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Regali in cambio di sentenze pilotate, parla ex giudice a processo

Un ex giudice svela il sistema di mazzette che consisteva in regali in cambio di sentenze pilotate a beneficio di imprenditori

Denaro, vacanze e persino frutti di mare: riceveva regali in cambio di sentenze pilotate che andavano a beneficio degli imprenditori che a lui si rivolgevano l’ex giudice imputato in un maxi processo a Bari.

Oronzo Quintavalle, questo il suo nome, è coinvolto nel procedimento insieme ad altre 23 persone.

Tra questi ci sono giudici, commercialisti e avvocati. Ma anche funzionari delle commissioni tributarie e imprenditori. Tutti insospettabili coinvolti nel processo su un giro di mazzette.

I fatti contestati risalgono agli anni 2008-2010. In quel periodo, Quintavalle era presidente della commissione tributaria della Puglia.

L’ex giudice riceveva regali in cambio di sentenze pilotate che favorivano chi lo corrompeva.

A confermarlo in aula dinanzi ai giudici del tribunale di Bari è stato lo stesso Quintavalle.

L’uomo è imputato nel processo ribattezzato ‘Gibbanza’.

Agli imputati il pm Isabella Ginefra ha contestato, a vario titolo, diversi reati.

Corruzione in atti giudiziari, falso, rivelazione del segreto d’ufficio, infedele dichiarazione dei redditi, riciclaggio, favoreggiamento, abuso d’ufficio, truffa, millantato credito e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

L’arresto di Quintavalle risale al novembre 2010. Subito dopo, l’ex giudice ha deciso di collaborare con gli inquirenti.

Da testimone assistito ha risposto alle domande della Procura, ribadendo circostanze e accuse già mosse nel 2010 a colleghi e professionisti.

Il sistema di mazzette coinvolgeva alcuni imprenditori che avevano subito nelle proprie aziende verifiche fiscali e risultavano sanzionabili per ingenti somme. Spesso, in relazione a gravi irregolarità amministrativo-contabili commesse.

Così, riuscivano a evitare il pagamento dovuto all’Erario elargendo denaro e altri regali ai giudici delle commissioni tributarie (provinciale o regionale) alle quali veniva presentato il ricorso.

Secondo quanto dichiarato da Quintavalle, venivano consegnate sentenze già scritte da commercialisti e avvocati delle aziende.

“Riuscivo a pilotare le assegnazioni dei fascicoli – ha spiegato Quintavalle – rivolgendomi ai segretari delle commissioni, dando loro compensi fra i 500 e i 1.500 euro per ogni procedimento”.

La prossima udienza è fissata per il 15 marzo 2018 con la trattazione delle singole controversie pilotate.

Nel processo sono costituiti parti civili il ministero dell’Economia e delle finanze, l’Agenzia delle entrate ed Equitalia.

 

 

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Bonifici istantanei, al via anche in Italia gli istant payments

Arrivano in Italia i bonifici istantanei per il trasferimento di denaro in pochi secondi. Saranno validi anche per operazioni internazionali

Finalmente i bonifici istantanei sono una realtà anche in Italia. Come era stato anticipato qualche mese fa, da oggi in ben 34 paesi dell’area Sepa, i bonifici bancari potranno essere eseguiti 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno e, in meno di 10 secondi, saranno effettivi.

Basteranno pochi secondi perché i bonifici istantanei accreditino il denaro. Il sistema funzionerà anche nel caso di operazioni internazionali. Il servizio di bonifico online istantaneo ha comunque un costo, che sarà quantificato in modo diverso da ogni singolo istituto bancario.

Quello degli istant payments è un sistema già utilizzato con successo in alcuni paesi, seppur in forme differenti.

Adesso però, riceverà l’armonizzazione necessaria per diventare un metodo di pagamento rapido ed ufficiale. I bonifici istantanei sono usati soprattutto del Nord Europa, e in particolare tra i più giovani, per lo scambio veloce di soldi.

Alla decisione di rendere i bonifici istantanei una realtà anche nel nostro Paese si è giunti grazie a un progetto incoraggiato dalla Banca centrale europea.

L’idea è stata attuata con l’aiuto dei più grandi istituti bancari.

Saranno 18 le prime società in grado di offrire questo servizio. Tra le italiane ci sono Intesa San Paolo e Unicredit, compresa la controllata in Germania Hypovereinsbank, e il gruppo Banca Sella.

