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I giudici della Sezione Lavoro della Cassazione hanno ribadito il principio dell’applicabilità della nuova disciplina della prescrizione quinquennale di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3 alle contribuzioni dovute alle casse di previdenza privatizzate dei liberi professionisti

La vicenda

Un avvocato aveva proposto ricorso dinanzi al Tribunale di Vasto avverso la cartella esattoriale con la quale gli era stato intimato il pagamento della somma di Euro 32.747,12 a titolo di contributi, sanzioni ed interessi dovuti dall’1.1.1989 al 23.6.2000, data, quest’ultima, della sua cancellazione dall’albo, dopo che vi era stato iscritto d’ufficio. Ebbene, l’adito tribunale accoglieva l’istanza, ritenendo che fosse intervenuta la prescrizione della pretesa creditoria azionata dalla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense.

La decisione è stata confermata anche in appello.

Dagli atti di causa era emerso che l’avvocato si fosse cancellato dall’albo professionale nel 2000; l’iscrizione d’ufficio era stata deliberata nell’aprile del 2008 in relazione a periodi anteriori al 2000; la Cassa Forense aveva, perciò, comunicato con lettera del 6.9.1999, ricevuta dal predetto, il 17.9.1999, i dati reddituali relativi al 1989 qualificati come professionali; solo con lettera del 7.5.2008 si faceva riferimento alla circostanza per la quale sulla base dell’esame della posizione reddituale dell’appellato e dei dati conosciuti alla Cassa era emerso il superamento dei limiti fissati dal Comitato dei Delegati per l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa Forense e che, pertanto, era stata deliberata dalla Giunta la sua iscrizione d’ufficio a decorrere dall’1.1.1989 e fino al 23.6.2000.

Tra la data dell’atto interruttivo della prescrizione del 6.9.1999 e la lettera del 2008 era intercorso un periodo superiore ai cinque anni, per cui il credito in esame si era prescritto.

La decisione è stata confermata anche dai giudici della Cassazione.

Con l’unico motivo di ricorso la Cassa forense lamentava la violazione di legge in ordine alla decorrenza del termine di prescrizione della pretesa creditoria.

Ma il ricorso non è stato accolto.

La giurisprudenza di legittimità, ha più volte ribadito il principio dell’applicabilità della nuova disciplina della prescrizione quinquennale di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3 alle contribuzioni dovute alle casse di previdenza privatizzate dei liberi professionisti.

Ebbene se è vero che la durata della prescrizione è quella generale quinquennale ai sensi della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 9, nel caso in esame, il primo atto interruttivo risaliva al 1999, allorquando fu richiesto formalmente dalla Cassa Forense il pagamento dei contributi omessi in relazione all’annualità del 1989.

I giudici della Cassazione hanno inoltre, rilevato che la cancellazione dall’albo avvenne il 23.6.2000 e che solo la comunicazione dei dati reddituali di cui alla L. n. 576 del 1980, artt. 17 e 23 poteva far decorrere la prescrizione, così come previsto dal comma 2 dell’art. 19 della stessa legge.

«Senonché, l’omessa comunicazione dei dati reddituali poteva ritenersi superata dal dato cognitivo rappresentato dalla lettera interruttiva del 6.9.1999, inviata dalla stessa Cassa, nonché dalla cancellazione successiva del 23.6.2000, che non poteva non essere conosciuta dall’odierna ricorrente posto che ella stessa aveva provveduto a deliberarla».

La corte d’appello aveva perciò correttamente individuato la maturazione della prescrizione quinquennale con riferimento all’ultima lettera inviata all’avvocato il 7.5.2008, nella quale si faceva al superamento dei limiti fissati dal Comitato dei Delegati per l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa Forense, per cui era stata deliberata dalla Giunta l’iscrizione d’ufficio a decorrere dall’1.1.1989 e fino al 23.6.2000.

La redazione giuridica

 

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PEC SATURA: RESPONSABILE L’AVVOCATO PER MANCATA RICEZIONE DELL’ATTO

In tema di legittimo impedimento per concomitante impegno professionale, l’obbligo di diligenza gravante sul difensore gli impone di dare preferenza alla posizione processuale che risulterebbe maggiormente pregiudicata dalla mancata trattazione del giudizio

La vicenda

Un processo penale in materia di abusivismo edilizio. L’imputato, condanno in primo e secondo grado di giudizio, impugnava la decisione della corte d’appello di Napoli, dinanzi ai giudici della Cassazione.
Con un primo motivo la difesa deduceva il vizio di motivazione con riferimento all’ordinanza pronunciata dal giudice di primo grado che aveva ritenuto non legittimo un impedimento del difensore, anche se sufficientemente documentato e tempestivamente segnalato.
Ed invero, l’avvocato aveva dedotto di non poter prendere parte all’udienza, in difesa del suo assistito, perché impegnato in un’altra causa nel diverso Tribunale di Nocera Inferiore.
Sul punto si sono espressi anche i giudici della Cassazione, i quali tuttavia, non hanno accolto il motivo di ricorso perché inammissibile.

Ed invero la sentenza della Corte d’appello era logica e immune da vizi.

L’istanza di legittimo impedimento non meritava di essere accolta vista la contiguità geografica tra gli uffici giudiziari nei quali il difensore aveva avuto udienza lo stesso giorno, oltre alla circostanza che il processo nel diverso Tribunale di Nocera Inferiore non avesse particolari profili di urgenza.
E’ stato sufficiente ricordare il consolidato insegnamento giurisprudenziale secondo il quale «in tema di legittimo impedimento del difensore per concomitante impegno professionale, fermi i requisiti di ammissibilità dell’istanza di rinvio (tempestiva prospettazione dell’impedimento; rappresentazione delle ragioni che rendono essenziale la presenza del difensore nel diverso processo; indicazione della assenza nel primo procedimento di altro codifensore che possa validamente difendere l’imputato, nonché della impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell’art. 102 c.p.p. sia nel processo a cui intende partecipare sia in quello di cui chiede il rinvio), il giudice deve comunque accertare il carattere eventualmente dilatorio della richiesta valutando del merito l’urgenza del procedimento concomitante, tenuto conto dell’obbligo di diligenza gravante sul difensore che gli impone di dare preferenza alla posizione processuale che risulterebbe maggiormente pregiudicata dalla mancata trattazione del giudizio».
Per tali ragioni il ricorso è stato dichiarato inammissibile e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 
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SPESE FORFETTARIE DELL’AVVOCATO: PROVA, PERCENTUALE E CRITERI DI LIQUIDAZIONE

avvocati

La fase istruttoria del giudizio comprende una pluralità di attività ulteriori rispetto all’espletamento di prove orali e di CTU, tra cui anche la richiesta, da parte degli avvocati, di prove, la produzione di memorie illustrative o di precisazione o l’integrazione delle domande

Vìola, pertanto, la legge il giudice che non dispone in favore degli avvocati la liquidazione dei compensi per tale attività difensiva.

