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corte di cassazione

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marciapiede rotto

Confermata in Cassazione la decisione di negare a una donna il risarcimento dei danni derivanti da una caduta su un marciapiede di Piazza Venezia a Roma

Nessun risarcimento per una signora che nel 2002 si fece male cadendo mentre percorreva a piedi la centralissima Piazza Venezia a Roma. Ciò nonostante il marciapiede fosse pavimentato con lastre in pietra che risultarono essere rotte. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ponendo fine al contenzioso tra la donna e il Comune capitolino.

La vicenda processuale aveva visto riconoscere alla vittima, in primo grado, il risarcimento del danno subito, ma la sentenza era stata ribaltata in appello. La Corte territoriale aveva infatti stabilito che l’erosione del manto stradale, nel punto in cui la signora affermava di essere caduta, non consisteva in una buca. Si trattava, invece, di un “dislivello creatosi tra due lastre della pavimentazione del marciapiede adiacenti tra loro”.

Il Giudice di secondo grado non ha ravvisato “quelle caratteristiche di invisibilità, o non prevedibilità ed evitabilità, necessarie a far ritenere sussistente il nesso causale”.

A suo giudizio, se la signora “avesse prestato sufficiente attenzione alle condizioni del manufatto, avrebbe potuto facilmente evitare la caduta con le negative conseguenze sulla sua salute”. Ciò anche tenuto conto che l’illuminazione della piazza era ampiamente sufficiente, con fonti aggiuntive per illuminare l’antico Palazzo Venezia.

La donna si era quindi rivolta ai Giudici del Palazzaccio, evidenziando come spetti per legge al Comune provvedere alla manutenzione di strade e marciapiedi. Ma la Corte di Piazza Cavour, con l’ordinanza n. 4542/2019 ha dichiarato inammissibile il ricorso. Gli Ermellini, in particolare, hanno evidenziato come le argomentazioni della ricorrente prospettassero una diversa valutazione delle risultanze probatorie. La Corte di appello, invece, aveva già ampiamente motivato la decisione.

 

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CADUTA CAUSATA DA UNA BUCA, CASSAZIONE: ERA VISIBILE, NO AL RISARCIMENTO

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caduta causata da una buca

Respinto il ricorso di una donna che aveva intrapreso un’azione legale per essere risarcita dal Comune dei danni riportati in seguito a una caduta causata da una buca

“La presenza su strade pubbliche di sconnessioni, avvallamenti e altre irregolarità non costituisce un evento straordinario ed eccezionale”. Al contrario, “rappresenta una comune esperienza rientrante nell’id quod plerumque accidit “. Pertanto, “deve essere tenuta ben presente dagli utenti della strada che, quindi, hanno l’obbligo di comportarsi diligentemente per sé e per gli altri”. Questa la tesi difensiva dei legali del Comune di Roma, nell’ambito di un contenzioso relativo alla caduta causata da una buca di una donna di origini siciliane.

Il fatto risale a 2006. La signora, una professoressa universitaria di 76 anni, era inciampata in una via del quartiere Salario – Trieste, fratturandosi un braccio. Come riporta Repubblica, aveva quindi avviato una battaglia legale con l’Amministrazione capitolina per ottenere il risarcimento del danno riportato a seguito dell’incidente. Nello specifico, la richiesta ammontava a 100mila euro.

La Corte di Cassazione, tuttavia, con una sentenza dello scorso 21 dicembre, ha stabilito che la pretesa dell’attrice va rigettata.

In tal senso, i Giudici Ermellini hanno infatti confermato la pronuncia del giudizio di appello in base al quale la buca “non era occultata da foglie o cartacce”. Era invece “perfettamente visibile” e “avvistabile da qualunque pedone che avesse attraversato la strada con un minimo di diligenza”.

L’accaduto sarebbe quindi da attribuire al “comportamento incauto della danneggiata”. L’utenza, infatti, ” ha l’obbligo di prudenza e diligenza in una strada pubblica”. Da qui la decisione della Cassazione di respingere il ricorso della donna, che oltretutto ora dovrà risarcire il Comune e la ditta che avrebbe dovuto occuparsi della manutenzione di quella strada. L’importo dovuto è pari a circa 30 mila euro.

