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z.t.l.

Nel giudizio di opposizione al verbale di contestazione per passaggio in z.t.l. senza autorizzazione, il Comune deve produrre i relativi fotogrammi, pena l’illegittimità della pretesa sanzionatoria

L’assenza di fotogrammi nel giudizio di opposizione al verbale di contestazione elevato al conducente, aveva impedito di verificare il passaggio dell’opponente nella z.t.l., se le prescrizioni fossero state debitamente segnalate ovvero se la segnaletica fosse assente o insufficiente sì da ingenerare un errore incolpevole nel trasgressore che lo esimerebbe da qualsiasi responsabilità

La vicenda

Con ricorso depositato dinanzi al Giudice di Pace di Brindisi la ricorrente si opponeva al verbale di contestazione di violazione dell’art. 7 e 14 del codice della strada, elevato a suo carico dalla Polizia Municipale, perché alla guida del suo veicolo accedeva e transitava la zona a traffico limitata senza possedere la predetta autorizzazione.

L’opponente eccepiva che non vi era accurata segnaletica all’ingresso del varco che segnalasse l’obbligo dell’accesso con autorizzazione in determinati giorni e orari. Eccepiva, inoltre, la mancata prova dell’infrazione, non avendo il Comune depositato i fotogrammi ritraenti la targa del veicolo di sua proprietà. Chiedeva pertanto, l’annullamento del verbale impugnato.

Il giudice brindisino ha accolto il ricorso.

Ed invero, a fronte della dedotta eccezione di inidoneità della segnalazione indicante la zona a traffico limitato e dell’obbligo di munirsi dell’autorizzazione per gli aventi diritto e soprattutto del passaggio del veicolo, il Comune non aveva depositato i fotogrammi relativi a quanto contestato e, pertanto, non aveva fornito la prova della legittimità della pretesa.

È noto che con l’opposizione a un’ordinanza-ingiunzione irrogativa di una sanzione amministrativa pecuniaria, viene introdotto un giudizio ordinario sul fondamento della pretesa dell’Amministrazione nel quale le vesti sostanziali di attore e convenuto vengono assunte, anche ai fini dell’onere della prova, rispettivamente dall’amministrazione e dall’opponente, con la conseguenza che spetta all’autorità che ha emesso l’ordinanza ingiunzione di dimostrare gli elementi costituivi della pretesa stessa, mentre sono a carico di quest’ultimo i fatti impeditivi.

Il comune nel caso di specie, era venuto completamente meno all’onere probatorio posto a suo carico, con la conseguenza che, in mancanza di fotogrammi non era stato possibile verificare il passaggio dell’opponente e neppure se le prescrizioni fossero state debitamente segnalate ovvero se la segnaletica era assente o insufficiente sì da ingenerare un errore incolpevole ne trasgressore che lo esimerebbe dalla responsabilità ai sensi dell’art. 3 L. 689/1981.

Pertanto, non risultando sufficientemente provata la fondatezza della pretesa sanzionatoria, l’opposizione è stata accolta e la multa annullata.

La redazione giuridica

 

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STRISCE BLU: ANNULLATA LA MULTA SE NON CI SONO AREE DI PARCHEGGIO LIBERE VICINE

sosta in area destinata a disabili

Contro il verbale di infrazione dell’art. 158 C.d.S., commi 2 e 5, elevato nei suoi confronti dalla Polizia Municipale della Spezia, per aver sostato in area destinata agli invalidi senza esporre il contrassegno autorizzativo, il ricorrente agiva in giudizio davanti al Giudice di pace di La Spezia

L’uomo sosteneva che la sosta in area destinata agli invalidi era legittimata dallo stato di necessità dovuto all’accompagnamento della madre invalida, titolare di autorizzazione.

Pertanto, non poteva essere sanzionato per la mancanza del contrassegno, ai sensi dell’art. 158 C.d.S., ma tutt’al più per la mancata esposizione dello stesso, secondo quanto previsto dall’art. 188 del medesimo codice.

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Sesta sezione civile della Cassazione che hanno respinto il ricorso confermando la decisione di merito.

Sosta in area destinata a disabili

Come noto l’art. 158 C.d.S., comma 2, lett. g), sanziona la condotta di chi lascia un veicolo in sosta negli spazi riservati ai veicoli per persone invalide, di cui all’art. 188 C.d.S..

