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CTU

falsa perizia

I giudici della Cassazione hanno affermato che il reato di falsa perizia è configurabile in relazione a qualsiasi procedimento civile, compreso l’accertamento tecnico preventivo

Nel 1999 il Tribunale di Lecce aveva dichiarato colpevole del reato di falsa perizia di cui all’art. 373 c.p. un consulente tecnico d’ufficio, condannandolo alla pena di due anni di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.

Da quanto emerso in giudizio, l’imputato era stato nominato CTU dal competente Pretore, a seguito del ricorso per accertamento tecnico preventivo promosso dall’istante, al fine di accertare le cause dell’incendio che aveva coinvolto la propria auto, poco tempo prima affidata ad una officina autorizzata per la esecuzione di alcuni lavori di manutenzione e finalizzata alla successiva instaurazione di una causa per risarcimento danni.

Ebbene, il consulente tecnico era accusato di aver intenzionalmente taciuto quanto emerso nel corso degli accertamenti compiuti nell’espletamento del proprio incarico.

Nella specie, egli aveva omesso di riferire dell’esistenza di un foro nel tubo di rimanda della benzina, tale da consentire la fuoriuscita del carburante e da ritenersi (…) causa più che probabile dell’incendio verificatosi; così omettendo scientemente di portare a conoscenza del giudice civile un fatto rilevante ai fini della definizione del procedimento nell’ambito del quale era stato chiamato ad operare quale CTU.

La questione giuridica

La questione giuridica controversa è diretta a stabilire se ricadono nella sfera di applicabilità dell’art. 373 c.p. le falsità commesse dal consulente tecnico nel corso di un procedimento di istruzione preventiva (nella specie, accertamento tecnico ex art. 696 c.p.c).

Come noto, il vigente codice di procedura civile, nella sezione IV (capo III, libro quarto), riguardante i procedimenti di istruzione preventiva, prevede e disciplina l’assunzione in caso di urgenza, di mezzi di prova prima dell’instaurazione del giudizio, in previsione dello stesso.

Tra tali mezzi rientrano appunto quelli regolati dall’art. 696 c.p.c.

“Ubi lex non distinguit nec nos distinguere debemus”

Per i giudici della Cassazione non c’è motivo di distinguere, in assenza di diversa disposizione di legge, ai fini dell’applicabilità dell’art. 373 c.p., tra i procedimenti civili quelli di cognizione per ritenere applicabili soltanto a questi ultimi e non anche a tutti gli altri procedimenti, il disposto dell’art. 373.

Del resto nella generica nozione di procedimento vanno compresi non solo il procedimento di cognizione e quello di esecuzione, ma anche i procedimenti cautelari che servono a predisporre e a garantire i mezzi probatori del processo definitivo, non potendo contestarsi che nel concetto di procedimento rientri qualsiasi complesso di atti coordinati al raggiungimento di un determinato scopo, fra le parti interessate e l’ufficio giudiziario e regolati dalla legge processuale.

In altre parole, per i giudici della Cassazione, la norma penale sulla falsa perizia deve trovare applicazione in relazione a tutti i procedimenti civili.

Il reato di falsa perizia

Ed infatti, la condotta tipica nel delitto in esame consiste nel dare pareri o interpretazioni mendaci, o nell’affermare fatti non conformi al vero, da parte di chi, quale ausiliare del giudice, era tenuto a svolgere la prestazione richiesta con sincerità e completezza.

Lo scopo della norma è quindi, quello di assicurare il retto e normale funzionamento dell’attività del giudice e di impedire che, con artificiose prospettazioni della realtà, l’attività degli organi giudiziali possa essere fuorviata.

Si tratta di un reato di pericolo, per cui non occorre che si verifichi in concreto un’errata cognizione da parte del giudice, essendo solo sufficiente che siano stati posti in essere i presupposti per una tale possibilità.

Ora è innegabile che ad ogni procedimento di accertamento preventivo possa seguire un procedimento di cognizione, per cui il pericolo che il giudice possa essere tratto in inganno sussiste sempre.

Conclusivamente – con riferimento alla fattispecie in esame – l’accertato inquinamento operato dal consulente tecnico d’ufficio – come ritenuto dai giudici di merito con motivato e insindacabile apprezzamento di fatto – concretizza la sussistenza del contestato delitto di falsa perizia, per cui il ricorrente ha riportato condanna.

Condanna inevitabile per quest’ultimo oltre al pagamento delle spese processuali.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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micropermanenti

Si discute in materia di risarcibilità delle lesioni micropermanenti, come il colpo di frusta, riportato dalla vittima di un incidente stradale

Il quesito giuridico è se, dopo la novella all’art. 139 cod. assicurazioni, introdotto dal cd. decreto sviluppo del 2012, le lesioni di lieve entità, ossia quelle lesioni micropermanenti che siano state accertate mediante riscontro clinico o visivo, ma che non siano accertabili strumentalmente, possano costituire un’autonoma voce di danno risarcibile.

La vicenda

Un incidente stradale in pieno centro a Bologna.

Il sinistro si era verificato nel dicembre del 2012. La parte lesa, conducente dell’auto investita aveva citato in giudizio la conducente dell’altro veicolo, per sentirla condannare al risarcimento di tutti i danni fisici, patrimoniali e non, subiti in conseguenza dell’impatto.