 

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CADUTA SU UNA BUCA: COMUNE CONDANNATO A RISARCIRE I DANNI ALLA VITTIMA

primo presidente

Il 25 gennaio 2019 è stata pubblicata la sintesi della Relazione sull’amministrazione della Giustizia per l’anno 2018, a firma del Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, Giovanni Mammone

Interessante è l’analisi delle attività degli uffici giudiziari eseguita a livello nazionale con riferimento all’anno precedente, da cui sono emersi – come chiarisce il Primo Presidente Mammone – positivi progressi nel funzionamento del sistema Giustizia.

Il contenzioso civile

In particolare, in ambito civile si è registrata la riduzione dei processi secondo un trend che negli ultimi anni è sempre stato costante; passando dai circa sei milioni del 2009, ai poco più di tre milioni e seicentomila al 30 giugno 2018, con una percentuale di riduzione del 4,85 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel periodo luglio 2017 – giugno 2018 le nuove iscrizioni si sono ridotte dinanzi ai tribunali, mentre dinanzi ai giudici di pace e alle corti di appello sono rimaste sostanzialmente stabili.

Il discorso cambia se si guarda al contenzioso a livello locale. Dalle indicazioni provenienti da alcune corti d’appello, risulta aumentato il numero dei processi in materia di lavoro, in particolare con riferimento alle controversie di pubblico impiego nel settore della Scuola.

Di contro, si è registrato un calo, seppure lieve, del contenzioso in materia di separazione consensuale, divorzio e modifica delle condizioni della separazione o del divorzio; complice l’estensione della negoziazione assistita anche a tali ipotesi.

Procedure fallimentari

Non si hanno gli stessi “rassicuranti” risultati in materia di fallimento. Valutazioni differenti sono, infatti, pervenute in ordine ai riflessi prodotti sulle procedure di fallimento dalle riforme in tema di presupposti di accesso alle procedure di concordato preventivo.

Aumenti del numero delle controversie provengono anche dal settore delle procedure di liquidazione coatta amministrativa e di sovraindebitamento.

Ma il Primo Presidente ricorda che a tal proposito è in fase di promulgazione il nuovo codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, contenuto in un decreto legislativo recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri in attuazione della delega conferita dalla legge 19 ottobre 2017 n. 155. Si tratta – chiarisce – di un provvedimento molto atteso che comporta una profonda revisione della regolazione legislativa della crisi dell’impresa, con innovazioni della legge fallimentare e dei rimedi concorsuali dettate non solo da una visione più moderna del mondo dell’economia, ma anche dall’esigenza di assegnare una funzione meglio definita all’intervento del giudice.

Processi per colpa medica

Cosa dire dei processi concernenti la colpa medica? Lo stato attuale è preoccupante. Si teme un appesantimento delle procedure per la necessità di espletare gli accertamenti tecnici preventivi richiesti dalla legge 8 marzo 2017 n. 24 e per l’esigenza di revisione degli albi dei consulenti tecnici.

Processi penali

Si giunge così al resoconto, sempre condotto a livello nazionale, del numero dei processi penali pendenti (al 30 giugno 2018) nei confronti di autori noti che secondo le stime, pare sia diminuito del 4,1 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Del pari, si sono ridotti anche i nuovi procedimenti iscritti (-2,6%) e quelli definiti (-4,7%).

Infine si dà conto che la durata media dei procedimenti nell’anno giudiziario 2017- 2018 è cresciuta in primo grado del 17,5% (da 369 a 396 giorni), mentre l’appello ha registrato una riduzione del 3,4% dei tempi di definizione (da 906 a 861 giorni).

Quanto ai riti alternativi, si fa sapere nella Relazione, che gli uffici GIP/GUP definiscono con riti alternativi soltanto il 9% del contenzioso (6% per patteggiamenti e giudizi abbreviati, 3% per decreti penali irrevocabili) e circa l’11 % con rinvio a giudizio, a conferma della efficace funzione di filtro svolta.

