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Con la sentenza in commento n. 6593/2019, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, è intervenuta nuovamente sul tema della prova del nesso causale nell’ambito della responsabilità medica

Anche in ambito di responsabilità medica, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento”.

La vicenda

È quanto affermato recentemente dalla Suprema Corte in tema di responsabilità medica.

Gli eredi di un paziente deceduto in seguito a un intervento chirurgico, avevano proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la decisione di primo grado, con cui il Tribunale aveva addossato la prova del nesso causale al creditore.

In particolare, a parere dei ricorrenti, l’organo giudicante di secondo grado aveva erroneamente ritenuto “con apparente o, comunque, insufficiente ed illogica motivazione”, che il Tribunale di prime cure avesse “correttamente invocato ed applicato i principi giuridici in materia di responsabilità contrattuale medica”.

Inoltre, gli appellanti assumevano che la sentenza di primo grado aveva “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anzichè al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando la pronuncia, non aveva “spiegato perchè sarebbe conforme al diritto in materia l’avere il Tribunale erroneamente onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato“.

Il giudizio di legittimità

La Cassazione con la sentenza in commento ha invece confermato la decisione della Corte di Appello, ribadendo i principi generali e ormai consolidati in tema di onere probatorio.

A tal proposito, è opportuno ricordare che a seguito della legge Gelli – Bianco, è in parte stata modificata la disciplina della natura della responsabilità in ambito sanitario, con rilevanti conseguenze in tema di riparto dell’onere probatorio.

Il legislatore ha infatti chiarito, la natura della responsabilità del sanitario dipendente e della struttura, fugando i dubbi che si erano manifestati nell’ambiguità delle disposizioni della previgente disciplina (il Decreto Balduzzi).

La natura della responsabilità del medico è ormai di natura extracontrattuale, mentre quella della struttura sanitaria, che ha origine nel contratto di spedalità, continua a essere di natura contrattuale.

Ciò comporta importanti conseguenze in tema di onere probatorio. Il paziente, infatti, se vuole citare la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento del danno, dovrà dimostrare la fonte del suo diritto e allegare l’inadempimento del suo debitore.

Il termine di prescrizione in tal caso sarà di dieci anni, a differenza del termine prescrizionale per agire contro il sanitario, che sarà quello della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c. c., ovvero cinque anni.

I giudici di legittimità, anche con precedenti pronunce, avevano però già specificato che in tale ultimo caso il paziente creditore è dispensato dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere probatorio di provare il nesso causale che intercorre tra condotta e danno patito (Cass. civ. 18392/2017).

Con la pronuncia in commento pertanto la Cassazione conferma quanto già affermato in precedenza, stabilendo che spetta al paziente provare il nesso eziologico tra la condotta e la lesione, mentre spetta alla struttura dimostrare di aver adempiuto correttamente.

Tale impostazione da ultimo conferma i principi civilistici generali in tema di riparto dell’onere probatorio.

Di certo però la nuova disciplina ha destato perplessità in merito alla diversificazione della natura delle responsabilità della struttura sanitaria e del medico, segnando il tramonto secondo alcuni del “contatto sociale”, per lungo tempo elaborato dalla giurisprudenza.

Il nesso causale

Per quanto detto fino ad ora, merita un approfondimento il concetto di nesso causale in tema di responsabilità civile.

Il nesso causale che deve provare il paziente si configura come il collegamento che deve intercorrere tra la condotta imprudente, imperita o negligente del medico e la patologia o il suo aggravamento che da questa è conseguita.

Occorre cioè dimostrare che la lesione che il paziente patisce sia la conseguenza della cattiva condotta del sanitario.

Per compiere tale accertamento, è necessario eliminare alcuni comportamenti per verificare se, in assenza di questi, la lesione si sarebbe comunque verificata. Viene dunque applicata la cosiddetta teoria condizionalistica, ben nota in ambito penale.

Ciò che distingue l’accertamento del nesso causale in ambito civile è però l’applicazione della regola del “più probabile che non”. Mentre il penale occorre un accertamento che vada oltre “ogni ragionevole dubbio”, in ambito civile un evento potrà dirsi causato da una determinata condotta se è più probabile che, senza di essa, questo non si sarebbe verificato (Cass. S.U.  n. 581/2008).

Ciò che appare problematico nell’accertamento del nesso causale è che, come ricostruito dalla Corte di Cassazione, esso si configura come una relazione tra due fatti da accertare a posteriori.

Non si tratta di per sé di un fatto, ma di un giudizio. Un ragionamento che si ricostruisce sulla base di dati fattuali.

Di tali dati il paziente creditore potrà dare prova con ogni mezzo: documenti, testimoni, giuramento o presunzioni semplici (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Il principio di diritto

Il quadro viene così sinteticamente ricostruito dai giudici di legittimità: “Questa Corte, ormai da dieci anni, viene costantemente ripetendo in tema di nesso causale i seguenti principi:

(a) il nesso di causa tra una condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile;

(b) la ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto;

(c) ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.” (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Alla luce delle considerazioni esposte, il paziente, se vorrà agire anche nei confronti del sanitario dipendente di una struttura, dovrà dunque dimostrare il danno ricevuto dalla condotta del medico, ma anche il nesso eziologico tra la suddetta condotta e il danno.

L’onere probatorio di cui è gravato, così come ricostruito, non è certo semplice da assolvere.

Avv. Laura Bellanca

 

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CONSENSO INFORMATO: NON RISARCIBILE SENZA DANNO ALLA SALUTE

nota spese

A fronte della nota spese presentata dall’avvocato, il cliente aveva prodotto due preavvisi di fattura. Entrambi gli elementi sono stati considerati determinanti nella definizione del compenso spettante al professionista

I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza della corte d’appello di Torino, chiamata a pronunciarsi nell’ambito di un giudizio di responsabilità civile.

