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CTU

risarcimento del danno assicurazione auto

La Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, relatore dott. Emilio Iannello, con la sentenza n. 13795 del 31 maggio 2018 ha analizzato i riflessi della cessione del bene successiva rispetto alla richiesta di risarcimento danni.

I fatti

C.E. conveniva in giudizio davanti al Giudice di pace di Nocera Inferiore B.V. ed una assicurazione chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni riportati dalla propria autovettura in conseguenza di sinistro stradale, la cui responsabilità ascriveva in via esclusiva al conducente dell’autovettura investitrice, di proprietà del convenuto B.V. e assicurata per la r.c. dalla predetta compagnia.

L’adito giudice, nella contumacia del B., pronunciava sentenza, con la quale, ritenuto il concorso di responsabilità dell’attore nella misura del 10%, condannava i convenuti al pagamento della somma di Euro 12.870,98, oltre interessi legali e spese di lite e di c.t.u..

Il Tribunale di Nocera Inferiore, in accoglimento dell’appello proposto dall’assicurazione e in riforma della sentenza impugnata, ha rigettato la domanda, condannando l’appellato al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio.

Nelle more del giudizio l’appellato ha provveduto a rivendere la vettura danneggiata e tale circostanza, secondo il tribunale, fa sì che “un altro soggetto (l’acquirente)… potrebbe essere in ipotesi legittimato a chiedere il risarcimento del danno.

Avverso tale decisione C.E. propone ricorso per cassazione, articolando cinque motivi.

La decisione

Il ricorrente osserva che la prima delle due circostanze indicate in sentenza come fondamentali ai fini della decisione, ovvero i dubbi avanzati dal c.t.u. sulla dinamica del sinistro, rimane stranamente al livello di mera enunciazione “sganciata ed avulsa da tutto il resto della sentenza e delle sue conclusioni, a mò di corpo estraneo“.

La decisione, infatti, si fonda  solo ed esclusivamente sulla seconda circostanza, relativa alla ritenuta mancanza di titolarità in capo all’attore del diritto al risarcimento del danno.

In particolare il ricorrente contesta che la vendita del veicolo, a distanza di cinque anni dal sinistro, potesse determinare la perdita del diritto al risarcimento.

Secondo la Corte di Cassazione il ragionamento del giudice a quo si appalesa errato sotto più profili di diritto sostanziale e processuale.

Il diritto al risarcimento del danno è autonomo rispetto a quello di proprietà…

In base al principio affermato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte (cfr. Cass., SS.UU., n. 2951 del 16.2.2016), “il diritto al risarcimento dei danni subiti da un bene spetta a chi ne sia proprietario al momento del verificarsi dell’evento dannoso, e, configurandosi come un diritto autonomo rispetto a quello di proprietà, non segue quest’ultimo nell’ipotesi di alienazione, salvo che non sia pattuito il contrario“.

… e non è un accessorio ma un diritto di credito

Questo principio si fonda  sulla considerazione che il diritto al risarcimento dei danni cagionati ad un bene non costituisce un accessorio del diritto di proprietà ma è un diritto di credito, distinto ed autonomo rispetto al diritto reale (siccome già affermato, sul piano processuale, al fine di risolvere il problema della individuazione del giudice competente per valore: cfr. Cass. Sez. U. 19/10/2011, n. 21582).

L’autonomia comporta che il diritto al risarcimento del danno subito dall’immobile, in caso di alienazione del bene, non si trasferisce insieme al diritto reale come accadrebbe se fosse un elemento accessorio, ma è suscettibile solo di specifico atto di cessione ai sensi dell’art. 1260 cod. civ..

Trasferimento proprietà senza cessione del credito

Da ciò consegue che, quando accanto all’atto di trasferimento della proprietà, non vi sia stato un atto di cessione del credito, il diritto al risarcimento dei danni compete esclusivamente a chi, essendo proprietario del bene al momento dell’evento dannoso, ha subito la relativa diminuzione patrimoniale.

Tra l’altro osserva la Corte che, anche a seguire il superato minoritario orientamento secondo cui all’alienazione del bene danneggiato consegue anche il trasferimento del credito risarcitorio (Cass. 14/07/2008, n. 19307; 14/10/2011, n. 21256), non può comunque nella specie obliterarsi il dato pacifico che l’alienazione del bene danneggiato è intervenuta in corso di causa, con conseguente applicabilità dell’art. 111 c.p.c., comma 1, ragione per cui giammai avrebbe potuto tale trasferimento considerarsi quale motivo di rigetto della domanda.

Sulla base delle su esposte argomentazioni la Corte ha accolto il primo motivo di ricorso, dichiarando assorbiti gli altri e rinviando al Tribunale di Nocera Inferiore in diversa composizione per il riesame della vicenda processuale.

Avv. Maria Teresa De Luca

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Nel 2018, la Corte di Appello di Bologna aveva confermato la decadenza della responsabilità genitoriale di due coniugi nei confronti della propria figlia minore

La decisione era stata assunta sulla scorta di una CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado, dalla quale era emerso che la madre della bambina soffriva di un disturbo psicologico compensato con farmaci; il padre invece, era stato prima accusato e poi, condannato per presunti abusi sessuali sulla minore. Per i giudici di merito, dunque, non sussistevano i presupposti per la reintegra della responsabilità genitoriale.