Con riguardo al giudizio di appello – aggiunge il Presidente Mammone – parte dei quasi due anni e mezzo che esso attualmente richiede sono imputabili a “tempi di attraversamento” che nulla hanno a che vedere con la celebrazione del giudizio. Mi riferisco all’attesa degli atti di impugnazione; alla collazione degli stessi; alla predisposizione dei fascicoli da trasmettere alla Corte d’appello; alla trasmissione degli stessi e ad altre incombenze di carattere procedurale che consumano in buona parte il “tempo” processuale. Lo snellimento delle procedure, l’attribuzione di maggiori risorse umane e tecnologiche e un migliore utilizzo di esse potrebbe ridurre drasticamente la durata media del secondo grado.

La prescrizione

Quanto alla prescrizione, i dati riportano una diminuzione.

Sul punto, ricorda Mammone –  è recentemente intervenuta la legge n. 3 del 2019 che introduce l’ulteriore e radicale modifica del sistema, con particolare riguardo alla sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, la cui concreta operatività è tuttavia rinviata al 1° gennaio 2020, sicché è impossibile fornire valutazioni in merito. Occorre – tuttavia – che il legislatore in tale spazio temporale proceda ad interventi di adeguamento del sistema processuale penale per accelerare il corso dei processi.

La redazione giuridica

 

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VALUTAZIONE EQUITATIVA DEL DANNO: LA CASSAZIONE FA IL PUNTO

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autismo infantile

Archiviazione definitiva delle denunce per lesioni e abuso di ufficio presentate dai genitori di una bambina con autismo infantile

Non sono “sindacabili in sede penale” le “direttive ministeriali fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici” che hanno escluso il nesso vaccino-autismo. Così la Corte di Cassazione in una recente sentenza con la quale è stata confermata l’archiviazione, pronunciata dal Gip di Milano lo scorso settembre, delle denunce per lesioni e abuso d’ufficio presentate dai genitori di una bimba con autismo infantile. Una condizione che, secondo il padre e la madre, si sarebbe sviluppata a causa delle vaccinazioni obbligatorie.

La Commissione medico ospedaliera di Milano, come riporta l’Ansa, aveva inizialmente accolto la richiesta di indennizzo per danni alla salute avanzata dalla famiglia. Era il febbraio del 2016. Nell’ottobre dello stesso anno, però, il provvedimento era stato revocato, dopo che l’organo si era adeguato “alle indicazioni provenienti dal Ministero della Salute”. Queste, sulla base dei più recenti studi escludevano il nesso tra vaccini e autismo. Da qui il ricorso dei genitori al Tribunale di Milano.

Secondo i Giudici Ermellini, tuttavia, il Giudice per le indagini preliminari ha correttamente archiviato le denunce.

Peraltro, quella per lesioni era anche tardiva “in quanto l’annullamento in autotutela del primo provvedimento era stato adottato in conformità alle direttive ministeriali, fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici, quindi, nell’ambito di una valutazione discrezionale, di natura tecnica, non sindacabile in sede penale”.

Per la Cassazione altrettanto “correttamente” il magistrato “ha ritenuto che la base valutativa, costituita da dati scientifici, e l’allineamento agli stessi in sede di revisione del precedente giudizio espresso escludevano l’ingiustizia del danno”. Inoltre, “anche a voler ritenere sussistente una violazione di legge, mancava un qualsiasi indizio che potesse far prospettare che la pretesa condotta irregolare si inserisse in un contesto di obiettiva volontà di ‘abuso’, consistente nel voler intenzionalmente provocare un danno ingiusto”.

La Suprema Corte, con il verdetto n. 2983/2018, ha quindi dichiarato “inammissibili per manifesta infondatezza” i ricorsi presentati dai genitori. I Giudici del Palazzaccio, hanno inoltre ricordato che “in assenza di un reato è inutile parlare di pertinenza e rilevanza delle prove integrative a fronte di un decreto di archiviazione emesso ‘de plano’ dopo la presentazione di un’opposizione”.

 

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DANNI CAGIONATI DAI VACCINI? NON C’È ALCUNA RESPONSABILITÀ MEDICA

 

 

 

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intervento ai denti

Annullate dalla Cassazione le condanne per omicidio colposo nei confronti di tre medici finiti a giudizio dopo la morte di un uomo deceduto per le complicanze insorte durante un intervento ai denti

Morì per le complicanze insorte durante un intervento ai denti, effettuato nel giugno del 2008 presso una clinica del salernitano. Un’operazione di impiantologia ossea svoltain anestesia totale, da cui l’uomo, un imprenditore conciario irpino di 52 anni, non si svegliò più. Vano, infatti, fu il trasporto all’ospedale Santa Maria Incoronata dell’Olmo di Cava de’ Tirreni.

