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responsabilità medica

Non è consentito al giudice di merito condannare l’imputato sulla base delle sole prospettazioni del consulente tecnico di parte civile

La vicenda

Secondo l’accusa, nel 2011, un dentista eseguì un intervento di estrazione di un dente nei confronti della costituita parte civile, “omettendo i necessari approfondimenti radiografici volti alla più accurata definizione dell’anatomia del sito operatorio, cagionando così la lesione irreversibile del nervo linguale.

Contro la sentenza di condanna della Corte d’appello di Venezia, per il delitto di lesioni personali colpose, l’imputato ricorreva per cassazione, contestando tra gli altri motivi, il rigetto, da parte del giudice di merito, della richiesta di espletamento di perizia medico-legale, ai sensi dell’art. 507 cod. proc. pen.

La Corte territoriale, si era infatti basata, esclusivamente sulle dichiarazioni della persona offesa, fondate – a giudizio della difesa – “su suggestioni personali e psicologiche e su interpretazioni soggettive, nonché sulla consulenza effettuata, su incarico della parte civile, sulla base di documentazione radiografica risalente e di un semplice colloquio anamnestico svoltosi con la persona offesa, senza alcun accertamento di natura tecnica, nonché carente sotto il profilo valutativo ”.

Non era stato, appurato se e in che misura vi fosse stato consenso all’atto sanitario; quali fossero le specifiche linee- guida o le buone pratiche clinico-assistenziali cui l’imputato non si sarebbe attenuto; se le cautele adottate dall’imputato fossero ordinariamente attuate in casi come quello in esame; quali fossero le percentuali indicate dalla letteratura medica in ordine al verificarsi di possibili complicanze dell’intervento; se ed in che misura vi fosse stato un miglioramento nel tempo delle condizioni di salute della persona offesa.

Il giudizio di legittimità

La Quarta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 28102/2019) ha accolto il ricorso affermando che non è consentito al giudice, fondare la declaratoria di responsabilità dell’imputato sulle sole prospettazioni del consulente della parte civile, sebbene corrispondenti alla ricostruzione fattuale offerta dalla persona offesa.

In primo luogo, i giudici della Suprema Corte hanno inteso ribadire che il codice di procedura penale (art. 220 c.p.p.) prevede l’espletamento della perizia ogniqualvolta sia necessario svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedano specifiche competenze di natura tecnica.

La specificità delle competenze va rapportata alle conoscenze ordinarie dell’uomo medio. La perizia va dunque, disposta allorché occorrano competenze che esulano dal patrimonio conoscitivo dell’uomo medio, in un dato momento storico e in un dato contesto sociale.

È ben vero, poi, che al giudice è attribuito il ruolo di peritus peritorum, ma ciò non lo autorizza affatto ad intraprendere un percorso avulso dal sapere scientifico, avventurandosi in opinabili valutazioni personali, sostituendosi agli esperti e ignorando ogni contributo conoscitivo di matrice tecnico-scientifica.

Iudex peritus peritorum

Il ruolo di peritus peritorum abilita, invece, il giudice a individuare, con l’aiuto dell’esperto, il sapere scientifico accreditato che può orientare la decisione e a farne un uso oculato, pervenendo a una spiegazione razionale dell’evento.

Il perito non è l’arbitro che decide il processo, ma l’esperto che espone al giudice il quadro del sapere scientifico, spiegando quale sia lo stato del dibattito, nel caso in cui vi sia incertezza sull’affidabilità degli enunciati a cui è possibile pervenire.

Toccherà, poi, al giudice tirare le fila e valutare se si sia addivenuti ad una spiegazione dell’eziologia dell’evento e delle dinamiche in esso sfociate sufficientemente affidabile e in grado di fornire concrete, significative ed attendibili informazioni, che possano supportare adeguatamente l’argomentazione probatoria inerente allo specifico caso esaminato.

Nel caso in esame, l’unico supporto scientifico alla declaratoria di responsabilità dell’imputato era costituito dalla consulenza espletata su incarico della parte civile.

