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Il Giudice di Pace di Frosinone ha ribadito il principio per cui la segnaletica indicante le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità deve essere ben visibile, pena l’annullabilità del verbale di contravvenzione

L’importanza della segnaletica è principio ormai costante non solo nella giurisprudenza di legittimità ma anche in quella di merito, oltre a trovare espresso riconoscimento nella legge n. 160 del 03.10.2007.

La vicenda

Viaggiava sull’autostrada A1 Milano-Roma-Napoli quando all’altezza del km di pertinenza del comune di Frosinone superava il limite massimo di velocità calcolato con il cd. Sistema tutor.

Cosicché dopo poco tempo le veniva notificata la multa per violazione dell’all’art. 142 Codice della Strada.

Senonché con ricorso depositato dinanzi al Giudice di Pace di Frosinone l’automobilista presentava opposizione al verbale di contravvenzione per l’infrazione commessa.

L’ufficio con propria ordinanza non sospendeva l’esecutività del provvedimento impugnato e fissava l’udienza di comparizione delle parti ordinando all’autorità che aveva emesso il provvedimento di depositare in cancelleria copia del rapporto con gli atti relativi all’accertamento, nonché alla contestazione o notifica della violazione.

La decisione

Per il giudice adito l’opposizione merita accoglimento.

Ed infatti la parte opponente, tra tutti i motivi di ricorso, aveva eccepito la mancata contestazione immediata della violazione al codice della strada, l’omessa taratura e omologazione dell’apparecchio, nonché l’inidoneità della segnaletica.

I suddetti motivi sono stati analizzati separatamente.

Quanto al primo punto, quello attinente cioè la mancata contestazione immediata dell’infrazione, esso – afferma il giudice di pace adito – non può essere accolto, in quanto proprio per le caratteristiche del Sistema (Tutor) è impossibile la contestazione immediata in quanto esso permette la rilevazione della velocità solo successivamente al passaggio del veicolo, nel tratto interessato.

Altrettanto priva di fondamento era l’asserita circostanza secondo cui le suddette rilevazioni sarebbero state poco attendibili.

A tal proposito la parte ricorrente avrebbe dovuto dare prova della mancata revisione degli stessi apparecchi: è onere della parte opponente, infatti, dimostrare che gli stessi non funzionavano o comunque non erano stati sottoposti a revisione.

Diverso discorso per quanto riguarda le considerazioni sulla mancata segnalazione.

Dagli atti era emerso, infatti, che la velocità istantanea era stata rilevata nel tratto autostradale interessato attraverso il rilevamento della velocità media, cd. Tutor.

Ma la polizia municipale non aveva dato prova dell’idonea segnalazione.

Occorre rilevare che in materia di sanzioni amministrative irrogate per eccesso di velocità, ai fini della validità del verbale di contestazione, è necessaria la presenza di segnaletica di preventiva informazione, agli automobilisti in transito, del posizionamento dell’apparecchio autovelox (Cassazione civile, se. VI, ordinanza 13.01.2011 n. 680).

Mezzi di rilevamento elettronico della velocità: l’importanza della segnaletica

E’ opportuno ricordare che il legislatore prima, e la prevalente Giurisprudenza di legittimità e di merito poi, hanno più volte posto l’evidenza sulla necessità di dar informativa agli utenti della strada circa l’esistenza dei limiti di velocità e l’utilizzo di mezzi di rilevamento elettronico; informativa di carattere preventivo che consiste in una divulgazione rispettosa dei requisiti di congruità, idoneità e correttezza.

Tale principio è stato di recente ribadito con la legge n. 160 del 03.10.2007, di conversione del D.L. n. 177 del 03.08.2007, che ha introdotto nell’art. 142 C.d.S. il comma 6-bis “le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazioni luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice. La modalità di impiego sono stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’Interno“.

L’insistenza su tale punto, confermata anche dalla legge, non può essere trascurata ed evidenzia che la segnaletica deve essere idonea per dimensionamento, visibilità, leggibilità e posizionamento e che la violazione di uno solo di questi parametri può provocare l’illegittimità dell’accertamento secondo prudente apprezzamento.

E visto che agli atti  – conclude il giudice adito -, non risulta depositata alcuna documentazione, anche fotografica, da far ritenere rispettato il principio poc’anzi riportato, non vi è certezza dell’idoneità rispetto al punto di rilevamento, anche al fine di verificare la possibilità per l’utente di regolare per tempo la velocità di percorso.

Vittoria dunque, per l’automobilista e provvedimento annullato.

La redazione giuridica

 

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reati procedibili a querela

Minaccia grave e reati procedibili a querela. Innovazioni della c.d. Riforma Orlando. Commento della sentenza n° 3520/2019 della Corte di Cassazione

La c.d. Riforma Orlando, avvenuta con il d. lgs. n° 36/2018, ha apportato rilevanti modifiche al codice penale. Le novità hanno riguardato anche la materia dei reati procedibili a querela.

Ebbene, solo per mera chiarezza, occorre precisare a chi legge che i reati si distinguono in due categorie : reati procedibili a querela e reati procedibili di ufficio.