L’attrice sosteneva che la controparte, in violazione delle norme del codice della strada che prevedono l’obbligo di dare precedenza a destra, aveva provocato l’incidente.

Chiedeva pertanto, dinanzi al Giudice di Pace di Bologna, che quest’ultima fosse condannata a corrispondere in suo favore, una somma di giustizia a titolo risarcitorio, detratto quanto già corrisposto dalla compagnia assicuratrice e trattenuta a titolo di acconto.

Si costituiva in giudizio l’assicurazione, contestando la domanda attorea esclusivamente sul quantum richiesto, e affermava che, sulla base della recente normativa, le lesioni di lieve entità non possono essere risarcite ove non suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo. La ricorrente aveva infatti riportato un colpo di frusta.

Il giudice di primo grado, acquisita la documentazione prodotta ed espletata la CTU, aveva accertato la totale responsabilità in capo alla convenuta, condannandola al pagamento in favore dell’attrice della ulteriore somma di 1.769,82 euro per i danni fisici e di 603,63 euro per alcune spese mediche.

Ebbene, la danneggiata proponeva appello contro la predetta sentenza sostenendo che non tutte le spese mediche erano state liquidate, che erano state escluse le spese per la consulenza di parte e che, inoltre, era stato sotto stimato il danno non patrimoniale da ella stessa richiesto.

Per converso, proponeva appello incidentale la compagnia assicuratrice dell’altro veicolo, deducendo l’errore commesso dal primo giudice per aver riconosciuto la percentuale di invalidità permanente del 2% sulla base dei riscontri clinici operati dal nominato CTU, pur in difetto di riscontri strumentali, come invece richiesto dal testo riformato dell’art. 139 codice delle Assicurazioni.

Così il giudice di secondo grado, in accoglimento dell’appello incidentale della assicurazione, rigettava la domanda di risarcimento del danno biologico permanente.

Non era d’accordo la ricorrente che, con un articolato ricorso si rivolgeva ai giudici della Cassazione sostenendo che il danno biologico permanente, per lesioni di lieve entità derivante da sinistro stradale, ove accertato in sede di visita medico legale, deve essere risarcito, anche in assenza di esami strumentali.

Vi sono infatti malattie e menomazioni che, pur presentandosi ad un riscontro clinico, non si prestano per loro natura ad un riscontro strumentale. Ciò vuol dire che la sola interpretazione letterale delle norme sopra richiamata non basta: perché altrimenti si finirebbe per escludere il risarcimento di numerosi danni biologici.

Ebbene, l’argomento ha convinto i giudici della Cassazione.

La questione sottende alla materia della risarcibilità delle microlesioni che siano state accertate mediante riscontro clinico o visivo, ma che non sia accertabili strumentalmente.

Il riferimento normativo è la legge 24 marzo 2012, n. 27 che all’art. 32, commi 3 ter e 3 quater ha introdotto due previsioni determinanti per quanto riguarda i criteri di accertamento del danno alla persona che sia derivato da sinistri stradali e che abbia prodotto postumi permanenti in misura non superiore al 9% della complessiva validità dell’individuo.

Gli articoli citati hanno introdotto modifiche all’art. 139 cod. ass. che ora così recita: “Ai fini di cui al comma 1, per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento me-dico-legale, che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito. In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, con riferimento alle lesioni, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“.

Ebbene sul tema si sono registrati vari orientamenti in dottrina e giurisprudenza.

Secondo un primo orientamento, il legislatore con dette norme ha inteso porre un limite ai mezzi con cui provare il danno alla persona, quando questo abbia prodotto esiti micro-permanenti. In tal caso, infatti, la prova del danno potrebbe essere ricavata soltanto da un accertamento strumentale (ad es. radiografia, risonanza magnetica, TAC, ecc.).

Tale orientamento per i giudici della Cassazione non è condivisibile perché limita il principio del libero convincimento del giudice, obbligandolo ad escludere dal novero delle prove utilizzabili quelle diverse dalla documentazione clinica.

Secondo un altro orientamento, le nuove norme avrebbero introdotto una “soglia di risarcibilità”, ovvero una franchigia nel caso di danno alla salute causato da sinistri stradali.

In altri termini secondo questo indirizzo, in caso di sinistro stradale, non ogni danno alla persona sarebbe risarcibile, ma soltanto quello di intensità tale da poter essere strumentalmente accertato.

Anche tale orientamento non merita di essere condiviso, avendo già affermato la Corte costituzionale nella sentenza n. 235/2014 che le disposizioni del decreto in esame, non attengono “alla consistenza del diritto al risarcimento delle lesioni (…), bensì solo al momento successivo del suo accertamento in concreto”; ciò vuol dire che il c.d. decreto sviluppo ha introdotto soltanto delle norme più rigorose per quanto riguarda l’accertamento dell’esistenza di postumi micro permanenti.

