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Il Governatore del Molise, Donato Toma, scrive al Premier Conte per denunciare la situazione emergenziale della sanità regionale

“Gentile Presidente, mi vedo costretto, ancora una volta, mio malgrado, a segnalarLe il grave stato di crisi in cui versa la sanità molisana”. Inizia così la lettera che il Governatore del Molise, Donato Toma, ha inviato al Premier Giuseppe Conte. La missiva è stata indirizzata, per conoscenza, anche ai Ministri Grillo e Tria, nonché al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Giancarlo Giorgetti.

Toma fa riferimento a una “situazione emergenziale e improcrastinabile”. Il Presidente della Regione punta quindi il dito contro la politica posta in essere dalla Gestione commissariale della Sanità che “ha evidenziato inadeguatezza e fallimento”. In particolare, si sofferma sulla richiesta dell’invio di medici militari per scongiurare la chiusura di reparti negli ospedali della regione. Un’ipotesi che, a suo dire poteva e doveva essere evitata in ogni modo.

Tale misura, infatti, testimonierebbe, inequivocabilmente, “come i commissari non abbiano assolutamente il polso della situazione, né la capacità di governare lo stato di crisi e di proporre soluzioni idonee”.

“La  strada da percorrere, per non arrivare al punto in cui siamo – prosegue Toma –  era stata indicata, in maniera chiara, dalla Direzione dell’Azienda sanitaria molisana (ASREM), che aveva sollecitato, esattamente un mese fa, i commissari a validare le procedure che avrebbero consentito di avere personale e prestazioni sufficienti per garantire la continuità dell’operatività sanitaria su tutto il territorio. Così non è stato e ora i commissari si assumono la gravissima responsabilità, di fronte a tutta la comunità, di aver portato la situazione a un livello di crisi mai visto prima”.

Da qui l’invito all’Esecutivo “a prendere atto dello status quo e assumere i conseguenti provvedimenti, anche di carattere straordinario, con somma urgenza”. Per il Governatore “bisogna agire e farlo subito. “A rischio – conclude – sono l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza e la tutela del diritto alla salute dei molisani”.

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Per la FNOMCeO, la soluzione dei medici militari per sopperire alla carenza di specialisti negli ospedali molisani è una ‘misura tampone’. L’Anaao Assomed, ribadisce la necessità di investire sulla formazione specialistica

Una “misura tampone” che “potrà avere qualche effetto positivo, a condizione che, per sostituire i colleghi, vengano chiamati colleghi della sanità militare che siano specialisti nelle branche scoperte”. Così il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli sul ricorso ai medici militari per sopperire alla mancanza di specialisti negli ospedali del Molise.

“La carenza di specialisti – afferma il vertice della Federazione – così come quella dei medici di medicina generale, non nasce ora: era prevista almeno da dieci anni. Bisogna prendere atto che il problema esiste e che la sua gestione non può essere lasciata in mano alle singole regioni ma va gestita a livello centrale”.

“Non servono – prosegue  – misure emergenziali locali, che finiscono per forza di cose per essere incoerenti e disorganiche. Quella che occorre è una programmazione seria ed efficace del fabbisogno di specialisti, accompagnata da un piano a carattere straordinario e ‘a scadenza’ che, nelle more della formazione di un numero adeguato di nuovi specialisti, permetta agli ospedali di assumere gli specializzandi dell’ultimo anno. Questo metterebbe subito a disposizione 5000 medici pronti ad essere impiegati nel Servizio sanitario nazionale e, nel contempo, consentirebbe di liberare 5000 borse per formare i colleghi già laureati e che non trovano posto nelle Scuole di Specializzazione”.

Sullo stesso tenore anche la reazione dell’Anaao Assomed che parla di “soluzioni fantasiose quanto precarie, segno del fallimento delle politiche di programmazione dei fabbisogni specialistici degli ultimi 10 anni”.

“Abbiamo bisogno – sottolinea l’Associazione – di investire le poche risorse disponibili in contratti di formazione specialistica portandoli ad almeno 10 mila ogni anno. Sul versante occupazionale è cruciale sbloccare il turnover permettendo anche alle Regioni in piano di rientro, di aprire una nuova e vitale stagione di assunzioni nel SSN consentendo ai medici specializzandi degli ultimi anni la partecipazione alle selezioni sia a tempo determinato che indeterminato”.

