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Farmaci venduti senza ricetta: farmacista assolto

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per un farmacista per la vicenda dei farmaci venduti anche senza ricetta. Ecco cosa è accaduto.

Il processo che vedeva imputato un farmacista per una vicenda di farmaci venduti anche senza ricetta e che andava avanti dal 2010 si è conclusa con la assoluzione dell’uomo.

Il soggetto era finito sotto accusa per detenzione di farmaci scaduti, truffa aggravata, truffa tentata ai danni del servizio sanitario nazionale e peculato.

Tuttavia, venerdì scorso, la sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna inflittagli, nel luglio della scorso anno, dalla Corte d’Appello di Firenze.

E così, R.P., di 67 anni, ed titolare della farmacia di Abetone è stato assolto.

La vicenda

Il farmacista era stato accusato di diversi reati per una vicenda di farmaci venduti senza ricetta.

Tutto era nato 8 anni fa con una semplice perquisizione nell’ambito di una più ampia inchiesta della Procura della Repubblica di Modena.

Da lì erano emerse alcune irregolarità.

Gli inquirenti avevano rinvenuto 11 confezioni di farmaci scaduti e diverse fustelle, da allegare alle ricette per i rimborsi, senza le rispettive scatole di medicinali.

Da qui, discendevano dunque i diversi capi d’imputazione, tra cui tentata truffa.

Secondo l’accusa, il farmacista, conservando le fustelle di farmaci staccate dalla rispettive confezioni, si sarebbe assicurato un ingiusto profitto chiedendo ai medici di base di emettere le ricette.

In tal modo otteneva poi il rimborso da parte dell’Asl, truffandola. I farmaci venduti in questo modo comportavano un doppio guadagno per il farmacista.

Ma grazie al lavoro dell’avvocato Gerardo Marliani,che difendeva il farmacista, è emersa una realtà ben diversa.

Il farmacista “era titolare, dal 2005, dell’unica farmacia della nota località sciistica – afferma l’avvocato – Il più vicino comune del comprensorio, Fiumalbo, si trova a 7 chilometri, mentre il più lontano, San Marcello, a 21. Distanze notevoli, se si considera che si tratta di strade impervie, percorribili con estrema difficoltà nei lunghi periodi invernali».

“Ad Abetone – prosegue il legale Marliani – si era instaurato un rapporto di reciproca fiducia fra i clienti e il dottor Palombaro, principale punto di riferimento per ogni situazione di emergenza e necessità sanitaria, soprattutto per gli anziani del luogo”.

Insomma, il farmacista cercava solo di venire incontro ai suoi clienti.

Una tesi che è stata pienamente accolta dalla Corte di Cassazione, che ha dunque deciso di assolverlo.

 

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scatti di anzianità

La Cassazione fa il punto in merito agli scatti di anzianità, ricordando che si tratta di un diritto indisponibile e, come tale, non suscettibile di rinuncia

Con la recente sentenza n. 25315/2018, la Cassazione ha fornito dei chiarimenti importanti riguardanti gli scatti di anzianità.

Per gli Ermellini, infatti, essi rappresentano un diritto indisponibile che, pertanto, non è suscettibile di rinuncia da parte del lavoratore.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione si è pronuncia sul ricorso di alcuni lavoratori che, in sede di conciliazione amministrativa con l’azienda datrice, avevano rinunciato agli scatti di anzianità.

Tali soggetti hanno deciso di ricorrere contro Rete Ferrovia Italiana S.p.A., per il riconoscimento del diritto alla progressione numerica degli scatti di anzianità. Il tutto con riferimento al periodo precedente la conciliazione in sede amministrativa intervenuta con la società.

Ebbene, in appello, la Corte ha evidenziato che con la conciliazione ciascuno degli appellanti aveva rinunciato ad ogni diritto derivante dalla sentenza del Pretore di Napoli.

Pertanto, anche agli scatti di anzianità maturati fino alla data in cui la società aveva proposto, e i lavoratori accettato, di dare vita ad un nuovo rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Ora, i ricorrenti hanno fatto ricorso in Cassazione censurando la sentenza impugnata.

