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L’obbligo di iscrizione al sistema di gestione separata per il versamento dei contributi, viene meno solo se il reddito prodotto da altra attività professionale è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla propria cassa di riferimento

L’avvocato che non è iscritto alla Cassa, deve versare i propri contributi previdenziali all’INPS?

Non sono d’accordo i giudici della Corte d’Appello di Roma che hanno avuto modo di pronunciarsi sul ricorso di un avvocato, all’epoca dei fatti dipendente iscritto all’INPDAP; successivamente l’INPS lo aveva iscritto d’ufficio nella Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995 ed aveva chiesto i contributi per il lavoro autonomo svolto nell’anno 2005.

La ragione dell’iscrizione alla gestione separata risiedeva nel fatto che l’avvocato aveva svolto la libera professione in maniera non abituale e per tanto non aveva eguale obbligo di iscrizione alla propria Cassa previdenziale.

Il caso

I fatti risalgono, in effetti, ad anni antecedenti l’entrata in vigore dell’automaticità dell’iscrizione alla Cassa a seguito di iscrizione all’albo professionale forense (Art. Regolamento di attuazione ed art. 21, L. 247/2012).

I giudici della corte territoriale, avevano confermato la sentenza di primo grado con la quale era stata parzialmente accolta l’opposizione che l’avvocato aveva presentato nei confronti dell’INPS.

A sostegno della loro decisione, vi era il richiamo all’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011 conv. In l. n. 11/2011, secondo il quale l’iscrizione alla gestione separata presso l’INPS ha carattere residuale, essendo prevista necessariamente solo per i lavoratori autonomi che esercitano una professione per la quale non sia obbligatoria l’iscrizione ad appositi albi, ovvero per coloro che, pur iscritti ad albi, svolgano un’attività non soggetta a versamento contributivo agli enti di previdenza per i liberi professionisti.

Tali condizioni ricorrono nel caso dell’esercizio della professione forense, che come noto, rientra tra quelle attività non soggette al versamento contributivo presso l’istituto di previdenza nazionale.

La questione giuridica

Il punto di diritto oggetto dei fatti in commento, concerne l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’INPS da parte di avvocati non iscritti obbligatoriamente alla Cassa di previdenza forense alla quale hanno versato esclusivamente un contributo integrativo in quanto iscritti all’albo professionale, ma senza che con ciò ne consegua la costituzione di una posizione previdenziale in loro favore.

La questione in verità era stata già risolta dalla Cassazione, seppure per vicende analoghe riguardanti professionisti ingegneri e architetti (sent. n. 30344/2017; n. 30345/2017; n. 1172/2018; n. 2282/2018; n. 1643/2018).

Sebbene, infatti, si trattasse di attività diverse, il nodo da affrontare era il medesimo.

Il parere della Cassazione

I giudici della Corte di Cassazione, tengono subito a precisare che si tratta di fatti accaduti in un tempo (giuridico) ormai superato. All’epoca, per essere iscritti alla Cassa forense erano necessari due requisiti: l’iscrizione all’albo professionale e l’esercizio della libera professione con carattere di continuità. E pertanto, non potevano usufruire della previdenza forense coloro che esercitavano la libera professione in modo occasionale pur rimanendo iscritti all’albo.

Dall’altra parte vi era la Gestione separata INPS che aveva la funzione di garantire copertura assicurativa, nell’ottica della cd. “politica di universalizzazione delle tutele” non solo a coloro che ne erano completamente privi, ma anche a coloro che ne usufruivano solo in parte (cioè coloro che svolgevano due attività e che erano coperti dal punto di vista previdenziale solo per una delle due, facendo così in modo che a ciascuna corrispondesse una forma di assicurazione).

L’impostazione è di derivazione sicuramente costituzionale: “sono lavoratori tutti coloro che traggono dalla loro personale attività professionale i mezzi necessari a soddisfare le esigenze di vita proprie e familiari, ivi compresi anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, per cui essi vanno tutelati dal punto di vista previdenziale al verificarsi di una delle situazioni di bisogno individuate dall’ stesso art. 38 Cost.

Conclusione

Su queste premesse deve ritenersi valida la tesi del professionista (come accaduto al ricorrente nel caso di specie), che per svariate ragioni dovute alle specifiche discipline previdenziali di categoria, si era sottratto legittimamente all’obbligo di iscrizione alla gestione separata, poiché non obbligato all’iscrizione presso la propria cassa professionale. ad eccezione del versamento del contributo integrativo.

