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Un infortunio occorso ad uno studente durante una partita di pallamano organizzata dalla scuola, ma per i giudici della Cassazione l’incidente si è verificato per un ragionevole caso fortuito

La vicenda

Nel 2016 la Corte d’Appello di L’Aquila aveva respinto il ricorso interposto dai due genitori in relazione alla pronunzia del Tribunale de L’Aquila con la quale era stata rigettata la loro domanda proposta nei confronti del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, nonché dell’Istituto scolastico frequentato dal proprio figlio, al fine di ottenere risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo per un infortunio occorso durante un torneo di pallamano organizzato dalla scuola.

Da tale evento il ragazzo aveva riportato gravi lesioni fisiche, localizzate alla bocca, per essere caduto durante la partita e aver sbattuto contro una panchina.

La pronuncia della Cassazione

In caso di infortunio subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, nel corso di una partita di pallamano, ai fini della configurabilità della responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, ma è altresì necessario: a) che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara; b) che la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto.

In passato è stato anche affermato che, in caso di infortunio sportivo subito da uno studente all’interno della struttura scolastica durante le ore di educazione fisica, incombe al medesimo dare la prova dell’illecito commesso da altro studente, quale fatto costitutivo della sua pretesa, laddove è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, cioè l’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione di tutte le cautele idonee ad evitare che esso si verifichi, ivi ricompresa l’illustrazione della difficoltà dell’attività o del relativo passaggio e predisporre cautele adeguate affinché gli stessi, se affrontati, possano essere svolti da tutti i partecipanti in condizioni di sicurezza.

Ebbene, di tali principi di diritto, la corte di merito aveva fatto piena e corretta applicazione.

Dall’istruttoria processuale era emerso, infatti, che “la partita [nella quale si era verificato l’incidente] rientrava nella normale attività didattica della scuola; non vi era stata alcuna azione scorretta o comunque fallosa di altri giocatori; la partita si era svolta interamente sotto il controllo diretto dell’insegnante; il campo di gioco era perfettamente libero ed idoneo alla partita;… l’insegnante aveva preventivamente istruito i giocatori”.

Ebbene, alla luce di siffatte emergenze processuali la corte territoriale aveva escluso la “rilevanza causale” della presenza della panchina contro la quale “sfortunatamente il giocatore era andato ad impattare” essendo “notorio che i campi da gioco siano fiancheggiati da una o più panchine per consentire ai giocatori di riserva di stare seduti, sicché la presenza della stessa costituiva ordinario completamento del campo da gioco, e non certamente una insidia”.

Per i giudici della Cassazione la corte d’appello aveva, perciò, correttamente attribuito la verificazione dell’evento ad una ragionevole causa fortuita.

Dal canto suo, la scuola aveva fatto quanto doveva per assolvere all’obbligo di vigilanza cui era tenuta ai sensi dell’art. 2048 c.c., posto che il sinistro si era verificato con modalità tali da non potere essere impedito.

A tali conclusioni i giudici della Cassazione hanno ritenuto di dover dar seguito; cosicché il ricorso è stato definitamente rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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MAESTRA DICHIARA DI USARE IL METODO MONTESSORI, MA PER I GIUDICI E’ VIOLENZA

disabile

Il Comune di Como è stato condannato a risarcire tutti i danni subiti da una persona disabile che, a causa del dissesto del manto stradale, rimaneva incastrata con la sua carrozzina, in una buca piena d’acqua

La vicenda

Con atto di citazione ritualmente notificato, l’attrice conveniva in giudizio il Comune di Como, in persona del suo Sindaco pro tempore, al fine di sentirlo condannare, in qualità custode della strada (ai sensi dell’art. 2051 c.c.), al risarcimento di tutti i danni conseguenti ad un incidente che le era occorso mentre tentava di rientrare a casa.

A sostegno della domanda, la donna aveva esposto che, mentre si trovava a percorrere una via cittadina, sulla propria carrozzina motorizzata sulla quale era costretta a causa di paraplegia, rimaneva incastrata con le ruote del mezzo in una buca del manto stradale, non visibile.

