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responsabilità medica

Con la sentenza in commento n. 6593/2019, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, è intervenuta nuovamente sul tema della prova del nesso causale nell’ambito della responsabilità medica

Anche in ambito di responsabilità medica, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento”.

La vicenda

È quanto affermato recentemente dalla Suprema Corte in tema di responsabilità medica.

Gli eredi di un paziente deceduto in seguito a un intervento chirurgico, avevano proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la decisione di primo grado, con cui il Tribunale aveva addossato la prova del nesso causale al creditore.

In particolare, a parere dei ricorrenti, l’organo giudicante di secondo grado aveva erroneamente ritenuto “con apparente o, comunque, insufficiente ed illogica motivazione”, che il Tribunale di prime cure avesse “correttamente invocato ed applicato i principi giuridici in materia di responsabilità contrattuale medica”.

Inoltre, gli appellanti assumevano che la sentenza di primo grado aveva “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anzichè al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando la pronuncia, non aveva “spiegato perchè sarebbe conforme al diritto in materia l’avere il Tribunale erroneamente onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato“.

Il giudizio di legittimità

La Cassazione con la sentenza in commento ha invece confermato la decisione della Corte di Appello, ribadendo i principi generali e ormai consolidati in tema di onere probatorio.

A tal proposito, è opportuno ricordare che a seguito della legge Gelli – Bianco, è in parte stata modificata la disciplina della natura della responsabilità in ambito sanitario, con rilevanti conseguenze in tema di riparto dell’onere probatorio.

Il legislatore ha infatti chiarito, la natura della responsabilità del sanitario dipendente e della struttura, fugando i dubbi che si erano manifestati nell’ambiguità delle disposizioni della previgente disciplina (il Decreto Balduzzi).

La natura della responsabilità del medico è ormai di natura extracontrattuale, mentre quella della struttura sanitaria, che ha origine nel contratto di spedalità, continua a essere di natura contrattuale.

Ciò comporta importanti conseguenze in tema di onere probatorio. Il paziente, infatti, se vuole citare la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento del danno, dovrà dimostrare la fonte del suo diritto e allegare l’inadempimento del suo debitore.

Il termine di prescrizione in tal caso sarà di dieci anni, a differenza del termine prescrizionale per agire contro il sanitario, che sarà quello della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c. c., ovvero cinque anni.

I giudici di legittimità, anche con precedenti pronunce, avevano però già specificato che in tale ultimo caso il paziente creditore è dispensato dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere probatorio di provare il nesso causale che intercorre tra condotta e danno patito (Cass. civ. 18392/2017).

Con la pronuncia in commento pertanto la Cassazione conferma quanto già affermato in precedenza, stabilendo che spetta al paziente provare il nesso eziologico tra la condotta e la lesione, mentre spetta alla struttura dimostrare di aver adempiuto correttamente.

Tale impostazione da ultimo conferma i principi civilistici generali in tema di riparto dell’onere probatorio.

Di certo però la nuova disciplina ha destato perplessità in merito alla diversificazione della natura delle responsabilità della struttura sanitaria e del medico, segnando il tramonto secondo alcuni del “contatto sociale”, per lungo tempo elaborato dalla giurisprudenza.

Il nesso causale

Per quanto detto fino ad ora, merita un approfondimento il concetto di nesso causale in tema di responsabilità civile.

Il nesso causale che deve provare il paziente si configura come il collegamento che deve intercorrere tra la condotta imprudente, imperita o negligente del medico e la patologia o il suo aggravamento che da questa è conseguita.

Occorre cioè dimostrare che la lesione che il paziente patisce sia la conseguenza della cattiva condotta del sanitario.

Per compiere tale accertamento, è necessario eliminare alcuni comportamenti per verificare se, in assenza di questi, la lesione si sarebbe comunque verificata. Viene dunque applicata la cosiddetta teoria condizionalistica, ben nota in ambito penale.

Ciò che distingue l’accertamento del nesso causale in ambito civile è però l’applicazione della regola del “più probabile che non”. Mentre il penale occorre un accertamento che vada oltre “ogni ragionevole dubbio”, in ambito civile un evento potrà dirsi causato da una determinata condotta se è più probabile che, senza di essa, questo non si sarebbe verificato (Cass. S.U.  n. 581/2008).

Ciò che appare problematico nell’accertamento del nesso causale è che, come ricostruito dalla Corte di Cassazione, esso si configura come una relazione tra due fatti da accertare a posteriori.