La vicenda

Con sentenza della Corte d’Appello di Milano, in totale riforma della decisione di primo grado, veniva revocato il decreto ingiuntivo ottenuto da un avvocato nei confronti di una propria cliente per compensi professionali relativi ad un giudizio di secondo grado, in tema di risarcimento danni per colpa professionale.

Avverso siffatta decisione il legale presentava ricorso per Cassazione, lamentando la violazione di legge per aver la corte territoriale fondato la propria decisione sul fatto che l’avvenuta presentazione di una nota spese in quel giudizio, avesse precluso la liquidazione di maggiori compensi, senza considerare che la determinazione degli onorari nei confronti del cliente soggiace – a detta del ricorrente –  a criteri legali diversi da quelli applicabili nei confronti del soccombente.

In altre parole, la corte d’appello con una sentenza -giudicata dagli Ermellini, conforme ai principi di diritto, aveva affermato il principio secondo il quale con il decreto ingiuntivo l’avvocato può pretendere dal cliente un compenso che non superi il preavviso di fattura inviata e la nota spese presentato in corso di causa.

Tali elementi sono entrambi decisivi ai fini della liquidazione del compenso in favore del professionista. Pertanto – concludono i giudici della Suprema Corte -, il richiamo alla nota spese (peraltro di importo ben maggiore rispetto alla fattura pro forma valorizzata in sentenza) è stato fatto dalla Corte territoriale anche per ancorare il massimo della pretese liquidabile; e in tal senso si spiega il passaggio della sentenza impugnata ove si legge “a fronte di tali elementi di valutazione, è da ritenere che il professionista non potesse dunque pretendere, così come ha fatto con la proposta di azione monitoria, la corresponsione di compensi per importi superiori, quanto meno a quelli di cui alla nota spese depositata davanti alla Corte d’appello”.

La redazione giuridica

 

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OMESSA COMUNICAZIONE DI RINUNCIA AL MANDATO: AVVOCATO SANZIONATO

graduazione della colpa

“Esiste sempre l’obbligo del giudice di accertare la graduazione della colpa concorrente della persona offesa o del terzo, in quanto sussiste sempre l’interesse dell’imputato a verificare l’eventuale concorso alla produzione dell’evento”

La vicenda

Un anno e quattro mesi di reclusione, la pena inflitta in primo grado dal Tribunale di Latina, all’uomo che alla guida della propria autovettura cagionava la morte di un uomo, per violazione delle norme del codice della strada.

La sentenza confermata anche in appello veniva impugnata con ricorso per Cassazione.

L’imputato lamentava l’errata valutazione, nonché ricostruzione dei fatti. I giudici di merito non avevano dato il giusto rilievo nel determinismo causale alla circostanza che la vittima non avesse rispettato il segnale di stop. L’impatto era, infatti, avvenuto nella corsia di marcia dell’imputato e non vi era prova che quest’ultimo viaggiasse a velocità sostenuta.

Peraltro, nel corso del giudizio di primo grado non era neppure stata espletata consulenza tecnica d’ufficio, ma il Tribunale si era avvalso unicamente delle consulenze tecniche del PM e della difesa. Inoltre, in appello non era stata rinnovata l’istruttoria dibattimentale mediante una perizia in contraddittorio tra le parti, che le avrebbe consentito di accertare la condotta colposa del danneggiato.

Il giudizio di legittimità

Dopo aver ricordato che, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella mera prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito, i giudici della cassazione si sono concentrati sulla ricostruzione della vicenda.

La Corte d’appello aveva fatto applicazione dell’art. 141, comma 2 del codice della strada secondo il quale: “Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile“. Dalla disposizione emerge che la velocità prudenziale è quella che permette di mantenere il controllo del proprio veicolo e di compiere manovre d’emergenza.

Ebbene, nel caso in esame, per i giudici territoriali era chiara la colpa dell’imputato, consistita nel non aver osservato le regole normative e di comportamento prescritte per la corretta circolazione stradale; avevano, perciò, ritenuto sussistente il nesso di causalità tra la suddetta condotta colposa e l’evento realizzato e, applicando il principio della equivalenza delle cause, avevano ritenuto che la violazione della regola cautelare da parte dell’imputato avesse concretizzato il rischio che la suddetta regola mirava ad evitare.

Il concorso di colpa del danneggiato

La Corte distrettuale aveva poi, analizzato la questione concernente la condotta concorrente e imprudente, tenuta dal danneggiato sulla base degli accertamenti tecnici compiuti in istruttoria, i rilievi tecnici planimetrici e anche fotografici, da cui era emerso che questi si fosse immesso sulla via, luogo dell’incidente, senza dare la precedenza al veicolo proveniente dalla sua destra avendo quasi impegnato parte dell’incrocio, fino a immettersi nella corsia opposta.

Ciononostante, con una motivazione logica e coerente, aveva ritenuto sussistente la responsabilità dell’imputato, in quanto pur avendo avvistato l’ostacolo non riuscì a frenare a causa dell’elevata velocità superiore ai limiti e non adeguata alle circostanze, trattandosi di strada fiancheggiata da case.

La Corte distrettuale aveva, perciò, fatto corretta applicazione del principio di diritto secondo cui le cause sopravvenute idonee ad escludere il rapporto di causalità sono sia quelle che innescano un processo causale completamente autonomo rispetto a quello determinato dalla condotta dell’agente, sia quelle che, pur inserite nel processo causale ricollegato a tale condotta, si connotino per l’assoluta anomalia ed eccezionalità, collocandosi al di fuori della normale, ragionevole probabilità.

Ma su un punto, il ricorso difensivo aveva colto nel segno: sia nella sentenza impugnata che in quella emessa dal giudice di primo grado, mancava la quantificazione del concorso di colpa.

La graduazione della colpa concorrente del danneggiato

A tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di affermare che in tema di reati colposi inerenti alla circolazione stradale, il giudice del merito ha il dovere di quantificare l’apporto causale alla verificazione dell’evento attribuibile alla persona offesa e quello addebitabile al prevenuto.