E questo anche per aver “escluso il loro diritto agli scatti di anzianità maturati fino alla data di efficacia della conciliazione intervenuta con Rete Ferroviaria Italiana, pacificamente estinto il relativo corrispettivo economico in virtù della stessa conciliazione, senza considerare che quello all’anzianità di servizio è diritto indisponibile e, come tale, non suscettibile di rinuncia da parte del lavoratore”.

Tuttavia, gli Ermellini ricordano che i lavoratori hanno ragione.

“Il regime di eventuale mera annullabilità degli atti contenenti rinunce del lavoratore a diritti garantiti da norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, previsto dall’art. 2113 cod. civ., – scrivono – riguarda soltanto le ipotesi di rinuncia a un diritto già acquisito”.

Al contrario, “in caso di rinuncia all’incidenza dell’anzianità maturata ad una certa data del rapporto di lavoro sui diritti, derivanti da norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, ancora non acquisiti nel patrimonio del rinunciante, la rinuncia viene ad assumere il valore di un atto diretto a regolamentare gli effetti del rapporto di lavoro in maniera diversa da quella fissata in maniera inderogabile dalle norme di legge o di contratto collettivo, e ciò ne determina la nullità a norma dell’art. 1418 cod. civ., o l’invalidità o l’inefficacia a norma dell’art. 2077 cod. civ. (cfr. tra le altre 12227/2013, 13834/2001).

Insomma, gli scatti di anzianità non rappresentano uno status o un elemento costitutivo di uno status del lavoratore subordinato. “Né – scrivono i giudici – un distinto bene della vita oggetto di un autonomo diritto, ma rappresenta la dimensione temporale del rapporto di lavoro, nel cui ambito integra il presupposto di fatto di specifici diritti (quali quelli all’indennità di fine rapporto o agli scatti di anzianità)”.

Pertanto, i giudici hanno cassato la sentenza dando la parola al giudice del rinvio.

 

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manto stradale

La Corte di Cassazione fa il punto in merito alla manutenzione del manto stradale e le buche ribandendo i presupposti della responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c.

Nell’ordinanza n. 25146 del 2018 la Corte di Cassazione ha inteso ribadire i presupposti della responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c. per quel che concerne la manutenzione del manto stradale.

La vicenda

Nel caso di specie, il conducente di un motociclo conveniva in giudizio il Comune di Palermo al fine di ottenere il risarcimento dei danni ex art. 2051 c.c..

Il soggetto, infatti, era caduto dal motociclo a causa di una buca presente sul manto stradale.

Quest’ultima, pur essendo di modeste dimensioni, non era stata segnalata.

Il Comune si è costituito in giudizio sostenendo l’infondatezza della domanda attorea.

Lo stesso, per essere manlevato, ha chiesto di chiamare in giudizio l’azienda municipale addetta alla manutenzione delle strade.

Quest’ultima si è costituita insistendo anch’essa per il rigetto della domanda di parte attrice.

Il Tribunale ha dunque accertato e dichiarato la responsabilità solidale del Comune e dell’azienda municipale.

Contestualmente, è giunta la condanna al risarcimento dei danni per il solo ente comunale. In tal modo, è stata rigettata la domanda di rivalsa formulata da quest’ultimo.

In seguito, la parte soccombente ha proposto appello avverso la sentenza.

E, in particolare, lo ha fatto lamentando una erronea applicazione dell’art. 2051 c.c..

Inoltre, ha specificato la mancata dimostrazione del nesso causale tra la presenza della buca e la caduta del danneggiato.

Poi, la mancata considerazione della velocità di marcia tenuta dal conducente.

Infine, ha segnalato l’aver escluso la possibilità di rivalersi sull’azienda addetta alla manutenzione delle strade.

Il giudice di secondo grado però ha accolto solo in parte l’appello principale.