A causa di tale insidia, la donna disabile rimaneva intrappolata tra la pedana e la ruota anteriore della carrozzina, riportando lesioni fisiche e morali.

Si costituiva in giudizio il Comune di Como, il quale negava la propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., per carenza di nesso di causalità tra il dissesto del manto e il danno patito dalla parte attrice, ed eccependo il concorso colposo ex art. 1227 c.c. della danneggiata.

L’azione rivolta dalla parte attrice attiene alla responsabilità da cose in custodia.

Come noto tale forma di responsabilità ha natura di responsabilità oggettiva, o comunque di colpa presunta, in quanto prescinde dall’accertamento dell’elemento soggettivo, salva la prova liberatoria del caso fortuito che deve essere fornita dal custode.

Ed è proprio su tale ultimo aspetto che si sofferma la sentenza del Tribunale di Como.

E’ altrettanto noto, oltre che pacifico in giurisprudenza, che, per caso fortuito, si intende non solo l’accadimento assolutamente eccezionale, imprevisto ed imprevedibile, ma anche la stessa condotta del danneggiato, la quale, incidendo sul nesso di causalità, elidendolo, vale ad escludere la responsabilità ex art. 2051 c.c.

La funzione della norma è infatti, quella di far ricadere sul custode i danni causati dalla cosa, allorché tali danni scaturiscano da una concreta mala gestio del custode, con la conseguenza che una responsabilità ex art. 2051 c.c. non può essere invocata allorché la cosa rappresenti la mera occasione del danno.
Recente giurisprudenza di legittimità ha inoltre precisato, in tema di corretto riparto dell’onere della prova, che per la prova del nesso causale occorre dimostrare che lo stato dei luoghi presenti una obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno stesso.

La responsabilità del comune per dissesti al manto stradale

Inoltre, la giurisprudenza di legittimità formatasi in materia di danno cagionato da dissesti al manto stradale in custodia al Comune di competenza, ha indicato con chiarezza come l’onere del danneggiato sia “dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.

In altri termini, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile”.

Ebbene, nel caso in esame, il fatto storico generativo della responsabilità, vale a dire l’incastro della carrozzina a motore dell’attrice a causa della presenza di una buca, resa invisibile da uno strato d’acqua, era stato provato grazie alla presenza di un testimone oculare; il quale aveva confermato la dinamica del sinistro, descritta nell’atto di citazione, in particolare la presenza di un notevole strato d’acqua sulla buca, tale da far emergere come il dissesto del manto stradale che aveva provocato il sinistro, fosse difficilmente visibile, escludendo la configurabilità di una condotta negligente in capo all’attrice, tale cioè da elidere il nesso di causalità tra la cosa in custodia e l’evento dannoso.

Non vi erano dubbi allora per affermare la responsabilità del comune che, del resto nulla aveva dedotto in ordine al caso fortuito.

Per tali motivi, la domanda della ricorrente è stata accolta e risarcito il danno patrimoniale quantificato in euro 244,00 e 4.183,01 euro, a titolo di danno non patrimoniale complessivamente valutato.

La redazione giuridica

 

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DIVIETO DI CONDURRE GLI ANIMALI IN SPIAGGIA: IL COMUNE PUO’ FARLO?

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La presenza di una insidia non basta per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, se si ha conoscenza dello stato dei luoghi e non si adopera l’opportuna prudenza

Qualora l’insidia si trovi in un luogo, di cui il danneggiato ha buona conoscenza è suo onere tenere un comportamento maggiormente prudente e diligente. In caso contrario, la sua imprudenza sarà idonea ad integrare il caso fortuito

La vicenda

Lamentava di essere caduto scivolando da un cordolo in gomma rivestito da un telo non saldamente fissato a terra, posto ai lati di un campo da tennis; cosicché citava in giudizio la società sportiva per essere risarcito di tutti i danni riportati a seguito della caduta.

Nel corso dell’istruttoria espletata davanti al giudice di primo grado, era stata confermata la dinamica dell’incidente e riscontrato a carico del danneggiato un danno biologico permanente del 5-6% e un danno biologico temporaneo di 70 giorni accertato dal CTU.

