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avv. maria teresa de luca

batteria al litio

Qual è il tempo massimo per intervenire nel caso in cui sia stata accidentalmente ingerita una batteria al litio? La risposta nella sentenza n. 363 del 19.03.2018 del Tribunale di Crotone

Un bimbo ingeriva accidentalmente una disk battery di un telecomando (batteria al litio), intorno alle 20,15 e alle ore 20,33 i genitori del piccolo giungevano presso l’Ospedale civile di Crotone, ove riferivano l’accaduto ed al piccolo veniva attribuito codice verde. Alle ore 20,55 il bimbo veniva visitato, gli veniva attribuito codice giallo e lo stesso era dimesso e trasportato in ambulanza presso l’Ospedale di Catanzaro ove alle ore 22,35 veniva attribuito codice rosso. Seguivano numerosi interventi per salvare il bambino, alcuni di tipo chirurgico ed altri riabilitativi e numerosi ricoveri, negli anni. Gli attori assumevano che la responsabilità per il danno gravissimo permanente subito dal bambino avrebbe dovuto essere addebitata ai sanitari dell’Ospedale di Crotone, che non avevano sin da subito adottato tutte le necessarie misure per evitare il peggioramento delle condizioni del piccolo. Chiedevano, quindi, di riconoscere la responsabilità dell’A.S.P. di Crotone per i danni subiti e per l’effetto la sua condanna al risarcimento del danno biologico, quantificato in Euro 882.204,00 o in quella di giustizia, oltre che al rimborso delle spese sostenute ed al danno subito dall’esercizio commerciale gestito dal padre, “C.. Carni 2000”.

Si costituiva l’A.S.P. di Crotone chiedendo il rigetto della domanda, in quanto non era stata dimostrata, a suo parere, la sussistenza di alcuna condotta omissiva da parte dell’Ospedale di Crotone.

A seguito dell’incidente al piccolo residuava una stenosi laringea ipoglottica associata a paralisi in adduzione delle corde vocali; tali complicanze hanno determinato e determinato a tutt’oggi e in modo permanente la necessità di mantenere la tracheotomia e rinviare a una fase successiva della crescita del bambino un eventuale intervento di chirurgia ricostruttiva, laddove eventualmente possibile. Attualmente il bimbo riesce ad alimentarsi attraverso la via orale soltanto con la dieta semiliquida.

La prova del nesso causale

Il Tribunale osserva che nel merito sulla scorta dell’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, la regola generale idonea a fissare il fondamentale criterio decisionale delle cause di danno basate sulla responsabilità professionale del medico è la seguente: l’obbligazione assunta dal medico nei confronti del paziente ha natura contrattuale, sicché incombe sul debitore provare che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile; più specificamente, dimostrato dal paziente danneggiato il contratto (o il contatto sociale) nonché l’aggravamento della patologia sofferta o l’insorgenza di un’altra affezione e allegato dallo stesso l’inadempimento del debitore astrattamente idoneo a provocare il danno, compete a questi dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato o che esso, pur esistendo, è stato eziologicamente non rilevante o comunque a lui non imputabile. Dal che consegue che, in definitiva, spetta al medico provare l’inesistenza del nesso causale, e non al paziente l’esistenza dello stesso (cfr. ex multis, Cass., sez. un., n. 577/2008; Cass., sez. III, n. 1538/2010 e n. 15993/2011).

… E l’esonero di responsabilità

Tale regola vale anche quando l’intervento sia stato di speciale difficoltà, in quanto l’esonero di responsabilità di cui all’art. 2236 cod. civ. non incide sui criteri di riparto dell’onere della prova (cfr. Cass. n. 24791/2008). Sempre in termini generali, va altresì rimarcato, ancora una volta sulla scorta di ormai pacifici insegnamenti giurisprudenziali, che la responsabilità professionale per inadempimento della prestazione medica si estende certamente alla struttura sanitaria, pubblica o privata, presso la quale il medico stesso operava, la quale, proprio in ragione del complesso di obblighi scaturenti dal cosiddetto contratto di spedalità, risponde in relazione sia a propri fatti d’inadempimento sia ai comportamenti inadempienti direttamente posti in essere dal medico a norma dell’art. 1228 c.c., in forza del quale il debitore che nell’adempimento dell’obbligazione si avvale dell’opera di terzi, ancorché non alle sue dipendenze, è responsabile anche dei fatti dolosi o colposi dei medesimi (cfr. ex multis, Cass. n. 13066/2004, n. 8826/2007 e n. 13953/2007).

La natura contrattuale del rapporto

Secondo il Tribunale nel caso de quo è incontroversa la natura contrattuale del rapporto e, al proposito, le risultanze documentali e quelle dell’istruttoria tecnica d’ufficio convergono nel ritenere che sussista nel caso di specie responsabilità professionale dell’A.S.P. convenuta.

Infatti, i postumi residuati al bimbo sono direttamente riconducibili all’ingestione di una disk battery al litio che ebbe ad indovarsi a livello del terzo superiore dell’esofago, a contatto diretto con la mucosa esofagea, producendo pertanto una ustione chimico-fisica con seguente perforazione e successiva fistolizzazione in trachea.

Il Tribunale condivide totalmente la consulenza espletata e fa integrale ed espresso riferimento alla stessa.

Le linee guida in materia di ingestione di corpi estranei

In particolare, la c.t.u. ha preliminarmente esaminato gli studi scientifici in materia di linee guida inerenti l’ingestione di corpi estranei, con particolare riferimento alle batterie, specificando che le stesse hanno una pericolosità relativa soltanto qualora si fermino in sedi pericolose, come uno dei tre restringimenti anatomici dell’esofago. Riferisce il c.t.u. che “le batterie a bottone (o a disco) sono invece molto più pericolose perché non presentano corazza, a differenza delle stilo, e quindi vi è un rischio aumentato di splitting ovverosia di rottura capsulare e di rilascio delle sostanze tossiche corrosive ivi contenute. Infatti, il contenuto delle batterie a bottone è fortemente a rischio nel determinismo di un’ustione fisico/chimica ed è determinata alla creazione di una corrente elettrolitica esterna che produce idrossidi al polo negativo della batteria, dando luogo alla possibilità che si realizzino fistole o perforazioni“.

Ed è questo il motivo per cui, diviene di estrema importanza individuare tempestivamente la collocazione e la posizione del polo negativo rispetto alla mucosa, in considerazione del fatto che se tale polo è adeso a quest’ultima, vi è la possibilità che si formi molto più velocemente una lesione.

Il c.t.u. ha, dunque, rilevato che gli orientamenti scientifici attuali evidenziano la necessità di una rimozione tempestiva della batteria che deve realizzarsi entro e non oltre due ore rispetto all’ingestione.

Il Tribunale rileva che i sanitari sottostimarono in modo incauto la gravità del caso sin dall’accesso in pronto soccorso, tanto che all’ingresso, al triage venne assegnato dapprima un codice verde ragionevolmente, ma imprudentemente, per il fatto che il personale di pronto soccorso ebbe a basarsi esclusivamente sulle condizioni generali del bambino che in quel momento apparivano buone.

L’imprudenza con cui venne trattato il caso nonostante i familiari avessero riferito l’ingestione di una batteria al litio e nono stante la radiografia del torace evidenziasse la presenza di un corpo estraneo con forma nummulare a elevata densità e posizionato nell’esofago cervicale, si tradusse in una minimizzazione dell’importanza di tale evento nonostante fosse molto chiaro che si trattava di una batteria a bottone e non di una batteria stilo.

Per il giudice l’atteggiamento attendista assunto dagli stessi sanitari ha causato, un ritardo abnorme e consentì il realizzarsi degli eventi come sopra descritti e che si sarebbero potuti evitare qualora fossero intervenuti il più rapidamente possibile. Risulta in atti che la consulenza del rianimatore venne eseguita soltanto dopo circa 45 minuti dall’arrivo in pronto soccorso e tale consulenza evidenziava condizioni generali del bambino ancora buone considerandolo non abbisognevole di assistenza rianimatoria per cui tale specialista rimandava l’intervento di rimozione della batteria al litio ad una valutazione del chirurgo pediatra, indicando la necessità di trasferire il piccolo presso altra l’azienda ospedaliera posto che il nosocomio di Crotone non era dotato di una unità operativa di chirurgia pediatrica.

Facendo proprie le risultanze della c.t.u. il Tribunale di Crotone ha ritenuto che le citate condotte mediche, censurabili, sono in relazione causale con il danno biologico irreversibile a carico del piccolo, mentre non ha rilevato censure a carico dei sanitari dell’Ospedale di Catanzaro. Rientrava, dunque, nell’onere probatorio dell’A.S.P. convenuta allegare e dimostrare che nessun inadempimento si verificò o che comunque la condotta medica in esame non ebbe alcuna incidenza eziologica sul danno finale del paziente.

Quindi, per il Tribunale, il quadro probatorio consente di ritenere provato il nesso di causalità tra condotte mediche della struttura e danno subito dal paziente.