Tuttavia, la funzione assunta dalla Gestione separata, risponde ad una logica di copertura universale, soggettiva ed oggettiva, il che vuol dire che essa è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale (anche se non esclusivo) ma anche occasionale di una attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo, anche se il medesimo soggetto svolge un’altra diversa attività, per la quale risulta iscritto ad altra gestione.

Detto in altri termini, l’obbligo di iscrizione al sistema di gestione separata, viene meno se il reddito prodotto dall’attività professionale predetta è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento.

Ebbene, facendo applicazione del principio di universalizzazione delle tutele, deve ritenersi che la contribuzione integrativa, in quanto non correlata all’obbligo di iscrizione alla cassa professionale, non attribuisce al lavoratore alcuna copertura assicurativa per gli eventi di vecchiaia, dell’invalidità e della morte in favore dei superstiti per cui, come nel caso in esame, non può essere rilevante ai fini di escludere l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presso l’INPS.

 

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notifica via pec

L’appello eseguito mediante notifica via Pec, dopo le ore 21, dell’ultimo giorno utile previsto a pena di decadenza, dovrà ritenersi nullo, perché tardivo

Il caso

La ricorrente aveva proposto appello, mediante notifica via Pec, contro la sentenza del Tribunale di Napoli che aveva rigettato la domanda di nullità dell’atto di cessione di un immobile in favore del nipote, con contestuale di rendita vitalizia.

Tuttavia, la Corte di Appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile il ricorso perché effettuato oltre il termine utile previsto per legge a pena di decadenza. La sentenza di primo grado era infatti, stata notificata in data 9 giugno 2016, sicché il termine breve per appellare scadeva l’11 luglio 2016 (atteso che il 9 luglio era un sabato).

L’appello era stato notificato a mezzo PEC, con missiva accettata dal sistema ed inoltrata al difensore della controparte alle ore 21,24 dell’11 luglio 2016.

Ai sensi dell’art. 16 quater, comma 3 del D.L. n. 179 del 2012, la notifica a mezzo posta elettronica certificata si perfeziona, per il soggetto notificante, nel momento in cui viene generata la ricevuta di accettazione e, per il destinatario, nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna.

Dello stesso tenore è l’art. 147 del c.p.p. (Tempo delle notificazioni), il quale dispone che le notificazioni dal 1 ottobre al 31 marzo non possono farsi prima delle ore 7 e dopo le ore 19 (prima delle ore 6 e dopo le ore 20 dal 1 aprile al 30 settembre). Tale disposizione normativa si applica anche alla notifica via pec, ovvero eseguita con modalità telematica. Quando è eseguita dopo le ore 21,00 la notificazione si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo”.

Non hanno dubbi allora, i giudici della Corte di Cassazione ad affermare quanto segue: “Il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, come modificato dalla L. n. 114 del 2014, dispone che le notifiche telematiche effettuate dopo le ore 21,00 si considerano perfezionate alle ore 7,00 del giorno successivo, con la conseguenza che nella fattispecie la notifica dell’appello, in quanto eseguita dopo il detto orario, doveva reputarsi perfezionata il 12 luglio 2016, allorquando era ormai maturato il termine per appellare, con il conseguente passaggio in giudicato della sentenza di prime cure”.

Tale assunto trova conferma anche nella recente giurisprudenza di legittimità (Cass., n. 30766/2017) secondo cui, in tema di notificazione con modalità telematica, il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, conv. con modif. nella L. n. 221 del 2012, deve essere intesa nel senso che la notificazione richiesta, con rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21.00, (ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3 bis,  comma 3) si perfeziona alle ore 7.00 del giorno successivo, secondo la chiara disposizione normativa, intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notifica, senza condizionare irragionevolmente quello del mittente. Anche in questo caso, la Suprema Corte aveva ritenuto tardiva la notifica del ricorso per cassazione perché la ricevuta di accettazione recava un orario successivo alle ore 21.00 del giorno di scadenza del termine per l’impugnazione.

La ratio di siffatta previsione normativa va certo individuata nell’ottica di rendere effettivo il diritto di difesa del destinatario dell’atto legale ed è altresì, improntata al rispetto dei termini processuali previsti in materia.

