Tags Posts tagged with "Carmelo Galipò"

Carmelo Galipò

Si è svolta a Roma la prima replica del convegno organizzato dal Movimento Forense dal titolo ‘Nuova responsabilità medica: problemi processuali e crucialità dell’accertamento tecnico medico legale’

Dopo il successo dell’appuntamento dello scorso 3 aprile, Movimento Forense ha deciso di replicare il convegno sulla nuova responsabilità medica, con due nuove date. Il primo bis si è svolto a Roma l’8 maggio. Il dottor Carmelo Galipò, Presidente dell’Accademia della Medicina Legale ha esposto una relazione incentrata su nesso di causalità e onere della prova, in particolare alla luce dell’orientamento giurisprudenziale scaturito dalla sentenza della sentenza n. 18392/2017 del consigliere Scoditti.

In base a tale pronuncia, “il danno è l’elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ed essendo l’eziologia immanente alla nozione di danno, anche l’eziologia è parte del fatto costitutivo dedotto che l’attore deve provare”. E ancora: “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerta la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto”.

Tale pronuncia ha messo in discussione il principio affermato da un ventennio secondo cui “ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo, invece, a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante” (per un approfondimento del tema si rimanda all’articolo del Dr. Galipò “Oneri probatori delle parti in responsabilità medica: uguali o diversi?“)

Galipò ha illustrato le buone prassi nelle Consulenze Tecniche d’Ufficio presentando delle ‘linee guide per la realizzazione di una perizia di qualità, che non permetta errate interpretazioni. Inoltre ha presentato alcuni casi pratici alla platea composta da giuristi e medici forensi.

L’incontro ha poi ospitato la relazione dell’Avv. Danilo Paolillo del Foro di Roma, che si è soffermato sui problemi processuali e tecnici non ancora risolti nell’ambito della responsabilità medica, illustrando le prime tendenze giurisprudenziali. L’Avv. Maria Rosaria Bruno, del foro di Roma, ha infine affrontato l’aspetto della responsabilità penale da errore medico, esponendo le ultime sentenze in materia.

Il prossimo appuntamento è fissato per il 13 maggio a Velletri, presso il l’aula polifunzionale del Palazzo di Giustizia.

 

Leggi anche:

ONERI PROBATORI DELLE PARTI IN RESPONSABILITA’ MEDICA: UGUALI O DOVERSI?

CONVEGNO MOVIMENTO FORENSE A ROMA: UN BIS SUPER RICHIESTO!

 

oneri probatori

Sugli oneri probatori nulla è cambiato dopo la sentenza Scoditti del luglio 2017 oppure la responsabilità medica è divenuta tutta extra-contrattuale? Il nesso di causa tra inadempimento sanitario e danno lamentato (prova a carico del ricorrente) è da considerarsi in astratto? E come?

Oneri probatori in responsabilità medica: ormai sembra uno slogan nelle sentenze di Cassazione e anche di merito: si parla sempre di nuovo filone giurisprudenziale. Ma cosè?

Era un decennio che la responsabilità medica, sugli oneri probatori delle parti, era ben delineata.

E’ subentrata prima la legge Gelli-Bianco nell’aprile 2017 che aboliva il principio del “contatto sociale” tra medico ospedaliero e paziente trasformando il rapporto da contrattuale a extracontrattuale, e poi dal luglio dello stesso anno la sentenza 18392 del Consigliere di Cassazione dott. Scoditti ha “violato” un principio stabile su tale argomento, ovvero che fosse onere della parte attrice dimostrare il contratto, il maggior danno e il nesso di causa tra danno lamentato e inadempimento medico in astratto idoneo a procurare tale danno.

Con la Sua relazione il Consigliere afferma che il nesso di causa tra inadempimento e danno lamentato, in quanto fatto costitutivo della domanda risarcitoria, va dimostrato dal danneggiato prima che il convenuto provi la sua incolpevolezza (fatto estintivo), anche nei termini di eziologia del danno stesso, per cui se dopo adeguata istruttoria la causa eziologica rimane incognita o incerta, la domanda attorea va rigettata.

Una successiva sentenza di Cassazione (luglio 2018), ribadendo tale concetto, precisa che il principio della “vicinanza della prova” non si applica al nesso di causa per cui valgono le disposizioni dell’art. 2697 cc.

In tutte le sentenze di cassazione successive a quella “Scoditti” che affermano tale “nuovo” principio giuridico (il doppio ciclo causale) non si fa più riferimento al concetto “astrattamente idoneo”, ma si parla di una prova sul nesso causale tra inadempimento e danno biologico con la regola del più probabile che non, senza mai riflettere sul concetto pratico della prova delle parti e come si estrinseca e se sia possibile che, quando gli oneri probatori sono identici per tutte le parti, possa escludersi il principio della vicinanza della prova.