Ciò sia ai fini della determinazione della giusta (al caso di specie adeguata) pena, dato che, ai sensi di quanto dispone l’art. 133 c.p., nn. 2 e 3, nell’esercizio del potere discrezionale attribuito al giudice hanno influenza la gravità del danno cagionato e il grado della colpa; sia al fine di soddisfare le legittime aspettative della parte civile, se presente, la quale ha diritto di sentire quantificare, ancorché sotto il solo profilo dell’an debeatur, la misura del risarcimento del danno ad essa spettante.

In termini sostanzialmente coincidenti, è stato anche affermato che esiste sempre l’obbligo del giudice di accertare la colpa concorrente della persona offesa o del terzo, in quanto sussiste sempre l’interesse dell’imputato all’accertamento dell’eventuale concorso alla produzione dell’evento, considerati i riflessi negativi che il mancato accertamento potrebbe avere sia sotto l’aspetto dell’entità del risarcimento sia sotto quello della misura della pena da irrogare in relazione ai principi fissati dall’art. 133 c.p.

L’omessa graduazione della colpa concorrente

Ebbene, nel caso in esame, entrambi i giudici di merito avevano implicitamente affermato il concorso di colpa della persona offesa nella causazione del sinistro, ma non ne avevano esplicitato, come pur avrebbero dovuto, il percorso logico e motivazionale nella determinazione del trattamento sanzionatorio.

Ed invero, in tema di omicidio e lesioni stradali, il giudice di merito, una volta riconosciuto il concorso di colpa della persona offesa (come per l’appunto è implicitamente avvenuto nel caso di specie), è tenuto ad adempie il dovere di motivazione in ordine alla graduazione delle colpe concorrenti, di cui è impossibile determinare con certezza le diverse percentuali, dando atto di aver preso in considerazione le modalità del sinistro e di aver raffrontato le condotte dei soggetti coinvolti.

Orbene, detto raffronto nel caso in esame, non risultava essere stato svolto. Per tali motivi, limitatamente ai punti concernenti la graduazione del concorso di colpa della persona offesa e della sua incidenza nella determinazione della pena, la sentenza impugnata è stata annullata, con rinvio alla Corte di Appello di Roma per nuovo esame.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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SPESE STRAGIUDIZIALI NEL GIUDIZIO PER INCIDENTE STRADALE: CHI LE PAGA?

trasferimento

Qual è la sanzione prevista dal nostro ordinamento nel caso di trasferimento di immobili abusivi? La questione è stata affrontata dalle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 8230/2019

La vicenda

Con atto notarile il ricorrente aveva acquistato due distinti appezzamenti di terreno, intestandone fittiziamente la nuda proprietà alla moglie e l’usufrutto alla suocera, ed aveva, poi, curato la ristrutturazione totale del fatiscente fabbricato rurale insistente su uno dei due fondi, sostenendo, da solo, l’intera spesa.

A seguito della crisi matrimoniale e in pendenza di giudizio di separazione personale, l’uomo aveva agito nei confronti delle due donne al fine di ottenere, tra l’altro, la declaratoria della simulazione dei suddetti acquisti, ma aveva appreso, in sede di trascrizione di tale domanda, che le convenute avevano venduto con atto notarile, gli immobili a terzi.

Ebbene, il ricorrente decideva così di citare in giudizio i compratori nonché il notaio rogante per sentir dichiarare che l’atto di compravendita era nullo, perché il fabbricato ceduto era stato interessato da vari e consistenti lavori, non regolarmente assentiti in quanto difformi dall’originario progetto autorizzato, ovvero inefficace nei suoi confronti, ai sensi dell’art. 2901 ce, in quanto compiuto in pregiudizio delle sue ragioni creditorie.

Il Tribunale adito rigettava la domanda e la decisione veniva integralmente confermata dalla Corte di appello di Napoli.

Per la cassazione della sentenza, proponeva ricorso l’originario ricorrente, il quale deduceva il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ossia l’abusività degli immobili oggetto del contratto di compravendita.

Ma la Seconda Sezione Civile cui è stata affidata la questione, ha ravvisato un contrasto nella giurisprudenza in relazione alla natura formale (in quanto derivante dalla mera assenza nel contratto delle dichiarazioni del venditore) o sostanziale (in quanto riferita alla difformità tra bene venduto e progetto assentito) della comminata nullità, ed ha, perciò disposto la trasmissione degli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni unite civili, auspicando, anche, un chiarimento sulla portata della nozione di irregolarità urbanistica, e sulla possibilità di applicare, in tema di validità degli atti traslativi, la distinzione tra variazione essenziale e variazione non essenziale dell’immobile dedotto in contratto rispetto al progetto approvato dall’autorità amministrativa.

La normativa edilizia

L’esercizio dello jus aedificandi, pur atteggiandosi come una concreta e peculiare manifestazione del diritto di proprietà fondiaria, soggiace all’osservanza di molteplici limitazioni e prescrizioni connesse a determinazioni della pubblica autorità, previste dalla legge.

Col testo unico dell’edilizia, di cui al D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sono stati definiti i tipi d’intervento edilizio, è stato previsto uno specifico titolo abilitativo per ciascuna tipologia di intervento, e sono stati individuati i casi di attività completamente libere.

L’inosservanza dei precetti posti dalla normativa urbanistica, è stata da sempre variamente sanzionata sotto un profilo amministrativo, con la distruzione, o la sospensione dei lavori, o la demolizione del manufatto contrario al PRG o al titolo abilitativo o con l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale e penale, con fattispecie contravvenzionali.