Non si tratta di per sé di un fatto, ma di un giudizio. Un ragionamento che si ricostruisce sulla base di dati fattuali.

Di tali dati il paziente creditore potrà dare prova con ogni mezzo: documenti, testimoni, giuramento o presunzioni semplici (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Il principio di diritto

Il quadro viene così sinteticamente ricostruito dai giudici di legittimità: “Questa Corte, ormai da dieci anni, viene costantemente ripetendo in tema di nesso causale i seguenti principi:

(a) il nesso di causa tra una condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile;

(b) la ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto;

(c) ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.” (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Alla luce delle considerazioni esposte, il paziente, se vorrà agire anche nei confronti del sanitario dipendente di una struttura, dovrà dunque dimostrare il danno ricevuto dalla condotta del medico, ma anche il nesso eziologico tra la suddetta condotta e il danno.

L’onere probatorio di cui è gravato, così come ricostruito, non è certo semplice da assolvere.

Avv. Laura Bellanca

 

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indennità di disoccupazione

Con un recente messaggio (n. 909 del 05/03/2019) l’Istituto di previdenza nazionale ha fornito chiarimenti in materia di indennità di disoccupazione NASpI per i detenuti che svolgono attività lavorativa alle dipendenze dell’Istituto penitenziario

Il messaggio si pone in linea di continuità con la normativa di riferimento e la giurisprudenza di legittimità, nonché con i pareri forniti dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e dal Ministero della Giustizia, in ordine all’erogabilità della prestazione di indennità di disoccupazione nei confronti del detenuto impegnato in attività di lavoro presso l’Istituto penitenziario ove si trova ristretto.

Come noto, l’articolo 20 –sostituito dall’articolo 2 del D.lgs 2 ottobre 2018, n. 124 – della legge 26 luglio 1975, n. 354, recante “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, stabilisce ai commi 1 e 2, rispettivamente, che negli Istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati, al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale e si precisa anche che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato.

Il successivo comma 13 dispone, inoltre, che la durata delle prestazioni lavorative non può superare i limiti stabiliti dalle leggi vigenti in materia di lavoro e devono essere garantiti il riposo festivo, il riposo annuale retribuito e la tutela assicurativa e previdenziale.

Sul punto si è espressa anche la Suprema Corte di Cassazione, I sezione penale, con la decisione n. 18505 del 3 maggio 2006, la quale ha affermato che “l’attività lavorativa svolta dal detenuto all’interno dell’Istituto penitenziario ed al medesimo assegnata dalla Direzione del carcere non è equiparabile alle prestazioni di lavoro svolte al di fuori dell’ambito carcerario e, comunque, alle dipendenze di datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria. Detta attività, infatti, ha caratteri del tutto peculiari per la sua precipua funzione rieducativa e di reinserimento sociale e per tale motivo prevede la redisposizione di graduatoria per l’ammissione al lavoro ed è soggetta a turni di rotazione ed avvicendamento che non possono essere assimilati a periodi di licenziamento che, in quanto tali, danno diritto all’indennità di disoccupazione”.

Il diritto alla indennità di disoccupazione da licenziamento

Ebbene, l’Inps ha chiarito che ai soggetti detenuti in Istituti penitenziari, che svolgano attività lavorativa retribuita all’interno della struttura ed alle dipendenze della stessa, non può essere riconosciuta la prestazione di disoccupazione in occasione dei periodi di inattività in cui essi vengano a trovarsi.

È fatto salvo, invece, il diritto dei medesimi soggetti alla indennità di disoccupazione da licenziamento nel caso in cui il rapporto di lavoro si sia svolto con datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria.

Dal punto di vista contributivo, gli Istituti penitenziari sono comunque tenuti al versamento della contribuzione contro la disoccupazione per i detenuti che svolgono attività alle loro dipendenze.

Sotto il profilo assicurativo, detta contribuzione sarà utile – nel caso di cessazione involontaria da un rapporto di lavoro con datori di lavoro diversi dall’Istituto penitenziario – ai fini della prestazione di disoccupazione NASpI, qualora rientrante nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse il loro stato di detenzione, questi continueranno ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse lo stato di detenzione, questi, in forza della legge 28 febbraio 1987, n. 56 continueranno ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.

