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Revoca della carta di debito: il cliente deve essere avvisato?

La Banca è tenuta ad avvisare il cliente in merito alla revoca della carta di debito? La Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti in merito.

La Corte di Cassazione, prima sezione civile, nell’ordinanza n. 15500/2018 ha fornito precisazioni circa la revoca della carta di debito e la segnalazione alla Centrale Rischi nei confronti di un cliente. Secondo gli Ermellini, infatti, se la banca non provvede a comunicare preventivamente al cliente la volontà di recedere dal rapporto di cui alla carta di debito, che la banca ha rilevato essere sempre in passivo, essa va ritenuta inefficace.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione si è occupata del ricorso di un correntista.

Tutto nasce dalle segnalazione di revoca della carta di debito che la banca aveva inviato alla Centrale di Allarme Interbancaria (C.A.I.). Tale revoca era stata posto in essere in assenza di preventiva comunicazione al ricorrente titolare della carta.

Quest’ultimo ha quindi lamentato la totale illegittimità del comportamento dell’intermediario. Pertanto, ha chiesto la rettifica della compiuta segnalazione e la condanna al risarcimento dei danni provocatigli da tale comportamento, “in relazione alla lesione del diritto all’immagine commerciale e personale”.

Per il Tribunale però, la revoca della carta di credito e la segnalazione in C.A.I. erano apparse conforme alle previsioni di legge.

Naturalmente, però, posto che il conto del correntista, pur in assenza di qualsiasi movimentazione, era risultato sempre in passivo.

Ciò era avvenuto sia per il progressivo maturare a debito, sia per il canone per l’uso della carta di debito che di interessi e spese.

Il ricorrente, in Cassazione, ha insistito sulla necessità che la segnalazione di revoca della carta alla Centrale di Allarme Interbancaria fosse preceduta da una comunicazione inoltrata al cliente.

Inoltre, sosteneva che la banca dovesse lasciare un adeguato margine di preavviso, in tal modo ribadendo l’illegittimità del comportamento tenuto dall’intermediario.

Queste doglianze sono state accolte in Cassazione.

I giudici, infatti, si sono soffermati in particolare sull’atto di revoca della carta di debito al fine di verificare se e come il detto atto posto in essere dall’intermediario importi una preventiva informazione del cliente.

Per gli Ermellini, da un punto di vista tecnico giuridico, tale revoca viene a integrare un’ipotesi di recesso dal rapporto contrattuale che correva tra le parti.

Per essere iscritta in centrale, quindi, la revoca della carta deve rispettare le modalità di corretto esercizio del recesso dal patto.

Vale a dire che questo deve essere preventivamente comunicato alla controparte contrattuale, secondo la prescrizione della norma dell’art. 1334 del codice civile.

Nel caso in esame, invece, ciò non è avvenuto. La banca non ha infatti comunicatoal cliente la dichiarazione del proprio recesso dal rapporto di cui alla carta di debito.

Ne deriva, pertanto, l’inefficacia della revoca e della correlata segnalazione. Il ricorso è stato quindi accolto.

  

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sentenze gemelle

Ancora una quadripletta di sentenze gemelle della Cassazione a Sezioni Unite che specificano meglio la questione già sorta in precedenti sentenze di Cassazione a sezione semplice

A distanza di dieci anni dalle celeberrime sentenze gemelle di San Martino, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ecco un nuovo “parto” quadri-gemellare destinato ad altrettanta e duratura celebrità rispetto a quella toccata al precedente di due lustri or sono.

Ci riferiamo alle quattro sentenze rese in data 22.05.2018 e recanti i numeri 12.564, 12.565, 12.566, e 12.567 che hanno affrontato il tema della cosiddetta compensatio lucri cum damno. Ovverosia, di tutti quei casi in cui, da un determinato evento, discendono – a beneficio e a danno del medesimo destinatario –  effetti, nel contempo, benefici e pregiudizievoli.

Le pronunce in questione erano attese con ansia da tutti gli operatori del settore i quali, da quasi un anno (le ordinanze di rimessione risalgono, infatti, al 22.06.2017) attendevano il fatidico verdetto destinato a impattare in maniera significativa sia sulle legittime aspettative risarcitorie delle vittime dei sinistri stradali (e non solo) sia sulle casse (certamente non esangui) delle compagnie del comparto assicurativo.