L’art. 188 C.d.S. concerne, invero, l’uso di apposite strutture che gli enti proprietari della strada devono predisporre per la circolazione e la sosta di veicoli al servizio di persone invalide e che sono determinate ai sensi dell’art. 381 Reg. esec. C.d.S., comma 6.

Ebbene, a detta degli Ermellini, era proprio il comportamento sanzionato dall’art. 158 C.d.S., comma 2, lett. g), che il ricorrente aveva posto in essere, peraltro, da egli stesso confermato, avendo ammesso di aver sostato nel parcheggio riservato alle vetture di servizio per persone invalide.

Il veicolo non esponeva il contrassegno invalidi che deve essere rilasciato dal Comune affinché l’avente diritto si avvalga del diritto di sostare in area riservata. In tali casi, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, non essendo possibile stabilire se il veicolo sia al servizio di un portatore di handicap, l’autorità che procede ad accertare il fatto deve contestare la violazione di cui all’art. 158 C.d.S. (cfr. Cass. n. 7729/2009; n. 8488/2007).

Al riguardo, il ricorrente aveva affermato che in quella circostanza non era lui personalmente titolare del beneficio, bensì accompagnatore di un invalido, senza tutta via provare né l’esistenza dell’autorizzazione in favore del soggetto accompagnato, né che il veicolo fosse a servizio della madre invalida.

Infondata era anche la censura relativa all’esistenza dello stato di necessità.

Ebbene, tale circostanza non era stata provata. Trattasi peraltro, di valutazione riservata al giudice di merito; e nella specie, il tribunale adito non aveva ritenuto sufficientemente e obiettivamente comprovato lo stato di necessità.

In conclusione il ricorso è stato rigettato.

La redazione giuridica

 

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DISABILE SU UNA CARROZZINA RIMANE INCASTRATA IN UNA BUCA PIENA D’ACQUA

strisce blu

Se mancano nelle vicinanze dell’area di parcheggio delimitata da strisce blu con obbligo del pagamento del ticket, spazi riservati al parcheggio libero, la multa deve essere annullata

La vicenda

Con ricorso depositato presso il Giudice di Pace di Napoli la ricorrente impugnava due verbali di contestazione di infrazione, con i quali le veniva contestata la violazione, nello stesso giorno dell’art. 7, comma 8 del Codice della strada: dell’obbligo, cioè di esporre il ticket per la sosta in apposite aree destinate al parcheggio delimitate dalle strisce blu.

La ricorrente tuttavia, deduceva l’assenza, nelle vicinanze dell’area con l’obbligo del pagamento del ticket, di spazi riservati a parcheggio libero, come richiesto dal citato articolo 7, comma 8.

Eccepiva, inoltre, la mancanza di delibere comunali che qualificassero la via in cui era avvenuta l’asserita infrazione, come “area pedonale”, “zona a traffico limitato” o “area di particolare rilevanza urbanistica”: condizioni alternative che avrebbero dispensato il Comune dal delimitare aree di parcheggio gratuito.

L’opponente contestava inoltre, l’illegittimità del secondo verbale, in quanto emesso nello stesso giorno e per la stessa causale del primo, in violazione degli artt. 7 e 158 del codice della strada.

Il Comune si costituiva in giudizio, limitandosi a depositare copia degli atti di accertamenti e all’esito dell’istruttoria, l’adito giudice, accoglieva parzialmente l’opposizione, annullando solo il secondo verbale per le ragioni addotte da parte attrice . E la decisione trovava conferma anche in appello.

Il giudizio di legittimità

La vicenda si è conclusa con la pronuncia della Sesta Sezione Civile della Cassazione, che ha accolto l’istanza della originaria opponente.

Ed invero, già dal primo grado di giudizio quest’ultima aveva allegato tanto di non aver trovato spazi liberi per il parcheggio nelle vicinanze del luogo in cui era avvenuta l’asserita violazione, quanto l’assenza di delibere comunali che qualificassero l’area in questione come “area pedonale”, “zona a traffico limitato” o “area di particolare rilevanza urbanistica”.

