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avv. maria teresa de luca

violazione del consenso informato

In caso di intervento medico correttamente eseguito, in assenza di preventiva informazione, la violazione del consenso informato è automaticamente risarcibile?

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11749 depositata il 15 maggio 2018, ha fornito un’esaustiva disamina in tema di rispetto dei doveri informativi connessi al trattamento sanitario e relativa risarcibilità in caso di violazione del consenso informato e di preventiva sua acquisizione.

I fatti di causa

La Corte di Appello di Napoli ha respinto l’appello proposto da L.M. avverso la sentenza del Tribunale della stessa città con cui era stata rigettata la domanda da lui formulata nei confronti del chirurgo e della società di gestione della casa di cura, avente ad oggetto la condanna al risarcimento dei danni occorsigli in seguito all’intervento di chirurgia oftalmica (“cataratta sottocapsulare all’occhio sinistro, sfociata in trapianto di cornea”), effettuato all’interno della predetta casa di cura e conseguiti alla violazione, da parte del medico, dell’obbligo di renderlo edotto, tramite il consenso informato, del tipo di intervento, dei suoi rischi e delle possibili complicanze.

La Corte territoriale ha rigettato l’impugnazione pur rilevando che, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, l’appellante aveva tempestivamente allegato che, ove fosse stato adeguatamente informato dei rischi connessi all’intervento, si sarebbe rifiutato di sottopporvisi.

In proposito, la Corte territoriale, dopo aver ricordato che la violazione del dovere di informazione può causare due diversi tipi di danno, quello da lesione del diritto alla salute e quello da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé considerato, ha ritenuto, con riguardo al primo pregiudizio, che non fosse stata criticata la sentenza impugnata né nella parte in cui aveva ritenuto che l’attore non avesse dato la prova che egli avrebbe rifiutato il suo consenso all’intervento qualora fosse stato debitamente informato dei rischi e delle possibili complicanze, né nella parte in cui aveva escluso che tale circostanza potesse ritenersi dimostrata sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti; e, con riguardo al secondo pregiudizio, che l’appellante non avesse indicato in nessun modo quali fossero stati, in concreto, i pregiudizi non patrimoniali, diversi da quello alla salute, da lui subiti in seguito alla mancanza di informazione, né avesse chiarito in cosa fossero consistite le “sofferenze fisiche e psichiche” genericamente allegate quale conseguenza del deficit informativo.

Propone ricorso per cassazione L.M., affidandosi a cinque motivi.

Consenso informato: diritto della persona e obbligo per il medico

Per gli Ermellini, il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, si configura quale vero e proprio diritto della persona e trova fondamento nei principi espressi nell’art. 2 Cost., che ne tutela e promuove i diritti fondamentali, e nell’art. 13 Cost. e art. 32 Cost., comma 2, i quali stabiliscono rispettivamente che “la libertà personale è inviolabile” e che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

La necessità del consenso informato del paziente nell’ambito dei trattamenti medici, già prevista da numerose norme internazionali (art. 24 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176; art. 5 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina, ratificata con L. 28 marzo 2001, n. 14; art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000), nel nostro ordinamento è oggi contemplata dalla L. n. 219 del 2017, art. 1, ma già in precedenza si desumeva dai citati precetti costituzionali, nonché  da numerose norme di legge ordinaria, quali la L. 21 ottobre 2005, n. 219, art. 3 (in tema di disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati), la L. 19 febbraio 2004, n. 40, art. 6 (in materia di procreazione medicalmente assistita) e la L. n. 833 del 1978, art. 33, che esclude la possibilità di accertamenti e trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, se questo è in grado di prestarlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p..

L’obbligo del sanitario di acquisire il consenso informato del paziente costituisce, pertanto, legittimazione e fondamento del trattamento, atteso che, senza la preventiva acquisizione di tale consenso, l’intervento del medico è, al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità, sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente (Cass. 16/10/2007, n.21748).

L’obbligo informativo del sanitario

E’ correlato al diritto fondamentale del paziente all’espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario propostogli.

Da ciò consegue che la prestazione che ne forma oggetto costituisce una prestazione distinta rispetto a quella sanitaria.

L’eventuale violazione di questo obbligo assume autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria del sanitario; infatti, mentre l’inesatta esecuzione del trattamento medico- terapeutico comporta la lesione del diritto alla salute, all’inadempimento dell’obbligo di acquisizione del consenso informato consegue la lesione del diritto fondamentale all’autodeterminazione del paziente.

Nel caso in cui a seguito dell’intervento sanitario, non preceduto da un’adeguata informazione del paziente sui possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, anche se correttamente eseguito in base alle regole dell’arte, derivino conseguenze dannose per la salute, può affermarsi che la lesione della salute è causalmente ricollegabile alla violazione dell’obbligo informativo.

Se, la violazione del dovere di informazione non causa unicamente il danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé, ma anche un danno alla salute, che non sia causalmente riconducibile all’inesatta esecuzione della prestazione sanitaria ma alla mancata corretta informazione, si deve  ragionevolmente ritenere che, se questa fosse stata rilasciata, il paziente avrebbe deciso di non sottoporsi all’intervento e di non subirne le conseguenze invalidanti (Cass. 16/05/2013, n. 11950).

Le conseguenze di una corretta e compiuta informazione sono:

  • il diritto, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico;
  • la facoltà di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;
  • la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;
  • il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia – e/o di decidere consapevolmente di interromperla;
  • la facoltà di predisporsi ad affrontare consapevolmente le conseguenze dell’intervento, ove queste risultino, sul piano postoperatorio e riabilitativo, particolarmente gravose e foriere di sofferenze prevedibili (per il medico) quanto inaspettate (per il paziente) a causa dell’omessa informazione.

Il nesso causale tra danno e violazione

Quindi, nel caso in cui si alleghi che la violazione dell’obbligo di acquisire il consenso informato abbia determinato anche un danno alla salute, è necessario dimostrare il nesso causale tra questo danno e quella violazione, prova che, al contrario, non è necessaria ai fini dell’autonoma risarcibilità del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sé considerato.

Per gli Ermellini, infatti, il danno-conseguenza rappresentato dalla sofferenza e dalla contrazione della libertà di disporre di se stesso, corrisponderebbe allo sviluppo di “circostanze connotate da normalità e all’id quod plerumque accidit” in seguito alla violazione dell’obbligo informativo, la cui risarcibilità non esige una specifica prova, e ciò in considerazione dell’immediata compromissione della genuinità dei processi decisionali fondati su dati alterati o incompleti per incompletezza delle informazioni(Cass. 05/07/2017, n. 16503).

Quindi, mentre in relazione alle ulteriori conseguenze dannose che non rientrano nella sequenza causale normale, resta necessaria una specifica dimostrazione, in relazione al danno-conseguenza costituito dalla sofferenza e dalla contrazione della libertà di disporre di se stesso non occorre fornire alcuna prova specifica, ferme restando la possibilità di contestazione della controparte e quella del paziente di allegare e provare fatti a sè ancor più favorevoli di cui intenda giovarsi a fini risarcitori (Cass. 05/07/2017, n. 16503).

Applicando queste considerazioni generali al caso in esame la Suprema Corte ritiene censurabile la decisione nella parte in cui ha escluso la risarcibilità del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in sè considerato, sul rilievo che l’appellante non avesse indicato in nessun modo quali fossero stati, in concreto, i pregiudizi non patrimoniali, diversi da quello alla salute, da lui subiti in conseguenza della mancanza di adeguata informazione, nè avesse chiarito in cosa fossero consistite le sofferenze fisiche e psichiche allegate quale conseguenza del deficit informativo.

La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, la quale dovrà esaminare la domanda di risarcimento del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione causato dalla violazione dell’obbligo di acquisizione del consenso informato, uniformandosi ai principi sopra illustrati.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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Responsabilità aggravata

Ecco le motivazioni con le quali la Cassazione ha confermato la condanna inflitta dalla Corte territoriale per responsabilità aggravata nei confronti della ricorrente.

Con la sentenza n. 20895 depositata il 22 agosto 2018 la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha affermato che sussiste la responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. per chi propone l’impugnazione soltanto per evitare che la sentenza passi in giudicato, facendo valere fra l’altro una questione neppure dedotta nel giudizio di primo grado.

I fatti.

Un immobile in comproprietà di una copia di coniugi per la metà indivisa, viene sottoposto ad esecuzione immobiliare con tre distinti atti di pignoramento. Due atti di pignoramento colpiscono solo il 50% dell’immobile di proprietà del marito, mentre uno colpisce la quota di spettanza della moglie.

