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manto stradale

Il fatto che il comune, nei giorni immediatamente successivi all’incidente, ripari il manto stradale dissestato  può essere considerata, circostanza idonea a provare la pericolosità oggettiva dei luoghi?

Con atto di citazione la ricorrente conveniva in giudizio un comune lombardo al fine si sentirlo condannare al risarcimento del danno, a titolo di responsabilità per danni cagionati da cose in custodia, a seguito della sua caduta a terra a causa del manto stradale dissestato.

Si costituiva in giudizio l’ente locale, negando la propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. per inidoneità del dissento del mando stradale a causare il danno patito dalla parte attrice, eccependo al contrario la responsabilità della danneggiata (ai sensi dell’art. 1227 c.c.) la quale, con la sua condotta distratta e negligente, aveva concorso a determinare l’evento.

Il Tribunale di Como ha accolto la domanda attorea in quanto fondata.

In materia di danno cagionato da dissesti al manto stradale, in custodia del Comune di competenza, la giurisprudenza di legittimità, ha indicato con chiarezza come l’onere del danneggiato sia di “dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.

In altre parole, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile” (Cass. n. 15761/2016).

Ebbene, nel caso in esame, non vi era alcun dubbio circa la responsabilità del comune per il fatto oggetto di causa.

Ed invero, la circostanza che aveva generato la sua responsabilità, ossia il totale dissesto del manto stradale era stato compiutamente provato in giudizio, anche attraverso l’esame dei testi che avevano confermato la dinamica della caduta descritta nell’atto di citazione e, attraverso i quali, era stato possibile escludere l’asserita condotta colposa della vittima.

Particolarmente significativa poi, era stata la circostanza, riscontrata grazie al corredo fotografico in atti, che il Comune stesso, nei giorni immediatamente successivi al verificarsi dell’evento, fosse intervenuto con interventi manutentivi di rifacimento del manto stradale, così implicitamente riconoscendo la oggettiva pericolosità dei luoghi.

La redazione giuridica

 

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BRACI SOTTO LA SABBIA, BIMBO USTIONATO E COMUNE CONDANNATO A RISARCIRE

disabili

Neppure le esigenze di contenimento della spesa pubblica possono giustificare la decisione del comune di trasferire persone disabili da una struttura ad un’altra, contro la propria volontà

La ricorrente aveva agito in giudizio in qualità di madre e amministratrice di sostegno di una persona con grave disabilità, che da otto anni era inserita in un centro per persone disabili gestito da una cooperativa nel comune di residenza.

Il ricorso al Tar

Ebbene, con un provvedimento firmato dall’amministrazione locale, il disabile veniva trasferito in altra struttura di proprietà dell’ente, contro il quale la donna presentava ricorso dinanzi al Tar Lombardia.

Secondo una legge regionale il cittadino è libero di scegliere la struttura socio-sanitaria a cui affidarsi; in forza di tale principio, è escluso alle amministrazioni preposte alla gestione ed erogazione di tali servizi coartare la decisione dell’assistito.

Ma la domanda in questo caso è un’altra. Ci si deve chiedere se – considerato che l’erogazione di tali servizi prevede un costo che viene supportato dalla finanza pubblica – ragioni di natura economica possono giustificare limitazioni alla libera scelta del disabile?

A tal proposito appare opportuno ricordare che ai sensi dell’art. 34 del d.p.c.m. 12 gennaio 2017, le spese di ricovero presso le strutture socio-sanitarie sono, in parte, a carico del servizio sanitario nazionale e per altra parte, a carico dei comuni.

È dunque, evidente l’interesse degli enti locali ad evitare esborsi eccessivi legati a scelte poco oculate del cittadino bisognoso.

Analisi costi-benefici o interesse dei disabili?

Insomma una questione non facile da risolvere. Si parla molto, in questi giorni di analisi di costi benefici ed invero, qui si tratta proprio di decidere quale, tra la libertà di scelta dell’assistito e il ragionevole contenimento della spesa pubblica, debba prevalere.