Per capire l’importanza della questione, è sufficiente ricordare lo scalpore suscitato dalla cosiddetta “sentenza Rossetti” con la quale, un paio d’anni fa, la Suprema Corte aveva sancito il principio per cui –  dall’importo ricevuto a titolo di risarcimento – il danneggiato avrebbe dovuto defalcare quanto ottenuto in forza di indennizzo erogato in base a una polizza infortuni.

Ora, la prima sensazione cui bisogna resistere nell’affrontare le pronunce del 22 maggio è quella di compiere una valutazione sommaria che accomuni indiscriminatamente i quattro casi diversi affrontati dagli Ermellini.

Se è ben vero che, dalle pronunce in commento, è estrapolabile una ratio comune, è altrettanto vero che le fattispecie trattate in concreto dalla Cassazione sono sufficientemente diverse e distinte, l’una dall’altra, da meritare (ciascuna) un approfondimento monografico.

Per la precisione, la sentenza 12.564 si è occupata della potenziale sovrapposizione tra la somma ricevuta (a titolo di risarcimento del danno patrimoniale) dal familiare di una persona deceduta e il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’INPS al medesimo soggetto in conseguenza della morte del proprio congiunto.

La sentenza 12.565 (che si è occupata della tragedia di Ustica) ha risposto al quesito se il danno da fatto illecito debba essere, o meno, liquidato sottraendo dall’ammontare della posta risarcitoria l’importo discendente dalla indennità assicurativa dovuta al danneggiato assicurato giusta polizza infortuni da quest’ultimo stipulata.

La sentenza 12.566 riguarda, invece, la possibilità di defalcare dalla rendita ottenuta dal lavoratore infortunato (per l’inabilità permanente) grazie agli “ammortizzatori sociali” vigenti, l’ammontare del risarcimento posto, per il medesimo titolo, a carico del responsabile del fatto illecito.

Infine, la sentenza 12.567 si è chiesta se – dal risarcimento del danno patrimoniale per l’assistenza necessaria (vita natural durante) a beneficio di un neonato (la cui salute sia stata irrimediabilmente compromessa da un caso di malpractice medica) – debba essere scomputato il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento ottenuta dalla vittima in conseguenza di quel fatto e alla medesima erogata dall’INPS.

Cominciamo con il dire che il principio guida –  la bussola ermeneutica, per così dire, –  messa a disposizione dalla Sezioni Unite (e impiegabile in tutti i casi testè menzionati) è quella del “criterio funzionale”.

Ciò significa che il principio della compensatio potrà e dovrà essere applicato solo quando i benefici “lucrati” dalla vittima abbiano lo stesso nesso funzionale; cioè, siano destinati al medesimo scopo consistente nel ristorare la vittima delle conseguenze pregiudizievoli patite per effetto del fatto illecito del terzo. Altrimenti detto, il criterio discriminante per stabilire se due distinte erogazioni possano, oppure no, sommarsi a buon pro del medesimo destinatario, non bisogna guardare tanto al titolo (differente o meno) da cui le stesse scaturiscono. Bisognerà, semmai, passare al vaglio, con il dovuto scrupolo, la funzione dei titoli in forza dei quali la vittima è stata beneficata.

La Corte sottolinea quanto segue: “Affidare i criteri di selezione (tra i casi in cui ammettere o negare il cumulo) all’asettico utilizzo delle medesime regole anche per il vantaggio finisce per ridurre la quantificazione del danno ad una mera operazione contabile trascurando così la doverosa indagine sulla ragione giustificatrice della attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato”.

Al contrario, onde individuare un corretto criterio di selezione, è necessario guardare alla funzione di cui al beneficio collaterale, onde accertare se  esso sia compatibile o meno con una imputazione al risarcimento.

Proprio alla luce dei succitati principi, discende, per logica e coerente conseguenza, che la pensione di reversibilità non potrà mai essere scomputata dal danno patrimoniale sofferto dal familiare di un soggetto deceduto  per colpa altrui.

Infatti, la pensione di reversibilità (che appartiene al più ampio genus delle pensioni ai superstiti) è una forma di tutela previdenziale in cui l’evento protetto è la morte, cioè un fatto naturale che, per presunzione legislativa, genera uno status di bisogno in capo ai familiare del defunto.

