Tags Posts tagged with "cassazione"

cassazione

corte di cassazione mensa scolastica

“Non è configurabile un diritto soggettivo perfetto e incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici”

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno accolto il ricorso del MIUR e del Comune di Torino contro la richiesta di alcuni genitori di alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado, di consentire a ai propri figli di consumare pasti portati da casa, durante l’orario e nei luoghi adibiti a mensa scolastica

I genitori di alcuni alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado nel Comune di Torino, nel novembre 2014, avevano convenuto in giudizio lo stesso Comune e il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) per fare accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto domestico (portato da casa o confezionato autonomamente) e, in particolare, di consumarlo all’interno dei locali destinati alla mensa e nell’orario della refezione; di ordinare, perciò, al Ministero di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti ostativi all’esercizio del suddetto diritto di scelta.

Nel contraddittorio con gli enti convenuti, il Tribunale di Torino aveva rigettato le loro domande, rilevando l’insussistenza di un diritto soggettivo come quello azionato, non essendo configurabile né un diritto alla prestazione del servizio mensa con modalità diverse da quelle previste dalla normativa vigente ovvero di un servizio alternativo interno alle scuole per coloro che intendono consumare il pasto domestico, né un diritto alla stessa istituzione del servizio mensa, essendo le famiglie libere di optare per il «modulo» (cosiddetto «tempo breve») oppure per il «tempo pieno» e «prolungato» che prevedono il servizio mensa.

E, in quest’ultimo caso, essendo libere di prelevare (o fare uscire) i figli da scuola durante l’orario della mensa scolastica e di riaccompagnarli (o farli rientrare) per le attività pomeridiane, senza che vi sia una disparità di trattamento o una discriminazione tra gli alunni che hanno optato per il «tempo pieno» e «prolungato» e gli altri.

Il tribunale aveva anche escluso la violazione dei principi costituzionali di gratuità dell’istruzione inferiore (art. 34, comma 2, Cost.), essendo previste tariffe ridotte e anche l’esonero dal pagamento del servizio mensa per le fasce reddituali più svantaggiate.

Il giudizio di secondo grado

L’appello dei genitori è stato, poi, parzialmente accolto dalla Corte d’appello di Torino, con sentenza del 21 giugno 2016, che ha accertato il diritto dei primi di scegliere per i figli tra la refezione scolastica e il pasto domestico da consumare a scuola e nell’orario destinato alla refezione, ma si è astenuta dal dettare «le modalità pratiche per dare concreta attuazione alla sentenza», non ritenendo possibile «consentire indiscriminatamente agli alunni di consumare il pasto domestico presso la mensa scolastica», statuizione che – ad avviso della Corte – avrebbe comportato «l’adozione di una serie di misure organizzative, anche in funzione degli aspetti igienico/sanitari, in relazione alla specifica situazione logistica dei singoli istituti interessati», implicanti valutazioni discrezionali riservate all’amministrazione ed esulanti dalla cognizione del giudice ordinario.

Ad avviso della Corte, l’interesse all’accertamento richiesto dai genitori era determinato dal fatto che le amministrazioni scolastiche gli negassero la possibilità, in termini generali, di consumare il cibo portato da casa all’interno delle scuole nelle quali era istituito il servizio di refezione scolastica.

E ciò, in quanto, la nozione di istruzione, soprattutto nelle classi elementari e medie, non coinciderebbe con la sola attività di insegnamento, ma comprende anche il momento della formazione che si realizza mediante lo svolgimento di attività didattiche ed educative, tra le quali, appunto, l’erogazione del pasto.

Si tratta quest’ultimo di un momento importante, rientrando nel cosiddetto «tempo scuola»; pertanto, il rimanere a scuola nell’orario del pasto (cosiddetto «tempo mensa») e condividerlo in comune tra gli alunni costituisce – a detta della corte piemontese –  un diritto soggettivo perfetto perché inerente al diritto all’istruzione nel significato più ampio e peraltro, desumibile dall’ordinamento costituzionale (art. 34 Cost.) e di settore, pure in mancanza di un obbligo dell’ente scolastico di istituire il servizio mensa.

La parola alle Sezioni Unite

La questione è stata decisa dalle Sezioni Unite della Cassazione che da ultimo si sono pronunciate con la sentenza n.20504, depositata ieri, 30 luglio 2019.

«Il diritto soggettivo perfetto che si chiede di accertare in via generalizzata e incondizionata, di consentire agli alunni che intendano partecipare alle attività formative pomeridiane di pranzare con cibo proprio nei locali scolastici (quelli adibiti a mensa o altri), – si legge nella sentenza in commento –  implica l’esercizio di un potere delle famiglie che è privo di base normativa, il cui effetto sarebbe di imporre alle istituzioni scolastiche un obbligo conformativo del servizio pubblico di mensa di immediata attuazione».

Le parti private obiettano che gli alunni muniti del pasto domestico siedono nel refettorio nei posti loro assegnati e ivi consumano le pietanze portate da casa, vigilati dal personale docente che, in base al contratto nazionale di categoria, è tenuto a prestare l’assistenza educativa; analogamente, alla pulizia dei locali scolastici provvedono contrattualmente le imprese esterne che gestiscono il servizio ovvero il personale ATA, senza oneri per l’amministrazione scolastica.

