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La questione di diritto sollevata nel caso in esame, riguarda la possibilità, per il creditore del condominio che abbia conseguito un titolo esecutivo nei confronti dello stesso, di procedere all’espropriazione dei crediti di quest’ultimo nei confronti dei singoli condomini per i contributi dagli stessi dovuti

Tale questione per i giudici della Suprema Corte di Cassazione, deve essere risolta in senso affermativo.

La vicenda

La vicenda trae origine dall’azione esecutiva posta in essere dall’attore il quale aveva proceduto al pignoramento dei crediti vantati dal condominio, suo debitore, nei confronti di alcuni condomini per contributi, in base a una sentenza di condanna al pagamento delle spese processuali relative ad un giudizio di cognizione.

Il giudizio di legittimità

Come premesso, la questione riguarda la possibilità per il creditore del condominio munito di titolo esecutivo di agire esecutivamente sui crediti di quest’ultimo nei confronti dei singoli condomini?

Secondo i principi generali attualmente esistenti nel nostro ordinamento, (artt. 2740 e 2910 c.c.), mediante l’espropriazione forzata è possibile espropriare al debitore tutti i suoi beni, inclusi i crediti.

Affinché l’espropriazione dei crediti vantati dal condominio verso i singoli condomini per contributi sia legittima, è quindi sufficiente che sia configurabile, sul piano sostanziale, un effettivo rapporto obbligatorio tra condominio e singolo condomino avente ad oggetto il pagamento dei contributi condominiali.

Sul piano sostanziale non v’è dubbio che esista un rapporto obbligatorio tra condominio e singolo condomino, con riguardo al pagamento dei contributi condominiali: una espressa disposizione normativa, l’art. 63 disp. att. c.c. (sia nella precedente che nella attuale formulazione), prevede infatti che l’amministratore possa addirittura ottenere un decreto ingiuntivo (immediatamente esecutivo), in favore del condominio e contro il singolo condomino per il pagamento dei suddetti contributi (in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea).

«Essendo configurabile sul piano sostanziale un credito del condominio (rappresentato dal suo amministratore) nei confronti dei singoli condomini, laddove esista altresì un titolo esecutivo in favore di un terzo e contro lo stesso condominio (sempre rappresentato dall’amministratore), in mancanza di una norma che lo vieti espressamente, tale credito può certamente essere espropriato dal creditore del condominio, ai sensi degli artt. 2740 e 2910 c.c., e la relativa esecuzione orzata non può che svolgersi nelle forme dell’espropriazione dei crediti presso terzi di cui agli artt. 543 c.p.c. e ss.».

Il principio di parziarietà delle obbligazioni condominiali

Tale conclusione – a detta dei giudici Ermellini – non si pone in contrasto neppure con il principio di parziarietà delle obbligazioni condominiali, il quale postula che l’esecuzione contro il singolo condomino non possa avere luogo per l’intero debito del condominio, ma solo nei limiti della sua quota di partecipazione al condominio stesso.

Qualora, infatti, l’esecuzione avvenga direttamente contro il condominio, e non contro il singolo condomino, non solo l’esecutato è il condominio, debitore per l’intero (onde non entra in realtà in gioco in nessun modo il principio di parziarietà), ma l’espropriazione dei beni e diritti del condominio, cioè di beni che, proprio in quanto condominiali, appartengono pro quota a tutti i condomini; in questo modo si finisce addirittura per attuare, il richiamato principio di parziarietà (almeno fino a specifica prova contraria), senza affatto violarlo.

Per tutti questi motivi, la Suprema Corte ha concluso affermando il seguente principio di diritto:

“il creditore del condominio che disponga di un titolo esecutivo nei confronti del condominio stesso, ha facoltà di procedere all’espropriazione di tutti i beni condominiali, ai sensi degli artt. 2740 e 2910 c.c., ivi inclusi i crediti vantati dal condominio nei confronti dei singoli condomini per i contributi dagli stessi dovuti in base a stati di ripartizione approvati dall’assemblea, in tal caso nelle forme dell’espropriazione dei crediti presso terzi di cui agli artt. 543 c.p.c. e ss.”.