Ergo, per l’ordinamento, la pensione di reversibilità è uno strumento finalizzato a un interesse superiore della collettività destinato a sgravare i cittadini dai bisogni conseguenti a un lutto e a garantire loro quelle minime condizioni economiche e sociali  indispensabili a garantire il godimento dei diritti civili e politici ex art. 3 della Costituzione, nonchè lo specifico diritto dei lavoratori al trattamento preferenziale (rispetto alla generalità dei cittadini) ai sensi e per gli effetti dell’art. 38 della nostra Carta fondamentale.

Per andare al nocciolo della questione, si può sintetizzare il tutto affermando che l’erogazione della pensione di reversibilità non è geneticamente connotata dall’obiettivo di rimuovere le conseguenze dannose, sotto il profilo patrimoniale, prodottesi in capo al danneggiato per effetto del fatto illecito altrui. La pensione di reversibilità non ha una finalità indennitaria, ma costituisce, semmai, l’adempimento, da parte dell’ordinamento, di una promessa nei confronti del lavoratore assicurato (e deceduto) il quale aveva sacrificato una quota parte del proprio reddito per alimentare la propria posizione previdenziale.

La ragione giustificatrice di tale indennità non permette, pertanto, di scomputare gli importi ricevuti a titolo di pensione di reversibilità da quanto corrisposto dal responsabile del danno proprio perché i “disegni attributivi causali” (per usare il gergo della Suprema Corte) delle due fattispecie sono completamente diversi.

Infine –  sottolineano gli Ermellini – non esiste neppure sul piano del diritto positivo alcuna norma  che garantisca all’ente previdenziale un’azione di surrogazione rispetto a tale  pensione di reversibilità: infatti, la surrogazione di cui all’art. 1916, comma quarto si applica solo alle assicurazioni sociali contro gli infortuni sul lavoro, mentre l’art. 14 della legge 222 del 12.07.1984 prevede una surroga per le prestazioni in tema di invalidità pensionabile non omologabili alle pensioni di reversibilità.

Avv. Francesco Carraro

(Foro di Padova)

 

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cibo avariato in ospedale

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del responsabile di una ditta di catering per aver somministrato cibo avariato in ospedale

Gli era stato somministrato del cibo avariato in ospedale. Così un paziente ricoverato nel settembre del 2013 presso il reparto di terapia intensiva coronarica di una struttura sanitaria romana ha deciso di presentare denuncia.

Al momento del pasto gli era stata consegnata, secondo quanto appurato, “una vaschetta contenente minestrina in brodo che presentava evidenti segni di deterioramento e alterazione”. Più specificamente nella pietanza c’era della muffa.

La vicenda aveva visto nell’aprile del 2016 la condanna di una società di catering, incaricata di distribuire i pasti presso il nosocomio. Il Tribunale di Roma aveva disposto a favore del degente un risarcimento pari a 12 mila euro.

Il responsabile della ditta aveva impugnato la sentenza rivolgendosi alla Cassazione. Il condannato aveva evidenziato come la responsabilità della negligenza fosse da attribuire unicamente alla società di fornitura delle derrate alimentari.

Nelle scorse ore, tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile.

Gli Ermellini, nella loro pronuncia, non sembrano avere dubbi sulla responsabilità dell’imputato accertata dalle dichiarazioni testimoniale e dalla documentazione fotografica agli atti dell’inchiesta.

La Cassazione, inoltre, ha ritenuto congrua e in linea con i principi di diritto in materia, la decisione del Tribunale rispetto alla negazione delle attenuanti generiche. Decisive in tal senso le modalità del fatto “apprezzate in termini di estrema gravità”. Queste sono state ritenute determinanti ai fini della valutazione negativa della personalità dell’imputato.

Oltre a confermare la condanna, i Giudici del Palazzaccio hanno multato il rappresentante della società con altri 2000 euro da versare alla Cassa delle ammende.

 

 

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non avverte il medico

L’infermiere che non avverte il medico dell’aggravarsi delle condizioni del paziente è responsabile penalmente in caso di decesso dell’assistito

L’infermiere che, pur rendendosi conto dell’aggravarsi delle condizioni di un paziente, non avverte il medico tempestivamente, è responsabile penalmente qualora il paziente muoia. Lo ha stabilito Corte di Cassazione, IV sezione penale, con la sentenza n. 5/2018.