Si è confermato in particolare quanto statuito dal Tribunale in merito all’accertata responsabilità da cose in custodia (il manto stradale). Contestualmente, si è riconosciuto un concorso colposo del danneggiato, pari al 50%.

Ciò in quanto il soggetto aveva tenuto una velocità non adeguata allo stato dei luoghi.

Inoltre, si è stabilito che l’azienda municipale avrebbe dovuto mantenere indenne l’ente comunale, una volta terminata la procedura di amministrazione controllata cui era sottoposta.

Infatti, la sottoposizione di un ente ad una tale procedura nelle more di un giudizio non può infatti precludere la relativa prosecuzione così come lo stesso diritto di rivalsa.

Quest’ultimo – ricordano i giudici – trova fondamento nella delibera con cui il Comune ha affidato alla predetta azienda la vigilanza e la manutenzione delle vie della città.

Il danneggiato, attore in primo grado e appellato in secondo grado, ha dunque fatto ricorso in Cassazione.

Questi ha lamentato violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c.. In particolare, ha evidenziato la manifesta illogicità della sentenza nella parte in cui determina la percentuale del danno per concorso colposo in assenza di sicuri elementi di giudizio.

La Corte di Cassazione ha però dichiarato inammissibile il ricorso condannando il ricorrente al pagamento integrale delle spese di giudizio.

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Prestazioni assistenziali: ecco cosa rischia chi dichiara il falso

Cosa rischia chi dichiara il falso per ottenere prestazioni assistenziali? Ecco una panoramica delle sentenze della Corte di Cassazione a riguardo

Dichiarare il falso per ottenere prestazioni assistenziali è un reato punibile ai sensi degli artt. 316 ter, 640 e 640 bis del codice penale.

Nello specifico, l’art. 316 ter cp, al comma 1 punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chi dichiara il falso per ottenere prestazioni assistenziali. “Salvo che il fatto – si legge – costituisca il reato previsto dall’articolo 640 bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee.”

In merito a tale fattispecie di reato la Cassazione, con la sentenza n. 25364/2015 precisa quanto segue.

“In tema di indebita percezione di erogazioni pubbliche, la produzione all’ente erogatore di una falsa autocertificazione finalizzata a conseguire indebitamente contributi previdenziali integra il reato di cui all’art. 316-ter cod. pen., anziché quello di truffa aggravata, qualora l’ente assistenziale non venga indotto in errore, in quanto chiamato solo a prendere atto dell’esistenza dei requisiti autocertificati e non a compiere una autonoma attività di accertamento (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 49642 del 17/10/2014).”

C’è poi il reato di truffa ai danni dello Stato. Quest’ultimo si differenza dalla fattispecie prevista dall’art. 316 ter cp per l’adozione di artifizi o raggiri tesi a indurre in errore lo Stato al fine di ottenere indebitamente le erogazioni pubbliche, è invece disciplinato dall’art. 640 cp. Questa norma dispone che: “Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinquantuno euro a milletrentadue euro. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da trecentonove euro a millecinquecentoquarantanove euro :1) se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico (…)”.

Un’altra sentenza della Corte di Cassazione, la n. 4226/2015, sancisce che il reato di truffa di cui all’art 640 cp è integrato con la produzione di una falsa attestazione circa le proprie condizioni personali corredata dalle false dichiarazioni di asseriti precedenti datori di lavoro.

Ciò in quanto la condotta è certamente “truffaldina” e determinante al fine di indurre in errore i funzionari dell’ente che hanno liquidato l’indennità di disoccupazione.

Infine, per quel che concerne la terza fattispecie di cui all’art 640 bis cp”Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, si precisa quanto segue.

“La pena è della reclusione da due a sette anni e si procede d’ufficio se il fatto di cui all’articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.”

Con la sentenza n. 53650/2026, la Corte di Cassazione ha ravvisato il reato di truffa aggravata di cui all’art 640 bis cp.

