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Si versa in ipotesi di notificazione inesistente qualora l’avviso di fissazione dell’udienza camerale sia effettuata presso un avvocato non nominato quale difensore di fiducia dell’imputato

Con ordinanza pronunciata a seguito di udienza camerale, il tribunale di Bari aveva disposto nuovamente la misura coercitiva detentiva degli arresti domiciliari a carico dell’imputato.

Contro la predetta ordinanza ha presentato ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato, deducendo con un unico motivo la violazione della legge processuale per aver il tribunale del capoluogo pugliese deciso sull’appello del pubblico ministero, in assenza dell’unico difensore di fiducia dell’appellato, il quale non aveva neppure ricevuto l’avviso di fissazione della udienza camerale.

Al ricorso erano stati allegati gli atti del processo che dimostravano la nomina del difensore non avvisato, con la contestuale revoca dei difensori precedentemente nominati, atti tutti inseriti nel fascicolo processuale principale e pertanto, conosciuti dal giudice procedente.

Per i giudici della Cassazione, il ricorso è fondato.

Dall’esame dei verbali di udienza camerale, degli avvisi ex art. 127 c.p.p., delle nomine e revoche dei difensori di fiducia era emerso che il tribunale di Bari avesse fissato per due volte – a causa di rinvio – l’udienza camerale, dandone avviso al solo avvocato già revocato; mentre nessun avviso era stato spedito al nuovo ed unico difensore.

I giudici della Seconda Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 35422/2019) hanno perciò ribadito la nullità di ordine generale ed insanabile della invalidità processuale derivante, ai sensi dell’art. 179 c.p.p., dall’omesso avviso dell’udienza all’unico difensore dell’imputato.

Il principio è desumibile da un noto arresto delle Sezioni Unite (Sez. U. n. 119, del 27/10/2004) confermato da altre, più recenti, pronunce della Cassazione (Sez. U., n. 7697, del 24/11/2016; Sez. U, n. 24630 del 26/03/2015) ove si evince che: “L’avviso di fissazione dell’udienza deve essere effettuato al difensore di fiducia dell’imputato che rivestiva tale qualità all’atto di fissazione dell’udienza e non anche all’avvocato che abbia acquistato successivamente tale veste, in quanto con l’emissione dell’avviso si cristallizza la situazione processuale relativa agli adempimenti di cancelleria”.

La decisione

Nel caso in esame, per i giudici di Piazza Cavour si trattava di una chiara ipotesi di notificazione inesistente, in quanto effettuata presso un avvocato non nominato quale difensore di fiducia. Né tale avviso, notificato a diverso destinatario, avrebbe potuto ritenersi idoneo a determinare comunque una conoscenza effettiva dell’atto in questione, “in quanto se la notificazione è inesistente e dunque l’avviso è omesso, manca a priori l’atto “viziato” da sanare”.

L’ordinanza impugnata è stata perciò annullata senza rinvio, con conseguente trasmissione degli atti al tribunale di Bari per l’ulteriore corso.

La redazione giuridica

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L’ERRATA NOTIFICA PROVOCA L’ESTINZIONE DEL GIUDIZIO MA IL CLIENTE DEVE PAGARE L’AVVOCATO

onorari avvocati

In caso di transazione di una causa introdotta con valore determinato, il valore della causa si determina avendo riguardo soltanto a quanto specificato nella domanda al momento iniziale della lite, restando irrilevante la somma realizzata dal cliente a seguito della transazione

La vicenda

Un avvocato aveva presentato istanza dianzi al tribunale di Palermo al fine di ottenere il pagamento degli onorari relativi all’attività professionale espletata nell’ambito di diversi giudizi, instaurati da alcuni dipendenti di una banca in causa con essa.

In primo grado il Tribunale l’aveva dichiarata inammissibile. Diverso esito in appello, ove la corte territoriale accoglieva l’istanza del professionista riformando la decisione di prime cure.

Nel liquidare i compensi, la corte d’appello aveva tuttavia, determinato il complessivo compenso del difensore in applicazione delle tabelle forensi di cui al DM n. 127/2004, desumendo il valore delle controversie dalle rispettive transazioni stipulate dai dipendenti dell’istituto di credito e non, invece, dall’oggetto delle domande introduttive dei giudizi.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è giunta così dinanzi alla Suprema Corte, su ricorso del predetto professionista, il quale censurava la decisione impugnata per gli anzidetti motivi.

Ebbene, la Corte di Cassazione (Seconda Sezione Civile n. 20547/2019) ha accolto il ricorso, ritenendo la sentenza della corte d’appello non conforme al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui, ai fini della liquidazione degli onorari professionali dovuti dai clienti in favore dell’avvocato, in caso di transazione di una causa introdotta con valore determinato e, pertanto, presunto in base ai criteri fissati dal codice di procedura civile, il valore della causa si determina avendo riguardo soltanto a quanto specificato nella domanda considerata al momento iniziale della lite, restando irrilevante la somma realizzata dal cliente a seguito della transazione (Cass. n. 1666/2017; Cass. m. 3496/1975).