Gli Ermellini, nello specifico, hanno chiarito che l’infermiere svolge un compito cautelare essenziale nella salvaguardia della salute del paziente. Egli è “onerato di vigilare sul decorso post operatorio”, proprio per consentire, ove necessario, l’intervento del medico.

Pertanto all’infermiere è riconducibile una specifica posizione di garanzia nei confronti del paziente, del tutto autonoma rispetto a quella del medico.

La Suprema Corte si è pronunciata nello specifico sul ricorso presentato da un infermiere contro la sentenza della Corte di Appello.

I Giudici di secondo grado avevano riconosciuto la responsabilità dell’operatore sanitario per il decesso di un paziente che, a seguito di un intervento, aveva accusato una crisi ipotensiva. L’infermiere, nello specifico, si era accorto di tale peggioramento, ma non aveva avvertito il medico.

I Giudici del Palazzaccio hanno quindi rilevato quanto già stabilito nella sentenza di merito, ovvero che l’omissione dell’infermiere aveva impedito l’intervento del medico dell’interdivisione. Questi avrebbe potuto prendere le misure necessarie per scongiurare il decesso del paziente.

La Cassazione è concorde nel ritenere tale imprudenza un “errore clamoroso” costato la vita al paziente.

Secondo gli Ermellini, una volta accertata la legittimità e la coerenza logica della sentenza impugnata, il ricorso deve ritenersi quindi inammissibile. Questo, infatti, pone questioni che sfuggono al sindacato di legittimità.

Il ricorrente deve pertanto essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché al pagamento a favore della cassa delle ammende di una somma pari a 2.000 euro. A tali cifre si aggiunge la refusione delle spese sostenute dalle costituite parti civili.

 

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INFERMIERE SORPRESO A FUMARE IN CORSIA: AVVIATE VERIFICHE

nesso di causalità

La verificazione del nesso di causalità potrebbe apparire semplice, invece la giurisprudenza è variegata e non pacifica su casi fra loro assimilabili.

La verificazione del nesso di causalità potrebbe apparire semplice. Ma, allora, come è possibile che esista una giurisprudenza variegata e non pacifica su casi fra loro assimilabili?

Il fulcro di ogni giudizio risiede nell’accertamento del nesso di causalità

Chi si occupa, da qualunque “lato della barricata”, di responsabilità medica, sa bene che il fulcro di ogni giudizio risiede nell’accertamento del c.d. nesso di causalità fra le condotte che si presumono errate, e le conseguenze negative che dalle stesse si fanno discendere.

Con questa definizione, si descrive il legame diretto che deve intercorre fra un evento azione e un evento risultato, tal per il quale quest’ultimo non si sarebbe avuto in mancanza del primo.

Il legame fra azione del medico e conseguenza negativa per il paziente è labile

La semplicità con la quale può essere espresso il concetto non deve, tuttavia, trarre in inganno coloro che si confrontano con lo stesso. Infatti, per quanto vario può essere l’umano agire in riferimento ad una medesima situazione, tanto diverso sarà il percorso di ricostruzione del nesso. Se a quanto detto si aggiunge il numero di soluzioni tecnico-scientifiche adottabili rispetto ad una medesima patologia, le diverse ed imprevedibili reazioni che un organismo può avere in riferimento ad una cura, l’evoluzione quasi mai uguale (da persona a persona) dei processi morbosi, si riuscirà a comprendere che l’esistenza del legame diretto fra la azione di un medico e la conseguenza negativa per il paziente, è più labile di quanto ci si riesca ad immaginare.

I principi interpretativi ed esplicativi elaborati dalla Suprema Corte

Negli anni, la giurisprudenza della Suprema Corte, ha elaborato dei principi interpretativi ed esplicativi utili al fine di indagare l’esistenza o meno del nesso di causalità che si configurano, non in base alla conseguenza, ma all’atto compiuto dall’agente convenuto in giudizio o, meglio, in base al tipo di accusa formulata dalla parte presuntamente danneggiata.

Si avrà, quindi, una causalità commissiva, ovvero, una causalità omissiva…

Continua a leggere l’approfondimento su tale argomento dell’Avv. Gianluca Mari

 

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OBBLIGO INFORMATIVO E DANNO, LA QUESTIONE DEL NESSO CAUSALE

NESSO CAUSALE IN AMBITO DI MALASANITA’, LA CASSAZIONE FA IL PUNTO

 

cambiare serratura

Cambiare serratura di casa provoca l’addebito della separazione? Ecco cosa stabilisce l’ordinanza n. 30746/2017 della Corte di Cassazione.