La tragedia portò all’apertura di una vicenda processuale che si è protratta per anni. Tanto che nei giorni scorsi, la Suprema Corte di Cassazione ne ha sancito la fine con una sentenza che annulla senza rinvio, per intervenuta prescrizione dei termini, le condanne emesse nei primi due gradi di giudizio.

A processo erano finiti i 3 medici che svolsero l’intervento: un anestesista di Sarno, un medico di Nocera Inferiore e un chirurgo di Napoli. Sia il Tribunale che la Corte di appello ne avevano riconosciuto le responsabilità.

I professionisti erano stati condannati per omicidio colposo a un anno di reclusione, nonché al risarcimento nei confronti dei familiari della vittima.

L’intervento chirurgico, come ricostruisce il Mattino, consisteva nell’innesto osseo di impianti in titanio. Secondo i Giudici del merito, i camici bianchi avrebbero omesso di eseguire l’estubazione protetta del paziente, per ridurre il rischio di spasmi glottidei da risveglio. Nel corso dell’operazione, infatti, la bocca del paziente era stata tenuta aperta in maniera prolungata. Inoltre – riporta il quotidiano campano – una volta sorto lo spasmo, gli imputati avrebbero omesso di eseguire una “corretta” tracheotomia chirurgica. Avrebbero invece eseguito un’incisione “non ritenuta idonea” alla base dell’epiglottide, a monte della sede del fenomeno ostruttivo. Con il ricorso per cassazione, tuttavia, il reato è caduto in prescrizione.

 

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MORTA PER UNA POLMONITE, FAMIGLIA CHIEDE RISARCIMENTO ALLA ASL

 

Perseguitato dai compagni di classe: è stalking scolastico

La Cassazione si è pronunciata su un caso di stalking scolastico analizzando il caso di un ragazzino che non voleva andare a scuola perché vessato dai compagni

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26595/2018, si è occupata di un caso di stalking scolastico, affrontando il caso di un ragazzino vessato a scuola dai compagni che, per questo, viveva una situazione di forte stress. .

Per i giudici, i comportamenti dei minori che, per un certo periodo sono tesi a far nascere nel proprio compagno di scuola una condizione di disagio tale da indurlo a lasciarla o, quantomeno a cambiare classe, integrano il reato di stalking, qui nella sua variante di stalking scolastico.

D’altronde, negli ultimi anni il tema del bullismo è tornato alla ribalta della cronaca in quanto sempre più diffuso come fenomeno.

La vicenda

Nel caso di specie, dei minori avevano più volte sottoposto un compagno di classe a una serie di condotte vessatorie che avevano prodotto in primis la mancata frequenza scolastica da parte della vittima. E, in seguito, l’abbandono dell’istituto.

Una situazione che aveva fatto emergere stati di stress, ansia e paura per la propria incolumità in capo al minore.

Per il giudice, tali episodi, non occasionali o isolati, ma ripetuti nel tempo, posti in essere nel corso dell’intero anno scolastico, integravano la fattispecie di “atti persecutori”, comunemente detti “stalking” di cui all’art. 612 bis c.p.

I minori si sono difesi parlando di banali scherzi, ma la Corte ha sottolineato come proprio questa valutazione superficiale mostrasse la mancata comprensione della gravità dei propri comportamenti.

La Corte d’Appello, peraltro, ha rilevato che, in considerazione delle dichiarazioni della vittima, sottoposte ad attenta verifica, e in virtù di tutte le condotte vessatorie subite, fossero stati posti in essere veri e propri atti persecutori.

Come noto, affinché lo stalking sia configurato, è sufficiente che si verifichi uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma in esame. Vale a dire: il perdurante e grave stato d’ansia, il timore per la propria incolumità o il cambiamento delle abitudini di vita.

Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva constatato come tali eventi si fossero tutti verificati, oltre ad aver costretto la vittima ad abbandonare la scuola.

Infatti, lo stato di soggezione psicologica che si crea nella vittima, il timore di aggressioni verbali e non, rientra appieno nell’alveo degli atti persecutori.

