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Perseguitato dai compagni di classe: è stalking scolastico

La Cassazione si è pronunciata su un caso di stalking scolastico analizzando il caso di un ragazzino che non voleva andare a scuola perché vessato dai compagni

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26595/2018, si è occupata di un caso di stalking scolastico, affrontando il caso di un ragazzino vessato a scuola dai compagni che, per questo, viveva una situazione di forte stress. .

Per i giudici, i comportamenti dei minori che, per un certo periodo sono tesi a far nascere nel proprio compagno di scuola una condizione di disagio tale da indurlo a lasciarla o, quantomeno a cambiare classe, integrano il reato di stalking, qui nella sua variante di stalking scolastico.

D’altronde, negli ultimi anni il tema del bullismo è tornato alla ribalta della cronaca in quanto sempre più diffuso come fenomeno.

La vicenda

Nel caso di specie, dei minori avevano più volte sottoposto un compagno di classe a una serie di condotte vessatorie che avevano prodotto in primis la mancata frequenza scolastica da parte della vittima. E, in seguito, l’abbandono dell’istituto.

Una situazione che aveva fatto emergere stati di stress, ansia e paura per la propria incolumità in capo al minore.

Per il giudice, tali episodi, non occasionali o isolati, ma ripetuti nel tempo, posti in essere nel corso dell’intero anno scolastico, integravano la fattispecie di “atti persecutori”, comunemente detti “stalking” di cui all’art. 612 bis c.p.

I minori si sono difesi parlando di banali scherzi, ma la Corte ha sottolineato come proprio questa valutazione superficiale mostrasse la mancata comprensione della gravità dei propri comportamenti.

La Corte d’Appello, peraltro, ha rilevato che, in considerazione delle dichiarazioni della vittima, sottoposte ad attenta verifica, e in virtù di tutte le condotte vessatorie subite, fossero stati posti in essere veri e propri atti persecutori.

Come noto, affinché lo stalking sia configurato, è sufficiente che si verifichi uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma in esame. Vale a dire: il perdurante e grave stato d’ansia, il timore per la propria incolumità o il cambiamento delle abitudini di vita.

Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva constatato come tali eventi si fossero tutti verificati, oltre ad aver costretto la vittima ad abbandonare la scuola.

Infatti, lo stato di soggezione psicologica che si crea nella vittima, il timore di aggressioni verbali e non, rientra appieno nell’alveo degli atti persecutori.

Infine, cl’accusa per il reato di atti persecutori non esclude che siano poste in essere, da parte dei minori, altre fattispecie delittuose, come le percosse, o le lesioni personali di cui all’art. 582 c.p.

Per provarle, occorrono però foto che mostrino lividi visibili e certificazioni del pronto soccorso.

In tutti i casi sopraccitati, potrà essere chiesto il risarcimento dei danni, cui saranno tenuti i genitori del figlio minore, a favore della famiglia della vittima.

 

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IL CYBERBULLISMO: LA RESPONSABILITÀ EDUCATIVA DEI GENITORI

Condanna della sola ASL per responsabilità medica: è possibile?

La Corte di Cassazione fa chiarezza in merito alla condanna della sola ASL in una causa per responsabilità medica, chiarendone l’eventuale legittimità

La Corte di cassazione nella sentenza numero 30601/2018 ha fatto il punto in merito all’eventuale condanna della sola ASL in un caso di responsabilità medica.

Secondo gli Ermellini, infatti, la chiamata in garanzia del medico da parte della ASL non fa scattare automaticamente l’estensione dell’azione giudiziale.

La Cassazione, infatti, ricorda che se il paziente chiama in giudizio l’azienda sanitaria per far valere un’ipotesi di responsabilità medica, la circostanza che questa abbia poi chiamato in garanzia il medico cui è ascrivibile la condotta contestata non è idonea a far scattare automaticamente l’estensione al terzo dell’azione giudiziale.