La redazione giuridica

 

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indennità di disoccupazione

Con un recente messaggio (n. 909 del 05/03/2019) l’Istituto di previdenza nazionale ha fornito chiarimenti in materia di indennità di disoccupazione NASpI per i detenuti che svolgono attività lavorativa alle dipendenze dell’Istituto penitenziario

Il messaggio si pone in linea di continuità con la normativa di riferimento e la giurisprudenza di legittimità, nonché con i pareri forniti dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e dal Ministero della Giustizia, in ordine all’erogabilità della prestazione di indennità di disoccupazione nei confronti del detenuto impegnato in attività di lavoro presso l’Istituto penitenziario ove si trova ristretto.

Come noto, l’articolo 20 –sostituito dall’articolo 2 del D.lgs 2 ottobre 2018, n. 124 – della legge 26 luglio 1975, n. 354, recante “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, stabilisce ai commi 1 e 2, rispettivamente, che negli Istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati, al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale e si precisa anche che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato.

Il successivo comma 13 dispone, inoltre, che la durata delle prestazioni lavorative non può superare i limiti stabiliti dalle leggi vigenti in materia di lavoro e devono essere garantiti il riposo festivo, il riposo annuale retribuito e la tutela assicurativa e previdenziale.

Sul punto si è espressa anche la Suprema Corte di Cassazione, I sezione penale, con la decisione n. 18505 del 3 maggio 2006, la quale ha affermato che “l’attività lavorativa svolta dal detenuto all’interno dell’Istituto penitenziario ed al medesimo assegnata dalla Direzione del carcere non è equiparabile alle prestazioni di lavoro svolte al di fuori dell’ambito carcerario e, comunque, alle dipendenze di datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria. Detta attività, infatti, ha caratteri del tutto peculiari per la sua precipua funzione rieducativa e di reinserimento sociale e per tale motivo prevede la redisposizione di graduatoria per l’ammissione al lavoro ed è soggetta a turni di rotazione ed avvicendamento che non possono essere assimilati a periodi di licenziamento che, in quanto tali, danno diritto all’indennità di disoccupazione”.

Il diritto alla indennità di disoccupazione da licenziamento

Ebbene, l’Inps ha chiarito che ai soggetti detenuti in Istituti penitenziari, che svolgano attività lavorativa retribuita all’interno della struttura ed alle dipendenze della stessa, non può essere riconosciuta la prestazione di disoccupazione in occasione dei periodi di inattività in cui essi vengano a trovarsi.

È fatto salvo, invece, il diritto dei medesimi soggetti alla indennità di disoccupazione da licenziamento nel caso in cui il rapporto di lavoro si sia svolto con datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria.

Dal punto di vista contributivo, gli Istituti penitenziari sono comunque tenuti al versamento della contribuzione contro la disoccupazione per i detenuti che svolgono attività alle loro dipendenze.

Sotto il profilo assicurativo, detta contribuzione sarà utile – nel caso di cessazione involontaria da un rapporto di lavoro con datori di lavoro diversi dall’Istituto penitenziario – ai fini della prestazione di disoccupazione NASpI, qualora rientrante nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse il loro stato di detenzione, questi continueranno ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse lo stato di detenzione, questi, in forza della legge 28 febbraio 1987, n. 56 continueranno ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.

La redazione giuridica

 

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contributi

L’obbligo di iscrizione al sistema di gestione separata per il versamento dei contributi, viene meno solo se il reddito prodotto da altra attività professionale è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla propria cassa di riferimento

L’avvocato che non è iscritto alla Cassa, deve versare i propri contributi previdenziali all’INPS?

Non sono d’accordo i giudici della Corte d’Appello di Roma che hanno avuto modo di pronunciarsi sul ricorso di un avvocato, all’epoca dei fatti dipendente iscritto all’INPDAP; successivamente l’INPS lo aveva iscritto d’ufficio nella Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995 ed aveva chiesto i contributi per il lavoro autonomo svolto nell’anno 2005.

La ragione dell’iscrizione alla gestione separata risiedeva nel fatto che l’avvocato aveva svolto la libera professione in maniera non abituale e per tanto non aveva eguale obbligo di iscrizione alla propria Cassa previdenziale.

Il caso

I fatti risalgono, in effetti, ad anni antecedenti l’entrata in vigore dell’automaticità dell’iscrizione alla Cassa a seguito di iscrizione all’albo professionale forense (Art. Regolamento di attuazione ed art. 21, L. 247/2012).

