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Bonafede: primo passo per rilanciare l’efficienza del servizio giustizia e permettere al sistema di recuperare credibilità

“Con orgoglio e soddisfazione oggi compiamo un primo significativo passo del progetto ancor più ambizioso per rilanciare l’efficienza del servizio giustizia e permettere al sistema di recuperare credibilità agli occhi dei cittadini. Diamo un’attenzione particolare alla Corte di Cassazione nella consapevolezza che si tratta di un investimento che contribuisce a dare una maggiore certezza del diritto su tutta la giurisdizione nazionale e a fronte di un carico di lavoro esorbitante”. Così il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, è intervenuto nel corso della seduta plenaria del Consiglio Superiore della Magistratura che ha approvato all’unanimità il piano messo a punto dal ministero della Giustizia, per la rideterminazione delle piante organiche della Cassazione e della procura generale.
L’intervento prevede l’aumento complessivo di 70 giudici: 52 (di cui 4 presidenti di sezione) andranno a potenziare le sezioni giudicanti, mentre 18 (tra loro un nuovo avvocato generale) unità aggiuntive rafforzeranno la Procura generale della Cassazione. L’iniezione di nuove risorse per la Suprema Corte si colloca nell’ambito di un incremento complessivo di 600 unità dell’organico della magistratura previsto dalla legge di stabilità.
Il Guardasigilli ha sottolineato come per troppo tempo “siano stati trascurati gli investimenti a favore delle risorse e delle strutture che permettono al sistema giustizia di funzionare quotidianamente. Le riforme hanno, infatti, una base imprescindibile costituita dagli investimenti strutturali e sul personale. Sarà fondamentale riuscire ad avere piante organiche che superino il mero dato quantitativo statico, avendo una parte flessibile per andare incontro alle diverse esigenze dei vari territori, partendo dall’assunto che quella italiana è una delle migliori magistrature al mondo”.

Bonafede ha, inoltre, aggiunto che il piano assunzionale straordinario prevede il “reclutamento di 4300 unità di personale amministrativo, ma l’obiettivo nel biennio è giungere all’assunzione di 8000 unità”.

Rispetto al tema dell’edilizia giudiziaria, Bonafede ha chiarito che “si tratta di un elemento fondamentale su cui investire per recuperare credibilità a beneficio dell’intero sistema. Per un cittadino è incomprensibile che un tribunale, luogo in cui si celebra la giustizia, abbia problemi legati alla messa in sicurezza. In via di urgenza, stiamo cercando di concretizzare un piano per inviare nelle corti d’appello squadre di tecnici che possano supportare i vertici degli uffici giudiziari”.
 
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mascolina

Fa discutere una sentenza della Corte d’appello di Ancona, annullata dalla Corte di Cassazione, che assolve due giovani accusati di stupro evidenziando come la presunta vittima sia ‘piuttosto mascolina’

Poco credibile che sia stata stuprata in quanto piuttosto mascolina. Più probabile che si sia inventata tutto. Questo, secondo quanto riporta Repubblica, il ragionamento di tre giudici, peraltro tutte donne, della Corte di appello di Ancona, nell’ambito di un procedimento per stupro.

La sentenza è stata annullata con rinvio dalla Suprema Corte di Cassazione, che ha ravvisato alcune congruenze e vizi di legittimità. Tuttavia, la decisione di secondo grado sta facendo discutere. Nello specifico la Corte territoriale aveva assolto due giovani che erano stati condannati in Tribunale rispettivamente a 5 e 3 anni per violenza sessuale.

Ad accusarli era stata una ragazza di origini peruviane di 22 anni. La donna, nel 2015, si era presentata in ospedale con la madre. Aveva riferito di aver subito una violenza sessuale alcuni giorni prima da parte di un coetaneo, mentre un amico di lui faceva da palo.

In base alla testimonianza della donna i tre frequentavano una scuola serale e il giorno del presunto stupro dopo le lezioni avevano deciso di bere una birra insieme.

Il tasso di alcol nel corso delle serata si era alzato e la ragazza aveva avuto rapporti sessuali con uno dei due giovani. Secondo i due uomini sarebbero stati consensuali, secondo la parte offesa, invece, a un certo punto vi sarebbe stata una esplicita manifestazione di dissenso.