Per l’Anaao, la carenza di personale negli ospedali si connota anche come crisi di vocazioni nei confronti di un lavoro considerato non più appetibile. “Un lavoro gravoso, rischioso, fatto di turni infiniti, milioni di ore di straordinario che mai verranno recuperate o retribuite, weekend quasi tutti occupati per guardie o reperibilità, difficoltà perfino nel poter godere delle ferie maturate. E i nostri giovani medici che preferiscono lavori meno stressanti nel privato o emigrare all’estero attratti dalle remunerazioni più elevate e dalla maggiore valorizzazione del merito”.

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Per il segretario generale FNOMCeO  la carenza di specialisti è frutto di una miope e scellerata programmazione; la politica deve pensare al medico non più come a un costo ma come a una risorsa

“La tempesta è preannunciata dal forte vento. E con la stessa forza noi come FNOMCeO e come Sindacati Medici abbiamo preannunciato da più di dieci anni la carenza di specialisti, frutto di una miope e scellerata programmazione”. Così Roberto Monaco, Segretario generale della Federazione dei medici,  a margine del convegno nazionale “La tempesta perfetta del SSN: regionalismo differenziato, privatizzazione, carenza di medici e dirigenti sanitari”, organizzato dall’Anaao Assomed  e svoltosi nei giorni scorsi a Roma.
“Nonostante la carenza di personale, il blocco del turnover, i turni sempre più pesanti, non solo per l’aumento del carico e del tempo di lavoro ma anche per l’incremento dell’età media dei professionisti; nonostante il contratto, incredibilmente fermo da dieci anni; nonostante, persino, le aggressioni fisiche e verbali che siamo costretti a subire, noi medici – ha proseguito Monaco -continuiamo a tutelare, con il nostro impegno quotidiano, il diritto alla salute dei cittadini”
“E sempre come medici – ha aggiunto – attraverso i nostri enti e associazioni esponenziali, abbiamo fornito le soluzioni per salvare il nostro servizio sanitario nazionale. Ormai l’emergenza è in atto, dobbiamo smettere con gli altisonanti proclami declinati al futuro e parlare al presente: occorrono subito diecimila borse per specializzare i nostri medici già abilitati”.

“Non servono nuovi medici, occorrono nuovi specialisti e medici di Medicina Generale”.

“La politica deve pensare al medico non più come a un costo ma come a una risorsa per garantire il diritto alla salute individuale e collettiva, e considerare la sua formazione non come una spesa ma come un investimento per la sostenibilità del Servizio Sanitario nazionale. Non è questo il tempo di misure tampone, come quella di richiamare i pensionati messa in atto da alcune regioni. È il tempo – ha concluso Monaco – di formare nuovi specialisti, per garantire un futuro al nostro SSN”.
 
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Il Sindacato Medici Italiani non condivide le soluzioni proposte per fare fronte alla carenza di organici ricorrendo a medici non specialisti o a camici bianchi in pensione

“In Italia ci sono ospedali che non riescono a trovare medici per coprire alcuni settori, soprattutto pronto soccorso e chirurgie. Sono anni che le organizzazioni sindacali e le rappresentanze istituzionali della professione lanciano l’allarme”. Così il segretario Generale dello SMI (Sindacato Medici Italiani), Pina Onotri sulla carenza di organici nelle strutture sanitarie del nostro Paese
È paradossale – continua – che “c’è di parla di importare medici dall’estero o, peggio, di richiamare, dopo aver approvato quota 100, i medici dalla pensione”. Il tutto mentre ci sono centinaia di medici laureati, sottooccupati o inoccupati perché rimasti intrappolati nell’imbuto formativo.
Per Onotri la causa della carenza di specialisti si può riassumere in un’errata programmazione, in un’emigrazione forzata di migliaia di giovani medici verso Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, fenomeno iniziato da più di dieci anni; in un massiccio esodo di medici dal settore pubblico al settore privato.

“I medici scappano dal pubblico perché in Italia vengono pagati troppo poco”.