Ma all’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni, subentrava un altro giudice che formulava alle parti una proposta conciliativa ai sensi dell’art. 185 c.p.c. in cui veniva proposto il risarcimento del danno biologico nella misura del 50% di quello accertato dal CTU e la liquidazione di euro 1350, in sette rate mensili.

La proposta, tuttavia, non veniva accettata, cosicché fissata una nuova udienza di precisazione delle conclusioni, si giungeva finalmente alla decisione.

Ebbene, in contrasto con la precedente proposta transattiva, il Tribunale respingeva la domanda dell’attore, condannandolo anche al pagamento delle spese di giudizio.

Immancabile il giudizio della Cassazione.

Secondo il ricorrente i giudici di merito erano incorsi in una serie di errori.

In particolare il giudice dell’appello, sovrapponendo e assemblando le prescrizioni di cui agli artt. 185 e 185 bis c.p.c., non avrebbe tratto alcuna conseguenza dal fatto che la proposta conciliativa era stata formulata ad istruttoria interamente espletata; oltre alla sua intrinseca contraddittoria perché basata sulla ricorrenza di un concorso di colpa mentre la sentenza impugnata, pur in assenza di elementi nuovi, respingeva la richiesta dell’attore, condannandolo al pagamento integrale delle spese di lite.

Si trattava in altre parole, di una decisione affetta da nullità.

Ma per i giudici della Cassazione la decisione impugnata era immune da vizi.

Innanzitutto non vi era alcuna invalidità, dal momento che le cause di nullità sottendono oltre al principio di tassatività, anche a quello del “raggiungimento dello scopo. Ed infatti, lo scopo da sempre perseguito dal legislatore “che ha disseminato il processo di ipotesi di sanatoria e di meccanismi volti a rimediare agli errori commessi nel compimento degli atti processuali”, è quella di fare in modo che il processo avviato possa raggiungere il suo scopo, cioè arrivare più speditamente ad una definizione della controversia.

Quello che era accaduto nel caso di specie: il giudice aveva tentato di arrivare più speditamente alla definizione della controversia, attraverso quella proposta conciliativa.

Ma la decisione impugnata era immune da critiche anche nel merito.

Il fatto di aver escluso il nesso causale tra la presenza del cordolo ricoperto da telo non fissato sul lato dell’uscita del campo da tennis e i danni riportati dal ricorrente era del tutto coerente con i principi di diritti esistenti in materia di caso fortuito.

Ebbene la Corte di Cassazione ha più volte affermato che il caso fortuito, può essere costituito anche dal fatto del danneggiato.

Ebbene, nel caso in esame, era emerso che il cordolo e il telo che lo ricopriva erano ben visibili, e che anche il mancato fissaggio del telo di copertura non era occulto in modo tale da rendere impercepibile il fatto che fosse solo appoggiato a detta copertura, e che la vittima fosse frequentatore abituale del circolo e quindi al corrente dello stato dei luoghi.

La corte d’appello aveva perciò, con percorso motivazionale immune da critiche, definito il comportamento della vittima, non improntato a particolare prudenza ed attenzione, venendosi a trovare nella condizione di non poter percepire la situazione di pericolo e di omettere di adoperarsi al fine di evitarla, giacché non si era avvicinato al cordolo con attenzione, vi aveva poggiato il piede sopra, anziché scavalcarlo, nonostante esso avesse una forma cilindrica che lo rendeva instabile.

La conosce dei luoghi da parte del danneggiato è elemento senz’altro valorizzato dalla Suprema Corte di Cassazione laddove ha precisato che “la presenza di una insidia non basta per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, dovendosi tenere conto anche dell’elemento soggettivo della sua prevedibilità”.

Ne deriva che nel caso in cui l’insidia si trovi in un luogo ben conosciuto dal danneggiato è suo onere tenere un comportamento maggiormente prudente e diligente. In caso contrario, la sua imprudenza sarà idonea ad integrare il caso fortuito.