Essendo esclusa l’incidenza di decorsi causali alternativi, il Tribunale ritiene di condividere, alla stregua della regola di giudizio civilistica del “più probabile che non”, il percorso logico-valutativo che ha portato il c.t.u. ad ascrivere la responsabilità professionale ai sanitari della struttura convenuta.

Il Tribunale di Crotone ha quindi accolto la domanda condannando la A.S.P., avendo accertato la sua responsabilità per colpa, al risarcimento nei confronti del minore di una somma pari ad €. 825.804,00=, oltre le spese.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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crediti

La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla questione relativa alla compensazione dei crediti chiarendo quali siano i requisiti necessari 

Quali sono i requisiti necessari per chiarire come compensare due crediti? A questa domanda hanno risposto le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23225 deposita il 15 novembre 2016.

I giudici, infatti, hanno sostenuto che se l’esistenza del credito opposto in compensazione è controversa, nello stesso giudizio instaurato dal creditore principale, o in altro già pendente, il giudice non può pronunciare la compensazione dei crediti, né legale, né giudiziale.

In tal senso, i giudici della Cassazione hanno – in fase preliminare – richiamato la specifica disciplina esistente in materia di compensazione.

In primo luogo, in relazione a quanto previsto dall’art. 1243 c.c., i crediti compensabili devono essere liquidi, certi ed esigibili.

Ora, la medesima norma prevede due distinte tipologie di compensazione dei crediti.

La prima è quella legale, la quale si perfeziona se coesistono due crediti tra loro omogenei, liquidi ed esigibili.

La seconda è quella giudiziale, che si verifica quando il credito opposto non è liquido, ma di facile e pronta liquidazione.

Ebbene, ricordano gli Ermellini, che quando si verifica quest’ultimo caso il giudice può dichiarare la compensazione per la parte di credito che ritiene esistente.

Fatto questo, può sospendere in via cautelare la condanna finché non venga accertato il controcredito.

Ma non è tutto.

La Cassazione, infatti, ha anche specificato quanto segue.

“L’ulteriore requisito della certezza sull’esistenza del credito non si desume dalla formulazione dell’art. 1243 c.c., comma 1, perché la liquidità attiene all’oggetto della prestazione, mentre la certezza attiene all’esistenza dell’obbligazione, e quindi al titolo costitutivo del credito. Perciò la contestazione del titolo non è in sé contestazione sull’ammontare del credito, come determinato in base al titolo, ma, se questo è controverso, la liquidità e l’esigibilità sono temporanee e a rischio del creditore … il requisito della liquidità del credito non ricorre non solo quando esso non sia certo nel suo ammontare, ma anche quando ne sia contestata l’esistenza”.

Da quanto enunciato discende il principio secondo cui, per l’operatività della compensazione legale, il titolo del credito non deve essere più soggetto a modificazioni a seguito di impugnazione, come ben illustrato nell’analisi su questo argomento realizzata dall’Avv. Maria Teresa De Luca.

 

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danno erariale

La Corte dei Conti Sicilia si è occupata di stabilire la fondatezza o meno di una domanda di risarcimento di danno erariale a seguito di un presunto errore sanitario.

L’Azienda O.U.P., comunicava alla Procura presso la Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti Sicilia la possibile sussistenza di una ipotesi di danno erariale derivante dall’avvenuto pagamento a favore di una donna, della somma di Euro 32.500,00 per il danno dalla stessa subito nel corso di un intervento chirurgico, presso la stessa Azienda Ospedaliera, asseritamente riconducibile all’errore sanitario commesso dall’equipe medica intervenuta. In particolare, dalle indagini successivamente avviate dalla Procura erariale, era emerso che la paziente aveva subito una pancreasectomia distale per la presenza di una neoformazione individuata nel distretto anatomico del corpo – coda del pancreas, successivamente istologicamente qualificata come cistoadenoma, e che la stessa, dopo un decorso post operatorio regolare di nove giorni, veniva dimessa. Dopo tre giorni, però, la paziente veniva ricoverata ed operata d’urgenza presso il Presidio Ospedaliero di Partinico per la formazione di una emorragia nel cavo addominale, la cui origine veniva individuata nella rottura di un ramo collaterale dell’arteria splenica.

Dimessa dopo qualche giorno, la donna proseguiva la sua degenza presso l’Ospedale Cervello di Palermo per raccolta purulenta in sede pancreatica e peripancreatica.

La paziente, quindi, conveniva in giudizio l’Azienda O.G.P., al fine di vedere riconosciuto il proprio diritto al risarcimento dei danni subiti a seguito dell’intervento chirurgico a cui era stata sottoposta.

Il Tribunale di Palermo condannava l’Azienda Ospedaliera al pagamento della somma di Euro 32.500,00 a favore della paziente per il ristoro del danno dalla stessa subito nel corso dell’intervento di pancreasectomia distale, a cui era stata sottoposta, per errore commesso dalla equipe medica che si trovò ad operare, asseritamente consistente nella resezione accidentale della arteria splenica.

L’Azienda Ospedaliera provvedeva a liquidare l’importo in favore della paziente.

La Procura contabile ha ritenuto di ravvisare nella fattispecie de qua una ipotesi di danno erariale ed ha, invitato a dedurre sui fatti l’intera equipe medica presente in sala operatoria il giorno dell’intervento, ritenendo di convenire in giudizio unicamente i due medici titolari, mentre ha archiviato la posizione, di due giovani specializzandi ai quali ha riconosciuto una posizione meramente esecutiva e del tutto marginale.

Esiste nesso causale tra il danno subito dall’Ente Pubblico e la condotta dei medici?

Secondo la Procura l’emorragia sopravvenuta deve ricondursi ad un grossolano errore dell’equipe medica che ha concluso la pancreasectomia, consistito nelle resezione accidentale dell’arteria splenica. Le difese dei convenuti, evidenziando il lungo lasso temporale a distanza del quale è sopraggiunta l’emorragia, ritenendo che la resezione dovesse considerarsi, non già, come la conseguenza di un grossolano errore commesso in sala operatoria, bensì una conseguenza prevedibile ma non prevenibile dell’intervento, probabilmente dovuta ad una precoce caduta della escara o ad un precoce riassorbimento dei punti di sutura.

Ebbene, nelle ipotesi di danno indiretto come quella in esame, atteso che la sentenza civile non fa stato nel processo per responsabilità amministrativa, il giudice deve procedere ad una autonoma valutazione dei fatti prospettati alla luce dei principi che sorreggono il processo contabile, attraverso una scrupolosa valutazione, caso per caso, degli elementi concreti della fattispecie, al fine di addivenire alla valutazione di una eventuale sussistenza di un nesso eziologico tra il fatto – evento, così come prospettato ed il danno erariale contestato.

Nel caso in esame i fatti sono stati descritti dall’attore pubblico attraverso la ricostruzione operata dal Giudice civile che ha deciso sull’azione di risarcimento avanzata dalla paziente nei confronti dell’Azienda Ospedaliera.

La Procura contabile, nel suo atto introduttivo, ha affermato che “(…) l’attività medico – chirurgica espletata in occasione del primo intervento, come si evince dalla Relazione del dott. B. (ndr. Consulente di ufficio in sede civile), risulta inficiata da comportamenti censurabili a carico dei sanitari che la effettuarono, è stata chiaramente connotata la colpa grave per inescusabile negligenza ed imperizia, atteso che la lesione dell’arteria splenica denota una scarsa attenzione nell’esecuzione dell’operazione e si colloca in relazione di causa diretta con l’emorragia intraperitoneale (che ha richiesto un secondo intervento) con il danno funzionale e conseguente lesività a carattere permanente”, ed ha ritenuto che i medici abbiano commesso un grossolano errore tecnico, con violazione delle più comuni regole di perizia, prudenza e diligenza medica.

Ebbene, la Procura, aderendo alla tesi del giudice civile, ha ritenuto che l’emorragia manifestatasi dopo dodici giorni dall’intervento fosse riconducibile ad un errore tecnico commesso dai medici e, precisamente, alla resezione accidentale dell’arteria splenica nel corso dell’intervento di pancreasectomia distale. I consulenti di parte, hanno evidenziato, invece, che il sanguinamento tardivo deve essere considerato tra i possibili rischi derivanti dell’intervento di pancreasectomia, in quanto evento prevedibile, ma non prevenibile, successivo all’operazione.

L’evento prevedibile, ma non prevenibile può essere fonte di responsabilità?

Non sempre. Nel caso de quo, la Corte ha osservato che la resezione accidentale di un’arteria di consistente diametro, come è l’arteria splenica, essendo una tra le arterie più importanti dell’addome, non sarebbe potuta passare inosservata in sala operatoria ma avrebbe causato una emorragia immediata e consistente per la fuoriuscita rapida di sangue in sincronia con le pulsazioni cardiache, con conseguente immediata alterazione dei valori ematici della paziente fino anche al raggiungimento in breve tempo dell’evento infausto, in caso di mancato pronto intervento.

