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Concomitanti impegni professionali: se la richiesta di rinvio da parte del difensore è generica è legittimo il diniego di differimento dell’udienza

La vicenda

La Corte d’Appello di Milano aveva confermato la sentenza di condanna, pronunciata a carico dell’imputato per il delitto di truffa pluriaggravata in danno della persona offesa, rigettando le due istanze di rinvio formulate dal difensore per concomitante impegno professionale.

Secondo i giudici d’appello, “la ricorrente e generica dichiarazione del difensore di essere impossibilitato a designare un sostituto, in ragione dell’interesse dei suoi assistiti di avvalersi della sua esclusiva opera professionale”, era infondata e rendeva, perciò, irrilevante qualsiasi valutazione sulle ragioni concrete dell’impedimento per i plurimi e concomitanti impegni professionali.

La decisione è stata confermata dai giudici della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 13779/2019.

Ed invero, a detta degli Ermellini, la corte d’appello aveva fatto corretta applicazione dei principi di diritto in materia di rinvio del processo per legittimo impedimento del difensore dovuto a concomitanti impegni professionali, rilevando in relazione alla prima richiesta l’assoluta genericità dell’allegazione circa l’impossibilità di designare sostituti e con riguardo alla seconda, la mancata indicazione delle ragioni che imponevano al legale di privilegiare la trattazione dei diversi procedimenti in luogo di quello di cui si chiedeva il rinvio.

Il legittimo impedimento per concomitanti impegni professionali

Al riguardo, le Sezioni Unite della Cassazione hanno puntualizzato quali sono “le condizioni che integrano un legittimo impedimento del difensore per contestuale impegno professionale, prevedendo espressamente, che questi “rappresenti l’impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell’art. 102 c.p.p., sia nel processo a cui intende partecipare sia in quello di cui chiede il rinvio” (Sez. U, Sentenza n. 4909 del 18/12/2014) mentre la giurisprudenza di legittimità ha reiteratamente precisato che non osta alla nomina di un sostituto la mancata autorizzazione del soggetto patrocinato, perchè le scelte professionali del difensore, tra cui rientra anche la nomina di un sostituto di udienza, sono espressione della sua discrezionalità tecnica e non possono, quindi, essere sindacate dal soggetto difeso”.

Peraltro, vista la molteplicità dei concomitanti impegni dedotti per la seconda delle udienza venute in rilievo, l’avvocato avrebbe dovuto chiarire in base a quali criteri aveva organizzato la propria attività professionale.

Il ricorso è stato perciò, dichiarato inammissibile con conseguente condanna dell’imputato in via definitiva.

La redazione giuridica

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ONORARI DI AVVOCATO, PRESCRIZIONE DECORRE DALL’ESAURIMENTO DELL’INCARICO

legittimo impedimento

Il legittimo impedimento dell’avvocato a partecipare all’udienza dinanzi al tribunale di sorveglianza deve essere tempestivamente comunicato e adeguatamente provato

La vicenda

Nel marzo del 2018, il Tribunale di sorveglianza di Firenze rigettava l’istanza di rinvio dell’udienza presenta dal difensore, in difesa del proprio assistito, già condannato per il reato di ricettazione poiché le avverse condizioni meteorologiche non gli avevano consentito di essere presente in aula.

A detta del magistrato fiorentino la situazione descritta non aveva determinato un legittimo impedimento, posto che le medesime condizioni meteorologiche non avevano impedito il regolare svolgimento dell’udienza e la partecipazione degli altri interessati, pure provenienti da tutte le parti della regione Toscana.

Il ricorso per Cassazione

La sentenza è stata confermata anche dai giudici della Suprema Corte.

In un recente intervento, la Prima Sezione Penale della Cassazione (Sez. 1, n. 27074 del 03/05/2017) ha chiarito che nel procedimento di sorveglianza, in sede di udienza camerale, partecipata ai sensi dell’art. 127 c.p.p., l’impedimento del difensore, tempestivamente comunicato e determinato da serie ragioni di salute debitamente provate, deve considerarsi idoneo ad integrare una causa di rinvio dell’udienza e il giudice dovrà provvedere in via consequenziale, a norma del comma 1 dell’art. 420-ter cit..

Nel caso in esame, il Tribunale di Sorveglianza aveva correttamente ritenuto carente la dimostrazione del legittimo impedimento quale situazione di assoluta impossibilità a comparire in udienza, rappresentata dal difensore del condannato.

Tanto è vero che tutti i partecipanti all’udienza camerale, provenienti dall’intera Toscana, erano regolarmente giunti presso l’ufficio giudiziario.

Per tutti questi motivi, la decisione impugnata è stata confermata e respinto il ricorso difensivo.