La redazione giuridica

 

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Morì per una dose eccessiva di farmaco

Annullata in Cassazione la sentenza di condanna di 4 sanitari accusati di omicidio colposo per il decesso di una donna che morì per una dose eccessiva di farmaco chemioterapico

Processo da rifare per la morte di Valeria Lembo, la giovane che morì per una dose eccessiva di farmaco chemioterapico a 34 anni. La vicenda risale al dicembre del 2011. La donna, affetta dal morbo di Hodgkin, era in cura presso il reparto di oncologia del Policlinico di Palermo. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti le furono somministrate per errore 90 unità – anziché 9 – di vinblastina. La ragazza, madre di un figlio che all’epoca aveva un anno e mezzo, morì tra atroci sofferenze dopo una decina di giorni.

Il caso aveva visto la condanna di 4 sanitari del presidio ospedaliero per omicidio colposo. Nello specifico erano finiti a giudizio il primario del reparto, un’infermiera, un’oncologa e uno specializzando. Per i primi due la Corte di Cassazione, tuttavia, nelle scorse ore, ha annullato con rinvio la sentenza della corte di appello.

La difesa del primario, condannato a 4 anni e 6 mesi, aveva sostenuto, in particolare, la tesi della mancanza di nesso diretto fra i notevoli problemi riscontrati nel reparto e il decesso della donna. C’era poi anche un problema formale, collegato al difetto di notifica dell’inizio del processo di secondo grado.

Anche per gli altri due imputati la sentenza di secondo grado è stata annullata con rinvio. In questo caso, tuttavia, la colpevolezza è stata confermata e nel nuovo giudizio di appello dovrà solo essere rideterminata la pena.

I familiari della vittima si erano costituiti parte civile. Nel dibattimento erano emersi una serie di errori che erano costati la vita alla donna. Errori talmente gravi –riporta il Giornale – che gli imputati avrebbero cercato di coprirsi, per poi accusarsi a vicenda.

 

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memorie

Nel giudizio di cassazione è inammissibile il deposito di memorie ex art. 378 c.p.c., prima dell’udienza di discussione, da parte dell’intimato che si sia costituito oltre il termine fissato nell’art. 370 c.p.c., comma 1, e non abbia concretamente partecipato alla discussione orale

L’articolo 378 c.p.c. è norma generale che prevede la possibilità per le parti di presentare memorie in cancelleria entro il termine di cinque giorni prima dell’udienza.

Le memorie sono uno strumento difensivo fondamentale nei processi dinanzi all’autorità giudiziaria, dal momento che consentono alle parti di illustrare la propria posizione su questioni di fatto e di diritto in ordine alla controversia oggetto di causa.

E proprio come per tutti gli atti di causa, anche le memorie vanno rese note alla controparte mediante deposito in cancelleria o mediante notificazione entro i termini di legge e nel rispetto delle fasi processuali.

Ebbene, il principio sopra richiamato è stato più volte ribadito dalla giurisprudenza della Cassazione.

Il principio di diritto

Detto in altri termini, nel giudizio di cassazione è irricevibile la memoria difensiva presentata in prossimità dell’udienza con la quale la parte che non ha depositato il controricorso spiega, per la prima volta, le ragioni di resistenza al ricorso, perché, in assenza di controricorso, la parte intimata non può presentare memorie.

Di recente gli Ermellini sono tornati sul punto e hanno affermato che il principio trova applicazione anche nel procedimento camerale ai sensi dell’art. 380 bis 1 c.p.c. (procedimento per la decisione sull’inammissibilità del ricorso), cosicché in mancanza di un controricorso notificato nei termini di legge, come accaduto nel caso in esame, l’intimato non è legittimato al deposito di memorie illustrative ex art. 378 c.p.c., anche se munito di regolare procura speciale ad litem.

Il suo onere è infatti quello di notificare dapprima il controricorso, ancorché tardivamente, e poi interloquire con la memoria di cui al citato art. 380 bis 1 c.p.c. “Almeno venti giorni prima della data stabilita per l’adunanza, il decreto è notificato agli avvocati delle parti, i quali hanno facoltà di presentare memorie non oltre cinque giorni prima”.

La redazione giuridica

 

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segnaletica

Il Giudice di Pace di Frosinone ha ribadito il principio per cui la segnaletica indicante le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità deve essere ben visibile, pena l’annullabilità del verbale di contravvenzione

L’importanza della segnaletica è principio ormai costante non solo nella giurisprudenza di legittimità ma anche in quella di merito, oltre a trovare espresso riconoscimento nella legge n. 160 del 03.10.2007.

La vicenda

Viaggiava sull’autostrada A1 Milano-Roma-Napoli quando all’altezza del km di pertinenza del comune di Frosinone superava il limite massimo di velocità calcolato con il cd. Sistema tutor.

Cosicché dopo poco tempo le veniva notificata la multa per violazione dell’all’art. 142 Codice della Strada.