Ebbene, l’emorragia che ha costretto la paziente a subire un secondo intervento, deve considerarsi un evento prevedibile ma non prevenibile, dovuta ad un sanguinamento tardivo non ricollegabile ad alcun errore grossolano commesso in sala operatoria dai sanitari convenuti in giudizio.

Le risultanze della cartella clinica come fonte di prova.

Se i fatti trovano un riscontro obiettivo nelle risultanze della cartella clinica, secondo la Corte dei Conti, costituiscono fonte di prova, essendo tali le risultanze stesse, fino a querela di falso, limitatamente alle trascrizioni concernenti le attività espletate nel corso della terapia e del ricovero.

La Corte, infatti, con la sentenza n. 290 depositata il 29 marzo 2018, mostra di aderire all’orientamento della Cassazione espresso nella sentenza n. 25568 del 2011.

Alla luce delle su esposte argomentazioni, la domanda formulata dalla Procura erariale nei confronti dei sanitari convenuti non è stata ritenuta meritevole di accoglimento e, come tale, è stata essere respinta.

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

 

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la colpa medica

Nella sentenza i Giudici rilevano come dal materiale probatorio acquisito emerga l’assenza del nesso di causalità tra l’operato dell’imputato ed il decesso, per cui non esiste la colpa medica

Per la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione (sentenza 13 settembre 2017 – 27 marzo 2018, n. 14033 –Presidente Savani – Relatore Socci), la colpa medica non è addebitabile al primario del reparto di Chirurgia pediatrica, per la morte di un bambino, a cui in ospedale aveva somministrato due cucchiai di olio di ricino contro la stitichezza, ignorando l’effettiva origine del problema del piccolo paziente.

Ma vediamo quali sono le motivazioni che hanno supportato il ragionamento della Suprema Corte,

I fatti

La Corte di appello di Palermo, in sede di rinvio per l’annullamento della precedente sentenza con la decisione della Cassazione, ha riformato la decisione di condanna primo grado del Tribunale di Trapani, con l’assoluzione di un sanitario perché il fatto non sussiste relativamente al reato di cui agli art. 40, 113 e 589, comma 1, cod. pen.. L’imputato aveva rinunciato alla prescrizione.
Le parti civili propongono ricorso per Cassazione e impugna la decisione anche la Procura Generale presso la Corte di appello di Palermo.

La Cassazione con la decisione di annullamento della precedente sentenza aveva circoscritto la nuova indagine della Corte di merito, da un lato, alla sussistenza dell’elemento soggettivo della responsabilità colposa e, dall’altro, al nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva del sanitario e l’evento morte. Sia la Procura generale e sia le parti civili avevano richiesto alla Corte di appello, in sede di rinvio, la riapertura dell’istruzione dibattimentale, proprio per dare concreta attuazione ai dettami contenuti nella sentenza di annullamento della Cassazione.

La rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale

I ricorrenti richiedono l’annullamento della sentenza, sostanzialmente, per non aver accolto l’istanza di riapertura dell’istruttoria dibattimentale, relativamente alla richiesta perizia collegiale, sugli aspetti della vicenda in esame.

Nel giudizio d’appello, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, prevista dall’art. 603, comma primo, cod. proc. pen., è subordinata alla verifica dell’incompletezza dell’indagine dibattimentale ed alla conseguente constatazione del giudice di non poter decidere allo stato degli atti senza una rinnovazione istruttoria; tale accertamento è rimesso alla valutazione del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se correttamente motivata (cfr. Sez. 6, n. 8936 del 13/01/2015 -dep. 27/02/2015, Leoni, Rv. 26262001).
Ebbene per gli Ermellini la decisione impugnata è adeguatamente motivata, senza contraddizioni e senza manifeste illogicità, rilevando come «le risposte degli eventuali nuovi periti da nominare riguarderebbero quesiti che esulano dalla condotta ascritta all’imputato nel capo di imputazione e a fronte della quale egli è chiamato a rispondere e, precisamente, “l’avere omesso, di diagnosticare la malattia di Hirschprung”, “l’avere omesso, di conseguenza, di somministrare o comunque prescrivere la idonea terapia chirurgica”, nonché “l’avere prescritto due cucchiai di olio di ricino che, a causa dell’insorgere di un vomito incoercibile, avrebbe accelerato lo shock ipovolemico e diselettrolitico ed il conseguente collasso cardiocircolatorio”, condotte con riferimento alle quali tutti i periti e consulenti che hanno agito nel processo si sono già espressi in senso univoco; che, conseguentemente, non può trovare accoglimento la richiesta di riapertura dell’istruzione dibattimentale formulata dal P.G. esulando dai limiti del giudizio imposto dalla Corte di Cassazione in sede di rinvio».

Ma la perizia è una prova decisiva?

Per la Corte di Cassazione no, atteso che  rileva che la perizia non può ritenersi prova decisiva, al contrario di quanto ritenuto dai ricorrenti: «La perizia non rientra nella categoria della “prova decisiva” ed il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell’art. 606, comma primo, lett. d), cod. proc. pen., in quanto costituisce il risultato di un giudizio di fatto che, se sorretto da adeguata motivazione, è insindacabile in Cassazione» (cfr. Sez. 6, n. 43526 del 03/10/2012 – dep. 09/11/2012, Ritorto e altri, Rv. 25370701; nello stesso senso Sez. 4, n. 7444 del 17/01/2013 – dep. 14/02/2013, Sciarra, Rv. 25515201).

Il nesso di causalità tra l’operato dell’imputato ed il decesso, necessario per rilevare la colpa medica

Nella sentenza i Giudici rilevano come dal materiale probatorio acquisito emerga con tutta evidenza l’assenza del nesso di causalità tra l’operato dell’imputato ed il decesso (assente quindi la colpa medica); infatti, per la sentenza impugnata, «tutti i periti sentiti nel giudizio di primo grado, fatta eccezione di quelli dell’imputato, hanno concluso che la prescrizione dell’olio di ricino da parte dell’imputato dopo la visita effettuata al piccolo Ma. la mattina del 7 luglio 2007 era da considerarsi non corretta dal punto di vista sanitario in considerazione delle particolari condizioni di salute del paziente conosciute dal Do., trattandosi in ogni caso di un rimedio eccessivo per un bambino di piccola età, così come hanno concordato che tale somministrazione era da considerare la causa prima dell’episodio di vomito avvenuto dopo circa trenta minuti dalla somministrazione del primo cucchiaio dell’olio di ricino”.

Ma che tale somministrazione accelerasse lo shock ipovolemico e diselettrolitico ed il conseguente collasso cardiocircolatorio non viene affermato da alcuno.

In particolare gli Ermellini si soffermano sull’utilizzo del termine accelerava  che sta a significare che lo shock sarebbe comunque insorto.

E se  è certamente rimproverabile all’imputato sotto il profilo strettamente professionale la circostanza di avere prescritto al bambino la somministrazione di due cucchiai di olio di ricino, tale terapia suggerita e praticata può essere collegata come determinante solamente al vomito e alla incidenza di questo sul verificatosi shock ipovolemico e diselettrolitico, ma non già all’evento morte successivo di cui non costituisce neanche concausa, giacché l’evento tipico era quello di un grave effetto emetico indotto dall’olio di ricino, e di una conseguente disidratazione, non correlabile, però, per espressa indicazione dei periti, a un rischio morte, non ipotizzabile in astratto, né in concreto giustificato dalla tenera età e dalle condizioni del bambino, in realtà non allarmanti al momento della visita secondo altrettanta univoca indicazione peritale.

Da tanto discende che la perizia collegiale sarebbe stata meramente esplorativa, di indagine, e pertanto non decisiva e né idonea a modificare il già chiaro quadro probatorio, come adeguatamente motivato dalla decisione impugnata e che ex art. 603, cod. proc. pen. poiché la Corte di appello ha rilevato la possibilità di decidere allo stato degli atti, non sussiste un vizio di legittimità della decisione, trattandosi, come visto, di valutazione di merito, insindacabile se correttamente motivata (vedi la citata Sez. 6, n. 8936 del 13/01/2015 – dep. 27/02/2015, Leoni, Rv. 26262001).

Tra l’altro, nel corso del giudizio di appello nessuno aveva richiesto la rinnovazione dell’istruttoria e la sentenza di annullamento della Cassazione,  nell’accogliere il ricorso dell’imputato non ha richiesto affatto nuove perizie, ma ha, solo ed esclusivamente, evidenziato «gravi carenze motivazionali e manifeste illogicità che devono condurre al suo annullamento, con rinvio, per nuovo esame».