Infine, cl’accusa per il reato di atti persecutori non esclude che siano poste in essere, da parte dei minori, altre fattispecie delittuose, come le percosse, o le lesioni personali di cui all’art. 582 c.p.

Per provarle, occorrono però foto che mostrino lividi visibili e certificazioni del pronto soccorso.

In tutti i casi sopraccitati, potrà essere chiesto il risarcimento dei danni, cui saranno tenuti i genitori del figlio minore, a favore della famiglia della vittima.

 

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IL CYBERBULLISMO: LA RESPONSABILITÀ EDUCATIVA DEI GENITORI

Condanna della sola ASL per responsabilità medica: è possibile?

La Corte di Cassazione fa chiarezza in merito alla condanna della sola ASL in una causa per responsabilità medica, chiarendone l’eventuale legittimità

La Corte di cassazione nella sentenza numero 30601/2018 ha fatto il punto in merito all’eventuale condanna della sola ASL in un caso di responsabilità medica.

Secondo gli Ermellini, infatti, la chiamata in garanzia del medico da parte della ASL non fa scattare automaticamente l’estensione dell’azione giudiziale.

La Cassazione, infatti, ricorda che se il paziente chiama in giudizio l’azienda sanitaria per far valere un’ipotesi di responsabilità medica, la circostanza che questa abbia poi chiamato in garanzia il medico cui è ascrivibile la condotta contestata non è idonea a far scattare automaticamente l’estensione al terzo dell’azione giudiziale.

Rammentano gli Ermellini che la circostanza per cui il litisconsorzio sia solo facoltativo fa sì che non possa ritenersi invalida la sentenza che ha deciso sulla domanda originaria proposta dal paziente nei confronti della struttura sanitaria, senza ampliare il giudizio al medico.

Del resto, se il fatto che determina la responsabilità dell’amministrazione è solo quello posto in essere dal funzionario, il titolo di responsabilità permane comunque distinto.

Ciò in quanto viene “in questione rapporti giuridici autonomi che danno luogo a cause distinte, se pure poste in rapporto di dipendenza, tale per cui la responsabilità della PA presuppone l’accertamento del fatto del dipendente”.

In sostanza, la domanda risarcitoria proposta dal paziente può pertanto rivolgersi direttamente nei confronti della ASL e/o del sanitario “le cui responsabilità appaiono compatibili e possono quindi cumularsi”.

Quanto poi alla estensione della domanda dell’attore nei riguardi del medico, scatta se la Asl lo indica come unico responsabile del danno.

E non, pertanto, quando si “limita” a chiamarlo in garanzia come nel caso di specie.

Pertanto, il paziente che visto il litisconsorzio facoltativo decide di agire contro la struttura sanitaria e non contro il medico non può poi lamentarsi della mancata partecipazione del sanitario al processo.

Infatti, se egli avesse inteso estendere la propria azione risarcitoria anche nei suoi confronti avrebbe dovuto promuovere una rituale iniziativa processuale e formulare una specifica domanda di condanna.

In queste circostanze, per la Corte, non opera il principio di automatica estensione della domanda originaria.

 

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NESSO CAUSALE IN AMBITO DI MALASANITÀ, LA CASSAZIONE FA IL PUNTO

mancato mantenimento

La Corte di Cassazione fornisce chiarimenti in merito al mancato mantenimento dei figli minori in una recente sentenza

Con la sentenza numero 52663/2018 della Corte di Cassazione, gli Ermellini si sono espressi in merito al mancato mantenimento dei figli minori.

Per la Suprema Corte, infatti, lo stato di bisogno riguarda di diritto la condizione di minore età dei figli e, quindi, l’obbligo di mantenimento non viene mai meno.

In sostanza, ricorda la Cassazione, nel momento in cui i figlia siano minorenni, va ritenuto in via presuntiva, che gli stessi si trovino in una condizione di bisogno.

Di conseguenza, i genitori sono tenuti ex lege ad assicurare loro i mezzi di sussistenza e il mancato mantenimento diventa reato.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte ha confermato la scelta del giudice dell’appello di adeguarsi al consolidato orientamento giurisprudenziale.

Un orientamento in base al quale il predetto obbligo non viene meno neanche se al sostentamento del minore provvede l’altro genitore o un terzo.