Una volta dedotto ciò, la ricorrente aveva esaurito il proprio onere processuale; spettava, dunque, alla amministrazione comunale produrre in giudizio le delibere da essa emesse, che prevedevano l’istituzione di spazi adibiti a parcheggio gratuito ovvero quelle che esoneravano il Comune, in forza delle caratteristiche dell’area, dall’obbligo di predisporre libere aree di parcheggio.

Per tali motivi la pronuncia impugnata è stata cassata e affermato il principio di diritto: “nel giudizio di opposizione a verbale di accertamento di infrazione del codice della strada, grava sull’autorità amministrativa opposta, a fronte si specifica contestazione da parte dell’opponente, che lamenti la mancata riserva di una assegnata area destinata a parcheggio libero, la prova della esistenza della delibera che escluda la sussistenza di tale obbligo ai sensi dell’art. 7, comma 8 CdS”.

La redazione giuridica

 

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POSTAZIONE FISSA PER IL CONTROLLO DELLA VELOCITA’: QUANDO E’ VALIDA LA MULTA?

barriere architettoniche

Il comune non può negare il permesso di costruire di una piattaforma elevatrice, volta a consentire il superamento delle barrire architettoniche presenti nel condominio, se non fornisce alternative concretamente ed efficacemente praticabili

La vicenda

I ricorrenti, proprietari di una unità immobiliare sita al primo piano di uno stabile condominiale ubicato in un comune lombardo, avevano presentato domanda di permesso di costruire per l’installazione, nel vano scale condominiale, di una piattaforma elevatrice, volta a consentire il superamento delle barrire architettoniche presenti nell’edificio, allegando all’istanza, la relativa delibera condominiale.

Il Comune, ricevuta la predetta richiesta aveva evidenziato che il progetto originario doveva essere necessariamente modificato perché inidoneo a rispettare le prescrizioni contenute nel Regolamento edilizio comunale, nonché nel Regolamento locale di igiene.

Senonché dopo, un primo preavviso di diniego, giungeva quello definitivo, contro il quale i ricorrenti proponevano ricorso dinanzi al Tar Lombardia al fine di ottenere la nullità del provvedimento impugnato.

A sostegno dell’assunto difensivo, i ricorrenti citavano un precedente arresto dello stesso Tar Lombardia, n. 1541/2015 ove è stato affermato che il Comune non può rifiutare la domanda di installazione, nel vano scale del condominio, di una piattaforma elevatrice per abbattere le barriere architettoniche se non fornisce una reale e concreta alternativa al progetto del cittadino.

Ebbene, il Tar ha accolto il ricorso; ciò in quanto il provvedimento comunale, attraverso il quale era stato definitivamente negato il permesso di costruire per la realizzazione della piattaforma elevatrice nel vano scala del condominio in questione, richiamava una serie di atti presupposti, nessuno dei quali tuttavia, conteneva in modo chiaro, inequivocabile ed esaustivo l’indicazione di concrete soluzioni progettuali alternative a quella proposta dai ricorrenti.

Ebbene, in mancanza di soluzioni alternative chiare e puntuali, non condivise con i soggetti privati istanti o comunque non risultanti oggettivamente idonee, il diniego comunale si presentava come elusivo della pronuncia dei giudici amministrativi lombardi poc’anzi citata.

L’applicazione del precedente giurisprudenziale

La sua corretta attuazione avrebbe richiesto necessariamente la predisposizione di soluzioni progettuali concrete e immediatamente realizzabili, considerato che “l’eliminazione delle barriere architettoniche che impediscono la piena accessibilità degli edifici, limitando la possibilità per le persone affette da handicap di svolgere pienamente la propria personalità e di avere una normale vita di relazione, attiene ad esigenze di rilievo costituzionale primario, riconducibili anzitutto alle previsioni degli articoli 2 e 3 Cost e quindi (…) il rigetto della domanda di permesso di costruire, con la quale sia stata chiesta la deroga alle norme regolamentari, non può fondarsi sulla mera esistenza in astratto di ulteriori soluzioni tecnicamente praticabili, ma – laddove il richiedente abbia illustrato, come nel caso in esame, la non praticabilità, a suo avviso, di altre idonee soluzioni – deve muovere dall’evidenziazione di soluzioni, che sulla base delle circostanza fattuali note, siano da ritenere come reali alternative, ossia come possibilità effettivamente e concretamente praticabili”.