Rendiamo semplice tale osservazione!

Facciamo un esempio di una protesizzazione di un’anca. Il paziente prima dell’intervento riusciva a deambulare autonomamente patendo certamente una sofferenza antalgica, ma non usava ausili, ne girello, ne carrozzina.

Dopo l’intervento peggiora il suo stato clinico-funzionale già durante il ricovero e nello stesso ricovero si accerta una lesione dello SPE (nervo sciatico popliteo esterno).

Secondo questo nuovo “filone giurisprudenziale”  il paziente come deve allegare-provare il nesso eziologico tra inesatto inadempimento e peggioramento del proprio stato di salute, “ipotizzando” astrattamente che essendo tale peggioramento legato all’intervento chirurgico esso sia dovuto ad una condotta imperita o negligente del chirurgo, o dovrà affermare come sia stata procurata la lesione dello SPE?

Secondo il “vecchio” principio giurisprudenziale basterebbe ipotizzare la imperizia e/o la negligenza medica nell’espletamento dell’atto chirurgico, secondo il nuovo occorrerebbe dimostrare come è stato procurata la lesione neurologica perchè ciò significa dimostrare l’eziologia del danno biologico!

E se cosi fosse la distribuzione degli oneri probatori, quando il paziente (poveretto!) dimostra anche l’eziologia del danno, cosa rimarrebbe da dimostrare da parte dei convenuti medici o della struttura?

Non dovrebbero discutere e trattare sempre del nesso di causa tra danno lamentato e atto medico?

I convenuti per affermare che il danno non è dovuto ad un errore del chirurgo o, se errore operatorio vi fosse stato, dipenda da un’altra causa estranea all’operato del medico stesso, non stanno discutendo sempre del nesso eziologico del danno biologico?

Allora tali oneri probatori non coincidono?

Evidentemente si! E allora, in siffatte situazioni, ove sussiste identica situazione probatoria non deve prevalere la “ragionevolezza” e, quindi, applicare il principio della “vicinanza della prova” e “scaricare” sul convenuto (che ha maggiore facilità a dimostrare i fatti per l’intrinseca facilità ad accedere ai dati medesimi) l’onere di provare il fatto estintivo del diritto come si faceva fino al 2016 quando la Cassazione addossava la causa ignota al convenuto?

Si ritiene che le sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione debbano risolvere tale discrepanza e redigere delle regole di giudizie su questo e su altri temi caldi della responsabilità medica.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

Leggi anche:

NESSO DI CAUSALITÀ, ONERE DELLA PROVA E BUONE PRATICHE NELLE CTU

 

 

 

convegno movimento forense

Convegno Movimento Forense del 3 aprile scorso: una grande affluenza di giuristi e una grande richiesta di replica. Il nesso di causa interessa il lavoro di tutti i giuristi

Convegno Movimento Forense bis: una gande soddisfazione replicare un convegno su grande richiesta degli avvocati. Un tema sentito quello della causalità nella responsabilità medica e ancor più sentito è il passo indietro di parte della Cassazione sugli oneri probatori del danneggiato.

Come spunto di riflessione per questo nuovo appuntamento col Movimento Forense utilizzeremo quello della “semplicità”, un concetto travisato dalla Cassazione a partire dalla sentenza del luglio 2017 che mette sullo stesso livello danneggiato e danneggiante sorvolando sul concetto della vicinanza della prova, su quello della ragionevolezza, cozzando finanche con la Costituzione come si può leggere in una sentenza della Corte di Appello di Milano del 2018.

Esaminando casi clinici particolari, in questo nuovo appuntamento del Movimento Forense, si cercherà di mettere in luce la “inconcludenza pratica” della complessa scomposizione del nesso di causa tra inadempimento sanitario e danno lamentato.

La volontà di non parlare più del concetto della “causalità astrattamente adeguata” a produrre un danno sta asfaltando un principio giurisprudenziale che teneva il “banco” da circa un ventennio.

Si è deciso con il presidente Massimiliano Cesali di portare il convegno in tutta Italia e le prossime tappe, dopo questo bis dell’8 Maggio a Roma (sempre dalle 13 alle 16), sono già programmate a Velletri il 13 Maggio e di seguito a Napoli, Bari e Padova (le cui date saprete presto).