Nel caso di specie, come anticipato, il figlio della ricorrente era ospitato da otto anni in una struttura sociosanitaria accreditata e facente parte peraltro, dello stesso distretto nel quale ricadeva quella del comune resistente.

Ebbene, per il Tar Lombardia, fare applicazione dei principi sopra citati, vuol dire necessariamente escludere che il Comune possa imporre all’assistito di trasferirsi, contro la sua volontà, presso la propria struttura e ciò, tanto più se si considera che, l’originaria decisione di rivolgersi a quel centro per disabili (risalente a otto anni prima) era stata proprio suggerita dall’ente locale, in ragione della indisponibilità di posti liberi presso la propria struttura.

Per tali motivi, il ricorso è stato accolto con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati.

La redazione giuridica

 

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INCROCIO SENZA SEGNALETICA: RESPONSABILITA’ DEL COMUNE PO DEGLI UTENTI?

scalinata

La ricorrente aveva citato in giudizio la Diocesi, nonché il comune di residenza, per sentirli condannare al risarcimento dei danni fisici patiti a causa di una caduta sulla scalinata della chiesa

La donna lamentava la sussistenza di un’insidia nella rottura, non adeguatamente segnalata, di un gradino della scalinata di accesso al Duomo, a causa della quale ella era rovinata a terra.

Ma in primo grado, il giudice adito condannava soltanto la prima a risarcire tutti i danni alla vittima, mentre rigettava la domanda nei confronti del Comune.

In appello anche la Diocesi veniva “assolta” da ogni responsabilità ed infatti, secondo la corte di merito “l’attore avrebbe dovuto dare prova del fatto che quest’ultima aveva la disponibilità giuridica e materiale della scalinata di accesso del Duomo e solo successivamente dar prova del nesso causale tra cosa in custodia e danno”.

Il processo proseguiva in Cassazione su ricorso della originaria attrice.

La questione giuridica concerne la titolarità del rapporto di custodia con la res causa dell’evento, da cui traeva titolo la domanda di chiamata in responsabilità della convenuta.

Ebbene, per i giudici della Suprema Corte che “il mero riferimento alla L. n. 222 del 1985, che disciplina la successione dei beni tra diversi enti ecclesiastici, non è idoneo a dimostrare che la Diocesi fosse proprietaria o detentrice di fatto del Duomo e delle sue pertinenze, posto che tale normativa contempla la possibilità di assegnazione di detti beni agli enti parrocchiali, e l’attore avrebbe dovuto comunque dimostrare in concreto, il rapporto di fatto, ovvero una disponibilità giuridica e materiale, tra la convenuta in giudizio e la scalinata su cui si era verificato l’evento, ai sensi dell’art. 2051 c.c.: “la responsabilità ex art. 2051 c.c., postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa” (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 27724 del 30/10/2018; Cass., sez. 3, sentenza n. 15761/2016).

Atteso che l’onere della prova sul potere di controllo del bene incombeva, sotto ogni profilo, a carico dell’attore, solo dopo tale dimostrazione avrebbe potuto discutersi del nesso causale tra fatto ed evento lesivo.

Sicché per i giudici della Cassazionetutto il discorso svolto in via generale, dal ricorrente non aveva alcuna attinenza con la motivazione in concreto adottata”.

La (non) responsabilità del comune

Anche con riferimento al Comune e, quindi, al fatto che quest’ultimo, in quanto proprietario della zona limitrofa alla scalinata, fosse tenuto all’obbligo di manutenzione della stessa, il ricorso non meritava accoglimento.

Correttamente i giudici della corte territoriale avevano escluso la responsabilità dell’ente locale in quanto non era stata dimostrata, anche in questo caso, la disponibilità giuridica o materiale della scalinata della cattedrale ai fini della affermazione di una responsabilità ex art. 2051 c.c.

Tutt’al più avrebbe dovuto dirsi che l’eventuale sussistenza di un uso pubblico della scalinata della chiesa, che potrebbe sussistere come nel caso di una strada privata lasciata al pubblico accesso, non può di per sé porsi a fondamento della responsabilità dell’ente territoriale in termini di omessa custodia.