Tra le prossime banche che si aggiungeranno ci sono la Banca Popolare di Milano e il Monte dei Paschi di Siena e alcuni gruppi esteri come Deutsche Bank, Credit Agricole e Ing.

Il numero degli istituti è destinato però ad aumentare.

Sembra infatti che già dalla metà del prossimo anno, almeno 50 banche europee saranno operative e potranno supportare al massimo il nuovo servizio dei bonifici istantanei.

La somma massima inviabile sarà 15 mila euro, ma si tratta di limiti e tempistiche di esecuzione dei bonifici che potranno essere superati con semplici accordi bilaterali tra banche.

 

 

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Morta per aneurisma a 14 anni, aperta inchiesta per omicidio colposo

È stata aperta un’inchiesta sul decesso di una ragazzina morta per aneurisma a 14 anni. Per i medici si trattava solo di un forte stress

Una ragazza è morta per aneurisma a 14 anni all’Ospedale Pertini di Roma. Il decesso, che risale al 6 novembre scorso, è ora al centro di un’inchiesta per omicidio colposo.

Si indaga, infatti, a proposito della diagnosi sbagliata che non avrebbe evitato la morte della giovane.

Ma andiamo ai fatti.

Secondo quanto emerso, la ragazza si sarebbe sentita male alle otto e mezza del mattino, pochi minuti dopo essere entrata a scuola, nel liceo classico Orazio.

In quel momento, avrebbe iniziato a perdere bava e sangue dalla bocca e dalle orecchie, affermando di non sentirsi bene. Subito dopo sarebbe stata trasportata all’ospedale Pertini.

Qui, la giovane sarebbe infatti rimasta in stato di totale incoscienza per tre ore, sdraiata su un lettino con una flebo attaccata al braccio.

Per i medici del Pronto Soccorso infatti era solo stress, ma era in corso un aneurisma cerebrale per il quale nulla è stato fatto.

Soltanto dopo le numerose insistenze della mamma – alle quali i medici rispondevano che la ragazza aveva solo un problema di stress – che intorno all’ora di pranzo è stata effettuata una tac.

Dall’esame è emerso che la ragazzina era stata colpita da un violento aneurisma.

A quel punto è stato disposto il trasferimento all’ospedale Bambin Gesù dove dopo un intervento chirurgico la giovane è morta.

La procura di Roma, a seguito della denuncia dei familiari della giovane, ha aperto un fascicolo di indagine per omicidio colposo a carico di ignoti.

La famiglia ha intanto nominato un consulente per l’autopsia e i risultati sono attesi nei prossimi sessanta giorni.

L’esame autoptico dovrà rispondere alla domande dei genitori, che si chiedono se un intervento più tempestivo avrebbe potuto salvare la ragazza o se, vista la gravità dell’aneurisma, non c’era più nulla da fare.

 

 

 

 

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Truffe sui rimborsi, tre cliniche romane nell’occhio del ciclone

Sequestrati 7,3 milioni a 3 cliniche romane nell’ambito di un’inchiesta per truffe sui rimborsi. Sotto sequestro anche un centinaio di conti bancari

Tre cliniche romane – Villa Speranza, Fondazione Roma e Casa di cura Sant’Antonio da Padova – sono finite nel mirino nell’ambito di un’inchiesta per truffe sui rimborsi.

I tre “hospice”, destinati ai malati terminali, perlopiù oncologici, sono finite sotto inchiesta per truffe sui rimborsi nei confronti dello Stato.

Le cliniche chiedevano – ottenendoli – alla Regione Lazio rimborsi sanitari legati all’assistenza medica domiciliare.

Peccato che le richiesta rivolte alla regione venissero sistematicamente raddoppiate e maggiorate rispetto al denaro cui, in realtà, avevano diritto le cliniche.

Nel corso dell’operazione, condotta dai carabinieri del Nas e coordinata dal sostituto procuratore Alberto Pioletti, sono quindi finiti sotto sequestro un centinaio di conti bancari.

Questi erano dislocati in tutta Italia e intestati agli istituti e alle quattro persone finite sotto indagine. Due di loro, peraltro, si erano avvicendate a capo di una clinica.