Verranno presentati ai giuristi (ai quali saranno riconosciuti 3 crediti formativi gratuiti) casi clinici che faranno aprire un vero contraddittorio medico legale e giuridico.

Saranno incontri veramente interattivi per la crescita della cultura del nesso causale, fondamento della responsabilità civile medica.

L’incontro è assolutamente aperto anche ai medici forensi che avranno modo di interagire con i relatori e con i giuristi in sala.

Per l’iscrizione gratuita inviare email a movimentoforenseroma@gmail.com.

Vi attendiamo, copiosi, il giorno 8 Maggio come è già successo lo scorso 3 Aprile.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

SCARICA QUI LA LOCANDINA DEL CONVEGNO DI ROMA

SCARICA QUI LA LOCANDINA DEL CONVEGNO DI VELLETRI

 

Leggi anche:

PROBLEMI PROCESSUALI E CRUCIALITÀ DELL’ACCERTAMENTO TECNICO MEDICO-LEGALE

0

Una statistica personale mi insegna che la partecipazione dei ctp alle operazioni peritali non serve a nulla e raramente se ne esce soddisfatti: bisogna interrompere questa spirale negativa e sembra proprio il caso che i Giudici ci mettano una pezza

A che serve la partecipazione dei ctp alle operazioni peritali? Nulla! E sapete perché? Perché la maggior parte dei ctu non hanno compreso bene a cosa servono le operazioni peritali e cosa significa “contraddittorio” o tentativo di conciliazione.
Fantastica la capacità di conciliare della maggior parte dei CTU: “…premesso che il giudice ci ha chiesto di tentare una conciliazione, avete intenzione di conciliare?”.
Che risposta vi possono dare i ctp medico legali prima di iniziare un contraddittorio o dopo averlo iniziato quando ad argomentare le proprie ragioni lo fanno solo i CTP?
Vorrei ricordare come la legge Gelli-Bianco all’articolo 15 recita: ” …che i consulenti tecnici di ufficio siano da nominare nell’ambito del procedimento di cui all’art. 8, siano in possesso di adeguate e comprovate competenze nell’ambito della conciliazione acquisite anche mediante specifici percorsi formativi”.
Tempo perso amici miei!
Nulla sanno, nulla hanno appreso e nulla vogliono apprendere i ctu. Troppa fatica!
Si assiste sempre alla stessa procedura: ognuno dei ctp parla e ripete quanto scritto nella relazione di parte e nella comparsa di costituzione e dopo i ctu riferiscono che nella bozza si esprimeranno. Alcuni dicono anche che “…è inutile che fate note critiche tanto si rimarrà dello stesso parere perché …abbiamo studiato il caso bene prima di scrivere…”. Alcuni altri affermano di non potersi esprimere come se avessero paura di fare danni!
E poi alcun’altri esagerano in senso opposto: rivolgendosi ai ctp convenuti gridano: “guarda che avete combinato”!
Veramente una comica queste ctu. E per fortuna che ogni tanto si esce soddisfatti a motivo della presenza di ctu autorevoli e “ricchi” di cultura medico legale.
Onestamente c’è bisogno di CTU intelligenti e competenti nella materia medica e giuridica in quanto tale cultura eviterebbe tanti “casini” e tante ingiustizie.
Quanto possono fare i magistrati? Tanto, ma forse è troppo impegnativo premettere nel verbale dei quesiti le regole da rispettare da parte di tutti (ctp e ctu).
Senza contraddittorio partecipato dai ctu non si riuscirà mai a fare una conciliazione per cui adesso necessitano nuove regole condivise da parte di tutta la medicina legale che conta.
Allora sarà utile e conveniente la partecipazione dei ctp alle operazioni peritali!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

Leggi anche:
IL MESTIERE DEL CTU: QUANTO È DIFFICILE QUANDO NON SI USA LA TESTA!

Obiettivo principale per i medici legali: appropriarsi del nesso di causalità e fornire al giudice una consulenza che non lasci spazio a interpretazioni di diritto diverse da quelle espresse dai consulenti