Il ricorso per Cassazione

La vicenda è giunta al vaglio della Cassazione che ha accolto il ricorso della madre per i motivi che seguono.
Il giudice di merito nel pronunciarsi in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale deve in primo luogo esprimere una prognosi sull’effettiva ed attuale possibilità di recupero, attraverso un percorso di crescita e sviluppo, delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento, in primo luogo, alla elaborazione, da parte dei genitori, di un progetto, anche futuro, di assunzione diretta della responsabilità genitoriale, caratterizzata da cura, accudimento, coabitazione con il minore, ancorché con l’aiuto di parenti o di terzi, ed avvalendosi dell’intervento dei servizi territoriali (Cass. n. 14436/2017).
Nel caso in esame, tuttavia, la corte territoriale aveva omesso di motivare in ordine alla inidoneità della ricorrente e all’inadeguatezza della sua capacità genitoriale, trascurando del tutto le conclusioni del CTU a favore della reintegra nella responsabilità genitoriale.
Secondo la CTU infatti tra la madre e la bambina esisteva un sicuro legame che comprovava non solo un attaccamento affettivo ma anche capacità di accudimento che avrebbero potuto essere ulteriormente valorizzate attraverso un idoneo percorso.
Le circostanze contingenti che avevano determinato l’allontanamento della bambina dal nucleo familiare (procedimento penale nei confronti del padre della minore per supposta violenza sessuale nei confronti della minore) erano state poi, completamente superate in quanto il padre, condannato in primo grado, era stato assolto con formula piena in appello ed escluso qualsiasi coinvolgimento della madre nella vicenda.
La stessa fragilità psicologica della ricorrente consistente in un disturbo depressivo della personalità con attacchi di panico non poteva costituire valido ostacolo, stante la compensazione farmacologica, alla capacità genitoriale, come evidenziato dalla CTU che aveva concluso per la reintegrazione nella responsabilità genitoriale, fermo restando l’affido ai servizi sociali.

La decisione

Il giudice territoriale nel discostarsi dalle risultanze della CTU avrebbe dovuto spiegare le ragioni ed i motivi della sua decisione nell’interesse della minore, tenendo conto del suo forte legame affettivo con la madre.
Per tutti questi motivi la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte d’appello, in diversa composizione, per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 
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Cardiopatico muore dopo otto mesi dall’incidente nel quale era rimasto coinvolto, ma a detta del CTU tale evento aveva certamente aumentato la possibilità del suo decesso; tale possibilità ha dato il diritto agli eredi di ottenere il risarcimento del danno da perdita di chance

Ma come si calcola tale voce di danno, considerato che la vittima era un soggetto cardiopatico e con svariate patologie pregresse all’incidente? La risposta è contenuta nella sentenza in commento (Tribunale di Vicenza n. 107/2019).

La vicenda

Con atto di citazione gli attori agivano in giudizio al fine di ottenere il ristoro di tutti i danni, ivi compreso quelli da perdita di chances, patiti in proprio e in qualità di eredi del proprio congiunto, deceduto a seguito di un sinistro stradale.
Gli attori dichiaravano che la vittima, rispettivamente padre e marito, all’epoca dei fatti 59enne, si trovava in sella al proprio motociclo, transitando per le vie cittadine, quando all’improvviso veniva colpito al fianco destro dalla banna, tenuta alzata ad altezza d’uomo, de una macchina operatrice, di proprietà della ditta convenuta in giudizio e guidata da un suo dipendente.
La ricostruzione degli eventi era stata confermata anche dall’autore del sinistro, il quale aveva dichiarato che nell’effettuare una manovra di immissione su una via con svolta a sinistra, aveva colposamente omesso di concedere la dovuta precedenza al ciclomotore, per poi colpirlo.
Attesa la gravità delle lesioni, la vittima fu costretta in Ospedale per circa quattro mesi, proseguendo poi le terapie in day hospital, fino alla morte improvvisa, sopravvenuta mentre si trovava nella propria abitazione.
Nel giudizio di primo grado davanti al Tribunale di Vicenza era stato possibile ricostruire la dinamica del sinistro e accertare la responsabilità del conducente del mezzo.
Quanto ai danni lamentati dagli attori, il CTU aveva evidenziato che il danneggiato soffriva di svariate patologie preesistenti, quali la cardiopatia ischemica ipertesiva, l’ipertensione arteriosa da 20 anni (in terapia farmacologica), il diabete in terapia e l’obesità in pregresso intervento di bendaggio gastrico.
A seguito dell’incidente aveva subito un trauma toracico con lacerazione polmonare; insufficienza respiratoria, fratture costali, shock settico e fu sottoposto a molteplici interventi chirurgici.

La morte, improvvisa, tuttavia si era verificata otto mesi dopo l’incidente.