I medici oltre ad aver verificato la presenza di lesioni compatibili con una violenza sessuale, hanno anche riscontrato un’elevata quantità di benzodiazepine nel sangue della presunta vittima. Sostanza che quest’ultima non ricorda di aver mai assunto.

In primo grado, gli imputati erano stati dunque condannati. Ma in appello la pronuncia era stata ribaltata. La ricostruzione della parte offesa non era stata infatti ritenuta credibile.  Nelle motivazioni, in particolare, i magistrati avevano scritto che all’imputato principale “la ragazza neppure piaceva”.  Ne aveva addirittura registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo “Vikingo” con allusione a una personalità piuttosto mascolina. Circostanza, affermano le tre togate, che “la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.

 

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INERZIA COLPEVOLE NEL REPERIRE UN’OCCUPAZIONE, NEGATO IL MANTENIMENTO

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infedeltà coniugale

Ai fini del danno, l’infedeltà coniugale deve essere plateale e configurarsi con modalità molto offensive per chi la subisce

Nessun risarcimento al partner tradito, se l’infedeltà coniugale è ‘discreta’.  Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione con una recente sentenza. I Giudici del Palazzaccio, in particolare, si sono pronunciati sul ricorso presentato da un avvocato romano. Il legale si era visto respingere in sede di merito la pretesa di essere risarcito da parte della moglie, dell’amante (un collega di lavoro) e addirittura dal datore di lavoro stesso. A suo giudizio, infatti, quest’ultimo era colpevole “di non aver evitato che tra i dipendenti si instaurassero relazioni lesive del diritto alla fedeltà coniugale”.

Secondo gli Ermellini, il tradimento dell’obbligo di fedeltà deve essere plateale e configurarsi con modalità molto offensive per chi lo subisce. Se invece la relazione extraconiugale è discreta, o addirittura “confessata” solo dopo la separazione, allora nessun risarcimento danni può essere chiesto al fedifrago.

In altri termini, se il coniuge è un’infedele ‘discreto’ o un reo confesso, sia pure tardivo, non è tenuto ad alcun pagamento.

L’infedeltà coniugale, in base alla giurisprudenza, può dar luogo a una richiesta di risarcimento solo quando da essa scaturisce la violazione di diritti protetti dalla Costituzione come la reputazione. Solo chi  ritiene che la sua dignità sia stata compromessa pubblicamente può chiedere il danno. Questo si verifica non quando la relazione adulterina viene scoperta nelle mura domestiche o addirittura quando rivelata dal coniuge, ma solo se il coniuge lo viene a scoprire da terzi.

I Giudici della Suprema Corte, inoltre, hanno escluso che il datore possa effettuare ingerenze nelle scelte di vita dei dipendenti perché violerebbe la loro privacy. L’amante, infine, chiarisce la Cassazione, non può mai essere chiamato in causa in quanto “non è soggetto all’obbligo di fedeltà”.

 

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TRADIMENTO, NESSUN ADDEBITO SE È SUCCESSIVO ALLA DOMANDA DI SEPARAZIONE

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caduta per una buca

La Cassazione ha respinto il ricorso di una signora, caduta per una buca a Roma mentre scendeva dall’automobile per attraversare la strada

L’amministrazione non è responsabile dei danni di una caduta per una buca laddove il danneggiato non abbia prestato attenzione all’asfalto su cui stava appoggiando i piedi. E’ il principio che emerge da una recente ordinanza della Corte di Cassazione ( n. 5725/2019).

I Giudici Ermellini, in particolare, si sono pronunciati  sul contenzioso tra il Comune di Roma e una cittadina. Quest’ultima, scendendo dalla macchina per attraversare la strada, era caduta per via di una buca procurandosi una ferita. Aveva quindi chiesto il risarcimento del danno subito.

Il Comune, nel corso del procedimento, si era difeso sostenendo che nella fretta di scendere dalla propria auto la donna non avrebbe visto la buca, pur conoscendo bene lo stato del tratto di strada in questione. La signora, effettivamente, dalle dichiarazioni rese in Tribunale, lasciava intendere di non aver guardato per terra, ma di aver guardato la strada.