Ferme restando le differenze di tipo sostanziale, l’aspetto peculiare che in questa sede rileva – ad avviso di chi scrive – è il seguente : in presenza di un reato procedibile a querela, il procedimento penale può concludersi bonariamente tra le parti, mediante la remissione di querela da parte della persona offesa e l’accettazione della remissione di querela da parte dell’indagato/imputato.

Per contro, laddove il reato contestato ad una persona risulti procedibile di ufficio, anche in presenza di un eventuale accordo bonario tra le parti, il procedimento seguirà il suo corso.

Fatta questa breve puntualizzazione, analizziamo ora il contenuto della sentenza individuata dal n° 3520/2019.

In particolare, gli Ermellini hanno analizzato il reato di minaccia aggravata, alla luce proprio della c.d. Riforma Orlando.

Infatti, nel caso in esame, innanzitutto il Collegio di Legittimità ha chiarito che alla luce della novella normativa, la minaccia grave, laddove non fosse consumata secondo le forme previste dall’art. 339 c.p., risulta ora procedibile a querela.

Pertanto, trattandosi di una innovazione del diritto sostanziale, la sua applicabilità è immediata.

Dunque, nella fattispecie de qua, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio una precedente pronuncia, affermando che l’azione penale non potesse essere proseguita, per difetto di querela, precisando altresì che nel caso di specie le persone offese, sarebbero dovute essere state informate della prospettiva di formalizzare l’istanza punitiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione evidenziava che nel caso di specie la carenza di tale passaggio normativo risulta superata dalla circostanza della intervenuta prescrizione del reato contestato all’imputato.

Pertanto, la sentenza andava annullata senza rinvio, attesa l’intervenuta prescrizione dell’addebito contestato in rubrica all’imputato.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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cartelle cliniche

Integra il reato di falso materiale in atto pubblico l’alterazione di cartelle cliniche mediante l’aggiunta di una annotazione, ancorché vera, ma in un contesto cronologico successivo e, pertanto, diverso da quello reale

Falso ideologico e falso materiale, sono questi i reati ascritti ad un medico in servizio presso l’unità operativa di ortopedia e traumatologia di un ospedale italiano. L’imputato avrebbe intenzionalmente falsificato la date delle cartelle cliniche nelle quali annotava le visite fatte in reparto; tutte recavano una data successiva a quella reale.

Fu un altro medico in servizio presso lo stesso ospedale a denunciare i fatti, chiedendo l’immediato intervento degli inquirenti. Come mai quelle cartelle cliniche riportavano una data che non combaciava con le visite da egli stesso effettuate?

Il processo

Il procedimento si svolgeva col rito abbreviato. All’esito del giudizio di primo grado, il GUP era pervenuto ad affermare la penale responsabilità dell’imputato alla luce delle dichiarazioni testimoniali e della documentazione in atti.

Dalle indagini era altresì risultato come – sulle medesime cartelle – fossero state successivamente apposte annotazioni in rettifica, a firma dell’imputato, con le quali si dava atto della mera erronea indicazione della data riferita ai precedenti interventi in reparto; annotazioni da ritenersi anch’esse mendaci, in quanto recanti attestazioni non conformi al vero, poiché finalizzate all’apparente emendatio delle precedenti dichiarazioni di cui era stata già rilevata la falsità.

Il processo proseguì in Cassazione (sent. n. 55385/2018). La difesa continuava a sostenere che il giudice di merito avesse “esagerato” nel qualificare quei fatti come penalmente rilevanti. Si trattava, al contrario, di un mero errore materiale.

Il parere della Cassazione

In prima battuta, i giudici della Cassazione ribadiscono che secondo il consolidato orientamento di legittimità, la cartella clinica redatta da un medico di un ospedale pubblico ha la natura di atto pubblico, che esplica la funzione di diario del decorso della malattia e di altri eventi clinici rilevanti, sicché i fatti devono esservi annotati contestualmente al loro verificarsi.

Senonché, le attestazioni rese dal pubblico ufficiale mediante annotazione su cartella clinica – e sui documenti che vi accedono, quali il diario clinico e la scheda di dimissioni ospedaliere – debbono rispondere ai criteri di veridicità del contenuto rappresentativo, di completezza delle informazioni, di immediatezza della redazione rispetto all’atto medico descritto e di continuità delle annotazioni, in quanto finalizzate ad asseverare, con fede privilegiata, non solo la verbalizzazione dell’atto medico, ma anche la successione cronologica degli interventi, delle diagnosi, della prognosi e delle prescrizioni.

Ne deriva che tutte le modifiche, le aggiunte, le alterazioni e le cancellazioni integrano falsità in atto pubblico e perciò, sono punibili in quanto tali (Sez. 5, n.1098/1998; Sez. 5, n.31858/2009; Sez. 4, n.37925/2010).

Non ha alcuna rilevanza che il soggetto abbia agito per ristabilire la verità effettuale, in quanto le cartelle cliniche acquistano carattere definitivo in relazione ad ogni singola annotazione, così da uscire dalla sfera di disponibilità del loro, autore nel momento stesso in cui la singola annotazione viene registrata, trattandosi di atto avente funzione di “diario” della malattia e di altri fatti clinici rilevanti, la cui annotazione deve avvenire contestualmente al loro verificarsi (Sez. 5, a n.37314/2013).