I tre pignoramenti vengono riuniti ed il bene viene posto in vendita per l’intero.

La moglie propone opposizione di terzo all’esecuzione asserendo di non aver mai ricevuto notizia di una delle tre procedure, promossa da un soggetto non suo creditore e contesta l’esistenza del credito nei suoi confronti azionato dalla banca, per essere, a suo dire, essere stata detta pretesa soddisfatta all’esito di altra espropriazione.

L’opposizione viene rigettata dal Tribunale e la sentenza viene confermata dalla Corte di Appello, con condanna, altresì, dell’opponente per responsabilità aggravata.

La donna ha proposto per cassazione affidato a sei motivi.

Vediamo il ragionamento seguito dagli Ermellini per confermare la condanna inflitta dalla Corte territoriale per responsabilità aggravata nei confronti della ricorrente.

L’istanza di vendita immobiliare non va notificata alle parti.

Con l’opposizione di terzo la ricorrente ha dedotto la mancata notifica o notizia dell’istanza di vendita e della fissazione dell’udienza di comparizione delle parti avanti il G.E. in una procedura in cui la stessa aveva assunto la veste di comproprietaria dell’immobile pignorato, lamentando che “non pare possibile che il comproprietario di un bene ne patisca la vendita senza esserne informato”.

Sul punto la Corte ha osservato che, essendo pacifico che l’istanza di vendita nell’espropriazione immobiliare non va notificata a nessuno, era superflua l’audizione del comproprietario non esecutato nella vicenda in esame in conseguenza della riunione delle tre procedure soltanto all’esito della quale era stata ordinata la vendita dell’intero bene.

Il diritto a procedere in executivis azionato in forza di titolo esecutivo di formazione giudiziale.

In altro procedimento esperito in danno della ricorrente alla stessa banca, istante nella procedura de qua, era stata assegnata, in sede di distribuzione del ricavato, una somma minore rispetto al credito di maggiore entità vantato. Il suddetto credito era portato da un titolo esecutivo di formazione giudiziale, qual è il decreto ingiuntivo, divenuto definitivo e quindi non più sindacabile in sede di opposizione esecutiva.

La Cassazione osserva che la Corte territoriale ha prestato adesione al monolitico insegnamento del giudice della nomofilachia secondo cui l’esecuzione forzata minacciata o intrapresa in virtù di un titolo esecutivo di formazione giudiziale può essere neutralizzata, attraverso il rimedio della opposizione ex art. 615 c.p.c., solo con la deduzione di fatti modificativi, impeditivi o estintivi del rapporto sostanziale successivi alla formazione del titolo e non anche in forza di vizi di nullità del provvedimento o di asserite ragioni di ingiustizia della decisione, in applicazione dei principi dell’assorbimento dei vizi di nullità in motivi di gravame e del giudicato che copre il dedotto e il deducibile (ex plurimis, Cass. 18.2.2015, n. 3277; Cass. 14.2.2013, n. 3667; Cass. 24.7.2012, n. 12911).

Correttamente, quindi, l’impugnata sentenza ha determinato l’esistenza di un residuo credito non soddisfatto della Banca.

L’opposizione ex art. 512 c.p.c..

La ricorrente lamenta ci sia stato un indebito arricchimento della banca, alla quale, in sede di riparto,   è stata distribuita la porzione della somma ricavata corrispondente alla quota di proprietà sul cespite trasferito nella (originaria) titolarità della donna, sebbene questa avesse chiesto l’assegnazione a suo favore della metà del ricavato dall’aggiudicazione.

Sul punto la Corte ha osservato che le contestazioni sulla distribuzione della somma ricavata avrebbero dovuto formare oggetto di una, non proposta, opposizione ai sensi dell’art. 512 c.p.c.

La condanna per responsabilità processuale aggravata…

La Corte territoriale, nel rigettare l’appello su questo punto, ha ritenuto l’opposizione non semplicemente infondata, ma proposta con colpa grave perché la ricorrente ha agito qualificando la propria opposizione quale opposizione di terzo tardivo ai sensi dell’art. 620 c.p.c. in maniera palesemente erronea; infatti ha fatto valere un vizio formale, l’asserita mancata notifica, in relazione ad un’unica contestazione di tipo sostanziale, l’asserita avvenuta soddisfazione del credito vantato dalla banca. La ricorrente ha, quindi, tentato di rimettere in discussione tale credito nonostante esso fosse fondato su di un titolo giudiziale definitivo e tanto in palese contrasto con i consolidati principi giurisprudenziali della Suprema Corte  e sulla base di circostanze di fatto nemmeno contestate. Inoltre, ha dedotto nella medesima sede processuale e senza neppure proporre opposizione al progetto di distribuzione quella che era una controversia di tipo distributivo.

La Corte d’appello ha, quindi, accolto la domanda di condanna per lite temeraria formulata dalla banca “essendo l’impugnazione manifestamente infondata e strumentale in quanto essenzialmente volta ad impedire il passaggio in giudicato della pronuncia impugnata tanto che con essa è anche stata fatta valere una quesitone neppure dedotta nel giudizio di primo grado”.

… può essere proposta per la prima volta in sede di gravame.

La ricorrente lamenta il fatto che la condanna per responsabilità aggravata, pronunciata per la prima volta in appello, sia stata emessa in violazione dell’art. 345 c.p.c..

Ebbene è consolidato orientamento della Cassazione quello secondo cui la domanda di risarcimento danni per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c. possa essere proposta per la prima volta nella fase di gravame con riferimento a comportamenti della controparte posti in atto in tale grado del giudizio e non è soggetta al regime delle preclusioni previste dall’art. 345, comma 1, c.p.c., tutelando un diritto conseguente alla situazione giuridica soggettiva principale dedotta nel processo, strettamente collegato e connesso all’agire od al resistere in giudizio, sicché non può essere esercitato in via di azione autonoma  (ex plurimis, Cass. 21.1.2016, n. 1115; Cass. 20.10.2014, n. 22226).

La Corte ritiene inoltre doversi pronunciare a carico della soccombente la condanna prevista dall’art. 45, comma 12, l. 12.6.2009, n. 69, ed applicabile, ai sensi dell’art. 58 della stessa legge, ai giudizi introdotti dopo la sua entrata in vigore.

In ordine all’integrazione dei presupposti della condanna, essa, a differenza di quella comminabile ai sensi del primo comma della stessa norma, non richiede la domanda di parte né la prova del danno ma, sul piano soggettivo postula pur sempre, benché  implicitamente, quanto meno la colpa grave  della parte soccombente, senz’altro ravvisabile allorché il ricorso per cassazione, come nel caso di specie, contenga la pressoché pedissequa riproduzione di argomentazioni già ripetutamente ritenute infondate  in sede di merito con doppia conforme di rigetto fondata su consolidati orientamenti del giudice della nomofilachia e si risolva nella deduzione di censure del tutto generiche e prive di attinenza alla ratio decidendi della decisione impugnata.

Sulla base di queste argomentazioni la Cassazione ha rigettato il ricorso e condannato la ricorrente, anche, ai sensi dell’art. 96, terzo comma, c.p.c.

Avv. Maria Teresa De Luca

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transazione

La transazione tra clinica e paziente per il danno patrimoniale non esclude il risarcimento del danno non patrimoniale da parte del medico

Il Tribunale di Milano (I sez Civ. n. 8737/18), esaminando un caso di colpa medica, ha stabilito in che modo influisce la transazione effettuata dalla struttura sanitaria con la paziente sulla richiesta di risarcimento dei danni patrimoniali e non richiesti nei confronti del medico, rimasto estraneo alla transazione stessa.

I fatti.

Una donna stipulava un contratto avente ad oggetto l’esecuzione di un intervento di chirurgia plastica e veniva messa in contatto con il medico, poi convenuto in giudizio, che operava in regime libero professionale presso una struttura sanitaria.

Il sanitario evidenziava come l’intervento non comportasse alcun rischio particolare, senza fornire alcun dettaglio riguardo le modalità di esecuzione del medesimo, le eventuali tecniche alternative utilizzabili e i rischi correlati a un suo eventuale esito infausto.

La donna veniva sottoposta ad un intervento di mastoplastica additiva e veniva dimessa lo stesso giorno, con appuntamento post operatorio per medicazioni e controlli. Dopo l’intervento si evidenziavano anomalie sulla superficie cutanea e una piaga sulla mammella sinistra. Nonostante la paziente fosse stata tranquillizzata in tal senso dal medico, le irregolarità cutanee aumentavano nel tempo.

