Tags Posts tagged with "avvocati"

avvocati

La prassi adottata in alcuni Paesi europei, quali la Germania, di mettere sotto verifica le informazioni bancarie del legale, rappresenta una violazione del diritto fondamentale alla privacy sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con una sentenza del 27 aprile, ha stabilito che mettere sotto controllo il conto corrente degli avvocati, qualora vi sia il sospetto che sia stato commesso un illecito penale, rappresenta una violazione dell’articolo 8 della Convenzione in materia di diritto al rispetto della vita privata e familiare. Tale prassi, pertanto, va censurata.

L’organo giudiziario si è pronunciato in particolare nei confronti della Germania. L’ordinamento tedesco, infatti, permette, sulla base di un mero sospetto di reato, un accesso indiscriminato a tutte le informazioni relative sia al soggetto interessato che ai terzi senza controbilanciare in alcun modo una simile incidenza con la previsione di limiti temporali o particolari garanzie.

Nel caso in cui il soggetto interessato sia un avvocato, secondo la Corte si verifica, con riferimento al diritto alla tutela della privacy, una duplice violazione dell’articolo 8 della Convenzione, sia nei confronti dell’avvocato che nei riguardi dei clienti.

La riservatezza di questi ultimi è messa a rischio dalla possibilità di accedere ai loro dati tramite le coordinate bancarie, con conseguente infrazione dell’obbligo del segreto professionale cui è tenuto il legale. A nulla vale, pertanto, la legittimità del fine perseguito. In assenza di una valida base legale e giuridica non è ammissibile l’interferenza nella privacy dell’avvocato e dei suoi clienti.

La Corte ha chiarito, inoltre, che il segreto professionale è posto a tutela di un rapporto molto delicato che si basa sulla fiducia e sulla riservatezza, quale è quello che lega clienti e avvocati, garantito anche a livello internazionale. La deroga a tale impegno, pertanto, è possibile solamente in casi eccezionali, come, ad esempio, nel caso in cui sussistano elementi fondati circa la partecipazione dell’avvocato a un reato o ancora nei casi di lotta al riciclaggio di denaro.

Respinto dalla Cassazione il ricorso presentato da un avvocato sottoposto alla misura disciplinare a cui il Consiglio nazionale forense aveva negato la rimessione dei termini per opporsi al provvedimento disciplinare

L’avvocato che che non assolve all’obbligo della formazione rischia la censura. Lo prevede il codice deontologico forense, a cui è intervenuta a dare man forte una recente pronuncia delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione. La sentenza n. 24739 dello scorso 5 dicembre riguarda la vicenda di un legale punito con la censura dall’Ordine territoriale perché non aveva raggiunto il numero di crediti formativi previsti dal regolamento del Consiglio nazionale forense in vigore dal 1° gennaio 2015 in attuazione dell’articolo 11 del nuovo ordinamento forense (legge 247/2012).

L’avvocato  aveva chiesto di essere rimesso nei termini per fare opposizione contro il provvedimento disciplinare. La sanzione, infatti, gli avrebbe precluso la possibilità di esercitare l’attività di difensore d’ufficio, che rappresentava peraltro la sua unica fonte di reddito. E proprio tali difficoltà economiche gli avrebbero impedito di presentare un ricorso tempestivo. Il Consiglio nazionale forense, tuttavia, aveva dichiarato inammissibile la domanda, ritenendo le difficoltà economiche inidonee a determinare un impedimento assoluto.

La Suprema Corte ha chiarito in primis al ricorrente che l’impugnazione doveva essere proposta solo contro il Consiglio dell’ordine e non anche contro il Consiglio nazionale forense, che nel giudizio aveva assunto solo la veste di giudice e non di parte. Gli Ermellini, quindi, si sono soffermati solamente sui motivi di doglianza contro l’Ordine territoriale rigettando le argomentazioni proposte dall’avvocato.

I giudici delle Sezioni Unite hanno sottolineato come le precarie condizioni reddituali non rappresentano una buona ragione per impugnare con ritardo il provvedimento disciplinare; nel caso in questione, in particolare, la causa di forza maggiore non poteva essere invocata anche perché non venivano precisate le ragioni per cui le difficoltà economiche avrebbero impedito una tempestiva impugnazione.