«Sono obiezioni che, tuttavia,  – aggiungono gli Ermellini – non smentiscono e, anzi, dimostrano quella che sarebbe una impropria ingerenza dei privati nella gestione di un servizio che, per come organizzato dall’amministrazione scolastica, non prevede da parte del personale docente la vigilanza degli alunni che pranzano con il pasto domestico: [ed invero, ]il livello di attenzione dovuto dagli insegnanti verso gli alunni che usufruiscono della mensa (ove il cibo è controllato e calibrato secondo le esigenze individuali di salute, religiose ecc.) è diverso da quello che sarebbe richiesto in presenza di alunni ammessi al pasto domestico, anche per la possibilità di scambio di alimenti tra gli alunni».

Quando poi alcuni alunni siano ammessi a consumare il proprio cibo in locali destinati allo scopo, l’amministrazione dovrebbe prevedere per la vigilanza un docente diverso da quello che presta la vigilanza nei locali adibiti a mensa; inoltre, occorrerebbe una diversa modulazione delle condizioni contrattuali per imporre al gestore del servizio la pulizia dei locali utilizzati dagli alunni che utilizzano il cibo domestico.

A tal riguardo, la Suprema Corte di Cassazione ha già avuto occasione di rilevare che l’autonomia delle istituzioni scolastiche si manifesta analogamente rispetto alle scelte didattiche, inerendo alle funzione delle stesse istituzioni (…), ben potendo «verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, ma senza che a ciò sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori» (Cass. SU 5 febbraio 2008, n. 2656).

Ed in effetti, “l’istituzione scolastica non è un luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni, né il rapporto con l’utenza è connotato in termini meramente negoziali, ma piuttosto è un luogo dove lo sviluppo della personalità dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali (cfr. l’art. 5 D.Lgs. n. 59 del 2004) devono realizzarsi nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità, come interpretati dall’istituzione scolastica mediante regole di comportamento cogenti, tenendo conto dell’adempimento dei doveri cui gli alunni sono tenuti, di reciproco rispetto, di condivisione e tolleranza”.

La decisione e il principio di diritto

Per altro verso, i genitori sono tenuti anch’essi, nei confronti dei genitori degli alunni portatori di interessi contrapposti, all’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che economica, richiesti per l’attuazione anche dei diritti inviolabili dell’uomo, a norma dell’art. 2 della Costituzione.

In conclusione, nell’accogliere il ricorso, le Sezioni Unite hanno affermato il seguente principio di diritto: “non è configurabile un diritto soggettivo perfetto e incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici e, quindi, non può costituire oggetto di accertamento da parte del giudice ordinario, in favore degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, i quali possono esercitare diritti procedimentali, al fine di influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica”.

La redazione giuridica

Leggi anche:

PANINO AL POSTO DELLA MENSA SCOLASTICA: INTERVENGONO LE SEZIONI UNITE

Con la sentenza in commento n. 6593/2019, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, è intervenuta nuovamente sul tema della prova del nesso causale nell’ambito della responsabilità medica

Anche in ambito di responsabilità medica, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento”.

La vicenda

È quanto affermato recentemente dalla Suprema Corte in tema di responsabilità medica.
Gli eredi di un paziente deceduto in seguito a un intervento chirurgico, avevano proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la decisione di primo grado, con cui il Tribunale aveva addossato la prova del nesso causale al creditore.
In particolare, a parere dei ricorrenti, l’organo giudicante di secondo grado aveva erroneamente ritenuto “con apparente o, comunque, insufficiente ed illogica motivazione”, che il Tribunale di prime cure avesse “correttamente invocato ed applicato i principi giuridici in materia di responsabilità contrattuale medica”.
Inoltre, gli appellanti assumevano che la sentenza di primo grado aveva “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anzichè al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando la pronuncia, non aveva “spiegato perchè sarebbe conforme al diritto in materia l’avere il Tribunale erroneamente onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato“.

Il giudizio di legittimità

La Cassazione con la sentenza in commento ha invece confermato la decisione della Corte di Appello, ribadendo i principi generali e ormai consolidati in tema di onere probatorio.
A tal proposito, è opportuno ricordare che a seguito della legge Gelli – Bianco, è in parte stata modificata la disciplina della natura della responsabilità in ambito sanitario, con rilevanti conseguenze in tema di riparto dell’onere probatorio.
Il legislatore ha infatti chiarito, la natura della responsabilità del sanitario dipendente e della struttura, fugando i dubbi che si erano manifestati nell’ambiguità delle disposizioni della previgente disciplina (il Decreto Balduzzi).
La natura della responsabilità del medico è ormai di natura extracontrattuale, mentre quella della struttura sanitaria, che ha origine nel contratto di spedalità, continua a essere di natura contrattuale.
Ciò comporta importanti conseguenze in tema di onere probatorio. Il paziente, infatti, se vuole citare la struttura sanitaria al fine di ottenere il risarcimento del danno, dovrà dimostrare la fonte del suo diritto e allegare l’inadempimento del suo debitore.
Il termine di prescrizione in tal caso sarà di dieci anni, a differenza del termine prescrizionale per agire contro il sanitario, che sarà quello della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c. c., ovvero cinque anni.
I giudici di legittimità, anche con precedenti pronunce, avevano però già specificato che in tale ultimo caso il paziente creditore è dispensato dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere probatorio di provare il nesso causale che intercorre tra condotta e danno patito (Cass. civ. 18392/2017).
Con la pronuncia in commento pertanto la Cassazione conferma quanto già affermato in precedenza, stabilendo che spetta al paziente provare il nesso eziologico tra la condotta e la lesione, mentre spetta alla struttura dimostrare di aver adempiuto correttamente.
Tale impostazione da ultimo conferma i principi civilistici generali in tema di riparto dell’onere probatorio.
Di certo però la nuova disciplina ha destato perplessità in merito alla diversificazione della natura delle responsabilità della struttura sanitaria e del medico, segnando il tramonto secondo alcuni del “contatto sociale”, per lungo tempo elaborato dalla giurisprudenza.