I precedenti giurisprudenziali

Ma la soluzione al quesito è, in realtà contenuta in una recente sentenza della Terza Sezione Civile (n. 18773/2016) la quale ha sostanzialmente fissato i seguenti principi:

–          I commi 3 ter e 3 quater, dell’art. 32 l. 1/2012 sono norme non diverse tra loro che dettano identici precetti;

–          Tutte e due le norme non fanno che ribadire il principio già emerso dal diritto vivente secondo cui il danno biologico è solo quello suscettibili di accertamento medico legale;

–          Le due norme vanno dunque intese nel senso che l’accertamento del danno non può che avvenire con i consueti criteri medico legali e dunque l’esame obiettivo (criterio visivo); l’esame clinico; gli esami strumentali;

–          Tali criteri inoltre non sono “non gerarchicamente ordinati tra loro, né unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo legia artis, siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti”).

Tale orientamento è stato seguito da pronunce ancor più recenti. Tra queste, la sentenza n. 1272/2018 ove è stato precisato che “l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale, che sia suscettibili di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale”.

Ebbene, nel solco tracciato dalle sentenze sopra richiamate, i giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione hanno inteso ribadire che la normativa introdotta dal legislatore nel 2012, ha avuto come obiettivo quello di sollecitare tutti gli operatori del settore ad un rigoroso accertamento dell’effettiva esistenza delle patologie di modesta entità, cioè quelle che si individuano per gli esiti permanenti contenuti entro la soglia del 9%.

Ciò è del tutto ragionevole se si considera che le richieste per lesioni di lieve entità sono – ai fini statistici – le più numerose da cui derivano ingenti costi collettivi.

Anche la Corte costituzionale con la sentenza n. 235/2014 ha inteso sottolineare che l’intento della legge era proprio quello di impedire che l’accertamento diagnostico ridondi in una” discrezionalità eccessiva, con rischio di estensione a postumi invalidanti inesistente o enfatizzati”.

L’importanza e la responsabilità del medico legale

Le nuove norme, in definitiva, esaltano il ruolo del medico legale, imponendo a quest’ultimo la corretta e rigorosa applicazione di tutti i criteri medico legali di valutazioni e stima del danno alla persona.

Pertanto potrà dirsi risarcibile anche il danno i cui postumi non siano “visibili”, ovvero non siano suscettibili di accertamenti “strumentali” a condizione che l’esistenza di essi possa affermarsi sulla base di una ineccepibile e scientificamente inappuntabile criteriologia medico legale.

Nel caso di specie il CTU aveva evidenziato di aver acclarato la lesione alla struttura muscolare del rachide, non con i pur eseguiti riscontri strumentali (RX, TAC, RM) di per sé astrattamente idonei ad accertare eventuali lesioni scheletriche, ma con riscontri clinici (visivi).

Un nuovo esame di merito è stato dunque, disposto dai giudici della Suprema Corte. Il giudice del rinvio, in relazione alla natura della patologia in concreto accertata, dovrà accertare se l’invalidità comprovata sulla base di criteri oggettivi o se, in concreto, la patologia dedotta sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale. In tale ultimo caso dovrà spiegare le ragioni per le quali intende disattendere le conclusioni alle quali è pervenuto il CTU.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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il mestiere del ctu

Il mestiere del ctu è cosa assai ardua per i medici forensi che hanno le meningi chiuse o che fanno finta di essere terzi. Nella vita si può scegliere di essere liberi e autorevoli o di morire dentro!

Fortunatamente le delusioni si alternano a momenti di gioia quando si fa il medico forense. Il mestiere del CTU è un lavoro ambìto da molti colleghi medici. Purtroppo non sempre è ambìto da chi ama la giustizia, la terzietà, la verità, ma maggiormente da chi vuole essere il protagonista di un indegno spettacolo “forense”.

Il mestiere del ctu non si fa per la parcella (che spesso è veramente risibile) ma per essere “determinanti” e non per esprimere le proprie opinioni senza pensare alle conseguenze di opinioni senza “senso” logico, giuridico e morale.

Si ha paura di affermare “costui ha errato” (malgrado le evidenze) e si preferisce dire “ha esagerato”.

Si nasconde una scelta imprudente in un dire “astrattamente idoneo”.

Insomma, troppo spesso si esce da una CTU sconfortati dalla scarsa onestà intellettuale del collegio peritale e dalla noiosa e inconcludente difesa dei convenuti.

Spesso rifletto sulla eziologia di tale comportamenti: è mancanza di cultura o è assenza di terzietà?

Per questa gente chi è un paziente danneggiato e sofferente? Un numero di RG o un essere umano?

Per fortuna, come detto in premessa, ogni tanto si esce anche felici da un confronto medico legale collegiale, perché ivi ha trionfato l’onestà intellettuale soprattutto dei CCTTUU, il loro rigore logico, la loro neutralità.

Basta con la finta o la vera ignoranza, basta con le idiozie del consenso informato che per alcuni ctp rappresenta il discrimine del cattivo operare e, soprattutto, basta con l’incapacità logica che associa la complicanza alla certa inevitabilità di un evento avverso.

Il mestiere del ctu è come quello di un giudice, perché il ctu, tecnico e occhiale del Giudice, decide delle sorti di un danneggiato. La sua funzione è potere ma è anche grande responsabilità.

