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Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ricostruito i principi che, secondo diritto vivente, governano l’apprezzamento giudiziale della prova scientifica da parte del giudice di merito, in particolar modo in ambito di responsabilità medica

Il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito; ed infatti, non di rado, la soluzione dei casi, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo.

Il giudice deve, pertanto, dar conto dell’affidabilità delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialità e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.

Ugualmente non di rado, nei processi in cui assume rilevanza l’analisi della prova tecnico-scientifica, ci si può trovare di fronte a casi caratterizzati dalla contrapposizione di orientamenti in seno alla stessa comunità scientifica di riferimento.

In questi casi, soccorre l’espletamento della perizia dibattimentale.

La giurisprudenza di legittimità ha da tempo, osservato che la perizia deve essere disposta allorché occorrano competenze che esulano dal patrimonio conoscitivo del cosiddetto uomo medio, rispetto ad un dato momento storico e ad uno specifico contesto sociale (Sez. 1, sentenza n. 11706 del 1993, Rv. 196075).

Iudex peritus peritorum

Essa rappresenta un indispensabile strumento euristico, rispetto al quale al giudice è attribuito il ruolo di peritus peritorum.

In realtà, detta locuzione, secondo le indicazioni di ordine metodologico espresse dalla giurisprudenza sopra richiamata, non autorizza affatto il giudicante ad intraprendere un percorso avulso dal sapere scientifico, né a sostituirsi agli esperti ignorando i contributi conoscitivi di matrice tecnico-scientifica. Il ruolo di peritus peritorum impone, di converso, al giudice a individuare, con l’aiuto dell’esperto, il sapere accreditato che può orientare la decisione.

Il giudice, cioè, deve esaminare le basi fattuali sulle quali le argomentazioni del perito sono state condotte; l’ampiezza, la rigorosità e l’oggettività della ricerca; l’attitudine esplicativa dell’elaborazione teorica nonché il grado di consenso che le tesi sostenute dall’esperto raccolgono nell’ambito della comunità scientifica (Sez. 4, n. 18678 del 14.3.2012, Rv. 252621).

La vicenda

Il caso oggetto della sentenza in commento trae origine dalla denuncia presentata in riferimento al reato di lesioni colpose, cagionate ad una neonata al momento del parto dal medico ostetrico di turno.

Tali lesioni si sarebbero concretate nella paralisi dell’arto superiore sinistro, con indebolimento permanente della funzione prensoria.

Ciò in quanto il medico non aveva rilevato i segni indicatori di una distocia di spalla, omettendo la relativa diagnosi; aveva perciò, omesso di porre in essere le condotte doverose ed aveva esercitato trazioni eccessive ed improvvide sul feto determinando le predette lesioni all’arto superiore sinistro.

Pareri tecnici discordanti a confronto

Nel corso dell’istruttoria dibattimentale ci si era trovati di fronte a contrapposte opinioni medico scientifiche sostenute dai consulenti tecnici di parte, in ordine alla riferibilità delle lesioni alla condotta del medico; di talché la corte d’appello adita aveva disposto il rinnovo dell’istruttoria dibattimentale, funzionale all’espletamento di perizia collegiale.

Sulla scorta delle indicazioni espresse dal collegio peritale, la Corte distrettuale aveva quindi potuto affermare l’accertata sussistenza del nesso di derivazione causale tra l’omissione ascritta all’imputato e l’evento lesivo.

Importante è allora domandarsi come avviene il giudizio di verifica ed imputazione causale dell’evento?

Si tratta – spiegano i giudici della Suprema Corte – di un giudizio predittivo, sia pure riferito al passato: il giudice si interroga su ciò che sarebbe accaduto se l’agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta.

Con particolare riferimento alla casualità omissiva – che viene in rilievo nel caso di specie – la giurisprudenza di legittimità ha enunciato il suo carattere condizionalistico, indicando il seguente itinerario probatorio: il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa si fonda anche sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata “probabilità logica”.

In altre parole, il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità della fattispecie concreta, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto all’imputato dall’ordinamento.