Ho aderito all’invito pervenuto dal Movimento Forense di relazionare il prossimo 3 Aprile a Roma (via di Santa Chiara 5 presso la parrocchia di Santa Lucia) a un convegno per avvocati (io aggiungerei anche i medici legali) per discutere del nesso di causalità in responsabilità sanitaria focalizzando il tutto sul nuovo filone giurisprudenziale che ha preso piede ad aprile 2017 dalla ormai famosa sentenza del Consigliere Scoditti.
“Nesso di Causalità, onere della prova e buone pratiche nelle consulenze tecniche di ufficio” è il titolo della mia relazione che impegnerà l’attenzione dei partecipanti più di un’ora e che rappresenterà il contenuto del prossimo convegno organizzato dall’Accademia della Medicina Legale in varie città d’Italia, che interesserà esclusivamente i medici legali e gli altri medici specialisti impegnati spesso come CTU.
Quindi, questo vuole essere un invito rivolto ai medici forensi a partecipare al convegno del Movimento Forense (partecipazione gratuita con 3 crediti ECM ma per i soli avvocati) per avere un’anticipazione di ciò che sarà il tour medico legale della nostra Accademia nei prossimi mesi del 2019.
Leggere molte delle sentenze di Cassazione e di merito di questi ultimi due anni mi ha veramente turbato per molti aspetti: il principale è quello di constatare come dei consolidati principi giurisprudenziali possano essere “aboliti” perché qualcuno si accorge di determinati “squilibri” nel seno del rapporto medico-struttura-paziente.
Atto medico, danno evento e danno conseguenza sono legati strettamente e da questo legame nascono principi giurisprudenziali mutevoli che fanno perdere il sonno al cittadino danneggiato.
Oggi (2019) si è creato un nuovo concetto: la parte più debole del contratto (il cittadino danneggiato) deve essere tecnica e facoltosa.
Deve capire di medicina e deve avere i soldi per “assumere” avvocati e medici forensi di ottime qualità tecniche per provare il proprio diritto al risarcimento.
Al diavolo il principio della vicinanza della prova allora…armatevi e partite!
Mi piacerebbe vedere in aula tanti medici legali il prossimo 3 luglio (per iscriversi inviare email a massimilianocesali@movimentoforense.it)

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 
Leggi anche:
PROBLEMI PROCESSUALI E CRUCIALITÀ DELL’ACCERTAMENTO TECNICO MEDICO-LEGALE
 

0
attenti al ctu

E’ davvero impressionante dover leggere delle consulenze tecniche infantili. Attenti al ctu che non sa le regole del gioco: è un vero guaio!

Attenti al ctu che difende i medici con l’espressione: “questa complicanza non può essere considerata errore vista l’esperienza del chirurgo”.

Direi anche: attenti all’ignoranza o meglio alla parzialità, o al non sentir vergogna del ctu a cui è affidato, praticamente, l’intero processo e il giudizio del nesso di causa tra inadempimento/mal adempimento e danno lamentato.

Siamo nel 2019 e questo quotidiano è online dal 4 giugno 2015. Fin dall’esordio tutti i redattori dei vari articoli tecnici (medici forensi e avvocati) si sono impegnati a spiegare le regole della responsabilità medica attraverso commenti di sentenze di merito e di Cassazione e pubblicazione di perizie medico legali fatte bene e anche maldestre, ma a quanto pare nulla è servito.

Nell’ultima settimana mi sono capitate due ctu davvero senza senso medico legale e giuridico nelle quali si leggevano solo opinioni personali del consulente di ufficio, che poco hanno a che vedere sia con la scienza medica che con il diritto.

Ma la cosa più grave è che a redigerle, qualche volta, sono professori universitari!

Come detto vi riporto gli stralci delle ultime due così…piangiamo assieme.

  1. il cedimento con deviazione in valgo della componente protesica tibiale non può considerarsi un errore  operatorio, considerata la lunga esperienza chirurgica del dr. XY; potrebbe essere stato determinato da un “locus minoris resistentiae” dell’osso corticale del piatto tibiale per effetto dell’osteoporosi senile presente;
  2. …Per tali motivi è difficilmente dimostrabile una imperizia da parte dell’operatore (si tratta di un chirurgo toracico di chiara fama), ma si propende per una complicanza imprevedibile…

Adesso, anche se non volessimo entrare in ulteriori dettagli, le succitate affermazioni sanno di ridicolo in quanto, non saper distinguere un errore da una complicanza non colposa con adeguata motivazione, significa non avere i requisiti di un consulente capace di giudicare secondo scienza e diritto.

Per maggiori dettagli e quindi per una migliore comprensione, nel caso 1. si trattava di una protesi di ginocchio in cui esisteva un difetto di orientamento con deviazione in valgo della componente tibiale della protesi che fratturava la corticale ossea.

Ciò costringeva il chirurgo a reimpiantare dopo due giorni una nuova protesi stavolta riuscita bene. Quindi il ctu ortopedico nel primo impianto da la “colpa” alla osteoporosi della signora e nel secondo caso non dice nulla sul perché l’impianto non abbia procurato altre fratture ossee…essendo state impiantate meglio le componenti protesiche (sic!).