Ciò in quanto, nel caso di specie, il soggetto “per ottenere un contributo dall’Unione europea, allegava all’istanza un contratto di affitto con due firme false riferite a persone decedute. Tale documento condizionava l’erogazione del contributo”.

Pertanto, ricordano i giudici, “la sua allegazione integra una condotta fraudolenta inquadrabile nella fattispecie astratta prevista dall’art. 640 bis cod. pen., dato che, come correttamente ritenuto dalla collegio territoriale, la falsificazione è una condotta artificiosa idonea a ingannare l’Autorità concedente circa l’esistenza delle condizioni per l’erogazione del contributo”.

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impatto stradale

In caso di impatto stradale con animali selvatici, che provochi danni alle cose ma anche danni alle persone, l’amministrazione deve risponderne.

A chi spetta pagare in caso di impatto stradale con animali selvatici? In una recente sentenza del 25 gennaio del 2018, che prende spunto da una controversia contro la Città Metropolitana di Torino, il Giudice di Pace di Pinerolo ha ribadito che i poteri di protezione e gestione della fauna selvatica attribuiti alla Province rendono le stesse responsabili dei danni cagionati dagli animali selvatici.

E questo, atteso che i poteri loro conferiti sono indirizzati anche alla sicurezza dei soggetti esposti ai danni derivanti dagli imprevedibili comportamenti della fauna selvatica.

In poche parole, viene ribadita in caso di impatto stradale con animali selvatici la responsabilità extra contrattuale dell’ente locale.

Ciò in quanto a esso sono affidati concretamente i poteri di controllo sulla fauna selvatica.

Ciò in virtù della norma generale del neminem ledere di cui all’art. 2043 c.c., con il conseguente onere in capo al danneggiato di dimostrare, oltre al nesso di causalità ed all’evento dannoso, il comportamento colposo attivo o omissivo ascrivibile all’ente pubblico.

In sostanza, in caso di impatto stradale con animali selvatici, la PA può essere chiamata a rispondere dei danni cagionati dalla selvaggina.

Secondo la giurisprudenza, infatti, all’amministrazione compete l’obbligo di predisporre tutte le misure idonee ad assicurare che le bestie selvatiche rimangano nel proprio habitat naturale e, quindi, che le stesse arrechino danni a persone o a cose (Cass. Civ., 21/2/2011, n. 4202).

Ma non è tutto.

Infatti, tra i doveri istituzionali della P.A. in materia faunistica c’è l’installazione di cartelli stradali di pericolo. Questi devono avvisare l’automobilista della presenza di animali vaganti sulle strade che attraversano zone densamente popolate di fauna selvatica.

Qualsiasi inadempimento di tali obbligazioni espone l’ente controllore a responsabilità, soprattutto civili.

In merito alla responsabilità extracontrattuale per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli, si è espressa una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione.

Questa ha messo in risalto che risponde dei danni qualsivoglia ente locale cui siano stati affidati, in attuazione della Legge 11.2.1992 n. 157 i poteri di amministrazione del territorio e di gestione, tutela e controllo della fauna insediata (Cass. civ. Sez. VI – 3 Ord., 11/05/2018, n. 11394).

Ne consegue, pertanto, che tale responsabilità extracontrattuale per danni provocati alla circolazione stradale da animali selvatici va imputata all’ente cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che derivino dalla legge, sia che trovino fonte in una delega o concessione di altro ente (Cass. civ. Sez. III Ordinanza, 31/07/2017, n. 18952, rv. 645378-01).

Per quel che concerne, invece, la responsabilità e la funzione di controllo in materia di animali selvatici, questa è attribuita per lo più alle Province.

Nel solco di tale indirizzo, si inserisce la sentenza in commento del Giudice di Pace di Pinerolo che ha proprio ribadito come i poteri di protezione e gestione della fauna selvatica attribuiti alla Province rendono le stesse responsabili dei danni cagionati dagli animali selvatici. A questo proposito, risulta corretto indirizzare la richiesta risarcitoria nei confronti della Provincia.