Senonché con ricorso depositato dinanzi al Giudice di Pace di Frosinone l’automobilista presentava opposizione al verbale di contravvenzione per l’infrazione commessa.

L’ufficio con propria ordinanza non sospendeva l’esecutività del provvedimento impugnato e fissava l’udienza di comparizione delle parti ordinando all’autorità che aveva emesso il provvedimento di depositare in cancelleria copia del rapporto con gli atti relativi all’accertamento, nonché alla contestazione o notifica della violazione.

La decisione

Per il giudice adito l’opposizione merita accoglimento.

Ed infatti la parte opponente, tra tutti i motivi di ricorso, aveva eccepito la mancata contestazione immediata della violazione al codice della strada, l’omessa taratura e omologazione dell’apparecchio, nonché l’inidoneità della segnaletica.

I suddetti motivi sono stati analizzati separatamente.

Quanto al primo punto, quello attinente cioè la mancata contestazione immediata dell’infrazione, esso – afferma il giudice di pace adito – non può essere accolto, in quanto proprio per le caratteristiche del Sistema (Tutor) è impossibile la contestazione immediata in quanto esso permette la rilevazione della velocità solo successivamente al passaggio del veicolo, nel tratto interessato.

Altrettanto priva di fondamento era l’asserita circostanza secondo cui le suddette rilevazioni sarebbero state poco attendibili.

A tal proposito la parte ricorrente avrebbe dovuto dare prova della mancata revisione degli stessi apparecchi: è onere della parte opponente, infatti, dimostrare che gli stessi non funzionavano o comunque non erano stati sottoposti a revisione.

Diverso discorso per quanto riguarda le considerazioni sulla mancata segnalazione.

Dagli atti era emerso, infatti, che la velocità istantanea era stata rilevata nel tratto autostradale interessato attraverso il rilevamento della velocità media, cd. Tutor.

Ma la polizia municipale non aveva dato prova dell’idonea segnalazione.

Occorre rilevare che in materia di sanzioni amministrative irrogate per eccesso di velocità, ai fini della validità del verbale di contestazione, è necessaria la presenza di segnaletica di preventiva informazione, agli automobilisti in transito, del posizionamento dell’apparecchio autovelox (Cassazione civile, se. VI, ordinanza 13.01.2011 n. 680).

Mezzi di rilevamento elettronico della velocità: l’importanza della segnaletica

E’ opportuno ricordare che il legislatore prima, e la prevalente Giurisprudenza di legittimità e di merito poi, hanno più volte posto l’evidenza sulla necessità di dar informativa agli utenti della strada circa l’esistenza dei limiti di velocità e l’utilizzo di mezzi di rilevamento elettronico; informativa di carattere preventivo che consiste in una divulgazione rispettosa dei requisiti di congruità, idoneità e correttezza.

Tale principio è stato di recente ribadito con la legge n. 160 del 03.10.2007, di conversione del D.L. n. 177 del 03.08.2007, che ha introdotto nell’art. 142 C.d.S. il comma 6-bis “le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazioni luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice. La modalità di impiego sono stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’Interno“.

L’insistenza su tale punto, confermata anche dalla legge, non può essere trascurata ed evidenzia che la segnaletica deve essere idonea per dimensionamento, visibilità, leggibilità e posizionamento e che la violazione di uno solo di questi parametri può provocare l’illegittimità dell’accertamento secondo prudente apprezzamento.

E visto che agli atti  – conclude il giudice adito -, non risulta depositata alcuna documentazione, anche fotografica, da far ritenere rispettato il principio poc’anzi riportato, non vi è certezza dell’idoneità rispetto al punto di rilevamento, anche al fine di verificare la possibilità per l’utente di regolare per tempo la velocità di percorso.

Vittoria dunque, per l’automobilista e provvedimento annullato.

La redazione giuridica

 

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reati procedibili a querela

Minaccia grave e reati procedibili a querela. Innovazioni della c.d. Riforma Orlando. Commento della sentenza n° 3520/2019 della Corte di Cassazione

La c.d. Riforma Orlando, avvenuta con il d. lgs. n° 36/2018, ha apportato rilevanti modifiche al codice penale. Le novità hanno riguardato anche la materia dei reati procedibili a querela.

Ebbene, solo per mera chiarezza, occorre precisare a chi legge che i reati si distinguono in due categorie : reati procedibili a querela e reati procedibili di ufficio.