Gli Ermellini hanno, quindi, affermato il seguente principio di diritto:

«Nel giudizio d’appello, in esito al rinvio per annullamento della Cassazione, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (nella specie una perizia collegiale, in considerazione delle numerose perizie già effettuate), prevista dall’art. 603, comma primo, cod. proc. pen., è subordinata alla verifica dell’incompletezza dell’indagine dibattimentale ed alla conseguente constatazione del giudice di non poter decidere allo stato degli atti senza una rinnovazione istruttoria; la perizia inoltre non rientra nella categoria della “prova decisiva” ed il relativo provvedimento di diniego, in appello, non è sanzionabile ai sensi dell’art. 606, comma primo, lett. d), cod. proc. pen., in quanto costituisce il risultato di un giudizio di fatto che, se sorretto da adeguata motivazione, è insindacabile in Cassazione, in particolare se la perizia richiesta risulta esplorativa e relativa peraltro ad accertamenti già effettuati dalle parti e nel dibattimento dal giudice (tentativo di rivalutare tutte le precedenti perizie)».

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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LE 10 REGOLE DELLA CORTE: IL DANNO DINAMICO-RELAZIONALE

 

dinamico-relazionale

Ottimo lo spunto sulla definizione di “peculiare aspetto dinamico-relazionale del danneggiato”, mentre rimane l’equivoco interpretativo circa l’effettiva valenza tecnica della “invalidità permanente biologica” ai fini dell’esaustività del risarcimento del danno

Un giudizio relativo ad un sinistro stradale ha dato modo alla Terza Sezione Civile della Suprema Corte con l’ordinanza n. 7513 depositata il 27 marzo 2018, Relatore Dott. Marco Rossetti, di affrontare con grande spessore e con la consueta estrema chiarezza, la tematica definitoria del danno non patrimoniale con riferimento al danno biologico ed al suo aspetto dinamico-relazionale nell’ottica della personalizzazione della liquidazione richiesta.

Si tratta di un vero e proprio vademecum.

I fatti.

Un uomo riporta a seguito di un sinistro stardale, avvenuto in uno spostamento per motivi di lavoro, un’invalidità superiore al 38%.

Il giudice di prime cure aumenta del 25% la misura del risarcimento tenendo conto del grave e permanente danno dinamico-relazionale della vittima che, a seguito dell’incidente aveva dovuto rinunciare a tutta una serie di attività.

La Corte territoriale, accogliendo il ricorso dell’assicurazione, ritiene che non fosse dovuta la maggiorazione, essendo considerata normale la circostanza che in caso di invalidità alcune delle facoltà andassero perse.

Il danneggiato si è quindi rivolto in Cassazione con un articolato ricorso con ben undici motivi, alcuni dei quali accolti dagli Ermellini, ad eccezione di quelli sul danno biologico.

Il danno dinamico-relazionale

Gli Ermellini hanno precisato cosa sia il “danno dinamico-relazionale”, espressione utilizzata, per la prima volta, nel D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13, in cui si stabilì che oggetto dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro fosse l’indennizzo del danno biologico, per poi ricomparire nella L. 5 marzo 2001, n. 57, art. 5, con la quale si intervenne sulla disciplina dei danni causati dalla circolazione dei veicoli.

Assume rilievo anche il D.M. 3 luglio 2003, in cui si afferma che la commissione ministeriale incaricata di redigere la tabella delle menomazioni vi aveva provveduto assumendo a base del proprio lavoro la nozione di “danno biologico” desumibile sia dal D.Lgs. n. 38 del 2000, sia dalla L. n. 57 del 2001: ovvero la menomazione dell’integrità psico-fisica della persona, “la quale esplica una incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti personali dinamico-relazionali della vita del danneggiato”.

Quindi, anche nel suddetto decreto, con l’espressione “compromissione degli aspetti dinamico-relazionali” non si volle indicare un danno a sé stante, ma venne usata come perifrasi del concetto di “danno biologico”.

Ed ancora, nell’ulteriore “Allegato 1” del suddetto testo, si soggiunge che “ove la menomazione incida in maniera apprezzabile su particolari aspetti dinamico-relazionali personali, lo specialista medico legale dovrà fornire motivate indicazioni aggiuntive che definiscano l’eventuale maggiore danno“. Pertanto, il danno biologico consiste in una “ordinaria” compromissione delle attività quotidiane; nel caso in cui esso, a causa della specificità del caso, abbia compromesso non attività comuni, ma attività “particolari”, ovvero i “particolari aspetti dinamico-relazionali”, di questa perdita dovrebbe tenersi conto nella determinazione del grado di invalidità permanente.

La decisione della Cassazione: evitare i “mantra”.

La Corte di Cassazione tenta di mettere ordine nel caos del danno non patrimoniale che, nell’ultimo decennio, nonostante l’intervento alla fine del 2008 delle Sezioni Unite con il notissimo quartetto di sentenze di San Martino, sembra essersi fatto ancora più fitto.

Gli Ermellini hanno osservato che in materia di danno non patrimoniale “la legge contiene pochissime e non esaustive definizioni; quelle coniate dalla giurisprudenza di merito e dalla prassi sono usate spesso in modo polisemico; quelle proposte dall’accademia obbediscono spesso agli intenti della dottrina che le propugna.

Accade così che lemmi identici vengano utilizzati dai litiganti per esprimere concetti diversi, ed all’opposto che espressioni diverse vengano utilizzate per esprimere il medesimo significato.
 Questo stato di cose ingenera somma confusione, ed impedisce altresì qualsiasi seria dialettica, dal momento che ogni discussione scientifica è impossibile in assenza d’un lessico condiviso.
L’esigenza del rigore linguistico come metodo indefettibile nella ricostruzione degli istituti è stata già segnalata dalle Sezioni Unite di questa Corte, allorchè hanno indicato, come precondizione necessaria per l’interpretazione della legge, la necessità di “sgombrare il campo di analisi da (…) espressioni sfuggenti ed abusate che hanno finito per divenire dei “mantra” ripetuti all’infinito senza una preventiva ricognizione e condivisione di significato (…), (che) resta oscuro e serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità concettuale nonchè la pigrizia esegetica” (sono parole di Sez. U, Sentenza n. 12310 del 15/06/2015).

La Corte ha stabilito che “il riconoscimento conseguente ad un determinato grado di invalidità riconosciuta, comporta la menomazione degli aspetti “dinamico relazionali”, conseguenza normale di un danno diverso”.

Naturalmente, caso diverso è quello in cui la particolarità del caso abbia reso più gravi le conseguenze della menomazione, tale da giustificare un aumento del risarcimento del danno biologico con l’aggiunta del danno morale.

Le dieci regole.

In virtù di tanto gli Ermellini hanno predisposto dieci regole per individuare e risarcire il danno alla salute, che riassumono i principi esposti nella sentenza:

  • l’ordinamento prevede e disciplina soltanto due categorie di danni: quello patrimoniale e quello non patrimoniale.
  • Il danno non patrimoniale (come quello patrimoniale) costituisce una categoria giuridicamente (anche se non fenomeno logicamente) unitaria.
  • “Categoria unitaria” vuol dire che qualsiasi pregiudizio non patrimoniale sarà soggetto alle medesime regole e ad i medesimi criteri risarcitori (artt. 1223, 1226, 2056, 2059 c.c.).
  • Nella liquidazione del danno non patrimoniale il giudice deve, da un lato, prendere in esame tutte le conseguenze dannose dell’illecito; e dall’altro evitare di attribuire nomi diversi a pregiudizi identici.
  • In sede istruttoria, il giudice deve procedere ad un articolato e approfondito accertamento, in concreto e non in astratto, dell’effettiva sussistenza dei pregiudizi affermati (o negati) dalle parti, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, opportunamente accertando in special modo se, come e quanto sia mutata la condizione della vittima rispetto alla vita condotta prima del fatto illecito; utilizzando anche, ma senza rifugiarvisi aprioristicamente, il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni, e senza procedere ad alcun automatismo risarcitorio.
  • In presenza d’un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale: ovvero il danno dinamico-relazionale).
  • In presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed affatto peculiari. Le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.
  • In presenza d’un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perchè non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sè, la paura, la disperazione).
  • Ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (come è confermato, oggi, dal testo degli artt. 138 e 139 cod. ass., così come modificati della L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, nella parte in cui, sotto l’unitaria definizione di “danno non patrimoniale”, distinguono il danno dinamico relazionale causato dalle lesioni da quello “morale”).
  • Il danno non patrimoniale non derivante da una lesione della salute, ma conseguente alla lesione di altri interessi costituzionalmente tutelati, va liquidato, non diversamente che nel caso di danno biologico, tenendo conto tanto dei pregiudizi patiti dalla vittima nella relazione con se stessa (la sofferenza interiore e il sentimento di afflizione in tutte le sue possibili forme, id est il danno morale interiore), quanto di quelli relativi alla dimensione dinamico-relazionale della vita del soggetto leso. Nell’uno come nell’altro caso, senza automatismi risarcitori e dopo accurata ed approfondita istruttoria.

 

La parola passa adesso al giudice del rinvio.

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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DANNO ALLA PERSONA: CHE REGOLE SONO PREVISTE PER IL SUO RISARCIMENTO?