Oltre a questo, per verificare il grado di responsabilità ed il nesso causale bisognerebbe appurare un dato importante. Ovvero, se l’ente locale ha posto in essere tutte le cautele atte a evitare pericoli e/o eventi dannosi.

Come noto, infatti, l’art. 37 C.d.s. pone l’obbligo di apposizione e manutenzione della segnaletica stradale a carico dei Comuni nei centri abitati e a carico degli atri enti proprietari delle strade fuori dai centri abitati.

Questa segnaletica va usata per presegnalare la vicinanza di un tratto di strada con probabile attraversamento di animali e rappresenta una misura di prevenzione dei sinistri stradali provocati dalla fauna domestica o selvatica.

La giurisprudenza ha infatti stabilito che sussiste l’obbligo della amministrazione proprietaria della strada di installare appositi cartelli di segnalazione di pericolo di attraversamento da parte di capi selvatici vaganti.

Oltre, naturalmente, ad adottare le cautele necessarie nelle zone che sono abitualmente frequentate da animali o che sono state teatro di precedenti incidenti tali da allertare le autorità preposte.

Infine, un’altra sentenza dell’11 ottobre 2017 emessa dal Giudice di Pace di Campobasso, in merito all’azione risarcitoria esperita relativamente ai danni cagionati dall’ impatto stradale con animali selvatici, inserisce un ulteriore tassello.

Con tale pronuncia, si è statuito che sussiste una responsabilità, alternativa o congiunta, della Regione e della Provincia. Esse possono infatti essere chiamate a rispondere dei danni provocati ai terzi dagli animali selvatici.

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umiliare

La Cassazione fa il punto sull’abuso di mezzi di correzione da parte dell’insegnante che decide di umiliare lo studente.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45736/2018, ha fornito chiarimenti in merito all’atto di umiliare lo studente da parte dell’insegnante. I giudici specificano che tale atteggiamento denigratorio può configurare un abuso dei mezzi di correzione.

Per gli Ermellini, il docente che decide di umiliare lo studente, svalutandolo psicologicamente, e/o compiendo gesti di violenza morale e fisica, seppur considerati innocui o rivolti a scopi educativi, gli provoca danno.

A maggior ragione se l’alunno presenta difficoltà di linguaggio e il comportamento del docente rischia di provocargli pericoli per la salute.

La vicenda

Nel caso di specie, un ragazzo frequentante la scuola media e affetto da disturbo del linguaggio, era stato oggetto di maltrattamenti da parte del docente.

Questi consistevano in frequenti denigrazioni alla presenza dei compagni a causa della sua balbuzie, addirittura giungendo in un’occasione a colpirlo con un flauto in testa in presenza dei compagni. L’atto di umiliare lo studente era giunto al culmine con uno schiaffo scagliato contro il ragazzo.

A quel punto i genitori hanno deciso di agire in giudizio contestando all’insegnante il reato di cui all’art. 572 del codice penale. Ciò poiché le suddette condotte, avevano aggravato la balbuzie del ragazzo per un tempo superiore a 40 giorni.

In prime cure il giudice è stato condannato per maltrattamenti. La Corte d’Appello riqualificava il reato nel meno grave abuso di mezzi di correzione, però.

Infatti, per il giudice a quo, andava escluso l’intento vessatorio nei confronti del ragazzo, essendo emerso il rancore del giovane nei confronti del professore e la sua insofferenza alle regole imposte.

Regole cui si ribellava con atteggiamenti ostili verso docenti e compagni.

Tuttavia, era da ritenere attendibile che condotte denigratorie del professore, accertate, fossero sussumibili nella fattispecie di cui all’art. 571 c.p..

Questo, peraltro, tenendo conto anche della documentazione medica prodotta, dimostrativa del pericolo di una malattia della persona offesa.

In Corte di Cassazione, il professore ha contestato il difetto del pericolo concreto di una malattia nel corpo o nella mente, richiesto dalla condotta tipica del reato.

A suo avviso, si era trattato di comportamenti del tutto innocui.