Secondo quanto si legge nell’ordinanza del Supremo Collegio, tali dichiarazioni da una parte “consentono da una parte di affermare che il giudice d’appello applicò i principi pronunciati da questa Corte sulla valenza confessoria del mezzo istruttorio esperito”. Dall’altra  permettono “di confermare che il giudice della revocazione ha correttamente escluso, nella sentenza in questa sede impugnata, che la ricostruzione effettuata dal giudice del gravame potesse ritenersi viziata da errori di percezione”.

La donna aveva chiesto la revocazione del rigetto dell’appello alla sentenza del giudice di pace, che le aveva dato torto.  Come chiarisce al riguardo un esperto interpellato dal Sole 24 Ore, tuttavia, “la revocazione, nella fattispecie esaminata  è un mezzo di impugnazione di carattere eccezionale”. Si  può invocare “solo in relazione a un errore di carattere percettivo” ovvero qualora vi sia ad esempio una svista materiale da parte del giudice.

La Suprema Corte ha quindi ritenuto di rigettare il ricorso della signora in quanto le censure prospettate non erano perfettamente aderenti al mezzo di impugnazione.

 

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Fendimetrazina

La vittima aveva assunto un farmaco a base di fendimetrazina, sostanza soggetta a prescrizione limitativa. Respinte le argomentazioni difensive del dietologo

Confermata in via definitiva la condanna di un medico per la morte di a una paziente che aveva assunto una sostanza altamente tossica per dimagrire. La donna era affetta da obesità e il dietologo le aveva prescritto, tra gli altri medicinali, un farmaco a base di fendimetrazina. Seguendo tale cura la signora aveva perso 40 chili. Tuttavia, era  intervenuta una complicazione arteriosa e le sue condizioni erano peggiorate sino al sopraggiungere del decesso.

Il camice bianco, nel ricorrere per cassazione, aveva sostenuto di aver agito con la dovuta diligenza prescrivendo alla donna una dieta unitamente a esercizio fisico. Affermava, inoltre, di aver  messo in guardia la paziente sui rischi legati all’obesità, in particolare cardiopatie ischemiche, tumori e ipertensioni.

La difesa aveva poi evidenziato come la stessa perizia avesse affermato che la donna non era un soggetto in buona salute. La prospettiva della morte, peraltro, non era per nulla estranea al suo orizzonte temporale nel medio periodo.

Quanto alla fendimetrazina, il ricorrente evidenziava la mancanza di un divieto assoluto di somministrazione.

Infine, il professionista eccepiva come nel paziente non fosse stato possibile accertare la presenza di altre patologie occulte che ne avessero decretato la morte.

Il Supremo Collegio, tuttavia, ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte, respingendo il ricorso-

I Giudici di Piazza Cavour, in particolare, hanno chiarito che il farmaco in questione era assoggettato a prescrizione limitativa. Nel caso in esame, tale condizione non era stata rispettata. Inoltre, hanno condiviso quanto già statuito dalla Corte d’Appello, ovvero che il decesso non solo era evitabile, ma anche prevedibile. Il professionista, infatti, aveva omesso di eseguire le analisi più comuni come l’esame del sangue e la misurazione della pressione.

In conclusione la Suprema Corte ha decretato la piena responsabilità del medico, in virtù di una serie di gravi comportamenti omissivi.

 

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marciapiede rotto

Confermata in Cassazione la decisione di negare a una donna il risarcimento dei danni derivanti da una caduta su un marciapiede di Piazza Venezia a Roma

Nessun risarcimento per una signora che nel 2002 si fece male cadendo mentre percorreva a piedi la centralissima Piazza Venezia a Roma. Ciò nonostante il marciapiede fosse pavimentato con lastre in pietra che risultarono essere rotte. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ponendo fine al contenzioso tra la donna e il Comune capitolino.

La vicenda processuale aveva visto riconoscere alla vittima, in primo grado, il risarcimento del danno subito, ma la sentenza era stata ribaltata in appello. La Corte territoriale aveva infatti stabilito che l’erosione del manto stradale, nel punto in cui la signora affermava di essere caduta, non consisteva in una buca. Si trattava, invece, di un “dislivello creatosi tra due lastre della pavimentazione del marciapiede adiacenti tra loro”.

Il Giudice di secondo grado non ha ravvisato “quelle caratteristiche di invisibilità, o non prevedibilità ed evitabilità, necessarie a far ritenere sussistente il nesso causale”.