Rammentano gli Ermellini che la circostanza per cui il litisconsorzio sia solo facoltativo fa sì che non possa ritenersi invalida la sentenza che ha deciso sulla domanda originaria proposta dal paziente nei confronti della struttura sanitaria, senza ampliare il giudizio al medico.

Del resto, se il fatto che determina la responsabilità dell’amministrazione è solo quello posto in essere dal funzionario, il titolo di responsabilità permane comunque distinto.

Ciò in quanto viene “in questione rapporti giuridici autonomi che danno luogo a cause distinte, se pure poste in rapporto di dipendenza, tale per cui la responsabilità della PA presuppone l’accertamento del fatto del dipendente”.

In sostanza, la domanda risarcitoria proposta dal paziente può pertanto rivolgersi direttamente nei confronti della ASL e/o del sanitario “le cui responsabilità appaiono compatibili e possono quindi cumularsi”.

Quanto poi alla estensione della domanda dell’attore nei riguardi del medico, scatta se la Asl lo indica come unico responsabile del danno.

E non, pertanto, quando si “limita” a chiamarlo in garanzia come nel caso di specie.

Pertanto, il paziente che visto il litisconsorzio facoltativo decide di agire contro la struttura sanitaria e non contro il medico non può poi lamentarsi della mancata partecipazione del sanitario al processo.

Infatti, se egli avesse inteso estendere la propria azione risarcitoria anche nei suoi confronti avrebbe dovuto promuovere una rituale iniziativa processuale e formulare una specifica domanda di condanna.

In queste circostanze, per la Corte, non opera il principio di automatica estensione della domanda originaria.

 

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NESSO CAUSALE IN AMBITO DI MALASANITÀ, LA CASSAZIONE FA IL PUNTO

mancato mantenimento

La Corte di Cassazione fornisce chiarimenti in merito al mancato mantenimento dei figli minori in una recente sentenza

Con la sentenza numero 52663/2018 della Corte di Cassazione, gli Ermellini si sono espressi in merito al mancato mantenimento dei figli minori.

Per la Suprema Corte, infatti, lo stato di bisogno riguarda di diritto la condizione di minore età dei figli e, quindi, l’obbligo di mantenimento non viene mai meno.

In sostanza, ricorda la Cassazione, nel momento in cui i figlia siano minorenni, va ritenuto in via presuntiva, che gli stessi si trovino in una condizione di bisogno.

Di conseguenza, i genitori sono tenuti ex lege ad assicurare loro i mezzi di sussistenza e il mancato mantenimento diventa reato.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte ha confermato la scelta del giudice dell’appello di adeguarsi al consolidato orientamento giurisprudenziale.

Un orientamento in base al quale il predetto obbligo non viene meno neanche se al sostentamento del minore provvede l’altro genitore o un terzo.

Secondo la Corte, infatti, chi si rende inadempiente all’obbligo di mantenere i figli minori, pone in essere una condotta idonea a integrare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Ricordano gli Ermellini che deve ritenersi “asserzione palesemente destituita di fondamento … quella secondo cui lo stato di bisogno non inerisca de iure alla condizione di minore età dei soggetti beneficiari degli obblighi di assistenza di cui all’art. 570 cod. pen.”.

Nel caso di specie, l’imputato era stato condannato dalla Corte di appello di Palermo a due mesi di reclusione e 200 euro di multa (con il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale) per il reato di cui al secondo comma dell’articolo 570.

L’uomo, padre di famiglia, sosteneva che non vi fosse correlazione tra stato di bisogno e minore età dei figli.

Tuttavia, per i giudici, non è così. La condanna per il mancato mantenimento dei figli è stata dunque confermata.

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REDDITO DEL PADRE: BASTA PER GIUSTIFICARE AUMENTO DEL MANTENIMENTO?

mobbing in condominio

La Cassazione fornisce chiarimenti in merito ai casi di mobbing in condominio, precisando che su chi denuncia grava l’onere della prova

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25872/2018, ha fatto il punto in merito al mobbing in condominio.