Doveva perciò, escludersi il fattore causale del sinistro rispetto al decesso; eppure nella relazione del consulente tecnico si leggeva che “tenuto conto della rilevante entità del trauma riportato a seguito del sinistro, con correlata lunga degenza (protrattasi per quasi 5 mesi) che hanno certamente avuto effetti negativi sul sistema cardio-vascolare del soggetto, già particolarmente compromesso dalle concorrenti patologie, risulta prospettabile la sussistenza di danno sostanziato dall’ipotesi di perdita di chances di sopravvivenza, di difficile quantificazione a fronte delle importanti pre-esistenze patologiche e dal lungo intervallo di tempo tra sinistro e decessi (circa 8 mesi, di cui quasi 4 mesi  tra ultima dimissione ospedaliera e decesso), collocandosi pertanto in un range compreso tra il 20 e il 40%”.
In altre parole, a venire in rilevo non era tanto l’incidenza causale tra il sinistro e il decesso, quanto tra l’impatto e la possibilità che la vittima subisse un infarto.
Si tratta cioè, di un bene giuridico ontologicamente diverso dal bene vita e dal bene salute, ma neppure di un danno da perdita anticipata della vita e conseguentemente del rapporto parentale.
Infatti il perito non accenna mai al fatto che, a causa del sinistro, vi sia stata una anticipazione dell’evento morte, bensì solo che lo stesso abbia posto le basi per un aumento di possibilità che il decesso, per morte improvvisa, avvenisse.

La perdita di chance

Come noto, la Cassazione ha ammesso la risarcibilità della perdita di chance, intesa quale «concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene», enunciando che «non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde della sua perdita deve essere provata la sussistenza» (Cass. civ. Sez. II. n. 3999/2003).
Di maggiore interesse, ai fini della soluzione al caso in esame, risulta la risarcibilità del danno da perdita di chance con riferimento a interessi di natura non patrimoniale, quali la salute, l’integrità fisica e la vita del paziente.
In materia di responsabilità medica è stato affermato che è ammissibile il risarcimento del danno da perdita di chance quando “in presenza di fattori di rischio, l’inadempimento della prestazione sanitaria, aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca”.
Ebbene, nel caso in esame, pur non trattandosi di responsabilità medica, l’evento dannoso costituito dal sinistro, aveva apprestato un fattore di rischio ulteriore nella causazione del decesso, ma non nel senso di aver causato una perdita anticipata della vita, bensì solo che lo stesso abbia aumentato il rischio di verificazione dell’evento mortale.

La quantificazione del danno

Per tali ragioni, per il Tribunale vicentino, il risarcimento non può essere proporzionale al “risultato perduto” ma commisurato, in via equitativa, alla “possibilità perduta” di realizzarlo (intesa quale evento di danno rappresentato in via diretta ed immediata dalla minore durata della vita e/o dalla peggiore qualità della stessa).
Ebbene, tale possibilità per integrare gli estremi del danno risarcibile, deve necessariamente attingere ai parametri della apprezzabilità, serietà e consistenza, oltre all’analisi del caso concreto.
E’ così il l’adito giudice ha condiviso la soluzione prospettata dal CTU, posto che l’individuato range del 20-40% costituisce una base fondata per ritenere sussistente un collegamento causale, alla stregua del più probabile che non.
D’altra parte, il valore complessivo (100%) del benessere fisio-psichico di un uomo di 59 anni (età della vittima al momento del sinistro) è stimato dalle tabelle milanesi per il risarcimento del danno alla salute, in €865.742, 00.
E se il range individuato dal perito è quello del 20-40% è equo liquidare il danno nella misura di 173.148,40, ossia il 20% dell’importo totale
Il Tribunale vicentino, ha ritenuto opportuno applicare la misura del 20% posto che la vittima, al momento del sinistro, era affetta da un quadro clinico piuttosto critico.

La redazione giuridica

 
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La presenza di una insidia non basta per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, se si ha conoscenza dello stato dei luoghi e non si adopera l’opportuna prudenza

Qualora l’insidia si trovi in un luogo, di cui il danneggiato ha buona conoscenza è suo onere tenere un comportamento maggiormente prudente e diligente. In caso contrario, la sua imprudenza sarà idonea ad integrare il caso fortuito

La vicenda

Lamentava di essere caduto scivolando da un cordolo in gomma rivestito da un telo non saldamente fissato a terra, posto ai lati di un campo da tennis; cosicché citava in giudizio la società sportiva per essere risarcito di tutti i danni riportati a seguito della caduta.
Nel corso dell’istruttoria espletata davanti al giudice di primo grado, era stata confermata la dinamica dell’incidente e riscontrato a carico del danneggiato un danno biologico permanente del 5-6% e un danno biologico temporaneo di 70 giorni accertato dal CTU.
Ma all’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni, subentrava un altro giudice che formulava alle parti una proposta conciliativa ai sensi dell’art. 185 c.p.c. in cui veniva proposto il risarcimento del danno biologico nella misura del 50% di quello accertato dal CTU e la liquidazione di euro 1350, in sette rate mensili.
La proposta, tuttavia, non veniva accettata, cosicché fissata una nuova udienza di precisazione delle conclusioni, si giungeva finalmente alla decisione.
Ebbene, in contrasto con la precedente proposta transattiva, il Tribunale respingeva la domanda dell’attore, condannandolo anche al pagamento delle spese di giudizio.

Immancabile il giudizio della Cassazione.