Sul piano psicologico, vale ad integrare il reato in parola, il mero dolo generico. Esso – aggiungono i giudici Ermellini – non costituisce un’ipotesi di “dolus in re ipsa“, in quanto l’elemento soggettivo deve essere comunque (rigorosamente) provato. Il reato di falso, è escluso, qualora si provi che esso derivi da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo (Sez. 3, n.30862/2015; Sez. 5, n.29764/2010).

 

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messa alla prova

La Corte costituzionale con la sentenza n. 231 del 10 dicembre 2018, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della menzione nel casellario giudiziale delle ordinanze di sospensione del processo per messa alla prova

La questione di legittimità costituzionale era stata inizialmente sollevata, con ordinanza del 18 novembre 2016 (r.o. n. 47 del 2017), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, tra gli artt. 24 e 25 del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale (…)», nel testo anteriore alle modifiche, non ancora efficaci, recate dal decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 122 (Disposizioni per la revisione della disciplina del casellario giudiziale, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 18 e 19, della legge 23 giugno 2017, n. 103), in riferimento al «principio di eguaglianza e conseguentemente di ragionevolezza» di cui all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui «non prevedono che nel certificato generale del casellario giudiziale e nel certificato penale chiesto dall’interessato non siano riportate le ordinanze di sospensione del processo emesse ai sensi dell’art. 464-quater c.p.p. Si tratta cioè dei casi di concessione del beneficio della messa alla prova.

Quanto all’art. 3 Cost., l’irragionevolezza della disposizione risiederebbe nel fatto di imporre la menzione nei certificati del casellario di vicende giudiziarie meno gravi di altre per le quali è invece prevista la non menzione. Si pensi anche al diverso e più favorevole trattamento riservato ai provvedimenti che dichiarano la non punibilità ai sensi dell’art. 131-bis del codice penale, anch’essi esclusi dalla menzione nei certificati del casellario giudiziale, rispetto al caso in esame.

Quanto invece all’art. 27 Cost., lo stesso giudice rimettente ritiene che l’iscrizione dei provvedimenti relativi alla messa alla prova in relazione a un reato dichiarato estinto per esito positivo della messa alla prova, farebbe permanere «l’onta legata al trascorso giudiziale […] così vanificando la positiva esperienza risocializzatrice» del soggetto interessato.

Il giudizio di costituzionalità

A parere dei Giudici delle Leggi, l’eccezione è fondata.

Rispetto alle censure formulate in relazione all’art. 3 Cost., occorre osservare come l’implicito obbligo di includere i provvedimenti relativi alla messa alla prova nei certificati del casellario richiesti da privati, finisca per risolversi in un trattamento deteriore dei soggetti che beneficiano di questi provvedimenti (peraltro, orientati anche a una finalità deflattiva con correlativi risvolti premiali per l’imputato), rispetto a coloro che – aderendo o non opponendosi ad altri procedimenti, come il patteggiamento o il decreto penale di condanna, ispirati essi pure alla medesima finalità – beneficiano già oggi della non menzione dei relativi provvedimenti nei certificati richiesti dai privati.

Inoltre, mentre per la generalità dei casi esiste la possibilità di beneficiare della non menzione della condanna nei certificati qualora si sia ottenuta la riabilitazione (art. 24, comma 1, lettera d e art. 25, comma 1, lettera d, del t.u. casellario giudiziale), nel caso dei provvedimenti relativi alla messa alla prova la riabilitazione è per definizione esclusa, non trattandosi di condanne. Il che costituisce un ulteriore profilo di irragionevolezza ingenerato dalla disciplina censurata.

Fondate sono, anche – a giudizio della Corte Costituzionale, le questioni sollevate in relazione all’art. 27, terzo comma, Cost.

Come affermato da una recente sentenza delle Sezioni unite dalla Corte di cassazione (sentenza n. 91 del 2018), “la sospensione del procedimento con messa alla prova costituisce «istituto che persegue scopi special-preventivi in una fase anticipata, in cui viene “infranta” la sequenza cognizione-esecuzione della pena, in funzione del raggiungimento della risocializzazione del soggetto (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza 31 marzo 2016, n. 36272)”.

La decisione

Non vi è, dunque, alcuna ragione plausibile perché si debba menzionare anche sui certificati richiesti dai privati – con gli effetti pregiudizievoli di cui si è detto, a carico di un soggetto che la Costituzione pur vuole sia presunto innocente sino alla condanna definitiva – un provvedimento interinale come l’ordinanza che dispone la messa alla prova, destinata peraltro, a essere travolta da un provvedimento successivo (la sentenza che dichiara l’estinzione del reato, nella normalità dei casi; o, in caso contrario, dall’ordinanza che dispone la prosecuzione del processo, laddove la messa alla prova abbia avuto esito negativo).

D’altra parte, una volta che il processo si sia concluso con l’estinzione del reato per effetto dell’esito positivo della messa alla prova, la menzione della vicenda processuale ormai definita contrasterebbe con la ratio della stessa dichiarazione di estinzione del reato, che comporta normalmente l’esclusione di ogni effetto pregiudizievole – anche in termini reputazionali – a carico di colui al quale il fatto di reato sia stato in precedenza ascritto.