Denaro, tanto denaro acquisito illegalmente grazie alle truffe sui rimborsi. I sequestri ammontano, in totale, a circa 7,3 milioni di euro.

I fatti fanno riferimento a un periodo compreso tra il 2011 e il 2015.

Secondo gli inquirenti, la truffa ruotava attorno all’assistenza domiciliare, per la quale venivano chiesti rimborsi alla Regione basandosi sui massimali previsti dalla normativa. Ciò avveniva però anche quando le visite sostenute da medici e infermieri in casa dei degenti erano meno della metà di quelle dichiarate.

Tutto è nato da un esposto di alcuni medici che evidenziava anomalie nelle richieste di rimborso. A quel punto sono scattate le indagini dei carabinieri. Le forze dell’ordine hanno passato al setaccio, cartella dopo cartella, tutte le fatture e le corrispettive richieste di rimborso effettuate negli anni al centro dell’indagine.

Ci è voluto poco a scoprire le truffe sui rimborsi gonfiati, a testimonianza di un sistema diffuso e rodato portato avanti impunemente dalle tre strutture convenzionate.

Le tre cliniche, peraltro, sono tra le più importanti nel settore dell’assistenza ai malati terminali.

 

 

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Ema va ad Amsterdam, Milano beffata dal sorteggio

Dopo che era stata data per favorita per ospitare l’Agenzia Europea del Farmaco, Milano perde al sorteggio: l’ Ema va ad Amsterdam

Ha suscitato un coro di reazioni sdegnate e tanta delusione il sorteggio che ha stabilito che l’ Ema va ad Amsterdam e non a Milano.

L’assegnazione della sede dell’Agenzia europea per il farmaco – che dovrà lasciare Londra per la Brexit – è stata stabilita infatti con un sorteggio a Bruxelles, dal momento che al ballottaggio finale, al terzo turno, Milano e Amsterdam avevano ricevuto gli stessi voti.

Lo spareggio è avvenuto con due palline contenenti i foglietti con i nomi di Milano e Amsterdam inserite dentro un recipiente trasparente, una specie di bussolotto.

Una modalità che, tuttavia, ha fatto molto discutere.

E così, l’ Ema va ad Amsterdam contro le previsioni italiane che ormai davano quasi per certa la scelta di Milano. Prevedibili, dunque, le reazioni del mondo politico.

“Grazie a Milano e grazie a tutti coloro che si sono impegnati per Ema, nelle istituzioni e nel privato. Una candidatura solida sconfitta solo da un sorteggio. Che beffa!”.

Così il premier Paolo Gentiloni ha commentato su Twitter quanto avvenuto.

Anche Giuseppe Sala, Sindaco di Milano, non ha nascosto la propria delusione.

“Veramente un po’ assurdo essere esclusi perché si pesca da un bussolotto. Tutto regolare ma non normale”.

Quanto avvenuto ha chiaramente fornito solidi argomenti agli euroscettici. Non sono tardate quindi le reazioni di Matteo Salvini.

Il leader della Lega non ha usato mezze misure. “Pazzesco che una scelta che riguarda migliaia di posti di lavoro e due miliardi di indotto economico venga presa in Europa tramite sorteggio con lancio di una monetina, ennesima dimostrazione della follia con cui è governata l’Unione Europea. Prioritario per il prossimo nostro governo sarà ridiscutere i 17 miliardi all’anno che gli italiani versano a Bruxelles”.

Per l’assegnazione di Ema ad Amsterdam “c’è grande delusione – ha detto il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni – ma anche la consapevolezza che si è fatto tutto quello che si poteva fare per avere un dossier di candidatura molto competitivo, lo si è visto nelle prime due votazioni. Dispiace, eravamo prontissimi”.

Milano al primo turno aveva ottenuto 25 punti. Amsterdam e Copenaghen, le altre due città passate al secondo turno, avevano ottenuto invece 20 punti ciascuno. Tutti gli altri contendenti erano quindi fuori, compresa Bratislava, data all’inizio tra le prime.

 

 

 

 

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Farmaci biotech, l’Italia è prima in Europa per vendite e consumi

Il Bel Paese è il primo in Europa per vendite e consumi di farmaci biotech. L’Italia registrerebbe infatti un giro d’affari di 8,4 miliardi

Boom in Italia per i farmaci biotech. Dalle pillole intelligenti che rilasciano il principio attivo solo in un preciso momento alle nanotecnologie, passando per l’intelligenza artificiale, il settore dei farmaci biotech ha, nel nostro Paese, un giro d’affari di 8,4 miliardi.