Per gli Ermellini, chi subisce mobbing da un condominio, nella veste di datore di lavoro, ha l’onere di provarlo.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte si è pronunciata sul ricorso di un portiere a cui in primo grado e in appello è stato negato il ristoro richiesto per aver subito condotte mobbizzanti da parte dell’amministratore e dei vari condomini.

Gli Ermellini, però, non hanno giudicato l’operato del secondo giudice in particolare, superficiale. Il giudice d’appello infatti, secondo la Suprema Corte avrebbe vagliato attentamente tutto il materiale probatorio.

Tuttavia, non sarebbero emersi elementi tali da configurare una condotta mobbizzante tale da giustificare una richiesta risarcitoria per danno biologico, morale ed esistenziale.

Nel caso in esame, un soggetto conviene un condominio dinanzi al tribunale, esponendo aver lavorato presso di esso come portiere con alloggio, regolarmente inquadrato dal 1993 al 2008.

Ebbene, questi dichiara inoltre di aver subito mobbing in condominio e di non aver percepito una retribuzione adeguata alle mansioni. Infine, di aver subito un licenziamento illegittimo.

Pertanto, impugna il licenziamento e chiede la condanna del condominio datore di lavoro al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale.

Il Giudice accoglie in parte il ricorso e condanna il condominio al pagamento di più di 82.0000 euro, a titolo di differenze retributive e t.f.r..

Inoltre, rigetta le domande relative alla dichiarazione della illegittimità del licenziamento e risarcimento del danno da mobbing.

La Corte d’appello conferma la sentenza di primo grado per quel che concerne l’insussistenza di elementi in grado di configurare una condotta vessatoria del condominio datore di lavoro, per assenza della intenzionalità del comportamento mobbizzante e per l’ascrivibilità della stessa a più datori.

Tali considerazioni, fanno ritenere legittimo il licenziamento per inabilità al lavoro.

Il portiere però fa ricorso in Cassazione per mobbing in condominio. In particolare si duole che la Corte “abbia escluso che l’impossibilità sopravvenuta delle prestazioni per motivi di salute fosse riconducibile ad una condizione patologica imputabile al datore di lavoro, trascurando di considerare una serie di fatti riconducibili all’osservanza di orari di lavoro eccedenti i limiti della legge n.66/2003; alla mancata fruizione delle ferie nella misura spettante; al pagamento di spese ingiustificate; tutte oggetto di discussione fra le parti e decisive ai fini della valutazione della ricorrenza del mobbing”.

Inoltre, si duole che abbia sottovalutato le minacce e le violenze a lui rivolte dai condomini, così come emerse dalle testimonianze. Oltre a ciò egli lamenta l’omessa pronuncia da parte della Corte d’Appello sul punto in cui si metteva in risalto come “le condotte poste in essere dai condomini gravemente lesive dell’integrità psicofisica del soggetto, anche se atomisticamente considerate, implicavano il diritto del danneggiato al ristoro, sotto il profilo del danno biologico, morale, esistenziale.”

Ebbene, la Cassazione ha rigettato le doglianze del portiere, escludendo che potessero configurare un caso di mobbing in condominio, con conseguente condanna al risarcimento del danno.

Pertanto, gli Ermellini si rimettono alle conclusioni del giudice di secondo grado, poiché “L’espletato accertamento investe, infatti, pienamente, per quanto sinora detto, la quaestio facti, e rispetto ad esso il sindacato di legittimità si arresta entro il confine segnato dal novellato art.360, co. 1, n. 5, c.p.c., così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 7 a.

 

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PARCHEGGIO CONDOMINIALE, QUANDO ESSERE RISARCITI PER MANCANZA

licenziamento senza preavviso

La Corte di Cassazione fornisce chiarimenti in merito al licenziamento senza preavviso del dipendente che commette atti dolosi molto gravi

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1749 del 24 gennaio 2017, ha fornito alcune interessanti precisazioni in merito al licenziamento senza preavviso dei dipendenti pubblici.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado con cui era stata rigettata la domanda proposta da un dipendente del Ministero degli Esteri.

