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Minaccia grave e reati procedibili a querela. Innovazioni della c.d. Riforma Orlando. Commento della sentenza n° 3520/2019 della Corte di Cassazione

La c.d. Riforma Orlando, avvenuta con il d. lgs. n° 36/2018, ha apportato rilevanti modifiche al codice penale. Le novità hanno riguardato anche la materia dei reati procedibili a querela.

Ebbene, solo per mera chiarezza, occorre precisare a chi legge che i reati si distinguono in due categorie : reati procedibili a querela e reati procedibili di ufficio.

Ferme restando le differenze di tipo sostanziale, l’aspetto peculiare che in questa sede rileva – ad avviso di chi scrive – è il seguente : in presenza di un reato procedibile a querela, il procedimento penale può concludersi bonariamente tra le parti, mediante la remissione di querela da parte della persona offesa e l’accettazione della remissione di querela da parte dell’indagato/imputato.

Per contro, laddove il reato contestato ad una persona risulti procedibile di ufficio, anche in presenza di un eventuale accordo bonario tra le parti, il procedimento seguirà il suo corso.

Fatta questa breve puntualizzazione, analizziamo ora il contenuto della sentenza individuata dal n° 3520/2019.

In particolare, gli Ermellini hanno analizzato il reato di minaccia aggravata, alla luce proprio della c.d. Riforma Orlando.

Infatti, nel caso in esame, innanzitutto il Collegio di Legittimità ha chiarito che alla luce della novella normativa, la minaccia grave, laddove non fosse consumata secondo le forme previste dall’art. 339 c.p., risulta ora procedibile a querela.

Pertanto, trattandosi di una innovazione del diritto sostanziale, la sua applicabilità è immediata.

Dunque, nella fattispecie de qua, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio una precedente pronuncia, affermando che l’azione penale non potesse essere proseguita, per difetto di querela, precisando altresì che nel caso di specie le persone offese, sarebbero dovute essere state informate della prospettiva di formalizzare l’istanza punitiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione evidenziava che nel caso di specie la carenza di tale passaggio normativo risulta superata dalla circostanza della intervenuta prescrizione del reato contestato all’imputato.

Pertanto, la sentenza andava annullata senza rinvio, attesa l’intervenuta prescrizione dell’addebito contestato in rubrica all’imputato.

Avv. Aldo Antonio Montella

(Foro di Napoli)

 

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violenza nelle scuole

Violenza nelle scuole: è davvero necessaria una legge che tuteli gli insegnanti e i docenti dalle aggressioni da parte di studenti e genitori?

Gli atti di violenza nelle scuole da parte di alunni e genitori sta mobilitando il mondo dei docenti, degli educatori e di tutte le associazioni di categoria, perché si intervenga al fine di ampliare gli strumenti a tutela della loro integrità psico-fisica, anche se ciò potrebbe comportare l’apertura del codice penale a nuove fattispecie di reato.

L’evoluzione della società, i mutamenti dei rapporti e delle relazioni, il cambiamento dei costumi e del sistema dei valori sociali, porta inevitabilmente ad una costante rivisitazione delle fattispecie penali contenute nel nostro ordinamento.

A volte si tratta semplicemente di smussare gli angoli, altre volte si tratta di vere e proprie opere di demolizione e ricostruzione; vi sono poi, dei casi in cui il pensiero giuridico si spinge sino a farsi portavoce delle esigenze di tutela della società o di una specifica classe o gruppo sociale; giungendo così alla formulazione di nuovi “tipi “di reato.

La società sta cambiando e lo si percepisce a partire dalle nostre scuole.

Gli episodi di violenza e gli atti di brutale accanimento contro professori ed educatori da parte di studenti e genitori è un fenomeno inaccettabile, in continua crescita.

La portata è così allarmante al punto di essere diventato un vero e proprio caso sociale. Di recente anche il Ministro dell’istruzione è intervenuto sul punto e ha dichiarato che “le aggressioni nei confronti dei docenti, del personale della scuola tutto, sono atti da condannare sempre duramente. (… ) si tratta di esperienze devastanti. Per chi la subisce e per chi assiste a questi atti che avvengono all’interno di un luogo che è di formazione ed educazione”.

Di qui la promessa e l’impegno di un pronto intervento da parte del Governo al fine di “ri-creare un clima di serenità, per mettere la scuola in condizione di concentrarsi maggiormente sulla gestione del rapporto con le famiglie, di adottare metodi di recupero”.

Nelle ultime ore è tornata a far clamore la voce (proveniente soprattutto alle associazioni di categoria) che chiede un intervento concreto del potere legislativo affinché introduca una specifica fattispecie penale volta a reprimere (e punire) tutti i fatti di tale violenza contro i professori.

Si tratta, detto in altri termini, dell’opportunità di inserire nel codice penale il reato di “aggressioni contro professori, maestri e insegnanti”.

Questa è la soluzione?

A ben ragionare, la domanda che dovremmo porci non è neppure questa.

Occorre piuttosto meditare su quanto sia ragionevole richiamare l’ordinamento punitivo ad intervenire su di un tema così delicato; e se non fosse più appropriato attuare un’opera di intervento per la creazione di nuove “fattispecie morali”, di cultura, di società e di valori civili.

Agire sul piano preventivo e/o repressivo quali conseguenze potrebbe avere? E quali frutti potrebbe dare, posto che si tratta specialmente di minori?

