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vincolo di solidarietà

Una pronuncia della Cassazione fa il punto in relazione al vincolo di solidarietà e alla responsabilità professionale fornendo chiarimenti

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 18393 del 26 luglio 2017 ha confermato l’orientamento secondo cui non sussiste alcun vincolo di solidarietà con i professionisti dello stesso studio. E questo né per l’adempimento della prestazione, né per quel che concerne la responsabilità nell’esecuzione della medesima.

La domanda fondamentale cui risponde la pronuncia in commento è: c’è un vincolo di solidarietà tra singolo avvocato e soci?

La risposta potrebbe ritrovarsi già nel Codice Deontologico Forense.

All’art. 34 si legge quanto segue.

“Salvo che il fatto integri un’autonoma responsabilità, i collaboratori, sostituti e ausiliari non sono disciplinarmente responsabili per il compimento di atti per incarichi specifici ricevuti. Nel caso di associazione professionale, è disciplinarmente responsabile soltanto l’avvocato o gli avvocati a cui si riferiscano i fatti specifici commessi”.

La giurisprudenza maggioritaria sostiene infatti la piena responsabilità del professionista, escludendo qualsiasi vincolo di solidarietà con gli altri legali che collaborano nello studio e con la stessa associazione. Proprio in questo solco si colloca la sentenza in commento.

Nel caso di specie, la Cassazione ha rigettato l’articolato ricorso proposto dalla ricorrente, confermando la decisione dei giudici d’appello.

Ciò in quanto il provvedimento impugnato aveva deciso la questione di fatto in modo conforme ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato.

“La responsabilità nell’esecuzione di prestazioni per il cui svolgimento è necessario il titolo di abilitazione professionale è rigorosamente personale”, scrive la Corte.

Questo in quanto “si fonda sul rapporto tra professionista e cliente, caratterizzato dall’ intuitus personae, e perciò, anche se il professionista è associato ad uno studio, ai sensi dell’art. 1 della legge 23 novembre 1939 n. 1815, non sussiste alcun vincolo di solidarietà con i professionisti dello stesso studio né per l’adempimento della prestazione, né per la responsabilità nell’esecuzione della medesima”.

Pertanto, l’ affidamento, invocato dalla parte ricorrente e basato sulla pubblicità che lo studio propone a mezzo del proprio sito web, non ha nessuna influenza su controllo e verifica sui servizi erogati dai professionisti associati.

Tale aspetto, secondo i giudici, non è in grado di stabilire una solidarietà passiva.

L’associazione tra professionisti, in questo caso tra avvocati, non è pertanto responsabile del danno arrecato al cliente dalla condotta negligente dei professionisti associati.

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La Cassazione fa il punto in merito alla portabilità e al diritto di recesso da parte dell’utente cui viene negata dal proprio gestore

La Cassazione fa il punto in merito alla portabilità e al diritto di recesso da parte dell’utente cui viene negata dal proprio gestore

La Corte di Cassazione, III Sezione civile, nella sentenza n. 17586, pubblicata in data 5 luglio 2018 fa il punto il merito al diritto di recesso per l’utente che si vede negata la portabilità del numero con il nuovo gestore.

La Cassazione, infatti, ricorda che nelle controversie con i gestori di telefonia mobile e fissa, la qualificazione dei contraenti, “consumatore” e “professionista”, è valutazione necessaria ai fini della decisione, ed è esercitabile anche d’ufficio.

A tal proposito, gli Ermellini ricordano che per “consumatore” s’intende la persona fisica che, a prescindere dall’attività imprenditoriale o professionale svolta, stipuli un contratto per soddisfare proprie esigenze di vita quotidiana comunque estranee all’attività esercitata.

Il “professionista”, invece, contraente “forte”, può essere sia la persona fisica che quella giuridica, pubblica o privata, che, al contrario, stipula tale contratto nell’esercizio della sua attività imprenditoriale

La vicenda

Nel caso di specie, un utente della telefonia mobile ha chiamato in giudizio il gestore telefonico al fine di recedere dal contratto di telefonia per grave inadempimento dello stesso, con condanna al risarcimento dei danni subiti.

A sostegno delle proprie pretese, ha evidenziato di aver sottoscritto una proposta di abbonamento per telefono mobile, con richiesta di portabilità della numerazione dal precedente gestore (Mobile Number Portability – MNP).

Ciononostante, detto servizio non era mai stato attivato dal nuovo gestore, con tutte le conseguenze del caso.