I giudici della corte territoriale, avevano confermato la sentenza di primo grado con la quale era stata parzialmente accolta l’opposizione che l’avvocato aveva presentato nei confronti dell’INPS.

A sostegno della loro decisione, vi era il richiamo all’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011 conv. In l. n. 11/2011, secondo il quale l’iscrizione alla gestione separata presso l’INPS ha carattere residuale, essendo prevista necessariamente solo per i lavoratori autonomi che esercitano una professione per la quale non sia obbligatoria l’iscrizione ad appositi albi, ovvero per coloro che, pur iscritti ad albi, svolgano un’attività non soggetta a versamento contributivo agli enti di previdenza per i liberi professionisti.

Tali condizioni ricorrono nel caso dell’esercizio della professione forense, che come noto, rientra tra quelle attività non soggette al versamento contributivo presso l’istituto di previdenza nazionale.

La questione giuridica

Il punto di diritto oggetto dei fatti in commento, concerne l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’INPS da parte di avvocati non iscritti obbligatoriamente alla Cassa di previdenza forense alla quale hanno versato esclusivamente un contributo integrativo in quanto iscritti all’albo professionale, ma senza che con ciò ne consegua la costituzione di una posizione previdenziale in loro favore.

La questione in verità era stata già risolta dalla Cassazione, seppure per vicende analoghe riguardanti professionisti ingegneri e architetti (sent. n. 30344/2017; n. 30345/2017; n. 1172/2018; n. 2282/2018; n. 1643/2018).

Sebbene, infatti, si trattasse di attività diverse, il nodo da affrontare era il medesimo.

Il parere della Cassazione

I giudici della Corte di Cassazione, tengono subito a precisare che si tratta di fatti accaduti in un tempo (giuridico) ormai superato. All’epoca, per essere iscritti alla Cassa forense erano necessari due requisiti: l’iscrizione all’albo professionale e l’esercizio della libera professione con carattere di continuità. E pertanto, non potevano usufruire della previdenza forense coloro che esercitavano la libera professione in modo occasionale pur rimanendo iscritti all’albo.

Dall’altra parte vi era la Gestione separata INPS che aveva la funzione di garantire copertura assicurativa, nell’ottica della cd. “politica di universalizzazione delle tutele” non solo a coloro che ne erano completamente privi, ma anche a coloro che ne usufruivano solo in parte (cioè coloro che svolgevano due attività e che erano coperti dal punto di vista previdenziale solo per una delle due, facendo così in modo che a ciascuna corrispondesse una forma di assicurazione).

L’impostazione è di derivazione sicuramente costituzionale: “sono lavoratori tutti coloro che traggono dalla loro personale attività professionale i mezzi necessari a soddisfare le esigenze di vita proprie e familiari, ivi compresi anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti, per cui essi vanno tutelati dal punto di vista previdenziale al verificarsi di una delle situazioni di bisogno individuate dall’ stesso art. 38 Cost.

Conclusione

Su queste premesse deve ritenersi valida la tesi del professionista (come accaduto al ricorrente nel caso di specie), che per svariate ragioni dovute alle specifiche discipline previdenziali di categoria, si era sottratto legittimamente all’obbligo di iscrizione alla gestione separata, poiché non obbligato all’iscrizione presso la propria cassa professionale. ad eccezione del versamento del contributo integrativo.

Tuttavia, la funzione assunta dalla Gestione separata, risponde ad una logica di copertura universale, soggettiva ed oggettiva, il che vuol dire che essa è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale (anche se non esclusivo) ma anche occasionale di una attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo, anche se il medesimo soggetto svolge un’altra diversa attività, per la quale risulta iscritto ad altra gestione.

Detto in altri termini, l’obbligo di iscrizione al sistema di gestione separata, viene meno se il reddito prodotto dall’attività professionale predetta è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento.

Ebbene, facendo applicazione del principio di universalizzazione delle tutele, deve ritenersi che la contribuzione integrativa, in quanto non correlata all’obbligo di iscrizione alla cassa professionale, non attribuisce al lavoratore alcuna copertura assicurativa per gli eventi di vecchiaia, dell’invalidità e della morte in favore dei superstiti per cui, come nel caso in esame, non può essere rilevante ai fini di escludere l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presso l’INPS.