 

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piazza cavour

La Corte di Cassazione ha accolto le tesi accusatorie dei magistrati sull’imputazione per omicidio preterintenzionale per i ragazzi della c.d. “banda dello spray”, autori dei tragici eventi di Piazza San Carlo a Torino

È di poche ore fa la notizia che i giudici della Cassazione hanno rigettato il ricorso presentato dal difensore di uno degli imputati della strage di Piazza San Carlo a Torino, la sera del 3 giugno 2017, durante la finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid.

I fatti

Quella sera, perse la vita una donna, Erila Pioletti di Domodossola e circa 1500 furono i feriti.

Uno spray al peperoncino, spruzzato in mezzo alla folla e il delirio. Gli autori di quel gesto, tra i quali Bouimadaghen meglio conosciuto come “Budino”, avevano intenzione di creare il panico e trovare l’occasione giusta per riuscire rapinare cellulari e portafogli, come già avevano fatto durante altre manifestazioni nella città piemontese e in giro per l’Italia.

Per gli stessi fatti, i giudici avevano richiesto la custodia cautelare in carcere, successivamente impugnata dai loro difensori.

Ma la Cassazione non ha dubbi: si è trattato di omicidio preterintenzionale e pertanto, ha respinto il ricorso.

L’omicidio preterintenzionale

Che si trattasse di omicidio, qualcuno già lo immaginava. Ma perché omicidio preterintenzionale?

Su questa fattispecie di reato, molto si è scritto in dottrina e in giurisprudenza; specie con riferimento all’elemento soggettivo della preterintenzione.

Si tratta di tutte quelle ipotesi in cui l’evento (morte) si sia verificato involontariamente, cioè contro la volontà dell’autore o, per meglio dire, “oltre la sua volontà”.

Ma l’omicidio preterintenzionale, nonostante la frequente ricorrenza nelle teorie ricostruttive di giudici e avvocati e l’elevata attenzione da parte degli studiosi, ha dato vita a numerosi e accesi dibattiti.

Primo tra tutti, può essa costituire un tertium generis di colpevolezza?

Si è soliti ritenere, infatti, che la preterintenzione sia tecnicamente a metà strada tra il dolo e la colpa: “il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione quando l’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”.

Ne deriva che nel delitto preterintenzionale vi è una volontà di realizzare un evento meno grave di quello concretamente prodotto (necessariamente più grave).

Quanto alla volontà iniziale, essa è imputabile a titolo di dolo; a differenza dell’evento finale (più grave) rientrante nel concetto di colpa.

Il codice penale, riconduce a questa categoria un’unica fattispecie delittuosa: l’omicidio preterintenzionale, disciplinato dall’art. 584 c.p.

Chiunque con atti diretti a commettere uno dei delitti previsti dagli artt. 581 e 582 c.p., cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni”.

In altre parole, l’autore del reato risponde per fatto proprio, seppure per un fatto più grave di quello voluto.

È quello che hanno anche ritenuto i giudici della Suprema Corte di Cassazione, riguardo alla “banda dello spray” che ha agito a Piazza San Carlo.

La sera della finale di Champions, “Budino” e i suoi compagni, non vollero l’omicidio ma risponderanno, se ritenuti colpevoli, di siffatto reato.

Avv. Sabrina Caporale

 

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morte del coniuge

Il danno conseguente alla morte del coniuge dà diritto all’altro coniuge di ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, a patto che egli dimostri l’esistenza di un solido rapporto coniugale e di un progetto di vita insieme

In caso di incidente stradale, e di morte del coniuge o di un prossimo congiunto, che si tratti cioè di un componente appartenente al ristretto nucleo familiare (genitore, coniuge, fratello), si ha diritto al risarcimento del danno non patrimoniale presunto, consistente nella sofferenza morale che solitamente si accompagna alla morte di una persona cara e nella perdita del rapporto parentale. A questo va aggiunto il danno derivato dalla lesione del diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che ordinariamente caratterizza la vita familiare.

Si tratta di un principio ormai consolidato sia nella giurisprudenza di legittimità, sia in quella di merito.

Ma il caso quest’oggi in evidenza è un po’ diverso.

A fare richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale, nei termini anzidetti, era il marito di una donna, sfortunatamente deceduta a seguito di un violento impatto tra la sua auto e un mezzo agricolo.

La vicenda

Il tutto accadde su una strada pubblica, in condizioni di scarsa visibilità, quando l’autovettura della donna impattò violentemente contro un mezzo agricolo, peraltro non assicurato. A seguito dell’incidente la donna perse la vita; cosicché in seguito, il coniuge di quest’ultima decise di rivolgersi al giudice ordinario, per ivi ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale “iure proprio” conseguente al decesso del coniuge.

In primo grado la vicenda terminava con il respingimento della domanda attorea. Lo stesso accadeva in appello.

Secondo i giudici della corte territoriale, entrambi i conducenti avrebbero con la propria condotta concorso a determinare il verificarsi dell’evento: da una parte il conducente del mezzo agricolo che circolava in condizioni di scarsa visibilità, su una strada pubblica e con un rimorchio privo di dispositivi di illuminazione; dall’altra, la donna, che al contrario, percorreva la strada, pur se a velocità inferiore a quella massima consentita, ma senza prestare adeguata attenzione alla presenza di un ostacolo ancora visibile per le sue significative dimensioni e senza indossare le cinture di sicurezza.

