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Cass. sent. n. 61/2019

dodici messaggi

È stato condannato l’uomo che aveva inviato dodici messaggi via whatsapp a una dottoressa. La Cassazione ha confermato il reato di stalking

La Corte d’appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stato condannato un uomo accusato del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. Nella specie, l’imputato aveva perseguitato la vittima, inviandole dodici messaggi via whatsapp (dodici per l’esattezza) e rivolto a quest’ultima continue telefonate.

Per la difesa si trattava di fatti privi di qualsivoglia idoneità lesiva dell’altrui integrità e soprattutto, non integranti la fattispecie penale a lui ascritta.

In verità, dopo aver ricevuto due denuncia dalla persona offesa, lo stesso era già stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Secondo i giudici di merito, infatti, al di là del limitato arco temporale nel quale le condotte illecite erano state perpetrate ai danni della vittima quel che rilevava era l’intensità del loro contenuto.

In particolare, venivano in questione, due telefonate: una da parte dell’utenza dell’imputato, rimasta senza risposta, cui aveva fatto seguito la telefonata della persona offesa per capire chi fosse il suo interlocutore; un’altra effettuata da parte di soggetto rimasto non identificato, ma, secondo quanto emerso dalle indagini effettuata su ordine dello stesso, di contenuto chiaramente minaccioso.

Vi erano poi, vari sms concentrati nel tempo, ben dodici, con sei fotografie e tre video che riprendevano la persona offesa mentre si trovava presso i carabinieri per formalizzare la querela.

Sono queste – a detta dei giudici della Cassazionele gravi intrusioni alle quali la sentenza di primo grado aggiunge l’attributo della fisicità, per sottolinearne la penetrante invasione della sfera intima della persona offesa e non certo per attribuire al ricorrente condotte di carattere fisico. (Cass. sent. n. 61/2019).

E l’intensità di sviluppo dell’azione criminosa rende del tutto ragionevole il giudizio di attendibilità espresso dai giudici di merito, quanto alle dichiarazioni della persona offesa, la quale aveva riferito di avere provvisoriamente pernottato in altra abitazione, sospendendo la propria attività professionale, nel timore che l’imputato potesse raggiungerla presso il suo studio professionale.

Ciò integra con sicurezza l’evento di danno richiesto dalla norma.

Va, peraltro, osservato che nel delitto di atti persecutori, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice; esso, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica, anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014).

Senza alcun dubbio, il ricorso è stato rigettato.

Il numero dei messaggi

La questione che, nella fattispecie in esame, viene in rilievo è la seguente: dopo quanti messaggi o telefonate può dirsi integrato il delitto di stalking?

Ebbene, la Cassazione ha sempre posto in evidenza due aspetti: il numero dei messaggi, e l’arco temporale che deve essere “relativamente ampio”. Ciò vuol dire che non basta inviare un numero sufficientemente ampio di messaggi per poter essere incriminati per atti persecutori, posto che tale condotta deve essere perpetrata ai danni della vittima in un arco temporale pressoché prolungato.

Se così fosse vero, pero, si finirebbe per escludere atteggiamenti verosimilmente rientranti sotto la fattispecie penale, di rilevanza non trascurabile. Si pensi al caso di un gran numero di messaggi inviati in pochi giorni o in un sol giorno.

Cosicché in una recente sentenza la Cassazione (Cass. n. 52585/2017) ha avuto modo di affermare che perché si verifichi il reato di stalking perché si configuri il reato è pur sempre necessaria una significativa intrusione nell’altrui sfera personale che assurga al livello di molestia o disturbo ingenerato dall’attività di comunicazione di per sé, a prescindere dal suo contenuto, che non può prescindere da una dimensione temporale del fenomeno che raggiunga una certa consistenza. In una sola ora, del resto, è difficile pensare che la vittima abbia potuto subire uno stato di ansia o un timore per la propria incolumità.

Non va neppure dimenticata un altro precedente arresto giurisprudenziale, analogo al caso in esame, ove il Consiglio di Stato, ha condannato una donna per l’invio di circa 19 messaggio, nell’arco temporale di circa un mese. (Cons. Stato n. 4241/2016)

Sabrina Caporale

 

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dipendente

Non è stato riconosciuto alcun risarcimento al dipendente pubblico in causa contro il Ministero della Giustizia, per le patologie conseguenti ai carichi di lavoro: prova giudicata insufficiente!

In giudizio grava sul dipendente l’onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto, dimostrando la riconducibilità dell’infermità alle modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla qualifica rivestita

Il principio di diritto è stato ribadito dai giudici della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza della sezione VI Civile, n. 61/2019.

La Corte d’appello di Napoli, aveva rigettato la domanda proposta da un dipendente del Ministero della Giustizia che chiedeva il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, di determinate infermità (artrosi mano destra; sindrome ansioso depressiva, artrosi e periartrite scapolo omerale destra e artrosi del gomito destro) e il conseguente accertamento del diritto alla corresponsione dell’equo indennizzo.

L’uomo era impiegato quale segretario assegnato alla III Sezione civile della Pretura di Napoli, poi alla IV e successivamente alla Sezione lavoro (ove svolgeva attività di assistenza magistrati udienza e relative verbalizzazioni, movimentazione di fascicoli con notevole sollecitazione muscolare delle braccia e del rachide vertebrale).

Cosicché il procedimento proseguiva in Cassazione.

Secondo i giudici della Cassazione il ricorso non è fondato.

La Corte di merito ha correttamente posto a carico della parte ricorrente l’onere di dedurre e dimostrare quali fossero le caratteristiche delle prestazioni di lavoro asseritamente causa delle lamentate affezioni.

È principio di diritto ormai consolidato quello per cui “In giudizio grava sul lavoratore l’onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto dimostrando la riconducibilità dell’infermità alle modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla qualifica rivestita, non configurando, le mansioni inerenti alle qualifiche, un fatto notorio che non necessita di prova, atteso che esse sono variabili in dipendenza del concreto posto di lavoro, della sua localizzazione geografica, dei turni di servizio, dell’ambiente in generale, essendo assolutamente irrilevante che la controparte non abbia contestato, con la comparsa di costituzione in primo grado, le modalità della prestazione lavorativa allorquando dette modalità non siano state precisate.

Inoltre, nelle patologie aventi eziologia cd. multifattoriale, il nesso di causalità fra attività lavorativa ed evento, in assenza di un rischio specifico, non può essere oggetto di presunzioni di carattere astratto ed ipotetico, ma esige una dimostrazione, quanto meno in termini di probabilità, ancorata a concrete e specifiche situazioni di fatto, con riferimento alle mansioni svolte, alle condizioni di lavoro e alla durata e intensità dell’esposizione a rischio” (così Cass. Sez. U. n. 11353 del 17/06/2004 e successive conformi, tra cui Cass. n. 16778 del 17/07/2009).

L’azione proposta dal dipendente del Ministero della Giustizia, era al contrario, nella sua formulazione carente di tali elementi e pertanto il ricorso non poteva essere accolto perché manifestamente infondato.

La redazione giuridica

 

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