Il Giudice di pace di Roma ha accolto la domanda dell’attore, rigettando quella riconvenzionale spiegata dall’operatore telefonico.

Tuttavia, sul gravame da questi interposto, il Tribunale di Roma, ha rigettato la domanda dell’utente, con condanna dello stesso al pagamento delle fatture insolute.

L’utente cui è stata negata la portabilità ha fatto ricorso in cassazione affidandolo a otto motivi.

Tra questi, vi erano la violazione e falsa applicazione degli artt. 33, 1° e 2°comma, lett. B, 34 1° comma e 5, 20,21,22 del Codice del Consumo, oltre che dell’art. 3 della Direttiva CEE 13/1993, lamentando che il Tribunale avrebbe omesso di valutare la sua qualifica di consumatore, ritenuta invece dal primo giudice.

La compagnia telefonica ha chiesto il rigetto del ricorso.

La Corte premette come la controversia ha avuto inizio in epoca anteriore all’entrata in vigore del D.Lvo 206/2005. E questo, pur se all’epoca dei fatti i contratti stipulati dai consumatori godevano della tutela apprestata dall’art. 25 della L. 52/1996, attuativa della Direttiva 93/13/CEE, che ha introdotto gli artt. 1469 bis, ter, quater, quinquies e sexies Cc, poi sostituiti dal menzionato Decreto Legislativo n. 206/2005, il cui contenuto, tuttavia, è sostanzialmente sovrapponibile.

Non solo. La Corte ha rilevato che il Tribunale, nel riformare la sentenza di primo grado, che aveva qualificato l’attore come “consumatore”, ha omesso un aspetto importante.

Vale a dire non ha formulato nessuna valutazione in relazione alla qualità del contraente, pur in presenza di una determinata contestazione.

Scrivono i giudici che “al riguardo, precisato che la qualificazione dei contraenti appare decisiva al fine di individuare la regola del caso concreto, si osserva che questa Corte ha avuto modo di chiarire che “ai fini dell’applicazione della disciplina di cui agli artt. 1469 bis e segg. cod. civ., deve essere considerato “consumatore” la persona fisica che, anche se svolge attività imprenditoriale o professionale, conclude un qualche contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’esercizio di tale attività, mentre deve essere considerato “professionista” tanto la persona fisica, quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che, invece, utilizza il contratto “nel quadro” della sua attività imprenditoriale o professionale”.

Affinché ricorra la figura del “professionista” non è necessario che il contratto sia posto in essere nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione.

Per i giudici, infatti, è sufficiente che esso venga posto in essere per uno scopo connesso all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale.

Prosegue la Suprema Corte affermando che “poiché la censura espressa nel primo motivo costituisce la necessaria premessa per il corretto inquadramento di tutti gli altri rilievi” la sentenza impugnata appare meritevole di cassazione con rinvio al Tribunale di Roma.

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Stalking virtuale: che cosa rischia l’ex marito?

La Corte di Cassazione fa il punto in merito allo stalking virtuale, e sui rischi per l’ex marito che invii costanti messaggi alla ex consorte minacciandola

Con la sentenza 21693/2018, la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, ha fatto il punto in merito allo stalking virtuale da parte dell’ex marito nei confronti della ex consorte.

Per gli Ermellini, è corretta la misura cautelare dell’allontanamento verso l’ex indagato per stalking virtuale, ovvero quello che si esplica attraverso l’uso di messaggi minacciosi e insistenti.

Secondo i giudici, infatti, è del tutto ininfluente, sotto il profilo degli indizi ex art. 273 c.p.p., il fatto che le minacce siano rimaste puramente “virtuali” senza mai concretizzarsi in reati ulteriori.

La vicenda

Nel caso di specie, è stata decisa dal Gip l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento nei confronti di un ex marito, indagato per stalking nei confronti della moglie.

Il provvedimento è stato disposto per via dei minacciosi e insistenti messaggi inviati alla donna sul cellulare e sui social.

Il tutto è divenuto ancora più pesante in seguito alla separazione e la scoperta della nuova relazione di lei con un altro.

Una situazione che nella donna aveva provocato paura e ansia.

L’imputato ha impugnato il provvedimento rilevando come le minacce a lui ascritte non si fossero mai concretizzate.

Inoltre, sosteneva che il tutto fosse avvenuto solo una volta, a un anno e sette mesi prima dall’adozione della misura cautelare. Infine, ha aggiunto che, prima della separazione, non vi era stato alcun comportamento negativo da parte sua.