A suo giudizio, se la signora “avesse prestato sufficiente attenzione alle condizioni del manufatto, avrebbe potuto facilmente evitare la caduta con le negative conseguenze sulla sua salute”. Ciò anche tenuto conto che l’illuminazione della piazza era ampiamente sufficiente, con fonti aggiuntive per illuminare l’antico Palazzo Venezia.

La donna si era quindi rivolta ai Giudici del Palazzaccio, evidenziando come spetti per legge al Comune provvedere alla manutenzione di strade e marciapiedi. Ma la Corte di Piazza Cavour, con l’ordinanza n. 4542/2019 ha dichiarato inammissibile il ricorso. Gli Ermellini, in particolare, hanno evidenziato come le argomentazioni della ricorrente prospettassero una diversa valutazione delle risultanze probatorie. La Corte di appello, invece, aveva già ampiamente motivato la decisione.

 

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caduta causata da una buca

Respinto il ricorso di una donna che aveva intrapreso un’azione legale per essere risarcita dal Comune dei danni riportati in seguito a una caduta causata da una buca

“La presenza su strade pubbliche di sconnessioni, avvallamenti e altre irregolarità non costituisce un evento straordinario ed eccezionale”. Al contrario, “rappresenta una comune esperienza rientrante nell’id quod plerumque accidit “. Pertanto, “deve essere tenuta ben presente dagli utenti della strada che, quindi, hanno l’obbligo di comportarsi diligentemente per sé e per gli altri”. Questa la tesi difensiva dei legali del Comune di Roma, nell’ambito di un contenzioso relativo alla caduta causata da una buca di una donna di origini siciliane.

Il fatto risale a 2006. La signora, una professoressa universitaria di 76 anni, era inciampata in una via del quartiere Salario – Trieste, fratturandosi un braccio. Come riporta Repubblica, aveva quindi avviato una battaglia legale con l’Amministrazione capitolina per ottenere il risarcimento del danno riportato a seguito dell’incidente. Nello specifico, la richiesta ammontava a 100mila euro.

La Corte di Cassazione, tuttavia, con una sentenza dello scorso 21 dicembre, ha stabilito che la pretesa dell’attrice va rigettata.

In tal senso, i Giudici Ermellini hanno infatti confermato la pronuncia del giudizio di appello in base al quale la buca “non era occultata da foglie o cartacce”. Era invece “perfettamente visibile” e “avvistabile da qualunque pedone che avesse attraversato la strada con un minimo di diligenza”.

L’accaduto sarebbe quindi da attribuire al “comportamento incauto della danneggiata”. L’utenza, infatti, ” ha l’obbligo di prudenza e diligenza in una strada pubblica”. Da qui la decisione della Cassazione di respingere il ricorso della donna, che oltretutto ora dovrà risarcire il Comune e la ditta che avrebbe dovuto occuparsi della manutenzione di quella strada. L’importo dovuto è pari a circa 30 mila euro.

 

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primo presidente

Il 25 gennaio 2019 è stata pubblicata la sintesi della Relazione sull’amministrazione della Giustizia per l’anno 2018, a firma del Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione, Giovanni Mammone

Interessante è l’analisi delle attività degli uffici giudiziari eseguita a livello nazionale con riferimento all’anno precedente, da cui sono emersi – come chiarisce il Primo Presidente Mammone – positivi progressi nel funzionamento del sistema Giustizia.

Il contenzioso civile

In particolare, in ambito civile si è registrata la riduzione dei processi secondo un trend che negli ultimi anni è sempre stato costante; passando dai circa sei milioni del 2009, ai poco più di tre milioni e seicentomila al 30 giugno 2018, con una percentuale di riduzione del 4,85 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel periodo luglio 2017 – giugno 2018 le nuove iscrizioni si sono ridotte dinanzi ai tribunali, mentre dinanzi ai giudici di pace e alle corti di appello sono rimaste sostanzialmente stabili.

Il discorso cambia se si guarda al contenzioso a livello locale. Dalle indicazioni provenienti da alcune corti d’appello, risulta aumentato il numero dei processi in materia di lavoro, in particolare con riferimento alle controversie di pubblico impiego nel settore della Scuola.