Nel caso 2. si trattava di una lobectomia polmonare dove il chirurgo NON aveva tagliato a raso il bronco e sul pezzo di bronco maldestramente lasciato in sito si era formata una fistola.

Ma se proprio vogliamo sorridere meglio vi riporto altra conclusione scritta nella consulenza del caso 2., ossia: “…Si può pertanto ipotizzare che – pur a fronte di una corretta procedura chirurgica – al paziente è conseguito un danno da considerare quale “danno ingiusto”; il danno respiratorio è valutabile nel suo complesso entro la I^ classe,…”.

Quindi cari medici legali e giuristi, nel caso 2. i ctu hanno escluso ogni responsabilità dei sanitari, però affermano che il paziente ha subito un “danno ingiusto”!

Povera medicina legale, anzi, …attenti al ctu che poco sa e poco pensa.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

Leggi anche:

IL MESTIERE DEL CTU: QUANTO È DIFFICILE QUANDO NON SI USA LA TESTA!

 

criterio della possibilità scientifica

Il criterio della possibilità scientifica, associato al criterio di esclusione di altre cause, rappresenta l’unica soluzione alle contraddizioni del duplice ciclo causale

Argomento serio quello dei criteri del nesso di causalità materiale specie quando si discute della responsabilità sanitaria. Il criterio della possibilità scientifica non è un criterio di comodo né sostituisce gli altri, ma, si può dire, che li deve poter contenere.

Tale criterio, associato al criterio della esclusione di altre cause, diventa certezza della causalità materiale e verosimiglianza nella causalità giuridica.

Un accenno alla definizione del criterio della possibilità scientifica e la sua correlazione con gli altri criteri della causalità materiale:

Tale criterio dovrebbe es­sere analizzato preliminarmente, rappresentando il primo passo del ragionamento controfattuale, su cui si basa la teoria della condicio sine qua non. Nella considerazione di tale criterio, in rapporto alle molteplici peculiarità delle singole fattispecie, non potrà che farsi riferimento a leggi scientifiche (cosiddette di copertura) – ed in particolare a leggi universali o a leggi statistiche – sulla cui base può pervenirsi ad una preliminare possibilità di ammissione del nesso o, per converso, ad una tassativa esclusione dello stesso ove risulti l’impossibilità scientifica che l’azione o l’omissione ipotizzate possano avere svolto ruolo causale, pur con il supporto di eventuali inter­venuti fattori concorrenti.

Nell’ipotesi di nesso possibile o probabile non potrà pre­scindersi, dunque, dalla considerazione degli altri criteri di valutazione per un eventuale giudi­zio di certezza o di più elevato grado di probabilità  e soprattutto del criterio di esclusione di altre cause.

Quest’ultimo, nell’analisi del nesso causale, è di rilievo sostanziale: infatti bisogna sempre verificare se siano proponibili nel determinismo dell’evento cause diverse da quella sul cui ruolo eziologico occorre indagare.

Tutto quanto sopra premesso dovrebbe avvicinarci di più al vero significato del nesso causale astrattamente idoneo a produrre un danno e al suo legame con un eventuale inadempimento sanitario.

Quanto premesso non solo per ricollegarmi agli articoli precedenti su tale argomento riguardanti la causa incerta o ignota, ma perché le seguenti riflessioni pongono seri dubbi sull’efficacia pratica del duplice ciclo causale.

Nell’impossibilità da parte del paziente di qualificare specificatamente un inadempimento o mal adempimento sanitario (a motivo della sua scarsa competenza scientifica) si può ben comprendere come risulterebbe “folle” oberare la parte più debole del contratto di tale onere.

Da qui l’esigenza di fare luce sui punti cardine della responsabilità sanitaria, ossia tra evento di danno, danno evento e danno conseguenza.

Per fare ciò bisogna partire dal principio del “duplice ciclo causale” ben esplicitato nella c.d. sentenza Scoditti dell’aprile 2017: “…Emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla impossibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)”.

In sintesi:

dall’evento di danno (errore medico omissivo o commissivo) scaturisce una lesione organica, da questa discende una conseguenza che è rappresentata o da un maggior danno biologico o da un decesso.

Senza evento di danno (errore medico) non si può descrivere nessun ciclo causale. Evidenziato, invece, l’errore medico bisognerà risalire alla sua conseguenza (danno alla salute).

Il legame tra errore medico e danno alla salute è costituito da una singola via o da una doppia via?

Ossia, il fatto costitutivo e il fatto estintivo del diritto si possono davvero scindere ed essere “addebitati” ad una parte o ad un altra?