Pertanto, i giudici della Cassazione hanno concluso affermando il seguente principio di diritto: “la responsabilità da omessa custodia di un bene destinato all’attività di culto, anche se per consuetudine asservito a un uso pubblico, grava sul proprietario del bene e non sull’ente territoriale su cui insiste il bene, a meno che non sia dimostrata una detenzione o un potere di fatto dell’ente territoriale sulla cosa”, circostanza – quest’ultima – che la Corte di merito, nell’ambito della discrezionalità di valutazione “in fatto” che le è propria, aveva ritenuto non essere provata dal solo rilievo che, dopo l’incidente occorso in danno del ricorrente, il dirigente del servizio comunale competente avesse rivolto all’ente ecclesiastico un invito a porre la scalinata di ingresso al duomo, in sicurezza”.

Ricorso, dunque, respinto e niente risarcimento per la malcapitata.

La redazione giuridica

 

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MACCHIA D’OLIO PROVOCA LA CADUTA DI UN MOTOCICLISTA: NIENTE RISARCIMENTO

vicoli

Un Comune italiano è stato condannato a risarcire un proprio cittadino caduto rovinosamente su un lastrone in pietra mentre passeggiava per i vicoli del centro storico

L’istante raccontava che mentre percorreva a piedi il marciapiede dei vicoli di una via cittadina, una pietra della pavimentazione si muoveva al suo passaggio, facendole perdere l’equilibrio e cagionandone la caduta, a seguito della quale riportava lesioni personali e subiva danni agli occhiali e al telefono portatile.

Talune pietre, ma non quella che aveva cagionato la sua caduta, erano state stabilizzate con del cemento posto ai rispettivi margini.

Il giudizio di primo grado

In primo grado la vicenda si concludeva con la dichiarazione di assenza di responsabilità del comune in quanto “nel caso di vicoli con lastroni non livellati e risalenti nel tempo, è notoria sia la necessità di considerare dove si mettono i piedi a causa di normali sconnessioni e buche, ma anche la prevedibilità di una possibile, normale instabilità delle lastre, come del resto nei centri storici medievali di moltissime città italiane (Firenze, Lucca, Roma), quindi per detti motivi il pedone non può fare affidamento sulla percorribilità sicura”.

Quanto al rapporto di causalità tra l’instabilità del lastrone e la caduta dell’Appellante, la sentenza impugnata affermava: “secondo una prognosi di normalità, il mero movimento di un lastrone (a meno che non sia reso scivoloso, il che non è stato argomentato, non appare da solo in rado di far cadere una persona adulta di normali capacità fisiche, a meno che essa non stia correndo o non si trovi in condizioni che non assicurino un pieno, prefetto equilibrio nell’incedere, il che non è stato allegato o dedotto”.

Ma secondo il ricorrente, la sentenza meritava di essere riformata sul presupposto che una pietra basculante ben può rappresentare una insidia o trabocchetto, ai sensi della giurisprudenza di legittimità. Essa è di per sé ostacolo non percepibile. Peraltro, il riferimento ai centri storici medievali neppure era appropriato in quanto il vicolo in cui si era verificato il sinistro era aperto al traffico dei veicoli autorizzati.

Non soltanto, ma si trattava anche di un vicolo senza marciapiedi, ove perciò, i pedoni erano costretti a percorrere la pavimentazione a lastroni.

Aggiunge inoltre il ricorrente, “neppure si può pretendere che l’utente della strada indovini quale lastrone sarà soggetto a basculamento”. E, il fatto che alcuni lastroni fossero stati stabilizzati con contorni in cemento avrebbe portato qualsiasi diligente il pedone a ritenere che, per tale effetto, quelli non oggetto di stabilizzazione fossero stati giudicati saldi da chi aveva operato l’intervento.