 

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estratto conto contributivo

Guida all’ estratto conto contributivo messo a disposizione dall’Inps per il controllo del versamento dei propri contributi previdenziali

Cos’è l’ estratto conto contributivo? E come funziona? Il controllo del versamento dei propri contributi previdenziali è un’operazione che i lavoratori dovrebbero compiere con una certa regolarità.

Ciò proprio al fine di evitare brutte sorprese e perdere contributi non versati e ormai prescritti. La verifica è molto semplice, e può essere realizzata mediante il cosiddetto estratto conto contributivo che l’Inps mette a disposizione online per la consultazione.

Vediamo insieme di cosa si tratta.

L’ Estratto conto contributivo è il documento “che elenca tutti i contributi effettuati all’INPS in favore del lavoratore”. Come si legge nel sito Inps, in esso sono riepilogati: i versamenti da lavoro, figurativi e da riscatto, suddivisi in base alla gestione alla quale il lavoratore risulta iscritto.

Attraverso l’estratto conto contributivo, i lavoratori possono verificare la regolarità dei contributi versati autonomamente o dai propri datori di lavoro. Allo stesso modo, è possibile segnalare eventuali discordanze all’Inps.

Non solo.

I lavoratori prossimi alla pensione possono richiedere alle sedi dell’istituto anche l’Estratto conto certificativo, contenente l’attestazione analitica della posizione assicurativa avente valore legale.

In quest’ultimo si ritrovano i dati anagrafici del lavoratore e la tabella con i versamenti previdenziali.

Essi vengono suddivisi in: periodo di riferimento, tipologia di contributi; retribuzione o reddito; riferimenti del datore di lavoro; ecc.

All’interno dell’ECC, il lavoratore trova i contributi suddivisi in base alle gestioni a cui è iscritto.

Inoltre, nell’ipotesi in cui, il lavoratore abbia periodi di lavoro presso datori privati e/o pubblici e periodi di lavoro autonomo, all’interno dell’estratto conto le diverse sezioni saranno distinte per colore.

In che modo consultare l’ estratto conto contributivo?

Per operare le necessarie verifiche, il lavoratore deve recarsi online, e fare un controllo tramite l’apposito servizio dedicato. O, ancora, può richiederlo a mezzo del contact center dell’istituto (al numero 803 164 gratuito da rete fissa oppure 06 164 164 da rete mobile) o mediante enti di patronato e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

È bene ricordare che per la consultazione online è richiesta l’autenticazione tramite Pin, Spid o Cns.

Una volta effettuato l’accesso, oltre alla consultazione, il servizio consente al lavoratore di stampare la propria posizione retributiva.

 

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riscatto della laurea

Una panoramica sugli scenari riguardanti il riscatto della laurea in attesa dell’approvazione della manovra di Bilancio e dell’introduzione di Quota 100

In merito alla possibilità di riscatto della laurea ai fini pensionistici si è molto parlato di recente, soprattutto in relazione alla possibile introduzione di “quota 100”.

Quest’ultima, infatti, potrebbe consentire a un maggior numero di dipendenti di raggiungere gli anni contributivi per andare in pensione.

Le domande di riscatto della laurea ricevute dall’Inps, tra l’altro, sarebbero in netta crescita.

Si tratterebbe di 62.282 istanze presentate dal 2016 fino allo scorso 31 agosto. Di questi, 28.389 sono state accolte tra gestione pubblica e privata.

Nel settore privato, invece, sarebbero 43.686 le domande presentate, di cui 12.920 nei primi otto mesi di quest’anno.

Il riscatto della laurea, come noto, è un istituto che consente di valorizzare a fini pensionistici il periodo del corso di studi.

Ma chi può accedervi?

Innanzitutto, occorre aver conseguito il titolo di studio (diploma di laurea o titolo equiparato) anche se si tratta di soggetto inoccupato.

Questi, al momento della domanda, non deve essere mai stato iscritto ad alcuna forma di previdenza e non deve aver iniziato attività lavorativa in Italia o all’estero.