La redazione giuridica

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L’AVVOCATO CHE SOSTITUISCE IL COLLEGA PER RAGIONI DI CORTESIA HA DIRITTO AL COMPENSO?

procura alle liti

Il diritto al compenso dell’avvocato scaturisce solo nel caso in cui il contratto di mandato difensivo esista e sia stato effettivamente adempiuto

La vicenda

Due avvocati avevano convenuto dinanzi al Tribunale di Treviso gli eredi di un defunto collega, per la liquidazione dei compensi professionali, espletati in sua difesa, in due distinte procedure giudiziali: il primo in una controversia volta al recupero di crediti professionali, il secondo nel giudizio di impugnazione di una delibera assembleare proposto nei confronti del condominio.

In primo grado l’istanza fu accolta: il Tribunale condannò i convenuti al pagamento della somma di 13.800 euro circa oltre interessi legali, ritenendo che il conferimento della procura e la partecipazione alle udienze comprovassero l’esistenza e lo svolgimento del mandato difensivo, e quindi giustificassero la richiesta di pagamento.

Contro tale ordinanza gli eredi del defunto proposero appello.

All’esito dell’istruttoria, la corte d’appello di Venezia, accolse il ricorso e dispose il rimborso delle somme percepite dai due avvocati, in esecuzione dell’ordinanza impugnata.

Dalle prove raccolte in giudizio era infatti emerso, con sufficiente grado di certezza, che i due professionisti avevano ricevuto la procura solo per ragioni di cortesia da parte del defunto collega, ma che tutta l’attività professionale era stata svolta da quest’ultimo (redazione degli atti difensivi, istruzioni per le udienze, definizione transattiva e comunque ogni attività di opera professionale), anche attraverso una sua collaboratrice, che aveva confermato tale circostanza.

A supporto della sua decisione, la corte territoriale aveva rilevato la presenza di numerosi errori ed imprecisioni nella stesura delle notule che denotavano una non puntuale conoscenza dell’effettivo andamento delle cause.

Quanto, infine, alla partecipazione alle udienze da parte degli istanti, aveva affermato che essa rientrasse nella prassi delle reciproche sostituzioni in udienza, nonché nel rapporto di collaborazione, all’epoca esistente.

La Corte di Cassazione (sentenza n. 20865/2019) ha confermato siffatta pronuncia, ribadendo in primo luogo la distinzione tra rapporto endoprocessuale nascente dalla procura ad litem e rapporto di patrocinio.

Il contratto di patrocinio

La sentenza impugnata aveva fatto riferimento all’autonomia che, sia logicamente che giuridicamente, viene riconosciuta alla procura rispetto al contratto di patrocinio.

Mentre la procura “ad litem” è un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare in giudizio la parte, il mandato sostanziale costituisce un negozio bilaterale (c.d. contratto di patrocinio) con il quale il legale viene incaricato, secondo lo schema negoziale che è proprio del mandato, di svolgere la sua opera professionale in favore della parte.

Conseguentemente, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, non è indispensabile il rilascio di una procura ad litem, essendo questa richiesta solo per lo svolgimento dell’attività processuale, né rileva il versamento di un fondo spese o di un anticipo sul compenso, atteso che il mandato può essere anche gratuito e che, in ipotesi di mandato oneroso, il compenso e il rimborso delle spese possono essere richiesti dal professionista durante lo svolgimento del rapporto o al termine dello stesso.

Detto in altri termini, il diritto al compenso scaturisce solo nel caso in cui il contratto di mandato difensivo esista e sia stato effettivamente adempiuto.

Nel caso in esame proprio tale rapporto di mandato era venuto in discussione: non vi erano dubbi, infatti che i due ricorrenti non fossero stati officiati non di un vero e proprio incarico professionale, ma avessero agito soltanto per ragioni di cortesia.

La redazione giuridica

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PROCURA ALLE LITI: INAMMISSIBILE IL RICORSO PER CASSAZIONE SE IL MANDATO NON E’ SPECIFICO

professioni legali

La legittimazione dello studio associato a riscuotere il credito del singolo professionista non può essere esclusa a priori, essendo invece necessario far riferimento alla specifica organizzazione interna

Il legale rappresentante di uno studio associato aveva agito in giudizio, davanti al Tribunale di Roma, al fine di ottenere la condanna del convenuto al pagamento della somma di Euro 10.167,99, a titolo di compenti maturati per l’attività svolta in suo favore.

A sostegno della domanda aveva dedotto che quest’ultimo aveva conferito ad un socio dello studio, un incarico di assistenza in merito alla soluzione di un contenzioso con una nota banca italiana.

Ebbene, l’incarico era stato portato a termine, tramite la conclusione di un accordo transattivo con l’istituto di credito, ma il cliente, nonostante vari solleciti, non aveva corrisposto quanto dovuto.

Sia in primo grado che in appello, l’istanza veniva tuttavia, rigettata.

Nella specie, la Corte d’appello di Roma aveva condiviso la valutazione operata dal primo giudice in ordine al fatto che gli elementi acquisiti alla causa comprovavano che l’incarico fosse stato conferito al singolo professionista e non collettivamente ai componenti dello studio.