La giurisprudenza di legittimità sul concorso colposo del danneggiato

La Suprema Corte ha da sempre affermato che: “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito risponde ai sensi dell’art. 2051 c.c. per difetto di manutenzione, sei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, salvo che si accerti la concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo. Nel compiere tale ultima valutazione, si dovrà tener conto che quanto più è suscettibile di essere previsto e superato attraverso l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato, tanto più il comportamento della vittima incide nel dinamismo causale del danno, sino ad interrompere il nesso eziologico tra la condotta attribuibile e l’evento dannoso”.

È stato altresì aggiunto che “ricorrendo la fattispecie della responsabilità da cose in custodia, il comportamento colposo del danneggiato può, in base ad un ordine crescente di gravità – o atteggiarsi a concorso causale colposo (valutabile ai sensi dell’art. 1227 c.c.), ovvero escludere il nesso causale tra cose e danno e, con esso, la responsabilità del custode (integrando gli estremi del caso fortuito rilevante ai sensi dell’art. 2051 c.c.), deve a maggior ragione valere ove si inquadri la fattispecie del danno da insidia stradale nella previsione di cui all’art. 2043 c.c.”.

E da ultimo, il principio per cui “anche in fattispecie nella quale trova applicazione l’obbligo di custodia di cui all’art. 2051 c.c. (…) fa pur sempre riscontro un dovere di cautela da parte di chi entri in contatto con la cosa”.

Detto in altri termini, quando la situazione di possibile pericolo potrebbe essere superata mediante l’adozione di  un comportamento ordinariamente cauto da parte del danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, la quale al contratto potrà considerarsi quale mera occasione dell’evento.

Riassumendo, le situazioni possibili di pericolo sono le seguenti:

1)      il pericolo è conosciuto;

2)      il pericolo è conoscibile facendo uso della ordinaria diligenza;

3)      il pericolo è chiaramente visibile, anche se non precedentemente conosciuto o conoscibile.

Ebbene, nel caso in esame, non era contestato che la caduta si fosse verificata su un lastrone di pavimentazione di un vicolo del centro storico.

Non si contestava, neppure, che la caduta fosse avvenuta in seguito al basculamento di una pietra, dopo che il ricorrente vi aveva poggiato il proprio piede.

Ed infine, non era in discussione che il ricorrente avesse avuto in qualche modo percezione dell’instabilità dello specifico lastrone di tale da ritenere sussistente la responsabilità colposa di quest’ultimo nella causazione dell’evento.

L’ente custode della strada, doveva pertanto essere condannato a risarcire il danno al povero utente malcapitato.

La redazione giuridica

 

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CADUTA SU UNA BUCA: COMUNE CONDANNATO A RISARCIRE I DANNI ALLA VITTIMA

affissione di manifesti

In tema di sanzioni amministrative ex art. 24 d.lgs. n. 507/1993, l’affissione di manifesti e messaggi pubblicitari – anche relativi all’attività svolta da un’organizzazione sindacale – privi della «prescritta autorizzazione» comporta «la responsabilità solidale della persona giuridica

Il Comune di Frosinone aveva proposto appello, contro la sentenza del Giudice di Pace della stessa città con la quale, in accoglimento dell’opposizione proposta da una associazione sindacale, aveva annullato l’ordinanza di ingiunzione per il pagamento di Euro 5.333,60 (di cui Euro 418,60 quale sanzione amministrativa pecuniaria) a fronte della violazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 24, comma 2 e del Regolamento comunale di pubblicità. L’associazione era infatti, stata ritenuta responsabile della condotta legalmente vietata, consistita nell’affissione di un manifesto relativo ad uno sciopero da essa organizzata ma privo della necessaria autorizzazione.

Ed, invero, quest’ultima si era opposta al ricorso, adducendo la propria estraneità dai fatti, posto che essa non si identificava col soggetto che materialmente aveva proceduto alla affissione.