La redazione giuridica

 

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MACCHIA D’OLIO SULLA STRADA PROVOCA LA CADUTA DI UN MOTOCICLISTA: CHI PAGA?

caduta accidentale

Negato il ristoro del danno a una donna in seguito a una caduta accidentale asseritamente causata da un cubetto di porfido del manto stradale. Per il Giudice qualora l’attrice avesse prestato maggiore attenzione, l’evento lesivo non si sarebbe verificato

Aveva agito in giudizio nei confronti del Comune di Udine in seguito a una caduta accidentale. La donna riferiva di aver urtato, mentre si trovava a transitare a piedi in un’area di parcheggio, un cubetto di porfido del manto stradale sconnesso. Aveva quindi perso l’equilibrio cadendo rovinosamente a terra e battendo il mento e la bocca sul selciato. Nel cercare di proteggersi il volto facendo leva sulla mano destra, inoltre, si era procurata una frattura al dito mignolo.

L’attrice chiedeva dunque il ristoro integrale dei danni conseguenti alle lesioni subite, in termini di danno biologico temporaneo e permanente.

Il Tribunale, con la sentenza n. 91/2018, ha ritenuto le pretese attoree prive di pregio, rigettando la domanda della signora. Il Giudice ha chiarito che l’azione di responsabilità per custodia presuppone sul piano eziologico e probatorio accertamenti diversi rispetto all’azione di risarcimento per fatto illecito. In quest’ultimo caso si tratta infatti di accertare se sia stato attuato un comportamento commissivo o omissivo dal quale è derivato un pregiudizio a terzi.

Nel caso di responsabilità per danni da cosa in custodia, occorre prescindere, invece, dal profilo del comportamento del custode. Tale fattispecie prevede un’ipotesi di responsabilità oggettiva. La colpa del custode costituisce l’oggetto di una presunzione relativa da parte del legislatore, come tale superabile dal custode stesso mediante l’esperimento della prova contraria.

Per espressa previsione di legge, prosegue il giudice, il caso fortuito esclude la responsabilità del custode, intendendosi con l’espressione caso fortuito ogni evento che, secondo le particolari circostanze di luogo e di tempo, non sia suscettibile di determinazione a priori, ma soltanto a posteriori.

Nella nozione di caso fortuito rientrano, quindi, anche il fatto del terzo e dello stesso soggetto danneggiato.

Tali elementi escludono la responsabilità del custode qualora siano da soli sufficienti a determinare l’evento dannoso, con ciò comportando l’elisione del nesso di causalità che, invece, è presupposto indefettibile ai fini dell’applicazione della norma in esame.

Nel caso di specie, le circostanze di fatto, di luogo e di tempo, consentono di ritenere presumibile che, qualora l’attrice avesse prestato maggiore attenzione, l’evento lesivo, ovvero la caduta accidentale, non si sarebbe verificato. La ricorrente non ha provato la situazione di oggettivo pericolo in cui si era venuta a trovare, tale da costituire un’insidia non superabile con l’ordinaria diligenza e prudenza.

Al contrario le risultanze di causa hanno dimostrato che la situazione di potenziale pericolo sarebbe stata superabile attraverso l’adozione di un comportamento cauto e diligente. La strada in questione infatti non era asfaltata e inframezzata da un solo cubetto di porfido o altri elementi di potenziale pericolo. Essa era costituita tutta da cubetti di porfido, elemento di pavimentazione comunemente usato nella città. Peraltro è noto che tale tipologia di pavimentazione presenta già di per sé una superficie calpestatale non liscia.

 

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CONDOTTA COLPOSA DEL PEDONE: ESCLUDE LA RESPONSABILITÀ DEL CONDUCENTE?

In mancanza di prove circa l’addebitabilità dell’accaduto al ‘caso fortuito’, la presunzione di responsabilità è a carico dell’azienda

Uno sbalzo di corrente elettrica aveva provocato il danneggiamento di vari elettrodomestici, oltre al deterioramento del pesce che si trovava all’interno del frigorifero. Così un utente dell’Enel ha deciso di chiamare in giudizio l’azienda per ottenere il risarcimento del danno subito.

Il Tribunale di Chieti, pronunciandosi in grado di appello gli aveva dato ragione. Secondo il Giudice, infatti, sarebbe stata a carico dell’Enel la presunzione di responsabilità, in quanto la società elettrica “non aveva fornito alcuna prova della addebitabilità dell’accaduto al cosiddetto’ caso fortuito’”.