La redazione giuridica

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L’ERRATA NOTIFICA PROVOCA L’ESTINZIONE DEL GIUDIZIO MA IL CLIENTE DEVE PAGARE L’AVVOCATO

abogado

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno confermato la sanzione irrogata a due abogadi, per aver firmato la corrispondenza con il clienti col titolo di “av.”

La vicenda

In primo grado il Consiglio dell’Ordine aveva disposto la sanzione della sospensione per due mesi dall’esercizio dell’attività professionale a carico di due avvocati. Sanzione che veniva confermata anche in appello dal Consiglio Nazionale Forense.

Si trattava, di due esercenti la professione forense che avevano conseguito il titolo abilitativo all’estero (cd. abogadi).

L’illecito si sarebbe configurato nella indebita utilizzazione del titolo di avvocato, realizzata mediante l’indicazione del titolo soltanto con le due lettere iniziali “av”. Questa dizione risultava specificamente utilizzata nella corrispondenza con i clienti ma non con il C.O.A. o con gli altri colleghi, a riprova dell’evidente intento decettivo e confusorio.

Dal canto suo, uno dei due “avvocati” escludeva l’utilizzo abusivo del titolo, precisando che nella carta intestata e negli atti giudiziari risultava sempre utilizzato il termine “abogado”. Peraltro, nel frattempo ella erano divenuti avvocati anche in Italia. Sarebbe in tal modo, venuta meno la funzione della sanzione “da rinvenirsi nell’evitare la reiterazione dell’illecito per il futuro”.

Ma il ricorso non è stato accolto.

Le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 17563/2019) hanno infatti, chiarito che la Suprema Corte “non può sostituirsi al C.N.F. nel giudizio si adeguatezza della sanzione se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza, nella specie – ritenuta – pianamente riconoscibile nella esaustiva motivazione della pronuncia impugnata, sia in relazione alla pluralità delle condotte illecite che in relazione alla loro gravità e intenzionalità”.

Peraltro, – ha aggiunto -, “la rilevanza disciplinare delle stesse, non può essere scalfita da eventi successivi, del tutto ininfluenti rispetto alla effettiva verifica dei fatti accertati”.

In conclusione, è divenuta definitiva la sanzione della sospensione di due mesi per i due avvocati.

La redazione giuridica

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PROCEDIMENTO DISCIPLINARE: UTILIZZABILI GLI ATTI DEL PROCEDIMENTO PENALE ANCORA PENDENTE

difensore d'ufficio

I giudici della Sezione Lavoro della Cassazione hanno ribadito il principio dell’applicabilità della nuova disciplina della prescrizione quinquennale di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3 alle contribuzioni dovute alle casse di previdenza privatizzate dei liberi professionisti

La vicenda

Un avvocato aveva proposto ricorso dinanzi al Tribunale di Vasto avverso la cartella esattoriale con la quale gli era stato intimato il pagamento della somma di Euro 32.747,12 a titolo di contributi, sanzioni ed interessi dovuti dall’1.1.1989 al 23.6.2000, data, quest’ultima, della sua cancellazione dall’albo, dopo che vi era stato iscritto d’ufficio. Ebbene, l’adito tribunale accoglieva l’istanza, ritenendo che fosse intervenuta la prescrizione della pretesa creditoria azionata dalla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense.

La decisione è stata confermata anche in appello.

Dagli atti di causa era emerso che l’avvocato si fosse cancellato dall’albo professionale nel 2000; l’iscrizione d’ufficio era stata deliberata nell’aprile del 2008 in relazione a periodi anteriori al 2000; la Cassa Forense aveva, perciò, comunicato con lettera del 6.9.1999, ricevuta dal predetto, il 17.9.1999, i dati reddituali relativi al 1989 qualificati come professionali; solo con lettera del 7.5.2008 si faceva riferimento alla circostanza per la quale sulla base dell’esame della posizione reddituale dell’appellato e dei dati conosciuti alla Cassa era emerso il superamento dei limiti fissati dal Comitato dei Delegati per l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa Forense e che, pertanto, era stata deliberata dalla Giunta la sua iscrizione d’ufficio a decorrere dall’1.1.1989 e fino al 23.6.2000.

Tra la data dell’atto interruttivo della prescrizione del 6.9.1999 e la lettera del 2008 era intercorso un periodo superiore ai cinque anni, per cui il credito in esame si era prescritto.

La decisione è stata confermata anche dai giudici della Cassazione.