Secondo il ricorrente i giudici di merito erano incorsi in una serie di errori.
In particolare il giudice dell’appello, sovrapponendo e assemblando le prescrizioni di cui agli artt. 185 e 185 bis c.p.c., non avrebbe tratto alcuna conseguenza dal fatto che la proposta conciliativa era stata formulata ad istruttoria interamente espletata; oltre alla sua intrinseca contraddittoria perché basata sulla ricorrenza di un concorso di colpa mentre la sentenza impugnata, pur in assenza di elementi nuovi, respingeva la richiesta dell’attore, condannandolo al pagamento integrale delle spese di lite.
Si trattava in altre parole, di una decisione affetta da nullità.
Ma per i giudici della Cassazione la decisione impugnata era immune da vizi.
Innanzitutto non vi era alcuna invalidità, dal momento che le cause di nullità sottendono oltre al principio di tassatività, anche a quello del “raggiungimento dello scopo. Ed infatti, lo scopo da sempre perseguito dal legislatore “che ha disseminato il processo di ipotesi di sanatoria e di meccanismi volti a rimediare agli errori commessi nel compimento degli atti processuali”, è quella di fare in modo che il processo avviato possa raggiungere il suo scopo, cioè arrivare più speditamente ad una definizione della controversia.
Quello che era accaduto nel caso di specie: il giudice aveva tentato di arrivare più speditamente alla definizione della controversia, attraverso quella proposta conciliativa.

Ma la decisione impugnata era immune da critiche anche nel merito.

Il fatto di aver escluso il nesso causale tra la presenza del cordolo ricoperto da telo non fissato sul lato dell’uscita del campo da tennis e i danni riportati dal ricorrente era del tutto coerente con i principi di diritti esistenti in materia di caso fortuito.
Ebbene la Corte di Cassazione ha più volte affermato che il caso fortuito, può essere costituito anche dal fatto del danneggiato.
Ebbene, nel caso in esame, era emerso che il cordolo e il telo che lo ricopriva erano ben visibili, e che anche il mancato fissaggio del telo di copertura non era occulto in modo tale da rendere impercepibile il fatto che fosse solo appoggiato a detta copertura, e che la vittima fosse frequentatore abituale del circolo e quindi al corrente dello stato dei luoghi.
La corte d’appello aveva perciò, con percorso motivazionale immune da critiche, definito il comportamento della vittima, non improntato a particolare prudenza ed attenzione, venendosi a trovare nella condizione di non poter percepire la situazione di pericolo e di omettere di adoperarsi al fine di evitarla, giacché non si era avvicinato al cordolo con attenzione, vi aveva poggiato il piede sopra, anziché scavalcarlo, nonostante esso avesse una forma cilindrica che lo rendeva instabile.
La conosce dei luoghi da parte del danneggiato è elemento senz’altro valorizzato dalla Suprema Corte di Cassazione laddove ha precisato che “la presenza di una insidia non basta per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, dovendosi tenere conto anche dell’elemento soggettivo della sua prevedibilità”.
Ne deriva che nel caso in cui l’insidia si trovi in un luogo ben conosciuto dal danneggiato è suo onere tenere un comportamento maggiormente prudente e diligente. In caso contrario, la sua imprudenza sarà idonea ad integrare il caso fortuito.

La redazione giuridica

 
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Contro la decisione della Corte d’appello di Genova, che aveva solo parzialmente accolto la domanda proposta per il risarcimento dei danni subiti iure proprio e iure ereditatis, a causa del decesso della loro congiunta ricorrevano per Cassazione, il marito e i due figli della vittima

L’azione era stata, originariamente proposta dalla donna deceduta in corso di causa, contro il medico chirurgo e l’Asl presso la quale prestava servizio, per non averle tempestivamente diagnosticato un carcinoma mammario che poi l’aveva condotta prematuramente alla morte.
Dalla ritardata diagnosi era anche derivata la necessità di subire interventi invasivi, di sottoporsi alla chemioterapia e alla successiva terapia ormonale, oltre all’aumento delle prospettive di recidiva.

L’azione di risarcimento del danno

Marito e figli (all’epoca minori e rappresentati dalla vittima) avevano presentato istanza di risarcimento del danno patito, iure proprio, sia per aver dovuto accudire la madre sia per aver dovuto rinunciare alla sua assistenza parentale, in ragione della malattia e delle precarie condizioni fisiche conseguenti alle cure alle quali si era dovuta sottoporre.
In primo grado, a seguito di CTU, il Tribunale respingeva la domanda, ritenendo che, pur riscontrata la negligenza del medico, non erano emerse prove sufficienti a dimostrare il nesso eziologico con la patologia e con il seguente decesso della paziente che si sarebbe in ogni caso, verificato.
In appello, la Corte di Genova, dopo aver rinnovato l’accertamento peritale, riformava la sentenza, confermando la sussistenza della colpa medica e condannando in solido medico e Asl, al parziale risarcimento dei danni non patrimoniali, vantati iure proprio e iure ereditatis dai figli, e del danno patrimoniale corrispondente al reddito medio che la donna avrebbe loro garantito per il periodo (di due anni) di sopravvivenza di cui ella avrebbe potuto godere nel caso di tempestiva diagnosi.

Il ricorso per Cassazione

Giunti in Cassazione, i ricorrenti si dolevano innanzitutto, del fatto che la sentenza impugnata avesse omesso di valutare un fatto decisivo per il giudizio, oltre al travisamento della rinnovata CTU: quest’ultima si componeva oltre che dalla relazione tecnica principale anche dei successivi chiarimenti resi dall’ausiliare.
Ebbene la corte d’appello era giunta a conclusioni erronee ed illogiche, perché fondate su una lettura soltanto parziale della CTU, peraltro stravolta nel suo significato complessivo e male interpretata. E come se non bastasse aveva fatto cattiva applicazione dei principi civilistici in materia di nesso di causalità.
La motivazione si riferiva, infatti, non alle conseguenze della condotta negligente costituita dall’evento morte, ma soltanto all’ipotetica maggiore durata della vita che la donna avrebbe potuto godere.
Questo punto offre lo spunto per interessanti riflessioni.