Ferme restando le differenze di tipo sostanziale, l’aspetto peculiare che in questa sede rileva – ad avviso di chi scrive – è il seguente : in presenza di un reato procedibile a querela, il procedimento penale può concludersi bonariamente tra le parti, mediante la remissione di querela da parte della persona offesa e l’accettazione della remissione di querela da parte dell’indagato/imputato.

Per contro, laddove il reato contestato ad una persona risulti procedibile di ufficio, anche in presenza di un eventuale accordo bonario tra le parti, il procedimento seguirà il suo corso.

Fatta questa breve puntualizzazione, analizziamo ora il contenuto della sentenza individuata dal n° 3520/2019.

In particolare, gli Ermellini hanno analizzato il reato di minaccia aggravata, alla luce proprio della c.d. Riforma Orlando.

Infatti, nel caso in esame, innanzitutto il Collegio di Legittimità ha chiarito che alla luce della novella normativa, la minaccia grave, laddove non fosse consumata secondo le forme previste dall’art. 339 c.p., risulta ora procedibile a querela.

Pertanto, trattandosi di una innovazione del diritto sostanziale, la sua applicabilità è immediata.

Dunque, nella fattispecie de qua, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio una precedente pronuncia, affermando che l’azione penale non potesse essere proseguita, per difetto di querela, precisando altresì che nel caso di specie le persone offese, sarebbero dovute essere state informate della prospettiva di formalizzare l’istanza punitiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione evidenziava che nel caso di specie la carenza di tale passaggio normativo risulta superata dalla circostanza della intervenuta prescrizione del reato contestato all’imputato.

Pertanto, la sentenza andava annullata senza rinvio, attesa l’intervenuta prescrizione dell’addebito contestato in rubrica all’imputato.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE PER AVER MINACCIATO SUI SOCIAL MOGLIE E FIGLIA

cartelle cliniche

Integra il reato di falso materiale in atto pubblico l’alterazione di cartelle cliniche mediante l’aggiunta di una annotazione, ancorché vera, ma in un contesto cronologico successivo e, pertanto, diverso da quello reale

Falso ideologico e falso materiale, sono questi i reati ascritti ad un medico in servizio presso l’unità operativa di ortopedia e traumatologia di un ospedale italiano. L’imputato avrebbe intenzionalmente falsificato la date delle cartelle cliniche nelle quali annotava le visite fatte in reparto; tutte recavano una data successiva a quella reale.

Fu un altro medico in servizio presso lo stesso ospedale a denunciare i fatti, chiedendo l’immediato intervento degli inquirenti. Come mai quelle cartelle cliniche riportavano una data che non combaciava con le visite da egli stesso effettuate?

Il processo

Il procedimento si svolgeva col rito abbreviato. All’esito del giudizio di primo grado, il GUP era pervenuto ad affermare la penale responsabilità dell’imputato alla luce delle dichiarazioni testimoniali e della documentazione in atti.

Dalle indagini era altresì risultato come – sulle medesime cartelle – fossero state successivamente apposte annotazioni in rettifica, a firma dell’imputato, con le quali si dava atto della mera erronea indicazione della data riferita ai precedenti interventi in reparto; annotazioni da ritenersi anch’esse mendaci, in quanto recanti attestazioni non conformi al vero, poiché finalizzate all’apparente emendatio delle precedenti dichiarazioni di cui era stata già rilevata la falsità.

Il processo proseguì in Cassazione (sent. n. 55385/2018). La difesa continuava a sostenere che il giudice di merito avesse “esagerato” nel qualificare quei fatti come penalmente rilevanti. Si trattava, al contrario, di un mero errore materiale.

Il parere della Cassazione

In prima battuta, i giudici della Cassazione ribadiscono che secondo il consolidato orientamento di legittimità, la cartella clinica redatta da un medico di un ospedale pubblico ha la natura di atto pubblico, che esplica la funzione di diario del decorso della malattia e di altri eventi clinici rilevanti, sicché i fatti devono esservi annotati contestualmente al loro verificarsi.

Senonché, le attestazioni rese dal pubblico ufficiale mediante annotazione su cartella clinica – e sui documenti che vi accedono, quali il diario clinico e la scheda di dimissioni ospedaliere – debbono rispondere ai criteri di veridicità del contenuto rappresentativo, di completezza delle informazioni, di immediatezza della redazione rispetto all’atto medico descritto e di continuità delle annotazioni, in quanto finalizzate ad asseverare, con fede privilegiata, non solo la verbalizzazione dell’atto medico, ma anche la successione cronologica degli interventi, delle diagnosi, della prognosi e delle prescrizioni.

