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Corte europea dei diritti umani

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Per la Corte di Strasburgo il miglior interesse del minore nato in seguito a una gestazione per conto terzi richiede l’identificazione legale delle persone responsabili per la sua crescita e il suo benessere

Nei casi di gestazione per conto terzi, gli Stati devono riconoscere legalmente, in nome dell’interesse del minore, il legame genitore-figlio con la madre intenzionale (non biologica) indicata come ‘madre legale’ nei certificati di nascita di altri Paesi. Per farlo gli Stati possono utilizzare la procedura dell’adozione. Questa l’opinione pubblicata oggi dalla Corte europea dei diritti umani.
Si tratta della prima volta che l’organismo di Strasburgo utilizza la procedura dell’opinione. Questa nuova possibilità permette alla Corte di rispondere a domande poste dalle Corti nazionali di ultima istanza su casi concreti su cui stanno decidendo.

In questo caso l’opinione è stata richiesta dalla Corte di Cassazione francese e riguarda il caso di due bambini nati in California attraverso la gestazione per altri e per i quali lo Stato francese aveva già riconosciuto il legame con il padre biologico.

Nell’opinione la Cedu afferma che il mancato riconoscimento legale di un legame tra il minore nato all’estero dalla gestazione per conto terzi e la madre intenzionale, quindi non biologica, ha un impatto negativo su diversi aspetti del diritto al rispetto della vita privata del minore.
Nonostante la Corte riconosca che altre considerazioni possono pesare sfavorevolmente su questo riconoscimento, allo stesso tempo osserva che il miglior interesse del minore richiede anche l’identificazione legale delle persone responsabili per la sua crescita e il suo benessere.
La Corte ritiene quindi che l’impossibilità generale e assoluta di riconoscere legalmente il legame tra minore e madre intenzionale sia incompatibile con la protezione del migliore interesse del minore.
I togati evidenziano tuttavia che questo non impone allo Stato di riconoscere la madre intenzionale come genitore sul certificato di nascita. Gli Stati, dice la Corte, possono adottare altre soluzioni, come per esempio quella dell’adozione.
L’opinione della Corte di Strasburgo non è vincolante per lo Stato, ma fornisce l’interpretazione sull’applicazione della Convenzione europea dei diritti umani a un caso concreto. Nel caso specifico l’opinione è stata adottata all’unanimità da 17 giudici che hanno composto la Grande Camera costituita appositamente.
 
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taranto

Non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto dagli effetti negativi delle emissioni dell’Ilva. Con questa accusa, l’Italia è stata formalmente messa sotto processo dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che ha ritenuto fondati gli elementi di prova presentati da 182 ricorrenti.

In particolare, a rivolgersi alla Corte di Strasburgo sono stati, tra il 2013 e il 2015, 182 cittadini residenti a Taranto e nei comuni limitrofi. Alcuni dei ricorrenti hanno agito in rappresentanza di parenti deceduti e di figli minori malati, sostenendo – tra le altre cose – che “lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l’ambiente e la loro salute, in particolare alla luce dei risultati del rapporto redatto nel quadro della procedura di sequestro conservativo e dei rapporti Sentieri”.

Oltre alla mancanza di misure preventive, nei ricorsi si contesta al Governo la reiterata autorizzazione a continuare le attività nello stabilimento siderurgico, attraverso i cosiddetti decreti “salva Ilva“. Con tali misure, secondo i ricorrenti, lo Stato avrebbe violato il loro diritto alla vita e al rispetto della vita privata e familiare. Circostanza aggravata dal fatto che in Italia non è possibile beneficiare di alcun rimedio effettivo per vedere riconosciute tali violazioni.

Secondo da quanto si è appreso da fonti della Corte, la decisione di comunicare i ricorsi al governo significherebbe che le prove presentate dai ricorrenti contro l’operato dello Stato sono considerate solide. Va infatti ricordato che solo lo scorso anno i giudici di Strasburgo hanno ritenuto inammissibile il ricorso presentato da una donna che sosteneva l’esistenza di un nesso di causalità tra le emissioni dell’Ilva e la malattia che aveva sviluppato.

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