Nel ricorrere per cassazione, l’Enel evidenziava, invece, come il contratto sottoscritto dall’utente contenesse una clausola che esonerava la società erogatrice di energia elettrica da ogni responsabilità “nelle ipotesi in cui, per cause accidentali, si fossero verificate interruzioni o limitazioni di fornitura oppure sbalzi di frequenza o di tensione”.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto il ricorso privo di fondamento e ha pertanto deciso di confermare integralmente, con la sentenza n.11193/2017, la pronuncia emessa nel precedente grado di giudizio, condannando peraltro la società ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.

Per i Giudici di Piazza Cavour, il Tribunale aveva motivato del tutto adeguatamente la propria decisione, ricostruendo correttamente i fatti di causa e giustificando la decisione di condanna. La società, infatti, non aveva  dato atto che lo sbalzo di corrente e il conseguente danneggiamento degli elettrodomestici si fossero verificati per “caso fortuito”, rendendo quindi impossibile applicare la causa di esclusione della punibilità prevista dall’articolo 2050 del codice civile.

insidia stradale

Lo ha chiarito il Tribunale di Napoli respingendo la domanda di risarcimento di una cittadina caduta mentre passeggiava. Per il giudice una maggiore attenzione avrebbe impedito l’incidente

Passeggiando lungo una strada una cittadina di un Comune campano era finita, a suo dire, “in una buca apertasi improvvisamente nel manto stradale, non prevedibile e non segnalata”, cadendo rovinosamente a terra. Di qui la decisione di agire in giudizio nei confronti del Comune per ottenere il risarcimento del danno.

Il Tribunale di Napoli, tuttavia, con la sentenza n. 1736 del 13 febbraio 2017, ha rigettato in primo grado di giudizio la domanda proposta dal danneggiato in quanto le circostanze esposte escludevano la responsabilità del Comune nella causazione del sinistro.

Nel caso in esame non poteva trovare applicazione l’articolo 2051 del codice civile, in materia di cosa in custodia, dal momento che la buca, secondo il Giudice, non rappresentava una vera e propria “insidia”.

Secondo la norma, il custode di una cosa è responsabile per i danni arrecati dalla cosa custodita, a meno che non venga provato che il danno si sia verificato per un ‘caso fortuito’, ovvero in caso di “repentina e non prevedibile alterazione dello stato della cosa che non possa essere rimossa o segnalata per difetto del tempo necessario a provvedere”.

Il Tribunale ha ritenuto sussistente il caso fortuito. Dalla documentazione fotografica prodotta in corso di causa, infatti, si poteva evincere che la buca in cui era inciampata la danneggiata era “di pochi centimetri” e “posizionata quasi centralmente sulla strada e perfettamente visibile”. Appariva inverosimile che la buca si potesse essere aperta improvvisamente al passaggio dell’attrice e pertanto il Comune non poteva essere considerato responsabile.

Inoltre, secondo il Giudice, “una maggiore attenzione da parte dell’attrice avrebbe impedito la caduta ed i conseguenti danni i quali non trovano la loro efficienza causale nella cattiva manutenzione della strada ma nell’incauto comportamento del pedone”.

La norma che disciplina la responsabilità del proprietario dell’animale per i danni da questo provocati è l’art. 2052 c.c.. il quale prevede che il proprietario di un animale, o chi se ne serve, è responsabile dei danni provocati dall’animale, salvo che provi il caso fortuito.

La più recente giurisprudenza è giunta ad affermare che colui che ha la proprietà o l’uso dell’animale risponde per il solo nesso di causalità fra l’azione dell’animale e l’evento, indipendentemente da una sua negligenza, imprudenza o imperizia o da una concreta colpa nella custodia dell’animale.

Come visto, la responsabilità di cui si discorre costituisce un’ipotesi di responsabilità oggettiva «che risponde all’intento legislativo di privilegiare il danneggiato sul danneggiante con il limite del caso fortuito».