Ma quel che più rileva, attiene alle motivazioni con cui i giudici della Corte d’Appello rigettavano la domanda dell’attore in merito alla richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale.

Secondo questi ultimi, infatti, il ricorrente, coniuge della donna deceduta, non avrebbe sufficientemente dimostrato (gravando su di lui l’onere della prova) la sussistenza di un progetto di vita in comune e di un vincolo affettivo; al contrario tale presunzione, che normalmente sussiste tra coniugi non separati, era stata superata da elementi di segno opposto, che secondo le regole di comune esperienza, costituiscono sintomo di deterioramento e di cessazione di un rapporto coniugale.

Di che cosa stiamo parlando?

L’uomo aveva avuto una relazione extraconiugale, dalla quale era nato un figlio, tre mesi prima della morte della moglie.

A nulla è valso, allora, il ricorso in ultima istanza dinanzi ai giudici della Corte di Cassazione.

Anche questi ultimi hanno confermato il giudizio precedentemente espresso.

A tal proposto, viene preliminarmente ricordato che il danno “de iure proprio” da perdita del rapporto parentale costituisce danno presunto, dovendosi ordinariamente ritenere sussistente tra detti stretti congiunti un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune; nella normalità dei casi, pertanto, in virtù di detta presunzione, il soggetto danneggiato non ha l’onere di provare di avere effettivamente subito il dedotto danno non patrimoniale.

Siffatta presunzione semplice può tuttavia, in quanto tale, essere superata da elementi di segno contrario, quali la separazione legale o (come nel caso di specie) l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge (relazione extraconiugale che costituisce evidente inadempimento all’obbligo di fedeltà tra coniugi di cui all’art. 143 c.c.).

Detti elementi non comportano, di per sé, l’insussistenza del danno non patrimoniale in capo al coniuge superstite, ma impongono a quest’ultimo, in base agli ordinari criteri di ripartizione dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c. (essendo stata, come detto, superata la presunzione), di provare di avere effettivamente subito, per la persistenza del vincolo affettivo, il domandato danno non patrimoniale.

Per tali motivi, nel caso in esame, giustamente la Corte territoriale aveva rigettato la richiesta del coniuge, dal momento che quest’ultimo non aveva fornito alcuna prova in materia.

 

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malattie

L’ospedale non deve risarcire il danno per malattie contratte sul lavoro se prova di aver assicurato una corretta profilassi

L’aver contratto malattie sul luogo del lavoro non necessariamente implica la responsabilità del datore di lavoro, perché la patologia può essere anche conseguenza della qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa o può essere insorta per una causa non addebitabile al datore, per avere quest’ultimo adottato le misure imposte dal legislatore o suggerite dalla tecnica e dalle regole di ordinaria prudenza.

Il principio è stato di recente affermato dai giudici della Sezione Lavoro della Cassazione (sentenza n. 31873/2018).

La vicenda

Il caso è quello di una tirocinante infermiera che, nel corso del suddetto tirocinio svolto presso il reparto di tisiologia contraeva una malattia. Aveva pertanto, proposto azione di risarcimento nei confronti dell’ente ospedaliero.

In primo grado, i giudici avevano respinto tale domanda posto che la ricorrente, era allieva della scuola per infermieri professionali e, aveva frequentato il reparto in qualità di tirocinante; sicché non sussisteva fra le parti alcun rapporto contrattuale e la responsabilità dell’azienda non poteva essere fondata sull’art. 2087 cod. civ., applicabile al solo lavoro subordinato.

In secondo grado, i giudici dell’appello, ugualmente, respingevano la domanda ma con diversa motivazione.

Anzitutto, chiarivano che il tirocinio anzidetto si basa su di un rapporto contrattuale trilaterale fra il soggetto promotore, il tirocinante e l’ente ospitante, che è tenuto a salvaguardare la sicurezza e la salute del tirocinante e risponde dell’eventuale inadempimento a titolo di responsabilità contrattuale ex art. 1218 cod. civ.;

Ma detta responsabilità, prima che in diritto, andava respinta nel merito posto che l’ospedale aveva ampiamente dimostrato di aver sottoposto la tirocinante a vaccinazione che, come avviene nella quasi totalità dei casi, è sufficiente ad impedire qualsiasi contagio; e in ogni caso, l’ente non è tenuto a garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro, impossibile per la presenza di soggetti malati, bensì solo ad eseguire la profilassi idonea a scongiurare il pericolo di contagio.

Il ricorso in Cassazione

I giudici della Sezione Lavoro senza alcuna difficoltà, confermavano l’impianto motivazionale della sentenza impugnata; senza tuttavia, risparmiarsi dal fornire alcune precisazioni in materia.

L’obbligo di sicurezza che grava sull’imprenditore e sulle amministrazioni pubbliche – affermano –  è assunto non solo nei confronti dei lavoratori subordinati ma anche rispetto ad altre categorie di soggetti che, a vario titolo, si vengono a porre in relazione con i luoghi di lavoro.