Per i giudici del Palazzaccio non è recepibile neppure l’invocazione del legale della violazione del diritto di difesa per la mancata convocazione da parte del Consiglio nazionale forense in occasione dell’udienza in cui fu decisa la sua censura; l’avviso dell’udienza, secondo quanto accertato, fu correttamente notificato al ricorrente presso il Consiglio nazionale forense, non essendo stata possibile la notifica presso il domicilio eletto. Secondo la giurisprudenza, infatti, “nel giudizio disciplinare a carico di avvocati, in analogia alla disciplina del giudizio in cassazione, il trasferimento del domiciliatario rende l’elezione di domicilio priva di effetti…(..)…onde le comunicazioni, come le notificazioni, dovranno essere fatte nella segreteria del Consiglio”.

LEGGI ANCHE:

Formazione continua, triennio in scadenza per gli avvocati

‘Rischio tecnologico’, con il PAT polizze da adeguare per gli avvocati

Giovani avvocati, borse di studio fino a tremila euro

 

0
avvocati

Il Censis fotografa l’avvocatura in Italia nel suo rapporto annuale. A pesare è soprattutto la sfiducia nella giustizia

L’avvocatura è ancora una professione prestigiosa, ma non più al top. Nel “Rapporto annuale sull’avvocatura” che il Censis ha realizzato per la Cassa Forense, infatti, si scopre che gli avvocati occupano ormai una posizione non altissima nella classifica delle professioni d’eccellenza per gli italiani: fare l’avvocato ha lo stesso peso che fare il politico, insomma, ma non lo stesso che ha fare il medico (professione che per il 37% degli italiane ottiene un punteggio massimo in fatto di prestigio), il magistrato (25%), il professore universitario (19,5%), il notaio (17%), l’ingegnere (15%), l’imprenditore (15%) o, persino, il dirigente d`azienda (13%).

Nel complesso, il 37% degli italiani è convinto che il prestigio della professione forense sia diminuito negli ultimi anni, sebbene gli italiani riconoscano con precisione alcuni pregi dell’essere avvocato: in primis il fatto di godere di una grande reputazione sociale (impressione che appartiene al 62% degli italiani). Quello che preoccupa, tuttavia, è la necessità di aggiornamento continuo (per l’83% degli italiani), l’eccessiva concorrenza (74%) e la difficoltà di crescita professionale in un sistema percepito come chiuso (67%). Senza contare, che addirittura l’85% degli italiani ritiene che il numero degli avvocati oggi in Italia sia eccessivo.

A pesare molto sul prestigio della professione, per altro, gioca anche un altro fattore: la sfiducia nella giustizia. Più della metà degli italiani (il 60%), infatti, è convinto che a danneggiare l’immagine dell’avvocato sia proprio il cattivo funzionamento del sistema giudiziario (che per il 75% degli italiani non garantisce piena tutela dei diritti fondamentali dei cittadini).

Poi, certo, incidono altri fattori, come la bassa qualità professionale di molti legali, l`eccessivo orientamento al profitto di molti, la troppa vicinanza alla politica (ognuno di questi fattori viene indicato dal 40% degli interpellati).

Nel rapporto si realizza anche una indagine sull’autopercezione della professione. Dal campione di circa 8000 avvocati, quello che emerge è una fotografia dell’avvocatura italiana che ne esce molto provata dalla crisi degli ultimi anni. Anche sulla professione forense, insomma, ha pesato la crisi economica e solo il 30% ha potuto mantenere stabile il suo fatturato nell’ultimo biennio. Va peggio al 44% che lo ha visto diminuire (a fronte di appena un 25% che, invece, lo ha visto aumentare).

0
avvocati legge concorrenza

Per l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato non si è ancora chiusa la vicenda “Amica Card”

Multa salata per il Consiglio Nazionale Forense. L’ha stabilita l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) in data 10 febbraio 2016 con il provvedimento n. 25868: il CNF dovrà pagare una sanzione da 912.536,40 euro. Le ragioni? Non ha posto fine ai comportamenti che sono stati giudicati restrittivi della concorrenza e che erano già stati sanzionati, sempre dal Garante, il 22 ottobre 2014, con provvedimento n. 25154.