Basta con le finzioni, basta con l’ignoranza, il cittadino ha bisogno di professionalità, di terzietà e grande moralità.

I medici forensi senza le succitate qualità devono farsi da parte con coraggio, senza vergogna, perché la vergogna dovrebbero averla quando scrivono stupidaggini, quando non rispondono alle note critiche, quando richiedono una parcella senza aver lavorato bene.

Ricordo a tutti che saremo giudicati nella stessa maniera di come abbiamo giudicato!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

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illecito inesistente

Il Tribunale ha ritenuto il danno inesistente, evidenziando la responsabilità aggravata dell’attore per non aver prodotto una consulenza medico-legale di parte a sostegno delle proprie ragioni. Grave negligenza dell’avvocato difensore che non doveva intraprendere un giudizio senza una expertise specialistica medico legale.  

Una breve premessa prima di entrare nel merito di questa storia di potenziale malasanità e di ritenuto danno inesistente.

Una premessa doverosa che serve come input a tutti i nostri lettori che reputano di aver subito un danno. Oltre alla necessità generica di ottenere una valutazione di procedibilità da uno specialista Medico Legale e non da un avvocato, che non ha le specifiche competenze a riguardo, bisognerebbe valutare anche la specifica competenza di chi deve difendere il proprio caso davanti ad un giudice.

Necessita sempre un dialogo con lo specialista medico legale competente che dovrà motivare non solo il perché della procedibilità dell’azione ma anche delle possibilità di successo che sono sempre legate al caso specifico. Senza codesti preliminari diventa tutto più rischioso in termini di soccombenza che può finanche giungere a condanne esemplare come nel caso che di seguito si racconta (Carmelo Galipò).

La storia

Nel 2011 aveva deciso di sporgere denuncia per un presunto caso di malasanità legato all’insorgere di una patologia cardiaca. A distanza di otto anni il paziente, non solo si è visto respingere la sua richiesta di risarcimento ma, ritenendo il danno inesistente, il Giudice lo ha condannato a versare circa 90mila euro alle controparti in causa.

La vicenda, come ricostruisce la Sicilia ha inizio nel 2009 quando l’uomo svolge un esame cardiologico di controllo in una struttura privata di Catania. Trascorso un anno ed effettuati ulteriori esami, è costretto a sottoporsi a una coronarografia.

Ritenendo che il cardiologo che lo aveva visitato avesse sbagliato la diagnosi e ritardato l’esame di una prova da sforzo, l’uomo decide di citare in giudizio lo specialista assieme alla struttura in cui questo prestava servizio. Il tutto senza però produrre una consulenza medico legale. La richiesta di risarcimento è pari a circa 200mila euro.

Il camice bianco e la struttura si costituiscono in giudizio e, pur , respingendo ogni ipotesi di responsabilità, chiamano in causa le rispettive compagnie assicuratrici. Anche queste ultime si costituiscono, chiedendo a loro volta il rigetto della pretesa risarcitoria.

Il giudice del Tribunale civile, nomina un Ctu  e dispone lo svolgimento di una perizia finalizzata ad accertare la correttezza o meno della condotta del professionista. Nel 2016 le conclusioni della consulenza  conferma la correttezza dell’operato del medico escludendo responsabilità sanitarie per i successivi problemi del paziente. “La diagnosi del medico – chiarisce il CTU – confermata successivamente anche dagli altri specialisti cardiologi era corretta. Nulla è da imputare ai convenuti per il dogliato presunto ritardo anche dell’esecuzione del test da sforzo”.

Pochi giorni fa il verdetto.

Il Giudice ha dichiarato inesistente il danno condannando altresì l’attore a pagare le spese legali del cardiologo, della struttura sanitaria e delle due compagnie assicurative. Una cifra pari a circa 20mila euro a ciascuna delle parti.

A tale somma si aggiungono, per ogni convenuto, ulteriori 2.686 euro per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. Il Tribunale, infatti, secondo quanto riferisce la Sicilia, ha ritenuto che l’uomo avesse “intrapreso l’iniziativa giudiziaria senza la dovuta prudenza, non vagliando preventivamente le sue ragioni con una consulenza medico-legale di parte”.

La redazione

 

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giudice

Il giudice che si avvale della facoltà di incaricare un consulente tecnico per meglio decidere deve darne conto nella sentenza o quanto meno non deve negare che essa sia stata espletata

La consulenza tecnica che sia disposta dal giudice o sia ammessa su istanza di parte costituisce un fatto processuale storicamente verificatosi. E’ quanto chiariscono in giudici della Cassazione con ordinanza n. 2736/2019.

Un adesivo per cristalli

L’attore aveva comprato un adesivo per cristalli difettoso, che inserito mediante apposita capsula all’interno di una “pistola” per spruzzarlo sui bordi di un parabrezza ed incollarlo, nonostante le sollecitazioni impartitegli con il comando manuale, reiteratamente non usciva dall’attrezzo, fin quando questi non decideva di smontare la parte posteriore della “pistola” e togliere la capsula non funzionante. Ma di lì a poco, il silicone che si trovava all’interno della stessa si gonfiava sino ad esplodere, scagliando il tappo di protezione contro il viso dell’attore.