 

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ingiunzione

L’avvocato munito di mandato professionale, su richiesta dell’assistito che sia creditore di una somma liquida di denaro, emette un atto di ingiunzione di pagamento con cui ingiunge all’altra parte di pagare la somma dovuta

Nell’ottica di uno snellimento delle procedure funzionali alla circolazione del credito, è stato presentato alla Commissione Giustizia del Senato una proposta di legge (ddl 755/2018) che consente all’avvocato munito di procura di emettere il provvedimento di ingiunzione e notificarlo alla controparte, spogliando così il giudice, finora titolare, di tale potestà.

Si legge nel testo del decreto che lo scopo è quello di superare i problemi connessi al difetto di tempestività ed efficacia degli strumenti di tutela processuale finalizzati alla realizzazione delle pretese creditorie.

L’attuale sistema, nonostante l’introduzione del processo civile telematico, si presenta ancora “farraginoso” e “poco funzionale”.

Tutto ciò sta generando un clima di sfiducia negli operatori economici nazionali ed europei con grave danno per tutto il sistema economico-produttivo italiano.

Il rischio per il creditore di non vedere soddisfatte le proprie ragioni creditorie a causa di un sistema di giustizia burocratizzato ed eccessivamente complesso è inaccettabile.

Si propone allora di “bypassare” il preventivo filtro del giudice civile, consentendo direttamente al difensore munito di procura di emettere un provvedimento di intimazione di tipo monitorio che verrebbe dal medesimo poi notificato al debitore.

La logica ha la stessa matrice culturale dei procedimenti di semplificazione procedimentale che hanno caratterizzato la legislazione italiana negli anni passati. Si pensi ad esempio all’introduzione di meccanismi di autocertificazione di cui al D.P.R. n. 445/2000 o alla segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) introdotta con il D.l. n. 59/2010 e così via.

Nessuna rivoluzione copernicana dell’ambito degli strumenti di tutela del credito rappresenta, tuttavia, questa nuova previsione normativa.

D’altra parte, ai sensi dell’art. 633 del codice di procedura civile, il giudice civile, dopo aver verificato l’esistenza dei presupposti di legge, procede con l’emissione di decreto ingiuntivo la cui formula è già predisposta in calce al ricorso formulato dal difensore.

Ne deriva che la portata del nuovo intervento normativo, lungi dal portare una radicale de-strutturazione dell’impianto processuale vigente, rappresenta una mera rivisitazione di un meccanismo di fatto già in uso.

A confermarlo è lo stesso disegno di legge, ove si legge che l’intento non è quello di sostituirsi all’autorità giudiziaria, né mettere in discussione il monopolio statale nella gestione delle controversie civili: questa ingiunzione non sarebbe, almeno in questa fase, munita di esecutorietà.

In buona sostanza, se il progetto verrà approvato, d’ora in poi, sarà il difensore di parte a dover accertare gli elementi di cui all’articolo 633 del codice di procedura civile, eliminando quel mero «accertamento notarile» che oggi è svolto dai giudici civili e che tuttavia ha un notevole costo per l’amministrazione della giustizia, provocando un rallentamento e un impatto negativo sulle aspettative di giustizia dei cittadini e delle imprese.

Inoltre, al fine di rendere tale sistema maggiormente efficace, si potrebbe anticipare il ricorso alla procedura della ricerca telematica dei beni del debitore (intro­ dotta dal decreto-legge n. 172 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 162 del 2014), concedendo la possibilità di fruire di tale verifica direttamente al difensore, senza dover passare dalla preliminare autorizzazione giudiziaria in favore degli ufficiali giudiziari dell’UNEP.

 

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pratiche legali

Respinto il ricorso di un cliente citato in giudizio dai suoi legali per il mancato compenso relativo ad alcune pratiche legali

Chiedevano la liquidazione di competenze e onorari per un valore complessivo superiore ai 19mila euro, oltre interessi. Due avvocati citavano in giudizio un cliente, il quale, tuttavia, eccepiva di aver pagato in contanti ai professionisti una cifra ben superiore, riferita in modo indistinto a tutte le pratiche legali curate nel suo interesse. In tale somma sarebbe stato compreso anche l’importo oggetto della domanda.

Il convenuto veniva condannato sia in primo grado che in appello. I Giudici del merito oltre a non credere al maggior importo versato agli attori, ne sottolineava il sovradimensionamento rispetto alla pretesa.