Ma per la Cassazione, la condanna ex art. 571 c.p. è corretta.

I giudici, infatti, hanno accertato la condotta denigratoria del docente, confermata dalle testimonianze non solo dell’alunno, ma anche del personale scolastico presente.

Infine, sulla offensività dell’abuso, faceva fede la certificazione medica prodotta.

La giurisprudenza di legittimità, infatti, conferma che integra il reato di abuso di mezzi di correzione o di disciplina, il comportamento dell’insegnante che decide di umiliare lo studente “causandogli pericoli per la salute, atteso che, in ambito scolastico, il potere educativo o disciplinare deve sempre essere esercitato con mezzi consentiti e proporzionati alla gravità del comportamento deviante del minore, senza superare i limiti previsti dall’ordinamento o consistere in trattamenti afflittivi dell’altrui personalità” (cfr. Cass. n. 47543/2015).

Pertanto, si ritiene sufficiente il ricorso, da parte dell’insegnante, a qualunque forma di violenza, fisica o morale, ancorché minima e orientata a scopi educativi (cfr. Cass. n. 6654/2016).

Per quel che riguarda invece il pericolo di una malattia fisica o psichica richiesto dalla norma, non occorre che questa si sia realmente verificata e il pericolo non deve essere accertato necessariamente attraverso una perizia medico-legale.

È sufficiente che la condotta dell’agente presenti connotati tali da poter produrre siffatta conseguenza.

Da ciò discende il rigetto da parere della Cassazione di tutte le critiche difensive.

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ordinanza numero 25054/201

Una pronuncia della Corte di Cassazione fa il punto in merito ai compensi del legale in relazione all’ accordo con il cliente.

La Corte di cassazione nell’ordinanza numero 25054/2018 ha fornito dei chiarimenti importanti in merito al carattere preferenziale dell’ accordo con il cliente per quel che riguarda il compenso dell’avvocato. Esso prevale infatti sulle tariffe e gli usi.

A precisarlo sono stati gli Ermellini, ricordando che è proprio il codice civile a porre una gerarchia di carattere preferenziale in tal senso.

Infatti, è lo stesso articolo 2233 del codice civile che, occupandosi del compenso che spetta ai prestatori d’opera intellettuale, stabilisce che lo stesso “se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice”.

Secondo l’ordinanza della Cassazione, questa norma pone una gerarchia di carattere preferenziale, in forza della quale l’ accordo con il cliente prevale, mentre le tariffe professionali e gli usi assumono rilievo solo in via subordinata.

Questo significa che l’ accordo tra le parti è preminente rispetto a ogni altro criterio di liquidazione.

La conseguenza è che il compenso è determinato in base alle tariffe e adeguato all’importanza dell’opera solo se manca una convenzione.

La sentenza in commento si è occupata degli onorari dell’avvocato. Essa ha stabilito che l’accordo con il quale il legale e il suo cliente fissano un compenso maggiore rispetto al massimo tariffario, deve ritenersi perfettamente valido.

Il principio, peraltro, vale ancora di più oggi, che alle tariffe si sono sostituiti i parametri.

Questo poiché, scrivono i giudici, “vigendo il principio di ammissibilità e validità di convenzioni aventi ad oggetto i compensi dovuti dai clienti agli avvocati, anche con previsione di misure eccedenti quelle previste dalle tariffe forensi”.

La vicenda

La Corte territoriale aveva ritenuto nulla per violazione dei massimi tariffari la convenzione con la quale un legale e il proprio cliente avevano stabilito un compenso. Esso era stato fissato in misura eccedente rispetto a quanto appunto previsto dalle tariffe.

Secondo la Cassazione, infatti, proprio in virtù di quanto affermato, tale è in violazione della disposizione dell’articolo 2233 e, pertanto, non può che essere riformata.