Per gli Ermellini, tuttavia, il ricorso è inammissibile.

Infatti, sulla scorta dei dati indiziari della persona offesa, la Corte ha ripercorso i fatti salienti oggetto dell’imputazione provvisoria – vale a dire i numerosi messaggi minacciosi che hanno costituito lo stalking virtuale da parte dell’imputato – nel periodo indicato in querela (dal gennaio 2016 all’aprile 2017) e nelle successive dichiarazioni.

Nello specifico, il giudice del riesame aveva sottolineato due messaggi minacciosi. Il primo dei quali prospettava “un macello” se l’indagato si fosse accorto che il figlio si trovava insieme con la persona offesa e con nuovo compagno della ex.

Il secondo si riferiva al dar fuoco ad un lettino, evidenziando come le condotte avessero causato nella stessa persona offesa un evidente stato di timore.

Per i giudici appare dunque infondata la deduzione che le minacce non si siano “concretizzate”.

Il riferimento all’epoca delle minacce stesse può venire in rilievo sul piano del presupposto cautelare, ma non inficia la tenuta del provvedimento impugnato sotto il profilo degli indizi ex art. 273 del codice di procedura penale.

Il Tribunale del riesame, infatti, ha argomentato in merito all’aggravamento della condotta persecutoria successivamente alla separazione e alla conoscenza della relazione allacciata dalla persona offesa.

Ancora, per quanto concerne lo stato d’ansia della ex moglie, l’ordinanza impugnata lo ha dedotto dalla natura dei comportamenti tenuti dall ex marito.

Questo qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante.

Risultano infine infondate anche le censure relative al presupposto cautelare. Ciò in quanto l’ordinanza impugnata ha dato conto dell’attualità del periculum, sulla base della reiterazione degli atti persecutori. Il ricorso va dunque rigettato.

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La Cassazione con una specifica sentenza chiarisce i confini del ruolo del whistleblower e specifica quando l’investigazione può trasformarsi in reato

La Cassazione con una specifica sentenza chiarisce i confini del ruolo del whistleblower e specifica quando l’investigazione può trasformarsi in reato

Con la sentenza n. 35792/2018 Cassazione ha fatto il punto sul ruolo del whistleblower fornendo dei chiarimenti importanti.

Quando un pubblico dipendente in quanto whistleblower accede illegalmente al sistema informatico di un istituto utilizzando false credenziali commette infatti un reato.

La sua condotta, infatti, non può essere scriminata dalla causa di esclusione dell’adempimento di un dovere.

Ciò in quanto l’art. 54 bis del dlgs n. 165/2001 tutela esclusivamente il dipendente della PA che viene a conoscenza, nell’esercizio del suo ufficio, di fatti antigiuridici. E questo senza che su di lui gravi alcun obbligo d’inserirsi nell’iter criminis.

La vicenda                

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha ritenuto integrato l’illecito di accesso al sistema informatico di un Istituto in cui l’imputato si era introdotto utilizzando l’account e le password di altra dipendente.

Tramite queste credenziali, il dipendente aveva elaborato un falso documento di fine rapporto a nome di persona che non aveva mai prestato servizio presso l’amministrazione, cancellandolo subito dopo la compilazione. E questo “reputando non conducente – in punto di esclusione dell’antigiuridicità del fatto tipico – l’asserita funzione di sperimentazione della vulnerabilità del sistema, prospettata dal ricorrente.”

L’imputato ha fatto ricorso in Cassazione, in quanto a suo avviso la Corte non aveva tenuto conto del fatto che la sua condotta doveva considerarsi giustificata, anche in forma putativa.

Questo perché rispondente all’adempimento di un dovere. Un dovere che, secondo il whistleblower, era “fondato sul vincolo di fedeltà che lega il pubblico dipendente all’amministrazione derivante dagli artt. 54 e 54 bis del d.lgs. 165/2001, disposizioni che prevedono obblighi di informazione finalizzati alla prevenzione di fenomeni illeciti, quali la corruzione, a cui è correlata la non punibilità, sotto il profilo disciplinare e antidiscriminatorio, del dichiarante.”

L’art. 54 bis del d. Igs. 165/2001, modificato dall’art. 1 della legge 30.11.2017, n. 179, disciplina la “segnalazione di illeciti da parte di dipendente pubblico”. Inoltre, mira a tutelare il soggetto “legato da un rapporto pubblicistico con l’amministrazione, che rappresenti fatti antigiuridici appresi nell’esercizio del pubblico ufficio o servizio.”