La signora sottoscriveva un atto di transazione con la Casa di Cura, transigendo la controversia, impegnandosi a non agire nei confronti della stessa e ricevendo l’importo di €. 2.250,00, a titolo di risarcimento del danno patrimoniale. Successivamente la donna depositava un ricorso per ATP presso il Tribunale di Milano, il cui esito accertava la responsabilità del medico, che costituendosi nel processo di merito che seguiva la consulenza tecnica preventiva, dichiarava di volersi avvalere della transazione intervenuta tra la Casa di cura e la paziente e negava ogni sua responsabilità.

Il consenso informato.

La paziente lamenta che nei colloqui preoperatori non ha ricevuto dettagli sulle modalità esecutive dell’intervento, sui rischi derivanti dalla sua esecuzione e sull’esistenza di interventi alternativi. Non ha comunque dimostrato quali diverse scelte avrebbe operato se fosse stata adeguatamente informata, nonché quali danni le siano derivati dalla omessa informazione.

Dalla consulenza tecnica espletata è emerso che l’intervento non è stato di routine, né di semplice esecuzione e che è stata rilevata al quadrante mammario infero-interno sinistro una cicatrice del diametro di cm. 1,5 del tutto ingiustificata per la tecnica operatoria impiegata e che tale incidente chirurgico è dovuto ad un errore tecnico commesso dal medico, concludendo per la responsabilità del convenuto nella progettazione e nell’esecuzione dell’intervento.

Sulla transazione.

La paziente ha firmato una transazione con la Casa di cura. L’atto interviene solo tra i soggetti indicati ed ha come oggetto la somma di €. 2.250,00 quale rimborso per la fattura allegata ed eventuale ulteriore intervento a tacitazione definitiva, anche a stralcio e transazione, di tutti i danni patrimoniali presenti e futuri, cagionati alla stessa in conseguenza dell’intervento di mastoplastica additiva eseguito dal medico presso la Casa di cura.

Si deve sottolineare che nella transazione si fa riferimento esclusivamente a tutti i danni patrimoniali presenti e futuri, mentre vi è assenza di richiamo a danni di natura non patrimoniale. Per valutare gli effetti della transazione rispetto alla fattispecie in esame, il Tribunale di Milano tiene conto di quanto ritenuto in proposito dalla giurisprudenza di legittimità.

Con la sentenza n. 30174/11 le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato il principio per cui la norma di cui all’art. 1304, primo comma, c.c. si riferisce unicamente alla transazione che abbia ad oggetto l’intero debito e non la sola quota del debitore con cui è stipulata, giacché è la comunanza dell’oggetto della transazione stessa a far si che possa avvalersene il condebitore solidale, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e, quindi, in deroga al principio per cui il contratto produce effetti soltanto tra le parti.

La conseguente riduzione dell’ammontare dell’intero debito, pattuita in via transattiva con uno solo dei debitori, che opera anche nei confronti del condebitore il quale dichiari di voler profittare della transazione, non può essere impedita dall’inserimento nel medesimo contratto di una clausola di contrario tenore, essendo inibito alle parti contraenti disporre dell’anzidetto diritto potestativo che la legge attribuisce ad un terzo estraneo al vincolo negoziale (cfr. Cass., 20107/15 e 16087/18).

Sulla base di tanto il Tribunale di Milano ritiene che l’atto transattivo de quo si riferisca a tutti i danni patrimoniali e non sia riferito alla sola quota parte di competenza della struttura sanitaria e che trovi applicazione il ragionamento seguito dalla Cassazione secondo la quale nel caso in cui la transazione porti all’uscita di scena di uno dei debitori solidali, ma al tempo stesso alla soddisfazione del credito in misura minore rispetto alla quota ideale gravante su quel debitore, un conto è dire che gli altri condebitori restano tenuti per l’ammontare non soddisfatto del credito e altro è dire che il loro debito si riduce in misura proporzionale alla quota ideale del condebitore venuto meno.

La conclusione è che il debito residuo dei debitori non transigenti è destinato a ridursi in misura corrispondente all’ammontare di quanto pagato dal condebitore che ha transatto solo se costui ha versato una somma pari o superiore alla sua quota ideale di debito.

Se, invece, il pagamento è stato inferiore alla quota che faceva idealmente capo al transigente, il debito residuo che resta tuttora a carico solidale degli altri obbligati dovrà essere necessariamente ridotto in misura proporzionale alla quota di chi ha transatto, giacché altrimenti la transazione provocherebbe un ingiustificato aggravamento per soggetti rimasti ad essa estranei.

Quindi, per il Tribunale per determinare quale sia il danno patrimoniale risarcibile da parte del convenuto, si dovrà tenere conto non della somma riconosciuta all’attrice dalla struttura sanitaria e frutto della libera trattativa tra le parti, quanto piuttosto della quota del 50% dell’intero danno patrimoniale oggetto di riconoscimento in sede giudiziale.

Una volta quantificato il danno, il Tribunale ha condannato il medico al pagamento dei danni non patrimoniali (€. 12.220,82), che non erano stati oggetto della transazione con la clinica.

Per ciò che attiene il danno patrimoniale, invece, in virtù di quanto stabilito dalla Cassazione nella su citata sentenza a S.U. n. 30174 del 2011, il medico è stato condannato a risarcire alla paziente la differenza tra la quota del 50% dell’intero danno patrimoniale in sede giudiziale e quanto corrisposto dalla casa di cura a titolo di transazione. E ciò in quanto la somma riconosciuta dalla struttura sanitaria alla paziente è risultato essere inferiore al 50% dell’importo complessivo del danno patrimoniale accertato in giudizio.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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TEST DEL DNA ERRATO: FIGLIO DA RISARCIRE ADEGUATAMENTE

 

doppio risarcimento

Per il tribunale di Roma spetta il doppio risarcimento a chi lascia la propria abitazione per la paura che essa crolli (il doppio del danno conseguenza dimostrato)

Un doppio risarcimento per raggiungere un equo risarcimento. Il Tribunale di Roma, in composizione monocratica, in persona del giudice Fabrizio Gandini, con la sentenza n. 4202, pubblicata il 27/02/2018, si è occupato di una richiesta di risarcimento danno avanzata da alcune famiglie, costrette a lasciare la propria abitazione temendo per la propria incolumità, dopo che una voragine si è aperta in strada a due passi dall’edificio dove le stesse famiglie vivevano.

Si tratta certamente di una sentenza che torna di drammatica attualità dopo il crollo del ponte Morandi a Genova e il cedimento del tetto chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, nel centro storico di Roma, ma le cui statuizioni potrebbero tranquillamente applicarsi alle centinaia di eventi simili che accadono quotidianamente nel nostro Paese.

Il fatto.

Alcune famiglie si rivolgono al Tribunale chiedendo il risarcimento sia del danno patrimoniale consistito nelle spese sostenute per le unità immobiliari non godute per effetto della condotta tenuta dalle parti convenute (utenze, canone RAI, smaltimento rifiuti, spese condominiali), oltre che le spese sostenute per la locazione di un alloggio diverso, che di quello non patrimoniale. Gli attori avevano lasciato le loro abitazioni a causa di una profonda voragine che si era aperta in prossimità dell’edificio dove vivevano.

Qualche giorno dopo l’accaduto il Centro ricerche speleo archeologiche, predispone una relazione laddove tra l’altro si legge: “potrebbero sussistere situazioni di rischio per gli edifici limitrofi alla voragine. Si consiglia una consulenza di un ingegnere strutturista” ed il giorno successivo intervenivano sul posto i vigili del fuoco. Nel rapporto di intervento ritenevano un “sensibile peggioramento della situazione rilevata allorché si era aperta la voragine. Successivamente interveniva sul posto anche la Commissione per la verifica delle condizioni statiche degli edifici che, pur rilevando la necessità di una “indagine approfondita ed accurata finalizzata alla verifica della stabilità delle gallerie”, riteneva che “da un esame a vista, esterno ai fabbricati adiacenti alla cavità (..) gli immobili a ridosso della sede stradale, non mostrando segni evidenti di sofferenza statica, restano agibili”. Seguiva il ricorso ex art.700 c.p.c. depositato dagli attori e nell’ambito di questo procedimento veniva disposta ed espletata una CTU, che così concludeva: “Gli inconvenienti lamentati (…) sono essenzialmente costituiti dalla difficoltà di accesso alle unità immobiliari, non si rilevano danni all’immobile o segni di sofferenza delle strutture del fabbricato, né si ha ragione di credere che nell’immediato e in situazioni ordinarie vi sia pericolo di crolli”.