Morì per una emorragia interna in gravidanza

Da più parti definita come una pronuncia storica, quella sulla trattativa Stato-mafia è una sentenza destinata a segnare uno spartiacque importante 

È una sentenza definita “storica”, ma anche “politica”, quella pronunciata dalla Seconda Sezione della Corte di Assise di Palermo, il 20 aprile 2018, che ha definito il processo per la c.d. Trattativa Stato-Mafia, durato ben 5 anni, in cui si sono svolte circa 220 udienze e c’è stato l’ascolto di oltre 200 testimoni.

I giudici sono entrati in camera di consiglio il 16 aprile e hanno emesso il verdetto il 20 aprile nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, dopo una settimana di Camera di Consiglio.

In poco più di sette minuti il Presidente della Corte d’Assisse, dott. Alfredo Montalto, leggendo il dispositivo della sentenza ha ribadito che la Trattativa tra Cosa Nostra e organi dello Stato c’è stata e ad averla condotta sono stati i boss mafiosi, Ufficiali del Ros dei Carabinieri e il fondatore di Forza Italia.

Il processo di primo grado si è concluso con le condanne per gli ex vertici del Ros (Mori e Subranni a 12 anni, De Donno a 8), per Dell’Utri (12 anni), per Massimo Ciancimino (8 anni) e per i boss Bagarella (28 anni) e Cinà (12 anni). Assolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino: il fatto non sussiste.

Ma cos’è la ” trattativa Stato-mafia”?

Fu una negoziazione tra importanti vertici dello Stato e rappresentanti di Cosa nostra finalizzata a fare cessare gli attentati e le stragi degli anni 1992-1993. Il suo obiettivo era quello di indurre lo Stato a piegarsi alle richieste di Cosa nostra, ponendo fine alla “stagione stragista” in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis.

Il pool di giudici di Palermo, guidato da Giovanni Falcone, aveva condannato ad anni di carcere duro centinaia di mafiosi, proprio applicando l’art. 41 bis.

La trattativa sarebbe consistita in due fasi distinte, prima e dopo le stragi che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La prima, va dal 1985 al 1992, che coincidono con gli anni in cui si svolgono le indagini del pool antimafia e il maxi processo e la seconda, negli anni ’93-’94 con l’insediamento del Governo Ciampi, che vide confermati Giovanni Conso alla Giustizia e Nicola Mancino allʼInterno. E fu proprio allora che venne revocata la legge 41 bis che prevede il “carcere duro” per la criminalità organizzata.

La decisione ripercorre la storia della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda.

Il sostituto procuratore della Repubblica, dott. Nino Di Matteo, unico titolare dell’inchiesta, ha commentato che “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa Nostra e l’allora Governo Berlusconi che si era da poco insediato”.

Gli imputati sono stati riconosciuti tutti colpevoli del reato di cui all’art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un corpo politico ammnistrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti), avendo intimidito il Governo minacciando altre stragi nel caso in cui non fosse cessata l’offensiva antimafia di ben tre governi che si sono succeduti alla guida dell’Italia tra il 1992 ed il 1994.

Critiche sono state mosse alla sentenza da alcuni studiosi di diritto penale basate sul fatto che il Governo italiano non è un organo politico ma costituzionale e la tutela degli organi costituzionali è assicurata da un’altra norma del codice penale, ossia l’articolo 289 che, peraltro, è stato modificato nel 2006.

E nella nuova formulazione della norma non si parla di minaccia bensì di ‘atti violenti’, ed è questo il motivo per cui la Procura alla fine ha ripiegato sull’articolo 338. Ma resta il problema di fondo: la pressione sul governo da parte della mafia e dei concorrenti nel reato, ipotizzata dalla pubblica accusa, ricade solo nella previsione dell’articolo 289. Errata sarebbe, quindi, la scelta del reato.

Sono ben dieci milioni di euro la somma che è stata riconosciuta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, parte lesa nel processo, costituitasi parte civile.

Polemiche anche le dichiarazioni dei difensori degli imputati, che hanno registrato una grande delusione, e che attenderanno i novanta giorni previsti per il deposito delle motivazioni della sentenza per appellare la decisione.

Il p.m. Vittorio Teres, ha detto: “Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia”.

                                                                                                      

 

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

 

 

 

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MONDO MEDICO È A RISCHIO DI INFILTRAZIONI MAFIOSE: ALLARME DA FNOMCEO

errore del sanitario

La Cassazione (12.04.2018, n. 9048 – Rel. Rossetti) entra nel merito sul diritto al risarcimento per i fratelli postumi in caso di errore del sanitario

I coniugi Di.Pa.Ci. e D.S.G. , sia in proprio che quali rappresentanti ex lege dei propri figli minori, convennero dinanzi al Tribunale di Napoli l’Università degli Studi di (OMISSIS) esponendo che:

la donna aveva dato alla luce il proprio figlio primogenito, nel reparto di ginecologia ed ostetricia del Policlinico Universitario, gestito dall’Università.

Il bimbo nacque con un grave ritardo neuromotorio dovuto ad ipossia cerebrale intra partum e secondo gli attori il danno fu causato dalla colpevole condotta dei sanitari del Policlinico Universitario, i quali nonostante un evidente quadro sintomatico di sofferenza fetale, non eseguirono prontamente un parto cesareo, non sorvegliarono adeguatamente la gestante durante il travaglio, e comunque le somministrarono dosi eccessive di ossitocina, che si rivelarono controproducenti rispetto al felice esito del parto.

L’Università si costituisce, negando la propria responsabilità e contestando il quantum debeatur.

Il Tribunale di Napoli accolse la domanda e la sentenza viene appellata da tutte le parti.

La Corte territoriale ha accolto parzialmente tanto l’appello principale proposto dall’Università, che quello incidentale proposto dai genitori, sia in proprio che quali rappresentanti dei propri figli minori, ritenendo, invece, che non spettasse alcun risarcimento ai minori D.P.R. e D.P.C. , fratelli postumi del bimbo deceduto, poiché, essendo nati dopo quest’ultimo, non poteva dirsi sussistente un valido nesso di causa fra l’ errore dei sanitari e il danno da essi lamentato.

La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione sia dai fratelli che dall’Università.

In quale caso sussiste il giudicato interno sulla qualificazione giuridica?

I ricorrenti lamentano, in primis, la formazione del giudicato sulla qualificazione giuridica della loro domanda, per trarne la conseguenza che, definitivamente qualificata la loro azione come extracontrattuale, essi avevano diritto al risarcimento anche dei danni imprevedibili, dal momento che l’irrisarcibilità di questi ultimi è prevista dall’art. 1225 c.c. per le sole ipotesi di inadempimento contrattuale.

Contro tale tesi però contrasta con la circostanza che l’appello proposto dall’Università, col quale si contestava l’esistenza e la risarcibilità del danno patito da fratelli postumi della vittima primaria, ha impedito la formazione di qualsiasi giudicato tanto sull’esistenza del danno, quanto sulla sua derivazione causale dall’illecito, quanto, infine, sulla sua risarcibilità

Per gli Ermellini è possibile che il giudicato possa formarsi anche sulla qualificazione giuridica della domanda adottata dal primo giudice (ex multis, Cass., n. 1152; Cass., n. 18427 del 2013.

Questa regola ha tuttavia un limite, nel senso che “nessun giudicato può formarsi sulla qualificazione giuridica data dal primo giudice alla domanda, quando l’appellante, pur non contestando formalmente quella qualificazione, col suo gravame sottoponga comunque al giudice d’appello una questione tale che, per essere accolta, presuppone una qualificazione giuridica della domanda diversa da quella adottata dal primo giudice”.

E quali implicazioni comporta?

Questo principio, applicato alla materia del risarcimento del danno, comporta che quando la pronuncia sull’esistenza e sulla risarcibilità del danno civile dipenda dalla qualificazione della domanda, l’appello con cui si deduca l’inesistenza del danno rimette necessariamente in discussione anche la suddetta qualificazione, ed impedisce la formazione del giudicato.

Nel caso de quo, essendo stata accolta dal giudice di prime cure la domanda di risarcimento del danno, ed una volta proposta impugnazione avverso il capo di sentenza che ha ritenuto esistente quel danno, il giudice d’appello venne per ciò solo investito del potere di riqualificare ex officio la domanda di risarcimento (cfr. Cass., n. 2374 del 1977 in seguito sempre conforme) e, a tale principio, mostrano, con la sentenza in esame, gli Ermellini dare continuità.

E’ configurabile un danno per i fratelli postumi?

La Cassazione osserva che tra la condotta dei medici e quel danno non v’è, in primo luogo, causalità materiale, spiegando che il concepimento e la nascita d’un essere umano sono conseguenze di atti umani coscienti e volontari, come tali capaci di interrompere qualsiasi nesso di causa.

Da tanto consegue, secondo gli Ermellini, che la scelta dei genitori degli odierni ricorrenti di generare dei figli non può dirsi “conseguenza” dell’errore commesso dai sanitari. E se quella scelta non fu conseguenza dell’errore medico, nemmeno potrà esserlo il disagio e gli altri pregiudizi lamentati dagli odierni ricorrenti, venuti al mondo per effetto di quella scelta”.

Esiste un rapporto di causalità giuridica?