Con l’unico motivo di ricorso la Cassa forense lamentava la violazione di legge in ordine alla decorrenza del termine di prescrizione della pretesa creditoria.

Ma il ricorso non è stato accolto.

La giurisprudenza di legittimità, ha più volte ribadito il principio dell’applicabilità della nuova disciplina della prescrizione quinquennale di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3 alle contribuzioni dovute alle casse di previdenza privatizzate dei liberi professionisti.

Ebbene se è vero che la durata della prescrizione è quella generale quinquennale ai sensi della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 9, nel caso in esame, il primo atto interruttivo risaliva al 1999, allorquando fu richiesto formalmente dalla Cassa Forense il pagamento dei contributi omessi in relazione all’annualità del 1989.

I giudici della Cassazione hanno inoltre, rilevato che la cancellazione dall’albo avvenne il 23.6.2000 e che solo la comunicazione dei dati reddituali di cui alla L. n. 576 del 1980, artt. 17 e 23 poteva far decorrere la prescrizione, così come previsto dal comma 2 dell’art. 19 della stessa legge.

«Senonché, l’omessa comunicazione dei dati reddituali poteva ritenersi superata dal dato cognitivo rappresentato dalla lettera interruttiva del 6.9.1999, inviata dalla stessa Cassa, nonché dalla cancellazione successiva del 23.6.2000, che non poteva non essere conosciuta dall’odierna ricorrente posto che ella stessa aveva provveduto a deliberarla».

La corte d’appello aveva perciò correttamente individuato la maturazione della prescrizione quinquennale con riferimento all’ultima lettera inviata all’avvocato il 7.5.2008, nella quale si faceva al superamento dei limiti fissati dal Comitato dei Delegati per l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa Forense, per cui era stata deliberata dalla Giunta l’iscrizione d’ufficio a decorrere dall’1.1.1989 e fino al 23.6.2000.

La redazione giuridica

 

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PEC SATURA: RESPONSABILE L’AVVOCATO PER MANCATA RICEZIONE DELL’ATTO

In tema di legittimo impedimento per concomitante impegno professionale, l’obbligo di diligenza gravante sul difensore gli impone di dare preferenza alla posizione processuale che risulterebbe maggiormente pregiudicata dalla mancata trattazione del giudizio

La vicenda

Un processo penale in materia di abusivismo edilizio. L’imputato, condanno in primo e secondo grado di giudizio, impugnava la decisione della corte d’appello di Napoli, dinanzi ai giudici della Cassazione.
Con un primo motivo la difesa deduceva il vizio di motivazione con riferimento all’ordinanza pronunciata dal giudice di primo grado che aveva ritenuto non legittimo un impedimento del difensore, anche se sufficientemente documentato e tempestivamente segnalato.
Ed invero, l’avvocato aveva dedotto di non poter prendere parte all’udienza, in difesa del suo assistito, perché impegnato in un’altra causa nel diverso Tribunale di Nocera Inferiore.
Sul punto si sono espressi anche i giudici della Cassazione, i quali tuttavia, non hanno accolto il motivo di ricorso perché inammissibile.

Ed invero la sentenza della Corte d’appello era logica e immune da vizi.

L’istanza di legittimo impedimento non meritava di essere accolta vista la contiguità geografica tra gli uffici giudiziari nei quali il difensore aveva avuto udienza lo stesso giorno, oltre alla circostanza che il processo nel diverso Tribunale di Nocera Inferiore non avesse particolari profili di urgenza.
E’ stato sufficiente ricordare il consolidato insegnamento giurisprudenziale secondo il quale «in tema di legittimo impedimento del difensore per concomitante impegno professionale, fermi i requisiti di ammissibilità dell’istanza di rinvio (tempestiva prospettazione dell’impedimento; rappresentazione delle ragioni che rendono essenziale la presenza del difensore nel diverso processo; indicazione della assenza nel primo procedimento di altro codifensore che possa validamente difendere l’imputato, nonché della impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell’art. 102 c.p.p. sia nel processo a cui intende partecipare sia in quello di cui chiede il rinvio), il giudice deve comunque accertare il carattere eventualmente dilatorio della richiesta valutando del merito l’urgenza del procedimento concomitante, tenuto conto dell’obbligo di diligenza gravante sul difensore che gli impone di dare preferenza alla posizione processuale che risulterebbe maggiormente pregiudicata dalla mancata trattazione del giudizio».
Per tali ragioni il ricorso è stato dichiarato inammissibile e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
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SPESE FORFETTARIE DELL’AVVOCATO: PROVA, PERCENTUALE E CRITERI DI LIQUIDAZIONE

avvocati

La fase istruttoria del giudizio comprende una pluralità di attività ulteriori rispetto all’espletamento di prove orali e di CTU, tra cui anche la richiesta, da parte degli avvocati, di prove, la produzione di memorie illustrative o di precisazione o l’integrazione delle domande

Vìola, pertanto, la legge il giudice che non dispone in favore degli avvocati la liquidazione dei compensi per tale attività difensiva.