La domanda risarcitoria.

Il Tribunale per l’esame della richiesta di risarcimento distingue due periodi. Un primo periodo, dal crollo (4 febbraio 2010) fino al deposito della relazione scritta del CTU (12 novembre 2010), durante il quale sussisteva una oggettiva incertezza sulle condizioni di stabilità del fabbricato e nonostante le conclusioni rassicuranti della Commissione per la verifica delle condizioni statiche degli edifici, erano indispensabili ulteriori accertamenti, compiuti solo in sede di CTU. Un secondo periodo, va dalla relazione scritta del CTU (12 novembre 2010) in poi, durante il quale la situazione di pericolo veniva esclusa con ragionevole certezza.

Dalla valutazione complessiva delle conclusioni e delle argomentazioni del CTU, il giudice ha ritenuto che tali connotazioni del pericolo possano essere interpretate nel senso che l’unico pericolo per la stabilità del fabbricato poteva essere determinato solo da eventi “eccezionali”, quali gli eventi sismici.

Del resto, è pacifico in causa che le abitazioni degli attori siano sempre rimaste agibili, non essendo intervenuto alcun provvedimento in tal senso da parte della pubblica amministrazione.

In sintesi, osserva il Tribunale che per effetto del crollo le parti attrici non sono state costrette, per effetto di un provvedimento della P.A., a cercare una nuova abitazione. Piuttosto, come risulta dalla prospettazione complessiva dell’atto di citazione, hanno proceduto in tal senso temendo per la propria incolumità.

Ritiene però il giudice che, fermo restando la umana comprensione della vicenda, almeno a far tempo dal 12 novembre 2010 tale timore fosse soggettivo, e non oggettivo e pertanto, non può ritenersi che i danni patrimoniali asseritamente patiti dal 12 novembre 2010 siano conseguenza immediata e diretta (artt.1223 e 2056 c.c.) della condotta colposa delle parti convenute.

Al contrario il Tribunale ritiene siano risarcibili i danni patrimoniali per il periodo dal crollo (4 febbraio 2010) al deposito della relazione scritta del CTU (12 novembre 2010).

L’attribuzione della responsabilità.

Quanto alla attribuzione della responsabilità, osserva il giudice che il CTU non è stato in grado di accertare la specifica causa del crollo: “lo scrivente non è in condizione di stabilire se il crollo sia conseguenza diretta di una recente rottura della condotta idrica a pressione o se viceversa la rottura della conduttura sia stata causata dall’apertura della voragine

Quindi, venendo in considerazione un (più probabile che non) difetto di manutenzione della rete idrica, deve ritenersi provato il fatto colposo del soggetto preposto alla manutenzione della rete idrica, ai sensi dell’art. 20 della Convenzione per l’affidamento del servizio idrico integrato. Né osserva il giudice le parti convenute hanno mai specificamente contestato l’allegazione degli attori che già nel mese di agosto del 2009 era stata segnalata ad A. s.p.a. la necessità di effettuare un sopralluogo, stante la perdita d’acqua

Per ciò che attiene la responsabilità del Comune ritiene il giudice che la presenza di una cavità sotterranea sottostante la strada pubblica rendesse il luogo intrinsecamente pericoloso, e peraltro in modo occulto. Tanto vale a fondare la responsabilità del Comune ex art.2051 c.c. e, ai sensi dell’art. 2055 co.1 e 3 c.c., deve pertanto ritenersi la responsabilità concorrente e solidale delle parti convenute.

Rigetta, inoltre, la domanda di manleva proposta dal Comune nei confronti di A. spa., in virtù del fatto che l’Ente non risponde per il fatto del manutentore della rete idrica, ma autonomamente ex art.2051 c.c.. Per quanto concerne la liquidazione del danno patrimoniale, il Tribunale ritiene conseguenza immediata e diretta della condotta colposa delle parti convenute solo quelli patiti e documentati per il periodo dal 4 febbraio 2010 al 12 novembre 2010 e per l’effetto condanna le parti convenute, in via solidale tra loro, al pagamento in favore di ciascuno degli attori delle somme pagate a titolo di canone di locazione, utenze, quota parte delle spese condominiali, smaltimento rifiuti e canone Rai, così come risultante dalla documentazione prodotta in giudizio da ciascuno degli attori. Oltre agli interessi legali dalla pronuncia della sentenza al saldo effettivo.

Il risarcimento del danno non patrimoniale.

Per ciò che attiene le domande relative al risarcimento del danno non patrimoniale, osserva il giudice che secondo il diritto vivente la categoria, che attiene alla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da valore di scambio, presenta natura composita, articolandosi in una serie di voci aventi funzione meramente descrittiva, quali il danno morale, identificabile nel paterna d’animo o sofferenza interiore subiti dalla vittima dell’illecito ovvero nella lesione arrecata alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana, quello biologico, inteso come lesione del bene salute, e quello esistenziale, costituito dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del soggetto danneggiato.

Nel caso de quo le parti attrici chiedono il risarcimento del danno morale e del danno esistenziale.

Il danno conseguenza e il doppio risarcimento.

Il Tribunale ritiene provata la sussistenza del danno conseguenza, sotto il profilo del patema d’animo e del cambiamento delle abitudini di vita, in quanto l’incertezza sulla stabilità del fabbricato, e sul pericolo del crollo dello stesso, ha determinato gli attori a traslocare in altro luogo.

E ciò determina, secondo l’id quod plerumque accidit, un radicale mutamento delle abitudini di vita.

Inoltre, secondo il giudice tale situazione, anche in considerazione della entità della voragine, ha ingenerato negli attori paura e sofferenza.

Dovendo procedersi ad una valutazione equitativa del danno non patrimoniale, il giudice ritiene che il parametro di riferimento possa essere costituito dalla somma già liquidata, per ciascuno degli attori, a titolo di risarcimento del danno patrimoniale. Il motivo di tanto è che la somma è parametrata al periodo di tempo per il quale può ritenersi che il danno conseguenza discenda immediatamente e direttamente delle condotte colpose tenute dalle parti convenute.

  1. Per tutti questi motivi deve dichiararsi il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale patito dagli attori, limitatamente al periodo dal 4 febbraio 2010 a 12 novembre 2010. Per l’effetto le parti convenute devono essere condannate –in via solidale tra loro- al pagamento in favore di ciascuno degli attori delle medesime somme di danaro già liquidate a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale. Con gli interessi legali sulle somme via a via rivalutate secondo indici annuali ISTAT dal 12 novembre 2010 alla pronuncia della sentenza e gli interessi legali dalla pronuncia della sentenza al saldo effettivo.

Il Tribunale di Roma, ha quindi dichiarato il diritto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patito dagli attori, limitatamente al periodo dal 4 febbraio 2010 a 12 novembre 2010 e, per l’effetto ha condannato le parti convenute, in via solidale tra loro: a) a titolo di risarcimento del danno patrimoniale, al pagamento in favore di ciascuno degli attori delle somme pagate a titolo di canone di locazione, utenze, quota parte delle spese condominiali, smaltimento rifiuti e canone Rai, così come risultante dalla documentazione prodotta in giudizio da ciascuno degli attori, oltre agli interessi legali dalla pronuncia della sentenza al saldo effettivo; b) a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, al pagamento in favore di ciascuno degli attori delle medesime somme liquidate sub a), oltre agli interessi legali sulle somme via a via rivalutate secondo indici annuali ISTAT dal 12 novembre 2010 alla pronuncia della sentenza e gli interessi legali dalla pronuncia della sentenza al saldo effettivo rigetta ogni altra domanda ed ha condannato le parti convenute, in via solidale tra loro, al rimborso delle spese di lite sostenute dagli attori.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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DIRITTO AI DANNI COMPLEMENTARI IN AGGIUNTA AL RISARCIMENTO INAIL

danno morale

Con l’ordinanza n. 20795/2018, la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della liquidazione unitaria del danno non patrimoniale differenziando il danno morale da quello esistenziale

I fatti di causa

A seguito di un incidente stradale un uomo decede e i figli e la vedova (GM, AM e GM) convengono in giudizio, gli eredi del conducente dell’altro autoveicolo e la compagnia di assicurazioni. Intervenivano in giudizio VN e SA, svolgendo domanda risarcitoria insieme a quella introdotta, in via riconvenzionale, dagli originari convenuti, con conseguente chiamata in causa della compagnia assicuratrice dell’altro mezzo.