In altre parole, secondo la corte territoriale il carattere personale dell’incarico, contraddistinto dal carattere personale e fiduciario che caratterizza le prestazioni professionali protette, ne impediva l’estensione a tutti i professionisti dello studio associato, alla stregua di un mandato conferito agli stessi collettivamente e impersonalmente.

La sentenza è stata cassata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello capitolina per un nuovo esame di merito.

I giudici della Seconda Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 20185/2019) hanno accolto il ricorso formulato dallo studio associato ricordando che l’art. 36 c.c., stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute è regolato dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati.

Ne consegue che, ove il giudice del merito accerti tale circostanza, sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici – rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisione delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi (Cass. n. 15694/2011; n. 15417/2016; n. 9927/2018).

In contrasto con tali principi la corte di merito aveva negato la legittimazione attiva dello studio a priori, e in linea di principio, in base al rilievo che l’incarico, riguardante una prestazione caratterizzata dall’intuitu personae, fosse stato conferito al singolo professionista, mentre tale circostanza, come emerge dai principi sopra richiamati, non contraddice, per ciò solo, la legittimazione dello studio ad agire per il pagamento.

In altre parole – chiariscono gli Ermellini – la legittimazione dello studio associato non può essere esclusa in modo aprioristico, essendo invece necessario far riferimento alla specifica organizzazione interna, individuando in definitiva la volontà dell’associazione.

La redazione giuridica

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NESSUN COMPENSO ALL’AVVOCATO CHE FA PERDERE IL DIRITTO AL SUO ASSISITITO

precetto procura

L’atto di precetto non è atto del processo, pertanto può essere validamente sottoscritto dal difensore della parte, pur non essendo munito di procura alle liti

È ben noto che il precetto, pur rientrando tra gli atti di parte il cui contenuto e la cui sottoscrizione sono regolati dall’art. 125 c.p.c., non costituisce “atto introduttivo di un giudizio” contenente una domanda giudiziale, bensì atto preliminare stragiudiziale, che può essere validamente sottoscritto dalla parte oppure da un suo procuratore “ad negotia”.

Ne consegue che, in caso di sottoscrizione dal precetto da parte di altro soggetto in rappresentanza del titolare del diritto risultante dal titolo esecutivo, tale rappresentanza è sempre di carattere sostanziale, anche se conferita a persona avente la qualità di avvocato, restando conseguentemente irrilevante il difetto di procura sull’originale o sulla copia notificata dell’atto.

È valido, pertanto, il precetto sottoscritto da difensore non minuto di mandato se il titolare del diritto risultante dal titolo esecutivo gli conferisce la procura dopo la notifica dello stesso (art. 480 c.p.c.), perché la ratifica del “dominus” è ammissibile per il compimento di qualsiasi atto giuridico di natura sostanziale.

La vicenda

Nel caso di specie, il ricorrente aveva proposto opposizione al precetto notificatogli dall’avvocato della parte avversaria, con il quale gli veniva intimato il pagamento di 8mila euro in forza di titolo esecutivo costituito da una precedente sentenza del Tribunale di Roma.

A sua detta tale atto di precetto doveva essere dichiarato nullo o inefficace in quanto non sottoscritto dal creditore ma dal difensore non munito di procura.

Ma il Tribunale di Latina (sentenza n. 13976/2019) ha chiarito che “l’atto di precetto deve essere sottoscritto dalla parte o da un suo rappresentante, ma non anche da un difensore necessariamente munito di procura alle liti, non trattandosi di atto del processo. Ne consegue che, ove sottoscritto da avvocato che si dichiari difensore dell’istante pur essendo sfornito di procura, esso è affetto da nullità sanabile con il conferimento successivo – fino al momento della costituzione nel giudizio di opposizione proposto dal debitore – della medesima, ovvero con qualsiasi altro atto o fatto che manifesti la volontà di avvalersene” (Cass. n. 10497/2006).

La redazione giuridica

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PROCURA ALLE LITI INESISTENTE: L’AVVOCATO PAGA LE SPESE PROCESSUALI

conto corrente

Il titolare di un conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto e la relativa documentazione risalente agli ultimi dieci anni anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale

La vicenda

La Corte d’Appello di Milano, aveva respinto la domanda di un correntista intesa a denunciata che la banca convenuta in giudizio, avesse mal gestito la propria posizione debitoria generando un ingente saldo debitorio nei suoi confronti.

Nella stessa sentenza i giudici milanesi avevano altresì, accolto la domanda riconvenzionale della banca, condannando l’attore al pagamento del predetto saldo debitorio.

La vicenda è giunta sino in Cassazione.

Nella specie, il ricorrente lamentava la decisione impugnata che nel confermare la decisione di primo grado, aveva negato l’istanza di esibizione volta ad acquisire il possesso degli assegni posti all’incasso sul proprio conto corrente, malgrado essi fossero privi di firma ed acquisibili soltanto a mezzo di esibizione.