 

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reddito del padre

La Cassazione interviene fornendo chiarimenti importanti in merito alla possibilità di aumentare l’assegno di mantenimento in relazione al reddito del padre

La Corte di cassazione, con la sentenza numero 25134/2018, ha fornito delle linee guida per la determinazione dell’assegno di mantenimento ai figli destinate a orientare le future decisioni dei giudici, fornendo un focus particolare sul reddito del padre.

In primo luogo, la Cassazione ha chiarito che l’articolo 148 del codice civile, approfondendo il tema della capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascun coniuge per la determinazione dei rispettivi contributi al mantenimento dei figli, non detta un criterio automatico.

Gli Ermellini, infatti, prevedono una valutazione più completa rispetto al calcolo percentuale dei redditi della madre e del padre e più elastico.

Ma non è tutto. Oltre ai redditi dei coniugi, devono essere valutate tutte le risorse economiche e le capacità di svolgere un’attività professionale e domestica. Insomma, occorre un’indagine comparativa delle condizioni dei due obbligati.

Secondo i giudici, poi, per determinare l’assegno di mantenimento è fondamentale considerare che il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, di cui all’articolo 147 c.c., non è riconducibile solo all’obbligazione alimentare, ma si estende anche agli aspetti abitativi, scolastici, sportivi e sanitari, all’assistenza morale e materiale e alla predisposizione di un’organizzazione domestica adeguata.

Da questo punto deriva che, quando in sede di separazione si rende necessario determinare l’importo dell’assegno di mantenimento, occorre considerare diversi aspetti.

  • le esigenze del figlio
  • il tenore di vita goduto da questo in costanza di matrimonio
  • le risorse economiche dei genitori
  • i tempi di permanenza presso ciascuno di essi
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da genitori

Fatto il punto su questo, la Corte ha ribadito che il reddito del padre non è una condizione sufficiente per giustificare un aumento dell’assegno di mantenimento.

Ancora, gli Ermellini hanno ribadito il principio della bigenitorialità, precisando che, nell’ambito dell’affidamento condiviso di un minore, il suo preminente interesse a una crescita serena e armoniosa vada salvaguardato prevedendo la collocazione stabile presso il genitore con il quale ha prima vissuto prevalentemente.

Infine, al collocatario devono essere garantiti ampi periodi di tempo per tenere il figlio presso di sé.

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SEPARAZIONE GIUDIZIALE E ASSEGNO DI MANTENIMENTO: CAMBIANO LE REGOLE!

Nullità del matrimonio: può essere dichiarata anche dopo anni

La Corte di Cassazione fa il punto sulla nullità del matrimonio, affermando che questa possa essere dichiarata anche dopo molti anni.

La Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 24729/2018 ha fornito ulteriori chiarimenti sulla nullità del matrimonio.

In particolare, gli Ermellini affermano che va ritenuta legittima la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, durato più di 3 anni, in caso di incapacità di un coniuge di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio.

Questo poiché l’eccezione relativa alla convivenza triennale come coniugi, ostativa alla positiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, rientra nelle eccezioni che la legge riserva alla disponibilità della parte interessata.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione ha rigettato il ricorso del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione stessa contro un provvedimento.

Quest’ultimo aveva dichiarato efficace nella Repubblica Italiana la sentenza di nullità del matrimonio concordatario emessa dal Tribunale Ecclesiastico competente.

Più in particolare, la nullità del matrimonio, celebrato nel 1983, era stata dichiarata molti anni dopo (nel 2015).

E questo era avvenuto per grave discrezione di giudizio circa i diritti e doveri matrimoniali. Inoltre, come motivazione era stata addotta l’incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio, per problemi psichici del marito.

Secondo la Corte d’Appello, non sussistevano ostacoli alla dichiarazione di efficacia derivante da principi di ordine pubblico.

In Cassazione, il Procuratore generale si è richiamato ad alcune sentenze delle Sezioni Unite (sent. nn. 16379 e 16380 del 2014).

Queste affermano che alla favorevole delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio osta, quale limite di ordine pubblico interno, la convivenza delle parti come coniugi durata almeno un triennio. Invece, nel caso di specie, i due coniugi convissuto per circa 27 anni e avevano avuto due figli.