Omicidio colposo

Quanto alle ipotesi di omicidio colposo, la giurisprudenza consolidata ha già rilevato che sussiste il nesso di causalità tra l’omessa adozione da parte del medico specialistico di idonee misure atte a rallentare il decorso della patologia acuta, colposamente non diagnosticata, ed il decesso del paziente, quando risulta accertato, secondo il principio di controfattualità – condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica, universale o statistica – che la condotta doverosa avrebbe inciso positivamente sulla sopravvivenza del paziente, nel senso che l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato in epoca posteriore o con minore intensità lesiva.

Ebbene, nel caso in esame era stato compiutamente accertato che il sanitario non aveva effettuato le manovre codificate dalle leges artis, contenute nelle linee guida di riferimento; e che, anzi, egli non aveva posto in essere alcuna delle prescritte manovre di emergenza, realizzando una condotta che giudici avevano qualificato come “gravemente imperita”.

Sul punto, la Corte di Appello aveva evidenziato che le linee guida di riferimento imponevano specifiche manovre che l’imputato aveva frontalmente omesso di attuare; e che erano state realizzate diverse manovre, del tutto inappropriate rispetto alla situazione concreta.

La responsabilità medica dopo la riforma

Come noto, il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, per i reati di omicidio colposo e di lesioni colpose, è stato oggetto di un recente e ulteriore intervento normativo, con il quale il legislatore ha posto mano nuovamente alla materia della responsabilità sanitaria, anche in ambito penale.

Il riferimento è alla L. 8 marzo 2017, n. 24, recante Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie; e, segnatamente, all’art. 6, della citata L. n. 24 del 2017, che ha introdotto l’art. 590 sexies c.p., rubricato Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario.

Le Sezioni Unite della Cassazione (Sez. U., sentenza n. 8770 del 21.12.2017) hanno ricostruito la portata precettiva della disposizione di cui all’art. 590 sexies c.p., ove è stabilito che qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono “rispettate” le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

Ebbene, l’errore medico può cadere tanto sulla scelta delle linee guida tanto nella fase esecutiva delle raccomandazioni contenute nelle linee guida adeguate al caso di specie; con la precisazione che «l’errore non punibile non può, però, alla stregua della novella del 2017, riguardare la fase della selezione delle linee guida perché, dipendendo il “rispetto” di esse dalla scelta di quelle “adeguate”, qualsiasi errore sul punto, dovuto a una qualsiasi forma di colpa generica, porta a negare l’integrazione del requisito del “rispetto”».

In conclusione, «l’accertata inosservanza delle raccomandazioni contenute nelle linee guida ed anzi l’esecuzione di manovre del tutto inadeguate rispetto al caso di specie, da parte dell’imputato, esclude l’applicabilità dei richiamati interventi normativi, in tema di responsabilità sanitaria, secondo le indicazioni offerte dal diritto vivente».

La redazione giuridica

 

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Il giudice di appello che riformi una sentenza di assoluzione in condanna a carico dell’imputato, ha l’obbligo di rinnovare l’istruttoria dibattimentale in ordine alle dichiarazioni del perito?

La vicenda

Accusato di aver commesso una rapina all’interno di una banca, in primo grado veniva assolto perché gli elementi di prova a suo carico non erano sufficienti a superare la soglia dell’oltre ogni ragionevole dubbio
Le uniche prove a suo carico erano un telefono cellulare e un filmato estratto dal sistema di videosorveglianza della banca rapinata.
Ma per il Tribunale la circostanza che la scheda telefonica, intestata all’imputato, avesse agganciato celle contigue ai luoghi teatro degli eventi, nelle ore di interesse, non poteva considerarsi elemento esaustivo della sua partecipazione all’azione criminosa, in quanto la suddetta utenza avrebbe potuto essere utilizzata anche da altra persona.
Quanto al filmato, mentre il consulente tecnico del pubblico ministero vi aveva visto ritratto proprio l’imputato, il perito nominato nel corso del dibattimento, di contro, era giunto alla conclusione che le somiglianze, pur esistenti, non consentivano di pervenire ad un giudizio di identificazione, in quanto si trattava di caratteri piuttosto generali, possibilmente riscontrabili in più soggetti.
A seguito dell’impugnazione da parte del pubblico ministero, la corte d’appello di Bologna, stravolgendo l’esito del primo grado, condannava l’imputato per rapina pluriaggravata.
Per la predetta corte territoriale i tabulati telefonici e le video riprese erano la prova inequivocabile della sua colpevolezza.