Analoga censura era stata declinata in ordine alla mancata esibizione di 38 libretti di risparmio al portatore per il controvalore di 364.091,34 euro e del dossier titoli di circa 250.000 euro, i cui documenti erano stati dati in garanzia alla banca e di cui era verisimile che quest’ultima avesse provveduto al realizzo a fronte del suo inadempimento.

Ebbene il ricorso è stato accolto.

Il tema è il seguente: il cliente ha diritto di ottenere dalla banca i documenti e il rendiconto delle sue operazioni relative agli ultimi dieci anni, anche in corso di causa?

È principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello per cui «il diritto del cliente ad avere copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni sancito dall’art. 119 TUB abbia natura sostanziale e non meramente processuale e la sua tutela si configuri come situazione giuridica “finale”, a carattere non strumentale».

Esso, infatti «non si esplica nell’ambito di un processo avente ad oggetto l’attuazione di un diverso diritto, ma si configura esso stesso come oggetto del giudizio intrapreso nei confronti della banca in possesso della documentazione richiesta e prescinde dall’eventuale uso che di questa il richiedente possa eventualmente voler fare in altre sedi».

È stato perciò, affermato il seguente principio di diritto «il potere del correntista di chiedere alla banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente tra gli stessi intervenuto può essere esercitato, ai sensi dell’art. 119 TUB, anche in corso di causa ed attraverso qualunque mezzo si mostri idoneo alla scopo» (Cass. Sez. I, n. 11554/2017).

E ancora che «il titolare di un rapporto di conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto, ai sensi dell’art. 119 del d.lgs. n. 385 del 1993 (TUB), anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale, non potendosi ritenere corretta una diversa soluzione sul fondamento del disposto di cui all’art. 210 c.p.c., perché non può convertirsi un istituto di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, trasformando la sua richiesta di documentazione da libera facoltà ad onere vincolante» (Cass. Sez. VI, n. 3875/2019).

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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il danno da perdita di chance

Il danno da perdita di chance, anche nell’ambito della responsabilità medica, va quantificato. Queste le conclusioni della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 6443 del 6.03.2019

La vicenda

La vicenda presa in esame dai giudici di legittimità riguardava la domanda di risarcimento proposta al Tribunale di Lecce dai congiunti di un soggetto deceduto a seguito di una trombosi carotidea.

In particolare, gli eredi citavano in giudizio la Asl locale e il presidio ospedaliero, ritenendo che sussistesse la responsabilità professionale dei sanitari dipendenti della struttura per il decesso del congiunto.

Gli attori chiedevano al Tribunale adito un risarcimento dei danni subiti a causa di omessa o ritardata diagnosi. Gli stessi, infatti, lamentavano che i sanitari non avevano provveduto a effettuare tutti gli accertamenti necessari per trattare proficuamente il loro congiunto.

Più precisamente, non era stato eseguito l’esame dell’ecodoppler, che, sempre secondo gli attori, avrebbe consentito la pronta diagnosi di una trombosi carotidea, fattore che avrebbe aumentato le chances del de cuius di essere trattato proficuamente in relazione alla patologia prontamente individuata.

Il Tribunale di merito accoglieva parzialmente le domande presentate dagli attori, riducendo l’importo del capitale del risarcimento.

Avverso tale pronuncia proponevano appello gli eredi, lamentando che il Tribunale aveva fornito una motivazione apparente e violando così le norme di cui agli artt. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e 111 Cost. La sentenza veniva ritenuta nulla dagli appellanti, in quanto il Giudice di prime cure aveva omesso di specificare i criteri determinativi del quantum del risarcimento.

Con il secondo motivo di gravame, gli eredi appellanti denunciavano inoltre la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e 1226 c.c., affermando che il Tribunale aveva erroneamente fatto ricorso alla valutazione equitativa del danno, ammessa soltanto nel caso in cui questo non possa essere provato nel suo preciso ammontare.

La decisione

Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassando la sentenza con rinvio e rimettendo alla Corte di Appello la rideterminazione dell’ammontare del risarcimento dovuto agli eredi appellanti.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, la Corte d’Appello si sarebbe affidata alla Consulenza Tecnica d’Ufficio, che in effetti aveva dimostrato che, ove fosse stato eseguito l’esame dell’ecodoppler, si sarebbe potuto pervenire a una pronta diagnosi di trombosi carotidea e somministrare così immediatamente le prime cure adeguate.

La Consulenza Tecnica precisava che, con una pronta diagnosi, il de cuius avrebbe avuto alcune chances di essere trattato proficuamente, chances che la Corte d’Appello aveva ritenuto di poter quantificare nel 15% – 20%, riducendo nei fatti l’ammontare del risarcimento della metà.

La mancanza dell’ecodoppler, in definitiva, avrebbe potuto, se non prevenire, quantomeno ritardare il sopravvenire dell’ictus che ha poi colpito il paziente.

Ma la Suprema Corte ha censurato al Giudice di secondo grado di non aver concretamente illustrato i criteri applicati per la rideterminazione del danno, né le ragioni sussistenti alla base del nuovo computo.