L’eziologia degli accadimenti è materia tecnica o comune sapere?

Come si può risalire all’errore medico se non si conosce l’arte medica? E se non si è capaci di specificare se un atto medico è errato come si possono distinguere il fatto costitutivo e quello estintivo del diritto?

Al paziente si può affibbiare l’onere di provare l’eziologia del proprio danno se non può risalire all’errore medico e quindi qualificarlo?

Pretendere ciò significherebbe, tra l’altro, andare contro il principio del dovere di informazione del medico. Ossia che bisogno avrebbe il medico di informare un paziente che ha queste capacità. Ove omettesse tale informativa quale lesione alla capacità di autodeterminazione potrebbe infliggere ad un paziente che sa già tutto?

Da qui il principio della vicinanza della prova: come può dimostrare un paziente di essere stato danneggiato da un atto medico se non ha le conoscenze scientifiche?

Tali riflessioni rappresentano premessa utile a comprendere il ventennale principio giuridico della Suprema Corte di Cassazione che contiene nel suo seno il teorico concetto del duplice ciclo causale e quello della “vicinanza della prova”: “…il paziente deve allegare l’inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato”.

Il termine “astrattamente idoneo” non può che coniugarsi, da un punto di vista medico legale, al criterio della possibilità scientifica. Nel pensiero di un paziente tale criterio è contenuto nella seguente deduzione semplice:

  • mi sono operato all’anca e deambulo peggio di prima, ergo, l’intervento chirurgico verosimilmente non è stato ben eseguito. Da tale semplice riflessione si forma il nesso di causa tra il potenziale mal adempimento del chirurgo e il danno lamentato.

Pensate bene al concetto di presunzione colposa a seguito di una cartella malamente compilata, o all’intervento di routine dove un esito migliorativo atteso viene sostituito da un evento avverso e un peggioramento dello stato clinico del paziente.

Nel primo caso si ha l’impossibilità di ricostruire i fatti storici, nel secondo caso il paziente non avrebbe modo di identificare l’etiologia del peggioramento.

Nell’uno e nell’altro caso il medico andrebbe esente da colpa se non deve provare il fatto estintivo del diritto perché il paziente non ha prima dimostrato il fatto costitutivo del proprio ipotizzato diritto.

Quindi, il c.d. duplice ciclo causale vi sembra cosa buona e giusta così come è definito nella sentenza del Consigliere Scoditti? Non farebbero a pugni tra loro i vari principi giuridici (vicinanza della prova, regolarità causale e presunzione di colpa) degli ultimi venti anni?

In verità un pensiero vorrei rivolgerlo anche ai medici forensi (me compreso): premesso che il criterio della possibilità scientifica è il nostro pane quotidiano, dovremmo sforzarci di più a scrivere perizie chiare sui nessi di causa tra inadempimento sanitario e danno lamentato dal paziente senza aver paura di giudicare l’operato di un collega ma con il coraggio della di chi è terzo, competente e autorevole. Tale autorevolezza impedirebbe ai Giudici di effettuare “voli pindarici” per interpretare una consulenza inadeguata.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

Leggi anche:

ATTO MEDICO E DANNO AL PAZIENTE: IL NESSO È QUELLO ASTRATTAMENTE IDONEO

COMPLICANZA COLPOSA O ERRORE. STILE O CONCETTO? UNA RIFLESSIONE DOVEROSA

 

 

0
il mestiere del ctu

Il mestiere del ctu è cosa assai ardua per i medici forensi che hanno le meningi chiuse o che fanno finta di essere terzi. Nella vita si può scegliere di essere liberi e autorevoli o di morire dentro!

Fortunatamente le delusioni si alternano a momenti di gioia quando si fa il medico forense. Il mestiere del CTU è un lavoro ambìto da molti colleghi medici. Purtroppo non sempre è ambìto da chi ama la giustizia, la terzietà, la verità, ma maggiormente da chi vuole essere il protagonista di un indegno spettacolo “forense”.

Il mestiere del ctu non si fa per la parcella (che spesso è veramente risibile) ma per essere “determinanti” e non per esprimere le proprie opinioni senza pensare alle conseguenze di opinioni senza “senso” logico, giuridico e morale.

Si ha paura di affermare “costui ha errato” (malgrado le evidenze) e si preferisce dire “ha esagerato”.

Si nasconde una scelta imprudente in un dire “astrattamente idoneo”.

Insomma, troppo spesso si esce da una CTU sconfortati dalla scarsa onestà intellettuale del collegio peritale e dalla noiosa e inconcludente difesa dei convenuti.