Di contro, si è registrato un calo, seppure lieve, del contenzioso in materia di separazione consensuale, divorzio e modifica delle condizioni della separazione o del divorzio; complice l’estensione della negoziazione assistita anche a tali ipotesi.

Procedure fallimentari

Non si hanno gli stessi “rassicuranti” risultati in materia di fallimento. Valutazioni differenti sono, infatti, pervenute in ordine ai riflessi prodotti sulle procedure di fallimento dalle riforme in tema di presupposti di accesso alle procedure di concordato preventivo.

Aumenti del numero delle controversie provengono anche dal settore delle procedure di liquidazione coatta amministrativa e di sovraindebitamento.

Ma il Primo Presidente ricorda che a tal proposito è in fase di promulgazione il nuovo codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, contenuto in un decreto legislativo recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri in attuazione della delega conferita dalla legge 19 ottobre 2017 n. 155. Si tratta – chiarisce – di un provvedimento molto atteso che comporta una profonda revisione della regolazione legislativa della crisi dell’impresa, con innovazioni della legge fallimentare e dei rimedi concorsuali dettate non solo da una visione più moderna del mondo dell’economia, ma anche dall’esigenza di assegnare una funzione meglio definita all’intervento del giudice.

Processi per colpa medica

Cosa dire dei processi concernenti la colpa medica? Lo stato attuale è preoccupante. Si teme un appesantimento delle procedure per la necessità di espletare gli accertamenti tecnici preventivi richiesti dalla legge 8 marzo 2017 n. 24 e per l’esigenza di revisione degli albi dei consulenti tecnici.

Processi penali

Si giunge così al resoconto, sempre condotto a livello nazionale, del numero dei processi penali pendenti (al 30 giugno 2018) nei confronti di autori noti che secondo le stime, pare sia diminuito del 4,1 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Del pari, si sono ridotti anche i nuovi procedimenti iscritti (-2,6%) e quelli definiti (-4,7%).

Infine si dà conto che la durata media dei procedimenti nell’anno giudiziario 2017- 2018 è cresciuta in primo grado del 17,5% (da 369 a 396 giorni), mentre l’appello ha registrato una riduzione del 3,4% dei tempi di definizione (da 906 a 861 giorni).

Quanto ai riti alternativi, si fa sapere nella Relazione, che gli uffici GIP/GUP definiscono con riti alternativi soltanto il 9% del contenzioso (6% per patteggiamenti e giudizi abbreviati, 3% per decreti penali irrevocabili) e circa l’11 % con rinvio a giudizio, a conferma della efficace funzione di filtro svolta.

Con riguardo al giudizio di appello – aggiunge il Presidente Mammone – parte dei quasi due anni e mezzo che esso attualmente richiede sono imputabili a “tempi di attraversamento” che nulla hanno a che vedere con la celebrazione del giudizio. Mi riferisco all’attesa degli atti di impugnazione; alla collazione degli stessi; alla predisposizione dei fascicoli da trasmettere alla Corte d’appello; alla trasmissione degli stessi e ad altre incombenze di carattere procedurale che consumano in buona parte il “tempo” processuale. Lo snellimento delle procedure, l’attribuzione di maggiori risorse umane e tecnologiche e un migliore utilizzo di esse potrebbe ridurre drasticamente la durata media del secondo grado.

La prescrizione

Quanto alla prescrizione, i dati riportano una diminuzione.

Sul punto, ricorda Mammone –  è recentemente intervenuta la legge n. 3 del 2019 che introduce l’ulteriore e radicale modifica del sistema, con particolare riguardo alla sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, la cui concreta operatività è tuttavia rinviata al 1° gennaio 2020, sicché è impossibile fornire valutazioni in merito. Occorre – tuttavia – che il legislatore in tale spazio temporale proceda ad interventi di adeguamento del sistema processuale penale per accelerare il corso dei processi.

La redazione giuridica

 

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autismo infantile

Archiviazione definitiva delle denunce per lesioni e abuso di ufficio presentate dai genitori di una bambina con autismo infantile

Non sono “sindacabili in sede penale” le “direttive ministeriali fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici” che hanno escluso il nesso vaccino-autismo. Così la Corte di Cassazione in una recente sentenza con la quale è stata confermata l’archiviazione, pronunciata dal Gip di Milano lo scorso settembre, delle denunce per lesioni e abuso d’ufficio presentate dai genitori di una bimba con autismo infantile. Una condizione che, secondo il padre e la madre, si sarebbe sviluppata a causa delle vaccinazioni obbligatorie.