La normativa antinfortunistica, infatti, tutela chiunque “svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o una professione” (art. 2, lett. a) d.lgs. n. 81/2008 che, sebbene non applicabile alla fattispecie ratione temporis, riprende la definizione già contenuta nell’art. 3 del d.P.R. n. 547/1955 e nell’art. 3 del d.P.R. n. 303/1956);

Ciò vuol dire che si applicano anche ai rapporti (contrattuali) di tirocinio i principi, consolidati nella giurisprudenza di legittimità che regolano la responsabilità ex artt. 1218 e 2087 cod. civ., secondo cui l’inadempimento dell’obbligo di tutela dell’integrità psico-fisica del lavoratore è fonte di responsabilità contrattuale e risarcitoria, che sorge qualora la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali e tecniche (cfr. fra le tante Cass. n. 749/2018; Cass. n. 15082/2014; Cass. n. 8855/2013).

La richiamata responsabilità non ha, però, natura oggettiva perché, sebbene la colpa si presuma ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., in capo al datore di lavoro, quest’ultimo può, sempre superarla con prove a suo discarico e, in ogni caso, gli si può addebitare qualsiasi evento lesivo della salute del dipendente; ma solo quello che sia etiologicamente collegato alla regola cautelare violata, regola che deve essere specificamente volta a scongiurare il rischio di verificazione dell’evento realizzatosi (Cass. n. 749/2018).

Detto in altri termini, qualora il dipendente contragga una malattia mentre è in servizio, essa non implica necessariamente la responsabilità del datore di lavoro, se si tratta di attività per loro stessa natura intrinsecamente usuranti o se la patologia sia insorta comunque per una causa non addebitabile al datore, ad esempio, quando quest’ultimo aveva adottato tutte le misure imposte dal legislatore o suggerite dalla tecnica e dalle regole di ordinaria prudenza.

E così è stato nella vicenda in esame, ove l’ospedale convenuto aveva provato di aver adottato nei confronti della tirocinante tutte le misure di profilassi necessarie, quali la somministrazione del vaccino.

Ne discende che l’evento non poteva essere addebitato a colpa della struttura ospedaliera perché, da un lato, non poteva essere garantita l’assoluta salubrità dell’ambiente di lavoro, in considerazione dell’ineliminabile presenza nel reparto di soggetti malati, dall’altro la vaccinazione, nella normalità dei casi, impedisce il contagio e la resistenza al vaccino, seppure possibile, non poteva essere ascritta al datore.

 

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parto in anonimato

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Nasceva con un parto in anonimato il minore non riconosciuto dai propri genitori biologici che veniva “affidato” ad un procedimento di adozione abbreviata ai sensi dell’art. 11 l. 184/1983 avanti al Tribunale per i minorenni di Perugia.

A distanza qualche tempo, la madre del piccolo presentava istanza per ottenere la sospensione della procedura per la dichiarazione dello stato di adottabilità, con contestuale richiesta di riconoscimento della maternità, precisando che, dopo il parto in anonimato, aveva mutato la propria volontà.

Il Tribunale per i minorenni di Perugia, respingeva la domanda di sospensiva dichiarando, peraltro, inammissibile la domanda di riconoscimento del minore.

La Corte d’Appello di Perugia, pur dando atto che la richiesta di sospensione del procedimento avente ad oggetto la dichiarazione di adottabilità era stata tempestiva, rilevava che il Tribunale per i minorenni di Perugia, aveva già dichiarato lo stato di adottabilità del minore e di conseguenza l’appello proposto dovesse ritenersi inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse.

In altre parole, ritenevano i giudici dell’appello che doveva ritenersi venuto meno l’interesse ad impugnare la decisione che aveva negato la sospensione del procedimento di adottabilità, dal momento che il procedimento era ormai definito.

Il ricorso in Cassazione

Con il primo motivo di ricorso la madre del bambino denunciava la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 11, commi 2 e 5, legge 184/1983: la Corte territoriale non avrebbe, infatti, tenuto conto della circostanza determinante costituita dal fatto che la sentenza di adottabilità era stata emessa dal Tribunale per i minorenni di Perugia nonostante fosse già stata depositata, tempestivamente e in epoca anteriore alla dichiarazione di adottabilità, l’istanza di sospensione della procedura di adozione (prevista dall’art. 11, comma 2, legge 184/1983).

La dichiarazione di adottabilità, pronunciata in mancanza dei suoi presupposti, doveva pertanto essere revocata. Tale argomento era stata già introdotto -seppure con esisto negativo -davanti ai giudici della corte territoriale, posto che il diritto al riconoscimento da parte della madre biologica è di carattere indisponibile e può essere validamente esercitato anche nel caso in cui la genitrice non abbia proceduto al riconoscimento nell’immediatezza del parto.

Il Tribunale per i minorenni prima e la Corte d’Appello poi, negando in maniera del tutto arbitraria la concessione del termine per addivenire al riconoscimento, avrebbero invece di fatto svuotato il diritto della madre al ripensamento.

È quello che pensano i giudici Ermellini.