Nell tessuto argomentativo della sentenza impugnata non era stato, tuttavia, possibile rinvenire un’adeguata spiegazione delle ragioni per le quali il giudice d’appello avesse ritenuto l’esaustività e incontrovertibilità dei rilievi formulati dal consulente di parte civile. Né era stato possibile desumerli, sia pure implicitamente, ma in modo sufficientemente chiaro, dal complesso giustificativo a sostegno della decisione adottata, nonostante nell’atto di appello la questione fosse stata espressamente devoluta al giudice di secondo grado, con apposito motivo.

I giudici della Suprema Corte non hanno ritenuto neppure sufficiente l’osservazione formulata dalla corte territoriale, secondo cui le valutazioni del consulente di parte sarebbero state attendibili in quando fedeli alla ricostruzione della vittima e coerenti con le conseguenze oggettive derivanti dall’intervento.

L’oltre ogni ragionevole dubbio

Al riguardo, assume un ruolo fondamentale il principio dell’al di là di ogni ragionevole dubbio, da considerarsi un pilastro del sistema, il quale “non costituisce soltanto una regola di giudizio ma proietta la propria rilevanza anche sul piano della formazione della prova, imponendo l’acquisizione di materiale probatorio di fonte non unilaterale, in modo che la decisione giudiziale possa fondarsi sull’apporto dialettico di elementi dimostrativi di provenienza contrapposta o, ancor meglio, di provenienza super partes, sì da dar vita a una feconda dialettica conoscitiva e a un quadro probatorio caratterizzato da ricchezza ed affidabilità di apporti cognitivi, nel contesto del quale il giudice possa orientare in modo adeguato le proprie determinazioni”.

Il giudice, infatti, può fare legittimamente propria l’una piuttosto che l’altra delle tesi scientifiche prospettate dai periti d’ufficio o dai consulenti di parte, nell’ambito della dialettica processuale, purché dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha disatteso (Cass.,n. 55005 del 10-11-2017) ma deve innanzitutto promuovere questa pluralità ed eterogeneità di contributi cognitivi.

Viceversa, fondare la declaratoria di responsabilità sulle prospettazioni del consulente della parte civile, che si assumono corroborate dalla ricostruzione fattuale offerta dalla persona offesa, significa determinarsi all’interno di un contesto probatorio improntato all’unilateralità degli apporti conoscitivi, senza alcuna connotazione di dialetticità.

La regola di giudizio compendiata nella formula dell”‘al di là ai ogni ragionevole dubbio” impone al giudicante l’adozione di un metodo dialettico di verifica dell’ipotesi accusatoria, volto a superare l’eventuale sussistenza di dubbi intrinseci a quest’ultima, derivanti, ad esempio, da autocontraddittorietà o da incapacità esplicativa, o estrinseci, in quanto connessi all’esistenza di ipotesi alternative dotate di apprezzabile verosimiglianza e razionalità (Cass., Sez 1,n.4111 del 24-10-2011, Rv. 251507).

Aveva pertanto, errato la corte di merito nel fondare la propria decisione sulla base della sola consulenza tecnica della parte civile.

In particolare la Corte di Cassazione ha inteso ribadire l’importanza del contraddittorio tecnico; per tali ragioni la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio. La corte territoriale dovrà ora stabilire:

a) se l’atto meclico sub iudice costituisse, all’epoca dei fatti, oggetto di linee-guida; cosa queste ultime prescrivessero; e in mancanza, se vi fossero, al riguardo, buone-pratiche clinico assistenziali; b) se l’imputato si fosse determinato sulla base di linee- guida o di buone pratiche clinico-assistenziali adeguate al caso concreto; e in caso affermativo, se si fosse attenuto ad esse o meno; c) se, invece, fosse configurabile, nel suo operato, una colpa (grave o lieve).

A tal riguardo, la Suprema Corte ha anche richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui al fine di distinguere la colpa lieve dalla colpa grave, possono esser utilizzati i seguenti parametri: a) la misura della divergenza tra la condotta effettivamente tenuta e quella che era da attendersi; b) la misura del rimprovero personale, sulla base delle specifiche condizioni dell’agente; c) la motivazione della condotta; d) la consapevolezza o meno di tenere una condotta pericolosa.