L’evoluzione giurisprudenziale in materia di abusivismo edilizio

In un primo momento, nonostante la realizzazione di lavori senza licenza costituisse un illecito sanzionato penalmente dall’art. 41 della L. 17 agosto del 1942, n. 1150 (anche prima delle sue modifiche da parte della L. n. 765 del 1967 art. 13), la giurisprudenza della Suprema Corte aveva escluso l’invalidità dei rapporti che avevano ad oggetto edifici realizzati in assenza di licenza, o la relativa incommerciabilità, reputando che, in assenza di espressa comminatoria, la nullità della compravendita non poteva ritenersi integrata sotto il profilo della illiceità dell’oggetto del contratto, per essere oggetto di tale negozio il trasferimento della proprietà della cosa, insuscettibile, nella sua essenza, in termini di valutazione di illiceità, attenendo tale qualificazione all’attività della sua produzione, in sé estranea al contenuto tipico delle prestazioni oggetto della compravendita (cfr. Cass. n. 2631 del 1984; n. 6466 del 1990).

Sicché la costruzione di un immobile senza licenza edilizia comportava unicamente l’illiceità dell’attività del costruttore, e poteva dar luogo ai rimedi civilisti della risoluzione per inadempimento, o della garanzia per evizione.

La L. n. 10 del 1977 ha, poi, introdotto all’art. 15, la comminatoria di nullità degli atti aventi ad oggetto unità edilizie costruite in assenza di concessione, sempreché dagli stessi non risultasse che l’acquirente fosse a sua volta, a conoscenza della mancanza della concessione.

Tale sanzione è stata valutata in termini di invalidità relativa, deducibile solo dal contraente in buona fede ignaro dell’abuso edilizio, e volto a tutelarne, ulteriormente, le ragioni e così consentirgli di ripetere il corrispettivo pagato, o di evitarne, comunque, il pagamento qualora non fosse stato ancora versato (cfr. Cass. n. 3350 del 1992; n. 4926 del 1993; n. 8685 del 1999).

Fino poi ad arrivare al citato Testo Unico dell’Edilizia.

La teoria della nullità formale

In riferimento alle disposizioni degli artt. 17 e 40 della L.n. 47 del 1985, la giurisprudenza di legittimità, (Cass. n. 8685 del 1999) nel rimarcare la differenza col pregresso regime, aveva sottolineato che dette norme avevano come scopo quello di reprimere a scoraggiare gli abusi edilizi e che, in ogni caso, la mancata indicazione nell’atto, da parte dell’alienante, degli estremi della concessione (ad edificare o in sanatoria), non avesse alcuna incidenza sullo stato di buona o mala fede dell’acquirente.

Si trattava, in questo caso di un’ipotesi di nullità assoluta, come tale suscettibile di esser fatta valere da chiunque vi avesse avuto interesse, rilevabile d’ufficio dal giudice ex art. 1421 c.c., e riconducibile all’ultimo comma dell’art. 1418 ce, quale ipotesi di nullità formale e non virtuale.

La natura formale di tale nullità è stata, poi, confermata dalla Cassazione con la sentenza. n. 8147 del 2000, che, dopo averne posto in evidenza il duplice obiettivo di soddisfare l’esigenza di tutela dell’affidamento dell’acquirente e l’esigenza di prevenzione degli abusi, ha osservato che l’indicazione nell’atto da parte dell’alienante dei titoli abilitativi costituiscono requisito formale del contratto, sicché è la loro assenza “che di per sé comporta la nullità dell’atto, a prescindere cioè dalla regolarità dell’immobile che ne costituisce l’oggetto”.

La teoria della nullità sostanziale

Tale interpretazione è stata seguita per molti anni; ma un primo segnale di cambiamento (cd. teoria sostanziale) si è avuto con la sentenza n. 20258 del 2009, nonché con la sentenza n. 23591 del 2013. Con tale decisione, si è, appunto, affermato che il contratto avente ad oggetto un bene irregolare dal punto di vista edilizio è affetto da nullità sostanziale.

Ciò è stato ritenuto, anzitutto, sulla base dello scopo perseguito dalla norma, che è stato individuato in quello di rendere incommerciabili gli immobili non in regola dal punto di vista urbanistico; inoltre, è stata posta in evidenza l’incongruità di un sistema che sanzioni con la nullità per motivi meramente formali atti di trasferimento di immobili regolari dal punto di vista urbanistico, o in corso di regolarizzazione, e consenta, invece, il valido trasferimento di immobili non regolari, lasciando alle parti interessate la possibilità di assumere l’iniziativa di risolverli sul piano dell’inadempimento contrattuale, o, addirittura, di eludere consensualmente lo scopo perseguito dal legislatore, stipulando il contratto ed immediatamente dopo concludendo una transazione con la quale il compratore rinunziasse al diritto a far valere l’inadempimento della controparte.

La teoria della nullità secondo le Sezioni Unite

Al fine di comporre l’esistente contrasto giurisprudenziale la vicenda in esame è stata sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite che, all’esito del giudizio, hanno affermato i seguenti principi di diritto:

 “La nullità comminata dall’art. 46 del d.P.R. n. 380 del 2001 e dagli artt. 17 e 40 della L n. 47 del 1985 va ricondotta nell’ambito del comma 3 dell’art 1418 ce, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità <>, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’immobile.”

 “In presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato”.

In altre parole il Supremo Collegio ha inteso conformarsi alla mera interpretazione letterale della norma, così come prescritto dall’art. 12 delle preleggi. E per tali ragioni ha affermato che ritenere gli immobili compravenduti privi dei titoli urbanistici nell’atto di compravendita, tout court incommerciabili, costituisse un’analisi esegetica trascendente il significato letterale della norma in questione.

Perciò ha rigettato il ricorso principale e compensato le spese di giudizio.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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IMMOBILE INAGIBILE: VENDITORE COSTRETTO A RESTITUIRE IL PREZZO ALL’ACQUIRENTE

omessa comunicazione

L’omessa comunicazione di rinuncia al mandato da parte di un avvocato al proprio cliente costituisce violazione dei doveri di correttezza e diligenza professionale di cui artt. 9 e 12 codice deontologico vigente

La vicenda

Il Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Pistoia nel novembre del 2014 irrogava una sanzione ad un avvocato iscritto nel proprio albo professionale per omessa comunicazione di rinuncia al mandato e, dunque, per violazione dei doveri di diligenza di cui agli artt. 8 e 38 del codice deontologico, nonché quello di informazione e di adeguato preavviso ex artt. 40 e 47 stesso codice.