Seguiva il ricorso per Cassazione.

Per la difesa, la sentenza impugnata non forniva una sufficiente motivazione logica in ordine alla pretesa non condivisibilità del ragionamento svolto dal giudice di primo grado e soprattutto, contrariamente a quanto richiesto dai più recenti arresti giurisprudenziali ed europei, non aveva neppure rinnovato le decisive prove assunte nel corso del dibattimento, ossia le dichiarazioni del perito e del consulente tecnico del pubblico ministero.
Una motivazione illogica e contraddittoria sarebbe stata fornita, anche in ordine all’utilizzo dei tabulati del traffico telefonico intestata all’imputato sotto un duplice profilo: da una parte l’impossibilità di attribuire univoco significato indiziante a quelle risultanze e dall’altra l’indimostrata disponibilità in capo all’imputato della medesima, al momento della rapina.
Ma il tema centrale sollevato dalla difesa era un altro: si trattava dell’omessa rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello, relativamente alle dichiarazioni del consulente tecnico e del perito, dal momento che l’esito assolutorio era stato tradotto in una sentenza di condanna.
Ebbene, i giudici della Cassazione, investiti della vicenda, hanno ritenuto di non poter risolvere il contrasto giurisprudenziale esistente in materia e così hanno rimesso la decisione alle Sezioni Unite.

Sul tema si registrano sostanzialmente due opposti orientamenti.

Secondo una prima tesi, il giudice di appello ove intenda pervenire, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, ad una sentenza di condanna sulla base di una diversa valutazione dei risultati delle indagini tecniche – siano esse effettuate da un perito o da un consulente di parte – eseguite nel corso del giudizio di primo grado, deve rinnovare l’istruttoria dibattimentale e quindi procedere all’esame del perito e del consulente di parte, proprio perché anch’essi vanno considerati testi, e dunque, vertendosi nell’ambito di una prova dichiarativa, vige l’obbligo di sentirli nuovamente secondo il principio di diritto stabilito dalla giurisprudenza comunitaria e nazionale.
Ad opposta conclusione, perviene invece un’altra tesi, la quale parte dal presupposto secondo il quale la prova scientifica non può essere assimilata alla prova dichiarativa: nel caso di prova tecnica infatti, «non si tratta di stabilire l’attendibilità del dichiarante e la credibilità del racconto sotto il profilo della congruenza, linearità e assenza di elementi perturbatori dell’attendibilità, ma di valutare la deposizione del perito alla luce dell’indirizzo ermeneutico in tema di valutazione della prova scientifica, secondo cui, in virtù dei principi del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha la possibilità di scegliere, fra le varie tesi scientifiche prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purché dia conto, con motivazione accurata e approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulla tesi che ha ritenuto di disattendere, confutando in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti; per cui, una simile valutazione, ove sia effettuata in maniera congrua in sede di merito, non è sindacabile dal giudice di legittimità ».
Da questo argomento si è tratto il corollario secondo il quale le figure del testimone e quella del perito e del consulente non sono sovrapponibili anche perché la loro relazione viene acquisita e diventa parte integrante della deposizione.
Ciò vuol dire che la corte d’appello che intende riformare la sentenza assolutoria di primo grado, non ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale delle dichiarazioni rese dal perito o dal consulente tecnico, fermo restando l’obbligo di motivare in modo rafforzato e cioè di delineare le linee portanti del proprio alternativo ragionamento probatorio e di confutare specificamente gli argomenti rilevanti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento.

Il quesito di diritto

Insomma il tema su cui si discute è il seguente: «se la dichiarazione resa dal perito o dal consulente tecnico costituisca o meno prova dichiarativa assimilabile a quella del testimone, rispetto alla quale, se decisiva, il giudice d’appello avrebbe l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa».
La questione non è per nulla trascurabile posto che essa investe direttamente il diritto al contraddittorio e prima ancora, il diritto di difesa dell’imputato – assolto in primo grado sulla base di una prova dichiarativa ritenuta decisiva- e poi condannato in appello, su impugnazione del pubblico ministero e sulla base del medesimo materiale probatorio.
Detto in altri termini ci si trova di fronte ad un caso di palese contraddittorietà della decisione sulla colpevolezza dell’imputato, derivante da due sentenze dal contenuto antitetico, pur essendo entrambe fondate sulle medesime prove.