Il Tribunale accertava la concorrente e pari responsabilità dei due conducenti, con pronuncia confermata dalla corte di appello che, in particolare, rilevava come MM aveva omesso di dare la precedenza a FB pur avendo avuto la possibilità di avvistarlo, mentre quest’ultimo aveva superato largamente il limite di velocità consentito.

Aggiungeva la corte territoriale che la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale operata, in favore degli originari attori, dal tribunale, era condivisibile, registrando, in specie, un minimo scostamento negativo dai minimi delle c.d. tabelle milanesi, del 2013, applicabili al momento della pubblicazione della decisione di primo grado e superandoli, di poco, rispetto a quelli delle tabelle, del 2011, applicabili sia al momento del pagamento degli acconti, quindi satisfattivi, offerti dalla società di assicurazione, sia al momento del trattenimento in decisione in prime cure. Dava altresì atto dell’intervenuta transazione sulla domanda riconvenzionale degli intervenuti.

Avverso quest’ultima decisione ricorrevano per cassazione GM, AM e GM, formulando sette motivi.

La decisione della Corte e la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale

Il presente commento sofferma l’attenzione sul secondo e settimo motivo di ricorso, soggetti a esame congiunto dalla Cassazione per i profili di reciproca connessione.

La Corte d’appello ha richiamato la giurisprudenza secondo cui, dovendo essere unitaria la liquidazione del danno non patrimoniale, sarebbe stata condivisibile l’omessa considerazione distinta del danno morale, atteso che il tribunale aveva senz’altro tenuto conto della richiamata sofferenza derivata dalla morte del congiunto.

Gli Ermellini osservano che sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina unicamente le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 cod. civ.) e del danno non patrimoniale (art. 2059 cod. civ.; art. 185 cod. pen.).

La natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte (cfr. Corte cost. n. 233 del 2003; Cass., Sez. U., 11/11/2008, n. 26972) dev’essere interpretata, sul piano delle categorie giuridiche rispettivamente nel senso:

  1. a) di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica;
  2. b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze, modificative “in peius” della precedente situazione del danneggiato derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di compiuta istruttoria, a un accertamento concreto e non astratto del danno, a tal fine dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.

Ebbene secondo la Cassazione nel procedere all’accertamento e alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito deve considerare da una parte l’insegnamento della Consulta (Corte cost. n. 235 del 2014, punto 10.1 e ss.) e, dall’altra, il recente intervento del legislatore sugli artt.138 e 139 c.d.a. come modificati dall’art. 1, comma 17, della legge 4 agosto 2017, n. 124, la cui nuova rubrica, e il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale.

La conseguenza di tanto è che il giudice deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la compiuta fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale, sub specie del dolore) quanto quello dinamico-relazione (destinato a incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto).

Nella valutazione del danno de quo, in particolare, ma del resto come avviene in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore/interesse costituzionalmente protetto, il giudice dovrà, quindi, valutare, a fini risarcitori, tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale, quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita.

Il sistema del c.d. punto variabile

La misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito, che avviene oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile, può essere poi aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e affatto peculiari; infatti, le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento del danno cd. dinamico-relazionale.

La Cassazione ribadisce che ai fini della c.d. “personalizzazione” del danno forfettariamente individuato attraverso i meccanismi tabellari cui la sentenza ha fatto riferimento, spetta al giudice far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che valgano a superare le conseguenze “ordinarie” già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata assicurata dalle previsioni tabellari; da queste ultime distinguendosi in quanto legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale nella specie considerata, meritevoli in quanto tali di tradursi in una differente considerazione in termini monetari, rispetto a quanto suole compiersi in assenza di dette peculiarità (Cass., 21/09/2017, n. 21939, Cass.,17/01/2018, n. 901, Cass., 27/03/2018, n. 7513).

Sulla base di tale ricostruzione la Cassazione osserva che, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico, inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali e del danno cd. esistenziale, appartenendo tali “categorie” o “voci” di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (art. 32 Cost.), mentre una differente ed autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute.

La liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno avrà pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subìto tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (Cass., 20/04/2016, n. 7766).

La Cassazione osserva che è evidente che, nella fattispecie in esame, la corte territoriale, confermando la decisione di primo grado, per un verso ha correttamente escluso che emergessero irripetibilità relazionali tali da personalizzare la liquidazione fuori dal perimetro tabellare; per altro verso, invece, non ha correttamente interpretato la giurisprudenza sull’unitarietà della liquidazione del danno non patrimoniale alla persona, omettendo di dare distinta considerazione e valutazione al danno morale inteso come sofferenza interiore che si affianca alla lesione fisio-relazionale, finendo per comporre il danno alla persona da liquidare unitariamente tanto quanto compiutamente.

Il sopravvenire dei nuovi valori tra il trattenimento in decisione e la pubblicazione della decisione

In conseguenza della suddetta conclusione, la complessiva e appunto unitaria liquidazione del danno andrà completata, secondo gli Ermellini alla luce delle tabelle milanesi del 2013, applicabili al momento della pubblicazione della decisione del tribunale così come al momento della decisione della corte di appello.

Sul punto la Cassazione rileva che:

  1. a) è pacifico, e accertato dalla sentenza impugnata, che le tabelle del 2013 hanno incrementato i valori rispetto a quelle del 2011 applicate dal tribunale, sicché può dirsi rispettato il requisito di autosufficiente specificità della censura al riguardo;
  2. b) è vero che il sopravvenire dei nuovi valori tra il trattenimento in decisione e la pubblicazione della decisione non giustifica, di per sé, un’illogica retrocessione della dinamica processuale della fase decisoria (cfr. Cass., n. 20381 del 2016, cit., stessa pagina, che esclude, perciò, in sede di appello debba riconvocarsi la camera di consiglio);
  3. c) che è vero che, sino quando penda il giudizio, il rapporto giuridico su cui interviene la liquidazione non può dirsi esaurito, ossia, appunto, definito (cfr. Cass., 20/10/2016, n. 21245);
  4. d) dovendo procedersi a nuova liquidazione che tenga unitario ma specifico conto della sofferenza morale, dovrà pertanto farsi applicazione delle tabelle del 2013, con conseguente giudicato interno e vincolo, sul punto, per il giudice del rinvio;
  5. e) essendo stato accertato che sono stati pagati acconti, la complessiva liquidazione, ancora “sub iudice“, dovrà avvenire devalutando l’acconto e il credito alla data dell’illecito, detraendo l’acconto dal credito e calcolando gli interessi compensativi, quale componente necessaria della domandata liquidazione (cfr. Cass., 15/02/2017, n. 4028), individuando quindi un saggio scelto in via equitativa, e applicandolo prima sull’intero capitale, rivalutato anno per anno, per il periodo intercorso dalla data dell’illecito al pagamento dell’acconto, e poi sulla somma che residua dopo la detrazione dell’acconto, rivalutata annualmente, per il periodo che va da quel pagamento fino alla liquidazione definitiva (cfr. Cass., 20/04/2017, n. 9950 e succ. conf.).

La Corte accoglie quindi il secondo e settimo motivo di ricorso e rigetta gli altri, cassando la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinviando alla corte di appello di Milano perché, in altra composizione, si pronunci anche sulle spese di legittimità.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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scontro tra veicoli

Per la Cassazione, in caso di scontro tra veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera l’altro dalla presunzione di responsabilità concorrente

L’art. 20154 del codice civile stabilisce il principio della responsabilità concorrente in caso di scontro tra veicoli. La norma dispone che, fino a prova contraria, si presume “che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli”.

La Cassazione, tuttavia, con l’ordinanza n. 4130/2017 ha chiarito che, se risulta accertata la colpa esclusiva di uno dei conducenti, l’altro viene automaticamente liberato dalla presunzione di responsabilità concorrente. Quest’ultimo, inoltre, non è tenuto a dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

La vicenda giudiziaria scaturisce dall’incidente stradale occorso tra un veicolo e una moto. Il conducente del mezzo a due ruote era deceduto, ma i giudici del merito avevano accertato l’ esclusiva colpa proprio del centauro. Questi, procedendo a velocità molto elevata e senza fornire la dovuta precedenza, era andato a impattare con l’altro veicolo proveniente che, venendo da desta, si era immesso a velocità ridotta nell’incrocio.

La conducente dell’autovettura, quindi, era stata prosciolta in sede di merito dall’accusa di omicidio colposo.

La vicenda è quindi approdata davanti alla Suprema Corte. I ricorrenti lamentavano in particolare la falsa applicazione della norma civilistica, ma i Giudici del Palazzaccio hanno di non aderire a tale argomentazione.