Stavolta, il Garante ha voluto precisare che la sanzione si riferisce a quanto contenuto nel parere n. 48/2012, con il quale l’Autorità sottolinea che il CNF metteva in pratica “… un’infrazione unica e continuata, restrittiva della concorrenza, consistente nell’adozione di due decisioni volte a limitare l’autonomia dei professionisti rispetto alla determinazione del proprio comportamento economico sul mercato, stigmatizzando quale illecito disciplinare la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari e limitando l’utilizzo di un canale promozionale e informativo attraverso il quale si veicola anche la convenienza economica delle prestazioni professionali”.

Secondo l’AGCM, dunque, il Consiglio Nazionale Forense non può limitare le iniziative dei professionisti qualora scelgano canali promozionali online per pubblicizzare i propri servizi e le proprie tariffe convenienti: il riferimento era, chiaramente, al circuito Internet a pagamento “Amica Card” (che garantisce ai suoi iscritti servizi professionali a prezzi scontati), considerata “deontologicamente scorretta” dal CNF.

Non si tratta di una faccenda nuova insomma, ma che, anzi, nel mondo degli avvocati è ben nota. Dopo la prima sanzione stabilita dal Garante nel 2014, infatti, il CNF aveva già cercato di mediare le sue posizioni adottando la delibera di interpretazione autentica del parere n. 48/2012 (pubblicata il 23 ottobre 2015). Questa, tuttavia, non è stata considerata risolutiva della situazione, dal momento che – secondo l’AGCM – non ottemperava quanto sanzionato. Per questo è arrivato il nuovo provvedimento, con il quale di commina una multa pari al 10 % del fatturato annuo del CNF (con riferimento all’anno 2013).

Ora il Consiglio Nazionale Forense potrà impugnare il provvedimento presso il TAR del Lazio, entro 60 giorni dalla notifica.

medicina difensiva

Quel fenomeno che porta i medici, totalmente disorientati dall’attacco continuo che subiscono nei tribunali a prescrivere cure, esami, farmaci, in surplus rispetto alla reale necessità dei pazienti

Premetto che questo articolo è dedicato a tutti i cittadini, siano essi pazienti, medici, infermieri, vigili urbani, liberi professionisti, pensionati, o qualsiasi altra cosa.

Lo dico perché il tema che si affronta, la c.d. Medicina Difensiva, non è un problema che attiene solo al rapporto medico paziente, alle cause di responsabilità professionale, alle “querelle” dei media. No! La Medicina Difensiva rigurda ogni singolo individuo e cittadino perché condiziona due beni fondamentali che ognuno di noi possiede e che devono sempre essere difesi: la possibilità di preservare e controllare la propria salute e il nostro portafoglio!

Iniziamo, quindi, con il tentare di comprendere cosa sia questo fenomeno del quale si parla sempre più spesso. Per medicina difensiva, si intende quel fenomeno che porta i medici, totalmente disorientati dall’attacco continuo che subiscono nei tribunali, dalle sentenze “mutevoli” della Cassazione, dalla mancanza di principi fermi, dalla depauperazione della propria onorabilità e del proprio credito professionale, a prescrivere cure, esami, farmaci, in surplus rispetto alla reale necessità dei pazienti.

A questo punto, un lettore nemmeno troppo attento, dovrebbe porsi due domande: ma le cure, i farmaci, gli esami diagnostici non sono essi stessi Medicina? Come mai non si parla di interventi effettuati in surplus?

Bene le risposte a queste domande contribuiscono a far comprendere perché su questo tema si esprime sempre crescente preoccupazione.