Secondo la Corte, infatti, chi si rende inadempiente all’obbligo di mantenere i figli minori, pone in essere una condotta idonea a integrare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Ricordano gli Ermellini che deve ritenersi “asserzione palesemente destituita di fondamento … quella secondo cui lo stato di bisogno non inerisca de iure alla condizione di minore età dei soggetti beneficiari degli obblighi di assistenza di cui all’art. 570 cod. pen.”.

Nel caso di specie, l’imputato era stato condannato dalla Corte di appello di Palermo a due mesi di reclusione e 200 euro di multa (con il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale) per il reato di cui al secondo comma dell’articolo 570.

L’uomo, padre di famiglia, sosteneva che non vi fosse correlazione tra stato di bisogno e minore età dei figli.

Tuttavia, per i giudici, non è così. La condanna per il mancato mantenimento dei figli è stata dunque confermata.

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REDDITO DEL PADRE: BASTA PER GIUSTIFICARE AUMENTO DEL MANTENIMENTO?

mobbing in condominio

La Cassazione fornisce chiarimenti in merito ai casi di mobbing in condominio, precisando che su chi denuncia grava l’onere della prova

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25872/2018, ha fatto il punto in merito al mobbing in condominio.

Per gli Ermellini, chi subisce mobbing da un condominio, nella veste di datore di lavoro, ha l’onere di provarlo.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte si è pronunciata sul ricorso di un portiere a cui in primo grado e in appello è stato negato il ristoro richiesto per aver subito condotte mobbizzanti da parte dell’amministratore e dei vari condomini.

Gli Ermellini, però, non hanno giudicato l’operato del secondo giudice in particolare, superficiale. Il giudice d’appello infatti, secondo la Suprema Corte avrebbe vagliato attentamente tutto il materiale probatorio.

Tuttavia, non sarebbero emersi elementi tali da configurare una condotta mobbizzante tale da giustificare una richiesta risarcitoria per danno biologico, morale ed esistenziale.

Nel caso in esame, un soggetto conviene un condominio dinanzi al tribunale, esponendo aver lavorato presso di esso come portiere con alloggio, regolarmente inquadrato dal 1993 al 2008.

Ebbene, questi dichiara inoltre di aver subito mobbing in condominio e di non aver percepito una retribuzione adeguata alle mansioni. Infine, di aver subito un licenziamento illegittimo.

Pertanto, impugna il licenziamento e chiede la condanna del condominio datore di lavoro al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale.

Il Giudice accoglie in parte il ricorso e condanna il condominio al pagamento di più di 82.0000 euro, a titolo di differenze retributive e t.f.r..

Inoltre, rigetta le domande relative alla dichiarazione della illegittimità del licenziamento e risarcimento del danno da mobbing.

La Corte d’appello conferma la sentenza di primo grado per quel che concerne l’insussistenza di elementi in grado di configurare una condotta vessatoria del condominio datore di lavoro, per assenza della intenzionalità del comportamento mobbizzante e per l’ascrivibilità della stessa a più datori.

Tali considerazioni, fanno ritenere legittimo il licenziamento per inabilità al lavoro.

Il portiere però fa ricorso in Cassazione per mobbing in condominio. In particolare si duole che la Corte “abbia escluso che l’impossibilità sopravvenuta delle prestazioni per motivi di salute fosse riconducibile ad una condizione patologica imputabile al datore di lavoro, trascurando di considerare una serie di fatti riconducibili all’osservanza di orari di lavoro eccedenti i limiti della legge n.66/2003; alla mancata fruizione delle ferie nella misura spettante; al pagamento di spese ingiustificate; tutte oggetto di discussione fra le parti e decisive ai fini della valutazione della ricorrenza del mobbing”.

Inoltre, si duole che abbia sottovalutato le minacce e le violenze a lui rivolte dai condomini, così come emerse dalle testimonianze. Oltre a ciò egli lamenta l’omessa pronuncia da parte della Corte d’Appello sul punto in cui si metteva in risalto come “le condotte poste in essere dai condomini gravemente lesive dell’integrità psicofisica del soggetto, anche se atomisticamente considerate, implicavano il diritto del danneggiato al ristoro, sotto il profilo del danno biologico, morale, esistenziale.”

Ebbene, la Cassazione ha rigettato le doglianze del portiere, escludendo che potessero configurare un caso di mobbing in condominio, con conseguente condanna al risarcimento del danno.