Tale domanda era finalizzata a ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento che gli era stato intimato senza preavviso.

Nello specifico, la Corte d’appello ha ritenuto provata la condotta addebitata al lavoratore.

A quest’ultimo era stato contestato di non aver svolto i propri compiti con l’adeguata diligenza.

Pertanto, doveva ritenersi sussistente la fattispecie della “ripetuta e grave negligenza di inosservanza dei doveri di ufficio”, di cui agli artt. 164 e 166 del D.P.R. n. 18 del 1967.

Secondo la Corte, tale condotta era “tale da legittimare il recesso, avuto riguardo alla delicatezza dei compiti affidati al lavoratore nella materia particolarmente “sensibile” dell’immigrazione dalla Tunisia all’Italia, compiti richiedenti massima attenzione per fronteggiare il notorio fenomeno dell’immigrazione clandestina”.

Il lavoratore ha quindi fatto ricorso in Cassazione per ottenere l’annullamento della sentenza sfavorevole.

Secondo il ricorrente, ai sensi degli artt. 164 e 166 del D.P.R. n. 18/1967 e degli artt. 1362 e 1365 c.c., il licenziamento senza preavviso poteva considerarsi legittimo. Ma “nelle sole ipotesi di condotte estremamente gravi connotate dall’elemento del dolo”.

Inoltre, per il lavoratore

Osservava il ricorrente che, nel caso di specie, la Corte d’appello aveva errato nel ricondurre il dolo del lavoratore nella “mera consapevolezza della condotta, prescindendo dall’elemento della intenzionalità e per avere trascurato la valutazione del suo curriculum professionale e delle note di encomio, l’assenza di provvedimento disciplinari, l’esame delle linee guida per il rilascio dei visti”.

La Cassazione ha rigettato il relativo ricorso, ritenendolo infondato.

Per gli Ermellini, “la valutazione della condotta del ricorrente formulata nella sentenza impugnata” era perfettamente conforme alla disposizione di cui all’art. 166 D.P.R. n. 18/1967, “che punisce con il licenziamento senza preavviso la ‘commissione in genere di atti o fatti dolosi di gravità tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro’”.

Scrivono i giudici che la Corte d’appello aveva “fondato il giudizio di gravità della condotta addebitata sulla circostanza che, con riferimento a cinque pratiche, l’odierno ricorrente: ne aveva consapevolmente (in tal senso doveva essere inteso il riferimento alla “dolosità degli atti contenuto nella contestazione disciplinare) consentito la loro ammissione, in violazione delle modalità prescritte dalla normativa interna; non aveva effettuato i controlli della documentazione, a fronte della presenza di dati anomali ed incongruenti evincibili dai documenti stessi; aveva dato seguito alle pratiche senza segnalare le anomalie al back-office; aveva garantito la personale conoscenza dei richiedenti il visto ed addirittura il rientro in patria”.

Non solo.

Ricordano gli Ermellini che la Corte d’appello aveva qualificato la condotta del lavoratore “come particolarmente grave, e tale da legittimare l’applicazione della sanzione risolutiva”.

Ciò dal momento che il lavoratopre aveva commesso gravi negligenze con consapevolezza e nonostante la delicatezza dei compiti affidatigli.

In conclusione, la Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dal ricorrente, confermando integralmente la sentenza.

 

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COMMENTI OFFENSIVI NEI CONFRONTI DELL’AZIENDA, LICENZIAMENTO LEGITTIMO

causa

La Cassazione affronta il tema della causa persa in partenza: il risarcimento, in tal caso, non è dovuto se il legale si è comunque adoperato per trovare una soluzione transattiva

La Corte di Cassazione, terza sezione civile, nell’ordinanza n. 30169/2018, fa il punto sul tema della causa persa in partenza: il risarcimento del legale al cliente è sempre dovuto?