E qualora, si ritenesse che l’esistenza solo in astratto di altre possibili soluzioni costituisca una ragione sufficiente per il rigetto dell’istanza di deroga alle norme regolamentari, si finirebbe con il frustrate le finalità stesse della deroga, oltre che dei principi costituzionali sopra richiamati, esponendo il richiedente a elaborare altre soluzioni progettuali, che potrebbero però poi a loro volta risultare non effettivamente fattibili”.

In conclusione l’attività posta in essere dal Comune è stata considerata elusiva dei precetti giurisprudenziali contenuti nella sentenza n. 1541/2015 e pertanto, meritevole di annullamento.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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DISABILI E SPESA PUBBLICA: LA SENTENZA DEL TAR LOMBARDIA

distanze minime tra esercizi commerciali

Le norme sulle distanze tra gli esercizi commerciali vanno rispettate nel caso di apertura di nuovi esercizi capaci di alterare il rapporto esistente tra negozi dello stesso genere nella zona in cui vengono insediati, ma non trovano applicazione nel caso in cui si tratti di un semplice trasferimento di esercizio preesistente

La vicenda

Con ricorso presentato dinanzi al Tribunale amministrativo per l’Umbria l’originaria ricorrente assumeva di essere stata lesa nella propria attività di parrucchiera dal provvedimento comunale, nella misura in cui quest’ultimo consentiva il trasferimento di un esercizio di dimensioni assai cospicue, comprendente anche un laboratorio di formazione professionale, a distanza di appena 45 metri dal proprio. Con lo stesso ricorso chiedeva il risarcimento del danno.

In primo grado, il giudice adito dichiarava parzialmente fondato il ricorso.

Avverso la citata pronuncia proponeva appello l’amministrazione comunale, contestando in tutto la decisione dei giudici amministrativi.

«Il provvedimento impugnato era espressione di un limitato potere discrezionale da parte dell’amministrazione, risultando sufficiente, all’uopo la dimostrazione del venir meno della disponibilità dello stabile in cui la controinteressata esercitava l’attività commerciale».

In ogni caso quest’ultima già operava ad una distanza inferiore rispetto a quella prescritta dal regolamento comunale e inoltre, ella aveva messo a disposizione dell’amministrazione tre relazioni attestanti l’impossibilità o l’eccessiva difficoltà di reperire un locale situato in zona che rispettasse le distanze minime.

Il giudice di primo grado, – a detta del Comune – si era perciò, addentrato in una valutazione riservata al merito dell’amministrazione con il ritenere inadeguate le relazioni tecniche depositate dalla beneficiaria del provvedimento impugnato. E in ogni caso la valutazione operata non era corretta.

La pronuncia del Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato ha accolto l’appello per le ragioni che seguono.

Innanzitutto, il trasferimento del locale era stato richiesto da un soggetto che già operava ad una distanza inferiore rispetto a quella prescritta dal regolamento comunale, pari a 480 metri tra gli esercizi per parrucchieri.

Ebbene, «le norme sulle distanze tra gli esercizi commerciali vanno rispettate nel caso di apertura di nuovi esercizi capaci di alterare il rapporto esistente tra negozi dello stesso genere nella zona in cui vengono insediati, ma non trovano applicazione nel caso in cui si tratti di un semplice trasferimento di esercizio preesistente, in quanto non può ipotizzarsi nessuna alterazione della finalità considerata, posto che nulla cambia nel rapporto tra le strutture di vendita già operanti».

In quest’ultima ipotesi, infatti, esiste già una valutazione da parte dell’amministrazione che può essere riveduta solo in presenza di elementi sopraggiunti che lascino intendere che l’interesse pubblico alla detta eccezione sia venuta meno.

Inoltre, colui che abbia ottenuto la licenza commerciale e manifesti la necessità di cambiamento del locale per impossibilità di svolgimento ivi dell’esercizio commerciale vanta una posizione di aspettativa al mantenimento del proprio esercizio nella stessa zona, poiché rispetto alla stessa risulta aver acquisito un avviamento consolidato.

Ciò è quanto si legge in sentenza. Cosicché venuta meno l’esistenza di una condotta antigiuridica in capo all’amministrazione comunale, è caduto anche il diritto al risarcimento del danno in favore dell’originaria ricorrente.