Spesso rifletto sulla eziologia di tale comportamenti: è mancanza di cultura o è assenza di terzietà?

Per questa gente chi è un paziente danneggiato e sofferente? Un numero di RG o un essere umano?

Per fortuna, come detto in premessa, ogni tanto si esce anche felici da un confronto medico legale collegiale, perché ivi ha trionfato l’onestà intellettuale soprattutto dei CCTTUU, il loro rigore logico, la loro neutralità.

Basta con la finta o la vera ignoranza, basta con le idiozie del consenso informato che per alcuni ctp rappresenta il discrimine del cattivo operare e, soprattutto, basta con l’incapacità logica che associa la complicanza alla certa inevitabilità di un evento avverso.

Il mestiere del ctu è come quello di un giudice, perché il ctu, tecnico e occhiale del Giudice, decide delle sorti di un danneggiato. La sua funzione è potere ma è anche grande responsabilità.

Basta con le finzioni, basta con l’ignoranza, il cittadino ha bisogno di professionalità, di terzietà e grande moralità.

I medici forensi senza le succitate qualità devono farsi da parte con coraggio, senza vergogna, perché la vergogna dovrebbero averla quando scrivono stupidaggini, quando non rispondono alle note critiche, quando richiedono una parcella senza aver lavorato bene.

Ricordo a tutti che saremo giudicati nella stessa maniera di come abbiamo giudicato!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

Leggi anche:

CTU PREVIDENZIALE: QUANTO VALE IL SAPERE MEDICO LEGALE?

 

cartelle cliniche taroccate

Esistono effettivamente cartelle cliniche taroccate? Ho incontrato dei pazienti che lamentavano gravi discordanze tra l’esame obiettivo descritto in cartella e la situazione reale prima del ricovero.

Un problema davvero da affrontare con serietà e non solo per la scarsa attendibilità dei pazienti che lo riferiscono, ma per il fatto che, da un punto di vista medico legale, le cartelle cliniche taroccate (ove lo fossero veramente) rappresentano una distorsione dei fatti tali da non permettere di avvicinarsi alla realtà anche giuridica.

Evidentemente è imbarazzante sentirsi dire da un paziente o dai congiunti dello stesso che ciò che è descritto in cartella non sia vero, specialmente quando l’analisi del caso avviene dopo alcuni anni dai fatti.

Un altro problema è che i pazienti raramente se ne accorgono da soli, ma, al sottoscritto, è capitato per lo più di sentirsi affermare che non avevano letto quella parte di cartella che descriveva le condizioni di ingresso.

Si parla spesso di cartelle cliniche incomplete o mal compilate, ma dover discutere di cartelle cliniche taroccate è davvero sgradevole.

Facendo prevalentemente responsabilità professionale medica mi è capitato di leggere e di sentire “confessioni spontanee” degli assistiti che mi hanno lasciato a dir poco attonito.

Scrivo di questo argomento con la piena volontà (forse presunzione) di dare una soluzione a questa problematica. L’obiettivo è migliorare la qualità del rapporto medico-paziente che oggi sembra giunto alla deriva.

Avere la coscienza di quello che si fa rappresenta davvero l’unica arma a disposizione dei cittadini (sia essi medici che pazienti), per cui sintetizzerò di seguito una serie di punti che dovranno far riflettere operatori e pazienti:

  1. la cartella clinica è un atto pubblico “fide facente” attraverso la quale si può ricostruire la storia clinica di un paziente;
  2. la cartella clinica mal compilata (sia nel senso di omissione di elencazione di fatti accaduti, di illeggibilità, etc.) è presunzione di colpa in quanto non permette ex post di ricostruire i fatti e ciò non può andare a discapito dei pazienti che, eventualmente, lamentano un danno da malpractice;
  3. La cartella è l’unica arma di difesa del medico, ma è anche l’unica arma del paziente per dimostrare eventuali errori medici;
  4. L’alterazione della cartella in senso di cancellazione e trascrizione di fatti non veritieri è un falso (ideologico e/o materiale) punibile penalmente
  5. la compilazione della cartella clinica è effettuata esclusivamente dai medici per cui il paziente ne subisce eventuali alterazioni o falsificazioni. Ciò rafforza assolutamente il concetto che il paziente rappresenta la parte più debole del contratto.