E si continua a crescere, con ben 209 aziende che hanno fatto aumentare di un punto l’incidenza dell’Italia sul fatturato globale dei farmaci biotech, arrivando a quota 5 per cento.

Questa la fotografia che emerge dal “Rapporto sulle biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2017” presentato da Farmindustria ed Ernst &Young.

Un’industria, quella dei farmaci biotech, che produce medicinali in grado di cambiare radicalmente le prospettive di vita dei malati.

“La parola d’ordine dell’innovazione farmaceutica è ‘convergenza’ tra pharma e Information and Communications Technology – ha dichiarato Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria – puntando sulle persone e trasformando le aziende in solution companies, ovvero imprese che offrono soluzioni integrate”.

In Italia, attualmente, sono 233 i farmaci biotecnologici disponibili. E rispondono ai più diversi bisogni terapeutici.

Oltre l’80% è dedicato a malattie infettive, neoplasie, malattie autoimmuni e patologie ematiche.

“Già oggi infatti la R&S internazionale – continua Scaccabarozzi – ha una pipeline di oltre 14.000 prodotti in sviluppo, di cui 7.000 in fase clinica. In uno scenario farmaceutico che, proprio grazie alla grande innovazione, cambia rapidamente. E a ritmi vertiginosi. Tra pochi anni gli investimenti a livello mondiale in Ricerca e Sviluppo raggiungeranno i 180 miliardi di dollari”.

Un processo di innovazione che, spesso, passa da piccole e medie realtà.

A esserne convinto è Eugenio Aringhieri, presidente Gruppo Biotecnologie di Farmindustria.

“Sono queste le imprese – dichiara – che riescono più rapidamente ad adattarsi e a cogliere l’opportunità del nuovo. Perché sono dotate di una struttura snella, competenze e una forte attitudine all’innovazione”.

Un settore, quello dei farmaci biotech, dove a fare la differenza è “la capacità di innovare, saper fare meglio degli altri e portare la creatività dove c’è bisogno di risultati. E il settore biofarmaceutico in Italia è solido e continua a espandersi”.

Tra i progetti italiani più promettenti, vi è quello di un anticorpo monoclonale che ha mostrato risultati incoraggianti nel combattere la malattia di Alzheimer nello stadio precoce.

Un altro riguarda una terapia genica innovativa che, sfruttando le capacità del virus dell’Hiv di “trasportare“ il gene terapeutico nelle cellule, ha permesso a 9 bambini, affetti in fase asintomatica da leucodistrofia metacromatica, di non sviluppare la malattia a tre anni dal trattamento.

Quella dei farmaci biotech è certamente una sfida globale, nella quale però l’Italia ha tutte le carte in regola per piazzarsi bene.

Per Federfarma occorre però adeguare i percorsi formativi ai nuovi bisogni delle imprese e aumentare il dialogo tra quest’ultime e le Università. Così come è fondamentale attrarre talenti e investire, riducendo la burocrazia “con regole più moderne e attente all’innovazione”.

 

 

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Dottoressa violentata in guardia medica: ‘Io dimenticata da tutti”

In una intervista, torna a parlare la dottoressa violentata in guardia medica durante il turno di notte, ormai due mesi fa

È tornata a parlare la dottoressa violentata in guardia medica due mesi fa a Trecastagni, in provincia di Catania. Un caso, il suo, che aveva indignato e fatto discutere per i rischi cui sono esposti i sanitari – vittime di continue aggressioni – ma soprattutto le donne medico.

Ora, Serafina Strano, la dottoressa violentata in guardia medica, affida le sue parole a un’intervista rilasciata al quotidiano “La Nazione”.

E per la prima volta rivela il suo nome.

La donna era stata aggredita durante il turno notturno nella guardia medica da un paziente, il 26enne Alfio Cardillo, che l’aveva tenuta segregata per tre ore, violentandola.

Ma cosa è successo dopo quella sera?

“Solo Laura Boldrini mi ha chiamato, per il resto c’è stato un silenzio assordante”.