Avv. Sabrina Caporale

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Il giudice di appello che riformi una sentenza di assoluzione in condanna a carico dell’imputato, ha l’obbligo di rinnovare l’istruttoria dibattimentale in ordine alle dichiarazioni del perito?

La vicenda

Accusato di aver commesso una rapina all’interno di una banca, in primo grado veniva assolto perché gli elementi di prova a suo carico non erano sufficienti a superare la soglia dell’oltre ogni ragionevole dubbio
Le uniche prove a suo carico erano un telefono cellulare e un filmato estratto dal sistema di videosorveglianza della banca rapinata.
Ma per il Tribunale la circostanza che la scheda telefonica, intestata all’imputato, avesse agganciato celle contigue ai luoghi teatro degli eventi, nelle ore di interesse, non poteva considerarsi elemento esaustivo della sua partecipazione all’azione criminosa, in quanto la suddetta utenza avrebbe potuto essere utilizzata anche da altra persona.
Quanto al filmato, mentre il consulente tecnico del pubblico ministero vi aveva visto ritratto proprio l’imputato, il perito nominato nel corso del dibattimento, di contro, era giunto alla conclusione che le somiglianze, pur esistenti, non consentivano di pervenire ad un giudizio di identificazione, in quanto si trattava di caratteri piuttosto generali, possibilmente riscontrabili in più soggetti.
A seguito dell’impugnazione da parte del pubblico ministero, la corte d’appello di Bologna, stravolgendo l’esito del primo grado, condannava l’imputato per rapina pluriaggravata.
Per la predetta corte territoriale i tabulati telefonici e le video riprese erano la prova inequivocabile della sua colpevolezza.

Seguiva il ricorso per Cassazione.

Per la difesa, la sentenza impugnata non forniva una sufficiente motivazione logica in ordine alla pretesa non condivisibilità del ragionamento svolto dal giudice di primo grado e soprattutto, contrariamente a quanto richiesto dai più recenti arresti giurisprudenziali ed europei, non aveva neppure rinnovato le decisive prove assunte nel corso del dibattimento, ossia le dichiarazioni del perito e del consulente tecnico del pubblico ministero.
Una motivazione illogica e contraddittoria sarebbe stata fornita, anche in ordine all’utilizzo dei tabulati del traffico telefonico intestata all’imputato sotto un duplice profilo: da una parte l’impossibilità di attribuire univoco significato indiziante a quelle risultanze e dall’altra l’indimostrata disponibilità in capo all’imputato della medesima, al momento della rapina.
Ma il tema centrale sollevato dalla difesa era un altro: si trattava dell’omessa rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello, relativamente alle dichiarazioni del consulente tecnico e del perito, dal momento che l’esito assolutorio era stato tradotto in una sentenza di condanna.
Ebbene, i giudici della Cassazione, investiti della vicenda, hanno ritenuto di non poter risolvere il contrasto giurisprudenziale esistente in materia e così hanno rimesso la decisione alle Sezioni Unite.

Sul tema si registrano sostanzialmente due opposti orientamenti.

Secondo una prima tesi, il giudice di appello ove intenda pervenire, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, ad una sentenza di condanna sulla base di una diversa valutazione dei risultati delle indagini tecniche – siano esse effettuate da un perito o da un consulente di parte – eseguite nel corso del giudizio di primo grado, deve rinnovare l’istruttoria dibattimentale e quindi procedere all’esame del perito e del consulente di parte, proprio perché anch’essi vanno considerati testi, e dunque, vertendosi nell’ambito di una prova dichiarativa, vige l’obbligo di sentirli nuovamente secondo il principio di diritto stabilito dalla giurisprudenza comunitaria e nazionale.
Ad opposta conclusione, perviene invece un’altra tesi, la quale parte dal presupposto secondo il quale la prova scientifica non può essere assimilata alla prova dichiarativa: nel caso di prova tecnica infatti, «non si tratta di stabilire l’attendibilità del dichiarante e la credibilità del racconto sotto il profilo della congruenza, linearità e assenza di elementi perturbatori dell’attendibilità, ma di valutare la deposizione del perito alla luce dell’indirizzo ermeneutico in tema di valutazione della prova scientifica, secondo cui, in virtù dei principi del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha la possibilità di scegliere, fra le varie tesi scientifiche prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purché dia conto, con motivazione accurata e approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulla tesi che ha ritenuto di disattendere, confutando in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti; per cui, una simile valutazione, ove sia effettuata in maniera congrua in sede di merito, non è sindacabile dal giudice di legittimità ».
Da questo argomento si è tratto il corollario secondo il quale le figure del testimone e quella del perito e del consulente non sono sovrapponibili anche perché la loro relazione viene acquisita e diventa parte integrante della deposizione.
Ciò vuol dire che la corte d’appello che intende riformare la sentenza assolutoria di primo grado, non ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale delle dichiarazioni rese dal perito o dal consulente tecnico, fermo restando l’obbligo di motivare in modo rafforzato e cioè di delineare le linee portanti del proprio alternativo ragionamento probatorio e di confutare specificamente gli argomenti rilevanti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento.