Ricorda la Corte che questo istituto “che presenta analogie con altre figure di ambito internazionale (da cui deriva anche il termine whistleblowing), si conforma strutturalmente all’art. 361 cod. pen. ma se ne distingue in riferimento ai presupposti ed all’ambito di operatività.”

Scrivono i giudici che dalla “disciplina invocata dal ricorrente quale fonte di un dovere giuridico a cui l’imputato avrebbe inteso ottemperare” emerge un aspetto importante.

Ovvero che in realtà questa si limita “a scongiurare conseguenze sfavorevoli, limitatamente al rapporto di impiego, per il segnalante che acquisisca, nel contesto lavorativo, notizia di un’attività illecita, mentre non fonda alcun obbligo di attiva acquisizione di informazioni, autorizzando improprie attività investigative, in violazione dei limiti posti dalla legge”.

Pertanto, l’assenza di un obbligo informativo impedisce di ritenere sussistente il reato. E questo anche nella forma putativa, poiché non è scusabile l’errore del whistleblower sull’esistenza di un dovere.

Dovere che sia in grado di giustificare “l’indebito utilizzo di credenziali d’accesso a sistema informatico protetto – peraltro illecitamente carpite in quanto custodite ai fine di tutelarne la segretezza – da parte di soggetto non legittimato”.

A questo riguardo, scrive la Corte, l’insussistenza dell’invocata scriminante dell’adempimento del dovere è fondata sugli stessi principi che, in tema di “agente provocatore”, giustificano solo la condotta che non si inserisca, con rilevanza causale, nell’iter criminis, “ma intervenga in modo indiretto e marginale concretizzandosi prevalentemente in un’attività di osservazione, di controllo e di contenimento delle azioni illecite altrui”.

 

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Aggressione alla collega: si rischia il licenziamento?

Secondo gli Ermellini, rischia il licenziamento il dipendente che aggredisce fisicamente la collega per futili motivi.

La Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 19458/2018 fa il punto sul rischio di licenziamento per chi si rende responsabile di una aggressione alla collega.

Per gli Ermellini, infatti, può perdere il lavoro il dipendente che discute con una collega e la aggredisce per futili motivi.

La sanzione per i giudici è proporzionata. Specie tenuto conto della condotta del lavoratore e della sua mancanza di autocontrollo nei confronti della persona con cui ha discusso.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un dipendente d’azienda. Costui aveva impugnato il licenziamento disciplinare intimatogli per essersi reso responsabile di una aggressione alla collega.

Davanti ai giudici, il lavoratore ha parlato di incongruità. In primis, in relazione all’iter logico giuridico in base al quale la Corte territoriale è giunta al convincimento sulla raggiunta prova dell’addebito.

A suo avviso, infatti, non sarebbe tarato sul contenuto della contestazione, bensì fuorviato dall’omessa valutazione dell’attendibilità della teste vittima dell’aggressione.

Inoltre, l’incongruità lamentata si riferiva al giudizio legato alla proporzionalità della sanzione irrogata rispetto all’addebito contestato. Un giudizio, a suo dire, operato in difformità dai criteri giurisprudenziali.

I giudici hanno affermato però come la riferibilità dell’addebito al ricorrente, almeno per quel che riguarda la aggressione alla collega, risulti sorretto dalla narrazione della vicenda da parte di un’altra testimone, ritenuta attendibile.

La stessa, infatti, aveva avuto cognizione diretta ed integrale dell’episodio e non contestata in sede di legittimità.

Dinanzi alla Corte, dunque, l’uomo ha contestato la sola attendibilità della testimonianze della vittima dell’aggressione.

Per tale ragione risultano incoerenti le censure da lui sollevate. Esse non riguardano il contenuto della testimonianza, ritenuta dirimente, di una terza persona che aveva assistito alla scena.

Infine, gli Ermellini hanno ritenuto inammissibili anche le censure del ricorrente sulla proporzionalità della sanzione. Ciò in quanto la Corte territoriale aveva posto specifica attenzione a tale profilo.

Alla luce di quanto esposto, i giudici a quo hanno dato risalto all’incapacità di autocontrollo mostrata dal ricorrente. Soprattutto in relazione all’ambiente in cui si trovava. Nonché alla persona con la quale era venuto a diverbio e alle futili ragioni che lo muovevano.