Riflettendo maggiormente sul punto 5) mi sento di consigliare ad ogni soggetto che subisce un ricovero di:

  • verificare, dopo aver richiesto la copia della cartella clinica, i suoi contenuti in maniera minuziosa per rilevare eventuali mancanze o annotazioni non congrue con quanto era reale al momento dell’annotazione in cartella;
  • per i più attenti consiglio di verificare, durante il ricovero, giorno dopo giorno, le trascrizioni in cartella ed eventualmente contestarle al momento. Questo lo si può fare chiedendo direttamente al medico o all’infermiere di poter visualizzare la cartella.

Il tutto per evitare malintesi e migliorare il rapporto medico-paziente in termini di fiducia e stima.

Dr. Carmelo Galipò

galipo@libero.it

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

Leggi anche:

ATTO MEDICO E DANNO AL PAZIENTE: IL NESSO È QUELLO ASTRATTAMENTE IDONEO

0
illecito inesistente

Il Tribunale ha ritenuto il danno inesistente, evidenziando la responsabilità aggravata dell’attore per non aver prodotto una consulenza medico-legale di parte a sostegno delle proprie ragioni. Grave negligenza dell’avvocato difensore che non doveva intraprendere un giudizio senza una expertise specialistica medico legale.  

Una breve premessa prima di entrare nel merito di questa storia di potenziale malasanità e di ritenuto danno inesistente.

Una premessa doverosa che serve come input a tutti i nostri lettori che reputano di aver subito un danno. Oltre alla necessità generica di ottenere una valutazione di procedibilità da uno specialista Medico Legale e non da un avvocato, che non ha le specifiche competenze a riguardo, bisognerebbe valutare anche la specifica competenza di chi deve difendere il proprio caso davanti ad un giudice.

Necessita sempre un dialogo con lo specialista medico legale competente che dovrà motivare non solo il perché della procedibilità dell’azione ma anche delle possibilità di successo che sono sempre legate al caso specifico. Senza codesti preliminari diventa tutto più rischioso in termini di soccombenza che può finanche giungere a condanne esemplare come nel caso che di seguito si racconta (Carmelo Galipò).

La storia

Nel 2011 aveva deciso di sporgere denuncia per un presunto caso di malasanità legato all’insorgere di una patologia cardiaca. A distanza di otto anni il paziente, non solo si è visto respingere la sua richiesta di risarcimento ma, ritenendo il danno inesistente, il Giudice lo ha condannato a versare circa 90mila euro alle controparti in causa.

La vicenda, come ricostruisce la Sicilia ha inizio nel 2009 quando l’uomo svolge un esame cardiologico di controllo in una struttura privata di Catania. Trascorso un anno ed effettuati ulteriori esami, è costretto a sottoporsi a una coronarografia.

Ritenendo che il cardiologo che lo aveva visitato avesse sbagliato la diagnosi e ritardato l’esame di una prova da sforzo, l’uomo decide di citare in giudizio lo specialista assieme alla struttura in cui questo prestava servizio. Il tutto senza però produrre una consulenza medico legale. La richiesta di risarcimento è pari a circa 200mila euro.

Il camice bianco e la struttura si costituiscono in giudizio e, pur , respingendo ogni ipotesi di responsabilità, chiamano in causa le rispettive compagnie assicuratrici. Anche queste ultime si costituiscono, chiedendo a loro volta il rigetto della pretesa risarcitoria.

Il giudice del Tribunale civile, nomina un Ctu  e dispone lo svolgimento di una perizia finalizzata ad accertare la correttezza o meno della condotta del professionista. Nel 2016 le conclusioni della consulenza  conferma la correttezza dell’operato del medico escludendo responsabilità sanitarie per i successivi problemi del paziente. “La diagnosi del medico – chiarisce il CTU – confermata successivamente anche dagli altri specialisti cardiologi era corretta. Nulla è da imputare ai convenuti per il dogliato presunto ritardo anche dell’esecuzione del test da sforzo”.

Pochi giorni fa il verdetto.

Il Giudice ha dichiarato inesistente il danno condannando altresì l’attore a pagare le spese legali del cardiologo, della struttura sanitaria e delle due compagnie assicurative. Una cifra pari a circa 20mila euro a ciascuna delle parti.

A tale somma si aggiungono, per ogni convenuto, ulteriori 2.686 euro per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. Il Tribunale, infatti, secondo quanto riferisce la Sicilia, ha ritenuto che l’uomo avesse “intrapreso l’iniziativa giudiziaria senza la dovuta prudenza, non vagliando preventivamente le sue ragioni con una consulenza medico-legale di parte”.

La redazione

 

Leggi anche:

 LECCE, DUE MEDICI ASSOLTI PER LA MORTE DI UN NEONATO DI CINQUE MESI

LE ULTIME NEWS