La vicenda

A proporre ricorso per Cassazione era stato il difensore di una donna ammessa al patrocinio a spese dello Stato contro il decreto di liquidazione dei compensi a lei spettanti per l’attività difensiva svolta in favore della propria assistita.

Ebbene in tale provvedimento, il giudice aveva omesso di regolare le spese del giudizio di opposizione utilizzando la formula “nulla per le spese”.

La ricorrente denunciava così la nullità dell’ordinanza, stante l’omessa pronuncia sulle spese dell’opposizione, nonché la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., affermando che:

–          Il fatto che ella stesse in giudizio personalmente non escludeva il suo diritto alla rifusione delle spese e alla liquidazione dei compensi per l’attività professionale svolta;

–          E che qualora il tribunale avesse invece inteso compensare le spese di giudizio, avrebbe dovuto motivare la propria determinazione in tal senso.

Nello stesso ricorso aveva anche denunciato la violazione dell’art. 91 del D.M. 55/2014 nonché l’omesso esame di un fatto decisivo, laddove il tribunale aveva negato il compenso per l’intera fase istruttoria e di trattazione, poiché non erano state espletate prove orali e non era stata disposta CTU.

La decisione della Cassazione

In relazione alla prima delle due censure mosse dalla ricorrente, quella cioè relativa alla statuizione “nulla sulle spese”, il ricorso appare fondato.

A giudizio degli Ermellini, infatti, tale statuizione viola il principio per cui la circostanza che l’avvocato si sia avvalso della facoltà di difesa personale prevista dall’art. 86 c.p.c. non incide sulla natura professionale dell’attività svolta in proprio favore, e pertanto, non esclude che il giudice debba liquidare in suo favore, secondo le regole della soccombenza e in base alle tariffe professionali, i diritti e gli onorari previsti per la sua prestazione (Cass. n. 2193/2008).

Altrettanto fondato è motivo relativo alla statuizione del giudice di merito in ordine alla esclusione del compenso per la fase di trattazione poiché non erano state espletate prove orali e non era stata disposta CTU: ebbene tale affermazione viola il disposto dell’art. 4, co. 5, lett. c) D.M. 55/2014, che include nella fase istruttoria una pluralità di attività ulteriori rispetto all’espletamento di prove orali e di CTU, tra cui anche la richiesta di prove e le memorie illustrative o di precisazione o integrazione delle domande.

Sul punto, la Cassazione ha rimesso la valutazione al giudice di rinvio affinché verifichi se tali ulteriori attività siano state o meno effettuate.

Non è invece, censurabile in sede di legittimità il tema della liquidazione delle spese processuali che la parte soccombente deve rimborsare a quella vittoriosa; dal momento che la determinazione degli onorari di avvocato e degli onorari e diritti di procuratore costituiscono esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito e che, qualora sia contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede una specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato da parte dei giudici della Cassazione.

La redazione giuridica

 

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INDAGINI DIFENSIVE: PRECISAZIONI IN TEMA DI DICHIARAZIONI AL DIFENSORE

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dati personali

Il Garante della privacy ha verificato la conformità dei codici di deontologia alla normativa sulla protezione dei dati personali. In Gazzetta ufficiale le “regole deontologiche” ritenute conformi

Il Garante per la protezione dei dati personali ha verificato la conformità dei Codici di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici, statistici, scientifici e investigazioni difensive al Regolamento Ue 2016/679 sulla protezione dei dati personali. La verifica è stata demandata all’Autorità dal decreto legislativo 101/2018 di adeguamento della normativa nazionale al Regolamento Ue.  L’attività ha comportato la soppressione o la ridefinizione di talune previsioni alla luce del diverso approccio richiesto ai titolari del trattamento dal Regolamento Ue. Il tutto in omaggio ai principi di accountability, privacy by default e by design.

Le disposizioni ritenute conformi, denominate “regole deontologiche”, sono state pubblicate nelle scorse ore in Gazzetta Ufficiale.

Per quanto riguarda gli avvocati, tali regole sono contenute nella delibera n. 512/2018. Il provvedimento dispone che il trattamento dei dati deve essere organizzato in modalità non necessariamente automatizzate, purché adeguate a garantire il rispetto dei diritti, delle libertà e della dignità degli interessati. A tal fine devono essere applicati i principi di finalità, proporzionalità e minimizzazione dei dati. Il tutto dopo il compimento di una valutazione sostanziale fondata anche sulla quantità e qualità dei dati raccolti e dei possibili rischi.

Tutte le decisioni devono essere assunte dal titolare del trattamento.

Tale ruolo può essere ricoperto da un professionista singolo o anche da più codifensori della stessa parte o che, anche fuori dalla difesa, abbiano concorso all’attività difensiva in qualità di consulenti o domiciliatari. Ma anche da un’associazione professionale o una società tra professionisti. Il responsabile del trattamento deve fornire alle persone autorizzate adeguate istruzioni sul trattamento dei dati, indicando le regole da osservare in base al ruolo ricoperto.

La delibera 512/2018 chiarisce quali sono le informazioni che possono essere  utilizzate lecitamente e secondo correttezza. Ma definisce, anche, situazioni in cui occorre prestare particolare attenzione al fine di prevenire l’ingiustificata raccolta, utilizzazione o conoscenza dei dati.