È possibile riscattare sia i periodi corrispondenti alla durata legale del corso di studio, sia di parte di esso. Potranno essere riscattati anche i titoli conseguiti all’estero che hanno valore legale in Italia. Dal 1997, inoltre, è possibile riscattare anche due o più corsi di laurea.

Gli anni fuori corso e i periodi già coperti da contributi obbligatori o figurativi presso il fondo cui è diretta la domanda e gli altri regimi previdenziali non possono essere riscattati.

Tuttavia, non sempre il riscatto della laurea è conveniente.

Occorre prima valutare caso per caso ogni situazione. Ciò in quanto calcolare il riscatto della laurea a fini pensionistici non è un’operazione semplice.

Il costo varia a seconda del regime previdenziale, retributivo e contributivo, in cui ricade il periodo da riscattare ed è condizionato dall’età, dalla retribuzione e dal sesso del richiedente.

Il riscatto degli anni di studio all’università consente di aggiungere almeno due anni di contribuzione a seconda della durata del corso di studi seguito.

Quel che è certo è che sul tema del riscatto della laurea ha di recente avuto peso la volontà di modificare il sistema contributivo con l’introduzione di “Quota 100”.

La manovra pensionistica che dovrebbe entrare in vigore a partire dall’anno prossimo, infatti, consentirà l’accesso alla pensione anticipata con almeno 62 anni di età e un’anzianità contributiva di minimo 38 anni.

Va ricordato però che ci saranno delle “finestre” per l’uscita se i requisiti si maturano da gennaio 2019 in poi.

Al momento, si sta valutando l’ipotesi di rendere il riscatto della laurea gratuito o meno oneroso per alcune fasce di reddito, come confermato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon.

Contestualmente, la Legge di Bilancio 2019 e le novità alla manovra pensionistica potrebbero introdurre agevolazioni per i datori di lavoro che si faranno carico del costo per il riscatto degli anni di università.

Con l’introduzione di Quota 100, il riscatto potrebbe far ottenere agli interessati gli anni di contribuzione necessari per raggiungere facilmente i 38 anni richiesti per accedere alla pensione, sempre nel rispetto del requisito anagrafico.

Non solo. Ciò consentirebbe di incentivare anche i datori di lavoro a finanziare l’uscita dei dipendenti senior attraverso l’utilizzo dei fondi bilaterali. Inoltre, si potrebbe riprendere l’impostazione che nel 2017 era stata predisposta per agevolare gli esodi dei bancari in esubero, attingendo al Fondo di solidarietà del credito ordinario e cooperativo.

In ogni caso, ci si trova ancora nel campo delle ipotesi. Occorre ancora attendere l’approvazione della manovra di Bilancio 2019 e dei provvedimenti che mirano all’introduzione di Quota 100.

 

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iscrizione

La Corte di Cassazione fornisce chiarimenti in merito alla possibilità di ottenere la pensione in caso di iscrizione retrodatata a Cassa Forense

Con la sentenza n. 27943/2018 la Cassazione ha fatto il punto sul diritto alla pensione in caso di iscrizione retrodatata alla Cassa Forense.

Affermano gli Ermellini che non raggiunge gli anni di anzianità necessari per andare in pensione, il professionista che prima di diventare notaio ha svolto la professione di avvocato se all’epoca l’iscrizione alla Cassa Forense era una mera facoltà del praticante non un obbligo. Il soggetto avrebbe dovuto, entrata in vigore la legge n. 141/92, retrodatare l’iscrizione a Cassa Forense ripresentando l’apposita domanda.

Ciò in quanto il procedimento relativo all’istanza precedente doveva ritenersi concluso per via della iscrizione retrodatata.

La vicenda

Nel caso di specie, il soggetto aveva chiesto al giudice del lavoro il riconoscimento del diritto al conseguimento della pensione e la condanna della Cassa Forense, e della Cassa Nazionale del Notariato, alla corresponsione delle differenze sui ratei maturati e non riscossi o, in subordine, al versamento degli stessi importi a titolo risarcitorio.

Il ricorrente riteneva di poter vantare 40 anni di contribuzione utile per effetto del computo dei contributi relativi agli anni in cui aveva svolto l’attività di praticante procuratore legale e di procuratore legale, oltre che di avvocato, nell’arco temporale 1971-1979.

