” con il coinvolgimento del paziente e della sua famiglia.

I medici e l’organizzazione, in ospedale e sul territorio, non sono ancora sufficientemente preparati a riconoscere e affrontare per tempo i bisogni di malati sempre più anziani, in condizioni di cronicità avanzate.

Non possono quindi poi offrire un intervento precoce, integrato e complesso, in grado di leggere la multidimensionalità dei bisogni, dei problemi psicosociali e delle fragilità, promuovendo una medicina realistica nei suoi obiettivi che eviti trattamenti gravosi ed inefficaci.

L’offerta formativa per gli operatori sanitari di cure palliative, sia relativamente alla formazione universitaria che al conseguimento dei crediti in Educazione Continua in Medicina (ECM) è ancora abbastanza disomogenea sul territorio nazionale.

Resta infine particolarmente critica la situazione delle Reti di cure palliative e terapia del dolore pediatriche, fortemente carenti in quasi tutto il territorio nazionale.

Barbara Zampini

 

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terapia per l'autismo

Le cure Aba, principale terapia per l’autismo, saranno ora sovvenzionate dal Ssn grazie all’intervento del Tribunale civile di Roma

Grande vittoria per i bambini affetti da autismo. La terapia per l’autismo, sovvenzionate dal SSN, è finalmente un diritto. Lo stabilisce una ordinanza del Tribunale civile di Roma pubblicata il 22 gennaio che ha riconosciuto il diritto di un bambino di 3 anni e mezzo con autismo a ricevere le cure Aba pagate dal Servizio sanitario nazionale.

Seguono il caso del piccolo paziente Daria Pietrocarlo e Alessandra Pillinini, che già nell’ottobre scorso avevano assistito con successo i genitori di un bambino di 5 anni affetto dalla medesima patologia. “Un passo avanti nella giusta direzione – commentano – perché si riconosce finalmente alle famiglie un contribuito per la terapia Aba (Applied Behaviour Analysis), che finora erano costrette a pagare di tasca propria”.

“Certo, i requisiti sono un po’ troppo stringenti e l’importo massimo per ogni bambino è di 5000 euro l’anno, a fronte di spese reali che sono molto più ingenti. Ma bisogna pensare che prima non c’era nulla”, aggiungono i legali.

Il regolamento

Il Regolamento del 15 gennaio 2019 stabilisce nuovi ‘interventi a sostegno delle famiglie dei minori in età evolutiva prescolare nello spettro autistico’.

“Il sostegno economico – si legge nell’art. 8 – assume la forma di contributo alla spesa sostenuta dalla famiglia, e viene concesso” comunque “entro il tetto di spesa ammissibile massimo per utente pari a 5.000 €/annui.

Il tetto massimo è erogato con priorità ai nuclei familiari con un numero di figli nello spettro autistico superiori a uno e con un Isee inferiore o pari ad € 8.000”.

Il regolamento istituisce anche l’Albo regionale dei professionisti con competenze ed esperienza nell’ambito delle terapie per autismo.

“Complessivamente si tratta di una misura importante– concludono i legali – anche perché ribadisce l’evidenzia scientifica della terapia Aba”.

Terapia Aba

ABA è l’acronimo di Applied Behavioral Analysis ossia l’analisi applicata del comportamento. Una tecnica pratica per la progettazione, messa in atto e valutazione di programmi di intervento.

Tale pratica è fondata sull’osservazione e la registrazione del comportamento. Il principio cardine è quello del rinforzo secondo cui la frequenza e la forma di un determinato comportamento possono essere influenzate da ciò che accade prima o dopo il comportamento stesso.

Il principio del rinforzo e le tecniche comportamentali possono essere utilizzati per incrementare o ridurre determinati comportamenti, sviluppare e consolidare nuovi apprendimenti.

L’applicazione di strategie comportamentali per l’educazione, come terapia per l’autismo, è basata su un’ampia serie di studi, iniziati dal dott. Ivar Lovaas alla fine degli anni 60.

Il metodo è oggi utilizzato con persone di ogni età. Studi scientifici dimostrano che l’utilizzo di questa terapia per l’autismo porta benefici significativi nello sviluppo dei bambini. L’intervento educativo ABA risulta poi maggiormente efficace se iniziato precocemente (entro i 4 anni di età).

Tra le criticità maggiori c’è sicuramente il costo di tale terapia per l’autismo, stimato in 40-55.000 Euro annui. Una cifra ingente che le famiglie di bambini affetti da autismo sono state finora costrette a pagare per intero senza alcun tipo di sovvenzione statale.

 

Barbara Zampini

 

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