Il nesso causale

Per quanto detto fino ad ora, merita un approfondimento il concetto di nesso causale in tema di responsabilità civile.
Il nesso causale che deve provare il paziente si configura come il collegamento che deve intercorrere tra la condotta imprudente, imperita o negligente del medico e la patologia o il suo aggravamento che da questa è conseguita.
Occorre cioè dimostrare che la lesione che il paziente patisce sia la conseguenza della cattiva condotta del sanitario.
Per compiere tale accertamento, è necessario eliminare alcuni comportamenti per verificare se, in assenza di questi, la lesione si sarebbe comunque verificata. Viene dunque applicata la cosiddetta teoria condizionalistica, ben nota in ambito penale.
Ciò che distingue l’accertamento del nesso causale in ambito civile è però l’applicazione della regola del “più probabile che non”. Mentre il penale occorre un accertamento che vada oltre “ogni ragionevole dubbio”, in ambito civile un evento potrà dirsi causato da una determinata condotta se è più probabile che, senza di essa, questo non si sarebbe verificato (Cass. S.U.  n. 581/2008).
Ciò che appare problematico nell’accertamento del nesso causale è che, come ricostruito dalla Corte di Cassazione, esso si configura come una relazione tra due fatti da accertare a posteriori.
Non si tratta di per sé di un fatto, ma di un giudizio. Un ragionamento che si ricostruisce sulla base di dati fattuali.
Di tali dati il paziente creditore potrà dare prova con ogni mezzo: documenti, testimoni, giuramento o presunzioni semplici (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).

Il principio di diritto

Il quadro viene così sinteticamente ricostruito dai giudici di legittimità: “Questa Corte, ormai da dieci anni, viene costantemente ripetendo in tema di nesso causale i seguenti principi:
(a) il nesso di causa tra una condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile;
(b) la ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto;
(c) ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.” (Cass. civ. ord. n. 4024/2018).
Alla luce delle considerazioni esposte, il paziente, se vorrà agire anche nei confronti del sanitario dipendente di una struttura, dovrà dunque dimostrare il danno ricevuto dalla condotta del medico, ma anche il nesso eziologico tra la suddetta condotta e il danno.
L’onere probatorio di cui è gravato, così come ricostruito, non è certo semplice da assolvere.

Avv. Laura Bellanca

 
Leggi anche:
CONSENSO INFORMATO: NON RISARCIBILE SENZA DANNO ALLA SALUTE

indennità di disoccupazione

Con un recente messaggio (n. 909 del 05/03/2019) l’Istituto di previdenza nazionale ha fornito chiarimenti in materia di indennità di disoccupazione NASpI per i detenuti che svolgono attività lavorativa alle dipendenze dell’Istituto penitenziario

Il messaggio si pone in linea di continuità con la normativa di riferimento e la giurisprudenza di legittimità, nonché con i pareri forniti dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e dal Ministero della Giustizia, in ordine all’erogabilità della prestazione di indennità di disoccupazione nei confronti del detenuto impegnato in attività di lavoro presso l’Istituto penitenziario ove si trova ristretto.

Come noto, l’articolo 20 –sostituito dall’articolo 2 del D.lgs 2 ottobre 2018, n. 124 – della legge 26 luglio 1975, n. 354, recante “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, stabilisce ai commi 1 e 2, rispettivamente, che negli Istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati, al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale e si precisa anche che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato.

Il successivo comma 13 dispone, inoltre, che la durata delle prestazioni lavorative non può superare i limiti stabiliti dalle leggi vigenti in materia di lavoro e devono essere garantiti il riposo festivo, il riposo annuale retribuito e la tutela assicurativa e previdenziale.

Sul punto si è espressa anche la Suprema Corte di Cassazione, I sezione penale, con la decisione n. 18505 del 3 maggio 2006, la quale ha affermato che “l’attività lavorativa svolta dal detenuto all’interno dell’Istituto penitenziario ed al medesimo assegnata dalla Direzione del carcere non è equiparabile alle prestazioni di lavoro svolte al di fuori dell’ambito carcerario e, comunque, alle dipendenze di datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria. Detta attività, infatti, ha caratteri del tutto peculiari per la sua precipua funzione rieducativa e di reinserimento sociale e per tale motivo prevede la redisposizione di graduatoria per l’ammissione al lavoro ed è soggetta a turni di rotazione ed avvicendamento che non possono essere assimilati a periodi di licenziamento che, in quanto tali, danno diritto all’indennità di disoccupazione”.