Gli Ermellini, pur condividendo il contenuto dei richiamati precedenti, affermano però che l’eccezione relativa alla convivenza triennale come coniugi, ostativa alla positiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, rientra appunto tra quelle che l’ordinamento riserva alla disponibilità della parte interessata.

E questo sia per via della “complessità fattuale” delle circostanze, sia per la previsione della necessità dell’eccezione di parte nell’analoga fattispecie dell’impedimento al divorzio.

Impedimento costituito dall’interruzione della separazione, ai sensi dell’art. 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898.

Alla luce di quanto esposto, dunque, il matrimonio delle parti può dirsi annullato anche per la Repubblica Italiana.

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Simulazione della malattia: giustifica licenziamento del lavoratore?

La Corte di Cassazione fa il punto in merito alla simulazione della malattia e sui rischi di licenziamento in cui può incorrere il lavoratore

Con una sentenza del 19 dicembre 2017, la Cassazione fa il punto in merito alla simulazione della malattia da parte del lavoratore. E, soprattutto, sui rischi di un possibile licenziamento.

Per gli Ermellini, infatti, la simulazione di malattia può giustificare il licenziamento ma solo e soltanto se la stessa venga adeguatamente provata.

La vicenda

Nel caso di specie, il Tribunale di Modena aveva respinto la domanda proposta da un lavoratore (autista di pullman), volta a far accertare l’illegittimità del licenziamento disciplinare che gli era stato intimato dalla propria datrice di lavoro (azienda municipalizzata di trasporto urbano).

Nello specifico, l’autista era stato licenziato in seguito a una contestazione disciplinare. Con essa, gli era stato addebitato di aver “ripetutamente svolto attività lavorativa nella cartoleria tabaccheria della moglie per alcune giornate del settembre e dell’ottobre 2009”. Il tutto però durante il periodo di malattia, concesso per una presunto “disturbo dell’adattamento”.

Ebbene, la Corte d’appello di Bologna, aveva ribaltato la sentenza di primo grado.

I giudici bolognesi, infatti, ritenevano che la simulazione della malattia potesse giustificare il licenziamento disciplinare.

Tuttavia, nel caso di specie, “l’attività discontinua limitata temporalmente nell’ambito della tabaccheria gestita dai familiari (…), alla luce della patologia di ‘disturbo dell’adattamento con sindrome mista’”, non consentiva di ritener provata la simulazione della malattia.

Ciò in quanto quest’ultima attività richiedeva una capacità lavorativa molto diversa rispetto a quella oggetto del contratto di lavoro.

La società datrice di lavoro si p quindi rivolta alla Corte di Cassazione e con queste motivazioni.

A suo avviso, “una diagnosi di disturbo dell’adattamento (…), dovrebbe essere valutata alla stregua dei criteri clinici” e ciò non era avvenuto, non avendo la Corte d’appello considerato un aspetto importante.

Ovverosia che “colui che è affetto in modo apprezzabile dal disturbo dell’adattamento non può lavorare e non ci riesce, trattandosi comunque di una reazione individuale ad un evento ritenuto stressante che compromette tout court la capacità lavorativa, sia che si lavori in un esercizio commerciale, sia che si svolga un’attività di autista di pullman”.

La Cassazione non ha però accolto tali osservazioni, decidendo quindi di rigettare il ricorso.

Non solo.

Secondo gli Ermellini, la Corte d’appello aveva adeguatamente aveva ritenuto che il “disturbo dell’adattamento con sindrome mista”, da cui era affetto il lavoratore, non si poneva in contrasto con lo svolgimento anche discontinuo e limitato temporalmente di attività presso la tabaccheria di proprietà familiare. E, aggiunge, “diversamente ritenendo invece con riferimento alla capacità di lavoro specifica connessa alla sua prestazione lavorativa di conducente di pullmann di linea”.

In conclusione, la Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla società datrice di lavoro, confermando integralmente la sentenza impugnata e condannando la ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.

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