Tutti questi elementi hanno inciso notevolmente sul piano dell’affidamento sul futuro rispetto della disciplina aziendale e delle regole del vivere civile.

 

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Infedeltà coniugale: come provarla per l’addebito della separazione?

La Cassazione con un’interessante pronuncia ha fatto il punto sulla infedeltà coniugale e su come provarla in relazione all’addebito della separazione

Con una importante pronuncia del 23 giugno 2017 la Corte di Cassazione si è espressa sulla infedeltà coniugale in tema di addebito della separazione (art. 151 c.c.).

La vicenda

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno confermato la pronuncia di addebito nei confronti di una moglie. Ciò in quanto il marito aveva provato la di lei infedeltà coniugale producendo delle mail, delle foto e una relazione investigativa.

Come noto, infatti, la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale può effettivamente andare a determinare l’addebito della separazione. Questo, però, purché sia provato che la fine del matrimonio è stata causata proprio dall’ infedeltà coniugale.

Ma come provare quest’ultima? Per documentare un tradimento può essere sufficiente produrre delle e-mail ricevute dal coniuge dal presunto amante?

Nel caso di specie, la Corte d’appello di Milano aveva confermato la sentenza con cui il Tribunale di Monza aveva dichiarato la separazione tra due coniugi, addebitandola alla moglie per “violazione del dovere di fedeltà coniugale”.

La consorte, però, si era rivolta per il ricorso alla Corte di Cassazione, nella speranza di ottenere l’annullamento della sentenza sfavorevole.

A suo avviso, infatti, la Corte d’appello aveva confermato l’addebito della separazione nonostante non fosse stata dimostrata l’esistenza di una sua relazione extraconiugale.

Nel caso in esame, infatti, il marito aveva prodotto in giudizio solamente delle comunicazioni a mezzo e-mail che erano giunte alla moglie dall’indirizzo di posta elettronica dell’impresa familiare condotta dal presunto amante.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha deciso di rigettare il relativo ricorso.

Gli Ermellini, in via preliminare, hanno osservato che, ai fini della pronuncia di addebito della separazione, la infedeltà coniugale rappresenta una “violazione particolarmente grave”.

Essa, infatti, determinando normalmente “l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza”, deve ritenersi “circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile”.

Il tutto, però, a meno che risulti “la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale”.

Fatte tali premesse, la Cassazione afferma come la Corte d’appello avesse correttamente ritenuto che la separazione potesse essere addebitata alla moglie.

Ciò in quanto era stata raggiunta la “prova piena documentale” dell’imputabilità della fine del matrimonio alla moglie, la quale aveva “instaurato durante il matrimonio una relazione sentimentale con un altro uomo”.

Inoltre, nel caso di specie l’infedeltà coniugale non era stata dimostrata solo mediante le comunicazioni e-mail, ma anche da “fotografie ed una relazione investigativa” che confermavano tale circostanza.

Alla luce di quanto esposto, il ricorso è stato rigettato e la sentenza impugnata integralmente confermata. La ricorrente è stata condannata nche al pagamento delle spese processuali.

 

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società multidisciplinari

Per le Sezioni Unite della Cassazione è consentita agli avvocati la costituzione di società multidisciplinari purché siano detentori dei due terzi del capitale e abbiano diritto di voto

Dal primo gennaio 2018 gli avvocati possono costituire società multidisciplinari. A tal fine è necessario che siano detentori di 2/3 del capitale e del diritto di voto. Lo hanno chiarito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 19282/2018.

Gli Ermellini hanno esaminato il ricorso di due avvocati che si erano visti respingere dal locale Consiglio dell’Ordine la domanda di iscrizione all’albo del loro studio legale. Questo era costituito in forma di società in accomandita semplice dai due legali e da una laureata in economia, detentrice del 20% delle quote societarie.

Il Consiglio Nazionale Forense aveva confermato la decisione, facendo riferimento all’art. 5 della legge n. 247/2012. La norma sancisce infatti il divieto di società multidisciplinari per gli avvocati. Il Collegio aveva inoltre escluso la formazione del silenzio assenso sulla domanda di iscrizione, regolamentato dall’art. 45 del dlgs. n. 59/2010.

Gli avvocati avevano quindi presentato ricorso davanti alla Suprema Corte.

Quanto al silenzio assenso gli Ermellini hanno ritenuto inammissibile l’impugnazione. La notifica dell’atto costitutivo della S.a.s era già stato ritenuto dal COA competente non equivalente a una domanda di iscrizione.