Il provvedimento sancisce poi che l’avvocato può fornire in un unico contesto l’informativa sul trattamento dei dati  personali  e le notizie che deve  indicare  ai sensi  della disciplina sulle indagini difensive.

In particolare, mediante affissione nei locali dello studio o pubblicazione sul proprio sito Internet, anche  utilizzando  formule  sintetiche  e colloquiali. Disposizione specifiche, infine, sono previste in tema di comunicazione e diffusione, nonché di conservazione e cancellazione dei dati.

 

SCARICA QUI LA DELIBERA DEL GARANTE N. 512/2018

 

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FATTURAZIONE ELETTRONICA: PER IL GARANTE DELLA PRIVACY VA CAMBIATA

 

mediazione

Il rappresentante nella mediazione non può mai identificarsi nella persona dell’avvocato che difende e rappresenta la parte in giudizio; né tanto meno, il rilascio di una procura speciale notarile sana il vizio di illegittimità nello svolgimento della procedura di mediazione e il sotteso rischio di improcedibilità della domanda giudiziale

Lo ha affermato il Tribunale di Vasto (sent. n. 400/018) chiamato a pronunciarsi sull’eccezione di improcedibilità della domanda sollevata dalla convenuta, sul rilievo che la procedura di mediazione si era conclusa senza che la parte istante fosse mai comparsa agli incontri (se non rappresentata dal solo difensore).

La vicenda

Oggetto della contesta è un immobile ad uso commerciale concesso dalla parte ricorrente ad una società in nome collettivo, sito nel comune di Vasto.

Ebbene, secondo la parte attrice, la convenuta si era resa morosa nell’adempimento delle sue obbligazioni ed in particolare nel pagamento del canone di locazione. Per tali ragioni, quest’ultima l’aveva citata in giudizio al fine di ottenere la convalida dello sfratto per morosità.

Senonché il giudice ordinario accoglieva le eccezioni sollevate dalla convenuta e assegnava alle parti un termine di quindici giorni per l’attivazione del procedimento di mediazione, ai sensi dell’art. 5, comma 4, lett. b), D.Lgs. 28/2010.

Il procedimento di mediazione

Il procedimento di mediazione si articolava in più incontri, durante i quali la parte istante non compariva mai attraverso il proprio legale rappresentante, ma soltanto attraverso il proprio avvocato, munito di procura speciale notarile.

E…qui il punto!

Il procedimento di mediazione si concludeva negativamente, per mancata accettazione della proposta conciliativa formulata dal professionista. Senonché, alla prima udienza celebratasi, a conclusione della fase stragiudiziale, la parte convenuta eccepiva l’improcedibilità della domanda sul rilievo che la procedura di mediazione si era svolta senza la comparizione della parte istante.

La giurisprudenza di merito

Il Tribunale di Vasto, al fine di dare una soluzione alla vicenda in esame, ha inteso richiamare il prevalente orientamento della giurisprudenza di merito secondo il quale, ai fini del corretto esperimento del procedimento di mediazione, è necessario che le parti siano sempre presenti personalmente, assistite dai rispettivi avvocati, a tutti gli incontri programmati innanzi al mediatore.

L’assenza ingiustificata di una o di entrambe le parti, costituendo un comportamento anti doveroso assunto in violazione di un preciso obbligo di legge, espone che la parte che decide di non presenziare personalmente alla procedura di mediazione al rischio di subire le conseguenze sanzionatorie, sia sul piano economico che processuale, previste dall’art. 8, comma 4bis, del D.Lgs, n. 28/2010.

Con riferimento al caso in esame, qualora la parte attrice, che dapprima abbia presentato la domanda di mediazione e poi non abbia partecipato personalmente al primo o ai successivi incontri preferendo delegare l’incombente al proprio avvocato, deve ritenersi che la condizione di procedibilità non si sia avverata, dal momento che, ai fini della procedibilità della domanda, non è sufficiente esperire procedimento di mediazione purchessia, ma è necessario rispettare tutte le condizioni di legge per un rituale e corretto svolgimento della procedura, prima tra le quali quella che impone alle parti di essere presenti personalmente agli incontri dinanzi al mediatore e, in particolar modo, al primo incontro, che costituisce uno nodo cruciale di tutta la procedura.

Con ciò -aggiunge il Tribunale abruzzese – non si vuole sostenere che sia preclusa alle parti la possibilità di delegare un terzo alla partecipazione alla procedura, ma solo a condizione che siano rispettati due presupposti.

La causa ostativa

La parte che intende farsi rappresentare in mediazione da un altro soggetto deve dedurre e provare che sussiste una causa che le impedisca di essere personalmente presente.

Tale ragione ostativa deve avere le caratteristiche di un impedimento:

–          oggettivo (cioè tale da non consentire alla parte, che pure vorrebbe intervenire, la materiale possibilità di presenziare agli incontri),

–          assoluto (vale a dire non superabile con uno sforzo di ordinaria lealtà e diligenza)

–          e non temporaneo (cioè idoneo a protrarsi per un periodo di tempo superiore ai termini di durata massima della procedura di mediazione).

Inoltre, il terzo deve essere a conoscenza dei fatti che hanno originato il conflitto e sia dotato (tramite previo rilascio di una procura speciale) del potere di assumere decisioni vincolanti per la parte rappresentata.

Il rappresentante, ad ogni modo, non potrà mai identificarsi nella persona dell’avvocato che difende e rappresenta la parte in giudizio, per tre ordini di ragioni:

1)      Perché non è pensabile applicare analogicamente alla mediazione le norme che all’interno del processo consentono alla parte di farsi rappresentare dal difensore (art. 83 c.p.c.), data la evidente diversità di ratio tra i due istituti;

2)      Perché nella mediazione la funzione dell’avvocato è di mera assistenza alla parte comparsa per la migliore efficacia e funzionamento dell’istituto, e non di rappresentanza della parte assente;

3)      Perché la presenza del solo avvocato, non accompagnato neppure da un fiduciario dell’interessato, impedirebbe al mediatore di avere un contatto diretto con le persone protagoniste del conflitto, precludendogli di comprendere i bisogni, gli interessi, i sentimenti dei soggetti coinvolti.