Il diritto alla indennità di disoccupazione da licenziamento

Ebbene, l’Inps ha chiarito che ai soggetti detenuti in Istituti penitenziari, che svolgano attività lavorativa retribuita all’interno della struttura ed alle dipendenze della stessa, non può essere riconosciuta la prestazione di disoccupazione in occasione dei periodi di inattività in cui essi vengano a trovarsi.

È fatto salvo, invece, il diritto dei medesimi soggetti alla indennità di disoccupazione da licenziamento nel caso in cui il rapporto di lavoro si sia svolto con datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria.

Dal punto di vista contributivo, gli Istituti penitenziari sono comunque tenuti al versamento della contribuzione contro la disoccupazione per i detenuti che svolgono attività alle loro dipendenze.

Sotto il profilo assicurativo, detta contribuzione sarà utile – nel caso di cessazione involontaria da un rapporto di lavoro con datori di lavoro diversi dall’Istituto penitenziario – ai fini della prestazione di disoccupazione NASpI, qualora rientrante nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse il loro stato di detenzione, questi continueranno ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse lo stato di detenzione, questi, in forza della legge 28 febbraio 1987, n. 56 continueranno ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

LAVORI SOCIALMENTE UTILI: INPS CONDANNATA A EROGARE CONTRIBUTI FIGURATIVI

0
Morì per una dose eccessiva di farmaco

Annullata in Cassazione la sentenza di condanna di 4 sanitari accusati di omicidio colposo per il decesso di una donna che morì per una dose eccessiva di farmaco chemioterapico

Processo da rifare per la morte di Valeria Lembo, la giovane che morì per una dose eccessiva di farmaco chemioterapico a 34 anni. La vicenda risale al dicembre del 2011. La donna, affetta dal morbo di Hodgkin, era in cura presso il reparto di oncologia del Policlinico di Palermo. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti le furono somministrate per errore 90 unità – anziché 9 – di vinblastina. La ragazza, madre di un figlio che all’epoca aveva un anno e mezzo, morì tra atroci sofferenze dopo una decina di giorni.

Il caso aveva visto la condanna di 4 sanitari del presidio ospedaliero per omicidio colposo. Nello specifico erano finiti a giudizio il primario del reparto, un’infermiera, un’oncologa e uno specializzando. Per i primi due la Corte di Cassazione, tuttavia, nelle scorse ore, ha annullato con rinvio la sentenza della corte di appello.

La difesa del primario, condannato a 4 anni e 6 mesi, aveva sostenuto, in particolare, la tesi della mancanza di nesso diretto fra i notevoli problemi riscontrati nel reparto e il decesso della donna. C’era poi anche un problema formale, collegato al difetto di notifica dell’inizio del processo di secondo grado.

Anche per gli altri due imputati la sentenza di secondo grado è stata annullata con rinvio. In questo caso, tuttavia, la colpevolezza è stata confermata e nel nuovo giudizio di appello dovrà solo essere rideterminata la pena.

I familiari della vittima si erano costituiti parte civile. Nel dibattimento erano emersi una serie di errori che erano costati la vita alla donna. Errori talmente gravi –riporta il Giornale – che gli imputati avrebbero cercato di coprirsi, per poi accusarsi a vicenda.

 

Leggi anche:

CASO VALERIA LEMBO: NUOVE ACCUSE PER TRE SANITARI GIÀ CONDANNATI

memorie

Nel giudizio di cassazione è inammissibile il deposito di memorie ex art. 378 c.p.c., prima dell’udienza di discussione, da parte dell’intimato che si sia costituito oltre il termine fissato nell’art. 370 c.p.c., comma 1, e non abbia concretamente partecipato alla discussione orale

L’articolo 378 c.p.c. è norma generale che prevede la possibilità per le parti di presentare memorie in cancelleria entro il termine di cinque giorni prima dell’udienza.

Le memorie sono uno strumento difensivo fondamentale nei processi dinanzi all’autorità giudiziaria, dal momento che consentono alle parti di illustrare la propria posizione su questioni di fatto e di diritto in ordine alla controversia oggetto di causa.

E proprio come per tutti gli atti di causa, anche le memorie vanno rese note alla controparte mediante deposito in cancelleria o mediante notificazione entro i termini di legge e nel rispetto delle fasi processuali.

Ebbene, il principio sopra richiamato è stato più volte ribadito dalla giurisprudenza della Cassazione.

Il principio di diritto

Detto in altri termini, nel giudizio di cassazione è irricevibile la memoria difensiva presentata in prossimità dell’udienza con la quale la parte che non ha depositato il controricorso spiega, per la prima volta, le ragioni di resistenza al ricorso, perché, in assenza di controricorso, la parte intimata non può presentare memorie.