Avverso siffatta decisione il difensore presentava ricorso al Consiglio Nazionale Forense, il quale tuttavia, confermava l’irrogata sanzione dell’avvertimento, con rigetto del ricorso, salvo il parziale proscioglimento dell’incolpato in relazione alla contestazione dell’omessa comunicazione alla persona assistita della rinuncia al mandato.

La questione è stata in seguito, sottoposta ai giudici della Cassazione.

Con un articolato ricorso il difensore censurava la decisione impugnata, sostenendo che la vicenda avrebbe dovuto essere inquadrata e, pertanto, analizzata sotto il profilo della revoca e non della rinuncia al mandato, per la quale manca nell’art. 47 del codice deontologico, una specifica disciplina.

Ma il ricorso non è stato accolto, perché infondato.

Il dovere di comunicazione della professionista nei confronti della persona già assistita – affermano i giudici della Cassazione – persisteva comunque, nella fattispecie.

Tanto indipendentemente dall’accertamento della sussistenza, in concreto, di una ipotesi di rinuncia ovvero di revoca del mandato conferito.

Al riguardo non può che condividersi l’orientamento secondo cui pur se l’art. 47 (ora 32) del codice deontologico disciplina la sola fattispecie della rinuncia al mandato; tuttavia la fattispecie, seppur diversa, della revoca deve ritenersi fonte dei medesimi obblighi di comunicazione da parte del professionista.

Tanto in quanto anche la revoca del mandato costituisce, al pari della rinuncia, una analoga soluzione di continuità nell’assistenza tecnica e, quindi, deve ritenersi sottoposta ad identiche ragioni di tutela in favore della parte assistita con conseguente sussistenza in capo al difensore, ancorché revocato, dei medesimi obblighi informativi necessari al fine di non pregiudicare la difesa dell’assistito.

Ebbene, nella fattispecie in esame, l’omessa comunicazione alla parte del rinvio di udienza avrebbe consentito più opportunamente la difesa dell’assistito a mezzo di memoria istruttoria con eventuale nuovo difensore e, pertanto, la sanzionata condotta doveva comunque ritenersi legittima, almeno sotto il profilo della correttezza e diligenza di cui artt. 9 e 12 codice deontologico vigente.

Per tali motivi il ricorso è stato respinto e confermata la stazione irrogata dal Consiglio dell’Ordine di Pistoia.

La redazione giuridica

 

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complicanze

“Il decesso non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili”

E’ quanto si legge una C.T.U. medico legale. Quale incidenza assumono in materia di responsabilità medica le complicanze “note”, relative ad un intervento?

La vicenda

I familiari di un uomo ricoverato presso il Policlinico di Milano chiamano in causa la struttura sanitaria onde vedere riconosciuto il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale causato dalla morte del paziente a seguito di un intervento di valvuloplastica mitrale.

Il Tribunale di Milano, espletata la C.T.U., respinge in toto le richieste di risarcimento avanzate dai familiari e tale decisione viene confermata in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano.

In particolare la Corte territoriale condivide integralmente le conclusioni della C.T.U. secondo cui “il decesso non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili, quali embolia polmonare, anuria, infarto intestinale, shock settico“, con esclusione della sussistenza di “comportamenti imperiti o negligenti da parte dei sanitari, nè negli accertamenti pre-operatori, nè nel trattamento chirurgico, nè nella gestione del paziente dopo l’intervento”.

Entrambi i gradi di giudizio escludono, quindi, negligenza o imperizia da parte dei sanitari in tutte le fasi della degenza.

I familiari del paziente deceduto ricorrono in Cassazione con otto motivi di impugnazione.

Col primo motivo viene ritenuto che i Giudici milanesi ingiustamente avrebbero addossato al paziente la prova del nesso causale e che in secondo grado, non veniva motivato per quale ragione sarebbe conforme al diritto in materia l’avere onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato.

Gli Ermellini ritengono tale motivo privo di interesse considerato che la decisione impugnata non ha “la sua ratio fondante nell’individuazione della spettanza dell’onere probatorio in punto di nesso causale, ma esclude – a monte – che vi sia stato un qualche inadempimento da parte dei sanitari del Policlinico, negando il presupposto stesso della responsabilità contrattuale della struttura, senza necessità – quindi – di affrontare il profilo del nesso causale fra la condotta sanitaria e il decesso… “

Oltre a ciò, sul punto, gli Ermellini ribadiscono che l’orientamento ormai consolidato ha chiarito che anche in ambito di responsabilità professionale sanitaria, il danneggiato è sollevato dall’onere di dover provare la colpa del sanitario, ma non è sollevato dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del sanitario e il danno di cui invoca il risarcimento.

Col secondo motivo i ricorrenti lamentano che la Corte territoriale avrebbe errato nel non applicare il principio di non contestazione.

Gli Ermellini ritengono il motivo infondato in quanto la Corte territoriale ha evidenziato la presa di posizione della struttura sanitaria su tutte le circostanze dedotte dai familiari del paziente.

Il terzo e il quarto motivo di impugnazione lamentano l’esclusione di responsabilità della struttura Sanitaria nella fase preoperatoria e nella fase post operatoria.

Entrambi i motivi vengono ritenuti inammissibili in quanto presentati in maniera generica e senza l’individuazione di specifici errori di diritto e appaiono finalizzati a sollecitare  una inammissibile nuova e diversa lettura della vicenda, allo scopo di conseguire un apprezzamento di merito funzionale all’affermazione della responsabilità del Policlinico, in relazione alle varie fasi (preoperatoria e peri-infra-post operatoria) in cui si è articolata la prestazione dei sanitari della struttura ospedaliera.