L’atto di cambiare serratura alla porta di casa è considerato un comportamento aggressivo, tale da comportare l’addebito della separazione ad entrambi i coniugi.

Infatti, la separazione va addebitata a entrambi i coniugi se sono stati i comportamenti reciproci a determinare una definitiva e insanabile frattura nel loro rapporto. Così, se la moglie decide di cambiare serratura di casa anche lei è responsabile.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 30746/2017 che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla moglie separata.

La vicenda

Il Tribunale, nel dichiarare la separazione tra i coniugi, l’aveva addebitata a entrambi e aveva rigettato la domanda della donna volta a ottenere un assegno di mantenimento.

Decisione confermata anche in Corte d’Appello.

La sentenza della Corte di Cassazione

In Cassazione la moglie deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360, n. 3, c.p.c., in relazione all’art. 151, comma 2, c.c.) quanto alla dichiarazione di addebito della separazione anche a suo carico.

Tuttavia, mancano specifiche e puntuali contestazioni nei confronti della sentenza impugnata e la deduzione di errori di diritto, individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesemente violate, non basta a criticare adeguatamente le soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste alla base della controversia.

È necessario, chiarisce la Cassazione, una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettare nel motivo, non bastando la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibile dalla sentenza impugnata.

Nel caso di specie, la Corte di merito, con conclusione corretta e non frustrata dalle doglianze della ricorrente, ha evidenziato che la definitiva e insanabile rottura del rapporto coniugale, tale da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, è stata determinata dai comportamenti reciproci dei coniugi.

La moglie, in particolare, lungi dall’essere animata da spirito di collaborazione, ha manifestato il proprio distacco e la propria disaffezione “con sterili atteggiamenti aggressivi e trancianti come il cambio della serratura della porta di casa”. Il suo ricorso va dunque respinto.

 

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casa coniugale

Se la casa coniugale è della ex suocera, a seguito di separazione tra i coniugi può richiederla indietro? L’ordinanza della Cassazione.

Con l’ordinanza n. 25835/2017 la Corte di Cassazione si è espressa su un caso di assegnazione della casa familiare e trascrizioni confliggenti.

La vicenda

Una donna aveva acquistato un appartamento dal figlio e glielo aveva poi concesso in comodato d’uso gratuito. A seguito della separazione del figlio dalla moglie, l’appartamento era stato assegnato come casa coniugale alla ormai ex nuora, per abitarci con la figlia minore.

L’ex suocera aveva agito in giudizio dell’ex nuora, per ottenere il rilascio dell’immobile.

Giudizio di primo e secondo grado

L’ex moglie, costituitasi in giudizio, eccepiva che la casa coniugale le era stata assegnata dal Tribunale già nel 2006 e dunque, antecedentemente al contratto di compravendita con cui l’ex suocera l’aveva comprata dal figlio.

In primo grado, il Tribunale dava ragione alla ex nuora. Questo perché, negli anni successivi alla compravendita, la stessa non aveva mai manifestando l’intenzione di riavere l’immobile e dunque, c’era stato un implicito consenso a che l’ex nuora potesse continuare a utilizzare il bene, per i bisogni abitativi suoi e della figlia minore.

La stessa linea interpretativa seguiva anche la Corte d’appello successivamente adita, la quale rigettava l’istanza di rilascio ad nutum. Inoltre, precisava come non avesse alcun rilievo l’eccezione sollevata dall’appellante relativa alla trascrizione del provvedimento di assegnazione. Questa era infatti avvenuta a distanza di sei anni dalla sua emanazione.

La sentenza della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, investita della vicenda, con ordinanza n. 25835/2017, ha innanzitutto chiarito che: “l’eccezione di assegnazione giudiziale della casa familiare in sede di separazione coniugale non rientra tra i casi per i quali la legge prevede espressamente l’onere di eccezione in capo alla parte. L’efficacia impeditiva del diritto al rilascio deriva direttamente dal provvedimento giudiziale di assegnazione dell’abitazione coniugale e non dalla manifestazione di volontà dell’assegnatario dell’immobile di volersi avvalere degli effetti di tale provvedimento giudiziale“.