Le regole del nesso causale

Come noto, in tema di responsabilità civile, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono – ad una valutazione ex ante – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori, sottesi ai due processi: in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, mentre nel processo penale vige quella dell’”oltre ogni ragionevole dubbio”.
In materia di responsabilità professionale del medico, essendo questi tenuto a espletare l’attività professionale secondo canoni di diligenza e di perizia scientifica, il giudice deve accertare l’omissione di tale attività e può ritenere, in assenza di fattori alternativi, che tale omissione sia stata causata dall’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, se fosse stata tenuta avrebbe impedito il verificarsi dell’evento stesso.
E’ stato, anche, affermato in giurisprudenza che “anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perché afflitta da una patologia, costituisce pure sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte, ed obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno“. (Cass. 20996/2012)
Ebbene, nel caso in esame, la corte territoriale, pur enunciando il principio del “più probabile che non” non risultava averne fatto corretta applicazione, avendo sostenuto che la morte della paziente non sarebbe stata evitata dalla diagnosi tempestiva del medico, la quale le avrebbe consentito soltanto una sopravvivenza più lunga di due anni. I
n altre parole, aveva applicato il principio di causalità esclusivamente in relazione al lasso temporale di vita non vissuta.
Una simile decisione che focalizza il danno non sull’evento morte ma sul probabile tempo di sopravvivenza configura il vizio di legge, come giustamente osservato dai ricorrenti.

CTU stravolta e male interpretata: l’importanza dei chiarimenti resi dall’ausiliare

Ma ad assumere ancor più rilievo era un altro dato: la statuizione finale della corte di merito si fondava sulle conclusioni del CTU riportate in sentenza, che prospettavano valutazioni estrapolate soltanto dalla relazione tecnica principale e non tenevano invece conto dell’integrazione.
I ricorrenti si dolevano del fatto che non tenendo conto dei chiarimenti resi dall’ausiliare, i giudici dell’appello, erano giunti alla erronea convinzione secondo cu in presenza di una tempestiva diagnosi, la paziente avrebbe potuto godere soltanto di due anni di vita in più, mentre le maggiori percentuali di sopravvivenza indicate nell’accertamento peritale ed il minore rischio di morte, avevano valorizzato una possibilità di sopravvivenza, in termini percentuali, ben superiori e senza limiti di tempo scientificamente apprezzabili.

Ebbene, la censura per i giudici della Cassazione è fondata.

I punti di criticità della sentenza impugnata determinati da una valutazione soltanto parziale dell’accertamento peritale rinnovato era sotto gli occhi di tutti. Oltre a non aver richiamato i chiarimenti resi dall’ausiliare, che peraltro, prevedevano un rischio di morte della donna compreso tra il 7 e il 13%), questi erano stati male interpretati e del tutto sconnessi rispetto a quanto affermato dal medesimo CTU nella relazione tecnica.
Al riguardo, la Suprema Corte ha affermato che il mancato esame delle complete risultanze della consulenza tecnica d’ufficio integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere nel giudizio di cassazione, come omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.
Per tali ragioni il ricorso è stato accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame, alla luce dei principi di diritto sopra enunciati.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 
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falsa perizia

I giudici della Cassazione hanno affermato che il reato di falsa perizia è configurabile in relazione a qualsiasi procedimento civile, compreso l’accertamento tecnico preventivo

Nel 1999 il Tribunale di Lecce aveva dichiarato colpevole del reato di falsa perizia di cui all’art. 373 c.p. un consulente tecnico d’ufficio, condannandolo alla pena di due anni di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.

Da quanto emerso in giudizio, l’imputato era stato nominato CTU dal competente Pretore, a seguito del ricorso per accertamento tecnico preventivo promosso dall’istante, al fine di accertare le cause dell’incendio che aveva coinvolto la propria auto, poco tempo prima affidata ad una officina autorizzata per la esecuzione di alcuni lavori di manutenzione e finalizzata alla successiva instaurazione di una causa per risarcimento danni.

Ebbene, il consulente tecnico era accusato di aver intenzionalmente taciuto quanto emerso nel corso degli accertamenti compiuti nell’espletamento del proprio incarico.

Nella specie, egli aveva omesso di riferire dell’esistenza di un foro nel tubo di rimanda della benzina, tale da consentire la fuoriuscita del carburante e da ritenersi (…) causa più che probabile dell’incendio verificatosi; così omettendo scientemente di portare a conoscenza del giudice civile un fatto rilevante ai fini della definizione del procedimento nell’ambito del quale era stato chiamato ad operare quale CTU.

La questione giuridica

La questione giuridica controversa è diretta a stabilire se ricadono nella sfera di applicabilità dell’art. 373 c.p. le falsità commesse dal consulente tecnico nel corso di un procedimento di istruzione preventiva (nella specie, accertamento tecnico ex art. 696 c.p.c).

Come noto, il vigente codice di procedura civile, nella sezione IV (capo III, libro quarto), riguardante i procedimenti di istruzione preventiva, prevede e disciplina l’assunzione in caso di urgenza, di mezzi di prova prima dell’instaurazione del giudizio, in previsione dello stesso.

Tra tali mezzi rientrano appunto quelli regolati dall’art. 696 c.p.c.