In altri termini, ai sensi dell’art. 2052 c.c., la responsabilità del proprietario o detentore dell’animale è presunta, ed è fondata sul rapporto di fatto con l’animale stesso. La presunzione di colpa del custode dell’animale per il danno cagionato dallo stesso è superabile solo con la prova del caso fortuito.

Cos’è, esattamente, il caso fortuito?

La Suprema Corte (14/09/2000, N. 12161) ha stabilito che: “La responsabilità di cui all’art. 2052 c.c., prevista a carico del proprietario o di chi si serve dell’animale per il periodo in cui lo ha in uso, in relazione ai danni cagionati dallo stesso, trova un limite solo nel caso fortuito, ossia nell’intervento di un fattore esterno nella causazione del danno, che presenti i caratteri della imprevedibilità, della inevitabilità e della assoluta eccezionalità: all’attore compete solo di provare l’esistenza del rapporto eziologico tra il comportamento dell’animale e l’evento lesivo, mentre il convenuto, per liberarsi, deve provare l’esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere detto nesso causale, non essendo sufficiente la prova di aver usato la comune diligenza nella custodia dell’animale”.

Il caso fortuito è, dunque, un fattore esterno alla causazione del danno, che presenta i caratteri della imprevedibilità, della inevitabilità e della assoluta eccezionalità.

E’ importante sottolineare che tale fattore esterno, secondo giurisprudenza unanime, comprende anche il fatto colposo del danneggiato o di un terzo, che abbia avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno.

L’imprevedibilità, ai fini dell’individuazione del caso fortuito, opera sotto il profilo oggettivo, nel senso che è necessario accertare l’eccezionalità del fattore esterno, e non già come elemento idoneo ad escludere la colpa del proprietario.

Il proprietario dell’animale, quindi, risponderebbe ai sensi dell’art. 2052 c.c. sulla base non già di un proprio comportamento o di una propria attività, ma della mera relazione (di proprietà o di uso) esistente fra lui e l’animale, nonché del nesso di causalità sussistente fra il comportamento di quest’ultimo e l’evento dannoso, fattori — questi — di cui deve dare prova il danneggiato.

Ebbene, delineata l’essenza del caso fortuito, pare opportuno evidenziare che due attuali pronunzie della Suprema Corte hanno fortemente eroso il concetto di “imprevedibilità” e, conseguentemente, non riconosciuto il caso fortuito e condannato il proprietario dell’animale.

Nella recente decisione N. 15713 del 15 aprile 2015 la Cassazione ha, infatti, statuito che il caso fortuito “si realizza quando un fattore causale, sopravvenuto, concomitante o preesistente ed indipendente dalla condotta del soggetto renda eccezionalmente possibile il verificarsi di un evento, assolutamente non prevedibile e non evitabile”.

La questione oggetto di esame ha riguardato la fuga di un cane dal cancello che a causa di un guasto elettrico era rimasto aperto. Il cane in questione ha morso due persone e il proprietario è stato condannato per lesioni colpose dalla Corte d’Appello di Palermo, dopo essere stato esentato da responsabilità dal Giudice di Pace di Termini Imerese.

In primo grado è stato ribadito che il padrone può liberarsi della responsabilità per i danni cagionati dal proprio animale soltanto dimostrando il caso fortuito. Il mancato funzionamento di un cancello automatico è stato considerato caso fortuito che ha consentito al cane di scappare dal giardino e aggredire due uomini.

Tale decisione è pienamente condivisibile.

La Procura della Corte d’Appello di Palermo, tuttavia, ha adito la Cassazione motivando che il ripetersi della circostanza del mal funzionamento del cancello elettrico escludeva i caratteri dell’imprevedibilità del caso fortuito e che l’aver lasciato il cane libero di circolare nel proprio giardino non era comunque da considerarsi un “comportamento doverosamente adeguato” per evitare danni.

La Suprema Corte ha avallato tali argomentazioni ed ha sottolineato che l’evento, preso a fondamento della causa di punibilità si era già verificato, e che quindi “è concettualmente incompatibile con il proprium del caso fortuito, appunto caratterizzato dall’imprevedibilità dell’accadimento, ossia dalla assoluta episodicità e straordinarietà”.

L’ordito argomentativo della Suprema Corte non coglie, a sommesso parere di chi scrive, quella che è la essenza, oltreché la ratio storica, del caso fortuito.