La Suprema Corte, inoltre, ha precisato che le chances di conseguire un bene della vita, nel caso di specie una più lunga sopravvivenza, vanno in ogni caso concretizzate in termini numerici, quantomeno con una forbice di massima e minima possibilità.

Da quanto detto, si può riscontrare ciò che nelle ultime pronunce dei Giudici di Legittimità è ormai una costante, ovvero l’agganciare il risarcimento del danno a parametri certi e concreti, che tengano in considerazione la reale lesione della sfera giuridica del danneggiato.

Il danno da perdita di chances

Il danno da perdita di chances si configura in modo del tutto peculiare rispetto ai “classici” risarcimenti del danno.

In siffatti casi ad essere risarcita non è una lesione percepibile immediata e diretta della sfera giuridico patrimoniale del danneggiato, bensì la perdita della possibilità di conseguire un determinato bene della vita.

Tale forma di risarcimento si è iniziata ad affermare in giurisprudenza da un decennio a questa parte, soprattutto nel campo del diritto amministrativo. Si pensi infatti alla mancata possibilità di essere assunti o a conseguire un aumento di carriera a causa di irregolarità nello svolgimento di un concorso.

La perdita di chance nella giurisprudenza di legittimità

La giurisprudenza è ormai unanime nel ritenere che “la perdita di chance configura un’autonoma voce di danno patrimoniale attuale, essendo una posta attiva già presente nel patrimonio del soggetto al verificarsi dell’illecito e che va commisurato non alla perdita del risultato stesso ma alla perdita della possibilità di conseguirlo” (tra le altre, Cass. Civ. n. 21245).

Ma il danno da perdita di chances si è anche affermato nell’ambito della responsabilità medica, proprio in tutti quei casi in cui l’omissione di determinati atti terapeutici o di accertamento delle condizioni cliniche del paziente, se non è  certo che ne avrebbero determinato la guarigione, è tuttavia probabile che ne avrebbero aumentato appunto le chances, le possibilità di migliorare la propria condizione.

Miglioramento che certamente può consistere anche nel prolungamento, anche se di poco, delle aspettative di vita e del conseguente allontanamento temporale dell’evento morte.

La Corte di legittimità non ha mancato di precisare che “da una diagnosi esatta di una malattia ad esito ineluttabilmente infausto consegue che il paziente, oltre ad essere messo nelle condizioni per scegliere, se possibilità di scelta vi sia, “che fare” nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto, è anche messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista di quell’esito” (Cass. Civ. n. 23846 del 2008).

Proprio il carattere aleatorio ed evanescente del concetto di chance può determinare, in questa species di danno,  la con-fusione dei concetti di danno emergente e lucro cessante, ovvero dei concetti di lesione diretta e di mancato guadagno.

Ciò fa sorgere dei problemi nella determinazione del danno, proprio per la difficoltà nel quantificare con precisione la “mancata occasione”.

La giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che per chance non va inteso un generico mancato guadagno (lucro cessante), bensì un’ipotesi di danno emergente, che si concretizza nella mancata possibilità di ottenere il risultato finale.

Il danneggiato però, al fine ottenere il risarcimento, dovrà provare che, alla base della sua possibilità di conseguire il risultato, vi erano delle effettive possibilità di successo.

Ovvero, di avere avuto una ragionevole probabilità di ottenere il bene della vita a cui si ambiva.

In tema di responsabilità medica civile, pertanto, secondo i classici canoni civilistici, il danneggiato dovrà provare che è più probabile che una tempestiva diagnosi non avrebbe determinato l’esito infausto per il paziente, ritardando l’evento morte o determinandone la guarigione.

“In presenza, dunque, di colpevoli ritardi nella diagnosi  di patologie ad esito infausto, l’area dei danni risarcibili non si esaurisce, nel pregiudizio recato alla integrità fisica del paziente (privato, in ipotesi, della possibilità di guarigione o, in alternativa, di una più prolungata – e qualitativamente migliore – esistenza fino all’esito fatale), ma include la perdita di un “ventaglio” di opzioni, con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima, ovvero “non solo l’eventuale scelta di procedere (in tempi più celeri possibili) all’attivazione di una strategia terapeutica, o la determinazione per la possibile ricerca di alternative d’indole meramente palliativa, ma anche la stessa decisione di vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico (senza ricorrere all’ausilio di alcun intervento medico) in attesa della fine”, giacchè, tutte queste scelte “appartengono, ciascuna con il proprio valore e la propria dignità, al novero delle alternative esistenziali” (così Cass. Civ. ord. n. 7260/2018).

Del resto, anche il legislatore negli ultimi anni è intervenuto per dare risalto all’autodeterminazione dell’individuo, qualsiasi sia la sua condizione clinica. Si pensi al riguardo alla L. n. 38 del 2010 sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, o alla L. n. 219 del 2017 sul consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento.