“Ubi lex non distinguit nec nos distinguere debemus”

Per i giudici della Cassazione non c’è motivo di distinguere, in assenza di diversa disposizione di legge, ai fini dell’applicabilità dell’art. 373 c.p., tra i procedimenti civili quelli di cognizione per ritenere applicabili soltanto a questi ultimi e non anche a tutti gli altri procedimenti, il disposto dell’art. 373.

Del resto nella generica nozione di procedimento vanno compresi non solo il procedimento di cognizione e quello di esecuzione, ma anche i procedimenti cautelari che servono a predisporre e a garantire i mezzi probatori del processo definitivo, non potendo contestarsi che nel concetto di procedimento rientri qualsiasi complesso di atti coordinati al raggiungimento di un determinato scopo, fra le parti interessate e l’ufficio giudiziario e regolati dalla legge processuale.

In altre parole, per i giudici della Cassazione, la norma penale sulla falsa perizia deve trovare applicazione in relazione a tutti i procedimenti civili.

Il reato di falsa perizia

Ed infatti, la condotta tipica nel delitto in esame consiste nel dare pareri o interpretazioni mendaci, o nell’affermare fatti non conformi al vero, da parte di chi, quale ausiliare del giudice, era tenuto a svolgere la prestazione richiesta con sincerità e completezza.

Lo scopo della norma è quindi, quello di assicurare il retto e normale funzionamento dell’attività del giudice e di impedire che, con artificiose prospettazioni della realtà, l’attività degli organi giudiziali possa essere fuorviata.

Si tratta di un reato di pericolo, per cui non occorre che si verifichi in concreto un’errata cognizione da parte del giudice, essendo solo sufficiente che siano stati posti in essere i presupposti per una tale possibilità.

Ora è innegabile che ad ogni procedimento di accertamento preventivo possa seguire un procedimento di cognizione, per cui il pericolo che il giudice possa essere tratto in inganno sussiste sempre.

Conclusivamente – con riferimento alla fattispecie in esame – l’accertato inquinamento operato dal consulente tecnico d’ufficio – come ritenuto dai giudici di merito con motivato e insindacabile apprezzamento di fatto – concretizza la sussistenza del contestato delitto di falsa perizia, per cui il ricorrente ha riportato condanna.

Condanna inevitabile per quest’ultimo oltre al pagamento delle spese processuali.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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micropermanenti

Si discute in materia di risarcibilità delle lesioni micropermanenti, come il colpo di frusta, riportato dalla vittima di un incidente stradale

Il quesito giuridico è se, dopo la novella all’art. 139 cod. assicurazioni, introdotto dal cd. decreto sviluppo del 2012, le lesioni di lieve entità, ossia quelle lesioni micropermanenti che siano state accertate mediante riscontro clinico o visivo, ma che non siano accertabili strumentalmente, possano costituire un’autonoma voce di danno risarcibile.

La vicenda

Un incidente stradale in pieno centro a Bologna.

Il sinistro si era verificato nel dicembre del 2012. La parte lesa, conducente dell’auto investita aveva citato in giudizio la conducente dell’altro veicolo, per sentirla condannare al risarcimento di tutti i danni fisici, patrimoniali e non, subiti in conseguenza dell’impatto.

L’attrice sosteneva che la controparte, in violazione delle norme del codice della strada che prevedono l’obbligo di dare precedenza a destra, aveva provocato l’incidente.

Chiedeva pertanto, dinanzi al Giudice di Pace di Bologna, che quest’ultima fosse condannata a corrispondere in suo favore, una somma di giustizia a titolo risarcitorio, detratto quanto già corrisposto dalla compagnia assicuratrice e trattenuta a titolo di acconto.

Si costituiva in giudizio l’assicurazione, contestando la domanda attorea esclusivamente sul quantum richiesto, e affermava che, sulla base della recente normativa, le lesioni di lieve entità non possono essere risarcite ove non suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo. La ricorrente aveva infatti riportato un colpo di frusta.

Il giudice di primo grado, acquisita la documentazione prodotta ed espletata la CTU, aveva accertato la totale responsabilità in capo alla convenuta, condannandola al pagamento in favore dell’attrice della ulteriore somma di 1.769,82 euro per i danni fisici e di 603,63 euro per alcune spese mediche.

Ebbene, la danneggiata proponeva appello contro la predetta sentenza sostenendo che non tutte le spese mediche erano state liquidate, che erano state escluse le spese per la consulenza di parte e che, inoltre, era stato sotto stimato il danno non patrimoniale da ella stessa richiesto.

Per converso, proponeva appello incidentale la compagnia assicuratrice dell’altro veicolo, deducendo l’errore commesso dal primo giudice per aver riconosciuto la percentuale di invalidità permanente del 2% sulla base dei riscontri clinici operati dal nominato CTU, pur in difetto di riscontri strumentali, come invece richiesto dal testo riformato dell’art. 139 codice delle Assicurazioni.

Così il giudice di secondo grado, in accoglimento dell’appello incidentale della assicurazione, rigettava la domanda di risarcimento del danno biologico permanente.

Non era d’accordo la ricorrente che, con un articolato ricorso si rivolgeva ai giudici della Cassazione sostenendo che il danno biologico permanente, per lesioni di lieve entità derivante da sinistro stradale, ove accertato in sede di visita medico legale, deve essere risarcito, anche in assenza di esami strumentali.