La redazione giuridica

 

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IL COMUNE NON DECADE SE NON SI COSTITUISCE 10 GIORNI PRIMA DELL’UDIENZA

Comune di Amalfi citato a giudizio, davanti al Tribunale di Salerno, per il risarcimento dei danni subiti da una cittadina, in conseguenza della caduta, dovuta a suo dire, ad un tombino e ad un profondo avvallamento esistenti su di una strada comunale, da lei percorsa

La domanda, accolta in primo grado con il riconoscimento della somma di 35.651,67 euro, oltre interessi, a titolo di ristoro del danno subito, veniva rigettata in appello.
Stessa sorte nel giudizio di legittimità.
Ai giudici Ermellini è bastato ricordare le recenti ordinanze 1 febbraio 2018, nn. 2480, 2481, 2482 e 2483 con le quali, la stessa Suprema Corte di Cassazione ha affermato che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione.
Ne consegue che, “quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso”.

Il “fatto colposo” del danneggiato

Nelle menzionate pronunce si è anche chiarito che l’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ. non va intesa come riferita all’elemento psicologico della colpa, che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità, ma deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, stabilita da norme positive e/o dettata dalla comune prudenza.
Dunque, cautela e prudenza, è quello che si richiede alle vittime di “insidie” stradali.
Nel caso in esame la sentenza della corte d’appello aveva fatto buon governo dei principi sopra enunciati e pertanto, era incensurabile sotto il profilo del controllo di legittimità.
Ed infatti, essa aveva accertato in punto di fatto, che la strada percorsa dalla ricorrente presentava un avvallamento di minimo spessore, per cui non esisteva alcuna insidia che non fosse evitabile applicando l’ordinaria diligenza.
Aveva inoltre, aggiunto che non aveva rilievo il fatto che la strada fosse molto affollata, perché tale situazione avrebbe dovuto indurre la vittima ad una maggiore attenzione.
Mancava dunque, un nesso di causalità tra la presenza del tombino e dell’avvallamento e la caduta, posto che la situazione dei luoghi e l’orario diurno erano prova del fatto che l’uso dell’ordinaria diligenza avrebbe evitato la caduta; il che è conforme ai principi in precedenza richiamati.
Per questi motivi il ricorso è stato rigettato e condannato la ricorrente al pagamento delle ulteriori spese di giudizio.

La redazione giuridica

 
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MANTO STRADALE DISSESTATO, IL COMUNE RIPARA I LUOGHI SUBITO DOPO L’INCIDENTE

manto stradale

Il fatto che il comune, nei giorni immediatamente successivi all’incidente, ripari il manto stradale dissestato  può essere considerata, circostanza idonea a provare la pericolosità oggettiva dei luoghi?

Con atto di citazione la ricorrente conveniva in giudizio un comune lombardo al fine si sentirlo condannare al risarcimento del danno, a titolo di responsabilità per danni cagionati da cose in custodia, a seguito della sua caduta a terra a causa del manto stradale dissestato.

Si costituiva in giudizio l’ente locale, negando la propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. per inidoneità del dissento del mando stradale a causare il danno patito dalla parte attrice, eccependo al contrario la responsabilità della danneggiata (ai sensi dell’art. 1227 c.c.) la quale, con la sua condotta distratta e negligente, aveva concorso a determinare l’evento.

Il Tribunale di Como ha accolto la domanda attorea in quanto fondata.

In materia di danno cagionato da dissesti al manto stradale, in custodia del Comune di competenza, la giurisprudenza di legittimità, ha indicato con chiarezza come l’onere del danneggiato sia di “dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.

In altre parole, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile” (Cass. n. 15761/2016).

Ebbene, nel caso in esame, non vi era alcun dubbio circa la responsabilità del comune per il fatto oggetto di causa.

Ed invero, la circostanza che aveva generato la sua responsabilità, ossia il totale dissesto del manto stradale era stato compiutamente provato in giudizio, anche attraverso l’esame dei testi che avevano confermato la dinamica della caduta descritta nell’atto di citazione e, attraverso i quali, era stato possibile escludere l’asserita condotta colposa della vittima.