In relazione alle argomentazioni relative al divieto di iscrizione all’albo della società multidisciplinare, invece, la Cassazione ha ritenuto di dare ragione ai due professionisti. Una conclusione a cui i Giudici del Palazzaccio sono arrivati dopo una disamina della disciplina della professione forense in forma associata.
Le Sezioni Unite si sono soffermate sulle novità introdotte dalle modifiche alla nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense. In particolare, l’art. 1, comma 141 della legge n. 124/2017 ha previsto l’introduzione, nella legge n. 247/2012 dell’art. 4 bis.
Tale disposizione riferendosi alle associazioni tra avvocati e multidisciplinari prevede che i soci, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, debbano essere “avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni”. La misura è stata introdotta al fine di garantire una maggiore concorrenzialità nell’ambito della professione forense.

Di qui la decisione dei Giudici di Piazza Cavour di rinviare la causa al CNF affinché si pronunci nuovamente sul caso tenendo conto delle ultime novità normative.

 

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Revoca della carta di debito: il cliente deve essere avvisato?

La Banca è tenuta ad avvisare il cliente in merito alla revoca della carta di debito? La Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti in merito.

La Corte di Cassazione, prima sezione civile, nell’ordinanza n. 15500/2018 ha fornito precisazioni circa la revoca della carta di debito e la segnalazione alla Centrale Rischi nei confronti di un cliente. Secondo gli Ermellini, infatti, se la banca non provvede a comunicare preventivamente al cliente la volontà di recedere dal rapporto di cui alla carta di debito, che la banca ha rilevato essere sempre in passivo, essa va ritenuta inefficace.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione si è occupata del ricorso di un correntista.

Tutto nasce dalle segnalazione di revoca della carta di debito che la banca aveva inviato alla Centrale di Allarme Interbancaria (C.A.I.). Tale revoca era stata posto in essere in assenza di preventiva comunicazione al ricorrente titolare della carta.

Quest’ultimo ha quindi lamentato la totale illegittimità del comportamento dell’intermediario. Pertanto, ha chiesto la rettifica della compiuta segnalazione e la condanna al risarcimento dei danni provocatigli da tale comportamento, “in relazione alla lesione del diritto all’immagine commerciale e personale”.

Per il Tribunale però, la revoca della carta di credito e la segnalazione in C.A.I. erano apparse conforme alle previsioni di legge.

Naturalmente, però, posto che il conto del correntista, pur in assenza di qualsiasi movimentazione, era risultato sempre in passivo.

Ciò era avvenuto sia per il progressivo maturare a debito, sia per il canone per l’uso della carta di debito che di interessi e spese.

Il ricorrente, in Cassazione, ha insistito sulla necessità che la segnalazione di revoca della carta alla Centrale di Allarme Interbancaria fosse preceduta da una comunicazione inoltrata al cliente.

Inoltre, sosteneva che la banca dovesse lasciare un adeguato margine di preavviso, in tal modo ribadendo l’illegittimità del comportamento tenuto dall’intermediario.

Queste doglianze sono state accolte in Cassazione.

I giudici, infatti, si sono soffermati in particolare sull’atto di revoca della carta di debito al fine di verificare se e come il detto atto posto in essere dall’intermediario importi una preventiva informazione del cliente.

Per gli Ermellini, da un punto di vista tecnico giuridico, tale revoca viene a integrare un’ipotesi di recesso dal rapporto contrattuale che correva tra le parti.

Per essere iscritta in centrale, quindi, la revoca della carta deve rispettare le modalità di corretto esercizio del recesso dal patto.

Vale a dire che questo deve essere preventivamente comunicato alla controparte contrattuale, secondo la prescrizione della norma dell’art. 1334 del codice civile.

Nel caso in esame, invece, ciò non è avvenuto. La banca non ha infatti comunicatoal cliente la dichiarazione del proprio recesso dal rapporto di cui alla carta di debito.

Ne deriva, pertanto, l’inefficacia della revoca e della correlata segnalazione. Il ricorso è stato quindi accolto.

  

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sentenze gemelle

Ancora una quadripletta di sentenze gemelle della Cassazione a Sezioni Unite che specificano meglio la questione già sorta in precedenti sentenze di Cassazione a sezione semplice

A distanza di dieci anni dalle celeberrime sentenze gemelle di San Martino, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ecco un nuovo “parto” quadri-gemellare destinato ad altrettanta e duratura celebrità rispetto a quella toccata al precedente di due lustri or sono.