Vi sono infatti malattie e menomazioni che, pur presentandosi ad un riscontro clinico, non si prestano per loro natura ad un riscontro strumentale. Ciò vuol dire che la sola interpretazione letterale delle norme sopra richiamata non basta: perché altrimenti si finirebbe per escludere il risarcimento di numerosi danni biologici.

Ebbene, l’argomento ha convinto i giudici della Cassazione.

La questione sottende alla materia della risarcibilità delle microlesioni che siano state accertate mediante riscontro clinico o visivo, ma che non sia accertabili strumentalmente.

Il riferimento normativo è la legge 24 marzo 2012, n. 27 che all’art. 32, commi 3 ter e 3 quater ha introdotto due previsioni determinanti per quanto riguarda i criteri di accertamento del danno alla persona che sia derivato da sinistri stradali e che abbia prodotto postumi permanenti in misura non superiore al 9% della complessiva validità dell’individuo.

Gli articoli citati hanno introdotto modifiche all’art. 139 cod. ass. che ora così recita: “Ai fini di cui al comma 1, per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento me-dico-legale, che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito. In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, con riferimento alle lesioni, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“.

Ebbene sul tema si sono registrati vari orientamenti in dottrina e giurisprudenza.

Secondo un primo orientamento, il legislatore con dette norme ha inteso porre un limite ai mezzi con cui provare il danno alla persona, quando questo abbia prodotto esiti micro-permanenti. In tal caso, infatti, la prova del danno potrebbe essere ricavata soltanto da un accertamento strumentale (ad es. radiografia, risonanza magnetica, TAC, ecc.).

Tale orientamento per i giudici della Cassazione non è condivisibile perché limita il principio del libero convincimento del giudice, obbligandolo ad escludere dal novero delle prove utilizzabili quelle diverse dalla documentazione clinica.

Secondo un altro orientamento, le nuove norme avrebbero introdotto una “soglia di risarcibilità”, ovvero una franchigia nel caso di danno alla salute causato da sinistri stradali.

In altri termini secondo questo indirizzo, in caso di sinistro stradale, non ogni danno alla persona sarebbe risarcibile, ma soltanto quello di intensità tale da poter essere strumentalmente accertato.

Anche tale orientamento non merita di essere condiviso, avendo già affermato la Corte costituzionale nella sentenza n. 235/2014 che le disposizioni del decreto in esame, non attengono “alla consistenza del diritto al risarcimento delle lesioni (…), bensì solo al momento successivo del suo accertamento in concreto”; ciò vuol dire che il c.d. decreto sviluppo ha introdotto soltanto delle norme più rigorose per quanto riguarda l’accertamento dell’esistenza di postumi micro permanenti.

I precedenti giurisprudenziali

Ma la soluzione al quesito è, in realtà contenuta in una recente sentenza della Terza Sezione Civile (n. 18773/2016) la quale ha sostanzialmente fissato i seguenti principi:

–          I commi 3 ter e 3 quater, dell’art. 32 l. 1/2012 sono norme non diverse tra loro che dettano identici precetti;

–          Tutte e due le norme non fanno che ribadire il principio già emerso dal diritto vivente secondo cui il danno biologico è solo quello suscettibili di accertamento medico legale;

–          Le due norme vanno dunque intese nel senso che l’accertamento del danno non può che avvenire con i consueti criteri medico legali e dunque l’esame obiettivo (criterio visivo); l’esame clinico; gli esami strumentali;

–          Tali criteri inoltre non sono “non gerarchicamente ordinati tra loro, né unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo legia artis, siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti”).

Tale orientamento è stato seguito da pronunce ancor più recenti. Tra queste, la sentenza n. 1272/2018 ove è stato precisato che “l’accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita del medico legale, che sia suscettibili di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale”.

Ebbene, nel solco tracciato dalle sentenze sopra richiamate, i giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione hanno inteso ribadire che la normativa introdotta dal legislatore nel 2012, ha avuto come obiettivo quello di sollecitare tutti gli operatori del settore ad un rigoroso accertamento dell’effettiva esistenza delle patologie di modesta entità, cioè quelle che si individuano per gli esiti permanenti contenuti entro la soglia del 9%.

Ciò è del tutto ragionevole se si considera che le richieste per lesioni di lieve entità sono – ai fini statistici – le più numerose da cui derivano ingenti costi collettivi.

Anche la Corte costituzionale con la sentenza n. 235/2014 ha inteso sottolineare che l’intento della legge era proprio quello di impedire che l’accertamento diagnostico ridondi in una” discrezionalità eccessiva, con rischio di estensione a postumi invalidanti inesistente o enfatizzati”.

L’importanza e la responsabilità del medico legale

Le nuove norme, in definitiva, esaltano il ruolo del medico legale, imponendo a quest’ultimo la corretta e rigorosa applicazione di tutti i criteri medico legali di valutazioni e stima del danno alla persona.

Pertanto potrà dirsi risarcibile anche il danno i cui postumi non siano “visibili”, ovvero non siano suscettibili di accertamenti “strumentali” a condizione che l’esistenza di essi possa affermarsi sulla base di una ineccepibile e scientificamente inappuntabile criteriologia medico legale.

Nel caso di specie il CTU aveva evidenziato di aver acclarato la lesione alla struttura muscolare del rachide, non con i pur eseguiti riscontri strumentali (RX, TAC, RM) di per sé astrattamente idonei ad accertare eventuali lesioni scheletriche, ma con riscontri clinici (visivi).