Ebbene, secondo i giudici no, se questi si è comunque adoperato per trovare una soluzione transattiva e ha agito per tutelare il cliente.

Infatti, l’avvocato che ha iscritto tardivamente una causa al ruolo non avrà di certo diritto al compenso.

Tuttavia, egli non sarà necessariamente sarà tenuto a pagare i danni al cliente ove il suo comportamento professionale sia stato comunque corretto.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione ha rigettato il ricorso di una cliente che aveva chiesto il risarcimento danni al suo avvocato a causa di un’opposizione a decreto ingiuntivo dichiarata improcedibile per tardività dell’iscrizione a ruolo della citazione.

Ebbene, la domanda risarcitoria era stata parzialmente respinta dalla Corte d’Appello.

Per quest’ultima, non era dovuto al legale alcun compenso per la prestazione, stante l’errore commesso nell’espletare la difesa.

Tuttavia, neppure era dovuto alcun risarcimento per l’ulteriore danno lamentato dal cliente.

E ciò in quanto non era stato provato che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo avrebbe avuto una probabilità di essere accolto.

La professionista, pur avendo dichiarato al cliente che l’opposizione era possibile, aveva sconsigliato di proseguire nel giudizio in quanto a trattavasi di causa persa in partenza, e aveva tentato invano una conciliazione non accettata dalla controparte.

Alla fine l’opposizione era stata proposta in quanto corrispondeva all’interesse del cliente a resistere alla richiesta di pagamento, che non era in grado di onorare nell’immediato.

A quel punto, il giudice a quo aveva ritenuto conforme il comportamento di dissuasione tenuto dalla professionista.

La Cassazione, a tal proposito, rammenta (cfr. sent. n. 11213/2017) che la responsabilità del prestatore di opera intellettuale, nei confronti del proprio cliente, per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova, da parte di costui, del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista e il pregiudizio del cliente.

Ciò deve formare un accertamento che non è sindacabile in sede di legittimità, se correttamente motivato.

Nel caso di specie, l’avvocatessa è incorsa in un errore procedurale imperdonabile nel depositare in ritardo la citazione in opposizione. Tale elemento ha condotto la Corte di merito a non riconoscergli alcun diritto al compenso.

Tuttavia è la stessa Corte che ricorda come il comportamento successivo e “proattivo” tenuto dalla professionista era stato corretto. Nel corso della lite, la legale aveva anche tentato una conciliazione, non accettata dal cliente.

Pertanto, laddove il difensore accetti una causa persa in partenza, non potrà comunque disinteressarsene del tutto, ma dovrà attivarsi per trovare una soluzione transattiva.

Una responsabilità professionale dell’avvocato per violazione degli obblighi inerenti al mandato alla lite si configura in caso di assoluta inerzia del difensore, a prescindere dal pronostico sull’esito della lite.

E questo vale anche alla luce del testo di deontologia pubblicato di recente dal CNF. Esso afferma che non si impongono al professionista oneri d’informazione stringenti al punto di formulare un pronostico sull’esito della lite, se non richiesto.

Nel caso in esame, pur avendo l’avvocatessa accettato un mandato per una causa persa “ab initio”, la sua strategia processuale non può dirsi pregiudizievole per il cliente.

Quest’ultimo, infatti, si era dimostrato interessato a resistere in prima battuta alla richiesta di pagamento e a intavolare vie conciliative, poi non più accettate.

In conclusione, la legale ha dimostrato di aver valutato prima il concreto interesse del cliente in rapporto alle caratteristiche della lite e, pertanto, sotto il profilo della diligenza cui la stessa era tenuta, il suo atteggiamento viene ritenuto conforme ai parametri della correttezza professionale.

 

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AVVOCATO RINUNCIA A DIFENDERCI: DEVE ESSERE COMUNQUE PAGATO?

maltrattamenti sulle donne

La Cassazione con una specifica sentenza ricorda come l’avvocato sia pagato dallo Stato in caso di maltrattamenti sulle donne.