“La Corte territoriale ha ritenuto che la sentenza del Tribunale dei minori dichiarativa dello stato di adottabilità del minore, facesse venir meno in questo diverso procedimento l’interesse della madre biologica a impugnare la sentenza depositata quasi un mese prima, con cui il medesimo Tribunale minorile aveva in precedenza rigettato la sua richiesta di sospensione del procedimento di adottabilità e dichiarato inammissibile la domanda di riconoscimento del minore”.

“Una simile statuizione – aggiungono i giudici della Suprema Corte – è sfornita di base normativa, dato che, come espressamente prevede l’art. 11, ultimo comma, l. 184/198, il riconoscimento materno dopo il parto in anonimato non era precluso dalla sopravvenuta declaratoria di adottabilità del minore e sarebbe stato (non nullo ma) inefficace solo se questa declaratoria fosse stata seguita dall’affidamento preadottivo, che invece nella specie non pare che all’epoca fosse in atto. La Corte territoriale non avrebbe perciò potuto riscontrare il venir meno dell’interesse a impugnare la sentenza di primo grado, ben potendo l’appellante ancora procedere, se lo avesse voluto, al riconoscimento del figlio”.

 

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ludopatia

Ludopatia: dipendenza dal gioco d’azzardo. È questa la definizione che dà il vocabolario di lingua italiana per descrivere una vera e propria patologia

Può un dipendente di banca, cassiere, affetto da ludopatia, continuare a svolgere la propria attività? E cosa succede se, nell’esercizio delle proprie funzioni si appropria indebitamente di somme di denaro?

Il caso

Di recente la Corte di Cassazione ha avuto proprio a che fare con la vicenda riguardante un “malato” di gioco d’azzardo, impiegato di banca, accusato dal suo datore di lavoro di aver indebitamente sottratto delle somme di denaro, mentre era a lavoro e pertanto, licenziato.

Cosicché egli decideva di ricorrere per vie legali, impugnando il provvedimento di licenziamento dinanzi al Tribunale civile, perché sproporzionato e non curante della sua condizione psico-patologica.

Nel corso del processo a suo carico ,era stata espletata una c.t.u. per verificare lo stato di malattia. Dalla stessa era emerso che egli fosse affetto “da una ludopatia soltanto, lieve o al più moderata, che non aveva compromesso la capacità d’intendere e di volere, sicché era residuata un’apprezzabile capacità di autocontrollo, atteso che la condotta appropriativa era stata posta in essere proprio in occasione di favorevoli condizioni ambientali, restando accertato che il lavoratore non era soggetto ad alcun impulso ingestibile, operando invece nella piena consapevolezza del disvalore del suo comportamento e sulla base di una valutazione razionale “posso farlo perché nessuno mi vede”. Non era stato provato, al contrario, il carattere, asseritamente discriminatorio e sproporzionato, della condotta datoriale, che era comunque da escludersi sussistendo palesemente la giusta causa del recesso, avuto riguardo al fatto dell’appropriazione indebita di danaro”;

Il ricorso veniva respinto sia in primo grado che in appello.

Il ricorso in Cassazione

A giudizio degli Ermellini il ricorso è inammissibile.

La Corte di merito con adeguata motivazione aveva escluso il nesso di causalità tra la dedotta ludopatia (risultata lieve /moderata) e la condotta contestata al lavoratore, consistita in ammanchi di cassa (pacifica tra le parti), nonché l’incapacità di intendere e di volere al momento della commissione dei fatti ascritti, ciò sulla scorta di apposita c.t.u. medico legale, espletata altresì con l’ausilio di uno specialista in materia.

Quanto alla proporzionalità del provvedimento disciplinare rispetto ai fatti contestati, la Cassazione non ha dubbi nell’affermare che la condotta dell’appropriazione di danaro (evidentemente reputata dolosa sulla scorta dell’anzidetta c.t.u.) non può che elidere, per sua stessa definizione, l’elemento fiduciario, del resto particolarmente sensibile ed essenziale nel rapporto di lavoro in ambito bancario, vista la delicatezza delle mansioni generalmente svolte.

A sostegno della sua decisione la Suprema Corte richiama peraltro, un precedente caso analogo (Cass. lav. n. 7650/2008) in cui era stato rigettato il ricorso di un lavoratore, contro la pronuncia dei giudici di merito che avevano dichiarato la legittimità del suo licenziamento irrogato da Poste Italiane. Anche in questo caso, il dipendente affetto da ludopatia, si era reso responsabile dell’appropriazione continuata di somme di danaro poste in essere nell’esercizio dei propri compiti.

Cosicché, già in quell’occasione si era rilevato come la forte propensione al gioco d’azzardo riscontrata nel lavoratore non valesse a giustificare o ad attenuare la gravità dell’addebito, quale elemento idoneo a pregiudicare irreparabilmente il vincolo fiduciario.

Il dipendente aveva ugualmente deciso di impugnate il provvedimento e portarlo al vaglio di legittimità, posto che i giudici di merito avrebbero omesso di valutare l’esistenza (scriminante) della sua malattia, peraltro accertata in sede di c.t.u.