La vicenda

A proporre ricorso per Cassazione era stato il difensore di una donna ammessa al patrocinio a spese dello Stato contro il decreto di liquidazione dei compensi a lei spettanti per l’attività difensiva svolta in favore della propria assistita.

Ebbene in tale provvedimento, il giudice aveva omesso di regolare le spese del giudizio di opposizione utilizzando la formula “nulla per le spese”.

La ricorrente denunciava così la nullità dell’ordinanza, stante l’omessa pronuncia sulle spese dell’opposizione, nonché la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., affermando che:

–          Il fatto che ella stesse in giudizio personalmente non escludeva il suo diritto alla rifusione delle spese e alla liquidazione dei compensi per l’attività professionale svolta;

–          E che qualora il tribunale avesse invece inteso compensare le spese di giudizio, avrebbe dovuto motivare la propria determinazione in tal senso.

Nello stesso ricorso aveva anche denunciato la violazione dell’art. 91 del D.M. 55/2014 nonché l’omesso esame di un fatto decisivo, laddove il tribunale aveva negato il compenso per l’intera fase istruttoria e di trattazione, poiché non erano state espletate prove orali e non era stata disposta CTU.

La decisione della Cassazione

In relazione alla prima delle due censure mosse dalla ricorrente, quella cioè relativa alla statuizione “nulla sulle spese”, il ricorso appare fondato.

A giudizio degli Ermellini, infatti, tale statuizione viola il principio per cui la circostanza che l’avvocato si sia avvalso della facoltà di difesa personale prevista dall’art. 86 c.p.c. non incide sulla natura professionale dell’attività svolta in proprio favore, e pertanto, non esclude che il giudice debba liquidare in suo favore, secondo le regole della soccombenza e in base alle tariffe professionali, i diritti e gli onorari previsti per la sua prestazione (Cass. n. 2193/2008).

Altrettanto fondato è motivo relativo alla statuizione del giudice di merito in ordine alla esclusione del compenso per la fase di trattazione poiché non erano state espletate prove orali e non era stata disposta CTU: ebbene tale affermazione viola il disposto dell’art. 4, co. 5, lett. c) D.M. 55/2014, che include nella fase istruttoria una pluralità di attività ulteriori rispetto all’espletamento di prove orali e di CTU, tra cui anche la richiesta di prove e le memorie illustrative o di precisazione o integrazione delle domande.

Sul punto, la Cassazione ha rimesso la valutazione al giudice di rinvio affinché verifichi se tali ulteriori attività siano state o meno effettuate.

Non è invece, censurabile in sede di legittimità il tema della liquidazione delle spese processuali che la parte soccombente deve rimborsare a quella vittoriosa; dal momento che la determinazione degli onorari di avvocato e degli onorari e diritti di procuratore costituiscono esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito e che, qualora sia contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede una specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato da parte dei giudici della Cassazione.

La redazione giuridica

 

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INDAGINI DIFENSIVE: PRECISAZIONI IN TEMA DI DICHIARAZIONI AL DIFENSORE

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dati personali

Il Garante della privacy ha verificato la conformità dei codici di deontologia alla normativa sulla protezione dei dati personali. In Gazzetta ufficiale le “regole deontologiche” ritenute conformi

Il Garante per la protezione dei dati personali ha verificato la conformità dei Codici di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici, statistici, scientifici e investigazioni difensive al Regolamento Ue 2016/679 sulla protezione dei dati personali. La verifica è stata demandata all’Autorità dal decreto legislativo 101/2018 di adeguamento della normativa nazionale al Regolamento Ue.  L’attività ha comportato la soppressione o la ridefinizione di talune previsioni alla luce del diverso approccio richiesto ai titolari del trattamento dal Regolamento Ue. Il tutto in omaggio ai principi di accountability, privacy by default e by design.

Le disposizioni ritenute conformi, denominate “regole deontologiche”, sono state pubblicate nelle scorse ore in Gazzetta Ufficiale.

Per quanto riguarda gli avvocati, tali regole sono contenute nella delibera n. 512/2018. Il provvedimento dispone che il trattamento dei dati deve essere organizzato in modalità non necessariamente automatizzate, purché adeguate a garantire il rispetto dei diritti, delle libertà e della dignità degli interessati. A tal fine devono essere applicati i principi di finalità, proporzionalità e minimizzazione dei dati. Il tutto dopo il compimento di una valutazione sostanziale fondata anche sulla quantità e qualità dei dati raccolti e dei possibili rischi.

Tutte le decisioni devono essere assunte dal titolare del trattamento.