La Corte di Cassazione nella sentenza 52822/2018 ha ricordato che in caso di maltrattamenti sulle donne la disciplina di cui al D.L. n. 93/2013 prevede il gratuito patrocinio.

La disciplina del gratuito patrocinio senza limiti di reddito in caso di maltrattamenti sulle donne e maltrattamenti in famiglia si applica ai procedimenti in corso all’entrata in vigore del decreto legge n. 93/2013. E questo, seppur con efficacia ex nunc in relazione agli anni d’imposta successivi a quello in cui è divenuta operativa la disposizione.

La norma è stata introdotta a tutela dei più deboli per assicurare la difesa tecnica a spese dello Stato e incentivare le denunce dei reati che si consumano in ambito familiare.

Pertanto, non può essere limitata alle nuove ammissioni al beneficio.

La vicenda

Nel caso di specie, ha fatto ricorso in Cassazione una donna. Nei suoi confronti era stata disposta la revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato. Ciò in qualità di persona offesa nel procedimento penale a carico del marito per reati di maltrattamenti ai danni suoi e della figlia minore.

Tale revoca è stata ritenuta corretta nel provvedimento impugnato. Questo poiché era emerso prima della definizione del giudizio che erano intervenute modifiche alla condizione reddituale della persona ammessa.

Inoltre, si ritiene che nessun rilievo poteva rivestire la modifica dell’art. 76, comma 4-ter, del d.P.R. 115/2002 che ha inserito nel novero dei reati per cui risultava irrilevante un limite reddituale del nucleo familiare anche il reato di maltrattamenti.

E questo, atteso che la modifica era intervenuta con atto normativo successivo al perfezionamento della procedura di ammissione.

Questa motivazione è ritenuta dalla Cassazione manifestamente illogica e contrastante con il dato normativo”.

Ricordano i giudici che, se è vero che alla data di ammissione non era stata introdotta la disposizione che consente alla persona offesa del reato di maltrattamenti in famiglia di essere ammessa al gratuito patrocinio a prescindere dai limiti di reddito, è anche vero che nessun superamento dei limiti reddituali risulta accertato nel periodo di riferimento.

Non solo.

Non risulta da parte delle Entrate alcun rilievo in relazione all’anno in cui è stata disposta l’ammissione (2013) e a quelli successivi fino all’anno 2016.

L’errore logico in cui sono incorsi i giudici di merito è quello di avere utilizzato la segnalazione dell’ufficio finanziario in ordine al superamento della soglia reddituale in relazione all’anno 2016 per revocare l’ammissione con efficacia ex tunc. Il tutto senza considerare che, medio tempore, era subentrata la suddetta disposizione normativa che svincolava il beneficio dai limiti reddituali della ricorrente.

Infatti, secondo Cassazione, la suddetta previsione risulta applicabile alle nuove richieste di ammissione al gratuito patrocinio per maltrattamenti sulle donne.

Tuttavia, essa produce i suoi effetti anche in relazione alle richieste dii gratuito patrocinio accolte sulla base della disciplina originaria in relazione a procedimenti penali che non siano esauriti.

Infatti, l’ammissione al patrocinio risulta valida per ogni grado e per ogni fase del processo ai sensi dell’art. 75 dello stesso testo.

Ne consegue pertanto che la norma che esonera determinati soggetti dalla certificazione di determinati limiti reddituali non può che applicarsi a tutti i procedimenti in corso nel cui ambito sia già intervenuto un provvedimento di ammissione.

La persona offesa, pertanto, doveva ritenersi esonerata fin dall’anno successivo a quello di ammissione dall’obbligo della comunicazione all’autorità giudiziaria procedente degli eventuali superamenti di soglie reddituali.

Ciò in quanto la norma medio tempere intervenuta, sganciava l’ammissione al gratuito patrocinio e conseguentemente anche il suo mantenimento, a determinate soglie reddituali.