La Corte ha poi precisato che nei casi in cui sorga un conflitto con l’acquirente del bene, il quale abbia provveduto a trascrivere il suo titolo di acquisto, anteriormente alla trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione, esso deve essere risolto in favore dell’acquirente, solo nei limiti del novennio trascorso dalla data di trascrizione del titolo stesso, secondo il disposto dell’art. 1599, comma 3, c.c. .

Il succitato articolo, infatti, sancisce che la locazione dell’immobile è opponibile al terzo acquirente solo se superiore ai nove anni e se, nel caso, sia stata trascritta.

Alla luce di tali considerazioni, la Corte accoglieva il ricorso e cassava la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello.

 

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errore giudiziario

Errore giudiziario, vanno risarciti tutti i danni non patrimoniali in caso di riparazione per ingiusta detenzione. La sentenza n. 7787/2016.

L’art. 643, comma 1, c.p.p., nella parte in cui fa espresso riferimento all’errore giudiziario (che si concretizza nell’ingiusta condanna) e alle conseguenze (personali e familiari) della condanna, impone al giudice di tenere conto, oltre che dei pregiudizi derivanti dalla custodia cautelare sofferta, anche dei pregiudizi riconducibili al processo penale promosso nei confronti dell’istante e non soltanto di quelli riferibili alla ingiusta condanna.

Con sentenza del 25 febbraio 2016, n. 7787 la Corte di Cassazione si è espressa nuovamente sull’annosa questione della qualificazione della riparazione per ingiusta detenzione e per errore giudiziario, nonché sui criteri per la sua corretta determinazione.

Ingiusta detenzione e errore giudiziario

Anzitutto, riteniamo sia opportuno distinguere le due ipotesi (ingiusta detenzione ed errore giudiziario), che sono diverse per presupposti e per disciplina applicabile, sebbene nel nostro caso, la Cassazione si sia espressa più incisivamente sul secondo istituto.

La riparazione per ingiusta detenzione trova disciplina in fonti internazionali e nazionali. Tra le fonti internazionali, si vedano l’art. 9.5 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e l’art. 5.5. della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Nell’ordinamento italiano trova invece applicazione l’art. 314 c.p.p., disposizione la quale prevede che “chi è prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto ad un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave…”

Fonti normative della riparazione per errore giudiziario

Anche la riparazione per errore giudiziario è riconosciuta da diverse fonti normative; a livello sovranazionale, si applica l’art. 3 del Protocollo della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo e l’art. 14.6 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e l’art. 85.2 dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Limitandoci al nostro ordinamento, rilevano senz’altro l’art. 24, comma 4 della Costituzione (nel quale si prevede che “la legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari”) e l’art. 643 c.p.p., (ove si prevede che colui che sia stato prosciolto in sede di revisione in sede di giudizio di revisione, qualora non abbia dato causa, con dolo o colpa grave, all’errore giudiziario ha diritto ad una “riparazione commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna”).

Ciò premesso, vediamo le principali argomentazioni affrontate in sentenza…

Continua a leggere l’approfondimento su tale argomento dell’Avv. Marco De Nadai

 

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RIPARAZIONE PER INGIUSTA DETENZIONE E RIPARAZIONE DELL’ERR0RE GIUDIZIARIO

 

soccorsi in ritardo a lavoro

Se si ricevono soccorsi in ritardo a lavoro, il dipendente può ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale? La sentenza della Corte di Cassazione.

Se ci si sente male e si ricevono soccorsi in ritardo a lavoro, si può ottenere anche il risarcimento del danno non patrimoniale? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26751/2017, ha stabilito di sì.

La vicenda

Un lavoratore, dopo un diverbio col datore di lavoro, è stato colto da infarto. Il datore di lavoro si è opposto alla chiamata dell’ambulanza, così sono arrivati i soccorsi in ritardo a lavoro.

Il lavoratore si è quindi rivolto al tribunale chiedendo il risarcimento del danno biologico derivato dalle conseguenze dell’infarto dovute al ritardo nei soccorsi. Inoltre, il dipendente richiedeva anche il risarcimento del danno alla dignità personale, perché il datore di lavoro, con il rifiuto di chiamare i soccorsi, lo aveva trattato come un bugiardo di fronte ai colleghi.

In primo grado, al lavoratore veniva riconosciuto il danno da lesione della dignità personale, e rifiutato il risarcimento del danno biologico. Questo perché le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio non avevano evidenziato un nesso causalità, nemmeno concorrente, tra il ritardo nei soccorsi e le conseguenze del malore da cui il lavoratore era stato colto.