Particolarmente significativa poi, era stata la circostanza, riscontrata grazie al corredo fotografico in atti, che il Comune stesso, nei giorni immediatamente successivi al verificarsi dell’evento, fosse intervenuto con interventi manutentivi di rifacimento del manto stradale, così implicitamente riconoscendo la oggettiva pericolosità dei luoghi.

La redazione giuridica

 

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BRACI SOTTO LA SABBIA, BIMBO USTIONATO E COMUNE CONDANNATO A RISARCIRE

disabili

Neppure le esigenze di contenimento della spesa pubblica possono giustificare la decisione del comune di trasferire persone disabili da una struttura ad un’altra, contro la propria volontà

La ricorrente aveva agito in giudizio in qualità di madre e amministratrice di sostegno di una persona con grave disabilità, che da otto anni era inserita in un centro per persone disabili gestito da una cooperativa nel comune di residenza.

Il ricorso al Tar

Ebbene, con un provvedimento firmato dall’amministrazione locale, il disabile veniva trasferito in altra struttura di proprietà dell’ente, contro il quale la donna presentava ricorso dinanzi al Tar Lombardia.

Secondo una legge regionale il cittadino è libero di scegliere la struttura socio-sanitaria a cui affidarsi; in forza di tale principio, è escluso alle amministrazioni preposte alla gestione ed erogazione di tali servizi coartare la decisione dell’assistito.

Ma la domanda in questo caso è un’altra. Ci si deve chiedere se – considerato che l’erogazione di tali servizi prevede un costo che viene supportato dalla finanza pubblica – ragioni di natura economica possono giustificare limitazioni alla libera scelta del disabile?

A tal proposito appare opportuno ricordare che ai sensi dell’art. 34 del d.p.c.m. 12 gennaio 2017, le spese di ricovero presso le strutture socio-sanitarie sono, in parte, a carico del servizio sanitario nazionale e per altra parte, a carico dei comuni.

È dunque, evidente l’interesse degli enti locali ad evitare esborsi eccessivi legati a scelte poco oculate del cittadino bisognoso.

Analisi costi-benefici o interesse dei disabili?

Insomma una questione non facile da risolvere. Si parla molto, in questi giorni di analisi di costi benefici ed invero, qui si tratta proprio di decidere quale, tra la libertà di scelta dell’assistito e il ragionevole contenimento della spesa pubblica, debba prevalere.

Nel caso di specie, come anticipato, il figlio della ricorrente era ospitato da otto anni in una struttura sociosanitaria accreditata e facente parte peraltro, dello stesso distretto nel quale ricadeva quella del comune resistente.

Ebbene, per il Tar Lombardia, fare applicazione dei principi sopra citati, vuol dire necessariamente escludere che il Comune possa imporre all’assistito di trasferirsi, contro la sua volontà, presso la propria struttura e ciò, tanto più se si considera che, l’originaria decisione di rivolgersi a quel centro per disabili (risalente a otto anni prima) era stata proprio suggerita dall’ente locale, in ragione della indisponibilità di posti liberi presso la propria struttura.

Per tali motivi, il ricorso è stato accolto con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati.

La redazione giuridica

 

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INCROCIO SENZA SEGNALETICA: RESPONSABILITA’ DEL COMUNE PO DEGLI UTENTI?

scalinata

La ricorrente aveva citato in giudizio la Diocesi, nonché il comune di residenza, per sentirli condannare al risarcimento dei danni fisici patiti a causa di una caduta sulla scalinata della chiesa

La donna lamentava la sussistenza di un’insidia nella rottura, non adeguatamente segnalata, di un gradino della scalinata di accesso al Duomo, a causa della quale ella era rovinata a terra.

Ma in primo grado, il giudice adito condannava soltanto la prima a risarcire tutti i danni alla vittima, mentre rigettava la domanda nei confronti del Comune.

In appello anche la Diocesi veniva “assolta” da ogni responsabilità ed infatti, secondo la corte di merito “l’attore avrebbe dovuto dare prova del fatto che quest’ultima aveva la disponibilità giuridica e materiale della scalinata di accesso del Duomo e solo successivamente dar prova del nesso causale tra cosa in custodia e danno”.

Il processo proseguiva in Cassazione su ricorso della originaria attrice.

La questione giuridica concerne la titolarità del rapporto di custodia con la res causa dell’evento, da cui traeva titolo la domanda di chiamata in responsabilità della convenuta.