Col quinto motivo viene censurata l’insufficiente e incongrua motivazione di esclusione del nesso causale tra l’inadempimento sanitario e le lesioni mortali.

Il motivo viene ritenuto infondato in quanto la Corte territoriale ha correttamente affermato che attesa l’insussistenza di responsabilità in capo alla Struttura Sanitaria è del tutto superflua l’analisi del nesso di causalità.

Il risarcimento del danno da perdita di chance

Con ulteriore motivo i ricorrenti lamentano la negazione del nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario e le chances terapeutiche e chiedono che la Sentenza venga cassata con rinvio alla Corte territoriale affinché, rinnovata la C.T.U. venga valutata “la percentuale di sopravvivenza, guarigione o miglioramento in caso di tempestiva e corretta gestione, anche chirurgica, delle complicanze postoperatorie, e per l’effetto riconosca e quantifichi, secondo equità circostanziata, il relativo ristoro del danno da perdita di chances terapeutiche”.

I Supremi Giudici ritengono anche questo motivo infondato attesa l’esclusione di qualsiasi profilo di condotta colposa dei sanitari che non consente di considerare la possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento, oppure una migliore qualità della vita del paziente.

Al riguardo evidenziano che “anche il danno da perdita di chances terapeutiche presuppone l’esistenza di una condotta colposa – commissiva od omissiva- che integri la causa del pregiudizio”.

Avv. Emanuela Foligno

 

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colpevole ritardo

“In presenza di colpevole ritardo nella diagnosi di patologie ad esito infausto, l’area dei danni risarcibili, non si esaurisce, nel pregiudizio recato alla integrità fisica del paziente, ma include la perdita di un “ventaglio” di opzioni con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima”

La vicenda

Un errore diagnostico causa la morte di una donna. La paziente era stata sottoposta ad un intervento, eseguito in laparotomia, di asportazione bilaterale delle ovaie, per la presenza di un fibroma benigno.

Tuttavia, colpita, mesi dopo da nuovi dolori nella zona pelvica, la donna si ricoverava in ospedale, ove le veniva diagnosticato un tumore che la conduceva alla morte.

Ritenendo che l’errore diagnostico iniziale avesse privato la loro congiunta della possibilità di rimediare alla citata patologia e dunque di evitare il decesso, ovvero che esso, in ogni caso, avesse privato, la donna di “chance” di maggiore e migliore sopravvivenza, incidendo sulla qualità della sua vita residua, marito e figli della donna convenivano in giudizio l’Asl, al fine di ottenere il ristoro di tutti i danni iure proprio e iure hereditario.

Dopo il rigetto della domanda in entrambi i gradi di giudizio, la vicenda giungeva in Cassazione.

Con riferimento alla fattispecie di omessa tempestiva diagnosi di patologie oncologiche ad esito, comunque infausto, già in passato la Suprema Corte di Cassazione, ha ritenuto erroneo affermare che tale condotta “non abbia inciso sulla qualità di vita” del paziente; una simile affermazione, infatti, non tiene conto innanzitutto, la possibilità che – nel lasso di tempo intercorso tra “la diagnosi errata e quella esatta” – il paziente abbia visto “perdurare il suo stato di sofferenza fisica senza che ad esso potesse essere apportato un qualche pur minimo beneficio perché vi era stata quella diagnosi erronea”.

Inoltre, nel caso di specie, la corte territoriale aveva mancato di considerare che “da una diagnosi esatta di una malattia ad esito ineluttabilmente infausto consegue che il paziente, oltre ad essere messo nelle condizioni di scegliere, se possibilità di scelta vi sia, «che fare» nell’ambito di quello che la scienza medica suggerisce per garantire la fruizione della salute residua fino all’esito infausto; è anche messo in condizione di programmare il suo essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle sue attitudini psico-fisiche nel che quell’essere si esprime, in vista di esito infausto”.

Ebbene, nel negare tale tipo di danno, la corte d’appello era incorsa in un vizio inficiante l’intera sentenza impugnata.

Quest’ultima aveva completamente omesso di valorizzare la lesione della libertà di autodeterminazione, ovvero di quella di scegliere come affrontare l’ultimo tratto del proprio percorso di vita, una situazione – a giudizio degli Ermellini – meritevole di tutela “al di là di qualunque considerazione soggettiva sul valore, la rilevanza o la dignità degli eventuali possibili contenuti di scelta”.

L’autonomia del danno da (diversa e peggiore) qualità della vita

Parimenti, la Suprema Corte ha affermato, che quando “la condotta colpevole del sanitario non ha avuto alcuna incidenza causale sullo sviluppo della malattia, sulla sua durata e sull’esito finale, rilevando di converso, in pejus, sulla sola (e diversa) qualità ed organizzazione della vita del paziente” si è in presenza di un evento di danno e di un danno risarcibile che è in tal caso rappresentato da tale (diversa e peggiore) qualità della vita”, da intendere anche “nel caso di mancata predisposizione e organizzazione materiale e spirituale del proprio tempo residuo”, e ciò “senza che, ancora una volta, sia lecito evocare la fattispecie della chance”, che rimane voce di danno autonomamente risarcibile.

In presenza dunque, di colpevoli ritardi nella diagnosi di patologie ad esito infausto, l’area dei danni risarcibili, non si esaurisce, come aveva sostenuto la corte territoriale, nel pregiudizio recato alla integrità fisica del paziente (privato, della possibilità di guarigione o, in alternativa, di una più prolungata e quantitativamente migliore esistenza fino all’sito finale), ma include la perdita di un “ventaglio” di opzioni con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima, ovvero “non solo l’eventuale scelta di procedere (in tempi più celeri) all’attivazione di una strategia terapeutica, o la determinazione per la possibile ricerca di alternative d’indole meramente palliativa, ma anche la stessa decisione di vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico (senza ricorrere all’ausilio di alcun intervento medico) in attesa della “fine”.