L’art. 24 del d.lgs. n. 507/1993 sancisce che “Il comune è tenuto a vigilare sulla corretta osservanza delle disposizioni legislative e regolamentari riguardanti l’effettuazione della pubblicità. Alle violazioni di dette disposizioni conseguono sanzioni amministrative per la cui applicazione si osservano le norme contenute nelle sezioni I e II del capo I della legge 24 novembre 1981, n. 689, o, per le violazioni delle norme tributarie, quelle sulla disciplina generale delle relative sanzioni amministrative , salvo quanto previsto nei successivi commi”.

Ebbene, il Tribunale di Frosinone, con propria sentenza, in qualità di giudice di secondo grado, aveva accolto l’appello del comune precisando che «l’identificazione dell’autore materiale della violazione non costituisce requisito di legittimità dell’ordinanza di ingiunzione, essendo sufficiente per configurare la responsabilità solidale dell’associazione sindacale che la stessa si fosse avvalsa della pubblicità di cui si dice».

La controversia proseguiva davanti ai giudici della Cassazione.

La decisione

In via preliminare, i giudici Ermellini richiamano il principio di diritto più volte affermato dalla stessa giurisprudenza di legittimità, secondo cui: in tema di sanzioni amministrative, emesse, del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, ex art. 24, per affissione di manifesti contenenti messaggi pubblicitari senza la prescritta autorizzazione, deve ritenersi che la responsabilità solidale della persona giuridica, o dell’ente privo di personalità giuridica, nel caso di violazione commessa dal rappresentante o al dipendente degli enti medesimi, nell’esercizio delle proprie funzioni o incombenze – consentano di includere nell’ambito applicativo della norma non soltanto i soggetti legati alla persona giuridica o all’ente da un formale rapporto organico ovvero da un rapporto di lavoro subordinato, ma anche tutti i casi in cui i rapporti siano caratterizzati in termini di affidamento (inteso come materiale consegna all’autore della violazione del materiale pubblicitario) o di avvalimento (inteso come attività di cui il committente si giova) a condizione che l’attività pubblicitaria sia comprovatamente riconducibile all’iniziativa del beneficiario quale committente o autore del messaggio pubblicitario o che sia documentato il rapporto tra autore della trasgressione e opponente, restando, comunque, escluso che il beneficiario del messaggio pubblicitario sia solidalmente responsabile della violazione per il solo fatto di averne potuto trarre giovamento. (cfr. Cass. n. 13770 del 2009).

Se quanto affermato è vero (così com’è) non restava che verificare, nella fattispecie in esame, se il Tribunale avesse accertato che l’attività pubblicitaria fosse comprovatamente riconducibile all’iniziativa del beneficiario.

Ed invero, il giudice di merito, con valutazione, non sindacabile nel giudizio di cassazione, aveva verificato che l’attività pubblicitaria fosse, comunque, riconducibile all’associazione sindacale.

In effetti, è pacifico tra le parti, che quest’ultima fosse stata promotrice dello sciopero cui si riferiva il manifesto per cui è causa.

Trattasi di indizi che convergono tutti nel senso della riferibilità al sindacato dell’attività sanzionata nell’ordinanza ingiunzione opposta e nell’esistenza di un rapporto di affidamento e/o avvalimento tra quest’ultimo e la persona fisica che aveva proceduto alla materiale affissione del manifesto.

Per tali ragioni, il ricorso non poteva essere accolto.

Sabrina Caporale

 

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SINDACATO MEDICI ITALIANI: CONFERMATA LA LEGITTIMITA’ DELL’ATTUALE DIRIGENZA

dipendente

Non è stato riconosciuto alcun risarcimento al dipendente pubblico in causa contro il Ministero della Giustizia, per le patologie conseguenti ai carichi di lavoro: prova giudicata insufficiente!

In giudizio grava sul dipendente l’onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto, dimostrando la riconducibilità dell’infermità alle modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla qualifica rivestita

Il principio di diritto è stato ribadito dai giudici della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza della sezione VI Civile, n. 61/2019.

La Corte d’appello di Napoli, aveva rigettato la domanda proposta da un dipendente del Ministero della Giustizia che chiedeva il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, di determinate infermità (artrosi mano destra; sindrome ansioso depressiva, artrosi e periartrite scapolo omerale destra e artrosi del gomito destro) e il conseguente accertamento del diritto alla corresponsione dell’equo indennizzo.