Cure, farmaci ed esami diagnostici rientrano certamente nella accezione normale di Medicina, ma se essi sono prescritti in surplus rispetto alla reale necessità del paziente, smettono di essere medicina e diventano Strategia di DIFESA del medico contro gli attacchi che subisce. Tentiamo di spiegare con un esempio (volutamente esagerato e sganciato da una assoluta valenza scientifica), poniamo che un paziente si presenti al medico in pieno inverno con una tosse molto fastidiosa, poniamo che il medico assuma le corrette informazioni, esegua una visita auscultando il torace e le spalle al paziente, si informi della sintomatologia e del suo insorgere, scopra che il paziente ha avuto anche dolori articolari e febbre. Cosa dovrebbe pensare, prescrivere, approfondire? Forse che si tratti di una forma di influenzale, che vadano prescritti un mucolitico e/o un sedativo per la tosse, magari fissare un appuntamento con il paziente per conoscere gli esiti della cura? In effetti questo è quello che normalmente dovrebbero fare (come si faceva fino a qualche anno fa) tutti i medici.

Poniamo che, però, a distanza di qualche anno il paziente scopra di essere affetto da una grave patologia polmonare che, ipoteticamente, poteva essere scoperta qualche anno prima se si fossero ascoltati i campanelli d’allarme costituiti da tosse, febbre e dolori articolari, segnalati a quello sventurato medico. In giudizio a nulla varranno gli sforzi del medico e dei suoi consulenti perché, in Medicina, assoluta e certezza sono due termini che praticamente non possono esistere.

Ebbene, il paziente farà causa al medico, un consulente di parte metterà per iscritto che nello 0,000001% dei casi quei sintomi sono la base della diagnosi precoce di quella malattia, un giudice condannerà il medico perché, come dicono gli Ermellini, se esiste anche una sola base di possibilità di sospettare qualcosa di diverso da ciò che è più comune, il medico deve sempre indagare onde fugare la possibilità peggiore.

Ed ecco che, oggi, il paziente che lamenta i sintomi di una influenza potrebbe vedersi prescrivere, una RX torace, una TAC o una RM, una scintigrafia, un set di analisi completo con indagine su marker tumorali o cardiaci, una serie di farmaci in grado di coprire lo scibile delle patologie polmonari, antibiotici, scoagulanti, e altre mille diavolerie… per poi scoprire che è in realtà una influenza o che, come è logico che sia, anche fosse un’altra patologia non era comunque diagnosticabile all’epoca.

Ebbene, il costo di tutte queste “premure”, stimato in una cifra che varia dai 13 ai 18 MILIARDI di Euro annui, si ripartisce sulle tasche di ogni cittadino italiano il quale, essendo il nostro Sistema Sanitario di tipo pubblico e assistenzialistico, sopporta il peso di ogni prestazione medica erogato a chicchessia.

Passiamo alla seconda domanda, perché non si parla di interventi di medicina difensiva? Semplicemente perché, dinnanzi ai medesimi attacchi suddetti, i medici iniziano a preferire il NON intervenire affatto.

Si, è paradossale ma è così! D’altronde, se un medico ha dinnanzi un paziente che deve, o vuole, eseguire un intervento leggermente più complicato, dagli esiti non certi al 100%, che magari servirebbe anche al paziente ma che non è un intervento salvavita eseguito in emergenza, spesso sceglie di rimandare, di sconsigliare, di deviare il paziente verso altre strutture.

Tutto ciò, naturalmente, non è condivisibile ed anzi, cozza e si scontra con il ruolo stesso del medico, con i principi del suo operare, con il giuramento che ha prestato indossando lo stetoscopio… eppure sono sempre di più i medici che si sentono costretti dagli eventi attuali a fare questa scelta.

Il costo di un tale agire, colpisce un valore ancora più alto del nostro denaro, colpisce la nostra possibilità di essere curati, di garantire la nostra salute!

Ecco che si spiega cosa sia la medicina difensiva, un meccanismo indotto che costa denaro e aumento dei rischi per ogni cittadino.

Ma davvero tutto ciò è frutto dell’agire dei pazienti nei tribunali? Ebbene sì!

Per capirlo, basta guardare i numeri: su 100 giudizi penali iniziato contro un medico nel 90% circa dei casi si giunge ad una assoluzione; su 100 giudizi civili proposti contro medici o strutture nel 75% circa dei casi si accerta che non esiste responsabilità e quindi che non vi è nulla da risarcire. Ma allora perché i medici, che vanno quasi sempre assolti si comportano così?