Pertanto, gli Ermellini si rimettono alle conclusioni del giudice di secondo grado, poiché “L’espletato accertamento investe, infatti, pienamente, per quanto sinora detto, la quaestio facti, e rispetto ad esso il sindacato di legittimità si arresta entro il confine segnato dal novellato art.360, co. 1, n. 5, c.p.c., così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 7 a.

 

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PARCHEGGIO CONDOMINIALE, QUANDO ESSERE RISARCITI PER MANCANZA

licenziamento senza preavviso

La Corte di Cassazione fornisce chiarimenti in merito al licenziamento senza preavviso del dipendente che commette atti dolosi molto gravi

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1749 del 24 gennaio 2017, ha fornito alcune interessanti precisazioni in merito al licenziamento senza preavviso dei dipendenti pubblici.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado con cui era stata rigettata la domanda proposta da un dipendente del Ministero degli Esteri.

Tale domanda era finalizzata a ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento che gli era stato intimato senza preavviso.

Nello specifico, la Corte d’appello ha ritenuto provata la condotta addebitata al lavoratore.

A quest’ultimo era stato contestato di non aver svolto i propri compiti con l’adeguata diligenza.

Pertanto, doveva ritenersi sussistente la fattispecie della “ripetuta e grave negligenza di inosservanza dei doveri di ufficio”, di cui agli artt. 164 e 166 del D.P.R. n. 18 del 1967.

Secondo la Corte, tale condotta era “tale da legittimare il recesso, avuto riguardo alla delicatezza dei compiti affidati al lavoratore nella materia particolarmente “sensibile” dell’immigrazione dalla Tunisia all’Italia, compiti richiedenti massima attenzione per fronteggiare il notorio fenomeno dell’immigrazione clandestina”.

Il lavoratore ha quindi fatto ricorso in Cassazione per ottenere l’annullamento della sentenza sfavorevole.

Secondo il ricorrente, ai sensi degli artt. 164 e 166 del D.P.R. n. 18/1967 e degli artt. 1362 e 1365 c.c., il licenziamento senza preavviso poteva considerarsi legittimo. Ma “nelle sole ipotesi di condotte estremamente gravi connotate dall’elemento del dolo”.

Inoltre, per il lavoratore

Osservava il ricorrente che, nel caso di specie, la Corte d’appello aveva errato nel ricondurre il dolo del lavoratore nella “mera consapevolezza della condotta, prescindendo dall’elemento della intenzionalità e per avere trascurato la valutazione del suo curriculum professionale e delle note di encomio, l’assenza di provvedimento disciplinari, l’esame delle linee guida per il rilascio dei visti”.

La Cassazione ha rigettato il relativo ricorso, ritenendolo infondato.

Per gli Ermellini, “la valutazione della condotta del ricorrente formulata nella sentenza impugnata” era perfettamente conforme alla disposizione di cui all’art. 166 D.P.R. n. 18/1967, “che punisce con il licenziamento senza preavviso la ‘commissione in genere di atti o fatti dolosi di gravità tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro’”.

Scrivono i giudici che la Corte d’appello aveva “fondato il giudizio di gravità della condotta addebitata sulla circostanza che, con riferimento a cinque pratiche, l’odierno ricorrente: ne aveva consapevolmente (in tal senso doveva essere inteso il riferimento alla “dolosità degli atti contenuto nella contestazione disciplinare) consentito la loro ammissione, in violazione delle modalità prescritte dalla normativa interna; non aveva effettuato i controlli della documentazione, a fronte della presenza di dati anomali ed incongruenti evincibili dai documenti stessi; aveva dato seguito alle pratiche senza segnalare le anomalie al back-office; aveva garantito la personale conoscenza dei richiedenti il visto ed addirittura il rientro in patria”.

Non solo.

Ricordano gli Ermellini che la Corte d’appello aveva qualificato la condotta del lavoratore “come particolarmente grave, e tale da legittimare l’applicazione della sanzione risolutiva”.

Ciò dal momento che il lavoratopre aveva commesso gravi negligenze con consapevolezza e nonostante la delicatezza dei compiti affidatigli.

In conclusione, la Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dal ricorrente, confermando integralmente la sentenza.

 

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