Ebbene, per i giudici della Suprema Corte che “il mero riferimento alla L. n. 222 del 1985, che disciplina la successione dei beni tra diversi enti ecclesiastici, non è idoneo a dimostrare che la Diocesi fosse proprietaria o detentrice di fatto del Duomo e delle sue pertinenze, posto che tale normativa contempla la possibilità di assegnazione di detti beni agli enti parrocchiali, e l’attore avrebbe dovuto comunque dimostrare in concreto, il rapporto di fatto, ovvero una disponibilità giuridica e materiale, tra la convenuta in giudizio e la scalinata su cui si era verificato l’evento, ai sensi dell’art. 2051 c.c.: “la responsabilità ex art. 2051 c.c., postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa” (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 27724 del 30/10/2018; Cass., sez. 3, sentenza n. 15761/2016).

Atteso che l’onere della prova sul potere di controllo del bene incombeva, sotto ogni profilo, a carico dell’attore, solo dopo tale dimostrazione avrebbe potuto discutersi del nesso causale tra fatto ed evento lesivo.

Sicché per i giudici della Cassazionetutto il discorso svolto in via generale, dal ricorrente non aveva alcuna attinenza con la motivazione in concreto adottata”.

La (non) responsabilità del comune

Anche con riferimento al Comune e, quindi, al fatto che quest’ultimo, in quanto proprietario della zona limitrofa alla scalinata, fosse tenuto all’obbligo di manutenzione della stessa, il ricorso non meritava accoglimento.

Correttamente i giudici della corte territoriale avevano escluso la responsabilità dell’ente locale in quanto non era stata dimostrata, anche in questo caso, la disponibilità giuridica o materiale della scalinata della cattedrale ai fini della affermazione di una responsabilità ex art. 2051 c.c.

Tutt’al più avrebbe dovuto dirsi che l’eventuale sussistenza di un uso pubblico della scalinata della chiesa, che potrebbe sussistere come nel caso di una strada privata lasciata al pubblico accesso, non può di per sé porsi a fondamento della responsabilità dell’ente territoriale in termini di omessa custodia.

Pertanto, i giudici della Cassazione hanno concluso affermando il seguente principio di diritto: “la responsabilità da omessa custodia di un bene destinato all’attività di culto, anche se per consuetudine asservito a un uso pubblico, grava sul proprietario del bene e non sull’ente territoriale su cui insiste il bene, a meno che non sia dimostrata una detenzione o un potere di fatto dell’ente territoriale sulla cosa”, circostanza – quest’ultima – che la Corte di merito, nell’ambito della discrezionalità di valutazione “in fatto” che le è propria, aveva ritenuto non essere provata dal solo rilievo che, dopo l’incidente occorso in danno del ricorrente, il dirigente del servizio comunale competente avesse rivolto all’ente ecclesiastico un invito a porre la scalinata di ingresso al duomo, in sicurezza”.

Ricorso, dunque, respinto e niente risarcimento per la malcapitata.

La redazione giuridica

 

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MACCHIA D’OLIO PROVOCA LA CADUTA DI UN MOTOCICLISTA: NIENTE RISARCIMENTO

vicoli

Un Comune italiano è stato condannato a risarcire un proprio cittadino caduto rovinosamente su un lastrone in pietra mentre passeggiava per i vicoli del centro storico

L’istante raccontava che mentre percorreva a piedi il marciapiede dei vicoli di una via cittadina, una pietra della pavimentazione si muoveva al suo passaggio, facendole perdere l’equilibrio e cagionandone la caduta, a seguito della quale riportava lesioni personali e subiva danni agli occhiali e al telefono portatile.

Talune pietre, ma non quella che aveva cagionato la sua caduta, erano state stabilizzate con del cemento posto ai rispettivi margini.

Il giudizio di primo grado

In primo grado la vicenda si concludeva con la dichiarazione di assenza di responsabilità del comune in quanto “nel caso di vicoli con lastroni non livellati e risalenti nel tempo, è notoria sia la necessità di considerare dove si mettono i piedi a causa di normali sconnessioni e buche, ma anche la prevedibilità di una possibile, normale instabilità delle lastre, come del resto nei centri storici medievali di moltissime città italiane (Firenze, Lucca, Roma), quindi per detti motivi il pedone non può fare affidamento sulla percorribilità sicura”.