Perché i pazienti, o chi li consiglia, ignorano che basta una lettera di diffida a far sì che il medico veda lievitare il proprio premio assicurativo dal 20 al 40% in più, che sempre e comunque, il medico dovrà sopportare i costi di un legale e lo stress di un processo, che sovente egli verrà messo “alla berlina” sui giornali che “sguazzano” nel mare torbido della faziosità, che la onorabilità professionale, la rettitudine, la preparazione, la stima guadagnata con fatica, verranno distrutte in un attimo!

Se a ciò si aggiungono le sentenze, molte delle quali commentate sulle pagine di questo quotidiano, che con ragionamenti sempre più astrusi, pretendono dal medico atti di garanzia che non sono richiesti nemmeno ad un magistrato, che dicono tutto e il contrario di tutto a distanza di 10 giorni le une dalle altre, che, insomma, non permettono più di sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato, il moto d’animo del medico inizia forse ad essere più comprensibile.

Con ciò, si badi bene, escludendo alcuni movimenti corporativisti che vorrebbero il medico come soggetto contrapposto alla società in una sorta di guerra medico-paziente (cosa sbagliatissima e che rischia di distruggere definitivamente ogni legame fra i medici, i pazienti, il diritto, la società stessa), senza che il medico voglia in alcun modo essere esente da critiche, esente da responsabilità, esente da controlli.

Anzi, il medico sa bene che se sbaglia (perché l’errore esiste in medicina come in ogni branca dell’umano agire) deve pagare ed è dispostissimo a farlo, sa bene quali sono i limiti entro i quali ci si muove con la giusta perizia e prudenza, sa, insomma, molto bene come fare il proprio lavoro e accetta anche la possibilità di commettere un errore o che le cose non vadano come programmato!

Ciò che non si accetta e che porta a soluzioni aberranti come la medicina difensiva, è che indipendentemente dal proprio agire, 90 volte su 100, vi sarà un giudizio nel quale si resterà invischiati a prescindere dal proprio agire.

Concludendo, guardando i numeri sopra riportati e capovolgendo il punto di vista, si vedrà che 90 volte su cento un medico è querelato ingiustamente, e che 75 volte su cento è citato in giudizio senza reale fondamento e ragione. Stanti le certe conseguenze negative di questa situazione, che come detto non sono le condanne ma tutto ciò che segue comunque l’essere coinvolti,  l’unica via che si intravvede, è la difesa preventiva perché l’unica cosa che può in qualche modo evitare i danni è il non essere giudicati, il non essere citati, anche se questo comporta la frustrazione di non fare più ciò che più si ama o si dovrebbe amare, ovvero, curare le persone.

Ecco cosa si rischia ed ecco perché ognuno di noi è coinvolto nella questione.

                                                                                                              Avv. Gianluca Mari

Assistenza Legale
Ti serve un consiglio sulla questione trattata?
Scrivici a redazione@responsabilecivile.it o con whatsapp al numero 3927945623

0

Prosegue nel migliore dei modi la nuova presidenza AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) che il 5 e 6 febbraio, ha riunito nel capoluogo toscano il Consiglio Direttivo Nazionale, dando impulso al dibattito tecnico-giuridico sulle Unioni Civili, contenute nel Ddl Cirinnà

aiga-siena-convegno-responsabile-civile

Due giorni di grande formazione e dialogo, organizzate dalla Associazione Italiana dei Giovani Avvocati e dalla Fondazione T. Bucciarelli, ospiti nella suggestiva ambientazione medievale della città del Palio.

Sul tavolo, temi “caldi”, affrontati attraverso la lente di ingrandimento di grandi personalità del panorama giuridico e culturale italiano. Un vero “tour” dei diritti tra le maglie del ddl Cirinnà. Quali le implicazioni sul piano dei valori costituzionali? E quale, il ruolo dell’avvocatura in uno scenario in costante mutamento? Il titolo del ciclo di incontri: “DDL Cirinnà: un approccio laico alla tutela dei diritti”, tanto suggestivo quanto puntuale, preannunciava il tenore degli incontri senesi. Perché si fa presto a parlare di laicità. È moderno, di tendenza, non impegna e fa tanto intellettuale. Ma esattamente cosa vuol dire laicità quando si tratta di affrontare temi così delicati?