La Cassazione, in particolare, ha ritenuto corretta la decisione del giudice a quo che aveva ritenuto di escludere anche la colpa generica della conducente l’autovettura, sulla base di una serie di elementi indiziari. Tra questi: l’assenza di infrazioni alle norme del Codice della strada imputabili alla conducente l’autoveicolo e la modesta velocità di marcia dell’autovettura.

Per approfondire l’iter che ha condotto gli Ermellini alla pronuncia di rigetto del ricorso, si invita a leggere l’articolo “Prova liberatoria: inutile se è accertata la colpa di un conducente”, dell’avv. Maria Teresa De Luca.

 

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test del dna errato

Il danno da perdita del rapporto parentale spetta quando vi sia la rottura di tale rapporto anche con soggetto non consanguineo e per qualsiasi causa (test del DNA errato come per il caso de quo)

Con la sentenza n. 20835 depositata il 21 agosto 2018, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione si è occupata di una disattenzione gravissima, compiuta da un sanitario nell’effettuazione di un test del Dna errato relativo a una procedura di “riconoscimento di paternità”, che ha portato per anni, un ragazzo a considerare come padre un soggetto estraneo.

I fatti

Una donna, in proprio e quale esercente la potestà sul figlio minore, cita in giudizio L’Azienda Ospedaliera ed un sanitario, per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti in proprio e dal figlio a seguito della errata esecuzione dell’esame del DNA del bambino, ai fini del riconoscimento della paternità. In base ad un primo esame del DNA aveva accertato che il padre del bambino era tale SG, mentre in seguito ad un nuovo esame eseguito qualche anno dopo, era stato accertato che quest’ultimo non era il padre.

Il giudice di prime cure accoglieva la domanda e condannava il medico e l’azienda ospedaliera a pagare in solido tra loro in favore della donna la somma di €. 36.808,00= per danno non patrimoniale da lesione di integrità psico-fisica nella misura dell’11% per il minore e del 5 % per la madre, rigettando la richiesta di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, in mancanza di prove del suddetto rapporto.

La Corte territoriale accoglie in parte l’impugnazione principale della donna, aumentando l’entità del danno non patrimoniale subito solo dal bambino.

Propone ricorso per cassazione, la donna, in qualità di genitore esercente la potestà sul figlio minore affidato a due motivi.

La donna lamenta il fatto che la Corte territoriale, pur avendo accertata l’esistenza di un legame affettivo da parte del bambino nei confronti di SG e dei nonni, ha affermato che non poteva essere liquidato il danno da perdita del rapporto parentale tra il bimbo ed il presunto padre, ancora vivente, in quanto quest’ultimo non era risultato essere né padre né prossimo congiunto, liquidando in aumento il danno morale e non il danno da perdita dal legame di parentela.

La natura del danno non patrimoniale

La Corte premette che, sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina solo le fattispecie di danno patrimoniale, nelle forme del danno emergente e lucro cessante ex art. 1223 c.c., e di danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. e 185 c.p..

In base all’insegnamento della Consulta e della Cassazione (cfr. Cost. 233/2003 e Cass. S.U. n. 26972/2008), la natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale deve essere intesa rispettivamente nel senso di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica e come obbligo per il giudice di merito di tenere conto ai fini risarcitori di tutte le conseguenze modificative in pejus della precedente situazione del danneggiato derivanti dall’evento danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo in sede istruttoria ad un accertamento concreto e non astratto della vicenda di danno, utilizzando tutti i necessari mezzi di prova, compresi il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni.

La liquidazione unitaria del danno

Per gli Ermellini costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno c.d. esistenziale, appartenendo tali categorie di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale, mentre dovrà essere compiuta una differente valutazione rispetto alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute, come confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138 C.d.A., lett. e.

Quindi, in assenza di lesione del diritto alla salute, ogni vulnus arrecato ad un altro valore o interesse costituzionalmente protetto andrà valutato ed accertato all’esito di una compiuta istruttoria, ed in assenza di qualsiasi automatismo, sotto il medesimo e duplice aspetto della sofferenza morale e della alterazione dell’attività dinamico relazionale precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato (cfr. Cass., S.U. n. 6572 del 2006; Cass., 901/2018 e 7513/2018).

La liquidazione unitaria di tale danno, come quella prevista per il danno patrimoniale avrà quindi il significato di attribuire al soggetto una somma di denaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente sofferto sia sotto l’aspetto della sofferenza interiore che sotto il profilo dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche.

Il danno conseguente alla lesione del rapporto parentale

Ebbene, la Cassazione ha più volte affermato che  il danno conseguente alla lesione del rapporto parentale deve essere riconosciuto in relazione a qualsiasi tipo di rapporto che abbia le caratteristiche di una stabile relazione affettiva, indipendentemente dalla circostanza che il rapporto sia intrattenuto con un parente di sangue o con un soggetto che non sia legato da un vincolo di consanguineità naturale, ma che ha con il danneggiato analoga relazione affettiva, di consuetudine di vita e di abitudini, e che infonda nel danneggiato quel sentimento di protezione e di sicurezza insito nel rapporto padre-figlio.

Ed il danno deve essere riconosciuto in relazione a qualsiasi causa interrompa questo rapporto, che non deve necessariamente coincidere con la morte del padre.

Qual’ è la soluzione prospettata dalla Cassazione in questo caso di test del DNA errato?

La motivazione della sentenza impugnata deve essere corretta nel senso che il danno da perdita del rapporto parentale spetta quando vi sia la rottura di tale rapporto anche con soggetto non consanguineo, ma che rappresenti per il danneggiato la identica figura del padre, e che la lesione del rapporto parentale può essere determinata anche da un evento diverso dalla morte.

Tra l’altro osserva la Cassazione che l’errore in iure compiuto non ha impedito alla Corte territoriale, nella sostanza, di tenere rettamente conto del danno subito dal bambino per la perdita del rapporto con il presunto padre aumentando l’importo del risarcimento dovuto e personalizzando la misura dell’11% del danno all’integrità psico-fisica accertato dal primo giudice tenendo conto delle tabelle milanesi.

La Corte ha rigettato il ricorso e compensato le spese in considerazione della particolarità della materia trattata.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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danni complementari

In caso di infortunio sul lavoro, il Giudice può procedere all’individuazione dei c.d. danni complementari non riconducibili alla copertura assicurativa, da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 20392 depositata il 1° agosto 2018, ha ricordato che l´indennità erogata dall´INAIL per l´infortunio occorso in occasione di lavoro ha la possibilità di risultare insufficiente a compensare il danno patrimoniale e non patrimoniale subito dal lavoratore.

Nell’eventualità dell´infortunio, il giudice ha la possibilità, infatti, di giudicare l´ipotetica presenza di danni non riconducibili alla normale copertura assicurativa fornita dall´Istituto, rispetto ai quali, di conseguenza, il dipendente ha diritto ad essere risarcito dal datore di lavoro in base alle normali procedure stabilite dalla responsabilità civile.

I fatti

La Corte d’appello di Venezia, facendo seguito a sentenza non definitiva di accertamento della esclusiva responsabilità di U.F. nella determinazione dell’infortunio sul lavoro occorso a M.B. nel 2001 e dopo aver espletato una consulenza tecnica d’ufficio di natura medico-legale, ha condannato U.F. al pagamento, in favore di M.B., della somma di euro 1.979,52 a titolo di danno morale e al pagamento, in favore dell’Inail, della somma di euro 29.080,85, pronunciando sugli appelli riuniti, proposti da M.B. e dall’Inail nei riguardi di U.F., avverso la sentenza del Tribunale di Rovigo che aveva rigettato sia la domanda della lavoratrice tesa al risarcimento dei danni derivati dallo scoppio di una lampada a stelo posizionata sulla macchina lineare che utilizzava, che la domanda di regresso dell’Inail, tesa a recuperare quanto erogato alla lavoratrice per indennità derivante dall’infortunio.

La lavoratrice proponeva ricorso per i danni complementari avverso tale sentenza con quattro motivi:

a) violazione dell’art. 13 lett. a, d.lgs. n. 38 del 2000 ed art. 66 d.P.R. n. 1124 del 1965 in ragione del fatto che erroneamente è stato affermato che l’importo erogato dall’Inail, pari ad euro 35.080,85, fosse tutto riferito al danno biologico mentre esso rappresentava il compendio di tutte le somme erogate nel corso del tempo, comprendente anche l’indennità giornaliera temporanea durata a lungo che non poteva essere dall’importo dovuto a titolo risarcitorio;

b) omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio relativo al contenuto del quesito rivolto al c.t.u. al fine di individuare in maniera esatta il riferimento alle singole voci di danno che l’indennizzo aveva coperto senza considerare l’erroneità della risposta fornita dal c.t.u. e che la voce indennizzo danno biologico era pari ad euro 6.019,31;

c) vizio di motivazione relativo alla omessa valutazione del danno non patrimoniale ed alla personalizzazione del danno medesimo (danni complementari);

d) violazione dell’art. 91 e dell’art. 92 in ordine alla compensazione delle spese tra i primi due gradi di giudizio.