A ciò va altresì aggiunto che anche il conferimento, ad opera della parte interessata, di una procura speciale notarile al proprio avvocato non vale a sanare il rilevato vizio di illegittimità nello svolgimento della procedura di mediazione e il sotteso rischio di improcedibilità della domanda giudiziale.

La redazione giuridica

 

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PROCESSO AMMINISTRATIVO: OBBLIGATORIO IL DEPOSITO DELLA COPIA CARTACEA

sostituto

Deve ritenersi tacitamente abrogato, ex art. 15 disp. prel.cod.civ. l’art. 9 r.d.l. n. 1578 del 1933, che prevedeva la necessità che la delega al sostituto difensore avesse forma scritta

Fraudolento danneggiamento di beni assicurati, era questo il reato ascritto a due indagati. All’esito delle indagini preliminari, tuttavia, il pubblico ministero procedente ne aveva chiesto l’archiviazione. Cosicché dopo l’opposizione, ritualmente presentata dalla persona offesa, il giudice per le indagini preliminari fissava l’udienza camerale. In tale occasione l’avvocato difensore sostituto del legale di fiducia della persona offesa non veniva ammesso alla discussione in quanto delegato dal titolare della causa solo in forma orale.

La pronuncia della Cassazione

I giudici della Cassazione ricordano che sulla questione relativa alla possibilità, da parte del difensore di fiducia, di delegare oralmente un proprio sostituto a svolgere una attività difensiva davanti ad un giudice – è insorto, di recente, un contrasto giurisprudenziale, tra quanto sostenuto dalla V Sez., n. 26606 dell’11/06/2018 secondo cui la delega orale non sarebbe consentita, e quanto ha ritenuto la Sezione Prima della Suprema Corte, con la sentenza n. 48862 del 2/10/2018, non ancora massimata.

Nella sentenza in commento (n. 57832/2018) i giudici della Cassazione, hanno comunque, ritenuto di dover aderire alle conclusioni cui è pervenuta tale ultima decisione, non considerando necessaria, la rimessione della questione alle Sezioni Unite.

L’art. 14, comma 2, della legge del 31 dicembre del 2012 n. 247 – che è intitolata “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense” – prevede che “gli avvocati possono farsi sostituire da altro avvocato, con incarico verbale o da un praticante abilitato, con delega scritta“.

Ebbene, è corretto – a giudizio degli Ermellini – ritenere che risponde ad esigenze di semplificazione insite nella riforma dell’ordinamento forense e di “armonizzazione in ambito europeo”, l’esigenza “di sopperire all’impossibilità di presenziare all’udienza (o all’atto da compiere) da parte del difensore titolare”.

Ed è corretto, altresì, sulla base di questi presupposti, che si debba ritenere tacitamente abrogato, ex art. 15 disp. prel.cod.civ. l’art. 9 r.d.l. n. 1578 del 1933, che prevedeva la necessità che la delega avesse forma scritta.

Proprio l’esistenza di tale norma aveva indotto la Sezione Quinta di questa Corte, con la prima decisione sopra indicata, a ritenere, in mancanza di una abrogazione espressa, che la norma introdotta con la legge del 2012 avesse effetto solo in ambito stragiudiziale.

Che le due norme possano coesistere, senza che si debba ritenere che la più recente sia incompatibile con la più risalente, non è soluzione condivisibile, in ragione del fatto che le intenzioni del legislatore della riforma dell’ordinamento forense, quali si ricavano dai lavori preparatori siccome indicati nella sentenza della prima sezione (fg. 6), erano nel senso che la norma contenuta nell’art. 14 della legge del 2012 fosse da riferire anche all’ambito giudiziale.

Anche il Consiglio Nazionale Forense, nel parere reso dalla Commissione Consultiva il 23 ottobre del 2013 (Quesito del COA di Ferrara), ha interpretato la norma dell’art. 14 della L. 247/2012 nel senso poc’anzi detto.

Peraltro, ritenere che la delega orale sia consentita solo in ambito stragiudiziale, ridurrebbe macroscopicamente la portata innovativa della riforma, rendendola sostanzialmente sterile.

Non va dimenticato, tra l’altro che, a carico dell’avvocato, incombono le responsabilità deontologiche, penali e civili nel caso di dichiarazioni mendaci.

Inoltre, in ambito penale e sul piano della salvaguardia e della tutela degli interessi dell’imputato, può crertamente dirsi che, davanti ad una attività giudiziale da compiersi comunque in assenza del difensore di fiducia, risulta più idonea ad assicurare una migliore difesa tecnica la possibilità di ammettere un delegato del difensore titolare, anziché procedere alla nomina di un difensore di ufficio ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen., o, come nel caso in esame, procedere in assenza del sostituto del difensore della persona offesa.

Il difensore delegato, infatti, si può presumere, o comunque non escludersi, che sia stato investito dal delegante della conoscenza della causa, che il difensore di ufficio, nominato ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen. certamente non ha nella ipotesi, invero frequente, in cui non eserciti la facoltà di chiedere un termine a difesa.

Per le ragioni esposte, nel caso in esame, secondo i giudici della Corte, la mancata ammissione da parte del Giudice per le indagini preliminari alla partecipazione all’udienza camerale del sostituto del difensore di fiducia della persona offesa, munito di delega orale, ha causato una violazione del contraddittorio ex art. 127, comma 5, cod. proc. pen., che determina l’annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato.

 

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NOTIFICA TARDIVA PER COLPA DELL’AVVOCATO: APPELLO INAMMISSIBILE

responsabile prevenzione della corruzione

Deve ritenersi altamente non opportuno attribuire il ruolo di Responsabile prevenzione della corruzione e della trasparenza agli avvocati iscritti all’albo speciale delle amministrazioni e degli enti pubblici ai sensi dell’art. 23 della legge 31 dicembre 2012, n. 247

Con delibera n. 841 del 2 ottobre 2018, l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) si è pronunciata su una questione avente ad oggetto l’attribuzione dell’incarico di Responsabile Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) al Direttore del Dipartimento Legale dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Adriatico Meridionale (AdSP).