“Lo stipendio è fermo da 10 anni, e i 10.000 medici ospedalieri, a causa della carenza di personale, sono costretti ogni anno a fare 15 milioni di ore di straordinario non retribuite. Ieri l’ennesima fumata nera al tavolo di contrattazione della dirigenza medica, per il recupero della Ria, perché mancava il MEF”.
Secondo la rappresentante dello SMI, la scelta miope di questi ultimi anni sarebbe stata di appaltare al privato, la diagnostica e le visite ambulatoriali e riservare   al settore pubblico le attività più costose e rischiose come l’emergenza e l’alta intensità. A questa condizione si è arrivati perché la classe politica del nostro paese disinveste da 20 anni nella sanità pubblica.  “Si ha la sensazione – evidenzia – che lavorare nel pubblico significa non avere un futuro professionale”.
“Il governo deve adottare misure affinché i medici rientrino in Italia e nel sistema pubblico, premiando il merito. Si deve rendere più efficiente la programmazione, aumentando i posti e la qualità formativa per le specializzazioni carenti e garantendo l’accesso ai giovani laureati”.
Le soluzioni che vengono proposte oggi di sostituire medici con altri non ancora specialisti, o già in pensione o provenienti da altri paesi conclude il segretario generale dello SMI, non faranno che abbassare la qualità dell’assistenza. “Tuteliamo, invece, i giovani professionisti, valorizzando meriti, competenze e cercando di stabilizzare i medici precari che, da anni, garantiscono i servizi essenziali”.
 
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Il commento del Presidente AAROI-EMAC Veneto, Massimiliano Dalsasso, sulla Delibera per l’assunzione a tempo determinato di medici in quiescenza

“La disastrosa situazione maturata sul versante della disponibilità di medici specialisti, soprattutto nei delicati settori delle chirurgie ortopediche, ginecologiche, nella medicina d’urgenza e nell’anestesia e rianimazione negli ultimi anni pare sorprendere tutti, quasi come se nessuno potesse prevedere, immaginare, presagire che il taglio indiscriminato degli organici, una infruttuosa programmazione ed una gestione prevalentemente economica e politica della sanità pubblica avrebbero provocato una gravissima emorragia di capacità, di esperienze e di professionisti, tale da mettere in ginocchio non solo la normale attività, ma persino la possibilità di garantire il minimo necessario alla prosecuzione dell’esistenza stessa del sistema sanitario pubblico”. Così Massimiliano Dalsasso, presidente Aaroi-Emac Veneto sulla delibera che consente l’assunzione a tempo determinato di medici in quiescenza nella Regione Veneto.
“Oltre che essere opinabile dal punto di vista di aderenza alle leggi attuali – prosegue il rappresentante sindacale – ci chiediamo se questa sia una soluzione pratica di valore a lungo termine per sopperire alle evidenti responsabilità di chi avrebbe dovuto programmare, vigilare e governare la sanità pubblica”.
“Dove si troveranno i fondi per questi contratti se non ci sono i denari per il contratto pubblico dei medici? Il mancato rinnovo del contratto pubblico invoglierà i giovani ad intraprendere la via dello studio della medicina e della professione medica azzoppata da salari non adeguati? Quanto verrà dopato il mercato se i medici in quiescenza percepiranno la pensione permettendosi di richiedere emolumenti ridotti per i loro contratti rispetto ai colleghi che non hanno già un reddito?”
“L’impressione – sottolinea Dalsasso – è che ci si stia inoltrando in una strada che peggiorerà ulteriormente le possibilità di ripresa della sanità pubblica, mortificando economicamente le giovani leve, prive delle risorse economiche già previste per i medici ormai in pensione. A meno di sorprendenti aumenti di spesa pubblica, le risorse impiegate per questo progetto saranno sottratte a nuove borse di studio per medici specializzandi, al rinnovo contrattuale e al pagamento delle prestazioni aggiuntive dei medici strutturati”.
“Il risultato  – conclude – sarà di grande impatto mediatico, indubbiamente, ma di scarso effetto sul piano pratico (molti medici in pensione lavorano già nel settore privato) e di potenzialmente negativo effetto sul futuro della professione e della sanità pubblica”.
 