Un silenzio che la dottoressa ha avvertito ancora più forte da parte del ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

“Sono molto rammaricata del suo atteggiamento”, ha affermato la donna.

“Ha fatto delle dichiarazioni formali subito dopo la vicenda e non si è degnata neppure di telefonarmi. Si è limitata alla buffonata dell’invio degli ispettori ministeriali”.

E anche sull’ispezione del ministero, la dottoressa violentata in guardia medica ha molto da dire.

“Sei ispettori, a spese dello Stato, a controllare un tugurio su cui, dalla mattina, erano partite le pulizie generali – afferma la donna nell’intervista – Hanno ripulito in poche ore un posto schifoso, cambiando gli estintori scaduti da tre anni e la tavoletta della tazza del water, l’unico funzionante e, peraltro, fuori norma. Questa ispezione annunciata l’ho vissuta come un’altra violenza”.

Per lavorare bene, in serenità, secondo la professionista “servono guardie armate, vigilantes, le mie colleghe sono terrorizzate perché le aggressioni continuano”.

La dottoressa poi, se la prende anche con Maria Elena Boschi, che poco tempo fa era a Taormina per il G7 delle Pari Opportunità.

“Un’inutile passerella – così la definisce il medico – Come crede che mi sia sentita quando vedevo lei e le sue colleghe passeggiare e sorridere accanto al mare?”.

E mentre la dottoressa ha chiesto il trasferimento altrove, ha avviato un difficilissimo percorso di recupero psicologico per superare il grave trauma che ha dovuto subire.

 

 

 

 

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Agenzia Europea del Farmaco

Oggi a Bruxelles si sceglie la nuova sede dell’agenzia europea del farmaco, in lista tra le diciannove città anche Milano

Milano in pole position per essere la nuova sede dell’Agenzia Europea del Farmaco. L’EMA è costretta a lasciare Londra per effetto della Brexit e oggi a Bruxelles si sceglie dove avrà la sua nuova sede.

Come avverrà la selezione

In lista ci sono 19 città europee che aspirano ad ospitare l’Agenzia Europea del Farmaco e i suoi 900 dipendenti, con famiglie al seguito. Al seguito del ritiro di Croazia, Irlanda e Malta ne restano 16: Amsterdam, Atene, Barcellona, Bonn, Bratislava,

Bruxelles, Bucarest, Copenaghen, Helsinki, Lilla, Milano, Porto, Sofia, Stoccolma, Vienna e Varsavia.

La prescelta dovrà soddisfare una serie di requisiti. La nuova sede dovrà essere operativa nel momento in cui il Regno Unito lascerà l’Ue ed essere facilmente accessibile con collegamenti aeroportuali e ferroviari.

Si dovranno inoltre garantire una serie di servizi per il personale: alloggi adeguati sul territorio, scuole per i figli, l’accesso al mercato del lavoro e l’assistenza sanitaria per le famiglie dei dipendenti.

La votazione prevede tre turni. Nel primo ogni Paese ha a disposizione sei punti elettorali: tre vanno destinati alla prima scelta, due alla seconda e uno alla terza. Se non si raggiunge un risultato positivo (42 voti assegnati da 14 stati diversi) si passa ala seconda votazione. Nel secondo turno ogni Paese ha a disposizione un voto; vince la città che prende almeno 14 voti su 27. Se nessuna raggiunge il quorum, allora si passa al terzo, cui accedono le due città più votate nel secondo. In questo turno, ciascun Paese ha un voto e vince la candidata che ne prende di più. In caso di parità, si procede per sorteggio.

Diverse le critiche mosse al sistema di voto, che appare un vero e proprio terno all’otto in cui l’unico modo per vincere è quello di spuntarla al primo turno. La bagarre si crea proprio qui dove, secondo in molti, chi ha una candidata forte le darà i propri tre punti elettorali, assegnerà probabilmente i due punti elettorali della seconda scelta e il punto della terza scelta a candidate deboli, considerate non insidiose, facendo arrivare in semifinale candidate non idonee.

Le favorite della commissione

Milano, apprezzata a livello internazionale grazie alla fortunata esperienza dell’Esposizione Universale, ora crede davvero di poter essere la nuova sede dell’Agenzia Europea del Farmaco.

La Commissione deputata alla decisione, in una pubblicazione ha inserito Milano nella rosa delle favorite insieme ad Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma, Vienna e Barcellona (oggi non più tra le favorite a causa della crisi catalana).