L’uomo era impiegato quale segretario assegnato alla III Sezione civile della Pretura di Napoli, poi alla IV e successivamente alla Sezione lavoro (ove svolgeva attività di assistenza magistrati udienza e relative verbalizzazioni, movimentazione di fascicoli con notevole sollecitazione muscolare delle braccia e del rachide vertebrale).

Cosicché il procedimento proseguiva in Cassazione.

Secondo i giudici della Cassazione il ricorso non è fondato.

La Corte di merito ha correttamente posto a carico della parte ricorrente l’onere di dedurre e dimostrare quali fossero le caratteristiche delle prestazioni di lavoro asseritamente causa delle lamentate affezioni.

È principio di diritto ormai consolidato quello per cui “In giudizio grava sul lavoratore l’onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto dimostrando la riconducibilità dell’infermità alle modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla qualifica rivestita, non configurando, le mansioni inerenti alle qualifiche, un fatto notorio che non necessita di prova, atteso che esse sono variabili in dipendenza del concreto posto di lavoro, della sua localizzazione geografica, dei turni di servizio, dell’ambiente in generale, essendo assolutamente irrilevante che la controparte non abbia contestato, con la comparsa di costituzione in primo grado, le modalità della prestazione lavorativa allorquando dette modalità non siano state precisate.

Inoltre, nelle patologie aventi eziologia cd. multifattoriale, il nesso di causalità fra attività lavorativa ed evento, in assenza di un rischio specifico, non può essere oggetto di presunzioni di carattere astratto ed ipotetico, ma esige una dimostrazione, quanto meno in termini di probabilità, ancorata a concrete e specifiche situazioni di fatto, con riferimento alle mansioni svolte, alle condizioni di lavoro e alla durata e intensità dell’esposizione a rischio” (così Cass. Sez. U. n. 11353 del 17/06/2004 e successive conformi, tra cui Cass. n. 16778 del 17/07/2009).

L’azione proposta dal dipendente del Ministero della Giustizia, era al contrario, nella sua formulazione carente di tali elementi e pertanto il ricorso non poteva essere accolto perché manifestamente infondato.

La redazione giuridica

 

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MOBBING LAVORATIVO: DIPENENTE COMUNALE PERDE LA CAUSA

Caduta

Un comune lombardo era stato citato a giudizio per il risarcimento dei danni subiti da un passante in conseguenza di una caduta causata da una buca sul marciapiede

Nel corso del processo di merito, instaurato dinanzi al Tribunale di Milano (sent. n. 1144/18) , era emerso, grazie anche alle dichiarazioni di un testimone, che la caduta era stata causata da un’anomalia del marciapiede, peraltro non segnalata.

L’Ente convenuto in giudizio, si difendeva adducendo che l’attore frequentava abitualmente i luoghi ove era avvenuto il fatto; quasi cioè, a voler dire che poteva presumersi che egli conoscesse bene l’esistenza della buca che aveva cagionato il sinistro.

Ma per il giudice del capoluogo lombardo tale asserzione è del tutto fuorviante.

Non è questo il caso del Condominio – afferma – luogo circoscritto e che può essere conosciuto, dagli abituali frequentatori. Siamo, invece, in una strada aperta al pubblico transito; non sembra esigibile che il cittadino conservi memoria di tutte le anomalie del manto stradale, tanto più quando si tratti di modesti dislivelli, quindi, scarsamente visibili, ma proprio perciò altamente pericolosi; per altro verso l’utente della strada nutre un’ovvia aspettativa in ordine alla regolarità di un manto stradale non indicato come dissestato da un apposito segnale di pericolo e l’ora diurna non necessariamente rende percepibile un dissesto (per tali rilievi si veda Cass., 22604/09).