A seguito dell’incidente, l’uomo riportava gravi danni personali quali la perdita parziale del visus di un occhio, oltre alle ferite conseguite nell’immediatezza dei fatti.

Agiva, perciò, in giudizio contro il produttore per il risarcimento dei danni.

In primo grado la domanda veniva rigettata per mancato assolvimento dell’onere probatorio in ordine all’esistenza del nesso causale tra l’uso del prodotto e il danno.

La pronuncia veniva confermata anche in appello. A detta dei giudici di secondo grado, l’attore non era riuscito a provare né il difetto specifico del prodotto né che il sinistro ne fosse stata diretta conseguenza, essendosi limitato a provare soltanto che durante il suo utilizzo si era verificata l’esplosione del tubo contenente l’adesivo.

Il ricorso per Cassazione

Con unico motivo di impugnazione il ricorrente, per il tramite del proprio difensore di fiducia, si rivolgeva ai giudici della Suprema Corte lamentando l’errore in cui sarebbero incorsi i giudici di merito per aver omesso di valutare un fatto decisivo della controversia.

Il principale motivo di doglianza era in particolare rivolto all’esame svolto dai giudici dell’appello.

Che fine aveva fatto la consulenza tecnica che avevano disposto?

Nel testo della sentenza non se ne faceva alcuna menzione, eppure dagli atti di causa risultava affidato l’incarico ad un perito d’ufficio.

La sentenza impugnata, infatti, si limitava ad enunciare, dopo una sintetica ricostruzione della disciplina della responsabilità del produttore, l’obbligo esistente in capo al danneggiato di provare il difetto, il danno e la connessione causale tra difetto e danno, residuando invece in capo al produttore l’onere di provare i fatti escludenti la sua responsabilità. Con ciò, senza per nulla fare riferimento alla consulenza tecnica espletata.

E allora i giudici della Cassazione hanno deciso di accogliere il ricorso presentato dall’attore affermando quanto segue:

E’ ben vero che il giudizio sulla necessità ed utilità di fare ricorso allo strumento della consulenza tecnica d’ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, la cui decisione è di regola, incensurabile nel giudizio di legittimità.

Tuttavia, qualora il giudice dell’appello, andando di diverso avviso rispetto al giudice di primo grado, abbia ritenuto di esercitare la facoltà discrezionale di richiedere un approfondimento tecnico, ammettendo la consulenza tecnica richiesta della parte, con ciò implicitamente ritenendo di aver necessità di un ausilio tecnico per definire la controversia su un punto decisivo (nel caso di specie, la difettosità o meno di un prodotto dal quale era derivato un danno), dall’impianto logico della sentenza deve emergere o quanto meno non deve essere negato che la consulenza, come fatto processuale storicamente verificatosi, sia stata espletata”

E non solo.

Un conto è, infatti, ignorare gli esiti di una CTU perché implicitamente ritenuti non convincenti. A tal proposito è facoltà del giudice richiamare in sentenza soltanto i dati che ritiene di porre a fondamento del proprio convincimento. Altra cosa è smentire il fatto storico dell’essere stata espletata la consulenza stessa. Ciò mina la solidità della motivazione perché vuol dire negare un dato storico ossia che la stessa consulenza tecnica sia stata espletata e non, semplicemente, che essa non sia stata ritenuta convincente.

Si trattava pur sempre di un elemento attraverso il quale, unitamente alle altre risultanze istruttorie, il danneggiato intendeva provare la difettosità del prodotto utilizzato.

Ebbene, può pertanto concludersi che ignorare o negare la consulenza come fatto storico processuale, principale o secondario la cui esistenza risulti dagli atti processuali comporta omesso esame di un fatto decisivo del giudizio censurabile in sede di legittimità.

La sentenza meritava, perciò, di essere annullata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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riforma del processo civile

E’ l’ipotesi contenuta nella proposta di riforma del processo civile presentata dal deputato Roberto Cataldi in un’ottica di semplificazione e maggior tutela dei diritti

Velocizzare i procedimenti e, dall’altro lato, evitare che la rigidità delle forme possa mettere in secondo piano i diritti delle persone. Questo l’obiettivo di una proposta di riforma del processo civile presentata dal deputato Roberto Cataldi. L’auspicio – spiega il parlamentare nella relazione introduttiva – è che si possa dare inizio “a un percorso nella direzione della semplificazione e del rispetto dei diritti che troppo spesso, la burocratizzazione del sistema giudiziario ha finito per calpestare”.

“Non è accettabile, in un ordinamento giuridico moderno – sottolinea Cataldi -, che un cittadino possa perdere una causa solo perché il suo avvocato è incorso in un errore di forma anche se nel merito ha ragione. Ed è necessario superare l’idea che non possa esserci alcun rimedio agli errori procedurali”.

Tra le misure previste dalla proposta di legge figura anche l’eliminazione dell’udienza di giuramento del CTU.

Il consulente, spiega il deputato,  potrebbe giurare una volta per tutte al momento dell’iscrizione in apposito albo, senza necessità di rinnovare tale impegno ogni volta che riceve un incarico. Oppure potrebbe giurare dinanzi al cancelliere se non si vuol rinunciare all’attuale meccanismo che riferisce il giuramento al singolo incarico.