Se è vero, come lo è, che il caso fortuito è costituito da un fattore esterno imprevedibile, a nulla giova argomentare che il cancello in questione aveva già in passato subito malfunzionamenti.

Il fattore esterno imprevedibile sussiste comunque.

Ed ancora fortemente criticabile l’osservazione che “ l’aver lasciato libero il cane nel proprio giardino non è da considerarsi un comportamento adeguato”.

Ma allora ci si domanda se le norme che vietano di tenere alla catena, o comunque in costrizione all’interno di spazi ristretti i cani, siano o meno lecite, o quantomeno antitetiche datosi che non è un comportamento adeguato lasciare libero il cane all’interno del proprio giardino.

La decisione oggetto di esame è ancora di più sorprendente alla luce della lettura di un’altra recente pronunzia della Suprema Corte (n. 7093 del 9 aprile 2015).

I Supremi Giudici, nella citata decisione, hanno mirabilmente ribadito che il caso fortuito è costituito esclusivamente da un fattore esterno che abbia i caratteri dell’imprevedibilità. E che tale imprevedibilità (ndr causata dal fattore esterno) nulla ha in comune con l’imprevedibilità dei comportamenti dell’animale, costituendo una caratteristica ontologica di ogni essere privo di raziocinio, non può costituire un caso fortuito che esonera dalla responsabilità il custode.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, con sentenza n. 7093 del 9 aprile 2015 scorso, confermando la responsabilità del gestore di un maneggio dichiarata dalla Corte d’Appello di Venezia per i danni subiti da un’allieva a seguito della caduta da un cavallo imbizzarrito durante una lezione di equitazione.

La citata pronunzia è particolarmente interessante anche per la chiara disamina dell’applicazione al caso di specie tra l’art. 2050 e l’art. 2052 c.c.

Innanzitutto, sostengono gli Ermellini, la valutazione dell’equitazione come attività pericolosa non può essere compiuta in astratto ma accertata in base alle modalità con cui viene impartito l’insegnamento, alle caratteristiche degli animali impiegati e alla qualità degli allievi. E sebbene possa adottarsi quale criterio orientativo quello di considerare pericolosa l’attività che consiste nell’impartire lezioni a principianti e fanciulli e non ad esperti, l’accertamento di fatto spetta al giudice di merito ed è sottratto al sindacato di legittimità.

Né sono idonei a cambiare l’inquadramento dato alla materia dalla corte territoriale, gli altri due argomenti addotti dal ricorrente.

Quanto all’accidentalità, infatti, è irrilevante che l’animale venga a contatto col danneggiato accidentalmente o per volontà del proprietario o di terzi, poiché per l’art. 2052 c.c. chi usa l’animale per un proprio interesse (anche non patrimoniale) deve rispondere comunque dei danni da esso causati.

La questione è stata inquadrata nella presunzione di responsabilità ex art. 2052 c.c.

Di conseguenza i Supremi Giudici hanno ribadito che “non può attribuirsi efficacia liberatoria alla semplice prova dell’uso della normale diligenza nella custodia dell’animale stesso o della mansuetudine di questo, essendo irrilevante che il danno sia stato causato da impulsi interni imprevedibili o inevitabili della bestia. L’animale, infatti, sensu caret e l’imprevedibilità dei suoi comportamenti non può per ciò costituire un caso fortuito, costituendo anzi una caratteristica ontologica di ogni essere privo di raziocinio”.

Una presunzione di responsabilità, dunque, che al pari di quella prevista dall’art. 2052 c.c. può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa.

Tornando all’essenza del fattore esterno imprevedibile, si legge in altra pronunzia della Cassazione (Cass. N. 49690/2014) che ha trattato il caso di un cane che ha rotto la catena ed ha aggredito un passante, che “la circostanza che il cane abbia rotto la catena aggredendo un passante non esonera il proprietario da responsabilità poiché il proprietario ha sempre l’obbligo di verificare, per evitare danni a terzi, che la postazione del cane sia effettivamente sicura quindi deve controllare che la catena sia ben ancorata e in un buono stato di manutenzione”.