Il provvedimento in questione, si occupava di valutare la compatibilità o meno dello svolgimento del ruolo di RPCT da parte del dirigente dell’ufficio legale iscritto all’albo speciale presso la Autorità di sistema portuale citata.

Recentemente una questione analoga era stata posta con riguardo alla nomina di RPCT al dirigente dell’ufficio legale dell’autorità portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale (Porto di Ravenna).

La vicenda

In primo grado, il giudice investito della fattispecie in esame si era pronunciato affermando l’incompatibilità fra i due ruoli: in primo luogo, perché ai sensi della dell’art. 23 l. 247/2012, gli avvocati degli enti pubblici devono essere incardinati in un ufficio legale stabilmente costituito e incaricati in forma esclusiva dello svolgimento di tali funzioni in piena libertà ed autonomia, con esclusione di ogni attività di gestione amministrativa.

In secondo luogo, perché le competenze del RPCT, pur non essendo propriamente compiti di amministrazione attiva, talvolta possono presentare profili che potrebbero creare delle incompatibilità per un legale nello svolgimento dei compiti che gli sono propri.

La vicenda apparentemente di facile soluzione, in realtà, non lo è affatto.

Da un punto di vista normativo, infatti, la legge 6 novembre 2012, n. 190, istitutiva della figura del RPCT, non fornisce alcuna indicazione sulla nomina del RPCT, in quanto avvocato di un ente pubblico.

A tal proposito, l’ANAC è intervenuta, più volte, fornendo diversi orientamenti sulla scelta del RPCT; da ultimo si rammenta quello contenuto nell’aggiornamento del 2017 del PNA adottato con Determinazione Anac n. 831 del 3 agosto 2016 (§ 5.2).

Ad ogni modo, neppure l’Autorità nazionale anticorruzione si è mai espressa con specifico riferimento alla possibilità che un avvocato dell’Ente iscritto all’Albo speciale sia nominato RPCT.

L’Autorità ha finora indicato soltanto che l’attribuzione delle funzioni di RPCT debba preferibilmente ricadere su dirigenti o funzionari che si trovino in una posizione di stabilità nell’amministrazione al fine di garantire un’adeguata conoscenza del funzionamento della stessa; che non provengano direttamente da uffici di diretta collaborazione con l’organo di indirizzo per la particolarità del vincolo fiduciario che li lega all’Autorità di indirizzo politico; che non si trovino in una posizione che presenti profili di conflitto di interessi. Dovrebbero, quindi, compatibilmente con la struttura organizzativa, essere esclusi dalla designazione i dirigenti incaricati di quei settori che sono considerati più esposti al rischio della corruzione, come, ad esempio l’Ufficio gestione del patrimonio, l’Ufficio contratti, e in generale quelli assegnati ad uffici che svolgano attività di gestione e di amministrazione attiva. La scelta ricade comunque nell’autonomia organizzativa dell’ente o amministrazione.

L’ANAC, inoltre, ha sottolineato (PNA 2016 -§ 5.2) la necessità che al RPCT siano attribuiti funzioni e poteri idonei per lo svolgimento dell’incarico con piena autonomia ed effettività.

Se ciò è vero, va anche segnalato che l’art. 23 della l. 247/2012 non prevede alcuna incompatibilità tra lo svolgimento di attività di gestione posti in essere dall’avvocato dell’ente con la nomina di Responsabile per la prevenzione della corruzione.

Il principio è stato, piuttosto, sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità che considera «corretta la cancellazione dall’albo speciale di un avvocato che svolgeva per un ente pubblico oltre alle attività di rappresentanza e difesa anche attività di natura gestionale» (Cassazione civile, sez. un., 15/09/2010, n. 19547).

Sembrerebbe ritenersi cioè, che lo svolgimento di attività di gestione da parte degli avvocati degli uffici legali presso gli enti pubblici potrebbe inficiare proprio quel carattere di esclusività, a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia, che il legislatore ha indicato come requisito fondamentale per l’iscrizione all’albo speciale

Ci si deve allora domandare se il RPCT, nello svolgimento delle funzioni proprie – a prescindere da quelle che gli possono derivare dall’eventuale titolarità di un ufficio, ponga in essere anche attività di natura gestionale.

A tal proposito, l’ANAC ha affermato che sebbene il RPCT non svolge prettamente funzioni di amministrazione attiva, come sottolineato anche dal giudice di prime cure nella sentenza richiamata, nel modo tradizionalmente inteso (adozione di atti e di provvedimenti amministrativi connessi al raggiungimento dei fini istituzionali della p.a.), esso svolge, tuttavia, importanti compiti, quali la predisposizione del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione (PTPC) e la verifica dell’attuazione delle misure di prevenzione ivi contenute, attività che lo inducono a rapportarsi con le varie strutture dell’amministrazione, con l’organo di indirizzo politico e con tutti i dirigenti dell’ente.

Non soltanto, ma è importante anche ricordare che al RPCT spetta anche l’importante compito di vigilare sul rispetto delle disposizioni sulle inconferibilità e incompatibilità degli incarichi, ai sensi dall’art. 15 del d.lgs. n. 39/2013, con capacità proprie di intervento anche sanzionatorio (cfr. Delibera ANAC 833/2016 e TAR n. 6593/2016) e che tale compito potrebbe rientrare tra quelli “di amministrazione e gestione attiva” generando quindi un possibile vulnus al corretto svolgimento dei compiti dell’avvocato.

La decisione

E allora, chiarito che l’ANAC non è competente a pronunciarsi in ordine al requisito di esclusività della funzione di avvocato di un ente pubblico iscritto all’albo speciale di cui alla legge 247/2012; ma che può, invece, esprimersi sul rapporto fra il ruolo di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza e quello di avvocato di un ente pubblico iscritto all’albo speciale di cui alla legge 247/2012 e sulla possibilità di attribuire i due incarichi alla medesima persona; deve affermarsi che quello di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza è un ruolo che comporta necessariamente rapporti costanti e diretti con l’organo di vertice e con tutte le strutture dell’amministrazione. E, considerate le numerose attribuzioni del Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza, alcune delle quali presentano profili di natura gestionale e sanzionatoria. deve ritenersi, altamente non opportuno attribuire il ruolo di Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza agli avvocati iscritti all’albo speciale delle amministrazioni e degli enti pubblici ai sensi dell’art. 23 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.