Il testo, quindi, all’art. 2. Prevede la modifica dell’art. 191 del codice di procedura civile. In base alla nuova formulazione  il giudice istruttore nomina un consulente che dovrà essere scelto tra coloro che sono iscritti in apposito albo. Al momento della iscrizione all’albo i consulenti prestano il giuramento dinanzi al cancelliere, di adempiere fedelmente al proprio incarico. Al momento del giuramento il cancelliere ricorda al consulente l’importanza delle funzioni che è chiamato ad adempiere. Quindi, ne riceve il giuramento di bene e fedelmente adempiere le funzioni affidategli al solo scopo di fare conoscere ai giudici la verità.

Il giudice al momento della nomina formula i quesiti e demanda alla cancelleria di inoltrarli al consulente con invito a convocare le parti per dare inizio alle operazioni peritali. Il consulente giura di adempiere fedelmente al proprio incarico con dichiarazione scritta resa dinanzi al cancelliere. Questi allega la dichiarazione di giuramento al fascicolo d’ufficio.

 

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CTU: POSSONO ESSERE ACQUISITI I DOCUMENTI ACCESSORI

consulenza

La Cassazione si è espressa sulla consulenza di parte fornendo degli importanti chiarimenti a riguardo.

La Cassazione nell’ordinanza n. 25526/2018 ha fornito dei chiarimenti in merito alla consulenza di parte.

Nel farlo, gli Ermellini hanno specificato che il giudice deve prendere posizione sulle specifiche critiche mosse dalla perizia di parte alla CTU.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione si è pronunciata sulla vicenda che aveva visto due società al centro di un dibattimento.

Queste avevano impugnato l’avviso con cui, sulla base di una perizia, l’Agenzia delle Entrate aveva rettificato, elevandoli, i valori dichiarati nel trasferimento immobiliare

Ebbene, nonostante in sede di merito i ricorsi fossero stati parzialmente accolti, e ridotti i valori degli immobili, una delle società ha fatto ricorso in Cassazione.

Nel farlo, ha lamentato che il giudice di secondo grado nella sua decisione non avesse tenuto in considerazione i rilievi contenuti nella consulenza di parte.

Questa conteneva elementi non adeguatamente valutati dal CTU nominato in primo grado, avrebbero dovuto portare ad una decisione differente.

Gli Ermellini hanno accolto la doglianza in questione.

Secondo la giurisprudenza di legittimità “allorché ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte, il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte”, incorrendo, in tal caso, nel vizio di motivazione deducibile ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (Cass., n. 23637/2016).

Ne deriva pertanto che il giudice di secondo grado, pur potendo limitarsi a fare proprie la conclusioni del Ctu, deve motivare in ordine alle specifiche critiche della parte all’elaborato dell’ufficio, a meno che lo stesso Ctu non abbia preso posizione al riguardo (Cass., n. 1815/2015).

Sempre secondo la giurisprudenza è nulla, per mancanza del requisito di cui all’articolo 132, comma 1, n. 4), c.p.c., la sentenza la cui motivazione consista nel dichiarare sufficienti tanto i motivi esposti nell’atto che ha veicolato la domanda accolta, quanto documenti ed atti ad essa allegati, senza indicare la ragione giuridica o fattuale che, come emergente dall’oggetto del rinvio, il giudice abbia ritenuto di condividere.

Nel caso oggetto della pronuncia, la Commissione Tributaria Regionale non ha neppure menzionato la CTU di primo grado e nulla ha detto in ordine alle contestazioni contenute nella consulenza di parte.

Insomma, ci si è limitati a ritenere adeguata la motivazione della CTP e a fare riferimento ad una relazione allegata all’avviso di rettifica della quale, però, non ha riportato, nemmeno in maniera sintetica, il contenuto.

In conclusione, la corte di merito non ha fornito una motivazione della sua decisione, avendo solo confermato quella appellata senza prendere posizione sulle censure di parte. Né tantomeno ha valutato le prove poste a fondamento della sentenza di prime cure.

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CTU: POSSONO ESSERE ACQUISITI I DOCUMENTI ACCESSORI

ctu

E’ consentito al CTU di acquisire ogni elemento necessario per rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti. Sempre però che si tratti di fatti e documenti “accessori”, in modo che comunque rimanga esclusa dalla consulenza disposta una “funzione vicariale della prova”.

Questo è il principio di diritto ribadito dalla Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza n. 22116 depositata l’11 settembre 2018, con la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso dalla Corte territoriale.

I fatti.

Una società consortile, per mezzo del suo liquidatore, richiede i soci il versamento di somme di denaro, dichiarando di essere creditore nei loro confronti per diverse ragioni.

Tale richiesta è stata contestata, da uno dei soci che ha proposto azione di accertamento negativo del debito preteso dal Consorzio. Nel costituirsi quest’ultimo ha domandato in via riconvenzionale il pagamento delle somme che già aveva richiesto.

Il giudice di prime cure accoglie parzialmente la domanda riconvenzionale formulata dal Consorzio, rideterminando la misura del debito sulla base delle risultanze di una CTU contabile espletata in proposito.