No, perché le Sezioni Unite della Corte, chiamate a comporre i contrasti circa l’interpretazione dell’art. 1223 c.c., e sul modo di intendere il concetto di “danni immediati e diretti”, hanno stabilito che:

1) i danni “mediati e indiretti”, che l’art. 1223 c.c. esclude dal novero della risarcibilità, non vanno confusi coi danni c.d. “di rimbalzo o di riflesso”, i quali pure possono essere considerati conseguenza immediata e diretta dell’illecito;

2) i danni “da rimbalzo” sono quelli che:

  1. a) costituiscono una “conseguenza indefettibile” dell’illecito;
  2. b) attingono in modo immediato persone diverse dalla vittima primaria dall’illecito;
  3. c) attingono persone collegate da un “legame significativo” già esistente con il soggetto danneggiato in via primaria (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 9556 del 2002).

Ebbene, nel caso de quo, nessuno dei requisiti indicati sub 2) sussiste: non il primo, perché la nascita degli odierni ricorrenti non può dirsi una “conseguenza indefettibile” dell’errore commesso dai medici, non il secondo, perché manca l’immediatezza e non il terzo, perché al momento della commissione dell’illecito non esisteva ancora alcun “legame significativo” tra la vittima primaria ed i suoi fratelli, suscettibile di essere attinto dall’illecito.

E sul piano della logica formale?

Secondo gli Ermellini, le deduzioni dei ricorrenti non appaiono condivisibili sul piano della logica formale, in quanto ammettere che il fratello postumo di un bimbo nato invalido per colpa di un medico possa domandare a quest’ultimo il risarcimento del danno consistito nel nascere in una famiglia non serena, produrrebbe degli effetti paradossali; infatti, in teoria, anche “la madre potrebbe essere ritenuta responsabile del suddetto danno, per aver messo al mondo un secondo figlio, pur sapendo della preesistenza d’un fratello invalido, non solo nel caso di errore medico, ma dinanzi a qualsiasi fatto illecito lesivo dell’integrità psicofisica, tutti i parenti postumi della vittima primaria potrebbero domandare un risarcimento al responsabile; e sinanche il coniuge che contragga le nozze dopo l’infortunio del partner sarebbe legittimato alla richiesta di risarcimento, senza limiti di generazioni o di tempo. E non solo nel caso di danno non patrimoniale, ma anche per il danno patrimoniale i nati postumi potrebbero domandare il risarcimento all’autore dell’illecito: così, ad esempio, i figli postumi del creditore insoddisfatto potrebbero pretendere il danno dal debitore insolvente, per essere nati in una famiglia povera.

La reductio ad absurdum.

L’evidente insostenibilità di tali approdi evidenzia, in virtù della regola della reductio ad absurdum, l’erroneità del presupposto su cui si fondano, e cioè che persone non solo non nate, ma neanche concepite al momento della commissione del fatto illecito, possano domandare al responsabile di questo un risarcimento.

Come si quantifica il danno da perdita definitiva della capacità lavorativa patita da un neonato?

Il danno patrimoniale derivante dalla perdita definitiva della capacità di lavoro è un danno permanente, che può essere liquidato sia in forma di rendita (art. 2057 c.c.), sia in forma di capitale.

La Corte osserva che la c.d. “incapacità lavorativa” non è il danno: essa è solo la causa del danno, il quale è invece costituito dalla perdita o dalla riduzione del reddito da lavoro (cfr. Cass. n. 3961 del 1999).

Se l’infortunio totalmente invalidante è patito da un lavoratore, la causa (perdita della capacità di lavoro) e l’effetto (perdita del reddito) sono contestuali. Quando si verifica la prima, sorge anche il secondo, e di conseguenza si dovrà procedere alla sommatoria dei redditi passati, ed alla capitalizzazione dei redditi futuri, in base ad un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età della vittima al momento della liquidazione.

Se, invece, la perdita della capacità di lavoro sia patita da soggetto che non abbia ancora raggiunto l’età lavorativa, si verifica uno scarto temporale tra il momento in cui si verifica la causa di danno (la perdita della capacità di lavoro) e quello in cui si manifesterà il suo effetto (la perdita del reddito da lavoro).

Quest’ultimo infatti non sorge al momento del fatto illecito, per l’ovvia considerazione che il minore, anche se fosse rimasto sano, non avrebbe comunque prodotto redditi, e di conseguenza non poteva perderli.

Il danno patito dal minore che perda la capacità di lavoro inizierà, invece, a prodursi nel momento in cui la vittima, raggiunta l’età nella quale, se fosse rimasto sano, avrebbe verosimilmente iniziato a lavorare, dovrà rinunciare al lavoro ed al reddito da esso ricavabile.

Come si applica il metodo della capitalizzazione?

Si può ricorrere a due sistemi:

  1. a) capitalizzare il reddito perduto in base ad un coefficiente corrispondente all’età della vittima al momento del danno, e poi ridurre il risultato moltiplicandolo per il c.d. coefficiente di minorazione per anticipata capitalizzazione;
  2. b) capitalizzare il reddito perduto in base ad un coefficiente corrispondente all’età della vittima al momento in cui avrebbe presumibilmente iniziato a lavorare.

Ragionando in maniera difforme da tanto la vittima si vedrebbe assegnare una somma di denaro a titolo di ristoro di redditi mai perduti, e ciò costituirebbe una violazione dell’art. 1223 c.c..

La Corte rileva che la sentenza impugnata non si è attenuta a questi principi, in quanto con il proprio atto d’appello, l’Università lamentava il fatto che la Corte d’appello avesse liquidato il danno da perdita della capacità di lavoro patito da D.P.F. omettendo di capitalizzare il reddito da questi perduto in base ad un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età che la vittima avrebbe avuto al momento di ingresso nel mondo del lavoro.

Ebbene, la Corte territoriale ha rigettato tale doglianza travisandone interamente il senso avendo ritenuto che era facoltà del Tribunale, nel liquidare equitativamente il danno in questione, fare riferimento alla “pensione sociale del giorno in cui è stata decisa la controversia, anziché a quella del giorno dell’evento.

Per la Corte di Cassazione, pertanto, la sentenza va dunque cassata con rinvio su questo punto e la Corte d’appello di Napoli, nel tornare ad esaminare la doglianza proposta dall’Università, dovrà attenersi ai seguenti principi di diritto:

(A) Il danno da perdita della capacità di lavoro deve essere liquidato:

(à) sommando e rivalutando i redditi già perduti dalla vittima tra il momento del fatto illecito e il momento della liquidazione;

(à’) capitalizzando i redditi che la vittima perderà dal momento della liquidazione in poi, in base ad un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età della vittima al momento della liquidazione.

(B) Quando il danno da perdita della capacità di lavoro sia patito da persona che al momento del fatto non era in età da lavoro, la liquidazione deve avvenire:

(b’) sommando e rivalutando i redditi figurativi perduti dalla vittima tra il momento in cui ha raggiunto l’età lavorativa, e quello della liquidazione;

(b’’) capitalizzando i redditi futuri, che la vittima perderà dal momento della liquidazione in poi, in base ad un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età della vittima al momento della liquidazione;

(b’’’) se la liquidazione dovesse avvenire prima del raggiungimento dell’età lavorativa da parte della vittima, la capitalizzazione dovrà avvenire o in base ad un coefficiente corrispondente all’età della vittima al momento del presumibile ingresso nel mondo del lavoro; oppure in base ad un coefficiente corrispondente all’età della vittima al momento della liquidazione, ma in questo caso previo abbattimento del risultato applicando il coefficiente di minorazione per anticipata capitalizzazione.

 

Avv. Maria Teresa De Luca

 

 

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RESPONSABILITÀ PROFESSIONALE DEL MEDICO: ORIENTAMENTI NORMATIVI

multe contestate

Sono nulle le multe contestate con rilevazione elettronica della velocità se la cartellonistica che segnala la postazione è imbrattata, inducendo in errore l’automobilista

Con la sentenza n. 857 depositata il 28 marzo 2018, il Giudice di Pace di Fermo, avv. Giuseppe Fedeli, si è pronunciato in tema di legittimità delle multe contestate mediante postazioni controllo elettronico della velocità.

I fatti

Al ricorrente erano state contestate tre infrazioni  all’art. 142, comma 7, del codice della strada, per aver superato i limiti di velocità, aumentate in quanto commesse in orario notturno. Le infrazioni erano state rilevate a mezzo di un misuratore di velocità istantanea a postazione fissa (modello Celeritas Evo 1506).

Il cartello che segnalava la postazione risultava imbrattato di vernice e dallo stesso risultava cancellata la parola “media”.

La preventiva segnalazione delle postazioni di controllo elettronico della velocità

Il codice della strada (cfr. art. 142, comma 6-bis c.s.) stabilisce che le postazioni di controllo elettronico della velocità, ossia tutor, autovelox e telelaser devono essere preventivamente segnalate con cartelli ben visibili o dispositivi di segnalazione luminosi, in base in quanto stabilito nel regolamento di esecuzione dello stesso codice della strada.