Tale ruolo può essere ricoperto da un professionista singolo o anche da più codifensori della stessa parte o che, anche fuori dalla difesa, abbiano concorso all’attività difensiva in qualità di consulenti o domiciliatari. Ma anche da un’associazione professionale o una società tra professionisti. Il responsabile del trattamento deve fornire alle persone autorizzate adeguate istruzioni sul trattamento dei dati, indicando le regole da osservare in base al ruolo ricoperto.

La delibera 512/2018 chiarisce quali sono le informazioni che possono essere  utilizzate lecitamente e secondo correttezza. Ma definisce, anche, situazioni in cui occorre prestare particolare attenzione al fine di prevenire l’ingiustificata raccolta, utilizzazione o conoscenza dei dati.

Il provvedimento sancisce poi che l’avvocato può fornire in un unico contesto l’informativa sul trattamento dei dati  personali  e le notizie che deve  indicare  ai sensi  della disciplina sulle indagini difensive.

In particolare, mediante affissione nei locali dello studio o pubblicazione sul proprio sito Internet, anche  utilizzando  formule  sintetiche  e colloquiali. Disposizione specifiche, infine, sono previste in tema di comunicazione e diffusione, nonché di conservazione e cancellazione dei dati.

 

SCARICA QUI LA DELIBERA DEL GARANTE N. 512/2018

 

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mediazione

Il rappresentante nella mediazione non può mai identificarsi nella persona dell’avvocato che difende e rappresenta la parte in giudizio; né tanto meno, il rilascio di una procura speciale notarile sana il vizio di illegittimità nello svolgimento della procedura di mediazione e il sotteso rischio di improcedibilità della domanda giudiziale

Lo ha affermato il Tribunale di Vasto (sent. n. 400/018) chiamato a pronunciarsi sull’eccezione di improcedibilità della domanda sollevata dalla convenuta, sul rilievo che la procedura di mediazione si era conclusa senza che la parte istante fosse mai comparsa agli incontri (se non rappresentata dal solo difensore).

La vicenda

Oggetto della contesta è un immobile ad uso commerciale concesso dalla parte ricorrente ad una società in nome collettivo, sito nel comune di Vasto.

Ebbene, secondo la parte attrice, la convenuta si era resa morosa nell’adempimento delle sue obbligazioni ed in particolare nel pagamento del canone di locazione. Per tali ragioni, quest’ultima l’aveva citata in giudizio al fine di ottenere la convalida dello sfratto per morosità.

Senonché il giudice ordinario accoglieva le eccezioni sollevate dalla convenuta e assegnava alle parti un termine di quindici giorni per l’attivazione del procedimento di mediazione, ai sensi dell’art. 5, comma 4, lett. b), D.Lgs. 28/2010.

Il procedimento di mediazione

Il procedimento di mediazione si articolava in più incontri, durante i quali la parte istante non compariva mai attraverso il proprio legale rappresentante, ma soltanto attraverso il proprio avvocato, munito di procura speciale notarile.

E…qui il punto!

Il procedimento di mediazione si concludeva negativamente, per mancata accettazione della proposta conciliativa formulata dal professionista. Senonché, alla prima udienza celebratasi, a conclusione della fase stragiudiziale, la parte convenuta eccepiva l’improcedibilità della domanda sul rilievo che la procedura di mediazione si era svolta senza la comparizione della parte istante.

La giurisprudenza di merito

Il Tribunale di Vasto, al fine di dare una soluzione alla vicenda in esame, ha inteso richiamare il prevalente orientamento della giurisprudenza di merito secondo il quale, ai fini del corretto esperimento del procedimento di mediazione, è necessario che le parti siano sempre presenti personalmente, assistite dai rispettivi avvocati, a tutti gli incontri programmati innanzi al mediatore.

L’assenza ingiustificata di una o di entrambe le parti, costituendo un comportamento anti doveroso assunto in violazione di un preciso obbligo di legge, espone che la parte che decide di non presenziare personalmente alla procedura di mediazione al rischio di subire le conseguenze sanzionatorie, sia sul piano economico che processuale, previste dall’art. 8, comma 4bis, del D.Lgs, n. 28/2010.

Con riferimento al caso in esame, qualora la parte attrice, che dapprima abbia presentato la domanda di mediazione e poi non abbia partecipato personalmente al primo o ai successivi incontri preferendo delegare l’incombente al proprio avvocato, deve ritenersi che la condizione di procedibilità non si sia avverata, dal momento che, ai fini della procedibilità della domanda, non è sufficiente esperire procedimento di mediazione purchessia, ma è necessario rispettare tutte le condizioni di legge per un rituale e corretto svolgimento della procedura, prima tra le quali quella che impone alle parti di essere presenti personalmente agli incontri dinanzi al mediatore e, in particolar modo, al primo incontro, che costituisce uno nodo cruciale di tutta la procedura.