La Corte territoriale ha confermato la sentenza, respingendo i diversi motivi di impugnazione.

La società ricorre contro la pronuncia della Corte d’appello articolando tre motivi di cassazione.

Sulla pretesa nullità della CTU contabile.

Il primo motivo di ricorso investe la CTU, che è stata espletata nell’ambito del giudizio di prime cure, e si concentra sulla circostanza che il consulente ha acquisito “documenti da terzi in quanto mancanti agli atti”.

Secondo la società ricorrente, la Corte territoriale ha errato, ritenendo che la documentazione de qua “costituisca un mero elemento di riscontro di quanto già agli atti prodotto dalla società appellata”, con la conseguenza che le limitazioni di ci all’art. 198 c.p.c. non operano.

Ed infatti, i documenti acquisiti dal CTU “lungi dal poter essere considerati accessori devono invece considerarsi principali in quanto tesi a provare i presunti finanziamenti effettuati dal Consorzio nei confronti della resistente”.

Secondo la società ricorrente, con la sua interpretazione, il giudice d’appello ha svuotato di significato il disposto di cui agli artt. 194 e 198 c.p.c..

Ebbene, secondo gli Ermellini, che si rifanno a precedenti e costanti arresti giurisprudenziali la CTU ben può essere disposta anche per l’acquisizione di dati la cui valutazione sia poi rimessa all’ausiliario consulente (consulenza cd. percipiente). Inoltre, è anche consentito al CTU di acquisire ogni elemento necessario per rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti, sempre che si tratti di fatti e documenti “accessori”, in modo che comunque rimanga esclusa dalla consulenza disposta una “funzione vicariale della prova” (cfr., ex plurimis, Cass. N. 20695/2013, Cass., n. 28669/2013; Cass., n. 3130/2011).

Correttamente, quindi, secondo la Cassazione la sentenza di secondo grado si è conformata a questo indirizzo.

Attiene, infatti, al merito, e pertanto non sindacabile in sede di legittimità, la questione relativa alla qualificazione dei documenti acquisiti dall’ausiliario in termini di “accessori” o, per contro, di “principali”.

E la riconduzione che è stata operata dall’impugnata sentenza, collegando in modi diretto i documenti acquisiti a quelli già prodotti dalle parti e definendo i primi come momenti di riscontro dei secondi, si manifesta senz’altro ragionevole.

E del resto la società ricorrente, pur affermando il carattere decisivo dei documenti acquisiti, non ha tuttavia indicato le ragioni che sostenevano tale suo convincimento.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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compenso del ctu

Il CTU non rappresenta una delle parti del processo per cui non sottostà al principio della soccombenza: tutte le parti sono tenute al pagamento del compenso del ctu

Il problema del compenso del ctu non è cosa da poco e l’esperienza peritale ne è piena testimonianza.

Spesso nelle chat medico legali si parla di questo annoso problema. Quindi è con somma soddisfazione che si informano tutti i colleghi che fanno attività peritale per il tribunale che la sentenza che si allega ci viene incontro nella richiesta della nostra liquidazione.

Se la parte attrice è condannata dal giudice al pagamento del compenso del CTU e non assolve al proprio onere, nulla è perso!

Potremo richiedere anche alla parte vittoriosa il nostro compenso come spiega bene la sentenza che si allega e della quale si riporta uno stralcio (Cassazione Civile n. 17026/2018).

“…Questa Corte ha già avuto modo di statuire che il decreto di pagamento di cui all’art. 168 Testo Unico sulle spese di giustizia di cui al D.Lgs. n. 115 del 2012 assolve alla funzione di quantificare il credito dell’ausiliario di giustizia, il quale per tale via viene dotato di un titolo esecutivo di valore giudiziale (Cassazione, sezione 2, 20.971-2017; Cass. n. 6766-2012; Sez. 2, Sentenza n. 23586 del 15/09/2008). L’individuazione dell’obbligato al pagamento non viene prevista dalla menzionata norma, a differenza del previgente L. n. 319 del 1980, art. 11, comma 4, (ove era espressamente menzionata l’esecutività provvisoria del titolo nei confronti della parte a carico della quale era posto il pagamento), ma dall’art. 53 disp. att. c.p.c., che attribuisce al decreto di pagamento natura di titolo esecutivo nei confronti del soggetto individuato come parte tenuta ad anticiparne la corresponsione. Pertanto il la definitività del decreto di pagamento, per mancata proposizione dell’opposizione al decreto o per il rigetto di questa, opera con riferimento al quantum dovuto all’ausiliario che ne beneficia, mentre l’individuazione definitiva dell’obbligato al pagamento delle spettanze dell’ausiliario (da considerarsi come parte delle spese giudiziali da ripartire in base al principio della soccombenza) opera solo nei rapporti interni tra le parti, e non è opponibile all’ausiliario, il quale rimane estraneo alla controversia, e verso il quale le parti, sia quella gravata dalla definitiva imputazione dell’obbligo, sia quella esclusa da tale finale imputazione – in quanto totalmente vittoriosa – sono solidalmente obbligate (v. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 25179 del 08/11/2013, che ha affermato che ” in tema di compenso dovuto al consulente tecnico d’ufficio, il decreto di liquidazione che pone lo stesso a carico di entrambe le parti (o di una di esse) non è implicitamente assorbito dalla regolamentazione delle spese di lite ex art. 91 c.p.c., in quanto quest’ultima attiene al diverso rapporto tra parte vittoriosa e soccombente sicchè, ove non sia espressamente modificato dalla sentenza in sede di regolamento delle spese di lite, resta fermo e vincolante anche nei confronti della parte vittoriosa, salvi i rapporti interni tra la medesima e la parte soccombente”). La Corte intende pertanto dare continuità al suddetto principio di diritto…”.