Il Giudice di Pace di Fermo, nel caso de quo, è chiamato a valutare l’adeguatezza e l’idoneità della cartellonistica stradale che presegnala l’apparecchiatura di controllo elettronico della velocità media.

Ebbene, l’autovelox è uno strumento di misurazione puntuale, vale a dire in un unico punto vario.

Il tutor, invece, oltre alla funzione di autovelox, esegue la misurazione in due frangenti diversi, ossia alla c.d. “porta di entrata” e alla c.d. “porta di uscita”, rilevando anche la velocità media del mezzo in un tratto di strada compreso tra le due stazioni rilevamento

L’uso di segnali diversi rispetto a quelli indicati nel regolamento esecuzione del c.d.s.

Nel caso de quo nello “switch” da tutor a autovelox si è mantenuto il medesimo segnale stradale di  “controllo elettronico velocità” cancellando la parola successiva “media”, così imbrattando il cartello stradale di vernice, in spregio all’art. 38 del c.d.s. e all’art. 77, comma 5, del regolamento di esecuzione che vieta l’uso di segnali diversi rispetto a quelli previsti nel regolamento stesso.

Sul punto è intervenuta di recente la Suprema Corte con l’ordinanza n. 23566 del 23.10.2017 per la quale “gli autovelox fissi devono essere segnalati adeguatamente da cartelli leggibili, aventi dimensione, posizione colore e caratteri appropriati” (conf. Cass., n. 15899 del 2016).

Inoltre, l’art. 15 del c.d.s., al primo comma, lett. b), vieta di imbrattare su tutte le strade e loro pertinenze la segnaletica stradale.

Ma qual’è la linea guida in questo caso?

E’ rinvenibile, come è stato messo in evidenza anche dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., n. 5997/14) nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla P.A., così come è stato sottolineato anche dalla c.d. Circolare Maroni del Ministero dell’Interno n. 10307 del 14.8.2009, che conferma la circostanza che le apparecchiature di rilevamento della velocità devono appunto essere usate con la “massima trasparenza”.

Nel caso in esame ci troviamo in presenza di segnaletica stradale verticale di controllo elettronico della velocità su cui è cancellata con la vernice la parola “media”, inducendo in errore chi percorre la strada che crede di trovarsi dinanzi ad un autovelox.

L’errore incolpevole sul fatto

Il Giudice di Pace di Fermo, pertanto, legittimando la condotta del ricorrente, si allinea all’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità secondo il quale “In tema di sanzioni amministrative, l’errore incolpevole sul fatto (…) rileva in presenza di un elemento positivo, estraneo all’autore (…) che sia idoneo ad ingenerare nell’agente  l’incolpevole opinione di liceità del suo agire (…)” (cfr. Cass., n. 1151 del 1999; Cass., n. 15195 del 2008; Cass., n. 10366 del 2010).

Da ultimo il giudice osserva che nonostante il nuovo sistema di controllo della velocità sia divenuto operativo, per la provincia di Ascoli Piceno, il 10 agosto 2017 (le infrazioni sono state commesse il 29.10 2017, 2.11.2017 e 4.11.2017 ed il relativo verbale è stato notificato il 14.12.2017), l’ordinanza di installazione della segnaletica stradale è stata pubblicata dalla Provincia solo il 27 novembre 2017 e solo nel gennaio 2018 è intervenuto il decreto del Presidente della Provincia ad aggiornare la convenzione con la provincia di Ascoli Piceno, che consente la svolgimento del nuovo sistema di controllo della velocità istantanea appaltato ad una ditta privata.

Sulla base delle su esposte argomentazioni, il Giudice di Pace di Fermo ha quindi annullato il verbale notificato al ricorrente il 14.12.2017.

Avv. Maria Teresa De Luca  

 

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INTERRUZIONE DELLA ATTIVITÀ LAVORATIVA: RISARCITA IN CASO DI INCIDENTE

inadempimento del sanitario

L’ inadempimento del sanitario va parametrato non tanto sulla base degli interessi, dei bisogni e delle speranze del paziente (e quindi delle sue aspettative) quanto sui doveri inerenti allo svolgimento professionale in riferimento al caso concreto

Questo è quanto ha stabilito dal Tribunale Parma con la sentenza n. 175 depositata il 2 febbraio 2018, Giudice Unico Dott. Nicola Sinisi.

I fatti.

Una donna, dopo avere effettuato una scintigrafia che accertava una probabile formazione adenomatosa paratiroidea caudalmente al lobo sinistro, effettuati ulteriori accertamenti diagnostici, veniva ricoverata presso una Clinica di Parma con diagnosi di “iperparatiroidismo primitivo” e sottoposta, nella stessa giornata, ad un intervento chirurgico, nel corso del quale i sanitari preposti procedevano all’asportazione della ghiandola paratiroide inferiore di sinistra.

Nel corso dell’intervento venivano asportate anche altre due ghiandole paratiroidee sospette per adenoma. In seguito la donna veniva sottoposta a ulteriori accertamenti medici  e in seguito ad una scintigrafia effettuata presso l’Arcispedale di Reggio Emilia,  si evidenziava un quadro invariato rispetto al preintervento. Successivamente alla donna veniva diagnosticato un verosimile iperparatiroidismo primitivo recidivato, e si rendeva necessario un nuovo intervento di paratiroidectomia.

La paziente promuoveva un giudizio nei confronti dell’A.O.U. di Parma attribuendo a colpa (per negligenza o imperizia) dei suoi sanitari la responsabilità nella causazione del danno patito, chiedendo risarcimento. La convenuta Clinica nel costituirsi deduceva che il danno lamentato non fosse ascrivibile, sul piano causale, alla condotta del sanitari quanto l’attrice aveva disatteso i loro suggerimenti, preferendo percorrere altre strade, con riflessi anche ex art. 1227, primo o secondo comma c.c..

A che titolo risponde la struttura sanitaria dei danni patiti dal paziente?

Il Tribunale di Parma osserva, in primis, che la struttura sanitaria risponde dei danni patiti dal paziente per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove i danni siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale (cfr. CASS. Sez. III, 5/12/2013, n. 27285). L’inadempimento va parametrato non tanto sulla base degli interessi, dei bisogni e delle speranze del paziente (e quindi delle sue aspettative) quanto sui doveri inerenti allo svolgimento professionale in riferimento al caso concreto (cfr. CASS. Sez. III, 5/11/2013, n. 24801).

Nel caso in cui la responsabilità medica venga invocata sul presupposto che fra il paziente ed il medico e/o la struttura sanitaria sia intercorso un rapporto contrattuale o da “contatto”, la distribuzione, inter partes, dell’onere probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilità è invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti ed è dunque finalizzata a far valere un inadempimento oggettivo.

Qual è la conseguenza?

Per il paziente/danneggiato, l’onere probatorio in ordine alla ricorrenza del nesso di causalità materiale, nel caso in cui l’impegno curativo sia stato assunto senza particolari limitazioni circa la sua funzionalizzazione a risolvere il problema che egli presentava, si sostanzia nella prova che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di danno, rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione, o dal suo aggravamento, fino ad esiti finali costituiti dall’insorgenza di una nuova patologia o dal decesso del paziente (cfr.  CASS. Sez. III, 12/09/2013, n. 20904; conf. Sez. III, 18/07/2013, n. 17573).

E’, invece, a carico dell’ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi sono stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (cfr. CASS. SS. UU. nn. 577-581/2008; conf. la successiva Cass. n.10743/2009; più di recente Trib. Reggio Emilia 3.4.2013 n.618).

Nel caso de quo il lamentato danno, è rappresentato dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta e fornita la prestazione.

La posizione del Tribunale.

Il Tribunale, dalla espletata istruttoria, ha ricavato che vi sia stato un inadeguato studio preoperatorio dal quale è conseguita una pianificazione non corretta dell’intervento ed il suo sostanziale fallimento, in quanto emerge dagli atti che già nel postoperatorio si poteva cogliere dai livelli ematici persistentemente elevati di PTH.

In definitiva la colpevole trascuratezza del primo chirurgo ha fatto si che il primo intervento risultasse non risolutivo e  nella fattispecie il lamentato danno, è rappresentato proprio dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta e fornita la prestazione.

Il risarcimento del danno morale/esistenziale…

L’attrice chiede ristoro del danno morale/esistenziale patito. I comportamenti e la sua qualità della vita in generale, dopo gli interventi, sono stati descritti dai testimoni, che hanno riferito che la donna ha cambiato il suo stile di vita, essendo affetta da attacchi di panico che le impedivano anche le commissioni più semplici.

Orbene, come affermata dalla giurisprudenza di legittimità alla luce della sentenza chiarificatrice n. 26972/2008 pronunciata dalle Sezioni Unite, il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, costituisce una categoria unitaria, comprensiva di ogni pregiudizio subito dalla persona, non esaurendosi nel danno morale soggettivo (consistente nell’ingiusto turbamento dello stato d’animo in conseguenza dell’offesa arrecata), laddove il riferimento ai vari aspetti del pregiudizio diversamente qualificati (danno morale, danno biologico, danno esistenziale, da perdita del rapporto parentale, etc.) risponde ad esigenze meramente descrittive delle possibili configurazioni che il pregiudizio può assumere senza minarne l’essenza ontologicamente unitaria.