Alla luce di quanto esposto, la Cassazione ha annullato senza rinvio il provvedimento impugnato di revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello stato della ricorrente, nella sua qualità di persona offesa del reato di maltrattamenti in famiglia.

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LITIGARE DAVANTI AI FIGLI: CONFIGURA IL REATO DI MALTRATTAMENTI?

restituzione dei beni

La Cassazione fornisce importanti chiarimenti in merito alla restituzione dei beni all’ex coniuge dopo al separazione

La Corte di Cassazione, seconda sezione penale, nella sentenza n. 52598/2018 ha fornito delle precisazioni in merito alla restituzione dei beni all’ex coniuge dopo la separazione.

Per la Suprema Corte, infatti, scatta l’appropriazione indebita se la moglie si rifiuta di restituire al marito i suoi oggetti dopo la separazione.

Nello specifico, l’interversione del possesso, da cui decorre il termine per proporre la querela, si determina nel momento in cui al legittimo proprietario viene negato il diritto di riappropriarsi dei propri beni.

La vicenda

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno respinto il ricorso di una moglie separata che, in possesso dei beni del marito, si era rifiutata di restituirglieli.

Per la mancata restituzione dei beni la signora era stata condannata per il reato di appropriazione indebita, ex art. 646 del codice penale.

In Cassazione, la difesa ha ritenuto che in considerazione del tempo trascorso il reato contestato non fosse più configurabile. In particolare, si riteneva tardiva la querela sporta dal marito a quasi due anni dal provvedimento di separazione e che lo autorizzava a riprendersi i propri beni personali.

Gli Ermellini, invece, avallando le conclusioni dei giudici di merito, hanno sostenuto come l’interversione del possesso, da cui decorre il termine della querela, si è determinata non dalla data di separazione, ma da quella in cui è stato negato il diritto al legittimo proprietario.

Questo è avvenuto solo nel momento in cui la persona offesa ha comunicato che avrebbe ritirato i beni custoditi in un locale nella disponibilità della ex moglie.

E la stessa ex consorte ha confermato di aver “svuotato” il locale proprio per impedire al coniuge separato di tornare in possesso dei propri beni.

Non vengono accolte nemmeno le doglianze generiche in merito alla completezza della motivazione della sentenza pronunciata dalla Corte Territoriale.

Il Collegio ha infatti ritenuto che questi abbiano motivato in modo coerente e logico sulla vicenda. Le dichiarazioni del marito, infatti, sono state confermate da testimoni e dalle stesse parziali ammissioni dell’imputata.

Alla luce di quanto esposto, dunque, il ricorso della ex

Il ricorso in Cassazione, pertanto, è stato respinto non essendo ammissibile richiedere in tale sede una rivalutazione dei fatti di causa.

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VOLONTÀ DEL FIGLIO E DIVORZIO: IL PUNTO DEL TRIBUNALE DI FIRENZE

Il principio di affidamento: in che circostanze si applica?

Una importante sentenza della Cassazione ha fatto il punto in relazione al principio di affidamento nell’ambito degli interventi in equipe

Nella sentenza n. 2354 depositata in data 19 gennaio 2018, la Corte di Cassazione ha fornito precisazioni in merito al principio di affidamento e alle circostanze nelle quali esso va applicato.

Secondo gli Ermellini, infatti, il principio di affidamento deve applicarsi in ogni caso in cui una pluralità di soggetti si trovi ad operare a tutela di un medesimo bene giuridico.

La vicenda

Nel caso di specie, un paziente è deceduto in seguito a delle complicazioni fisiche sopraggiunte dopo un intervento chirurgico.

Per questo, i medici sono stati tratti a giudizio per il reato di omicidio preterintenzionale. Una imputazione poi modificata dalla Corte d’Appello in quella di omicidio colposo.

Dei sanitari coinvolti, uno era presente nel corso dell’intervento chirurgico e l’altro nel corso del successivo ricovero.