Di recente gli Ermellini sono tornati sul punto e hanno affermato che il principio trova applicazione anche nel procedimento camerale ai sensi dell’art. 380 bis 1 c.p.c. (procedimento per la decisione sull’inammissibilità del ricorso), cosicché in mancanza di un controricorso notificato nei termini di legge, come accaduto nel caso in esame, l’intimato non è legittimato al deposito di memorie illustrative ex art. 378 c.p.c., anche se munito di regolare procura speciale ad litem.

Il suo onere è infatti quello di notificare dapprima il controricorso, ancorché tardivamente, e poi interloquire con la memoria di cui al citato art. 380 bis 1 c.p.c. “Almeno venti giorni prima della data stabilita per l’adunanza, il decreto è notificato agli avvocati delle parti, i quali hanno facoltà di presentare memorie non oltre cinque giorni prima”.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

INDAGINI DIFENSIVE: PRECISAZIONI IN TEMA DI DICHIARAZIONI AL DIFENSORE

segnaletica

Il Giudice di Pace di Frosinone ha ribadito il principio per cui la segnaletica indicante le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità deve essere ben visibile, pena l’annullabilità del verbale di contravvenzione

L’importanza della segnaletica è principio ormai costante non solo nella giurisprudenza di legittimità ma anche in quella di merito, oltre a trovare espresso riconoscimento nella legge n. 160 del 03.10.2007.

La vicenda

Viaggiava sull’autostrada A1 Milano-Roma-Napoli quando all’altezza del km di pertinenza del comune di Frosinone superava il limite massimo di velocità calcolato con il cd. Sistema tutor.

Cosicché dopo poco tempo le veniva notificata la multa per violazione dell’all’art. 142 Codice della Strada.

Senonché con ricorso depositato dinanzi al Giudice di Pace di Frosinone l’automobilista presentava opposizione al verbale di contravvenzione per l’infrazione commessa.

L’ufficio con propria ordinanza non sospendeva l’esecutività del provvedimento impugnato e fissava l’udienza di comparizione delle parti ordinando all’autorità che aveva emesso il provvedimento di depositare in cancelleria copia del rapporto con gli atti relativi all’accertamento, nonché alla contestazione o notifica della violazione.

La decisione

Per il giudice adito l’opposizione merita accoglimento.

Ed infatti la parte opponente, tra tutti i motivi di ricorso, aveva eccepito la mancata contestazione immediata della violazione al codice della strada, l’omessa taratura e omologazione dell’apparecchio, nonché l’inidoneità della segnaletica.

I suddetti motivi sono stati analizzati separatamente.

Quanto al primo punto, quello attinente cioè la mancata contestazione immediata dell’infrazione, esso – afferma il giudice di pace adito – non può essere accolto, in quanto proprio per le caratteristiche del Sistema (Tutor) è impossibile la contestazione immediata in quanto esso permette la rilevazione della velocità solo successivamente al passaggio del veicolo, nel tratto interessato.

Altrettanto priva di fondamento era l’asserita circostanza secondo cui le suddette rilevazioni sarebbero state poco attendibili.

A tal proposito la parte ricorrente avrebbe dovuto dare prova della mancata revisione degli stessi apparecchi: è onere della parte opponente, infatti, dimostrare che gli stessi non funzionavano o comunque non erano stati sottoposti a revisione.

Diverso discorso per quanto riguarda le considerazioni sulla mancata segnalazione.

Dagli atti era emerso, infatti, che la velocità istantanea era stata rilevata nel tratto autostradale interessato attraverso il rilevamento della velocità media, cd. Tutor.

Ma la polizia municipale non aveva dato prova dell’idonea segnalazione.

Occorre rilevare che in materia di sanzioni amministrative irrogate per eccesso di velocità, ai fini della validità del verbale di contestazione, è necessaria la presenza di segnaletica di preventiva informazione, agli automobilisti in transito, del posizionamento dell’apparecchio autovelox (Cassazione civile, se. VI, ordinanza 13.01.2011 n. 680).

Mezzi di rilevamento elettronico della velocità: l’importanza della segnaletica

E’ opportuno ricordare che il legislatore prima, e la prevalente Giurisprudenza di legittimità e di merito poi, hanno più volte posto l’evidenza sulla necessità di dar informativa agli utenti della strada circa l’esistenza dei limiti di velocità e l’utilizzo di mezzi di rilevamento elettronico; informativa di carattere preventivo che consiste in una divulgazione rispettosa dei requisiti di congruità, idoneità e correttezza.

Tale principio è stato di recente ribadito con la legge n. 160 del 03.10.2007, di conversione del D.L. n. 177 del 03.08.2007, che ha introdotto nell’art. 142 C.d.S. il comma 6-bis “le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazioni luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice. La modalità di impiego sono stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’Interno“.

L’insistenza su tale punto, confermata anche dalla legge, non può essere trascurata ed evidenzia che la segnaletica deve essere idonea per dimensionamento, visibilità, leggibilità e posizionamento e che la violazione di uno solo di questi parametri può provocare l’illegittimità dell’accertamento secondo prudente apprezzamento.