… e il compito del giudice: accertare le ripercussioni negative

Il giudice deve accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio dedotto sul piano non patrimoniale individuando, sulla base delle allegazioni svolte, quali ripercussioni negative si siano in concreto verificate sulla persona che assume la lesione a prescindere dalla denominazione attribuitale.

Su questo assunto si fonda l’affermazione resa dalla citata sentenza a Sezioni Unite secondo cui il danno non patrimoniale, sia che consegua ad una fattispecie di reato, sia che venga determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona secondo una chiave di lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., costituisce danno-conseguenza, che come tale deve essere allegato e provato al pari del danno patrimoniale, dovendosi consentire all’interprete di valutare se si tratti di un mero turbamento dell’animo secondo l’accezione originaria elaborata a suo tempo dalla giurisprudenza (danno morale soggettivo) ovvero contempli ulteriori degenerazioni patologiche della sofferenza che vadano ad incidere su altri aspetti esistenziali sussumibili in un’ampia gamma di possibili ripercussioni, che vanno dall’alterazione della vita di relazione alla compromissione della dimensione esistenziale, dalla perdita di qualità della vita alla privazione di chances e via dicendo (cfr. di recente Trib. Roma sez.I 6/06/2017 n. 11515).

La mancanza di danno biologico non esclude, quindi e di per sé, la configurabilità del danno morale soggettivo e di quello dinamico-relazionale, quale conseguenza autonoma della lesione (cfr. ad es. CASS. Sez.III, 14/01/2014, n. 531).

Pertanto, il Tribunale di Parma tenendo  conto delle vicissitudini sanitarie che hanno visto coinvolta l’attrice e del peggioramento della sua qualità ha ritenuto di liquidare Euro 10.000,00 a titolo di danno morale/esistenziale.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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anossia da parto

Due coniugi evocano in giudizio un ginecologo e la Casa di Cura, chiedendo il risarcimento di tutti danni subiti dal figlio a seguito di una anossia da parto

In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’acquisizione di un completo ed esauriente consenso informato del paziente, da parte del sanitario, costituisce prestazione altra e diversa rispetto a quella avente ad oggetto l’intervento terapeutico, dal cui inadempimento può derivare – secondo l’id quod plerumque accidit – un danno costituito dalle sofferenze conseguenti alla cancellazione o contrazione della libertà di disporre, psichicamente e fisicamente, di se stesso e del proprio corpo, patite dal primo in ragione della sottoposizione (come nella specie) a terapie farmacologiche ed interventi medico – chirurgici collegati a rischi dei quali non sia stata data completa informazione. Tale danno, che può formare oggetto, come nella specie, di prova offerta dal paziente anche attraverso presunzioni e massime di comune esperienza, lascia impregiudicata tanto la possibilità di contestazione della controparte quanto quella del paziente di allegare e provare fatti a sé ancor più favorevoli di cui intenda giovarsi a fini risarcitori”.

Questo è il principio di diritto espresso dalla Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione nella sentenza n. 7248 depositata il 23 marzo 2018.

I fatti.

Due coniugi, in proprio ed in qualità di genitori esercenti la potestà su un minore, evocano in giudizio, un ginecologo e la Casa di Cura chiedendo il risarcimento di tutti danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti a seguito della nascita del figlio, venuto alla luce con grave sofferenza fetale e conseguente anossia da parto dalla quale aveva riportato un’invalidità pari al 100%.

Veniva autorizzata la chiamata in causa delle compagnie di assicurazioni con le quali la Casa di Cura aveva stipulato le polizze per la responsabilità civile, e deceduto, nelle more, il neonato, la domanda veniva parzialmente accolta nei confronti del ginecologo, mentre venivano, invece, rigettate le pretese avanzate nei confronti della Casa di Cura.

Avverso la sentenza è stato proposto appello principale dai genitori del bimbo e appello incidentale dalla struttura sanitaria.

La Corte territoriale, dispone il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio e respinge l’appello principale ed accoglie quello incidentale, con compensazione delle spese di lite.
I coniugi ricorrono per la cassazione della sentenza, affidandosi a quattro motivi di gravame.
La violazione delle norme sul consenso informato e i danni che ne derivano.

Gli Ermellini, nella decisione in commento, danno seguito all’orientamento ormai consolidato ed espressamente confermato da un arresto coevo alla sentenza impugnata (cfr. Cass. 11950/2013) che ha riconosciuto l’autonoma rilevanza, ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria, della mancata prestazione del consenso da parte del paziente, e che ha espressamente ritenuto, così come del resto già argomentato dal giudice di primo grado, che “la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute“. (cfr. ex multis Cass. civ. 2854/2015; Cass. civ. 24220/2015; Cass. 24074/2017; Cass. 16503/2017).

Qual’è il diritto del paziente?

Secondo la Suprema Corte, il paziente è titolare della legittima pretesa, di conoscere con “la necessaria e ragionevole precisione” le conseguenze dell’intervento medico cui verrà sottoposto, in modo da prepararsi ad affrontarle con maggiore e migliore consapevolezza, e ciò in quanto la nostra Costituzione sancisce “il rispetto della persona umana in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua essenza psicofisica, in considerazione del fascio di convinzioni morali, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive” (cfr. Cass. n. 21748/2007; Cass. 23676/2008, in tema di trasfusioni salvavita eseguite al testimone di Geova contro la sua volontà).

… e quali sono le conseguenze di una corretta informazione?

Se l’informazione fornita al paziente è corretta e compiuta, da tanto scaturirà:
a. il diritto, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico;

  1. la facoltà di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;
  2. la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;
  3. il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia – e/o di decidere consapevolmente di interromperla;
    e. la facoltà di predisporsi ad affrontare consapevolmente le conseguenze dell’intervento, ove queste risultino, sul piano postoperatorio e riabilitativo, particolarmente gravose e foriere di sofferenze prevedibili (per il medico) quanto inaspettate (per il paziente) a causa dell’omessa informazione.
    Fatte queste premesse, la Corte di Cassazione ha esaminato le quattro ipotesi che possono avverarsi in astratto:
  4. omessa/insufficiente informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe in ogni caso scelto di sottoporsi nelle medesime condizioni, hic et nunc: in tal caso, il risarcimento sarà limitato al solo danno alla salute subito dal paziente, nella sua duplice componente, morale e relazionale (cfr. sul punto, Cass. 901/2018);
  5. omessa/insufficiente informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il risarcimento sarà esteso anche al danno da lesione del diritto all’autodeterminazione del paziente;
  6. omessa informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta non colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il risarcimento, sarà liquidato con riferimento alla violazione del diritto alla autodeterminazione (sul piano puramente equitativo), mentre la lesione della salute – da considerarsi comunque in relazione causale con la condotta, poiché, in presenza di adeguata informazione, l’intervento non sarebbe stato eseguito – andrà valutata in relazione alla situazione differenziale tra quella conseguente all’intervento e quella (comunque patologica) antecedente ad esso;
    4. omessa informazione in relazione ad un intervento che non ha cagionato danno alla salute del paziente (e che sia stato correttamente eseguito): in tal caso, la lesione del diritto all’autodeterminazione costituirà oggetto di danno risarcibile tutte le volte che, e solo se, il paziente abbia subito le inaspettate conseguenze dell’intervento senza la necessaria e consapevole predisposizione ad affrontarle e ad accettarle, trovandosi invece del tutto impreparato di fronte ad esse.

Ebbene, secondo gli Ermellini, l’errore commesso dalla Corte  territoriale è consistito nell’aver da un lato ammesso la sussistenza della violazione relativamente al consenso e dall’altro  aver riformato la sentenza sullo specifico punto, respingendo le pretese risarcitorie avanzate.
La forma del consenso.

I Supremi giudici hanno escluso la validità del consenso prestato verbalmente affermando, con orientamento al quale la Corte intende  dare seguito, che: “In tema di attività medico-chirurgica, il medico viene meno all’obbligo di fornire idonea ed esaustiva informazione al paziente, al fine di acquisirne un valido consenso, non solo quando omette del tutto di riferirgli della natura della cura prospettata, dei relativi rischi e delle possibilità di successo, ma anche quando ne acquisisca con modalità improprie il consenso, sicché non può ritenersi validamente prestato il consenso espresso oralmente dal paziente“. (Cass. 19212/2015).

Per ciò che concerne le forme da utilizzare per manifestare il consenso, è stato pure ritenuto che “In tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone” (Cass. 2177/2016).

In base alle su esposte considerazioni gli Ermellini hanno cassato la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Catania, in diversa composizione, che dovrà riesaminare la controversia alla luce del principio di diritto innanzi riportato.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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