Nel corso dell’istruttoria era emerso che dipendente nel momento in cui poneva in essere l’azione illecita si trovava, a causa della patologica dedizione al gioco d’azzardo, nella condizione di non poter esercitare un controllo efficace sulla propria volontà, pur presumibilmente comprendendo il significato di quanto andava compiendo. Di conseguenza, il Tribunale avrebbe dovuto escludere la gravità dell’infrazione sotto il profilo soggettivo in relazione al disposto dell’art. 2106 c.c. che impone il rispetto del principio di proporzionalità nell’individuazione delle sanzioni disciplinari da parte del datore di lavoro.

Invero, l’impossessamento illecito del danaro avvenne non in una, ma in più occasioni, sicché si sarebbe dovuto dimostrare, e ciò non era avvenuto, che in tutti i casi, il lavoratore agì sotto un’irrefrenabile spinta a delinquere; e, in ogni caso, la forte spinta al gioco d’azzardo, anche ammesso che avesse assunto dimensioni patologiche, non poteva giustificare l’appropriazione del danaro, trattandosi di comportamento autonomo rispetto all’impulso a giocare d’azzardo, pur se finalizzato a soddisfare questa esigenza.

Nessun dubbio, allora: è legittimo il licenziamento del dipendente che si appropria indebitamente di somme di denaro, pur se affetto da ludopatia.

 

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procedimento disciplinare

Ai fini della decadenza dal procedimento disciplinare a carico di un dipendente pubblico occorre avere riguardo alla data in cui il datore di lavoro ha avuto conoscenza certa dell’infrazione

Il caso

La vicenda trae origine dal procedimento disciplinare avviato a carico di un dipendente pubblico e successivamente licenziato per i medesimi fatti.

Il pubblico impiegato era stato sottoposto a procedimento disciplinare all’esito di una indagine ispettiva sul suo operato. Dall’indagine, erano emerse gravi infrazioni che lo stesso impiegato avrebbe posto in essere nell’esercizio delle sue funzioni e che avrebbero giustificato l’adozione di misure disciplinari a suo carico.

A detta del ricorrente, tuttavia, il procedimento disciplinare sarebbe stato avviato solo dopo la conclusione (con la relazione finale) delle indagini ispettive sul suo conto, risultando così tardivo e in violazione del suo diritto di difesa.

Il nodo della vicenda è dunque, il seguente: da quando far partire i termini per la conclusione del procedimento disciplinare a carico di un dipendente pubblico?

La soluzione arriva presto e a darla sono i giudici della corte d’Appello di Roma secondo i quali ai fini della decorrenza del termine perentorio previsto per la conclusione del procedimento disciplinare, assume rilievo esclusivamente il momento in cui l’ufficio competente, acquisisca la notizia della infrazione (art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001).

La notizia – specificano – deve essere certa, ossia tale da consentire allo stesso ufficio di dare, in modo corretto, avvio al procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione.

Giudizio che anche la Corte di Cassazione conferma.

Le motivazioni della Suprema Corte

“Correttamente la Corte d’Appello di Roma ha applicato l’art. 55-bis del d.lgs. n. 165 del 2001 (…) in tema di pubblico impiego contrattualizzato, ai fini della decorrenza del termine perentorio previsto per la conclusione del procedimento disciplinare dall’acquisizione della notizia dell’infrazione (ex art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001), in conformità con il principio del giusto procedimento, come inteso dalla Corte cost. (sentenza n. 310 del 2010), assume rilievo esclusivamente il momento in cui tale acquisizione, da parte dell’ufficio competente regolarmente investito del procedimento, riguardi una “notizia di infrazione” di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione; ciò vale anche nell’ipotesi in cui il procedimento predetto abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti sui quali è in corso un procedimento penale, per cui sarebbe ammessa la sospensione del primo, e che, comunque, ai fini disciplinari, vanno valutati in modo autonomo e possono portare anche al licenziamento del dipendente (Cass., n. 7134 del 2017).

Le argomentazioni sin ora esposte trovano giustificazione nella ratio stessa della contestazione dell’addebito che è quella di consentire al lavoratore incolpato l’immediata difesa e deve, conseguentemente, rivestire il carattere della specificità, senza l’osservanza di schemi prestabiliti e rigidi, purché siano fornite al lavoratore le indicazioni necessarie per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti addebitati (Cass., n. 29240 del 2017).

Ne deriva che la contestazione coincide con il momento in cui la Amministrazione datrice di lavoro esprime la propria valutazione in ordine alla rilevanza ed alla consistenza disciplinare della notizia e la consolida nell’atto di contestazione.

Sulla scorta delle considerazioni svolte, gli Ermellini, hanno pertanto affermato il seguente principio di diritto: “In tema di procedimento disciplinare nel rapporto di pubblico impiego contrattualizzato, ai sensi dell’art. 55-bis, comma 4, d.lgs. n. 165 del 2001, ai fini della decadenza dall’azione disciplinare occorre avere riguardo alla data in cui l’amministrazione datrice di lavoro esprime la propria valutazione in ordine alla rilevanza e consistenza disciplinare della notizia dei fatti rilevanti disciplinarmente e la consolida nell’atto di contestazione, assumendo rilievo l’eventuale ritardo nella comunicazione solo allorché detto ritardo sia di entità tale da rendere eccessivamente difficile l’esercizio del diritto di difesa” (Cass., n. 16900 del 2016).

 

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