A spiegarlo illustri e qualificati relatori, protagonisti delle due giornate di lavoro. La mattina del 5, ospiti nella rocca San Donato di Piazza Salimbeni, sede storica e legale della Banca Monte dei Paschi, si è affrontata la questione tanto dibattuta negli ultimi giorni, delle Unioni Civili, passando dall’analisi del testo di legge, per arrivare alle questioni più strettamente connesse al regime giuridico degli istituti ivi contenuti e alle possibili aperture e/o “criticità”. Lucida, l’analisi tecnica dell’Avv. Paola Balducci, componente del Consiglio Superiore della Magistratura; autorevole e qualificato l’intervento del giudice emerito della Corte Europea dei diritti dell’uomo, Vladimiro Zagrebelsky.

interventi-aiga-siena-responsabile-civile

Durante la seconda sessione della giornata, questa volta ospiti dell’Auditorium del Monte dei Paschi di Viale Mazzini, si è parlato di “Contratti di convivenza e ruolo dell’avvocato”, con il prof. Gianfranco Dosi, Presidente dell’Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia, con la portavoce del Segretario Generale ANF, la presidente UNCC e un consigliere del Consiglio Nazionale Forense, il tutto moderato dall’Avv. Ivana Pizzonzi, tesoriere della Fondazione AIGA T. Bucciarelli.

A concludere i lavori, ancora una volta le parole del presidente nazionale AIGA, Michele Vaira, che ha esortato a non dimenticare l’importante ruolo sociale dell’avvocato e della professione tutta, quale presidio di garanzia e tutela dei diritti umani.

La giornata di venerdì, invece, dedicata ai lavori interni del Consiglio Direttivo Nazionale AIGA, si è aperta con il filmato della commemorazione per i vent’anni dall’uccisione di Serafino Famà in un clima di grande commozione generale. Sul tavolo, temi di grande interesse. Si è parlato di politica, concretezza, diritti umani e di come il ruolo dell’avvocatura e il suo “spessore”, debbano animare l’operato dei nostri politici impegnati nella società civile e nei luoghi di lavoro e di studio della politica e delle istituzioni.

L’approccio, esattamente come preannunciato dal titolo della due giorni di convegni, è stato uno: tutto laico e improntato all’attenzione e alla preservazione dei diritti dei cittadini, e soprattutto al dialogo e alla crescita costante verso la costruzione di un sistema tanto aperto ai nuovi approdi dei diritti umani quanto “equo”.

Sono stati giorni intensi, ricchi di contenuti, contatti e prospettive. Si è lavorato alla sostenibilità di una avvocatura concreta con uno sguardo al futuro, un futuro guardato attraverso gli occhi entuasiasti e speranzosi dei giovani avvocati. Momenti di grande formazione e cultura, senza trascurare l’aspetto conviviale e gioioso nella splendida cornice senese.
                                                                                                                    Avv. Sabrina Caporale

avvocati domiciliatari

Dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei Ministri già questo giovedì.

PROFESSIONISTI AUTONOMI – Si tratta del nuovo statuto per il lavoro autonomo un collegato alla Legge di Stabilità che in molti hanno ribattezzato il “Jobs Act degli autonomi”. Stando alle informazioni che ormai circolano da diversi giorni, il nuovo statuto per il lavoro autonomo, che investirà in maniera diretta avvocati, medici e liberi professionisti in genere, prevede in sé importanti novità, e, come dichiarato da esponenti del Governo, dovrebbe estendere “tutele e diritti” anche ai lavoratori con Partita IVA in continuità con quanto già fatto attraverso il Jobs act.

Ma riassumiamo brevemente quali dovrebbero essere le principali novità contenute all’interno del disegno di legge, fermo restando che manca ancora certezza assoluta al riguardo. Innanzitutto si fa riferimento a tutele di tipo contrattuale soprattutto per quanto attiene i pagamenti, il cui tetto massimo verrebbe fissato a 60 giorni, e le prerogative spettanti al committente che non potrà più rescindere il contratto unilateralmente e senza il giusto preavviso e non potrà cambiare i termini del contratto una volta stipulato.