 

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REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, VARATO IL ‘DDL ANTICORRUZIONE’

consigli degli ordini

Consigli degli ordini forensi, non è possibile essere eletti per più di due mandati esecutivi; la previsione deve intendersi funzionale all’esigenza di “assicurare la più ampia partecipazione degli iscritti all’esercizio delle funzioni di governo degli Ordini, favorendone l’avvicendamento nell’accesso agli organi di vertice” 

In tema di elezioni dei Consigli degli ordini circondariali forensi, la disposizione dell’art. 3, comma 3, secondo periodo, della legge 12 luglio 2017, n. 113, in base alla quale i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi, si intende riferita anche ai mandati espletati anche solo in parte prima della sua entrata in vigore, con la conseguenza che, a far tempo dall’entrata in vigore di detta legge (21 luglio 2017) e fin dalla sua prima applicazione in forza del comma 3 del suo art. 17, non sono eleggibili gli avvocati che abbiano già espletato due mandati consecutivi (esclusi quelli di durata inferiore al biennio ai sensi del comma 4 del medesimo art. 3 L. 113/17) di componente dei Consigli dell’ordine, pure se anche solo in parte sotto il regime anteriore alle riforme di cui alle leggi 31 dicembre 2012, n. 247, e 12 luglio 2017, n. 113“.

È l’ultima pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione in ordine all’eleggibilità degli appartenenti ai consigli degli ordini forensi, alla luce della legge n. 113/2011.

La vicenda

La vicenda ha inizio dal ricorso presentato da un avvocato al fine di ottenere la cassazione del provvedimento con cui il Consiglio Nazionale Forense aveva rigettato il reclamo da lui proposto, in qualità di componente eletto del Consiglio dell’Ordine cui era iscritto, avverso la proclamazione di alcuni degli eletti e di uno dei candidati alle elezioni per il rinnovo del medesimo Consiglio.

Nella specie, il reclamo era fondato sulla contestazione dell’eleggibilità di sei componenti proclamati eletti, per avere costoro già ricoperto la carica di consigliere dell’Ordine per almeno due mandati consecutivi, in relazione all’art. 3, comma 3, della legge n. 113/2017.

Sono eleggibili gli iscritti che hanno diritto di voto, che non abbiano riportato nei cinque anni precedenti una sanzione disciplinare esecutiva più grave dell’avvertimento. (…) non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi (…)”.

Va premesso che i fatti in causa, sono precedenti all’entrata in vigore della richiamata legge.

Ed è proprio questo l’elemento su cui si fonda l’eccezione presentata dal Consiglio Nazionale Forense sulla non computabilità dei mandati di consigliere svolti anteriormente alla nuova legge ai fini della preclusione di eleggibilità prevista dall’art. 3, comma 3, della legge 12 luglio 2017, n. 113.

Si disputa, allora, sul rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli avvocati tenutesi in sede di prima applicazione della richiamata legge.

Il giudizio della Cassazione

Per inquadrare i termini della questione, i giudici della Suprema corte di Cassazione, ripercorrono le fasi che hanno portato all’adozione, da parte del legislatore italiano, di una simile previsione normativa.

La norma è stata riscritta, con abrogazione espressa anche del richiamato comma 5 ad opera dell’art. 18 della l. 113/17, dal nuovo art. 3 di questa, il quale, com’è noto, è rubricato “elettorato attivo e passivo” e prevede, ai suoi commi 3 e 4 che:

3. “Sono eleggibili gli iscritti che hanno diritto di voto, che non abbiano riportato, nei cinque anni precedenti, una sanzione disciplinare esecutiva più grave dell’avvertimento. Fermo restando quanto previsto al comma 4, i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi. La ricandidatura è possibile quando sia trascorso un numero di anni uguale agli anni nei quali si è svolto il precedente mandato”.

4. “Dei mandati di durata inferiore ai due anni non si tiene conto ai fini del rispetto del divieto di cui al secondo periodo del comma 3″.

Il comma 3 dell’art. 17 della stessa legge prevede poi che:

3. “In sede di prima applicazione, la durata dei consigli dell’ordine, ivi compresi quelli eletti ai sensi dei commi 1 e 2, è stabilita comunque alla scadenza del 31 dicembre 2018, ferme restando le disposizioni di cui all’articolo 3 della presente legge. Alle elezioni successive si applicano le disposizioni di cui all’articolo 28, comma 7, della legge 31 dicembre 2012, n. 247″.

La logica e l’interpretazione

Sul punto, reputano le Sezioni Unite, che la norma a regime (art. 3, co. 3, secondo periodo) non presenti dubbi interpretativi, dal momento che essa è adeguatamente chiara nel senso di escludere la stessa eleggibilità di avvocati che abbiano espletato due mandati consecutivi, anche se sotto il regime dell’ordinamento della professione forense previgente alle riforme del 2012 (e, quanto alla disciplina elettorale, del 2017); e che tale interpretazione, valevole per l’assetto a regime della normativa, sia da estendere anche alle elezioni in sede di prima applicazione della legge 113/17 in virtù di una norma transitoria (art. 17, co. 3, primo periodo, ultimo inciso, della L. 113/17) altrettanto idoneamente specifica.

Peraltro, non vi sono neppure dubbi circa la ratio di una simile disposizione, analoga – tra gli altri – a quello introdotto per gli organismi rappresentativi di altri ordini professionali (come quello dei dottori commercialisti ed esperti contabili) che deve qualificarsi (come già affermato da Cass. 21/05/2018, n. 12461) funzionale all’esigenza di “assicurare la più ampia partecipazione degli iscritti all’esercizio delle funzioni di governo degli Ordini, favorendone l’avvicendamento nell’accesso agli organi di vertice, in modo tale da garantire la par condicio tra i candidati, suscettibile di essere alterata da rendite di posizione (Cass., Sez. I, 26/03/2015, n. 6128)”, nonché di evitare “fenomeni di sclerotizzazione nelle relative compagini (cfr. Cass., Sez. I, 9/10/2007, n. 21100; Cass. 5/06/2007, n. 13181; Cass. 20/05/2006, n. 11895), potenzialmente nocivi per un corretto svolgimento delle funzioni di rappresentanza degl’interessi degl’iscritti e di vigilanza sul rispetto da parte degli stessi delle norme che disciplinano l’esercizio della professione, nonché sull’osservanza delle regole deontologiche“.