Fatte queste premesse il Tribunale meneghino ricorda che la questione del risarcimento dei danni richiesto ai Comuni per gli incidenti che si verificano a causa dei dissesti delle strade è differente in base alla disposizione del codice civile invocata: l’art. 2043 (Risarcimento per fatto illecito. Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. (Cod. Pen. 185), ovvero l’art. 2051 (Danno cagionato da cosa in custodia. Ciascuno e responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito).

E la differenza è sostanziale!

L’applicazione dell’art. 2043 fa sì che sia il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la buca o la disconnessione rappresentava un pericolo occulto (definito anche insidia o trabocchetto), caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento oggettivo della non visibilità e dell’elemento soggettivo della imprevedibilità.

L’applicazione dell’art. 2051 consente una inversione della prova: il comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio. L’obbligo di custodia sussiste se vi è: a) il potere di controllare la cosa; b) il potere di modificare la situazione di pericolo insita nella cosa o che in essa si è determinata; c) il potere di escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno; se anche il danneggiato ha avuto un ruolo causale nella determinazione dell’evento dannoso troverà applicazione l’art. 1227 c.c. (Casa., 27 marzo 2007 n. 7403).

Nella giurisprudenza di legittimità è costante il principio secondo cui la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale tale da interrompere del tutto il nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso o da affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno (da ultimo Cass. 7 aprile 2010 n 8229).

Rispetto alle strade aperte al pubblico la stessa Cassazione ha ritenuto che la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ. è applicabile in riferimento alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo configurabile il caso fortuito in relazione a quelle situazioni provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere.

La responsabilità del Comune

Deve, perciò, affermarsi che il danneggiato che invochi la responsabilità di cui all’art, 2051 c.c. contro una P.A. (o il gestore), in relazione a danno originatosi da bene demaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale e diretto della collettività, non è onerato della dimostrazione della verificazione del danno in conseguenza dell’esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, dovendo esclusivamente provare – come avviene di regola per le ipotesi di responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia – l’evento dannoso e l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento suddetto. Trattandosi di un’ipotesi di responsabilità aggravata e non di responsabilità oggettiva, la P.A., per liberarsi dalla presunzione gravante su di essa, deve dare la prova del fortuito e quindi dimostrare mancanza di colpa, che emerge sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente necessario per prevenire ed evitare l’evento e la condotta mantenuta (cfr. Cass. 20 febbraio 2006, 3651).

La presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalle cose che si hanno in custodia, stabilita dall’art. 2051 c.c., è applicabile nei confronti dei comuni, quali proprietari delle strade del demanio comunale, pur se tali beni siano oggetto di un uso generale e diretto da parte dei cittadini, qualora la loro estensione sia tale da consentire l’esercizio di un continuo ed efficace controllo che sia idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i terzi.

Il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. deve individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, tenendo conto non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progressi tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato.

Ebbene, nel caso di specie, doveva affermarsi la responsabilità del Comune ai sensi dell’art. 2051 c.c..

Nel caso in esame era sussistente l’anomalia della cosa non segnalata, vi era poi, la prova del nesso di causa, mentre da parte sua il Comune non ha provato il fortuito, ma si è limitato a congetture e illazioni sul comportamento del pedone.

Si deve pertanto dichiarare la sussistenza del diritto della parte attrice al risarcimento dei danni subiti, tenuto conto della quantificazione dei danni quale risulta dalla documentazione e dall’esperita consulenza medica.

 

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INCIDENTE IN BICI PER UNA BUCA, RISARCIMENTO SOLO CON PROVA DI CAUSALITÀ 

cani randagi

A seguito dell’impatto con uno dei cani randagi in circolazione, il ricorrente riportava danni fisici personali oltre che alla propria autovettura, dei quali chiedeva il risarcimento

L’azione veniva inizialmente proposta contro l’ente provinciale, che opportunamente eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva; cosicché l’attore veniva autorizzato a chiamare in causa il Comune. Il Giudice di Pace dinanzi al quale il giudizio era stato instaurato, aveva rigettato la domanda attorea, ritenendo che il Comune convenuto ai sensi dell’art. 2043 c.c., dovesse considerarsi esente da responsabilità avendo provato di avere assolto l’obbligo di vigilanza sui cani randagi.