Con ciò -aggiunge il Tribunale abruzzese – non si vuole sostenere che sia preclusa alle parti la possibilità di delegare un terzo alla partecipazione alla procedura, ma solo a condizione che siano rispettati due presupposti.

La causa ostativa

La parte che intende farsi rappresentare in mediazione da un altro soggetto deve dedurre e provare che sussiste una causa che le impedisca di essere personalmente presente.

Tale ragione ostativa deve avere le caratteristiche di un impedimento:

–          oggettivo (cioè tale da non consentire alla parte, che pure vorrebbe intervenire, la materiale possibilità di presenziare agli incontri),

–          assoluto (vale a dire non superabile con uno sforzo di ordinaria lealtà e diligenza)

–          e non temporaneo (cioè idoneo a protrarsi per un periodo di tempo superiore ai termini di durata massima della procedura di mediazione).

Inoltre, il terzo deve essere a conoscenza dei fatti che hanno originato il conflitto e sia dotato (tramite previo rilascio di una procura speciale) del potere di assumere decisioni vincolanti per la parte rappresentata.

Il rappresentante, ad ogni modo, non potrà mai identificarsi nella persona dell’avvocato che difende e rappresenta la parte in giudizio, per tre ordini di ragioni:

1)      Perché non è pensabile applicare analogicamente alla mediazione le norme che all’interno del processo consentono alla parte di farsi rappresentare dal difensore (art. 83 c.p.c.), data la evidente diversità di ratio tra i due istituti;

2)      Perché nella mediazione la funzione dell’avvocato è di mera assistenza alla parte comparsa per la migliore efficacia e funzionamento dell’istituto, e non di rappresentanza della parte assente;

3)      Perché la presenza del solo avvocato, non accompagnato neppure da un fiduciario dell’interessato, impedirebbe al mediatore di avere un contatto diretto con le persone protagoniste del conflitto, precludendogli di comprendere i bisogni, gli interessi, i sentimenti dei soggetti coinvolti.

A ciò va altresì aggiunto che anche il conferimento, ad opera della parte interessata, di una procura speciale notarile al proprio avvocato non vale a sanare il rilevato vizio di illegittimità nello svolgimento della procedura di mediazione e il sotteso rischio di improcedibilità della domanda giudiziale.

La redazione giuridica

 

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sostituto

Deve ritenersi tacitamente abrogato, ex art. 15 disp. prel.cod.civ. l’art. 9 r.d.l. n. 1578 del 1933, che prevedeva la necessità che la delega al sostituto difensore avesse forma scritta

Fraudolento danneggiamento di beni assicurati, era questo il reato ascritto a due indagati. All’esito delle indagini preliminari, tuttavia, il pubblico ministero procedente ne aveva chiesto l’archiviazione. Cosicché dopo l’opposizione, ritualmente presentata dalla persona offesa, il giudice per le indagini preliminari fissava l’udienza camerale. In tale occasione l’avvocato difensore sostituto del legale di fiducia della persona offesa non veniva ammesso alla discussione in quanto delegato dal titolare della causa solo in forma orale.

La pronuncia della Cassazione

I giudici della Cassazione ricordano che sulla questione relativa alla possibilità, da parte del difensore di fiducia, di delegare oralmente un proprio sostituto a svolgere una attività difensiva davanti ad un giudice – è insorto, di recente, un contrasto giurisprudenziale, tra quanto sostenuto dalla V Sez., n. 26606 dell’11/06/2018 secondo cui la delega orale non sarebbe consentita, e quanto ha ritenuto la Sezione Prima della Suprema Corte, con la sentenza n. 48862 del 2/10/2018, non ancora massimata.

Nella sentenza in commento (n. 57832/2018) i giudici della Cassazione, hanno comunque, ritenuto di dover aderire alle conclusioni cui è pervenuta tale ultima decisione, non considerando necessaria, la rimessione della questione alle Sezioni Unite.

L’art. 14, comma 2, della legge del 31 dicembre del 2012 n. 247 – che è intitolata “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense” – prevede che “gli avvocati possono farsi sostituire da altro avvocato, con incarico verbale o da un praticante abilitato, con delega scritta“.

Ebbene, è corretto – a giudizio degli Ermellini – ritenere che risponde ad esigenze di semplificazione insite nella riforma dell’ordinamento forense e di “armonizzazione in ambito europeo”, l’esigenza “di sopperire all’impossibilità di presenziare all’udienza (o all’atto da compiere) da parte del difensore titolare”.

Ed è corretto, altresì, sulla base di questi presupposti, che si debba ritenere tacitamente abrogato, ex art. 15 disp. prel.cod.civ. l’art. 9 r.d.l. n. 1578 del 1933, che prevedeva la necessità che la delega avesse forma scritta.