Evidentemente, la norma si preoccupa di evitare, per quanto più possibile, il pericolo di una cristallizzazione di posizioni di potere nella gestione di queste a causa della protrazione del loro espletamento ad opera delle stesse persone.

Pertanto, per valutazione legislativa, ogni prolungato esercizio del mandato, come dalla norma individuato per tempo pari alla durata di due mandati consecutivi (purché ognuno non inferiore a due anni e cioè, per gli Avvocati, in ragione della metà della durata del mandato ordinario), preclude la (immediata) rieleggibilità del consigliere, al fine di impedire la cristallizzazione della sua rendita di posizione e di porre almeno un limite o correttivo a quella che da taluni si è definita come l’evidente asimmetria di potere tra esponenti già in carica soprattutto se da anni e per un mandato già rinnovato – e nuovi aspiranti alla carica.

Certo una simile scelta potrebbe far sorgere dubbi circa la sua legittimità? Fin dove si può spingere il legislatore nazionale rispetto all’esercizio della discrezionalità di cui gode in siffatta materia la categoria forense, rappresentata dal suo organo elettivo, il Consiglio dell’Ordine?

Secondo le Sezioni Unite, l’interpretazione prospettata in sentenza, non arreca alcun pericolo di questo tipo; né può dirsi contraria al principio, costantemente ribadito dalla giurisprudenza costituzionale e da quella di legittimità, della eccezionalità delle norme che prevedono cause d’ineleggibilità, in quanto volte ad imporre limitazioni al diritto di elettorato passivo, nonché della conseguente esclusione di una loro interpretazione estensiva o analogica (cfr., tra molte: Corte cost., sentt. n. 27 del 2009 e n. 141 del 1996; Cass. 02/02/2016, n. 1949; Cass. 12/02/2008, n. 3384; Cass. 25/01/2001, n. 1073); ma non arreca neppure pericolo al divieto di retroattività della legge.

Rispetto al primo punto, i giudici supremi affermano che “non si tratta di estendere in via interpretativa l’ambito applicativo della causa d’ineleggibilità ad un caso apparentemente non contemplato dalla norma che la prevede(…), ma solo d’individuare l’esatto significato dell’espressione usata dal legislatore, mediante il ricorso agli ordinari criteri ermeneutici, tra i quali la ricerca dell’intenzione del legislatore si pone, in caso di equivocità del testo da interpretare, come strumento sussidiario, utilizzabile in via integrativa ove, come nel caso in esame, la ricostruzione del senso letterale delle parole non consenta di sciogliere ogni ambiguità, e destinato ad assumere un rilievo prevalente soltanto in via eccezionale, quando l’effetto giuridico risultante dalla formulazione della disposizione appaia incompatibile con il sistema normativo (cfr. Cass., Sez. III, 21/05/2004, n. 9700; Cass., Sez. I, 6/04/2001, n. 5128; Cass., Sez. lav., 13/04/1996, n. 3495)”.

Quanto al secondo aspetto, per usare le parole del Giudice delle Leggi, si dovrebbe affermare che l’introduzione di limiti all’accesso alle cariche elettive e, in generale, all’elettorato passivo non implica altro che l’operatività immediata della legge e non una retroattività in senso tecnico e cioè con effetti ex tunc (Corte cost. 118/94).

Ciò vuol dire che la nuova norma sull’ineleggibilità non va intesa come formula per regolare fatti passati, posto che essa attribuisce, per il futuro, una nuova rilevanza ed una nuova considerazione – ora ostativa – a fatti passati, (…) ma non già disciplinandoli direttamente in modo nuovo.

Da tali considerazioni viene affermato il principio di diritto sopra espresso, con conseguente accoglimento del ricorso così formulato.

 

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Professione forense e pubblico impiego: vi è incompatibilità?

La risposta è si. Ci si può allora domandare se essere iscritti all’albo professionale, senza esercitare la professione, è anch’esso motivo di incompatibilità.

Il tema è stato affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione in una recente sentenza (sent. n. 32369/2018).

Il caso

La Corte d’Appello di Napoli aveva rigettato il ricorso proposto dal ricorrente col quale il Giudice del Lavoro di Torre Annunziata, a sua volta, aveva respinto l’opposizione al licenziamento disciplinare comminata dal suo datore di lavoro, per incompatibilità professionale.

L’uomo era dipendente del Comune di Pompei. Il licenziamento sarebbe scaturito dal fatto che vi fosse incompatibilità tra la sua funzione di dipendente pubblico e quella di avvocato.

L’ente locale, contestata il fatto che il dipendente non avesse, preventivamente, dichiarato l’esistenza di tale motivo di incompatibilità, per aver continuato ad essere iscritto all’albo degli avvocati, lasciando con ciò, presumere l’esercizio abituale della professione.

Nella stessa lettera di licenziamento si faceva menzione degli artt. 53 d.lgs. n. 165/2001, 60 e segg. t.u. n. 3/1957; nonché l. 339/2003, l. n. 247/2012 che prevedono l’espressa situazione di incompatibilità tra la funzione di dirigente pubblico e la professione forense; nonché dell’art. 21 le. n. 247/2012 secondo cui l’iscrizione all’albo professionale fa presumere l’esercizio abituale della medesima attività.

Il ricorso in Cassazione

Il giudizio è stato confermato anche dai giudici della Cassazione.