Certo, l’introduzione del “reato di violenza contro il docente nell’esercizio delle sue funzioni” da parte di studenti e genitori rappresenterebbe un unicum nella storia del diritto penale italiano. E comunque, il nostro ordinamento già possiede specifici mezzi di tutela da attuare in questi casi.

Il problema che ne conseguirebbe sarebbe, in ogni caso, un altro: quali criteri scegliere nella formulazione della pena? Il criterio preventivo, deflattivo, o semplicemente punitivo? E inoltre, come quantificarla e/o applicarla?

Non bisogna dimenticarsi che gli autori di tali fatti sono molto spesso minori. E nel caso di genitori, qualcuno addirittura propone di inserire la pena accessoria della perdita della patria potestà.

Il problema educativo – a parere di chi scrive – non può essere risolto sul piano dell’ordinamento penale-punitivo. L’ordinamento dovrebbe piuttosto intervenire con misure positive (non “negative” di repressione di fatti penalmente rilevanti) di cultura alla educazione a partire dalla formazione nelle famiglie del valore della civiltà e del rispetto.

Avv. Sabrina Caporale

 

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prescrizione

In cosa consiste l’estinzione della pena per decorso del tempo e che differenze ci sono tra prescrizione per i delitti e della pena per le contravvenzioni

Cosa si intende quando si parla di prescrizione della pena?

Innanzitutto, è bene precisare che ci si riferisce all’estinzione della stessa per decorso del tempo.

Questo perchéil nostro ordinamento penale prevede che la pena, laddove non portata a esecuzione entro un determinato periodo di tempo, non debba essere più inflitta.

Ora, il nostro codice penale disciplina in maniera diversa la prescrizione della pena prevista per i delitti da quella delle pene previste per le contravvenzioni.

Della prima ipotesi si occupa l’articolo 172 del codice penale. Questo disciplina l’estinzione della reclusione e della multa per decorso del tempo.

Inoltre, la reclusione si estingue una volta che decorre un tempo pari al doppio della pena inflitta.

La multa, invece, si estingue sempre e comunque dopo dieci anni, a prescindere dalla sua entità.

Ma attenzione: se la multa e la reclusione sono inflitte congiuntamente, entrambe si estinguono decorso il termine necessario per la prescrizione della reclusione.

Infine, nel caso in cui vi sia concorso di reati, i tiene conto della pena singolarmente inflitta per ciascuno di essi, anche se le stesse derivano da un’unica sentenza.

Decorrenza della prescrizione della pena per i delitti

In merito alla prescrizione della pena e al termine di sua decorrenza, il termine fissato dalla legge per l’estinzione della pena va calcolato prendendo come riferimento iniziale o il giorno in cui la condanna che la ha determinata è divenuta irrevocabile o dal giorno in cui il condannato si è volontariamente sottratto dall’esecuzione della pena già iniziata.

Il codice penale contempla poi l’ipotesi in cui l’esecuzione della pena sia sottoposta a un termine o a una condizione. In quel caso, il tempo necessario affinché la stessa si prescriva decorre, rispettivamente. dal giorno in cui è scaduto il termine o da quello in cui la condizione si è verificata.

Vi sono poi dei casi in cui non opera la prescrizione della pena della reclusione o della multa.

Ad esempio, in alcuni casi il trascorrere del tempo non è un elemento sufficiente a determinare l’estinzione della pena della reclusione o di quella della multa.

Ancora, la pena è imprescrittibile se vi sono motivi di ritenere che la stessa continui ad avere senso anche dopo che siano trascorsi diversi anni dalla commissione del fatto di reato che ne ha determinato l’applicazione.

Della estinzione della pena non possono beneficiare i recidivi, i delinquenti abituali, e nemmeno il condannato che, durante il tempo fissato per la prescrizione della pena, abbia riportato una condanna alla reclusione per aver commesso un delitto della stessa indole di quello che ha determinato la precedente condanna.

L’estinzione delle pene previste per le contravvenzioni in conseguenza del decorso del tempo è invece disciplinata dall’articolo 173 del codice penale.

Nel caso specifico, la legge fissa un unico termine per la pena detentiva e per quella pecuniaria.

Sia l’arresto che l’ammenda si prescrivono in cinque anni. Se questi vengono inflitti congiuntamente, il decorso del termine stabilito per l’arresto determina l’estinzione sia dell’una che dell’altra pena.

Ancora, il dies a quo fissato per la decorrenza iniziale del termine necessario per l’estinzione è lo stesso già visto con riferimento alla reclusione e alla multa.

Pertanto, per il calcolo della prescrizione dell’arresto e dell’ammenda occorre prendere come riferimento iniziale diversi parametri, a seconda dei casi.

Sarà o il giorno in cui la condanna è divenuta irrevocabile, oppure il giorno in cui il condannato si è sottratto volontariamente alla esecuzione già iniziata della pena, il giorno in cui il termine è scaduto o, infine, il giorno in cui la condizione si è verificata.

Inoltre, per l’arresto e l’ammenda non è mai prevista l’imprescrittibilità, ma si prevede solo un termine maggiore per l’estinzione.

L’articolo 173, a tal proposito, stabilisce che il termine quinquennale fissato per l’estinzione delle pene dell’arresto e dell’ammenda è raddoppiato se il colpevole è un recidivo (ex art. 99 c.p.) o un delinquente abituale, professionale o per tendenza.

 

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