Quanto al rapporto di causalità tra l’instabilità del lastrone e la caduta dell’Appellante, la sentenza impugnata affermava: “secondo una prognosi di normalità, il mero movimento di un lastrone (a meno che non sia reso scivoloso, il che non è stato argomentato, non appare da solo in rado di far cadere una persona adulta di normali capacità fisiche, a meno che essa non stia correndo o non si trovi in condizioni che non assicurino un pieno, prefetto equilibrio nell’incedere, il che non è stato allegato o dedotto”.

Ma secondo il ricorrente, la sentenza meritava di essere riformata sul presupposto che una pietra basculante ben può rappresentare una insidia o trabocchetto, ai sensi della giurisprudenza di legittimità. Essa è di per sé ostacolo non percepibile. Peraltro, il riferimento ai centri storici medievali neppure era appropriato in quanto il vicolo in cui si era verificato il sinistro era aperto al traffico dei veicoli autorizzati.

Non soltanto, ma si trattava anche di un vicolo senza marciapiedi, ove perciò, i pedoni erano costretti a percorrere la pavimentazione a lastroni.

Aggiunge inoltre il ricorrente, “neppure si può pretendere che l’utente della strada indovini quale lastrone sarà soggetto a basculamento”. E, il fatto che alcuni lastroni fossero stati stabilizzati con contorni in cemento avrebbe portato qualsiasi diligente il pedone a ritenere che, per tale effetto, quelli non oggetto di stabilizzazione fossero stati giudicati saldi da chi aveva operato l’intervento.

La giurisprudenza di legittimità sul concorso colposo del danneggiato

La Suprema Corte ha da sempre affermato che: “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito risponde ai sensi dell’art. 2051 c.c. per difetto di manutenzione, sei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, salvo che si accerti la concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo. Nel compiere tale ultima valutazione, si dovrà tener conto che quanto più è suscettibile di essere previsto e superato attraverso l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato, tanto più il comportamento della vittima incide nel dinamismo causale del danno, sino ad interrompere il nesso eziologico tra la condotta attribuibile e l’evento dannoso”.

È stato altresì aggiunto che “ricorrendo la fattispecie della responsabilità da cose in custodia, il comportamento colposo del danneggiato può, in base ad un ordine crescente di gravità – o atteggiarsi a concorso causale colposo (valutabile ai sensi dell’art. 1227 c.c.), ovvero escludere il nesso causale tra cose e danno e, con esso, la responsabilità del custode (integrando gli estremi del caso fortuito rilevante ai sensi dell’art. 2051 c.c.), deve a maggior ragione valere ove si inquadri la fattispecie del danno da insidia stradale nella previsione di cui all’art. 2043 c.c.”.

E da ultimo, il principio per cui “anche in fattispecie nella quale trova applicazione l’obbligo di custodia di cui all’art. 2051 c.c. (…) fa pur sempre riscontro un dovere di cautela da parte di chi entri in contatto con la cosa”.

Detto in altri termini, quando la situazione di possibile pericolo potrebbe essere superata mediante l’adozione di  un comportamento ordinariamente cauto da parte del danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, la quale al contratto potrà considerarsi quale mera occasione dell’evento.

Riassumendo, le situazioni possibili di pericolo sono le seguenti:

1)      il pericolo è conosciuto;

2)      il pericolo è conoscibile facendo uso della ordinaria diligenza;

3)      il pericolo è chiaramente visibile, anche se non precedentemente conosciuto o conoscibile.

Ebbene, nel caso in esame, non era contestato che la caduta si fosse verificata su un lastrone di pavimentazione di un vicolo del centro storico.

Non si contestava, neppure, che la caduta fosse avvenuta in seguito al basculamento di una pietra, dopo che il ricorrente vi aveva poggiato il proprio piede.

Ed infine, non era in discussione che il ricorrente avesse avuto in qualche modo percezione dell’instabilità dello specifico lastrone di tale da ritenere sussistente la responsabilità colposa di quest’ultimo nella causazione dell’evento.

L’ente custode della strada, doveva pertanto essere condannato a risarcire il danno al povero utente malcapitato.

La redazione giuridica

 

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