Ci riferiamo alle quattro sentenze rese in data 22.05.2018 e recanti i numeri 12.564, 12.565, 12.566, e 12.567 che hanno affrontato il tema della cosiddetta compensatio lucri cum damno. Ovverosia, di tutti quei casi in cui, da un determinato evento, discendono – a beneficio e a danno del medesimo destinatario –  effetti, nel contempo, benefici e pregiudizievoli.

Le pronunce in questione erano attese con ansia da tutti gli operatori del settore i quali, da quasi un anno (le ordinanze di rimessione risalgono, infatti, al 22.06.2017) attendevano il fatidico verdetto destinato a impattare in maniera significativa sia sulle legittime aspettative risarcitorie delle vittime dei sinistri stradali (e non solo) sia sulle casse (certamente non esangui) delle compagnie del comparto assicurativo.

Per capire l’importanza della questione, è sufficiente ricordare lo scalpore suscitato dalla cosiddetta “sentenza Rossetti” con la quale, un paio d’anni fa, la Suprema Corte aveva sancito il principio per cui –  dall’importo ricevuto a titolo di risarcimento – il danneggiato avrebbe dovuto defalcare quanto ottenuto in forza di indennizzo erogato in base a una polizza infortuni.

Ora, la prima sensazione cui bisogna resistere nell’affrontare le pronunce del 22 maggio è quella di compiere una valutazione sommaria che accomuni indiscriminatamente i quattro casi diversi affrontati dagli Ermellini.

Se è ben vero che, dalle pronunce in commento, è estrapolabile una ratio comune, è altrettanto vero che le fattispecie trattate in concreto dalla Cassazione sono sufficientemente diverse e distinte, l’una dall’altra, da meritare (ciascuna) un approfondimento monografico.

Per la precisione, la sentenza 12.564 si è occupata della potenziale sovrapposizione tra la somma ricevuta (a titolo di risarcimento del danno patrimoniale) dal familiare di una persona deceduta e il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’INPS al medesimo soggetto in conseguenza della morte del proprio congiunto.

La sentenza 12.565 (che si è occupata della tragedia di Ustica) ha risposto al quesito se il danno da fatto illecito debba essere, o meno, liquidato sottraendo dall’ammontare della posta risarcitoria l’importo discendente dalla indennità assicurativa dovuta al danneggiato assicurato giusta polizza infortuni da quest’ultimo stipulata.

La sentenza 12.566 riguarda, invece, la possibilità di defalcare dalla rendita ottenuta dal lavoratore infortunato (per l’inabilità permanente) grazie agli “ammortizzatori sociali” vigenti, l’ammontare del risarcimento posto, per il medesimo titolo, a carico del responsabile del fatto illecito.

Infine, la sentenza 12.567 si è chiesta se – dal risarcimento del danno patrimoniale per l’assistenza necessaria (vita natural durante) a beneficio di un neonato (la cui salute sia stata irrimediabilmente compromessa da un caso di malpractice medica) – debba essere scomputato il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento ottenuta dalla vittima in conseguenza di quel fatto e alla medesima erogata dall’INPS.

Cominciamo con il dire che il principio guida –  la bussola ermeneutica, per così dire, –  messa a disposizione dalla Sezioni Unite (e impiegabile in tutti i casi testè menzionati) è quella del “criterio funzionale”.

Ciò significa che il principio della compensatio potrà e dovrà essere applicato solo quando i benefici “lucrati” dalla vittima abbiano lo stesso nesso funzionale; cioè, siano destinati al medesimo scopo consistente nel ristorare la vittima delle conseguenze pregiudizievoli patite per effetto del fatto illecito del terzo. Altrimenti detto, il criterio discriminante per stabilire se due distinte erogazioni possano, oppure no, sommarsi a buon pro del medesimo destinatario, non bisogna guardare tanto al titolo (differente o meno) da cui le stesse scaturiscono. Bisognerà, semmai, passare al vaglio, con il dovuto scrupolo, la funzione dei titoli in forza dei quali la vittima è stata beneficata.

La Corte sottolinea quanto segue: “Affidare i criteri di selezione (tra i casi in cui ammettere o negare il cumulo) all’asettico utilizzo delle medesime regole anche per il vantaggio finisce per ridurre la quantificazione del danno ad una mera operazione contabile trascurando così la doverosa indagine sulla ragione giustificatrice della attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato”.