Il quesito di diritto

Insomma il tema su cui si discute è il seguente: «se la dichiarazione resa dal perito o dal consulente tecnico costituisca o meno prova dichiarativa assimilabile a quella del testimone, rispetto alla quale, se decisiva, il giudice d’appello avrebbe l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa».
La questione non è per nulla trascurabile posto che essa investe direttamente il diritto al contraddittorio e prima ancora, il diritto di difesa dell’imputato – assolto in primo grado sulla base di una prova dichiarativa ritenuta decisiva- e poi condannato in appello, su impugnazione del pubblico ministero e sulla base del medesimo materiale probatorio.
Detto in altri termini ci si trova di fronte ad un caso di palese contraddittorietà della decisione sulla colpevolezza dell’imputato, derivante da due sentenze dal contenuto antitetico, pur essendo entrambe fondate sulle medesime prove.

Perito: un testimone “tecnico”?

A ben vedere, la disciplina codicistica sembrerebbe assimilare la figura del perito a quella testimone. L’art. 501 c.p.p. dispone che “si osservano le disposizioni sull’esame dei testimoni in quanto applicabili” ; tale circostanza si può anche desumere:

  • dal fatto che sia la testimonianza che la perizia sono considerate “mezzi di prova”;
  • dall’impegno che sia il perito (art. 226 c.p.p.) che il testimone (art. 497 c.p.p.) devono assumere, impegni che si differenziano solo per diversità dell’oggetto su cui deve vertere il narrato;
  • dalle conseguenze penali in caso di falasa testimonianza (art. 372 c.p.) o di falsa perizia (art. 373 c.p.);
  • dalle modalità dell’esame, per le quali l’art. 501 c.p.p., come premesso, rinvia alle “disposizioni sull’esame dei testimoni”.

Ma dall’altra parte, la centralità che la perizia assume ai fini della decisione, ha portato il legislatore a congegnare delle modalità che ne assicurassero la garanzia del contraddittorio sia nella fase dello svolgimento dell’incarico peritale, sia nella fase dell’illustrazione dell’esito delle indagini svolte.

A tal proposito, vi è la pretesa di ritenere la perizia una prova “neutra”.

Ma una cosa è la terzietà del perito, altra cosa sono le conclusioni alle quali egli perviene. A maggior ragione, se è vero che nessun metodo scientifico -per la sua intrinseca fattibilità – può dimostrare la verità di una legge scientifica – ne consegue inevitabilmente, che anche la perizia non può essere considerata portatrice di una verità assoluta (e quindi “neutra”), tanto più in quei casi in cui il perito – del tutto legittimamente – sia fautore di una tesi scientifica piuttosto che di un’altra.
Ed è proprio in questo snodo cruciale del processo che si evidenzia il ruolo decisivo, che nell’ambito della dialettica processuale, assume il contraddittorio orale, attraverso la verifica, nel dibattimento, dell’attendibilità del perito, dell’affidabilità del metodo scientifico utilizzato e della sua corretta applicazione alla concreta fattispecie processuale.
Dall’altra parte, anche la considerazione che il perito sia assimilabile al testimone non è del tutto corretta, dal momento che la sua relazione forma parte integrante della deposizione ed inoltre esso è chiamato a formulare un parere tecnico che il giudice può motivamente accogliere o disattendere confutando contestualmente la tesi opposta.
Inoltre la relazione peritale, può essere semplicemente letta -senza che il perito sia esaminato – ove vi sia l’accordo delle parti in base al combinato disposto degli artt. 495, comma 4nis e 511, comma 2 c.p.p.) ovvero, quando di essa sia data lettura senza il consenso delle parti le quali, non avendo tempestivamente eccepito la nullità, ne determinino la sanatoria ai sensi dell’art. 183 comma 1, lett. a) c.p.p.