Ne deriva che tutte le modifiche, le aggiunte, le alterazioni e le cancellazioni integrano falsità in atto pubblico e perciò, sono punibili in quanto tali (Sez. 5, n.1098/1998; Sez. 5, n.31858/2009; Sez. 4, n.37925/2010).

Non ha alcuna rilevanza che il soggetto abbia agito per ristabilire la verità effettuale, in quanto le cartelle cliniche acquistano carattere definitivo in relazione ad ogni singola annotazione, così da uscire dalla sfera di disponibilità del loro, autore nel momento stesso in cui la singola annotazione viene registrata, trattandosi di atto avente funzione di “diario” della malattia e di altri fatti clinici rilevanti, la cui annotazione deve avvenire contestualmente al loro verificarsi (Sez. 5, a n.37314/2013).

Sul piano psicologico, vale ad integrare il reato in parola, il mero dolo generico. Esso – aggiungono i giudici Ermellini – non costituisce un’ipotesi di “dolus in re ipsa“, in quanto l’elemento soggettivo deve essere comunque (rigorosamente) provato. Il reato di falso, è escluso, qualora si provi che esso derivi da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo (Sez. 3, n.30862/2015; Sez. 5, n.29764/2010).

 

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messa alla prova

La Corte costituzionale con la sentenza n. 231 del 10 dicembre 2018, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della menzione nel casellario giudiziale delle ordinanze di sospensione del processo per messa alla prova

La questione di legittimità costituzionale era stata inizialmente sollevata, con ordinanza del 18 novembre 2016 (r.o. n. 47 del 2017), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, tra gli artt. 24 e 25 del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale (…)», nel testo anteriore alle modifiche, non ancora efficaci, recate dal decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 122 (Disposizioni per la revisione della disciplina del casellario giudiziale, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 18 e 19, della legge 23 giugno 2017, n. 103), in riferimento al «principio di eguaglianza e conseguentemente di ragionevolezza» di cui all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui «non prevedono che nel certificato generale del casellario giudiziale e nel certificato penale chiesto dall’interessato non siano riportate le ordinanze di sospensione del processo emesse ai sensi dell’art. 464-quater c.p.p. Si tratta cioè dei casi di concessione del beneficio della messa alla prova.

Quanto all’art. 3 Cost., l’irragionevolezza della disposizione risiederebbe nel fatto di imporre la menzione nei certificati del casellario di vicende giudiziarie meno gravi di altre per le quali è invece prevista la non menzione. Si pensi anche al diverso e più favorevole trattamento riservato ai provvedimenti che dichiarano la non punibilità ai sensi dell’art. 131-bis del codice penale, anch’essi esclusi dalla menzione nei certificati del casellario giudiziale, rispetto al caso in esame.

Quanto invece all’art. 27 Cost., lo stesso giudice rimettente ritiene che l’iscrizione dei provvedimenti relativi alla messa alla prova in relazione a un reato dichiarato estinto per esito positivo della messa alla prova, farebbe permanere «l’onta legata al trascorso giudiziale […] così vanificando la positiva esperienza risocializzatrice» del soggetto interessato.

Il giudizio di costituzionalità

A parere dei Giudici delle Leggi, l’eccezione è fondata.

Rispetto alle censure formulate in relazione all’art. 3 Cost., occorre osservare come l’implicito obbligo di includere i provvedimenti relativi alla messa alla prova nei certificati del casellario richiesti da privati, finisca per risolversi in un trattamento deteriore dei soggetti che beneficiano di questi provvedimenti (peraltro, orientati anche a una finalità deflattiva con correlativi risvolti premiali per l’imputato), rispetto a coloro che – aderendo o non opponendosi ad altri procedimenti, come il patteggiamento o il decreto penale di condanna, ispirati essi pure alla medesima finalità – beneficiano già oggi della non menzione dei relativi provvedimenti nei certificati richiesti dai privati.

Inoltre, mentre per la generalità dei casi esiste la possibilità di beneficiare della non menzione della condanna nei certificati qualora si sia ottenuta la riabilitazione (art. 24, comma 1, lettera d e art. 25, comma 1, lettera d, del t.u. casellario giudiziale), nel caso dei provvedimenti relativi alla messa alla prova la riabilitazione è per definizione esclusa, non trattandosi di condanne. Il che costituisce un ulteriore profilo di irragionevolezza ingenerato dalla disciplina censurata.

Fondate sono, anche – a giudizio della Corte Costituzionale, le questioni sollevate in relazione all’art. 27, terzo comma, Cost.