La Commissione medico ospedaliera di Milano, come riporta l’Ansa, aveva inizialmente accolto la richiesta di indennizzo per danni alla salute avanzata dalla famiglia. Era il febbraio del 2016. Nell’ottobre dello stesso anno, però, il provvedimento era stato revocato, dopo che l’organo si era adeguato “alle indicazioni provenienti dal Ministero della Salute”. Queste, sulla base dei più recenti studi escludevano il nesso tra vaccini e autismo. Da qui il ricorso dei genitori al Tribunale di Milano.

Secondo i Giudici Ermellini, tuttavia, il Giudice per le indagini preliminari ha correttamente archiviato le denunce.

Peraltro, quella per lesioni era anche tardiva “in quanto l’annullamento in autotutela del primo provvedimento era stato adottato in conformità alle direttive ministeriali, fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici, quindi, nell’ambito di una valutazione discrezionale, di natura tecnica, non sindacabile in sede penale”.

Per la Cassazione altrettanto “correttamente” il magistrato “ha ritenuto che la base valutativa, costituita da dati scientifici, e l’allineamento agli stessi in sede di revisione del precedente giudizio espresso escludevano l’ingiustizia del danno”. Inoltre, “anche a voler ritenere sussistente una violazione di legge, mancava un qualsiasi indizio che potesse far prospettare che la pretesa condotta irregolare si inserisse in un contesto di obiettiva volontà di ‘abuso’, consistente nel voler intenzionalmente provocare un danno ingiusto”.

La Suprema Corte, con il verdetto n. 2983/2018, ha quindi dichiarato “inammissibili per manifesta infondatezza” i ricorsi presentati dai genitori. I Giudici del Palazzaccio, hanno inoltre ricordato che “in assenza di un reato è inutile parlare di pertinenza e rilevanza delle prove integrative a fronte di un decreto di archiviazione emesso ‘de plano’ dopo la presentazione di un’opposizione”.

 

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intervento ai denti

Annullate dalla Cassazione le condanne per omicidio colposo nei confronti di tre medici finiti a giudizio dopo la morte di un uomo deceduto per le complicanze insorte durante un intervento ai denti

Morì per le complicanze insorte durante un intervento ai denti, effettuato nel giugno del 2008 presso una clinica del salernitano. Un’operazione di impiantologia ossea svoltain anestesia totale, da cui l’uomo, un imprenditore conciario irpino di 52 anni, non si svegliò più. Vano, infatti, fu il trasporto all’ospedale Santa Maria Incoronata dell’Olmo di Cava de’ Tirreni.

La tragedia portò all’apertura di una vicenda processuale che si è protratta per anni. Tanto che nei giorni scorsi, la Suprema Corte di Cassazione ne ha sancito la fine con una sentenza che annulla senza rinvio, per intervenuta prescrizione dei termini, le condanne emesse nei primi due gradi di giudizio.

A processo erano finiti i 3 medici che svolsero l’intervento: un anestesista di Sarno, un medico di Nocera Inferiore e un chirurgo di Napoli. Sia il Tribunale che la Corte di appello ne avevano riconosciuto le responsabilità.

I professionisti erano stati condannati per omicidio colposo a un anno di reclusione, nonché al risarcimento nei confronti dei familiari della vittima.

L’intervento chirurgico, come ricostruisce il Mattino, consisteva nell’innesto osseo di impianti in titanio. Secondo i Giudici del merito, i camici bianchi avrebbero omesso di eseguire l’estubazione protetta del paziente, per ridurre il rischio di spasmi glottidei da risveglio. Nel corso dell’operazione, infatti, la bocca del paziente era stata tenuta aperta in maniera prolungata. Inoltre – riporta il quotidiano campano – una volta sorto lo spasmo, gli imputati avrebbero omesso di eseguire una “corretta” tracheotomia chirurgica. Avrebbero invece eseguito un’incisione “non ritenuta idonea” alla base dell’epiglottide, a monte della sede del fenomeno ostruttivo. Con il ricorso per cassazione, tuttavia, il reato è caduto in prescrizione.

 

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