Un secondo punto riguarderebbe invece le tutele previdenziali per quanto attiene le donne in stato di gravidanza, i congedi parentali e i casi di malattia grave. Nel primo caso l’indennizzo di maternità dovrà spettare di diritto alla professionista  indipendentemente dal fatto che sospenda o meno la sua attività professionale; per il congedo parentale si parla di un innalzamento da 3 a 6 mesi per il periodo di tutela e da 1 a 3 anni di vita del bambino per il periodo di fruizione; infine, per quanto attiene i casi di malattia grave verrebbe sospeso per un periodo di due anni il versamento obbligatorio dei contributi sociali che potrà poi essere ripreso in seguito in maniera rateizzata.

Altre novità riguarderebbero infine le spese inerenti i costi di aggiornamento professionale che diverrebbero interamente deducibili fino ad un tetto massimo di 10.000 euro l’anno e la possibilità, di accedere ai bandi pubblici senza passare per l’iscrizione alle Camere di Commercio o per l’affiliazione a una società, a questo si aggiunge il diritto per chi lavora nei termini dello “smart working” (lavoro da casa), di ricevere un trattamento economico non inferiore, a parità di mansioni, a quello dei lavoratori dipendenti della stessa azienda.

Molti tuttavia sono i dubbi che continuano ad aleggiare attorno al testo in attesa della sua approvazione definitiva e della conseguente pubblicazione e non mancano le critiche argomentate da parte dei diretti interessati, fra tutte ACTA (associazione di freelance)  che, con un recente comunicato stampa, evidenza i passaggi problematici del nuovo ddl.

Un numero sconfortante quello degli avvocati in fuga, se confrontato con il totale di circa 240mila professionisti del foro contro i 50mila della Francia. Indicativo di quello che sembra a tutti gli effetti un declino della professione.

In Italia nel 2015 sono almeno ottomila quelli che hanno scelto di dismettere la toga. Come? Non rinnovando l’iscrizione alla cassa forense, che a seconda del titolo – da praticante non abilitato fino ai cassazionisti – varia dai 70 ai 205 euro annui.

«L’iscrizione è diventata obbligatoria ufficialmente dal primo gennaio 2014» spiega all’Agi Nunzio Luciano, presidente della Cassa forense. «Negli 8mila avvocati in fuga sono comprese molte persone che hanno sempre avuto un altro impiego principale – il piu’ delle volte nella pubblica amministrazione – e che magari esercitavano solo per hobby, resta il fatto che la cifra è elevatissima».

Il futuro è tutt’altro che roseo, perché ad oggi sono oltre 80mila gli avvocati che hanno un reddito da fame. «E’ molto probabile che una parte di loro abbandonerà la professione, continua Luciano». Tra i più colpiti i giovani e le donne che percepiscono un reddito dimezzato rispetto ai loro colleghi maschi. Ma iniziano a soffrire anche le fasce intermedie, specie se non specializzate.

Ai tempi della crisi trascinare qualcuno in tribunale è diventato un lusso: «il contenzioso ha costi altissimi, chi è in difficoltà non può permettersi una spesa simile» spiega ancora il presidente della Cassa forense. «L’avvocato d’ufficio viene pagato pochissimo. Per una causa delicata come quella di un divorzio con figli può percepire anche 100 euro».

Prima di essere pagati, poi, possono trascorrere anche anni: «Stiamo cercando di introdurre norme per abbattere i tempi di pagamento per chi difende i soggetti meno abbienti» spiega. Per Luciano i «veri monopolisti sono le grandi assicurazioni che non retribuiscono il legale in base a parametri di minimo perché non esistono più. La retribuzione e’ ridotta all’osso a scapito della qualità».