Perito: un testimone “tecnico”?

A ben vedere, la disciplina codicistica sembrerebbe assimilare la figura del perito a quella testimone. L’art. 501 c.p.p. dispone che “si osservano le disposizioni sull’esame dei testimoni in quanto applicabili” ; tale circostanza si può anche desumere:

  • dal fatto che sia la testimonianza che la perizia sono considerate “mezzi di prova”;
  • dall’impegno che sia il perito (art. 226 c.p.p.) che il testimone (art. 497 c.p.p.) devono assumere, impegni che si differenziano solo per diversità dell’oggetto su cui deve vertere il narrato;
  • dalle conseguenze penali in caso di falasa testimonianza (art. 372 c.p.) o di falsa perizia (art. 373 c.p.);
  • dalle modalità dell’esame, per le quali l’art. 501 c.p.p., come premesso, rinvia alle “disposizioni sull’esame dei testimoni”.

Ma dall’altra parte, la centralità che la perizia assume ai fini della decisione, ha portato il legislatore a congegnare delle modalità che ne assicurassero la garanzia del contraddittorio sia nella fase dello svolgimento dell’incarico peritale, sia nella fase dell’illustrazione dell’esito delle indagini svolte.

A tal proposito, vi è la pretesa di ritenere la perizia una prova “neutra”.

Ma una cosa è la terzietà del perito, altra cosa sono le conclusioni alle quali egli perviene. A maggior ragione, se è vero che nessun metodo scientifico -per la sua intrinseca fattibilità – può dimostrare la verità di una legge scientifica – ne consegue inevitabilmente, che anche la perizia non può essere considerata portatrice di una verità assoluta (e quindi “neutra”), tanto più in quei casi in cui il perito – del tutto legittimamente – sia fautore di una tesi scientifica piuttosto che di un’altra.
Ed è proprio in questo snodo cruciale del processo che si evidenzia il ruolo decisivo, che nell’ambito della dialettica processuale, assume il contraddittorio orale, attraverso la verifica, nel dibattimento, dell’attendibilità del perito, dell’affidabilità del metodo scientifico utilizzato e della sua corretta applicazione alla concreta fattispecie processuale.
Dall’altra parte, anche la considerazione che il perito sia assimilabile al testimone non è del tutto corretta, dal momento che la sua relazione forma parte integrante della deposizione ed inoltre esso è chiamato a formulare un parere tecnico che il giudice può motivamente accogliere o disattendere confutando contestualmente la tesi opposta.
Inoltre la relazione peritale, può essere semplicemente letta -senza che il perito sia esaminato – ove vi sia l’accordo delle parti in base al combinato disposto degli artt. 495, comma 4nis e 511, comma 2 c.p.p.) ovvero, quando di essa sia data lettura senza il consenso delle parti le quali, non avendo tempestivamente eccepito la nullità, ne determinino la sanatoria ai sensi dell’art. 183 comma 1, lett. a) c.p.p.

Dunque, quale è la soluzione?

Ebbene, le Sezioni Unite della Cassazione (n. 14426/2019), alla luce delle considerazioni poc’anzi esposte, hanno inteso affermare il seguente principio di diritto:
«La dichiarazione resa dal perito nel corso del dibattimento costituisce una prova dichiarativa. Di conseguenza, ove risulti decisiva, il giudice di appello ha l’obbligo di proceder alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa».
«Ove nel giudizio di primo grado, della relazione peritale sia stata data la sola lettura senza esame del perito, il giudice di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, condanni l’imputato assolto nel giudizio di primo grado, non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame del perito».
«Le dichiarazioni rese dal consulente tecnico oralmente, vanno ritenute prove dichiarative, sicché, ove siano poste a fondamento dal giudice di primo grado della sentenza di assoluzione, il giudice di appello – nel caso di riforma della suddetta sentenza sulla base di un diverso apprezzamento delle medesime – ha l’obbligo fi procedere alla rinnovazione dibattimentale tramite l’esame del consulente».