Dunque, quale è la soluzione?

Ebbene, le Sezioni Unite della Cassazione (n. 14426/2019), alla luce delle considerazioni poc’anzi esposte, hanno inteso affermare il seguente principio di diritto:
«La dichiarazione resa dal perito nel corso del dibattimento costituisce una prova dichiarativa. Di conseguenza, ove risulti decisiva, il giudice di appello ha l’obbligo di proceder alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa».
«Ove nel giudizio di primo grado, della relazione peritale sia stata data la sola lettura senza esame del perito, il giudice di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, condanni l’imputato assolto nel giudizio di primo grado, non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame del perito».
«Le dichiarazioni rese dal consulente tecnico oralmente, vanno ritenute prove dichiarative, sicché, ove siano poste a fondamento dal giudice di primo grado della sentenza di assoluzione, il giudice di appello – nel caso di riforma della suddetta sentenza sulla base di un diverso apprezzamento delle medesime – ha l’obbligo fi procedere alla rinnovazione dibattimentale tramite l’esame del consulente».

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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donne medico

L’uomo, inizialmente accusato anche di violenza sessuale, era finito a giudizio per stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica

Sei mesi di reclusione. E’ la pena inflitta dal giudice monocratico del Tribunale di Bari a un 52enne della provincia di Bari finito a giudizio per stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica.
L’uomo inizialmente era stato posto agli arresti con l’accusa  di violenza sessuale. Tuttavia, in seguito alla dichiarazione di improcedibilità del reato da parte del Tribunale del Riesame per querela tardiva, era stato scarcerato nel novembre del 2017. La dottoressa, infatti, aveva denunciato la violenza a nove mesi di distanza dal fatto, quindi oltre i se mesi previsti per legge. All’indagato, quindi gli erano stati concessi prima i domiciliari e poi la misura alternativa del divieto di avvicinamento alla vittima.
Gli atti persecutori denunciati dalla vittima e accertati dagli inquirenti sarebbero iniziati a ottobre 2016 e avrebbero costretto il medico a cambiare tre diverse sedi di lavoro. L’uomo si recava spesso in ambulatorio per farsi misurare la pressione, ma soprattutto, in base a quanto raccontato dalla vittima,  per “chiacchierare”.

La disponibilità all’ascolto sarebbe stata travisata dall’imputato, il quale, come sostenuto dall’accusa, “in modo pressante e vessatorio, iniziava a perseguitare insistentemente” la donna.

Il tutto attraverso “una serie continua e reiterata di telefonate, di messaggi telefonici e di azioni moleste e minacciose”. Una condotta che finiva per ingenerare nella persona offesa “un sentimento crescente di ansia e di paura per la propria incolumità”.
Secondo il Pubblico ministero titolare del fascicolo, la professionista sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”. L’indagato, infatti, in base a quanto scritto nel capo d’imputazione, avrebbe maturato “una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.
Il giudice, nel determinare la pena, ha tenuto in considerazione solamente per gli episodi relativi agli ultimi mesi. In tale periodo l’uomo era arrivato a minacciare il medico di far “saltare il palazzo” o di far “scoppiare la bombola del gas” se non lo avesse ascoltato. La donna, inoltre, era stata perseguitata con continue telefonate, anche notturne.
Il legale difensore ha fatto sapere che la vicenda giudiziaria non terminerà qui. “Sebbene la sentenza abbia riconosciuto la colpevolezza del mio cliente solo per l’ultimo periodo in contestazione – ha dichiarato –  preannuncio appello”.
 