A chi propone il numero chiuso per arginare l’enorme offerta, Nunzio Luciano risponde che ormai é tardi. «Dai dati in mio possesso risulta che gli iscritti alle facoltà di giurisprudenza sono sempre meno. Era necessario agire prima e introdurre il numero programmato nel secondo anno accademico per evitare il boom e permettere a persone meritevoli di trovare comunque un’altra strada senza restare fuori dal mercato». (AGI)

0
Nel corso della giornata la cerimonia di premiazione di Abdelaziz Essid, avvocato tunisino del «quartetto del dialogo» vincitore del Nobel per la pace 2015

avvocati-futuro-responsabile-civileI lavori della IX Conferenza Nazionale dell’Avvocatura del 27 novembre a Torino, si sono conclusi con la tavola rotonda “Patto tra generazioni. Una sfida per il futuro dell’avvocatura”. Ha introdotto la tavola rotonda Carola Barbieri, della Giunta OUA. La Barbieri, nella sua introduzione, ha voluto sottolineare come «il patto tra le generazioni sia una volontà di partecipazione solidaristica fra i giovani per superare la crisi economica e come la professione non possa ridursi a un mero profitto». Ha evidenziato le criticità della professione e ha richiamato alla difesa dell’opera intellettuale.

Ha moderato Antonio Ciccia. Sono intervenuti: il giornalista Francesco Giorgino, Valter Militi, Vice Presidente di Cassa Forense, Maurizio de Tilla, Presidente ANAI, Laura Jannotta, Presidente Unione Camere Civili, Luigi Pansini, Segretario ANF, Michele Vaira, Presidente AIGA, Maurizio Condipodero, Giunta OUA, Patrizia Graziani, Giunta OUA. Giorgino ha esposto e commentato i dati elaborati dall’attuario di Cassa Forense, comparandoli con la indagine del CENSIS sull’avvocatura italiana, attraverso una analisi sociologica del cambiamento dell’avvocatura prima e dopo la crisi, sottolineando come sia necessario, per il futuro, un cambio di passo culturale.

Unità, parola d’ordine della IX Conferenza dell’Avvocatura a Torino. Il commento di Mirella Casiello, Presidente dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura Oua

Militi, richiamando lo studio del CENSIS e lo status degli avvocati, in cui guadagno si è notevolmente ridotto rispetto al passato, in particolare nel valore nominale, ha sottolineato l’importanza di individuare una maggiore possibilità di competitività attraverso la specializzazione e la formazione. Il patto delle generazioni sta alla base di Cassa Forense, il cui sistema pensionistico è ora meno squilibrato rispetto al precedente. Cassa Forense garantisce il presente e il futuro, attraverso il Regolamento per l’Assistenza. Ha citato il bando per le agevolazioni di accesso al microcredito per i giovani, appena approvato dal CdA e altri interventi, in fase di studio, che costituiranno una piattaforma complessiva di agevolazioni per gli iscritti.

avvocati-cassa-forense-responsabile-civile

Vaira, dopo aver esposto delle critiche nei confronti di alcuni provvedimenti e forme di investimento, ha auspicato che Cassa Forense si adoperi per fornire degli strumenti gratuiti a favore dei giovani professionisti (ad esempio per il pct) e per alcune agevolazioni previdenziali. De Tilla ha voluto focalizzare sul rapporto avvocato-cliente, svilito dal subentro delle società e dall’applicazione dei minimi tariffari. Ha inoltre rivolto una critica al fenomeno degli “abogados”, sempre più crescente.

Jannotta, riferendosi in particolare al regolamento sulle specializzazioni, ha proposto di chiedere dei correttivi piuttosto che ricorrere a impugnazioni. Pansini ha sottolineato che le associazioni sono sensibili al patto tra generazioni. I circa 240.000 avvocati debbono rappresentare una opportunità, come anche le specializzazioni. Graziani ha sostenuto che le specializzazioni, così come regolamentate, non possano portare a favorire delle opportunità. Inoltre, ha precisato che i ricorsi presentati al regolamento possano essere ritirati qualora dovessero essere accolti i correttivi richiesti. Condipodero ha voluto sottolineare che la frammentazione nella categoria non possa portare a risultati positivi che sia necessario darsi regole diverse e uniformarsi al mercato.

LE ULTIME NEWS

notifica della sentenza via pec

0
Il mancato deposito telematico delle ricevute di accettazione e consegna della notifica via pec della sentenza di primo grado, impedisce la...