Con la risarcibilità della chance in ambito medico, si dà dunque rilievo non solo al bene vita e al bene salute, ma anche all’autodeterminazione del paziente, che deve essere sempre messo dinanzi alla possibilità o della guarigione o, comunque, dinanzi alla consapevolezza della propria condizione e aspettative di vita.

Come poi ha da ultimo ribadito la Sprema Corte, tutto ciò deve tradursi in un’attenta valutazione del danno subito dal paziente e in una altrettanto attenta valutazione della sua quantificazione.

Avv. Laura Bellanca

 

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avvocato

Quattro mesi di sospensione dall’esercizio della professione forense per quell’avvocato che, non curante delle comunicazioni della controparte, disponibile ad onorare il debito nei confronti del suo cliente, ha ugualmente dato avvio all’azione esecutiva

La vicenda

Il consiglio dell’ordine professionale aveva disposto, con proprio provvedimento, la sospensione dall’esercizio della professione forense per la durata di un anno a carico di un avvocato, accusato di aver posto in essere troppe violazioni al codice deontologico.

Il procedimento disciplinare era stato promosso a seguito della segnalazione di alcune inosservanze che il predetto difensore avrebbe compiuto nell’esercizio della professione; in particolar modo, quella di non aver dato risconto alla comunicazione di un collega, in ordine alla disponibilità della controparte di corrispondere le somme a copertura del debito nei confronti del proprio assistito, invitandolo ad inviargli i relativi conteggi.

Egli, per tutta risposta, aveva comunque provveduto a dare avvio alla procedura esecutiva senza avvisare il collega di controparte, per di più aggravando inoltre, la posizione della debitrice con onerose e plurime iniziative giudiziali, senza che esse corrispondessero di fatto, ad una effettiva necessità di tutelare le ragioni dei propri clienti.

Al predetto avvocato, era stato anche contestato di aver esposto, nella redazione degli atti di precetto, voci relative a spettanze non dovute ex lege o non dovute nella misura indicata, di aver omesso di applicare i disposti di legge che regolamentavano l’entità dei compensi dovuti agli avvocati e di aver omesso di osservare i principi di lealtà e correttezza nello svolgimento dell’attività professionale.

La decisione

Nel ribadire la fondatezza degli addebiti, il Consiglio Nazionale Forense aveva posto in rilievo che la condotta del predetto avvocato non soltanto era contraria all’art. 49 del codice disciplinare forense, per quel che concerneva l’aggravamento senza necessità della posizione debitoria della controparte, ma aveva altresì, violato le disposizioni che prevedevano l’obbligo di mantenimento di una condotta improntata a lealtà e correttezza nei riguardi dei colleghi.

Ebbene la decisione ha trovato conferma anche nel giudizio di legittimità.

A detta degli Ermellini , infatti, la pronuncia del CNF era coerente e immune da vizi e perciò, non suscettibile di censura.

La redazione giuridica

 

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L’AVVOCATO VA LIQUIDATO IN BASE AL VALORE DELLA INTERA MASSA EREDITARIA

ricorso per cassazione

Il ricorso per cassazione avverso qualsiasi tipo di provvedimento, compresi quelli in materia cautelare, non può essere proposto dalla parte personalmente, ma deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo speciale della corte di cassazione

La vicenda

Con ordinanza del G.I.P. del tribunale di Catania l’indagato veniva sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari in relazione al reato di partecipazione ad una associazione a delinquere dedita all’esercizio clandestino di gioco e scommesse e truffa aggravata ai danni dello Stato

Nel dicembre 2018 giungeva la conferma da parte del Tribunale del riesame della stessa sede; cosicché con ricorso formulato personalmente dall’indagato, la vicenda giungeva sino ai giudici della Cassazione.

Ma il ricorso in questione è stato dichiarato inammissibile proprio perché proposto dall’indagato personalmente e, cioè, da soggetto non legittimato ai sensi della disciplina dell’art. 613 c.p.p. come modificato dalla L. n. 103 del 2017, entrata in vigore il 3-8-2017.

Invero, dall’analisi dell’atto di impugnazione, risultava che il ricorso fosse stato testualmente proposto dall’indagato; nello stesso atto egli nominava il proprio difensore di fiducia e procuratore speciale, il quale  ne autenticava la sottoscrizione apposta in calce all’atto.

L’introduzione della L. n. 103 del 2017

A seguito dell’introduzione della L. n. 103 del 2017, le Sezioni Unite della Cassazione, nell’interpretare la nuova disciplina dettata dal novellato art. 613 c.p.p., hanno affermato che il ricorso per cassazione avverso qualsiasi tipo di provvedimento, compresi quelli in materia cautelare, non può essere proposto dalla parte personalmente, ma deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo speciale della corte di cassazione (Sez. U, n. 8914 del 21/12/2017).

A tal proposito è irrilevante l’autenticazione, ad opera di un legale, della sottoscrizione del ricorso, che, ai sensi dell’art. 39 disp. att. c.p.p., attesta unicamente la genuinità di tale sottoscrizione e la sua riconducibilità alla parte privata (Sez. 6, n. 54681 del 03/12/2018).