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Inps

L’Inps, non solo con una propria circolare ha derogato alla norma di legge disponendo diversamente da quanto prescritto da quest’ultima, ma lo ha fatto introducendo disposizioni evidentemente discriminatorie per nazionalità in quanto, ancorando la possibilità di ottenere il beneficio a una condizione quale il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ha introdotto una differenza di trattamento non giustificata da alcuna ragionevole e oggettiva finalità

La vicenda

Il Tribunale di Rovereto con una sentenza depositata il 6 novembre scorso, n. 60, ha condannato l’Inps per condotta discriminatoria posta in essere per motivi razziali ed etnici nei confronti di una donna straniera richiedente il premio nascita e, negatole.

Con ricorso presentato ai sensi degli artt. 28 D.Lgs. 150/2011, 44 TU Immigrazione e 702 bis c.p.c. , premesso di essere titolare dal 2016 di un permesso di soggiorno per motivi familiari e di essere madre di un bambino, la ricorrente citava in giudizio l’INPS per far dichiarare il suo comportamento discriminatorio. Alla presentazione online della domanda di erogazione del premio nascita l’Ente rispondeva negativamente.

Quando il comportamento di un privato o della pubblica amministrazione produce una discriminazione per motivi razziali, etnici, linguistici, nazionali, di provenienza geografica o religiosi, è possibile ricorrere all’autorità giudiziaria ordinaria per domandare la cessazione del comportamento pregiudizievole e la rimozione degli effetti della discriminazione. (art. 44 TU Immigrazione)

Costituitosi in giudizio, l’Istituto nazionale di previdenza eccepiva l’improcedibilità del ricorso per mancata previa proposizione del ricorso amministrativo e rilevava nel merito, di essersi adeguato alla giurisprudenza esistente in materia che riconosce la spettanza del bonus anche in assenza di permesso di soggiorno di lungo periodo, ma a seguito di presentazione di apposita domanda.

La decisione del giudice ordinario

Secondo il Tribunale di Rovereto, investito della controversia in esame, il ricorso merita accoglimento.

La ragione di siffatta decisione è da rinvenirsi nel “condivisibile insegnamento” della Corte di Appello di Milano (5.5.2018) secondo cui: “L’individuazione da -parte dell’Inps, con Circolare n. 39 del 2017′, dei requisiti necessari ai fini dell’erogazione del -premio di natalità di cui all’art. 1, comma 353, L.232/2016, oltre che illegittima in quanto introduce in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore, va qualificata come discriminatoria in quanto esclude dal beneficio per ragioni di nazionalità e senza alcuna ragionevole motivazione una parte delle donne residenti in Italia…E’ di altrettanta evidenza che Inps ha introdotto in sede amministrativa requisiti non previsti dal legislatore ma previsti invece per altra prestazione ovvero “l’assegno di natalità di cui all’art. 1, comma 125, legge di stabilità n. 190/2014“.

Così facendo – aggiunge il tribunale – l’Inps si è arrogata il potere di imporre in sede amministrativa condizioni o requisiti che la legge non ha né previsto né disciplinato, di introdurre modifiche a una norma di fonte primaria e di restringere, di conseguenza, la platea delle destinatarie del beneficio. Del tutto condivisibile è pertanto l’affermazione circa l’illegittimità della condotta dell’Istituto, ravvisabile proprio nell’aver voluto emettere circolari, aventi natura regolamentare che attribuiscono alla legge un contenuto diverso da quello espresso dal legislatore (…)così facendo l’Inps non solo con una propria circolare ha derogato alla norma di legge disponendo diversamente da quanto prescritto da quest’ultima, ma lo ha fatto introducendo disposizioni evidentemente discriminatorie per nazionalità in quanto, ancorando la possibilità di ottenere il beneficio a una condizione quale il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, ha introdotto una differenza di trattamento non giustificata da alcuna ragionevole e oggettiva finalità“.

L’Inps deve essere, pertanto, condannata, a rimuovere la condotta discriminatoria attraverso il pagamento, a titolo di danno patrimoniale, di un importo pari al bonus non erogato.