Ebbene, le parti civili hanno impugnato la sentenza d’appello, dolendosi dell’inesattezza giuridica della pronunciata sentenza di assoluzione con la formula perché il fatto non sussiste.

Il secondo motivo di gravame ha censurato la decisione della Corte territoriale che aveva disposto una nuova perizia.

Quest’ultima era volta a chiarire le cause del decesso, senza attribuire la giusta rilevanza a quanto emergeva già dalla perizia fatta in primo grado.

Uno dei sanitari imputati ha fatto ricorso ai Giudici di legittimità, sottolineando che si fosse attribuita rilevanza alla incompleta informativa fornita al paziente, come elemento idoneo ad integrare il mancato consenso.

In tal senso, si rilevava come la mancata o incompleta informativa non potesse essere considerato elemento sul quale poter ravvisare gli elementi tipici della condotta colposa.

Non solo.

Per il ricorrente, infatti, si era verificato un evento idoneo ad interrompere il nesso causale tra la sua azione e la morte del paziente, ravvisabile nelle manovre poste in essere da un altro medico.

Egli inoltre rilevava come il suo intervento, anche se ritenuto come poco tempestivo, non avesse avuto rilievo nella causazione della morte del paziente.

Inoltre, ai due medici si addebitava di non aver richiesto una TAC di controllo, neppure senza mezzo di contrasto, così sottovalutando un nuovo importante sanguinamento, puntualmente verificatosi, che costituì la causa prima del decesso.

In tale situazione vige il principio di affidamento, che deve applicarsi in ogni caso in cui una pluralità di soggetti si trovi ad operare a tutela di un medesimo bene giuridico sulla base di precisi doveri suddivisi tra loro, come ricorda l’Avv. Maria Teresa De Luca nella sua approfondita analisi sull’argomento.

 

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EQUIPE ESTERNE: QUALI RESPONSABILITÀ PER LA STRUTTURA SANITARIA?

Vendita di pacchetti azionari sottocosto: è elusione fiscale?

La Corte di Cassazione, con una recente pronuncia, fornisce chiarimenti in merito alla vendita di pacchetti azionari sottocosto per incassare liquidità

Con la sentenza n. 30335 del 23 novembre 2018, la Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti in merito alla vendita di pacchetti azionari sottocosto.

Secondo gli Ermellini, infatti, non configura un abuso del diritto la vendita di pacchetti azionari sottocosto per incassare liquidità.

La vicenda

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno accolto il ricorso della società partecipata che per ottenere del denaro aveva venduto pacchetti azionari sottocosto.

La decisione si inserisce in un filone giurisprudenziale più garantista per le aziende alle quali viene contestata l’elusione fiscale.

Secondo la Cassazione, affinché possa configurarsi l’elusione fiscale devono sussistere tre elementi.

In primis, la presenza di un vantaggio scale indebito. Poi, l’aggiramento di obblighi e divieti, poiché il contribuente costruisce un espediente per realizzare un risultato diverso da quello che viene vietato dal sistema fiscale.

Infine, deve sussistere l’assenza di valide ragioni economiche.

Non solo. Precisano gli Ermellini che il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall’utilizzo distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale. O comunque non in mancanza di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione.

Ancora, l’elusione fiscale e la disciplina di cui all’art. 37 bis d.p.r. 600 del 1973 si modulano diversamente quando si parla di un gruppo di imprese.

Infatti, in materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo.

Questo preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto di strumenti giuridici idonei a ottenere un’agevolazione o un risparmio di imposta, in mancanza di ragioni economiche apprezzabili, che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici.

In conclusione, precisa la Corte di Cassazione, il carattere abusivo va escluso quando è individuabile una compresenza, non marginale, di ragioni extrafiscali, che non necessariamente si identificano in una redditività immediata, laddove consistono in esigenze di natura organizzativa ed in un miglioramento strutturale dell’azienda.

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