Nel ricorrere per cassazione il cliente lamentava, tra l’altro, la mancata applicazione, da parte del giudice a quo, del principio di diritto secondo cui “quando il debitore abbia dimostrato di aver corrisposto somme idonee ad estinguere il debito per il quale sia stato convenuto in giudizio, spetta al creditore-attore, che pretende di imputare il pagamento ad estinzione di altro credito, provare le condizioni necessarie per la dedotta diversa imputazione.

La Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 28779/2018, ha deciso di respingere il ricorso ritenendolo infondato.

Per i Giudici del Palazzaccio, il creditore è tenuto unicamente a fornire la prova del rapporto o del titolo dal quale deriva il suo diritto. Non è invece tenuto a provare il mancato pagamento. Quest’ultimo, infatti, integra un fatto estintivo, la cui prova incombe al debitore che l’eccepisca.

L’onere del convenuto di provare il fatto estintivo rappresenta, quindi, un prius logico rispetto all’onere di provare la diversa imputazione del pagamento. Solamente nel caso di comprovata esistenza di un pagamento avente efficacia estintiva l’onere della prova viene nuovamente a gravare sul creditore.

Quando poi la relazione fra la pretesa e il pagamento non emerge dalla corrispondenza degli importi il debitore non può limitarsi a postulare la natura omnicomprensiva del pagamento. Servono circostanze idonee, anche sul piano presuntivo, a circoscrivere l’efficacia estintiva del pagamento entro un ambito ben determinato.

 

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liquidazione dei compensi

La Corte di Cassazione fa il punto sulla liquidazione dei compensi per gli avvocati specificando che i criteri da seguire sono quelli del D.M. n. 55/2014

La Corte di Cassazione, seconda sezione civile, nell’ordinanza n. 21487/2018 ha fornito degli importanti chiarimenti in merito alla liquidazione dei compensi per gli avvocati.

Per gli Ermellini, nel regolare le spese di causa, quindi nella liquidazione dei compensi agli avvocati, il giudice deve attenersi ai criteri dettati dal d.m. n. 55/2014 che prevale sul D.M. n. 140/2012 nel rispetto del principio di specialità.

La vicenda

Nel caso di specie, dinanzi alla Cassazione si era contestata la decisione della Corte d’Appello per aver, in violazione del d.m. n. 55/2014, liquidato il rimborso spese agli avvocati al di sotto del minimo legale, relativamente alla fase di rinvio.

La Corte, non condividendo l’opposta opinione sul punto, ha ritenuto che il citato decreto del Ministero della Giustizia n. 55/2014, nella parte in cui determina un limite minimo ai compensi tabellarmente previsti (art. 4) possa considerarsi derogativo del decreto n. 140, emesso dallo stesso Ministero il 20/7/2012.

Quest’ultimo, al suo art. 1, comma 7, dispone quanto segue.

“In nessun caso – si legge – le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa”.

A questo proposito, gli Ermellini ricordano che il d.m. n. 140 è stato emanato allo scopo di favorire la liberalizzazione della concorrenza e del mercato, adempiendo alle indicazioni della UE. A questo proposito, sono stati rimossi i limiti massimi e minimi, così da lasciare le parti contraenti libere di pattuire il compenso per l’incarico professionale.

Per contro, il giudice resta tenuto a effettuare la liquidazione giudiziale nel rispetto dei parametri previsti dal d.m. n. 55.

Quest’ultimo non prevale sul d.m. n. 140 per ragioni di mera successione temporale, bensì nel rispetto del principio di specialità.

Non è il d.m. n. 140 a prevalere, infatti, ma il d.m. n. 55, il quale detta i criteri ai quali il giudice si deve attenere nel regolare le spese di causa (cfr., Cass. n. 1018/2018).

Nel caso di specie, inoltre, l’intervento del giudice aveva riguardato il caso in cui fra le parti non fosse stato preventivamente stabilito il compenso o fosse successivamente insorto conflitto.

Alla luce del fatto che la liquidazione effettuata dalla Corte locale per la fase di rinvio si pone al di sotto dei limiti imposti dal d.m. n. 55, tenuto conto del valore della causa e pur applicata la riduzione massima, occorre procedere a una riliquidazione.

La decisione riguardante la liquidazione dei compensi degli avvocati ha raccolto il plauso del Consiglio Nazionale Forense.