Ed infatti i giudici della Suprema Corte, hanno affermato che «la sottoscrizione apposta per autentica della firma dell’indagato, da parte del suo difensore di fiducia, non lo avrebbe reso per ciò solo autore di un atto che appare riferibile esclusivamente al predetto indagato, sicché sotto tale profilo il ricorso è certamente inammissibile perché proposto da soggetto non legittimato».

A conseguenze diverse – a detta degli Ermellini – non può neppure pervenirsi in ragione del rilascio in calce al predetto ricorso, sottoscritto dall’indagato con firma autenticata dal difensore, di una procura speciale in favore di quest’ultimo.

La decisione

Ed invero, la disciplina della procura speciale contenuta nell’art. 122 c.p.p., prevede espressamente un criterio generale di tassatività degli atti che possano essere compiuti mediante un procuratore speciale, affermando espressamente che ciò risulta possibile solo “quando la legge consente che un atto sia compiuto per mezzo di un procuratore speciale”; tali sono determinati e specifici atti previsti dal regime del processo penale come, ad esempio, la rinuncia all’impugnazione che ai sensi del testuale dettato dell’art. 589 c.p.p., può essere effettuata solamente dall’imputato personalmente o da suo procuratore speciale, la richiesta di rescissione del giudicato espressamente attribuita al condannato ovvero ad un suo procuratore speciale ed, ancora, come già anticipato gli altri casi tassativamente determinati.

Ma poiché la legge non attribuisce più la possibilità di ricorrere per cassazione personalmente all’indagato, deve conseguentemente ritenersi escluso che quest’ultimo possa nominare un procuratore speciale per il compimento di detto atto poiché, oltre a mancare una previsione normativa specifica in tal senso, per principio generale chi non risulti titolare di un potere non può attribuirlo ad altri tramite il conferimento della procura.

La redazione giuridica

 

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azione di danno

La sospensione del processo prevista dall’art. 75 c.p.p. non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno per il risarcimento nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale ove sia imputato il danneggiante

La vicenda

L’azione era stata introdotta dinanzi al tribunale di Milano, dai parenti della vittima di un incidente stradale, rispettivamente moglie, figli e fratelli, i quali chiedevano il risarcimento di tutti i danni patiti in qualità di suoi eredi, a seguito della morte del proprio congiunto.

Ma il giudice di primo grado aveva disposto la sospensione del processo dal momento che dopo la costituzione in giudizio dei fratelli della vittima, come parti civili nel processo penale promosso nei confronti del conducente (peraltro iure proprio e non già con la spendita, poi avvenuta in sede civile, della qualità di eredi della vittima), era stata pronunciata sentenza (di primo grado) di condanna dell’imputato, soltanto in esito alla quale era stata promossa l’azione civile.

Contro la predetta ordinanza di sospensione gli attori del processo civile hanno proposto regolamento di competenza e la terza sezione civile della Cassazione ha prospettato al Primo presidente l’opportunità di devolvere il giudizio alla cognizione delle Sezioni Unite, al fine di stabilire se il giudizio civile in esame debba essere necessariamente sospeso nei confronti di tutti i litisconsorti, oppure se la sospensione operi soltanto in relazione all’azione risarcitoria proposta nei confronti del conducente-imputato, oppure ancora se non operi sospensione alcuna.

La questione giuridica

La questione rimessa alla cognizione delle Sezioni Unite, come premesso, concerne l’operatività della sospensione necessaria del processo civile di risarcimento del danno derivante da reato, quando nel processo penale concernente il medesimo reato sia stata già pronunciata la sentenza di primo grado nei confronti del danneggiante.

Il problema da risolvere, nella fattispecie in esame, era determinato dal fatto che le “parti lese” avevano proposto la domanda risarcitoria nei confronti non soltanto dell’imputato-danneggiante, ma anche di altra litisconsorte, ossia della società assicuratrice della responsabilità civile.

«Se non vi fosse questo cumulo soggettivo, non vi sarebbe dubbio alcuno sull’applicabilità dell’art. 75 c.p.p., comma 3, secondo cui “Se l’azione è proposta in sede civile nei confronti dell’imputato dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado, il processo civile è sospeso fino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta a impugnazione, salve le eccezioni previste dalla legge”.

La sospensione necessaria prevista dall’art. 75 c.p.p., comma 3, ha chiarito la giurisprudenza di legittimità -, sanziona la scelta compiuta dal danneggiato che abbia optato sin dall’inizio per la proposizione in seno al processo penale della propria domanda risarcitoria: in tal caso, anche se dismette la qualità di parte civile, egli dovrà sottostare all’accertamento dei fatti compiuto in sede penale.

Analogamente, se il danneggiato abbia trascurato il processo penale, in seno al quale pure abbia avuto possibilità di costituirsi parte civile e neppure abbia agito in sede civile, dovrà subire la sospensione del processo civile che abbia iniziato dopo la sentenza di primo grado di condanna dell’imputato, per il disinteresse per l’azione civile da lui mostrato (Cass., ord. 24 aprile 2009, n. 9807).