Al contrario, onde individuare un corretto criterio di selezione, è necessario guardare alla funzione di cui al beneficio collaterale, onde accertare se  esso sia compatibile o meno con una imputazione al risarcimento.

Proprio alla luce dei succitati principi, discende, per logica e coerente conseguenza, che la pensione di reversibilità non potrà mai essere scomputata dal danno patrimoniale sofferto dal familiare di un soggetto deceduto  per colpa altrui.

Infatti, la pensione di reversibilità (che appartiene al più ampio genus delle pensioni ai superstiti) è una forma di tutela previdenziale in cui l’evento protetto è la morte, cioè un fatto naturale che, per presunzione legislativa, genera uno status di bisogno in capo ai familiare del defunto.

Ergo, per l’ordinamento, la pensione di reversibilità è uno strumento finalizzato a un interesse superiore della collettività destinato a sgravare i cittadini dai bisogni conseguenti a un lutto e a garantire loro quelle minime condizioni economiche e sociali  indispensabili a garantire il godimento dei diritti civili e politici ex art. 3 della Costituzione, nonchè lo specifico diritto dei lavoratori al trattamento preferenziale (rispetto alla generalità dei cittadini) ai sensi e per gli effetti dell’art. 38 della nostra Carta fondamentale.

Per andare al nocciolo della questione, si può sintetizzare il tutto affermando che l’erogazione della pensione di reversibilità non è geneticamente connotata dall’obiettivo di rimuovere le conseguenze dannose, sotto il profilo patrimoniale, prodottesi in capo al danneggiato per effetto del fatto illecito altrui. La pensione di reversibilità non ha una finalità indennitaria, ma costituisce, semmai, l’adempimento, da parte dell’ordinamento, di una promessa nei confronti del lavoratore assicurato (e deceduto) il quale aveva sacrificato una quota parte del proprio reddito per alimentare la propria posizione previdenziale.

La ragione giustificatrice di tale indennità non permette, pertanto, di scomputare gli importi ricevuti a titolo di pensione di reversibilità da quanto corrisposto dal responsabile del danno proprio perché i “disegni attributivi causali” (per usare il gergo della Suprema Corte) delle due fattispecie sono completamente diversi.

Infine –  sottolineano gli Ermellini – non esiste neppure sul piano del diritto positivo alcuna norma  che garantisca all’ente previdenziale un’azione di surrogazione rispetto a tale  pensione di reversibilità: infatti, la surrogazione di cui all’art. 1916, comma quarto si applica solo alle assicurazioni sociali contro gli infortuni sul lavoro, mentre l’art. 14 della legge 222 del 12.07.1984 prevede una surroga per le prestazioni in tema di invalidità pensionabile non omologabili alle pensioni di reversibilità.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

 

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cibo avariato in ospedale

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del responsabile di una ditta di catering per aver somministrato cibo avariato in ospedale

Gli era stato somministrato del cibo avariato in ospedale. Così un paziente ricoverato nel settembre del 2013 presso il reparto di terapia intensiva coronarica di una struttura sanitaria romana ha deciso di presentare denuncia.

Al momento del pasto gli era stata consegnata, secondo quanto appurato, “una vaschetta contenente minestrina in brodo che presentava evidenti segni di deterioramento e alterazione”. Più specificamente nella pietanza c’era della muffa.

La vicenda aveva visto nell’aprile del 2016 la condanna di una società di catering, incaricata di distribuire i pasti presso il nosocomio. Il Tribunale di Roma aveva disposto a favore del degente un risarcimento pari a 12 mila euro.

Il responsabile della ditta aveva impugnato la sentenza rivolgendosi alla Cassazione. Il condannato aveva evidenziato come la responsabilità della negligenza fosse da attribuire unicamente alla società di fornitura delle derrate alimentari.

Nelle scorse ore, tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini, nella loro pronuncia, non sembrano avere dubbi sulla responsabilità dell’imputato accertata dalle dichiarazioni testimoniale e dalla documentazione fotografica agli atti dell’inchiesta.

La Cassazione, inoltre, ha ritenuto congrua e in linea con i principi di diritto in materia, la decisione del Tribunale rispetto alla negazione delle attenuanti generiche. Decisive in tal senso le modalità del fatto “apprezzate in termini di estrema gravità”. Queste sono state ritenute determinanti ai fini della valutazione negativa della personalità dell’imputato.

Oltre a confermare la condanna, i Giudici del Palazzaccio hanno multato il rappresentante della società con altri 2000 euro da versare alla Cassa delle ammende.

 

 

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