E visto che agli atti  – conclude il giudice adito -, non risulta depositata alcuna documentazione, anche fotografica, da far ritenere rispettato il principio poc’anzi riportato, non vi è certezza dell’idoneità rispetto al punto di rilevamento, anche al fine di verificare la possibilità per l’utente di regolare per tempo la velocità di percorso.

Vittoria dunque, per l’automobilista e provvedimento annullato.

La redazione giuridica

 

Leggi anche:

CONDUCENTE MULTATA PERCHE’ PASSATA CON IL GIALLO: DURO IL RESPONSO DEI GIUDICI

reati procedibili a querela

Minaccia grave e reati procedibili a querela. Innovazioni della c.d. Riforma Orlando. Commento della sentenza n° 3520/2019 della Corte di Cassazione

La c.d. Riforma Orlando, avvenuta con il d. lgs. n° 36/2018, ha apportato rilevanti modifiche al codice penale. Le novità hanno riguardato anche la materia dei reati procedibili a querela.

Ebbene, solo per mera chiarezza, occorre precisare a chi legge che i reati si distinguono in due categorie : reati procedibili a querela e reati procedibili di ufficio.

Ferme restando le differenze di tipo sostanziale, l’aspetto peculiare che in questa sede rileva – ad avviso di chi scrive – è il seguente : in presenza di un reato procedibile a querela, il procedimento penale può concludersi bonariamente tra le parti, mediante la remissione di querela da parte della persona offesa e l’accettazione della remissione di querela da parte dell’indagato/imputato.

Per contro, laddove il reato contestato ad una persona risulti procedibile di ufficio, anche in presenza di un eventuale accordo bonario tra le parti, il procedimento seguirà il suo corso.

Fatta questa breve puntualizzazione, analizziamo ora il contenuto della sentenza individuata dal n° 3520/2019.

In particolare, gli Ermellini hanno analizzato il reato di minaccia aggravata, alla luce proprio della c.d. Riforma Orlando.

Infatti, nel caso in esame, innanzitutto il Collegio di Legittimità ha chiarito che alla luce della novella normativa, la minaccia grave, laddove non fosse consumata secondo le forme previste dall’art. 339 c.p., risulta ora procedibile a querela.

Pertanto, trattandosi di una innovazione del diritto sostanziale, la sua applicabilità è immediata.

Dunque, nella fattispecie de qua, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio una precedente pronuncia, affermando che l’azione penale non potesse essere proseguita, per difetto di querela, precisando altresì che nel caso di specie le persone offese, sarebbero dovute essere state informate della prospettiva di formalizzare l’istanza punitiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione evidenziava che nel caso di specie la carenza di tale passaggio normativo risulta superata dalla circostanza della intervenuta prescrizione del reato contestato all’imputato.

Pertanto, la sentenza andava annullata senza rinvio, attesa l’intervenuta prescrizione dell’addebito contestato in rubrica all’imputato.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

Leggi anche:

CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE PER AVER MINACCIATO SUI SOCIAL MOGLIE E FIGLIA

cartelle cliniche

Integra il reato di falso materiale in atto pubblico l’alterazione di cartelle cliniche mediante l’aggiunta di una annotazione, ancorché vera, ma in un contesto cronologico successivo e, pertanto, diverso da quello reale

Falso ideologico e falso materiale, sono questi i reati ascritti ad un medico in servizio presso l’unità operativa di ortopedia e traumatologia di un ospedale italiano. L’imputato avrebbe intenzionalmente falsificato la date delle cartelle cliniche nelle quali annotava le visite fatte in reparto; tutte recavano una data successiva a quella reale.

Fu un altro medico in servizio presso lo stesso ospedale a denunciare i fatti, chiedendo l’immediato intervento degli inquirenti. Come mai quelle cartelle cliniche riportavano una data che non combaciava con le visite da egli stesso effettuate?

Il processo

Il procedimento si svolgeva col rito abbreviato. All’esito del giudizio di primo grado, il GUP era pervenuto ad affermare la penale responsabilità dell’imputato alla luce delle dichiarazioni testimoniali e della documentazione in atti.

Dalle indagini era altresì risultato come – sulle medesime cartelle – fossero state successivamente apposte annotazioni in rettifica, a firma dell’imputato, con le quali si dava atto della mera erronea indicazione della data riferita ai precedenti interventi in reparto; annotazioni da ritenersi anch’esse mendaci, in quanto recanti attestazioni non conformi al vero, poiché finalizzate all’apparente emendatio delle precedenti dichiarazioni di cui era stata già rilevata la falsità.

Il processo proseguì in Cassazione (sent. n. 55385/2018). La difesa continuava a sostenere che il giudice di merito avesse “esagerato” nel qualificare quei fatti come penalmente rilevanti. Si trattava, al contrario, di un mero errore materiale.

Il parere della Cassazione

In prima battuta, i giudici della Cassazione ribadiscono che secondo il consolidato orientamento di legittimità, la cartella clinica redatta da un medico di un ospedale pubblico ha la natura di atto pubblico, che esplica la funzione di diario del decorso della malattia e di altri eventi clinici rilevanti, sicché i fatti devono esservi annotati contestualmente al loro verificarsi.