La sospensione del giudizio civile di danno

«Quel che rileva ai fini della sospensione del giudizio civile di danno ex art. 75 c.p.p., comma 3, – sostengono le Sezioni Unite – fuori dal caso in cui i giudizi di danno possano proseguire davanti al giudice civile ai sensi del precedente comma 2 -, è che la sentenza penale può esplicare efficacia di giudicato nell’altro giudizio, ai sensi degli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p..

Imporre al danneggiato-attore che si sia tardivamente rivolto al giudice civile di attendere l’esito del processo penale ha senso soltanto se e in quanto quest’esito, se definitivo, sia idoneo a produrre i propri effetti sul processo civile».

Lo si evince dall’art.. 211 disp. att. c.p.p., a norma del quale “Salvo quanto disposto dall’art. 75, comma 2, del codice, quando disposizioni di legge prevedono la sospensione necessaria del processo civile o amministrativo a causa della pendenza di un processo penale, il processo civile o amministrativo è sospeso fino alla definizione del processo penale se questo può dare luogo a una sentenza che abbia efficacia di giudicato nell’altro processo e se è già stata esercitata l’azione penale”.

Ed è partendo da questa considerazione che già in passato la giurisprudenza di legittimità ha escluso la sospensione del processo civile nei confronti delle – sole – parti diverse dall’imputato-danneggiante, alle quali siano ascritti fatti differenti da quelli oggetto di accertamento nel processo penale (Cass., ord. 1 luglio 2005, n. 14074; ord. 16 marzo 2017, n. 6834 e 11 luglio 2018, n. 18202).

Quando, tuttavia, i fatti sono i medesimi, il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651 e 651 bis c.p.p., si potrebbe produrre nei confronti del responsabile civile soltanto qualora il processo risarcitorio sia promosso nei suoi confronti da un danneggiato diverso da colui che abbia proposto l’azione civile nel processo penale: solo in questo caso, e se il responsabile civile sia stato regolarmente citato o abbia spiegato intervento in sede penale, il giudicato di condanna del danneggiante-imputato o quello del suo proscioglimento per particolare tenuità del fatto avranno effetto verso di lui nel giudizio di danno.

Sulla pretesa del danneggiato costituitosi parte civile si può difatti decidere in sede civile soltanto se la parte civile sia uscita dal processo penale per revoca o estromissione; e poichè l’esodo della parte civile comporta che la citazione o l’intervento del responsabile civile perdono efficacia (a norma, rispettivamente, dell’art. 83 c.p.p., comma 6, e art. 85 c.p.p., comma 4), viene meno la condizione pretesa dagli artt. 651 e 651 bis c.p.p., per la produzione degli effetti ivi previsti nei confronti del responsabile civile, ossia che il “responsabile civile sia stato citato o sia intervenuto nel processo civile”.

Il caso in esame

«A maggior ragione – continuano i giudici delle Sezioni Unite – il vincolo non si può produrre in un caso, come quello in esame, in cui non v’è coincidenza tra le parti civili nel processo penale e gli attori del processo civile, nel senso già specificato, e non vi sono stati citazione o intervento del responsabile civile nel processo penale».

Il che esclude anche la possibilità che si potesse determinare il vincolo previsto dall’art. 652 c.p.p., comma 1.

A escludere tale possibilità è anche la considerazione che le ipotesi di sospensione previste dall’art. 75 c.p.p., comma 3, rappresentano pur sempre una deroga rispetto alla regola generale, che è quella della separazione dei giudizi e dell’autonoma prosecuzione di ciascuno di essi.

E dunque, «estendere l’applicazione di un’ipotesi derogatoria a un caso, come quello in esame, in cui tutte le parti del giudizio civile non coincidano con tutte quelle del processo penale, sacrificherebbe in maniera ingiustificata l’interesse dei soggetti coinvolti alla rapida definizione della propria posizione, in aperta collisione con l’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo, presente nel nostro ordinamento ben prima dell’emanazione dell’art. 111 Cost., comma 2, e comunque assurta a rango costituzionale per effetto di esso».

«Sicchè – concludono gli Ermellini – non è, in questi casi, meritevole di tutela l’interesse del danneggiante di attendere gli esiti del processo nel quale egli sia imputato».

Il principio di diritto

“In tema di rapporto tra giudizio penale e giudizio civile, i casi di sospensione necessaria previsti dall’art. 75 c.p.p., comma 3, che rispondono a finalità diverse da quella di preservare l’uniformità dei giudicati, e richiedono che la sentenza che definisca il processo penale influente sia destinata a produrre in quello civile il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p., vanno interpretati restrittivamente, di modo che la sospensione non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice della responsabilità civile dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale nel quale il danneggiante sia imputato”.

L’ordinanza di sospensione è stata, dunque, annullata e disposta la prosecuzione del processo dinanzi al tribunale di Milano.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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