L’esenzione ex art. 10 del T.U.

Gli Ermellini, data per accertata la responsabilità civile ex art. 2087 cod.civ. della datrice di lavoro, riconsiderano le modalità di calcolo del risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, complessivamente dovuto alla lavoratrice infortunatasi, essendo stata alla stessa erogata dall’Inail, complessivamente, a seguito dell’infortunio, la somma di euro 35.080,85, somma che ha formato oggetto dell’azione di rivalsa esercitata dall’Istituto nel giudizio riunito a quello deciso dalla sentenza impugnata che, non essendo stata oggetto di ricorso incidentale, è divenuta definitiva.

La Corte ribadisce, che l’esonero previsto all’art. 10 del T.U. non opera per le responsabilità datoriali concernenti danni non coperti dalle prestazioni previste dall’art. 66 del medesimo testo unico, tenuto altresì conto che fino all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2000, l’INAIL copriva il solo danno patrimoniale, laddove per il resto pacificamente risultava, quindi, inapplicabile l’esenzione ex art. 10.

Da ciò discende che l’esenzione può considerarsi estesa nei soli limiti in cui la novella del 2000 ha ampliato la copertura assicurativa contemplata dalla precedente normativa, e non oltre (cfr. ex multis Cass. lav. n. 9166 del 10/04/2017, unitamente alla giurisprudenza ivi richiamata: “Dal disposto chiaramente si ricava che, ex lege, per tutti i danni coperti dall’assicurazione obbligatoria il datore di lavoro non può essere chiamato a rispondere civilmente; la Corte costituzionale, nella pur progressiva espansione delle tutele del lavoratore, ha illustrato che  l’istituto dell’esonero,…, è strettamente inserito nel vigente sistema previdenziale-assicurativo, come uno degli aspetti del complesso rapporto tra oggetto dell’assicurazione, erogazione dei contributi, prestazioni assicurative….L’esonero opera pertanto all’interno e nell’ambito dell’oggetto dell’assicurazione, così come delimitata dai suoi presupposti soggettivi ed oggettivi. Laddove la copertura assicurativa non interviene per mancanza di quei presupposti, non opera l’esonero: e pur trovando il danno origine dalla prestazione di lavoro, la responsabilità è disciplinata dal codice civile, senza i limiti posti dall’art. 10 del T. U. del 1965….” (Corte cost. n. 356 del 1991; v. poi Corte cost. n. 405 del 1999; principi ribaditi anche da: Cass. n. 1114 del 2002; Cass. n. 16250 del 2003; Cass. n. 8386 del 2006; Cass. n. 10834 del 2010).

Le modalità di calcolo del risarcimento e i c.d. danni complementari

La Cassazione (cfr. Cass. n. 9166 del 2017), con riferimento alle modalità di calcolo del risarcimento de quo, sulla base delle diversità qualitative e quantitative esistenti tra il diritto all’integrale risarcimento del danno subito dal lavoratore e il diritto alle prestazioni assicurative dipendenti dal medesimo infortunio, ha fissato il principio  secondo cui le somme eventualmente versate dall’Inail a titolo di indennizzo ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, in quanto, nel caso di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all’espletamento dell’attività lavorativa, il giudice adito, una volta accertato l’inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all’evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal d.P.R. n. 1124 del 1965. In questo caso, potrà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (cd. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Il danno differenziale

Nel caso in cui il lavoratore lamenti anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, il giudice potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’Inail, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, inoltre, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale.

All’accertamento del danno non patrimoniale procederà anche nel caso in cui non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso.

Gli Ermellini con la sentenza  n. 4972 del 2018 hanno ulteriormente chiarito che l’indennizzo erogato dall’INAIL ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non copre il danno biologico da inabilità temporanea, poiché  sulla base di tale norma, in combinato disposto con l’art. 66, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 1124 del 1965, il danno biologico risarcibile è solo quello relativo all’inabilità permanente.

Date queste premesse per la Corte appare evidente che la sentenza impugnata, limitandosi a sottrarre dal complesso delle voci di danno riferite al danno biologico, comprensivo di quello temporaneo, l’intero importo erogato dall’Inail, ed escludendo solo l’importo imputato al danno morale, ha disatteso i citati principi per cui, rimasto assorbito l’ultimo motivo relativo alla regolamentazione delle spese del giudizio di merito, la sentenza va cassata e rinviata alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione perché provveda a determinare il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale in favore della lavoratrice in conformità ai principi sopra indicati.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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TRIPLO DELLA PENSIONE SOCIALE: LA LIQUIDAZIONE È AUTOMATICA?

Triplo della pensione sociale: la liquidazione è automatica?

Liquidazione del triplo della pensione sociale per un artigiano muratore a motivo di un incidente sul lavoro. Non è automatica

Il Tribunale di Ancona con la sentenza n. 1035/2017 si è espresso sulla liquidazione automatica del triplo della pensione sociale fornendo delle precisazioni importanti.

In caso di incidente con danno patrimoniale da incapacità lavorativa, infatti, non è automatica la liquidazione col criterio del triplo della pensione sociale.

La vicenda

Nel caso di specie di cui si è occupata la sentenza in commento, un artigiano muratore conviene in giudizio un condominio. L’obiettivo è ottenerne la condanna al risarcimento dei danni derivatigli dalla caduta sul piano sottostante.

Tale evento si era verificato in conseguenza del cedimento della copertura in cemento-amianto del tetto. L’uomo vi stava transitando eseguendo dei lavori di pulizia della grondaia e di apposizione di filtri ai discendenti.

Le opere in questione erano state commissionate dall’amministratore.

L’uomo ha quindi invocato la responsabilità del condominio, in via alternativa ai sensi dell’art. 2503 e 2501 c.c., della L. n. 626/1994 e dell’art. 2043 c.c..

Ebbene, il Tribunale di Ancona ha deciso di condannare il Condominio a risarcire il danno non patrimoniale.

Poi, con una ordinanza separata, ha disposto la prosecuzione del giudizio al fine di determinare il danno patrimoniale.

Ciò è avvenuto sul presupposto del necessario accertamento se tra l’amministratore o il condominio e il danneggiato potesse configurarsi l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato.

Dall’istruttoria espletata è emerso che il rapporto intercorso tra l’attore e l’amministratore o il condominio non è qualificabile in termini di subordinazione, ma può tuttavia ritenersi dimostrata la protratta reiterazione di contratti d’opera distinti.

Da questo deriva la possibile reiterazione dei contratti medesimi e la conseguente integrazione reddituale in favore del danneggiato.

Per tale ragione, secondo i giudici di Ancona, si ritiene dimostrata la perdita di chance ai danni dell’attore.

Dimostrato l’an della relativa pretesa, il Tribunale di Ancona ricorre al criterio della liquidazione equitativa.

Quest’ultima deve comunque tenere conto di una prospettiva lavorativa non superiore al tempo occorrente per il compimento di anni 60. Nel caso di specie, in particolare, l’attore era cinquantatreenne al momento del sinistro.

Perché non può applicarsi il criterio del triplo della pensione sociale? A questa domanda ha risposto l’Avv. Maria Teresa De Luca nella sua approfondita analisi su questo argomento.

 

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DANNO ESTETICO E DANNO PATRIMONIALE DA INCAPACITÀ DI LAVORO E DI GUADAGNO

volo ritardato

Il Giudice di Pace di Brindisi con la sentenza n. 864 del 2018 si è occupato di un’azione di risarcimento danni per volo ritardato promossa da due coniugi.

I fatti precisi del volo ritardato

I coniugi avevano prenotato un volo con una compagnia aerea con partenza da Brindisi alle ore 9,55 e arrivo a Parigi alle 12,45. La Compagnia comunicava loro l’anticipazione di partenza del volo di andata dalle 9,55 alle 9,05 e conseguentemente anticipazione dell’arrivo a Parigi alle ore 11,50. Gli attori, il giorno della partenza, effettuavano il check-in on line, ma giunti all’aeroporto apprendevano che l’areo sarebbe partito con ben 6 ore di ritardo alle 15,15. L’aereo decollava alle 16 (con ulteriore ritardo) ed atterrava a Parigi alle 18,50, con 7 ore di ritardo rispetto all’arrivo previsto.