Come affermato da una recente sentenza delle Sezioni unite dalla Corte di cassazione (sentenza n. 91 del 2018), “la sospensione del procedimento con messa alla prova costituisce «istituto che persegue scopi special-preventivi in una fase anticipata, in cui viene “infranta” la sequenza cognizione-esecuzione della pena, in funzione del raggiungimento della risocializzazione del soggetto (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 31 marzo 2016, n. 36272)”.

La decisione

Non vi è, dunque, alcuna ragione plausibile perché si debba menzionare anche sui certificati richiesti dai privati – con gli effetti pregiudizievoli di cui si è detto, a carico di un soggetto che la Costituzione pur vuole sia presunto innocente sino alla condanna definitiva – un provvedimento interinale come l’ordinanza che dispone la messa alla prova, destinata peraltro, a essere travolta da un provvedimento successivo (la sentenza che dichiara l’estinzione del reato, nella normalità dei casi; o, in caso contrario, dall’ordinanza che dispone la prosecuzione del processo, laddove la messa alla prova abbia avuto esito negativo).

D’altra parte, una volta che il processo si sia concluso con l’estinzione del reato per effetto dell’esito positivo della messa alla prova, la menzione della vicenda processuale ormai definita contrasterebbe con la ratio della stessa dichiarazione di estinzione del reato, che comporta normalmente l’esclusione di ogni effetto pregiudizievole – anche in termini reputazionali – a carico di colui al quale il fatto di reato sia stato in precedenza ascritto.

 

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piazza cavour

La Corte di Cassazione ha accolto le tesi accusatorie dei magistrati sull’imputazione per omicidio preterintenzionale per i ragazzi della c.d. “banda dello spray”, autori dei tragici eventi di Piazza San Carlo a Torino

È di poche ore fa la notizia che i giudici della Cassazione hanno rigettato il ricorso presentato dal difensore di uno degli imputati della strage di Piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017, durante la finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid.

I fatti

Quella sera, perse la vita una donna, Erila Pioletti di Domodossola e circa 1500 furono i feriti.

Uno spray al peperoncino, spruzzato in mezzo alla folla e il delirio. Gli autori di quel gesto, tra i quali Bouimadaghen meglio conosciuto come “Budino”, avevano intenzione di creare il panico e trovare l’occasione giusta per riuscire rapinare cellulari e portafogli, come già avevano fatto durante altre manifestazioni nella città piemontese e in giro per l’Italia.

Per gli stessi fatti, i giudici avevano richiesto la custodia cautelare in carcere, successivamente impugnata dai loro difensori.

Ma la Cassazione non ha dubbi: si è trattato di omicidio preterintenzionale e pertanto, ha respinto il ricorso.

L’omicidio preterintenzionale

Che si trattasse di omicidio, qualcuno già lo immaginava. Ma perché omicidio preterintenzionale?

Su questa fattispecie di reato, molto si è scritto in dottrina e in giurisprudenza; specie con riferimento all’elemento soggettivo della preterintenzione.

Si tratta di tutte quelle ipotesi in cui l’evento (morte) si sia verificato involontariamente, cioè contro la volontà dell’autore o, per meglio dire, “oltre la sua volontà”.

Ma l’omicidio preterintenzionale, nonostante la frequente ricorrenza nelle teorie ricostruttive di giudici e avvocati e l’elevata attenzione da parte degli studiosi, ha dato vita a numerosi e accesi dibattiti.

Primo tra tutti, può essa costituire un tertium generis di colpevolezza?

Si è soliti ritenere, infatti, che la preterintenzione sia tecnicamente a metà strada tra il dolo e la colpa: “il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione quando l’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”.

Ne deriva che nel delitto preterintenzionale vi è una volontà di realizzare un evento meno grave di quello concretamente prodotto (necessariamente più grave).

Quanto alla volontà iniziale, essa è imputabile a titolo di dolo; a differenza dell’evento finale (più grave) rientrante nel concetto di colpa.

Il codice penale, riconduce a questa categoria un’unica fattispecie delittuosa: l’omicidio preterintenzionale, disciplinato dall’art. 584 c.p.

Chiunque con atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581 e 582 c.p., cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni”.

In altre parole, l’autore del reato risponde per fatto proprio, seppure per un fatto più grave di quello voluto.

È quello che hanno anche ritenuto i giudici della Suprema Corte di Cassazione, riguardo alla “banda dello spray” che ha agito a Piazza San Carlo.