Il “nemico da battere” resta la capitale slovacca, Bratislava, che accontenterebbe la richiesta da parte dei paesi dell’est di contare di più anche in termini di sedi istituzionali.

Milano si candida proponendo come sede Palazzo Pirelli, che oggi ospita il Consiglio regionale.  Sala e Maroni, sottolineando l’importanza di questa scelta: “Non solo una sede prestigiosa, ma anche immediatamente operativa”. Questo dato, unito alla facilità e all’efficienza dei collegamenti e ai tanti centri di ricerca presenti sul territorio, “ci rende ottimisti” ha concluso Diana Bracco.

Il Pirellone soddisfa tutti i requisiti imposti dalla commissione. Tra i nostri punti di forza: collegamenti aerei diretti per tutte le capitali europee, la presenza di scuole internazionali e una scuola europea con insegnamenti in olandese, francese, inglese e italiano. Garantiti poi l’accesso alla sicurezza sociale e alle cure mediche per coniugi e figli dei dipendenti dell’Ema.

Perché è così importante aggiudicarsi la nuova sede della Agenzia europea del Farmaco?

Diventare la nuova sede dell’Ema ha una valenza internazionale non solo in termini politici – con un maggior peso nelle decisioni a Bruxelles – ma anche economici.

A risentirne positivamente sarebbe l’industria farmaceutica dell’intero territorio nazionale. L’indotto economico accresce anche con la possibilità che le case farmaceutiche internazionali spostino la loro sede nel capoluogo lombardo proprio come fecero con Londra. Bisogna poi considerare tutto l’indotto derivante dai meeting che periodicamente vengono ospitati al’Ema.

Un appoggio bipartisan

L’appoggio alla candidatura del capoluogo lombardo viene da tutte le parti politiche e le istituzioni italiane, dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio, dal dai gruppi di Maggioranza a quelli di Opposizione.

In regione il fermento è tanto, tutti dal sindaco Beppe Sala al presidente della Lombardia, Roberto Maroni, dalla ex presidente di Expo, Diana Bracco, al presidente della Camera di Commercio di Milano, credono nella rivalsa internazionale della città.

“Certamente Milano è una delle città che ha le caratteristiche per essere prescelta”, ha ribadito anche il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani augurandosi che “gli stati europei facciamo una scelta di qualità”.

 

 

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Malato di Sla lasciato in barella per 11 ore, la denuncia della figlia

Un malato di Sla lasciato in barella per 11 ore tra pianti e urla di dolore. È quanto denunciato dalla figlia dell’uomo che ora chiede risposte

Un malato di Sla lasciato in barella per 11 ore. Ha dell’incredibile la vicenda denunciata dalla figlia dell’uomo, portato al Santo Stefano di Prato e lasciato su una barella del pronto soccorso nonostante le urla e i pianti.

La donna, Chiara Gori, sconvolta per quanto accaduto al padre, malato di Sla lasciato in barella per 11 ore, ha deciso di scrivere una lettera aperta alla Regione Toscana.

La missiva era intestata al capogruppo FI Stefano Mugnai, all’assessore alla Salute Stefania Saccardi e al presidente della commissione Sanità Stefano Scaramelli.

“Mio padre – ha scritto la figlia – è affetto da questa malattia che nel corso di sette anni lo ha reso progressivamente prigioniero del proprio corpo, completamente non autosufficiente e costretto ad affidarsi alle cure e alle premure di chi lo circonda”.

Come precisa la figlia “un malato di Sla, purtroppo, pur avendo questa grave patologia, non è immune da tutte le altre malattie infettive più comuni. Pertanto può accadere che abbia bisogno di immediate cure per il sopraggiungere di una ‘banale’ bronco polmonite con pleurite, come nel caso specifico è successo a mio padre pochi giorni fa”.

Ed era infatti questa la ragione che ha causato il ricovero dell’uomo d’urgenza al pronto soccorso il 15 novembre scorso.

Ma ecco i fatti.

Alle 6 circa di mattina l’uomo è stato trasportato con l’ambulanza del 118 al pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano di Prato per un forte dolore toracico al lato sinistro, accompagnato da nausea.