Gli attori riferivano di aver acquistato un pacchetto turistico per il parco di Disneyland di Parigi e cinque giorni di ingresso al parco ed a causa del ritardo del volo perdevano, pertanto, un giorno di ingresso e chiedevano il pagamento della compensazione pecuniaria ai sensi dell’art. 7 del Regolamento CE 261/04, oltre il rimborso dell’ingresso al parco per il giorno dell’arrivo e la somma di €. 1.000 per i maggiori danni patiti.

Nel costituirsi la Compagnia aerea eccepiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice italiano, contestava la domanda nell’a an e nel quantum e formulava una proposta transattiva.

L’eccezione di difetto di giurisdizione

Il giudice di pace osserva che ci sono diverse ragioni, per il caso in esame, in base alle quali vada affermata la giurisdizione del giudice italiano:

  • ex 33 della Convenzione di Montreal del 28 maggio 1999, “l’azione per il risarcimento del danno è promossa a scelta dell’attore nel territorio di uno degli stati parti o davanti al tribunale del domicilio del vettore o della sede principale della sua attività, o del luogo in cui esso possiede una impresa che ha provveduto a stipulare il contratto o davanti al Tribunale del luogo di destinazione”;
  • la compagnia aerea possiede in Italia una sede con una propria organizzazione autonoma che gestisce le rotte dei passeggeri nazionali della società;
  • il contratto di trasporto deve considerarsi concluso nel luogo in cui il preponente ha ricevuto conferma dell’accettazione, ovvero al completamento della procedura di acquisto del biglietto, luogo che nel caso in esame va individuato in Brindisi, avendo qui la residenza gli attori;
  • in applicazione dell’art. 33 lett. u) del d. lgs. 206/2005 (codice del consumo) in osservanza del principio di tutela della parte più debole è applicabile il foro del domicilio del consumatore e sono considerate inefficaci, perché vessatorie, eventuali pattuizioni contrarie.

Per il giudice le suddette ragioni sono conformi alla disciplina comunitaria relativa alla determinazione della legge applicabile.

Il paragrafo 2 dell’art. 5 del Regolamento CE n. 593/2008 prevede che la legge applicabile ad un contratto di trasporto passeggeri “è quella del Paese di residenza abituale del passeggero purchè il luogo di partenza o di destinazione sia situato in tale Paese”.

Nel caso de quo il luogo di partenza era situato in Italia e la residenza abituale dei passeggeri era Brindisi e quindi correttamente il giudizio è stato incardinato in Italia.

La definizione del volo ritardato

Osserva il giudice di pace che le norme del Regolamento CE 261/04 non contengono alcuna definizione del volo ritardato. Ci ha pensato, però, la sentenza della Corte di Giustizia Europea n. 402 del 2009 ad equiparare l’ipotesi del volo cancellato e l’ipotesi del volo ritardato, affermando che i passeggeri hanno diritto alla compensazione pecuniaria prevista dall’art. 7, primo comma, del suddetto regolamento.

In base a tale normativa, i passeggeri il cui volo abbia subito ritardi di due o più ore, per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori ai 1.500 Km. e per le tratte comprese trai 1.500 Km. e 3.500, di quattro o più ore, per le tratte aeree che non rientrano nei precedenti casi, hanno diritto a percepire dalla Compagnia aerea, in moneta contante o elettronica, rispettivamente €. 250,00=, 400,00=, ovvero 600,00=, ai sensi degli artt. 6 e 7 del Regolamento 261/04.

La prova del diritto alla compensazione

Il giudice sottolinea che il diritto alla compensazione trae origine dal verificarsi di un ritardo prolungato e, pertanto, il danno è in re ipsa poiché il passeggero non deve fornire la prova di ulteriori circostanze, tranne quella di avere acquistato il biglietto del volo aereo e del ritardo prolungato.

Pertanto, la responsabilità del vettore è presunta iuris tantum, salvo la prova che il ritardo è dipeso da “circostanze eccezionali che non si sarebbero potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso(cfr. art. 5 Reg.), e quindi, in pratica ad un evento riconducibile a caso fortuito o forza maggiore.

Il vettore dovrà, quindi, provare non solo genericamente l’uso della normale diligenza, ma dovrà indicare specificamente le misure in concreto adottate per evitare il pregiudizio sofferto dal passeggero, oltre alla causa dell’evento dannoso.

Il risarcimento per violazione degli obblighi di assistenza.

Per ciò che concerne l’ulteriore risarcimento richiesto dagli attori, a titolo di danno non patrimoniale, ovvero del risarcimento per violazione degli obblighi di assistenza previsti dall’art. 9 del regolamento CE n. 261/2004 da parte della compagnia area, va richiamata la sentenza della Cassazione n. 12088 del 2015, che ha ritenuto non giustificata una sofferenza di gravità tale da far sorgere il diritto al risarcimento.

Nella su citata sentenza la Corte ha affermato che Alla stregua del quadro normativo attuale, e degli attuali arresti interpretativi della Corte di Giustizia e della stessa Cassazione in merito, la conclusione cui è pervenuta la sentenza impugnata (la violazione degli obblighi di assistenza da parte della convenuta, in mancanza di specifiche allegazioni degli attori, non può ritenersi idonea a giustificare una sofferenza di gravità tale da far sorgere un diritto risarcitorio) appare corretta.

Soccorre in questo senso la sentenza n. 83 del 13.10 2011 della Corte di Giustizia UE, III sezione, resa nel procedimento C-8310, la quale esclude che la fonte dell’obbligo risarcitorio del danno non patrimoniale possa essere considerata in questo caso la stessa fonte sovranazionale , interpretata nel senso che, a fronte della violazione di quegli obblighi, attribuisca la dignità di danno risarcibile al disagio ed allo stress che il passeggero deve subire in conseguenza di tali inadempimenti contrattuali.

Con questa sentenza i Giudici di Lussemburgo sono stati chiamati a pronunciarsi in via pregiudiziale, in merito all’interpretazione degli artt. 2, lett) e 12 del Regolamento (CE) n. 261/2004 concernente regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato.

La Corte risolve la seconda questione dichiarando che la nozione di «risarcimento supplementare», di cui all’art. 12 del regolamento n. 261/2004, deve essere interpretata nel senso che consente al giudice nazionale, alle condizioni previste dalla convenzione di Montreal o dal diritto nazionale, di concedere il risarcimento del danno, incluso quello di natura morale, occasionato dall’inadempimento del contratto di trasporto aereo. Per contro, il giudice nazionale non può utilizzare la nozione di «risarcimento supplementare» quale fondamento giuridico per condannare il vettore aereo a rimborsare ai passeggeri, il cui volo ha subito un ritardo oppure è stato cancellato, le spese che gli stessi hanno dovuto sostenere a causa dell’inadempimento da parte del citato vettore degli obblighi di sostegno e assistenza di cui agli artt. 8 e 9 di tale regolamento.

Dalle affermazioni contenute nella sentenza citata si ricava che il fondamento normativo per il risarcimento del danno non patrimoniale, derivante da violazione degli obblighi di assistenza a terra dei passeggeri non possa reperirsi direttamente nella fonte sovranazionale, ed in particolare ne’ nell’art. 9 ne’ nell’art. 12, ma debba farsi riferimento alla Convenzione di Montreal del 1999 se applicabile o comunque alle norme dell’ordinamento interno e ai limiti da questo fissati al risarcimento stesso.

E quindi, laddove come nella specie, il passeggero con volo cancellato o lungamente ritardato, soggetto ad una prolungata permanenza in aeroporto durante la quale la compagnia aerea non gli abbia prestato l’assistenza prescritta dall’art. 9 del Reg. CE n. 261 del 2004, la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale derivante dal disagio subito a causa della mancata assistenza va incontro ai limiti interni alla risarcibilità del danno non patrimoniale, fissati da Cass. S.U. n. 26972 del 2008; di conseguenza essa deve escludersi, non essendo neppure ipotizzata nè ipotizzabile una ipotesi di reato, non rientrando in una ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile espressamente prevista dalla legge (interna o sovranazionale) e non essendo riconducibile alla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale.

Il giudice di pace, sulla base delle su esposte considerazioni, ha riconosciuto agli attori il diritto alla compensazione pecuniaria ex art. 7, comma primo, del regolamento 261/04, mentre ha rigettato la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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