Proprio l’esistenza di tale norma aveva indotto la Sezione Quinta di questa Corte, con la prima decisione sopra indicata, a ritenere, in mancanza di una abrogazione espressa, che la norma introdotta con la legge del 2012 avesse effetto solo in ambito stragiudiziale.

Che le due norme possano coesistere, senza che si debba ritenere che la più recente sia incompatibile con la più risalente, non è soluzione condivisibile, in ragione del fatto che le intenzioni del legislatore della riforma dell’ordinamento forense, quali si ricavano dai lavori preparatori siccome indicati nella sentenza della prima sezione (fg. 6), erano nel senso che la norma contenuta nell’art. 14 della legge del 2012 fosse da riferire anche all’ambito giudiziale.

Anche il Consiglio Nazionale Forense, nel parere reso dalla Commissione Consultiva il 23 ottobre del 2013 (Quesito del COA di Ferrara), ha interpretato la norma dell’art. 14 della L. 247/2012 nel senso poc’anzi detto.

Peraltro, ritenere che la delega orale sia consentita solo in ambito stragiudiziale, ridurrebbe macroscopicamente la portata innovativa della riforma, rendendola sostanzialmente sterile.

Non va dimenticato, tra l’altro che, a carico dell’avvocato, incombono le responsabilità deontologiche, penali e civili nel caso di dichiarazioni mendaci.

Inoltre, in ambito penale e sul piano della salvaguardia e della tutela degli interessi dell’imputato, può crertamente dirsi che, davanti ad una attività giudiziale da compiersi comunque in assenza del difensore di fiducia, risulta più idonea ad assicurare una migliore difesa tecnica la possibilità di ammettere un delegato del difensore titolare, anziché procedere alla nomina di un difensore di ufficio ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen., o, come nel caso in esame, procedere in assenza del sostituto del difensore della persona offesa.

Il difensore delegato, infatti, si può presumere, o comunque non escludersi, che sia stato investito dal delegante della conoscenza della causa, che il difensore di ufficio, nominato ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen. certamente non ha nella ipotesi, invero frequente, in cui non eserciti la facoltà di chiedere un termine a difesa.

Per le ragioni esposte, nel caso in esame, secondo i giudici della Corte, la mancata ammissione da parte del Giudice per le indagini preliminari alla partecipazione all’udienza camerale del sostituto del difensore di fiducia della persona offesa, munito di delega orale, ha causato una violazione del contraddittorio ex art. 127, comma 5, cod. proc. pen., che determina l’annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato.

 

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NOTIFICA TARDIVA PER COLPA DELL’AVVOCATO: APPELLO INAMMISSIBILE

responsabile prevenzione della corruzione

Deve ritenersi altamente non opportuno attribuire il ruolo di Responsabile prevenzione della corruzione e della trasparenza agli avvocati iscritti all’albo speciale delle amministrazioni e degli enti pubblici ai sensi dell’art. 23 della legge 31 dicembre 2012, n. 247

Con delibera n. 841 del 2 ottobre 2018, l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) si è pronunciata su una questione avente ad oggetto l’attribuzione dell’incarico di Responsabile Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) al Direttore del Dipartimento Legale dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Adriatico Meridionale (AdSP).

Il provvedimento in questione, si occupava di valutare la compatibilità o meno dello svolgimento del ruolo di RPCT da parte del dirigente dell’ufficio legale iscritto all’albo speciale presso la Autorità di sistema portuale citata.

Recentemente una questione analoga era stata posta con riguardo alla nomina di RPCT al dirigente dell’ufficio legale dell’autorità portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale (Porto di Ravenna).

La vicenda

In primo grado, il giudice investito della fattispecie in esame si era pronunciato affermando l’incompatibilità fra i due ruoli: in primo luogo, perché ai sensi della dell’art. 23 l. 247/2012, gli avvocati degli enti pubblici devono essere incardinati in un ufficio legale stabilmente costituito e incaricati in forma esclusiva dello svolgimento di tali funzioni in piena libertà ed autonomia, con esclusione di ogni attività di gestione amministrativa.

In secondo luogo, perché le competenze del RPCT, pur non essendo propriamente compiti di amministrazione attiva, talvolta possono presentare profili che potrebbero creare delle incompatibilità per un legale nello svolgimento dei compiti che gli sono propri.

La vicenda apparentemente di facile soluzione, in realtà, non lo è affatto.

Da un punto di vista normativo, infatti, la legge 6 novembre 2012, n. 190, istitutiva della figura del RPCT, non fornisce alcuna indicazione sulla nomina del RPCT, in quanto avvocato di un ente pubblico.

A tal proposito, l’ANAC è intervenuta, più volte, fornendo diversi orientamenti sulla scelta del RPCT; da ultimo si rammenta quello contenuto nell’aggiornamento del 2017 del PNA adottato con Determinazione Anac n. 831 del 3 agosto 2016 (§ 5.2).