La questione giunse così, ben presto dinanzi ai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Il randagismo della giurisprudenza di legittimità

La giurisprudenza di legittimità, si è più volte, pronunciata sul tema, affermando che è onere del danneggiante individuare non in astratto, bensì in concreto, il comportamento colposo ascritto all’amministrazione comunale.

Non basta, infatti, che la normativa regionale individui nel Comune il soggetto (o meglio: uno dei soggetti) avente(i) il compito di controllo e di gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi (tra le più recenti cfr. Cass. 28/06/2018, n. 17060; Cass. 14/05/2018, n. 11591; Cass. 31/07/2017, n. 18954), occorrendo che chi si assume danneggiato, in base alle regole generali, alleghi e dimostri il contenuto della condotta obbligatoria esigibile dall’ente e la riconducibilità dell’evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria, in base ai principi sulla causalità omissiva.

A tal proposito, l’applicabilità dell’art. 2043 c.c., – come richiesta dal ricorrente – in luogo di quella di cui all’art. 2052 c.c. [quest’ultimo ritenuto invocabile nelle ipotesi in cui ricorre non tanto la proprietà (tant’è che in essa incorre anche il semplice utente) quanto il potere/dovere di custodia, ossia la concreta possibilità di vigilanza e controllo del comportamento degli animali (Cass. 25/11/2005, n. 24895)], è possibile soltanto in quanto, si provi la responsabilità sotto il profilo del concreto comportamento colposo ad esso ascrivibile e cioè che gli siano imputabili condotte, a seconda dei casi, genericamente o specificamente colpose che abbiano reso possibile il verificarsi dell’evento dannoso.

Entro questo perimetro va verificato, poi, il tipo di comportamento esigibile di volta in volta e in concreto dall’ente preposto dalla legge al controllo e alla gestione del fenomeno del randagismo, sì da dedurne la eventuale responsabilità sulla base dello scarto tra la condotta concreta e la condotta esigibile; quest’ultima individuata secondo i criteri della prevedibilità e della evitabilità e della mancata adozione di tutte le precauzioni idonee a mantenere entro l’alea normale il rischio connaturato al fenomeno del randagismo.

Se quanto affermato è vero, è altresì innegabile la prevedibilità dell’attraversamento della strada da parte di un animale randagio, trattandosi di un evento puramente naturale; tuttavia, per affermare l’esistenza di un obbligo in capo all’ente comunale di impedirne il verificarsi dell’evento è necessario che esso non solo sia prevedibile, ma occorre anche che esso sia evitabile in quel determinato momento ed in quella particolare situazione con uno sforzo proporzionato alle capacità dell’agente.

L’onere della prova

Ne deriva che è onere di colui che agisce facendo valere la responsabilità omissiva altrui, quello di dimostrare o almeno di allegare la ricorrenza di una colpa non solo specifica – violazione del precetto – ma anche generica, in quanto postulante l’indagine circa le modalità concrete della condotta attraverso i criteri di prevedibilità ed evitabilità. 

Non a caso, nella vicenda in esame, i giudici di merito, avevano ritenuto che per affermare la responsabilità dell’ente preposto sia necessaria la prova della esigibilità di uno specifico comportamento attivo idoneo, ove opportunamente adottato, ad evitare l’evento.

Si è detto, esemplificando che il danneggiato avrebbe dovuto provare che era stata segnalata al comune la presenza abituale di animali randagi nel luogo dell’incidente, lontano dalle vie cittadine, ma rientrante nel territorio di competenza dell’ente preposto, ovvero che vi fossero state nella zona richieste d’intervento dei servizi di cattura e di ricovero, demandati alla ASL e al Comune, rimaste inevase.

Diversamente opinando, la responsabilità dell’ente comunale in materia di randagismo, finirebbe per diventare una forma di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli artt. 2051, 2052 e 2053 c.c.

 

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