In secondo grado, la Corte d’appello riformava parzialmente la sentenza, riconoscendo e liquidando anche il danno biologico. Secondo la Corte Territoriale, infatti, era provato il nesso di causalità tra il danno subito e il ritardo nei soccorsi, causato dalla condotta ostruzionistica del datore in concorso con quella di un altro dipendente.

Il datore di lavoro si è quindi rivolto alla Corte di Cassazione.

La sentenza della Corte di Cassazione

La suprema Corte ha quindi dato ragione alla Corte d’appello.

Secondo la Suprema Corte, il ritardo nel soccorso era ascrivibile non solo al datore di lavoro ma anche ad un altro dipendente della società, che ritardava la chiamata dell’ambulanza. Pertanto, il datore doveva ritenersi responsabile ai sensi dell’art. 2049 c.c. per il fatto colposo commesso dal lavoratore che aveva agito in concorso.

Per questo, La Cassazione confermava la condanna del datore di lavoro al pagamento del danno biologico e non patrimoniale.

 

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TABELLA UNICA PER IL DANNO NON PATRIMONIALE, IN ARRIVO ENTRO NATALE

 

dipendente in carcere

Dipendente in carcere, può essere licenziato per assenza ingiustificata? La sentenza della Corte di Cassazione n. 25150/2017.

In caso di dipendente in carcere che non comunica la propria assenza al datore di lavoro, il licenziamento disciplinare per assenza ingiustificata è valido? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25159 del 24 ottobre 2017, ha stabilito che il licenziamento disciplinare è valido.

La vicenda

Un lavoratore era stato arrestato e, a causa della carcerazione preventiva, si è assentato da lavoro senza dare comunicazione. Soltanto un mese dopo ha dato comunicazione all’azienda riguardo alla propria assenza. L’azienda aveva così comminato al dipendente un licenziamento disciplinare.

Il licenziamento era stato motivato dall’azienda sulla base della “mancata tempestiva comunicazione ed ingiustificatezza dell’assenza a far data dal 2 giugno 2010 (conseguente lo stato di carcerazione preventiva del lavoratore)”.

Il Tribunale di Padova aveva respinto la richiesta di reintegro del lavoratore, e la Corte d’Appello di Venezia aveva confermato la sentenza. Così il lavoratore si era rivolto in Cassazione.

La sentenza della Corte di Cassazione

Secondo il ricorrente, in particolare, la Corte d’appello non avrebbe adeguatamente tenuto in considerazione il fatto che se il lavoratore si trova in regime di carcerazione preventiva non ha la possibilità di “chiarire con la direzione aziendale la sua posizione”, in quanto tale provvedimento restrittivo della libertà personale “impedisce contatti personali con l’esterno”.

Di conseguenza, secondo il lavoratore, la carcerazione preventiva configura una “causa di impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione lavorativa”, che determina la “sospensione del rapporto di lavoro”, fino a quando “non cessi l’impedimento o l’azienda non dimostri che sia venuto meno il suo interesse alla prosecuzione del vincolo contrattuale”.

Ma la Corte di Cassazione non ha accolto il ricorso del ricorrente, ritenendolo infondato.

Dipendente in carcere che non comunica assenza è licenziabile

Secondo la Cassazione,  infatti, l’art. 45 del R.D. n. 148 del 1931 sanziona con il licenziamento il lavoratore “arbitrariamente assente per oltre cinque giorni” e che, ai sensi dell’art. 21 del medesimo R.D., il lavoratore che si trovi nell’impossibilità di recarsi al lavoro ha l’obbligo “di avvisare senza indugio l’azienda”.

“La carcerazione preventiva del lavoratore non può definirsi assenza arbitraria” e non consente “in linea di massima, all’imputato di avvisare ‘senza indugio’ l’azienda della sua assenza”.

Ma nel caso di specie era emerso che il lavoratore aveva reso noto all’azienda la sua assenza tramite il suo avvocato soltanto un mese dopo l’inizio della detenzione, “e dunque non tempestivamente”.

Secondo la Cassazione, quindi, la non tempestività è in contrasto con l’art. 45 del R.D. n. 148 del 1931. Anche perché non era stata dimostrata l’impossibilità di avvisare prima.

 

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