 

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infermiere derubato da un paziente

Brutto episodio in ospedale, dove un infermiere derubato da un paziente si è visto sottrarre il portafoglio dopo essersi occupato del ricoverato

Un infermiere derubato da un paziente mentre stava prestando le cure a un uomo in Pronto Soccorso. Ha dell’incredibile quanto avvenuto a Novi Ligure. Qui, in ospedale, un uomo avrebbe sottratto il portafoglio al sanitario subito dopo che questi lo aveva medicato.

Per il fatto, che risale al 26 gennaio 2012, il paziente è stato condannato a 6 mesi di reclusione.

Non solo. Per il giudice ha inciso come aggravante il fatto che abbia approfittato della sua condizione di assistito dalla sanità pubblica.

Il condannato, Massimo Romano, novese di 41 anni, dopo aver ricevuto cure e assistenza dall’infermiere ha commesso il furto.

Quando l’infermiere, terminate le mansioni urgenti che lo avevano fatto allontanare, si era trovato nella necessità di metter mano alla propria borsa, si era accorto che era sparito il portafoglio.

C’è voluto poco a capire chi fosse il responsabile, ma provarlo non è stato altrettanto semplice.

L’operatore sanitario ha quindi allertato i carabinieri che, giunti nella stanza dove il paziente era ricoverato, nel giubbotto posato sulla sedia accanto al letto hanno rinvenuto il portafoglio sparito.

E, nel cassetto del comodino, i 70 euro che erano nel portafoglio.

È stato a quel punto che l’ infermiere derubato da un paziente ha sporto denuncia.

L’uomo, processato in tribunale per furto appesantito da aggravanti, cioè l’essersi impossessato di un oggetto esposto alla pubblica fede, l’aver agito nei confronti di persona incaricata di un pubblico servizio e l’aver abusato della propria condizione di ospite della struttura sanitaria, è stato ora condannato a sei mesi di reclusione.

Questi i risvolti penali della vicenda. Ancora ignoti, invece, gli eventuali provvedimenti adottati dalla direzione ospedaliera.

 

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Per la truffa da quattro milioni di euro a danni dell’Inps condannati falsi invalidi dal Gup di Palermo

Si è conclusa la prima parte del processo con la condanna da parte del gup di Palermo Ermelinda Marfia di quattro su ventuno imputati accusati di aver truffato l’Inps dal 2003 al 2015 per un importo di quattro milioni di euro.

I quattro che hanno scelto il rito abbreviato sono Giuseppe Cinà, considerato il capo dell’organizzazione e a cui spettano cinque anni e sei mesi, Patrizia Ribaudo, condannata a due anni e mille euro di multa. La donna, prima di raccontare tutta ai carabinieri ha tentato però di approfittare della situazione cercando di estorcere del denaro agli organizzatori. Avendo affittato una casa da Cinà ha scoperto dei documenti tenuti chiusi in un armadio che certificavano la falsa invalidità. Avrebbe però ricevuto delle minacce così gravi da parte di Cinà che ha accettato di essere processata per tentata estorsione.Al gruppo sia aggiunge Giovanni Naccari a cui spettano due anni così come a Maria Vaccaro ma con la sospensione della pena.

Gli altri diciassette indagati hanno preferito il rito ordinario e compariranno davanti al giudice il prossimo 18 ottobre e in qualche modo dovranno rispondere di truffa aggravata. Giovanni e Andrea Tantillo, Nicola Cipolla, Nicoleta Carmaz, Paola Pipitone, Deborah Serpa, Vito Abbate, Alba Barcellona, Nunzio e Franca Cinà, Loreta Giammona, Francesco Longo, Maddalena Marano, Paolo Meli, Giuseppe Mignosi, Maria Modica e Antonia Seidita.

Dodici anni di truffa allo Stato (oltre che ai cittadini onesti) percependo così denaro per la falsa invalidità e anche l’accompagnamento. Un’indagine battezzata dai carabinieri “malati immaginari”. Dalle intercettazioni è emersa tutta la soddisfazione di questi individui. Giuseppe Cinà e Giovanni Tantillo, arrestati dieci anni fa con le stesse accuse, richiesta nuovamente la pensione di invalidità, commentavano “più di togliercela non possono fare… e noi la prendiamo nuovamente”.  “Non voglio più lavorare, lo Stato mi deve campare, io voglio la pensione”, diceva al telefono uno degli indagati.

 

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