Ne deriva che, l’autodeterminazione del soggetto chiamato alla “più intensa prova della vita, qual è il confronto con la realtà della fine” non può essere (e non lo è) priva di riconoscimento e protezione sul piano giuridico.

Il ricorso dei congiunti della vittima è stato perciò, accolto e cassata la decisione della corte d’appello con rinvio per un nuovo esame di merito alla luce dei principi sopra espressi.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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DOPPIO CICLO DEL NESSO CAUSALE NEI GIUDIZI DI RESPONSABILITA’ MEDICA

consenso informato

Intervento chirurgico necessario e ben riuscito, ma manca il consenso informato: medici e Asl condannati al risarcimento dei danni alla paziente

Il consenso informato costituisce allo stesso tempo, una forma di rispetto per la libertà dell’individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi; (…) pertanto non assume alcuna rilevanza, al fine di escluderlo, il fatto che l’intervento sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto”.

La vicenda

La ricorrente aveva agito, in primo grado, davanti al Tribunale di Cagliari al fine di conseguire il risarcimento dei danni subiti in conseguenza ad un intervento di splenectomia totale, eseguito da una equipe medica dell’ospedale cittadino nel 2005, dopo che le era stata prospettata la necessità di asportare una cisti, senza tuttavia, ricevere alcuna preventiva informazione in merito all’operazione da eseguire.

Già durante l’intervento la donna aveva accusato fortissimi dolori toracici, gli stessi che aveva avvertito al rientro a casa, dopo le dimissioni dall’ospedale. Ma neppure in quell’occasione le veniva fornita alcuna spiegazione al riguardo.

Recatasi nuovamente in ospedale, le veniva riscontrato un versamento pleurico sotto il diaframma, così da rendere necessario un secondo intervento.

Ma lamentando il persistere di dolori toracici ed addominali, nonché gonfiore, dispnea e uno stato ansioso-depressivo, oltre alla lesione del nervo frenico (comportante la presenza di singhiozzo incoercibile dopo i pasti), la paziente decideva di rivolgersi al Tribunale di Cagliari al fine di ottenere il giusto ristoro oltre che per il danno alla salute derivato dalla mancata informazione, anche di quello scaturito dalla lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica.

La domanda accolta in primo grado, veniva rigettata in appello.

Sebbene fosse stata accertata la prova della mancata acquisizione del consenso informato all’intervento chirurgico da parte della paziente, quest’ultima, a detta della corte d’appello, non aveva diritto al risarcimento del danno da lesione del diritto all’informazione, per due ordini di motivi.

Da un lato, vi era l’assenza di prova che la paziente “se adeguatamente informata avrebbe verosimilmente rifiutato l’intervento”, dall’altro, il carattere “necessitato” dello stesso, ritenuto “l’unico (…) prudenzialmente eseguibile, senza che si potesse ipotizzare la possibilità di rimandarlo, per poi informare la paziente della necessità di procedere alla splenectomia”.

Ma per i giudici della Cassazione entrambe le circostanze, valorizzate dalla corte d’appello per rigettare la domanda risarcitoria della paziente, non avevano alcuna rilevanza, almeno in termini assoluti, ai fini della esclusione della responsabilità del medico (e della struttura sanitaria).

Come premesso, i danni lamentati dalla ricorrente si sostanziavano nel danno alla salute derivato dalla mancata informazione, nonché del danno scaturito dalla lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica in sé considerato, rispetto al quale – a detta degli Ermellini – il carattere necessitato dell’intervento e la sua corretta esecuzione restavano circostanze prive di rilievo.

Difatti, “in tema di attività medico-chirurgica, è risarcibile il danno cagionato dalla mancata acquisizione del consenso informato del paziente in ordine alla esecuzione di un intervento chirurgico, ancorché esso apparisse, “ex ante”, necessitato sul piano terapeutico e sia pure risultato “ex post” integralmente risolutivo della patologia lamentata, integrando comunque tale omissione dell’informazione, una privazione della libertà di autodeterminazione del paziente circa la sua persona, in quanto preclusiva della possibilità di esercitare tutte le opzioni relative all’espletamento dell’atto medico e di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza psichica, senza che detti pregiudizi vengano in alcun modo compensati dall’esito favorevole dell’intervento”.

La lesione del diritto all’informazione

Il consenso informato del paziente si pone come condizione “essenziale per la liceità dell’atto operatorio”.

Secondo l’insegnamento della Corte costituzionale (sentenza n. 438/2008) esso deve essere inteso quale espressione della consapevole adesione del paziente al trattamento sanitario proposto dal medico e si configura quale vero e proprio diritto della persona, trovando fondamento nei principi espressi nell’art. 2 della Costituzione, che della persona tutela e promuove i diritti fondamentali, e negli artt. 13 e 32 Cost., i quali stabiliscono, rispettivamente che “la libertà personale è inviolabile”, e che “nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

In altre parole, il consenso informato costituisce allo stesso tempo, “una forma di rispetto per la libertà dell’individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi, che si sostanzia non solo nella facoltà di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma altresì di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione“.

Ne deriva che tale diritto del paziente, in quanto diritto irretrattabile della persona, va comunque e sempre rispettato dal sanitario, a meno che non ricorrano casi di urgenza, ovvero che si tratti di trattamento sanitario obbligatorio”.

E dunque, non assume alcuna rilevanza, al fine di escluderlo, il fatto che l’intervento «absque pactis» sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto, per la semplice ragione che a causa del totale «deficit» di informazione, il paziente non è posto in condizione di assentire al trattamento, consumandosi nei suoi confronti, una lesione di quella dignità che connota l’esistenza nei momenti cruciali della sofferenza fisica e/o psichica.