A tal proposito, il presidente, Avv. Andrea Mascherin ha dichiarato quanto segue.

“La Cassazione ribadisce il divieto di deroga ai limiti minimi previsti (ora in modo ancor esplicito) dai parametri, considerati norma speciale. Assieme alle prime delibere delle Regioni per l’applicazione dell’equo compenso, si inizia a ricostruire la tutela del compenso decoroso e quindi equo”.

Mascherin ha poi sottolineato come l’ordinanza abbia consolidato l’orientamento giurisprudenziale che sancisce l’illegittimità dei compensi ove tali da violare il decoro professionale, affermato già nel 2015 e nel 2016 dalla Corte di Giustizia Europea (sentenza 8/12/2016), dalla Cassazione (sentenza n. 25804/2015, ordinanza n. 24492/2016) e dalla Giustizia Amministrativa (sentenza TAR Sicilia n. 3057/2016, 334/2017 e TAR Lombardia n. 902/2017).

 

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professione forense

Con l’approvazione del Decreto Milleproroghe viene rinviata di due anni l’applicazione della nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense

L’esame di abilitazione alla professione forense continuerà a svolgersi per altri due anni con le attuali regole. Con la conversione in legge del Decreto Milleproroghe, infatti, sono destinate a slittare le nuove disposizioni relative all’esame di Stato per gli aspiranti avvocati.

Il testo, approvato in prima lettura dal Senato, ha recepito l’emendamento che rimanda di altri due anni l’entrata in vigore della nuova disciplina. In mancanza, questa avrebbe dovuto essere applicata già dalla sessione 2018-2019, con l’obbligo di frequenza delle scuole forensi a partire da settembre.

L’emendamento interviene, in particolare, sull’art. 49, comma 1, della legge n. 247/2012 recante la “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”. Nello specifico viene portato da 5 a 7 anni il termine per l’entrata in vigore della legge stessa.

L’esame del Decreto passa ora alla Camera, ma la sua approvazione a Montecitorio avverrà alla ripresa dei lavori parlamentari, dopo la pausa estiva.

Intanto, per le sessioni 2018 e 2019, i candidati potranno continuare a utilizzare, nel corso delle prove scritte, i codici annotati con la giurisprudenza.

Rimanendo in ambito giudiziario il Milleproroghe prevede anche, tra le principali novità, il rinvio della nuova normativa in materia di intercettazioni al 1° aprile 2019. Entro tale data il governo ha comunque già annunciato di voler rimettere mano alla riforma voluta dall’ex Ministro Andrea Orlando.

Con la conversione in legge del decreto, inoltre, viene scongiurata la chiusura delle sezioni dei Tribunali di Lipari e Portoferraio, oltre a quella del Tribunale di Ischia, per la quale il Dl già prevedeva il ripristino fino a fine 2021. Rimarranno in vita fino al 1° gennaio 2022.

 

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Studi legali digitali: ecco il futuro della professione forense

Il Politecnico di Milano in una sua recente analisi ha rivelato che nel futuro gli studi legali digitali saranno quelli che lavoreranno di più. E meglio.

Chi tra gli avvocati si è convertito al digitale ha fatto la scelta giusta: secondo uno studio del Politecnico di Milano gli studi legali digitali sono quelli che in futuro lavoreranno di più.

Certo, una riconversione dall’analogico al digitale non è una cosa che si fa dalla sera alla mattina.

Ecco quindi quali sono i 5 passi per gli studi legali digitali del futuro.

Come riporta il Sole24Ore, secondo Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio del Politecnico di Milano occorre procedere per gradi.

In primo luogo, occorre decidere una strategia. Questa consentirà di armonizzare il sistema di lavoro digitale con la clientela e le risorse a propria disposizione.

Il secondo passo è dematerializzare.

In sostanza, occorre eliminare o ridurre il cartaceo, sia in riferimento alla documentazione, che ai processi di lavoro.

Terzo passaggio: passare al cloud. Ergo, salvare e archiviare dati usando applicazioni in remoto. Questo step sarà utile per permettere al professionista e ai suoi collaboratori di lavorare anche mobile e al cliente di gestire i documenti in forma collaborativa con loro.

Il quarto punto è la cosiddetta omnicanalità, finalizzata a scambiare documenti in tempo reale.