La sera della finale di Champions, “Budino” e i suoi compagni, non vollero l’omicidio ma risponderanno, se ritenuti colpevoli, di siffatto reato.

Avv. Sabrina Caporale

 

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morte del coniuge

Il danno conseguente alla morte del coniuge dà diritto all’altro coniuge di ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, a patto che egli dimostri l’esistenza di un solido rapporto coniugale e di un progetto di vita insieme

In caso di incidente stradale, e di morte del coniuge o di un prossimo congiunto, che si tratti cioè di un componente appartenente al ristretto nucleo familiare (genitore, coniuge, fratello), si ha diritto al risarcimento del danno non patrimoniale presunto, consistente nella sofferenza morale che solitamente si accompagna alla morte di una persona cara e nella perdita del rapporto parentale. A questo va aggiunto il danno derivato dalla lesione del diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che ordinariamente caratterizza la vita familiare.

Si tratta di un principio ormai consolidato sia nella giurisprudenza di legittimità, sia in quella di merito.

Ma il caso quest’oggi in evidenza è un po’ diverso.

A fare richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale, nei termini anzidetti, era il marito di una donna, sfortunatamente deceduta a seguito di un violento impatto tra la sua auto e un mezzo agricolo.

La vicenda

Il tutto accadde su una strada pubblica, in condizioni di scarsa visibilità, quando l’autovettura della donna impattò violentemente contro un mezzo agricolo, peraltro non assicurato. A seguito dell’incidente la donna perse la vita; cosicché in seguito, il coniuge di quest’ultima decise di rivolgersi al giudice ordinario, per ivi ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale “iure proprio” conseguente al decesso del coniuge.

In primo grado la vicenda terminava con il respingimento della domanda attorea. Lo stesso accadeva in appello.

Secondo i giudici della corte territoriale, entrambi i conducenti avrebbero con la propria condotta concorso a determinare il verificarsi dell’evento: da una parte il conducente del mezzo agricolo che circolava in condizioni di scarsa visibilità, su una strada pubblica e con un rimorchio privo di dispositivi di illuminazione; dall’altra, la donna, che al contrario, percorreva la strada, pur se a velocità inferiore a quella massima consentita, ma senza prestare adeguata attenzione alla presenza di un ostacolo ancora visibile per le sue significative dimensioni e senza indossare le cinture di sicurezza.

Ma quel che più rileva, attiene alle motivazioni con cui i giudici della Corte d’Appello rigettavano la domanda dell’attore in merito alla richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale.

Secondo questi ultimi, infatti, il ricorrente, coniuge della donna deceduta, non avrebbe sufficientemente dimostrato (gravando su di lui l’onere della prova) la sussistenza di un progetto di vita in comune e di un vincolo affettivo; al contrario tale presunzione, che normalmente sussiste tra coniugi non separati, era stata superata da elementi di segno opposto, che secondo le regole di comune esperienza, costituiscono sintomo di deterioramento e di cessazione di un rapporto coniugale.

Di che cosa stiamo parlando?

L’uomo aveva avuto una relazione extraconiugale, dalla quale era nato un figlio, tre mesi prima della morte della moglie.

A nulla è valso, allora, il ricorso in ultima istanza dinanzi ai giudici della Corte di Cassazione.

Anche questi ultimi hanno confermato il giudizio precedentemente espresso.

A tal proposto, viene preliminarmente ricordato che il danno “de iure proprio” da perdita del rapporto parentale costituisce danno presunto, dovendosi ordinariamente ritenere sussistente tra detti stretti congiunti un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune; nella normalità dei casi, pertanto, in virtù di detta presunzione, il soggetto danneggiato non ha l’onere di provare di avere effettivamente subito il dedotto danno non patrimoniale.

Siffatta presunzione semplice può tuttavia, in quanto tale, essere superata da elementi di segno contrario, quali la separazione legale o (come nel caso di specie) l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge (relazione extraconiugale che costituisce evidente inadempimento all’obbligo di fedeltà tra coniugi di cui all’art. 143 c.c.).

Detti elementi non comportano, di per sé, l’insussistenza del danno non patrimoniale in capo al coniuge superstite, ma impongono a quest’ultimo, in base agli ordinari criteri di ripartizione dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c. (essendo stata, come detto, superata la presunzione), di provare di avere effettivamente subito, per la persistenza del vincolo affettivo, il domandato danno non patrimoniale.

Per tali motivi, nel caso in esame, giustamente la Corte territoriale aveva rigettato la richiesta del coniuge, dal momento che quest’ultimo non aveva fornito alcuna prova in materia.

 

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