Tali somme, asuo avviso, erano da sommarsi a quelle versati quale avvocato nel periodo 1980 -1981 e quale notaio dal 1982 al 2007, nonché a quelli già riscattati per il corso di laurea.

La domanda è stata però respinta.

Secondo la Corte d’Appello, infatti, alla data rivendicata il professionista non poteva far valere 40 anni di anzianità contributiva.

Ciò in quanto Cassa Forense non aveva potuto procedere all’iscrizione per gli anni di svolgimento dell’attività di procuratore legale, essendo all’epoca tale iscrizione rimessa alla facoltà del praticante (cfr. art. 22 L. n. 576/80).

Non solo.

Alla data di entrata in vigore della legge n. 141/92, che aveva riaperto i termini per la presentazione delle istanze di retrodatazione dell’iscrizione alla Cassa Forense, il procedimento attivato dalla precedente domanda dell’interessato doveva intendersi ormai concluso.

Questo perché era decorso il termine di 30 giorni di cui all’art. 2 della legge n. 241/1990 per la definizione del procedimento stesso.

Una conclusione, questa, condivisa anche dalla Cassazione.

La sentenza impugnata ha richiamato la previsione normativa dei termini riguardanti la possibilità di tardiva richiesta di retrodatazione degli effetti dell’accredito contributivo.

Contestualmente, è condivisibile l’affermazione secondo cui all’epoca dei fatti l’iscrizione alla cassa era facoltativa per i praticanti procuratori con patrocinio.

Pertanto, non sussisteva un obbligo d’ufficio per la Cassa di provvedervi in luogo dell’interessato.

Ne consegue che, alla data rivendicata, il professionista non poteva far valere i 40 anni di anzianità contributiva.

Alla questione della riapertura dei termini per le iscrizioni retroattive alla Cassa, in applicazione del principio tempus regit actum e della normale irretroattività dello ius superveniens, Cassa Forense non era tenuta a esaminare istanza tardive di retrodatazione presentate nel vigore della previgente legge.

Nel caso di specie, quindi, era infondato il presupposto per cui il procedimento attivato dalla domanda del 1990 fosse ancora pendente alla data del 1992 di entrata in vigore della legge n. 141.

Inoltre, nella fattispecie non poteva applicarsi la norma di cui all’art. 2 della legge 241/990, in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi.

In base a questa norma, la Corte distrettuale ha affermato che nel caso di specie, in mancanza di un diverso termine legale, alla data di entrata in vigore nel 1992 della legge che aveva riaperto i termini per la presentazione delle istanze di retrodatazione dell’iscrizione alla Cassa Forense, il procedimento attivato dalla precedente domanda del 1990 doveva intendersi certamente concluso.

Pertanto, egli avrebbe avuto l’onere di presentarne una nuova entro i nuovi termini di legge, mentre era pacifico che ciò non era avvenuto.

Alla luce di quanto esposto, Cassa Forense non può ritenersi responsabile del risarcimento del danno subito dal ricorrente per essere il medesimo decaduto dalla possibilità di fruire della predetta riapertura dei termini. Pertanto, il professionista dovrà pagare le spese processuali e il contributo unificato aggiuntivo.

 

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Modello F23: una proposta di legge potrebbe eliminarlo

Ad eliminare il modello F23 potrebbe essere la proposta di legge per la semplificazione fiscale. Ecco che cosa potrebbe cambiare

La legge per la semplificazione fiscale, a sostegno delle attività economiche e delle famiglie e per il contrasto dell’evasione fiscale, potrebbe mandare in soffitta il modello F23.

La proposta di legge è frutto del lavoro congiunto tra Lega e Movimento 5 Stelle. Essa prevede l’estensione dell’F24, con l’individuazione di ulteriori entrate da versare tramite lo stesso modello.

L’addio all’attuale modello F23 sarebbe frutto dell’ampliamento dell’ambito applicativo del modello di pagamento unificato F24 a una serie di imposte e tributi. Per alcuni di queste, al momento, è previsto il pagamento unicamente tramite l’utilizzo del modello F23.

Questo comporterà una evidente semplificazione nella gestione dei pagamenti. Ma non solo.

Ci sarà anchela possibilità per i contribuenti di utilizzare crediti in compensazione che risulta invece inibita in tutte le ipotesi di utilizzo del modello F23.