Grazie ai canali informatici lo studio e il cliente devono potersi scambiare all’istante dati, documenti e informazioni in tempo reale.

Quinto e ultimo step sarà quello di gestire i dati per creare nuovi servizi. Più saranno le competenze in proprio possesso, più sarà possibile offrire servizi diversificati.

Ciò che conta, insomma, è che anche quando un piccolo studio decide di fare il grande salto nel futuro degli studi legali digitali lo faccia con la consapevolezza necessaria. E, soprattutto, aprendosi a un nuovo modo di lavorare. Più collaborativo, più smart e più comodo anche per il cliente.

 

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Avvocati, notai e commercialisti si uniscono: nasce triplice associazione

È nata ‘Economisti e Giuristi Insieme’, associazione di avvocati, notai e commercialisti uniti insieme per una migliore rappresentanza

È stata costituita a Roma l’associazione ‘Economisti e giuristi insieme’ che riunisce avvocati, notai e commercialisti. L’accordo è stato siglato tra Consiglio Nazionale Forense, Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili e Consiglio Nazionale del Notariato.

L’associazione tra avvocati, notai e commercialisti sarà un soggetto comune che raccoglie al proprio interno le tre categorie. Il tutto al fine di una rappresentanza più forte e unita.

La triplice “alleanza” era stata già annunciata nei mesi scorsi e ora è realtà.

La nascita di “Economisti e Giuristi insieme” sancisce l’alleanza strategica tra le tre categorie. L’idea è puntare a “rafforzare l’azione coordinata tra le professioni giuridico-economiche che a breve individueranno un pacchetto di temi comuni su cui elaborare proposte da sottoporre alla politica”. Il tutto, “anche in vista dell’ormai prossima tornata elettorale”.

Nel comunicato congiunto diffuso si specificano le intenzioni di Economisti e Giuristi insieme.

All’interno dello statuto si legge che l’associazione opererà a livello nazionale senza fini di lucro.

Inoltre si propone di promuovere “l’interlocuzione con i soggetti istituzionali, la pubblica amministrazione e, in generale, con tutti i soggetti ritenuti strategici al fine di tutelare gli interessi comuni alle professioni rappresentate”.

Ma di cosa si occuperà questa triplice associazione?

Tra le attività principali vi sarà l’approfondimento delle materie economiche e giuridiche di interesse degli associati. Ciò avverrà anche attraverso la predisposizione di studi e documenti.

Inoltre, ci si occuperà della promozione di “iniziative che portino le tre professioni, ciascuna con la sua specificità, a poter operare anche nel contesto della sussidiarietà rispetto alle Pubbliche Amministrazioni, in aderenza alla più recente normativa interna ed ai principi del diritto europeo”.

Secondo il presidente del CNF Andrea Mascherin, con la nascita di un soggetto comune si apre una pagina nuova nella rappresentanza delle professioni.

Un’iniziativa, per Mascherin, che reca “soprattutto il segno di una nuova consapevolezza”. “Il mondo del lavoro autonomo, e delle professioni economico-giuridiche in particolare – ha dichiarato – deve agire per sollecitare la politica a misure di tutela e funzionalità dei nostri settori nell’interesse non solo dei professionisti che rappresentiamo, ma della società e dell’economia dell’intero Paese”.

Chiaro il senso dell’iniziativa, secondo il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Piani.

Che sottolinea la volontà di “mettere assieme le professioni dell’area economico–giuridica affinché, forti delle affinità che le accomunano e le contraddistinguono all’interno del variegato universo ordinistico, sviluppino idee e proposte condivise per il Paese, oltre che per una più avanzata concezione del loro modo di stare sul mercato professionale”.

Il Consiglio nazionale del notariato, “crede alla sinergia delle professioni regolamentate nel difendere il prezioso ruolo che le stesse svolgono per la crescita del Paese”.

Un passo “per trovare ulteriori sinergie su progetti condivisi con professioni contigue per aree di competenza”.

A dirlo è il presidente Salvatore Lombardo. Questi ha ribadito che si agirà “nel reciproco rispetto delle diverse competenze e specificità di ruolo, al servizio del Paese, della sua semplificazione e sempre maggiore modernizzazione”.

 

 

 

 

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Contributo integrativo minimo avvocati

La Cassa Forense ha stabilito che il contributo integrativo minimo non sarà dovuto nel quinquennio 2018-2022. Attesa l’approvazione dei Ministeri Vigilanti.