L’art. 53, comma 1 d.lgs. n. 165/2001, – affermano – ha sancito una vera e propria estensione a tutti i dipendenti pubblici, contrattualizzati e non, compresi quelli per i quali vigeva in precedenza una disciplina speciale (quali i dipendenti degli enti del parastato L. n. 70 del 1975, ex art. 8), della disciplina delle incompatibilità dettata dal testo unico degli impiegati civili dello Stato agli artt. 60 e seguenti. La stessa norma, poi, ha fatto salve le disposizioni speciali in materia di incompatibilità già vigenti per il personale docente, direttivo e ispettivo della scuola, per il personale docente dei conservatori di musica, per il personale degli enti lirici e del servizio sanitario nazionale, nonché per i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro a tempo parziale. Dunque, l’art. 53 cit. ha ribadito il generale principio dell’incompatibilità, sancito per i dipendenti statali (e degli enti pubblici non economici), con riferimento a tutti i pubblici dipendenti.

Parimenti, hanno altresì confermato che il permanere dell’iscrizione all’albo degli avvocati è altresì incompatibile, con il pubblico impiego, in quanto lascia presumere l’esercizio della professione forense con connotazione di abitualità.

 

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L’avvocato che non è iscritto alla Cassa, deve versare i propri contributi previdenziali all’INPS?

Non sono d’accordo i giudici della Corte d’Appello di Roma che hanno avuto modo di pronunciarsi sul ricorso di un avvocato, all’epoca dei fatti dipendente iscritto all’INPDAP; successivamente l’INPS lo aveva iscritto d’ufficio nella Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995 ed aveva chiesto i contributi per il lavoro autonomo svolto nell’anno 2005.

La ragione dell’iscrizione alla gestione separata risiedeva nel fatto che l’avvocato aveva svolto la libera professione in maniera non abituale e per tanto non aveva eguale obbligo di iscrizione alla propria Cassa previdenziale.

Il caso

I fatti risalgono, in effetti, ad anni antecedenti l’entrata in vigore dell’automaticità dell’iscrizione alla Cassa a seguito di iscrizione all’albo professionale forense (Art. Regolamento di attuazione ed art. 21, L. 247/2012).

I giudici della corte territoriale, avevano confermato la sentenza di primo grado con la quale era stata parzialmente accolta l’opposizione che l’avvocato aveva presentato nei confronti dell’INPS.

A sostegno della loro decisione, vi era il richiamo all’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011 conv. In l. n. 11/2011, secondo il quale l’iscrizione alla gestione separata presso l’INPS ha carattere residuale, essendo prevista necessariamente solo per i lavoratori autonomi che esercitano una professione per la quale non sia obbligatoria l’iscrizione ad appositi albi, ovvero per coloro che, pur iscritti ad albi, svolgano un’attività non soggetta a versamento contributivo agli enti di previdenza per i liberi professionisti.

Tali condizioni ricorrono nel caso dell’esercizio della professione forense, che come noto, rientra tra quelle attività non soggette al versamento contributivo presso l’istituto di previdenza nazionale.

La questione giuridica

Il punto di diritto oggetto dei fatti in commento, concerne l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’INPS da parte di avvocati non iscritti obbligatoriamente alla Cassa di previdenza forense alla quale hanno versato esclusivamente un contributo integrativo in quanto iscritti all’albo professionale, ma senza che con ciò ne consegua la costituzione di una posizione previdenziale in loro favore.

La questione in verità era stata già risolta dalla Cassazione, seppure per vicende analoghe riguardanti professionisti ingegneri e architetti (sent. n. 30344/2017; n. 30345/2017; n. 1172/2018; n. 2282/2018; n. 1643/2018).

Sebbene, infatti, si trattasse di attività diverse, il nodo da affrontare era il medesimo.

Il parere della Cassazione

I giudici della Corte di Cassazione, tengono subito a precisare che si tratta di fatti accaduti in un tempo (giuridico) ormai superato. All’epoca, per essere iscritti alla Cassa forense erano necessari due requisiti: l’iscrizione all’albo professionale e l’esercizio della libera professione con carattere di continuità. E pertanto, non potevano usufruire della previdenza forense coloro che esercitavano la libera professione in modo occasionale pur rimanendo iscritti all’albo.

Dall’altra parte vi era la Gestione separata INPS che aveva la funzione di garantire copertura assicurativa, nell’ottica della cd. “politica di universalizzazione delle tutele” non solo a coloro che ne erano completamente privi, ma anche a coloro che ne usufruivano solo in parte (cioè coloro che svolgevano due attività e che erano coperti dal punto di vista previdenziale solo per una delle due, facendo così in modo che a ciascuna corrispondesse una forma di assicurazione).

L’impostazione è di derivazione sicuramente costituzionale: “sono lavoratori tutti coloro che traggono dalla loro personale attività professionale i mezzi necessari a soddisfare le esigenze di vita proprie e familiari, ivi compresi anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, per cui essi vanno tutelati dal punto di vista previdenziale al verificarsi di una delle situazioni di bisogno individuate dall’ stesso art. 38 Cost.

Conclusione

Su queste premesse deve ritenersi valida la tesi del professionista (come accaduto al ricorrente nel caso di specie), che per svariate ragioni dovute alle specifiche discipline previdenziali di categoria, si era sottratto legittimamente all’obbligo di iscrizione alla gestione separata, poiché non obbligato all’iscrizione presso la propria cassa professionale. ad eccezione del versamento del contributo integrativo.

Tuttavia, la funzione assunta dalla Gestione separata, risponde ad una logica di copertura universale, soggettiva ed oggettiva, il che vuol dire che essa è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale (anche se non esclusivo) ma anche occasionale di una attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo, anche se il medesimo soggetto svolge un’altra diversa attività, per la quale risulta iscritto ad altra gestione.

Detto in altri termini, l’obbligo di iscrizione al sistema di gestione separata, viene meno se il reddito prodotto dall’attività professionale predetta è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento.

Ebbene, facendo applicazione del principio di universalizzazione delle tutele, deve ritenersi che la contribuzione integrativa, in quanto non correlata all’obbligo di iscrizione alla cassa professionale, non attribuisce al lavoratore alcuna copertura assicurativa per gli eventi di vecchiaia, dell’invalidità e della morte in favore dei superstiti per cui, come nel caso in esame, non può essere rilevante ai fini di escludere l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presso l’INPS.

 

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