Ad ogni modo, neppure l’Autorità nazionale anticorruzione si è mai espressa con specifico riferimento alla possibilità che un avvocato dell’Ente iscritto all’Albo speciale sia nominato RPCT.

L’Autorità ha finora indicato soltanto che l’attribuzione delle funzioni di RPCT debba preferibilmente ricadere su dirigenti o funzionari che si trovino in una posizione di stabilità nell’amministrazione al fine di garantire un’adeguata conoscenza del funzionamento della stessa; che non provengano direttamente da uffici di diretta collaborazione con l’organo di indirizzo per la particolarità del vincolo fiduciario che li lega all’Autorità di indirizzo politico; che non si trovino in una posizione che presenti profili di conflitto di interessi. Dovrebbero, quindi, compatibilmente con la struttura organizzativa, essere esclusi dalla designazione i dirigenti incaricati di quei settori che sono considerati più esposti al rischio della corruzione, come, ad esempio l’Ufficio gestione del patrimonio, l’Ufficio contratti, e in generale quelli assegnati ad uffici che svolgano attività di gestione e di amministrazione attiva. La scelta ricade comunque nell’autonomia organizzativa dell’ente o amministrazione.

L’ANAC, inoltre, ha sottolineato (PNA 2016 -§ 5.2) la necessità che al RPCT siano attribuiti funzioni e poteri idonei per lo svolgimento dell’incarico con piena autonomia ed effettività.

Se ciò è vero, va anche segnalato che l’art. 23 della l. 247/2012 non prevede alcuna incompatibilità tra lo svolgimento di attività di gestione posti in essere dall’avvocato dell’ente con la nomina di Responsabile per la prevenzione della corruzione.

Il principio è stato, piuttosto, sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità che considera «corretta la cancellazione dall’albo speciale di un avvocato che svolgeva per un ente pubblico oltre alle attività di rappresentanza e difesa anche attività di natura gestionale» (Cassazione civile, sez. un., 15/09/2010, n. 19547).

Sembrerebbe ritenersi cioè, che lo svolgimento di attività di gestione da parte degli avvocati degli uffici legali presso gli enti pubblici potrebbe inficiare proprio quel carattere di esclusività, a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia, che il legislatore ha indicato come requisito fondamentale per l’iscrizione all’albo speciale

Ci si deve allora domandare se il RPCT, nello svolgimento delle funzioni proprie – a prescindere da quelle che gli possono derivare dall’eventuale titolarità di un ufficio, ponga in essere anche attività di natura gestionale.

A tal proposito, l’ANAC ha affermato che sebbene il RPCT non svolge prettamente funzioni di amministrazione attiva, come sottolineato anche dal giudice di prime cure nella sentenza richiamata, nel modo tradizionalmente inteso (adozione di atti e di provvedimenti amministrativi connessi al raggiungimento dei fini istituzionali della p.a.), esso svolge, tuttavia, importanti compiti, quali la predisposizione del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione (PTPC) e la verifica dell’attuazione delle misure di prevenzione ivi contenute, attività che lo inducono a rapportarsi con le varie strutture dell’amministrazione, con l’organo di indirizzo politico e con tutti i dirigenti dell’ente.

Non soltanto, ma è importante anche ricordare che al RPCT spetta anche l’importante compito di vigilare sul rispetto delle disposizioni sulle inconferibilità e incompatibilità degli incarichi, ai sensi dall’art. 15 del d.lgs. n. 39/2013, con capacità proprie di intervento anche sanzionatorio (cfr. Delibera ANAC 833/2016 e TAR n. 6593/2016) e che tale compito potrebbe rientrare tra quelli “di amministrazione e gestione attiva” generando quindi un possibile vulnus al corretto svolgimento dei compiti dell’avvocato.

La decisione

E allora, chiarito che l’ANAC non è competente a pronunciarsi in ordine al requisito di esclusività della funzione di avvocato di un ente pubblico iscritto all’albo speciale di cui alla legge 247/2012; ma che può, invece, esprimersi sul rapporto fra il ruolo di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza e quello di avvocato di un ente pubblico iscritto all’albo speciale di cui alla legge 247/2012 e sulla possibilità di attribuire i due incarichi alla medesima persona; deve affermarsi che quello di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza è un ruolo che comporta necessariamente rapporti costanti e diretti con l’organo di vertice e con tutte le strutture dell’amministrazione. E, considerate le numerose attribuzioni del Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza, alcune delle quali presentano profili di natura gestionale e sanzionatoria. deve ritenersi, altamente non opportuno attribuire il ruolo di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza agli avvocati iscritti all’albo speciale delle amministrazioni e degli enti pubblici ai sensi dell’art. 23 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.

 

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