Il 29 settembre scorso il Comitato dei Delegati di Cassa Forense ha approvato una delibera attesa da più parti: l’abolizione del pagamento del contributo integrativo minimo per il quinquennio 2018-2022.

Resta comunque dovuto il contributo integrativo nella misura del 4% dell’effettivo volume d’affari dichiarato ai fini IVA e ripetibile nei confronti del cliente.

Ad essere esentati dal pagamento sono tutti gli avvocati che hanno un volume di affari fino a 17.500 euro annui, fatta eccezione per quanti già possono beneficiare dell’esclusione trovandosi nei primi cinque anni di iscrizione alla Cassa.

Attualmente la delibera è in attesa della conferma dei Ministeri Vigilanti.

In questo modo, la Cassa Forense introduce al proprio interno il principio della proporzionalità tra contributi e volume di affari dichiarato. Sebbene  per ora il provvedimento abbia una durata di soli cinque anni, c’è la possibilità che diventi un provvedimento definitivo.

Il presidente della Cassa Forense, l’avv. Nunzio Luciano, afferma che la delibera è “in linea coerente con le misure già adottate e con quelle allo studio finalizzate a contenere e a combattere le difficoltà nelle quali, purtroppo, ancora versa molta parte dell’Avvocatura e, segnatamente, quella più giovane”.

Perché il provvedimento di sospensione del pagamento del contributo integrativo minimo diventi effettivo, dunque, bisogna solo attendere l’approvazione dei Ministeri Vigilanti.

L’approvazione dei Ministeri Vigilanti è ovviamente tutto tranne che scontata. Potrebbe essere obiettato, infatti, che la decisione di inserire la novità in una semplice manovra e non in una riforma strutturale della previdenza, che tenga conto di tutte le diverse variabili.

Inoltre, se la delibera diventasse effettiva, vi sarebbero nell’immediato minori entrate per la Cassa.

La temporanea abolizione del contributo integrativo minimo e le conseguenti minori entrate potrebbero compromettere la sostenibilità finanziaria di lungo periodo.

Sicuramente, si tratta di un provvedimento dal grande impatto e notevoli conseguenze sia per i professionisti, che vedrebbero alleggerita la pressione su di loro, che per la gestione della Cassa Forense.

 

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avvocato corrotto

Divieti di assunzione degli incarichi e relative sanzioni. Ecco come disciplina il nuovo codice deontologico il rapporto tra avvocati ed ex clienti

L’articolo 68 del nuovo codice deontologico forense, tratta la delicata questione del rapporto che deve essere tenuto tra avvocati ed ex clienti. Come stabilito dal Consilio Nazionale Forense con la sentenza n 52/2014 e la n. 104/2011, sussiste il “divieto di utilizzazione delle notizie acquisite in ragione del mandato conferito all’avvocato costituisce una circostanza ulteriore rispetto al divieto di assunzione di incarichi contro un ex cliente nel biennio dalla cessazione dell’incarico“.

Per non incorrere in sanzioni disciplinari, anche quando faccia trascorrere due anni, l’avvocato non potrà usare le notizie acquisite nel rapporto già esaurito. Inoltre il nuovo incarico deve essere del tutto “estraneo da quello espletato in precedenza”. Chiarite le linee generali, l’articolo 68 entra nel merito dei divieti più specifici. Viene così evidenziato il fatto che se un legale ha assistito congiuntamente “coniugi o conviventi in controversie di natura familiare deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno di essi in controversie successive tra i medesimi”.

Altresì importante nel rapporto tra avvocati ed ex clienti, è che il legate che abbia assistito un minore in controversie famigliari deve poi sempre evitare di acquisire la difesa di uno dei due genitori. In quest’ultimo caso, come nella circostanza in cui un legale abbia assunto incarichi contro ex assistiti prima di un biennio, si va incontro ad una sospensione dell’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.

La violazione degli altri divieti sanciti dall’articolo 68 del nuovo Codice, comporta invece la sospensione dell’attività professionale da uno fino ad un massimo di tre anni. Il Consiglio Nazionale Forense, pone anche un altro divieto. Con la sentenza  n. 80/2015, viene stabilito “l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa determini un conflitto di interessi configgenti con la controparte che sappia assistita da avvocato che eserciti la professione nei suoi stessi locali”.

 

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