Ma perché conviene eliminarlo?

Il modello F24 sarà utilizzato per i pagamenti dell’imposta sulle successioni e donazioni, dell’imposta di registro e dell’imposta ipotecaria. Inoltre, si userà per il pagamento dell’imposta catastale e delle tasse ipotecarie, dell’imposta di bollo, dei tributi speciali, dei tributi locali comprese le tariffe per i servizi, sui relativi accessori, interessi e sanzioni, compresi gli oneri e le sanzioni dovuti per l’inosservanza della normativa catastale, comprese altre entrate individuate con decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze, di concerto con i ministri competenti per settore.

L’accantonamento del modello F23 è auspicato da tempo anche dai commercialisti.

A ribadirlo è stata anche un’audizione presso la commissione finanze del Senato, poiché risulta difficilmente giustificabile la presenza di due diversi modelli di pagamento dei tributi (F23 ed F24).

Il Cndcec nella sua relazione ha chiarito come la compensazione costituisca una delle modalità estintive dell’obbligazione tributaria prevista anche dalla legge n. 212/2000.

Infine, segnala anche come la presenza di due modelli di pagamento distinti rappresenti una discriminazione ingiustificata tra i contribuenti che devono pagare imposte con l’uno o l’altro modello.

 

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Contributi dei lavoratori autonomi: come sospenderli per malattia

Dall’Inps arrivano le indicazioni sulla sospensione dei contributi di autonomi e collaboratori in caso di inattività per malattia o infortunio fino a due anni in conformità al Jobs Act degli autonomi.

In conformità al Jobs Act, i contributi dei lavoratori autonomi possono essere sospesi in caso di malattia.

È infatti prevista – a tutela di questi lavoratori – la possibilità di sospendere il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi.

Come specificato dall’Inps con la circolare 69 del 2018, il versamento dei contributi può essere sospeso in caso di malattia o infortunio se impediscono di svolgere l’attività per oltre 60 giorni.

L’Istituto di previdenza chiarisce le procedure per procedere alla sospensione dei versamenti dei contributi in tali casi.

Hanno questa facoltà i lavoratori con partita IVA o i collaboratori coordinati. Restano fuori gli imprenditori, compresi i piccoli imprenditori come artigiani e commercianti.

La normativa stabilisce per gli iscritti alla gestione separata la possibilità di sospendere il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi. E questo sia in caso di malattia sia in caso di infortunio grave.

Due circostanze che di fatto impediscono ai lavoratori di svolgere l’attività da un minimo di 60 giorni a un massimo di 2 anni.

Trascorso questo periodo, i contributi non versati dovranno essere versati con un numero di rate triplo rispetto ai mesi di sospensione.

Nello specifico, l’Inps distingue due differenti procedure per professionisti e lavoratori parasubordinati.

Nel primo caso, dovranno presentare all’Istituto una richiesta di sospensione tramite il cassetto previdenziale professionisti, una comunicazione bidirezionale e poi indicare nel quadro RR di Unico l’importo equivalente ai contributi sospesi.

In seguito al periodo di stop i lavoratori potranno provvedere al pagamento in un’unica soluzione o chiedere la rateazione con gli interessi di legge.

Nel caso dei collaboratori sarà invece il committente ad avere l’onere del versamento contributivo. In particolare, con la trattenuta di un terzo dell’importo dal compenso del lavoratore.

Quando si trasmette il flusso Uniemens servirà indicare per il soggetto interessato il codice “S1”. Dopo la malattia o dopo 2 anni, il lavoratore verserà la somma sospesa. Il tutto sempre o in unica soluzione o chiedendo la rateazione.

 

 

 

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OBBLIGO DI CONSENSO NEL DEMANSIONAMENTO DOPO IL JOBS ACT

La Corte di Cassazione ha posto fine a una questione che si trascinava da oltre un decennio, stabilendo che i medici e odontoiatri che lavorano per società accreditate con il Ssn hanno diritto a vedersi riconosciuti contributi calcolati sul fatturato e non sui redditi percepiti.

La vicenda si ordina nel 2004, anno a partire dal quale le strutture sanitarie private accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale sono tenute a versare il 2% di quanto fatturato in convenzione al Fondo di previdenza specialisti esterni dell’Enpam.