Senonché, le attestazioni rese dal pubblico ufficiale mediante annotazione su cartella clinica – e sui documenti che vi accedono, quali il diario clinico e la scheda di dimissioni ospedaliere – debbono rispondere ai criteri di veridicità del contenuto rappresentativo, di completezza delle informazioni, di immediatezza della redazione rispetto all’atto medico descritto e di continuità delle annotazioni, in quanto finalizzate ad asseverare, con fede privilegiata, non solo la verbalizzazione dell’atto medico, ma anche la successione cronologica degli interventi, delle diagnosi, della prognosi e delle prescrizioni.

Ne deriva che tutte le modifiche, le aggiunte, le alterazioni e le cancellazioni integrano falsità in atto pubblico e perciò, sono punibili in quanto tali (Sez. 5, n.1098/1998; Sez. 5, n.31858/2009; Sez. 4, n.37925/2010).

Non ha alcuna rilevanza che il soggetto abbia agito per ristabilire la verità effettuale, in quanto le cartelle cliniche acquistano carattere definitivo in relazione ad ogni singola annotazione, così da uscire dalla sfera di disponibilità del loro, autore nel momento stesso in cui la singola annotazione viene registrata, trattandosi di atto avente funzione di “diario” della malattia e di altri fatti clinici rilevanti, la cui annotazione deve avvenire contestualmente al loro verificarsi (Sez. 5, a n.37314/2013).

Sul piano psicologico, vale ad integrare il reato in parola, il mero dolo generico. Esso – aggiungono i giudici Ermellini – non costituisce un’ipotesi di “dolus in re ipsa“, in quanto l’elemento soggettivo deve essere comunque (rigorosamente) provato. Il reato di falso, è escluso, qualora si provi che esso derivi da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo (Sez. 3, n.30862/2015; Sez. 5, n.29764/2010).

 

Leggi anche:

SE LA STRUTTURA PERDE LA CARTELLA CLINICA ANCHE IL MEDICO E’ NEI GUAI

messa alla prova

La Corte costituzionale con la sentenza n. 231 del 10 dicembre 2018, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della menzione nel casellario giudiziale delle ordinanze di sospensione del processo per messa alla prova

La questione di legittimità costituzionale era stata inizialmente sollevata, con ordinanza del 18 novembre 2016 (r.o. n. 47 del 2017), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, tra gli artt. 24 e 25 del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale (…)», nel testo anteriore alle modifiche, non ancora efficaci, recate dal decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 122 (Disposizioni per la revisione della disciplina del casellario giudiziale, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 18 e 19, della legge 23 giugno 2017, n. 103), in riferimento al «principio di eguaglianza e conseguentemente di ragionevolezza» di cui all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui «non prevedono che nel certificato generale del casellario giudiziale e nel certificato penale chiesto dall’interessato non siano riportate le ordinanze di sospensione del processo emesse ai sensi dell’art. 464-quater c.p.p. Si tratta cioè dei casi di concessione del beneficio della messa alla prova.

Quanto all’art. 3 Cost., l’irragionevolezza della disposizione risiederebbe nel fatto di imporre la menzione nei certificati del casellario di vicende giudiziarie meno gravi di altre per le quali è invece prevista la non menzione. Si pensi anche al diverso e più favorevole trattamento riservato ai provvedimenti che dichiarano la non punibilità ai sensi dell’art. 131-bis del codice penale, anch’essi esclusi dalla menzione nei certificati del casellario giudiziale, rispetto al caso in esame.

Quanto invece all’art. 27 Cost., lo stesso giudice rimettente ritiene che l’iscrizione dei provvedimenti relativi alla messa alla prova in relazione a un reato dichiarato estinto per esito positivo della messa alla prova, farebbe permanere «l’onta legata al trascorso giudiziale […] così vanificando la positiva esperienza risocializzatrice» del soggetto interessato.

Il giudizio di costituzionalità

A parere dei Giudici delle Leggi, l’eccezione è fondata.

Rispetto alle censure formulate in relazione all’art. 3 Cost., occorre osservare come l’implicito obbligo di includere i provvedimenti relativi alla messa alla prova nei certificati del casellario richiesti da privati, finisca per risolversi in un trattamento deteriore dei soggetti che beneficiano di questi provvedimenti (peraltro, orientati anche a una finalità deflattiva con correlativi risvolti premiali per l’imputato), rispetto a coloro che – aderendo o non opponendosi ad altri procedimenti, come il patteggiamento o il decreto penale di condanna, ispirati essi pure alla medesima finalità – beneficiano già oggi della non menzione dei relativi provvedimenti nei certificati richiesti dai privati.

Inoltre, mentre per la generalità dei casi esiste la possibilità di beneficiare della non menzione della condanna nei certificati qualora si sia ottenuta la riabilitazione (art. 24, comma 1, lettera d e art. 25, comma 1, lettera d, del t.u. casellario giudiziale), nel caso dei provvedimenti relativi alla messa alla prova la riabilitazione è per definizione esclusa, non trattandosi di condanne. Il che costituisce un ulteriore profilo di irragionevolezza ingenerato dalla disciplina censurata.

Fondate sono, anche – a giudizio della Corte Costituzionale, le questioni sollevate in relazione all’art. 27, terzo comma, Cost.