“Una volta scongiurato prontamente che non si trattasse di un problema cardiaco – scrive la donna – mio padre è stato in attesa per 11 interminabili ore prima di ricevere cure appropriate per un’infezione polmonare. Le ore sono trascorse nei locali adiacenti al pronto soccorso, su una lettiga”.

Un’attesa che è trascorsa tra urla di dolore e pianti. La ragione? La mancanza di posti letto.

Ma ecco la risposta dell’ospedale, giunta da Simone Magazzini, direttore del pronto soccorso del Santo Stefano di Prato.

“A due ore dall’arrivo del paziente al pronto soccorso – dichiara – erano già arrivate tutte le risposte degli esami e anche la diagnosi con la richiesta di ricovero. La mancanza dei posti letto? Non è colpa mia. La domanda dovrebbe essere girata alla direzione dell’ospedale”.

Dopo aver ricevuto la lettera della donna, Stefano Mugnai, capogruppo FI ha definito “inaccettabile l’assenza di protocolli di accesso specifici”. 

E ha annunciato un’interrogazione “immediata” per ottenere i dettagli di quanto accaduto.

L’interrogazione deve chiarire, secondo l’intento del consigliere azzurro, la dinamica di quanto accaduto, già per lunedì mattina alla riapertura degli uffici.

“Quanto accaduto a questo signore e ai suoi familiari è inaccettabile sotto ogni profilo: umano, etico, politico, sanitario. Il racconto di questa figlia restituisce strazio e impotenza che purtroppo non rappresentano un caso isolato. Che l’ospedale di Prato sia nato sottodimensionato è ormai noto a tutti, e le promesse di ampliamento finora sono rimaste tali. Sospettiamo che sarà così a lungo, poiché la sanità regionale disegnata dalla riforma del 2015 non va nel senso dell’implementazione dell’offerta sanitaria: l’opposto”.

 

 

 

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psichiatra uccisa a coltellate

Psichiatra uccisa a coltellate, ex dirigente della struttura: ‘il centro andava chiuso’. Prosegue il processo per sei funzionari dell’Asl.

“Il centro di salute mentale in via Tenente Casale andava chiuso. Erano stati tagliati fondi e il personale ridimensionato. In un momento in cui però i bisogni delle persone crescevano, le risposte diminuivano e cresceva la rabbia. Molte volte abbiamo conosciuto la violenza in quella struttura”.

A parlare è Tina Abbondanza, psichiatra in pensione e alla guida, fino al 2011, del centro di salute mentale barese in cui il 4 settembre 2013 è stata uccisa a coltellate da un paziente la collega Paola Labriola.

Sei funzionari dell’Asl a processo per la psichiatra uccisa a coltellate

La dottoressa è stata sentita in tribunale come testimone nel processo in corso nei confronti di sei funzionari della Asl di Bari, ritenuti responsabili di non aver garantito la sicurezza nella struttura. Tra loro, l’ex direttore generale Domenico Colasanto,

Agli imputati il pm Baldo Pisani contesta i reati di morte come conseguenza di altro reato, omissione di atti d’ufficio e induzione indebita a dare o promettere utilità.

Per l’omicidio è già stato condannato in via definitiva il 40enne Vincenzo Poliseno. L’uomo quel giorno entrò nel centro armato di coltello e uccise la psichiatra con più di 70 colpi alla schiena.

Abbondanza ha ricordato le numerose segnalazioni e denunce fatte in quegli anni sulla inidoneità dei luoghi.

“Quella struttura era assolutamente inadeguata, non rispondeva ai requisiti che dovrebbe avere un centro di sanità mentale, in termini di ambiente accogliente e di sicurezza.

Mancavano uno spazio di incontro con i pazienti, non c’era nessuna possibilità di fuga, aveva stanze sigillate che però erano l’accesso diretto alla disperazione degli utenti.

Abbiamo tirato fuori le persone dai manicomi e non abbiamo mai avuto paura perché non eravamo soli, ma in quel centro tutti eravamo sufficientemente impauriti”.

“Avevamo chiesto di chiudere temporaneamente la sede perché c’erano troppe richieste a fronte di poche risorse. Ma ci fu risposto che la struttura era adeguata”, conclude Abbondanza.

Si tornerà in aula il 15 marzo 2018 con altre testimonianze di medici e infermieri che hanno lavorato con la vittima nel Csm in via Tenente Casale.

 

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