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I direttori generali delle Ulss potranno conferire incarichi di lavoro autonomo ai camici bianchi pensionati per far fronte alla carenza di organici

Il Veneto ha approvato una delibera che assegna ai direttori generali delle Ullss la possibilità di conferire incarichi di lavoro autonomo ai medici in pensione. La misura è dettata dalla necessità di fronteggiare la carenza di organici che, nella Regione, è calcolata in 1.300 camici bianchi.
Il provvedimento, dal titolo “Conferimento incarichi di lavoro autonomo a personale medico in quiescenza”, è stato illustrato dal Presidente della Regione, Luca Zaia. “Di parole ne sono state dette tante. E’ il momento di agire – ha detto il Governatore – e noi cominciamo a farlo con questa delibera con cui apriamo in concreto alla possibilità di riportare in ospedale professionisti sicuramente capaci che, magari, avevano lasciato con dispiacere il loro lavoro. Con questo atto, che qualcuno potrebbe ritenere estremo – ha aggiunto– in realtà rispondiamo alla priorità numero uno, che è quella di curare al meglio i malati, basandoci su un presupposto anche giuridicamente solido: rispettare la Costituzione erogando tutti i Livelli Essenziali di Assistenza e evitare il configurarsi dell’interruzione di pubblico servizio”.

A gestire la nuova possibilità saranno i direttori generali delle Ullss, sulla base delle carenze riscontrate nelle loro strutture.

In particolare la delibera prevede che le aziende ed enti del SSR possono conferire incarichi individuali con rapporto di lavoro autonomo a medici già collocati in quiescenza qualora risulti oggettivamente impossibile disporre assunzioni di personale medico dipendente. In subordine, è necessario che risulti parimenti impossibile stipulare contratti di lavoro autonomo con personale medico non ancora in quiescenza. L’incarico, infine dovrà essere necessario per garantire i livelli essenziali di assistenza, pena interruzione di pubblico servizio.
“Sia chiaro – ha tenuto a sottolineare Zaia – che prima di tutto diciamo largo ai giovani ma se, come in questo caso, non ce ne sono abbastanza, le cure vanno garantite lo stesso, con ogni mezzo, perché questa è una crisi epocale, causata da una programmazione nazionale sbagliata in più parti. E’ un errore il numero chiuso nelle facoltà di medicina, dove i nuovi medici non si possono decidere con un quiz, ma vanno creati con la formazione esame dopo esame. E’ sbagliata e carente la distribuzione nazionale delle borse di specialità. E’ sbagliato, ma in questo caso occorre un intervento legislativo nazionale, non pensare alla formazione degli specializzandi in corsia. Fu sbagliato il messaggio che circolava alcuni anni fa, secondo il quale fare il medico equivaleva a rischiare la disoccupazione”.

La delicatezza della situazione è dimostrata dai dati elaborati a tutto il 15 marzo da Azienda Zero.

A fronte di 246 posti messi a concorso da ottobre, i candidati in graduatoria sono risultati soltanto 118, con una differenza in negativo di 128. A questi, vanno aggiunti altri 86 posti il cui concorso è in fase di espletamento, ulteriori 19 i cui concorsi sono in fase di pubblicazione in Gazzetta, altri 301 con i concorsi in fase d’indizione.
“Ciò significa – fa notare Zaia – che, se vi fosse una sufficiente adesione ai concorsi, in questo momento, la Regione Veneto sarebbe pronta a contrattualizzare in breve tempo 652 medici. Oggi – ha aggiunto il Governatore – siamo invece al punto che non si riescono a reperire i medici sufficienti nemmeno facendo scorrere le graduatorie e che una chiamata dell’Azienda Zero per 80 medici di pronto soccorso ha avuto una decina di adesioni. Questa è la realtà – ha concluso – che stiamo cercando di affrontare, risolvendo prima di tutto l’emergenza contingente, ma qualcosa deve cambiare in fretta, soprattutto a livello di normative nazionali, perché se la nostra delibera di oggi dovesse finire per stabilizzarsi nel tempo sarebbe una sconfitta per tutti”.
 
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