Come affermato da una recente sentenza delle Sezioni unite dalla Corte di cassazione (sentenza n. 91 del 2018), “la sospensione del procedimento con messa alla prova costituisce «istituto che persegue scopi special-preventivi in una fase anticipata, in cui viene “infranta” la sequenza cognizione-esecuzione della pena, in funzione del raggiungimento della risocializzazione del soggetto (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 31 marzo 2016, n. 36272)”.

La decisione

Non vi è, dunque, alcuna ragione plausibile perché si debba menzionare anche sui certificati richiesti dai privati – con gli effetti pregiudizievoli di cui si è detto, a carico di un soggetto che la Costituzione pur vuole sia presunto innocente sino alla condanna definitiva – un provvedimento interinale come l’ordinanza che dispone la messa alla prova, destinata peraltro, a essere travolta da un provvedimento successivo (la sentenza che dichiara l’estinzione del reato, nella normalità dei casi; o, in caso contrario, dall’ordinanza che dispone la prosecuzione del processo, laddove la messa alla prova abbia avuto esito negativo).

D’altra parte, una volta che il processo si sia concluso con l’estinzione del reato per effetto dell’esito positivo della messa alla prova, la menzione della vicenda processuale ormai definita contrasterebbe con la ratio della stessa dichiarazione di estinzione del reato, che comporta normalmente l’esclusione di ogni effetto pregiudizievole – anche in termini reputazionali – a carico di colui al quale il fatto di reato sia stato in precedenza ascritto.

 

Leggi anche:

RIPARAZIONE PER INGIUSTA DETENZIONE: SUL CRITERIO DELLA SOFFERENZA

piazza cavour

La Corte di Cassazione ha accolto le tesi accusatorie dei magistrati sull’imputazione per omicidio preterintenzionale per i ragazzi della c.d. “banda dello spray”, autori dei tragici eventi di Piazza San Carlo a Torino

È di poche ore fa la notizia che i giudici della Cassazione hanno rigettato il ricorso presentato dal difensore di uno degli imputati della strage di Piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017, durante la finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid.

I fatti

Quella sera, perse la vita una donna, Erila Pioletti di Domodossola e circa 1500 furono i feriti.

Uno spray al peperoncino, spruzzato in mezzo alla folla e il delirio. Gli autori di quel gesto, tra i quali Bouimadaghen meglio conosciuto come “Budino”, avevano intenzione di creare il panico e trovare l’occasione giusta per riuscire rapinare cellulari e portafogli, come già avevano fatto durante altre manifestazioni nella città piemontese e in giro per l’Italia.

Per gli stessi fatti, i giudici avevano richiesto la custodia cautelare in carcere, successivamente impugnata dai loro difensori.

Ma la Cassazione non ha dubbi: si è trattato di omicidio preterintenzionale e pertanto, ha respinto il ricorso.

L’omicidio preterintenzionale

Che si trattasse di omicidio, qualcuno già lo immaginava. Ma perché omicidio preterintenzionale?

Su questa fattispecie di reato, molto si è scritto in dottrina e in giurisprudenza; specie con riferimento all’elemento soggettivo della preterintenzione.

Si tratta di tutte quelle ipotesi in cui l’evento (morte) si sia verificato involontariamente, cioè contro la volontà dell’autore o, per meglio dire, “oltre la sua volontà”.

Ma l’omicidio preterintenzionale, nonostante la frequente ricorrenza nelle teorie ricostruttive di giudici e avvocati e l’elevata attenzione da parte degli studiosi, ha dato vita a numerosi e accesi dibattiti.

Primo tra tutti, può essa costituire un tertium generis di colpevolezza?

Si è soliti ritenere, infatti, che la preterintenzione sia tecnicamente a metà strada tra il dolo e la colpa: “il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione quando l’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”.

Ne deriva che nel delitto preterintenzionale vi è una volontà di realizzare un evento meno grave di quello concretamente prodotto (necessariamente più grave).

Quanto alla volontà iniziale, essa è imputabile a titolo di dolo; a differenza dell’evento finale (più grave) rientrante nel concetto di colpa.

Il codice penale, riconduce a questa categoria un’unica fattispecie delittuosa: l’omicidio preterintenzionale, disciplinato dall’art. 584 c.p.

Chiunque con atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581 e 582 c.p., cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni”.

In altre parole, l’autore del reato risponde per fatto proprio, seppure per un fatto più grave di quello voluto.

È quello che hanno anche ritenuto i giudici della Suprema Corte di Cassazione, riguardo alla “banda dello spray” che ha agito a Piazza San Carlo.

La sera della finale di Champions, “Budino” e i suoi compagni, non vollero l’omicidio ma risponderanno, se ritenuti colpevoli, di siffatto reato.

Avv. Sabrina Caporale

 

Leggi anche:

GIOCHI EROTICI FINITI IN TRAGEDIA: SI’ ALL’OMICIDIO COLPOSO, ESCLUSA LA PRETERINTENZIONE

LE ULTIME NEWS

carte fedeltà

0
Le precisazioni della start up che ha sviluppato Weople dopo la segnalazione dell’App al Comitato europeo per la protezione dei dati personali da...