Parimenti discutibile pare la decisione della Suprema Corte (N. 15895 depositata il 20 luglio 2011), con la quale la Corte ha stabilito che il proprietario dell’animale che morde un minore è responsabile del fatto anche se il bambino viene morso in un giardino privato.

La Circostanza che l’aggressione oggetto di esame sia avvenuta all’interno di un giardino di proprietà di un terzo non è stata considerata “caso fortuito”.

In particolare, la Suprema Corte ha ritenuto errata in diritto la sentenza di secondo grado che ha considerato come caso fortuito l’ingresso del minore nel giardino di proprietà di un terzo, sulla base dell’assunto che il cane si trovava in un luogo privato, recintato e chiuso da un cancello. La Corte ha spiegato che nonostante il giardino fosse chiuso si era rivelato inadeguato al punto da permettere di accedervi perfino a un bambino di tre anni.

Per questo motivo la Corte ha ritenuto di escludere ogni carattere di eccezionalità all’evento, confermando la responsabilità a carico del proprietario del cane.

Ma già questo lavorìo erosivo del caso fortuito si trova in Cass. N. 9037/2010 e N. 11570/2009

Nel primo caso esaminato il proprietario dell’animale è stato condannato al risarcimento dei danni, nonostante avesse fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Secondo la Suprema Corte “non è sufficiente avere legato il cane alla catena ed aver apposto il cartello “attenti al cane” per scagionarsi dalla responsabilità”.

Insomma solo un evento improvviso tale da superare “ogni possibilità di resistenza o contrasto da parte dell’uomo”, potrebbe eventualmente scagionare i proprietari.

Nel secondo caso, egualmente, la Suprema Corte ha statuito che legare il cane al guinzaglio non è sufficiente per esimersi da responsabilità, a prescindere dalla taglia del cane. La questione nota, appunto, per essere il cane in questione di piccola taglia che ha aggredito una anziana signora sulle scale della metropolitana a Milano, sia per le pronunzie di primo e secondo grado che hanno dato ragione al proprietario del cane.

Al di là dei dubbi (opportuni) in punto di applicabilità dell’art. 1227 c.c. ai due casi sopra citati, pare proprio che negli ultimi 4-5 anni i Supremi Giudici stiano erodendo il concetto di caso fortuito con la conseguenza di condanne seriamente discutibili in danno dei proprietari di animali.

Tale discutibilità, in punto di diritto, è corroborata anche da diverse pronunzie della Suprema Corte riguardo gli incidenti sulla strada provocati da cani abbandonati.

Ebbene, secondo la Suprema Corte, la presenza di cani abbandonati in autostrada costituisce caso fortuito, ergo nessun risarcimento danni .

La presenza di un cane in autostrada non può considerarsi un evento prevedibile. Con questa motivazione la terza sezione civile della Corte di Cassazione (sentenza n.7037/2012) ha ravvisato “ il caso fortuito, nel probabile abbandono dei cani da parte di un terzo, desunto dalla presenza, nelle adiacenze, di un’area di servizio e dalla mancanza di una via di fuga per gli stessi, fatto imprevedibile e inevitabile nel suo accadimento repentino non potendosi pretendere un continuo controllo della sede autostradale onde impedirlo”.

Ed allora, se costituisce un fatto “ imprevedibile” il probabile abbandono di cani da parte di un terzo, è altresì un fatto imprevedibile la rottura del cancello elettrico che causa la fuga del cane, l’immissione di un terzo nel giardino di proprietà privata, la rottura della catena del cane, ecc.

Si segnala, peraltro, che anche su quest’ultimo caso specifico vi sono state decisioni contrastanti, basti menzionare la sentenza n. 2308/2007 con la quale è stato stabilito che in caso di incidente in autostrada provocato dalla presenza di un cane, o di un altro animale, la società autostrade è tenuta al risarcimento dei danni.

In definitiva, in coerenza con il concetto puro di “caso fortuito”, lo stesso dovrebbe sempre essere riconosciuto, nell’alveo dei casi di responsabilità oggettiva, quando il custode prova l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso causale.

Avv. Emanuela Foligno

Foro di Milano

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