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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falsa perizia

I giudici della Cassazione hanno affermato che il reato di falsa perizia è configurabile in relazione a qualsiasi procedimento civile, compreso l’accertamento tecnico preventivo

Nel 1999 il Tribunale di Lecce aveva dichiarato colpevole del reato di falsa perizia di cui all’art. 373 c.p. un consulente tecnico d’ufficio, condannandolo alla pena di due anni di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.

Da quanto emerso in giudizio, l’imputato era stato nominato CTU dal competente Pretore, a seguito del ricorso per accertamento tecnico preventivo promosso dall’istante, al fine di accertare le cause dell’incendio che aveva coinvolto la propria auto, poco tempo prima affidata ad una officina autorizzata per la esecuzione di alcuni lavori di manutenzione e finalizzata alla successiva instaurazione di una causa per risarcimento danni.

Ebbene, il consulente tecnico era accusato di aver intenzionalmente taciuto quanto emerso nel corso degli accertamenti compiuti nell’espletamento del proprio incarico.

Nella specie, egli aveva omesso di riferire dell’esistenza di un foro nel tubo di rimanda della benzina, tale da consentire la fuoriuscita del carburante e da ritenersi (…) causa più che probabile dell’incendio verificatosi; così omettendo scientemente di portare a conoscenza del giudice civile un fatto rilevante ai fini della definizione del procedimento nell’ambito del quale era stato chiamato ad operare quale CTU.

La questione giuridica

La questione giuridica controversa è diretta a stabilire se ricadono nella sfera di applicabilità dell’art. 373 c.p. le falsità commesse dal consulente tecnico nel corso di un procedimento di istruzione preventiva (nella specie, accertamento tecnico ex art. 696 c.p.c).

Come noto, il vigente codice di procedura civile, nella sezione IV (capo III, libro quarto), riguardante i procedimenti di istruzione preventiva, prevede e disciplina l’assunzione in caso di urgenza, di mezzi di prova prima dell’instaurazione del giudizio, in previsione dello stesso.

Tra tali mezzi rientrano appunto quelli regolati dall’art. 696 c.p.c.

“Ubi lex non distinguit nec nos distinguere debemus”

Per i giudici della Cassazione non c’è motivo di distinguere, in assenza di diversa disposizione di legge, ai fini dell’applicabilità dell’art. 373 c.p., tra i procedimenti civili quelli di cognizione per ritenere applicabili soltanto a questi ultimi e non anche a tutti gli altri procedimenti, il disposto dell’art. 373.

Del resto nella generica nozione di procedimento vanno compresi non solo il procedimento di cognizione e quello di esecuzione, ma anche i procedimenti cautelari che servono a predisporre e a garantire i mezzi probatori del processo definitivo, non potendo contestarsi che nel concetto di procedimento rientri qualsiasi complesso di atti coordinati al raggiungimento di un determinato scopo, fra le parti interessate e l’ufficio giudiziario e regolati dalla legge processuale.

In altre parole, per i giudici della Cassazione, la norma penale sulla falsa perizia deve trovare applicazione in relazione a tutti i procedimenti civili.

Il reato di falsa perizia

Ed infatti, la condotta tipica nel delitto in esame consiste nel dare pareri o interpretazioni mendaci, o nell’affermare fatti non conformi al vero, da parte di chi, quale ausiliare del giudice, era tenuto a svolgere la prestazione richiesta con sincerità e completezza.

Lo scopo della norma è quindi, quello di assicurare il retto e normale funzionamento dell’attività del giudice e di impedire che, con artificiose prospettazioni della realtà, l’attività degli organi giudiziali possa essere fuorviata.

Si tratta di un reato di pericolo, per cui non occorre che si verifichi in concreto un’errata cognizione da parte del giudice, essendo solo sufficiente che siano stati posti in essere i presupposti per una tale possibilità.

Ora è innegabile che ad ogni procedimento di accertamento preventivo possa seguire un procedimento di cognizione, per cui il pericolo che il giudice possa essere tratto in inganno sussiste sempre.

Conclusivamente – con riferimento alla fattispecie in esame – l’accertato inquinamento operato dal consulente tecnico d’ufficio – come ritenuto dai giudici di merito con motivato e insindacabile apprezzamento di fatto – concretizza la sussistenza del contestato delitto di falsa perizia, per cui il ricorrente ha riportato condanna.

Condanna inevitabile per quest’ultimo oltre al pagamento delle spese processuali.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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