Per questa ragioni, la Cassazione ha accolto la domanda della ricorrente e cassato con rinvio la decisione impugnata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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RIFORMA DELLA RESPONSABILITA’ MEDICA: NON E’ DEPENALIZZAZIONE TOUT COURT

la notifica

Il decesso del difensore fa ritenere la notifica effettuata via PEC tamquam non esset. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16005/2019

La vicenda

Contro la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di L’Aquila che lo condannava alla pena di mesi due di reclusione, per il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, l’imputato presentava ricorso per cassazione.

Preliminarmente rilevava che le notifiche per la citazione relative al giudizio d’appello, all’esito della decisione di primo grado, erano state effettuate a mezzo “PEC” presso lo studio dell’avvocato di fiducia ove era stato anche eletto domicilio.

Tali comunicazioni, tuttavia, non erano mai pervenute al destinatario (per “mancata consegna”) a causa del decesso del predetto difensore.

La richiesta di rimessione in termini

Perciò, egli formulava istanza di rimessione del termine con conseguente annullamento della sentenza d’appello, di fatto mai notificata per i motivi appena citati.

A detta del ricorrente il decesso dell’avvocato, difensore di fiducia del ricorrente, integrava l’ipotesi di forza maggiore di cui all’art. 175 c.p.p., comma 1.

La sentenza impugnata doveva pertanto, essere dichiarata nulla per omessa notifica del decreto di citazione a giudizio dell’imputato e del suo difensore, nel frattempo deceduto, evenienza che aveva impedito al ricorrente di partecipare al processo per far valere i propri diritti.

Il giudizio di legittimità

Se è pur vero che sull’imputato, che abbia eletto domicilio presso lo studio del difensore, successivamente deceduto, incombe l’obbligo di comunicare la morte del domiciliatario ex art. 161 c.p.p., comma 1, è comunque necessario che all’inidoneità dell’elezione di domicilio consegua la notificazione mediante consegna al difensore, in tal caso da nominarsi d’ufficio, essendo il ricorrente rimasto privo di quello di fiducia.

Per i giudici della Cassazione, la notifica effettuata dalla Corte territoriale a mezzo PEC al difensore di fiducia, doveva ritenersi omessa non tanto per la dizione “mancata consegna” contenuta nel messaggio, [evenienza che non legittima a ritenere la comunicazione effettuata come non avvenuta, specie quando la mancata ricezione, ferma restando la necessità del deposito in cancelleria dell’atto, ai sensi del D.L. 16 ottobre 2012, n. 179, art. 16, comma 6, sia frutto di inottemperanza dell’obbligo – gravante sul soggetto abilitato – di dotarsi di un adeguato servizio] quanto, piuttosto, perché il decesso del difensore fa ritenere detta comunicazione tamquam non esset.

E poiché l’omessa notificazione del decreto di citazione per il giudizio di appello sia dell’imputato, sia del difensore di fiducia, realizza una nullità d’ordine generale insanabile, è stato disposto l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Perugia per un nuovo giudizio di merito.

La redazione giuridica

 

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addebito

L’addebito delle spese processuali non si fraziona secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito a sé favorevole

La vicenda

La vicenda trae origine da una pronuncia di omologazione del concordato preventivo, emessa dal Tribunale di Velletri, in primo grado e confermata in appello.

Con ricorso per Cassazione la parte ricorrente denunciava la sentenza del giudice del rinvio, per aver tra gli altri motivi, posto a suo carico le spese del giudizio di legittimità, sebbene la Corte di Cassazione avesse accolto il ricorso da lui proposto.

La materia del contendere

Si discute in materia di spese processuali e dei criteri di addebito delle stesse.

Il caso è quello di un processo giunto in Cassazione e poi riassunto dinanzi alla Corte di merito, a seguito di rinvio operato dai giudici di legittimità.

Ci si domanda in altre parole, se il giudice del rinvio debba attenersi al principio della soccombenza applicato all’esito del giudizio definitivo o ai singoli gradi di giudizio?

Già in passato, la Corte di Cassazione si era pronunciata al riguardo, affermando che «Il principio della soccombenza non può essere derogato nel caso in cui la parte risulti parzialmente vittoriosa e il giudice, non avvalendosi del potere discrezionale di compensazione delle spese, la condanni alle spese di lite sopportate dall’altra parte che, invece, è risultata parzialmente soccombente. Ed invero, è ricorrente, in giurisprudenza, l’affermazione secondo cui il principio della soccombenza è violato solo se il giudice pone le spese a carico della parte interamente vittoriosa, potendo ogni altra statuizione trovare sostegno a seconda dei casi, nel combinato disposto degli articoli 91 e 92 cod.proc.civ». 

Si è anche detto che «Il principio della soccombenza riceve un’apparente diversa applicazione, solo con riguardo al giudizio di impugnazione, da intendersi come una fase di un giudizio il cui esito è da valutare in sede finale e globale. In quest’ultimo caso, infatti, il criterio della soccombenza, al fine di attribuire l’onere delle spese processuali non si fraziona secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito a sé favorevole».

Il principio di diritto

Ebbene, con la sentenza in commento, i giudici della Suprema Corte hanno inteso proprio dar seguito a quest’ultimo orientamento; e così hanno ribadito il seguente principio di diritto: “in tema di spese processuali, il giudice del rinvio, cui la causa sia stata rimessa anche per provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, si deve attenere al principio della soccombenza applicato all’esito globale del processo, piuttosto che ai diversi gradi del giudizio ed al loro risultato, sicché non deve liquidare le spese con riferimento a ciascuna fase processuale; ma, in relazione all’esito finale della lite, può legittimamente pervenire ad un provvedimento di compensazione delle spese, totale o parziale, ovvero, addirittura, condannare la parte vittoriosa nel giudizio di cassazione, e, tuttavia, complessivamente soccombente, al rimborso delle stesse in favore della controparte (Cass. 9 ottobre 2015, n. 20289)”.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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