Una prescrizione che non sempre si è tradotta in pratica, con molte strutture private che nel corso del tempo hanno cercato di far passare il principio che i contributi, al massimo, sono dovuti sui compensi pagati ai medici e non sulle somme, ovviamente più elevate, fatturate alle Asl. Una differenza di posizioni che non di rado ha portato all’apertura di contenziosi giudiziari.

A seguito di uno di questi – che vedeva contrapposti la Fondazione Enpam e una società privata – la Suprema Corte sembra aver ora messo un punto, con la pronuncia della Quarta sezione Lavoro che ha accolto il ricorso dell’Enpam, confermando che la base contabile deve essere l’intero ammontare derivante dalle prestazioni specialistiche.

All’atto pratico, si tratta di un rilevante aumento dei contributi pensionistici che verranno versati al Fondo, che finora – anche a causa del comportamento delle compagnie – era stato impossibilitato a raggiungere un normale equilibrio.

Va ricordato anche che negli ultimi anni, oltre alla vasta azione legale, la Fondazione Enpam aveva posto in essere un progressivo e costante incremento delle attività ispettive nei confronti delle società morose, ottenendo risultati considerevoli: oltre 200 decreti ingiuntivi emessi dal proprio Servizio ispettivo, che hanno portato nelle casse dell’ente circa 15 milioni di euro di contributi recuperati. Ora, l’applicazione di quanto stabilito dagli ermellini di Piazza Cavour, dovrebbe condurre i conti del Fondo al definitivo equilibrio.

salute orale

La Quota A è quella che tutti i medici e dentisti pagano ogni anno all’Enpam. Un acconto di importo relativamente contenuto, in particolare per i più giovani, che per questo motivo in genere non suscita grandi discussioni.

Non quest’anno, con la Quota A che sta creando confusione tra molti iscritti per uno strano connubio tra ritardi e anticipazioni. Da un lato, infatti, i bollettini che sarebbero dovuti arrivare entro aprile – ancora targati Equitalia – stanno arrivando in ritardo ai medici, con il conseguente slittamento del pagamento della prima rata a maggio.

Rilevato il ritardo sui bollettini, per quest’anno è stato concesso di pagare entro i 15 giorni dall’arrivo di questi ultimi a domicilio del medico.

La Quota A è scaglionata per età anagrafica. I giovani fino a 30 anni pagano 271,88 euro, dai 30 ai 35 si pagano 472,21 euro, dai 35 ai 40 il dovuto è pari a 834,42 euro. Dopo i 40 anni si paga la quota intera di 1491,06 euro , che è dovuta da tutti i medici abilitati, quale che sia il contratto che hanno. Si versa con domiciliazione del pagamento o previo ricevimento del bollettino in unica soluzione ogni 30 aprile, oppure in quattro rate con scadenza 30 aprile, 30 giugno, 30 settembre e 30 novembre. Se non si esprime una preferenza tra i piani di pagamento, il sistema sceglie il numero di rate più alto.

L’altra faccia della medaglia sta nel fatto che le richieste di primo pagamento per i neoiscritti all’Ordine si stanno facendo insolitamente rapide. E anche questo sembra dipendere dall’accordo con Equitalia Nord, che a seguito della disdetta avvenuta pochi mesi fa starebbe velocizzando le pratiche. Fino allo scorso anno, anche i neoiscritti di febbraio iniziavano a pagare la Quota a partire dall’anno successivo all’ottenimento dell’abilitazione.

Quest’anno, in alcuni ordini, gli abilitati a febbraio e neoiscritti stanno ricevendo la richiesta di pagare subito la quota, in altri no. Prima i bollettini arrivavano l’anno dopo. Andrea Silenzi, tramite l’Associazione Italiana Giovani Medici – Sigm che presiede, ha rilevato nelle ultime settimane “un’eterogenea e non chiara richiesta di versamenti dei contributi di Quota A indirizzata ai colleghi neoabilitati iscritti agli Ordini”, medici che in molti casi non sono “ancora inseriti in una prospettiva lavorativa” e quindi avrebbero difficoltà a farsi carico dei contributi in Quota A, per la cui contribuzione Silenzi chiede il posticipo al 2017.

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