Non si può che concludere affermando che “è cosa buona e giusta”!

Dr. Carmelo Galipò

 

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cancro della mammella

Il cancro della mammella è una patologia che affligge una discreta percentuale di donne. In tema di invalidità civile merita l’accompagno o solo la pensione? E per quanto tempo? Valutiamo la bontà di una CTU

Spesso mi capita, in qualità di CTU o di CTP di valutare se una paziente con cancro della mammella abbia o meno i requisiti sanitari per il riconoscimento di una indennità di accompagnamento o di una pensione di invalidità.

Vorrei fare “le pulci” di una ctu previdenziale che si allega alla presente.

Questo mio intervento vuole essere di utilità non solo ai cittadini non medici che leggono questo quotidiano, ma anche per i medici che fanno questa attività forense per conto del Tribunale.

Partiamo dal requisito sanitario necessario per il riconoscimento di questo beneficio di legge.

Il medico legale o, comunque, il medico forense incaricato dal Giudice, dovrà riconoscere tale beneficio se il soggetto periziato a causa di una malattia non può deambulare e/o svolgere i comuni atti di base (ADL) della vita quotidiana senza l’aiuto di terzi.

Quali sono questi atti di base della vita quotidiana?

Sono rappresentarsi da quegli atti quotidiani necessari per la cura personale:

  • la mobilità funzionale, spesso riferita a un movimento (spostarsi da un luogo a un altro compiendo le attività): capacità di camminare, salire e scendere dal letto, sedersi o alzarsi dalla sedia;
  • fare un bagno o la doccia (lavare il corpo);
  • vestirsi;
  • nutrirsi in maniera autosufficiente (esclusa la capacità di cucinare, masticare o ingoiare)
  • badare alla propria igiene soprattutto legato alla toilette (andare al bagno, pulirsi da soli, rialzarsi dalla tazza)
  • somministrarsi autonomamente e con regolarità farmaci salvavita

Analizziamo il caso descritto nella ctu allegata. 

Si tratta di un’anziana paziente di 71 anni affetta da cancro della mammella con metastasi ossee diffuse che secondo la CTU ha diritto all’indennità di accompagnamento per i tre mesi di chemioterapia.

La ctu motiva così il riconoscimento:

“La chemioterapia subita dalla ricorrente è stata altamente invalidante per gli effetti collaterali devastanti per il fisico, che hanno comportato la necessità di accudimento costante, soprattutto durante i giorni di somministrazione dei farmaci, durante i quali era costretta a letto ed impossibilitata allo svolgimento di atti elementari della vita quotidiana e, pertanto, ha dovuto essere costantemente assistita”.

Il ragionamento della collega CTU non fa una grinza in quanto, solitamente, nel periodo della chemioterapia, il paziente presenta la c.d. “sindrome da fatigue”, ossia una situazione clinica caratterizzata da tale spossatezza che impedisce al soggetto di compiere anche atti elementari della vita quotidiana.

Nel caso della paziente descritta dalla CTU il periodo concesso è congruo?

Trattasi di una paziente di 71 anni che al momento della visita peritale aveva le seguenti difficoltà funzionali:

“…condizioni generali scarse, deambulazione lenta con appoggio, dispnea per modici sforzi, rachide dolente nei movimenti di flesso estensione o rotazione, notevolmente ridotta la funzione di resistenza ai carichi ed  agli urti;  limitazione funzionale dei movimenti arti inferiori. Sintomatologia dolorosa durante la stazione eretta o durante la deambulazione”.

La clinica descritta dalla collega CTU per questa paziente, affetta da cancro della mammella metastatizzato alle ossa, secondo lo scrivente, deve far riflettere sulle capacità di compiere gli atti di base della vita della perizianda.

Malgrado non l’abbia vista, per questa paziente, malata terminale, ricorrono anche alla visita peritale i requisiti sanitari per la concessione del beneficio di legge dell’Accompagnamento perchè sembra verosimile l’esistenza di un pericolo costante per la sua salute nello svolgimento dei semplici atti della vita quotidiana a motivo di un precario equilibrio della deambulazione, di un grave deficit di forza degli arti e di una verosimile depressione maggiore che ne indebolisce la volontà.

Insomma il giudizio del ctu ci sembra severo in quanto l’accompagnamento doveva essere concesso anche oltre il periodo della chemioterapia e per sempre considerata anche la prognosi del tumore metastatizzato.

A tale conclusione si poteva giungere con una raccolta anamnestica più minuziosa e con la richiesta di eventuale relazione del medico oncologo e del curante.

Dr. Carmelo Galipò

Pres. Accademia della Medicina Legale

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