Un nuovo esame di merito è stato dunque, disposto dai giudici della Suprema Corte. Il giudice del rinvio, in relazione alla natura della patologia in concreto accertata, dovrà accertare se l’invalidità comprovata sulla base di criteri oggettivi o se, in concreto, la patologia dedotta sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale. In tale ultimo caso dovrà spiegare le ragioni per le quali intende disattendere le conclusioni alle quali è pervenuto il CTU.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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il mestiere del ctu

Il mestiere del ctu è cosa assai ardua per i medici forensi che hanno le meningi chiuse o che fanno finta di essere terzi. Nella vita si può scegliere di essere liberi e autorevoli o di morire dentro!

Fortunatamente le delusioni si alternano a momenti di gioia quando si fa il medico forense. Il mestiere del CTU è un lavoro ambìto da molti colleghi medici. Purtroppo non sempre è ambìto da chi ama la giustizia, la terzietà, la verità, ma maggiormente da chi vuole essere il protagonista di un indegno spettacolo “forense”.

Il mestiere del ctu non si fa per la parcella (che spesso è veramente risibile) ma per essere “determinanti” e non per esprimere le proprie opinioni senza pensare alle conseguenze di opinioni senza “senso” logico, giuridico e morale.

Si ha paura di affermare “costui ha errato” (malgrado le evidenze) e si preferisce dire “ha esagerato”.

Si nasconde una scelta imprudente in un dire “astrattamente idoneo”.

Insomma, troppo spesso si esce da una CTU sconfortati dalla scarsa onestà intellettuale del collegio peritale e dalla noiosa e inconcludente difesa dei convenuti.

Spesso rifletto sulla eziologia di tale comportamenti: è mancanza di cultura o è assenza di terzietà?

Per questa gente chi è un paziente danneggiato e sofferente? Un numero di RG o un essere umano?

Per fortuna, come detto in premessa, ogni tanto si esce anche felici da un confronto medico legale collegiale, perché ivi ha trionfato l’onestà intellettuale soprattutto dei CCTTUU, il loro rigore logico, la loro neutralità.

Basta con la finta o la vera ignoranza, basta con le idiozie del consenso informato che per alcuni ctp rappresenta il discrimine del cattivo operare e, soprattutto, basta con l’incapacità logica che associa la complicanza alla certa inevitabilità di un evento avverso.

Il mestiere del ctu è come quello di un giudice, perché il ctu, tecnico e occhiale del Giudice, decide delle sorti di un danneggiato. La sua funzione è potere ma è anche grande responsabilità.

Basta con le finzioni, basta con l’ignoranza, il cittadino ha bisogno di professionalità, di terzietà e grande moralità.

I medici forensi senza le succitate qualità devono farsi da parte con coraggio, senza vergogna, perché la vergogna dovrebbero averla quando scrivono stupidaggini, quando non rispondono alle note critiche, quando richiedono una parcella senza aver lavorato bene.

Ricordo a tutti che saremo giudicati nella stessa maniera di come abbiamo giudicato!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

 

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illecito inesistente

Il Tribunale ha ritenuto il danno inesistente, evidenziando la responsabilità aggravata dell’attore per non aver prodotto una consulenza medico-legale di parte a sostegno delle proprie ragioni. Grave negligenza dell’avvocato difensore che non doveva intraprendere un giudizio senza una expertise specialistica medico legale.  

Una breve premessa prima di entrare nel merito di questa storia di potenziale malasanità e di ritenuto danno inesistente.

Una premessa doverosa che serve come input a tutti i nostri lettori che reputano di aver subito un danno. Oltre alla necessità generica di ottenere una valutazione di procedibilità da uno specialista Medico Legale e non da un avvocato, che non ha le specifiche competenze a riguardo, bisognerebbe valutare anche la specifica competenza di chi deve difendere il proprio caso davanti ad un giudice.

Necessita sempre un dialogo con lo specialista medico legale competente che dovrà motivare non solo il perché della procedibilità dell’azione ma anche delle possibilità di successo che sono sempre legate al caso specifico. Senza codesti preliminari diventa tutto più rischioso in termini di soccombenza che può finanche giungere a condanne esemplare come nel caso che di seguito si racconta (Carmelo Galipò).

La storia

Nel 2011 aveva deciso di sporgere denuncia per un presunto caso di malasanità legato all’insorgere di una patologia cardiaca. A distanza di otto anni il paziente, non solo si è visto respingere la sua richiesta di risarcimento ma, ritenendo il danno inesistente, il Giudice lo ha condannato a versare circa 90mila euro alle controparti in causa.

La vicenda, come ricostruisce la Sicilia ha inizio nel 2009 quando l’uomo svolge un esame cardiologico di controllo in una struttura privata di Catania. Trascorso un anno ed effettuati ulteriori esami, è costretto a sottoporsi a una coronarografia.

Ritenendo che il cardiologo che lo aveva visitato avesse sbagliato la diagnosi e ritardato l’esame di una prova da sforzo, l’uomo decide di citare in giudizio lo specialista assieme alla struttura in cui questo prestava servizio. Il tutto senza però produrre una consulenza medico legale. La richiesta di risarcimento è pari a circa 200mila euro.

Il camice bianco e la struttura si costituiscono in giudizio e, pur , respingendo ogni ipotesi di responsabilità, chiamano in causa le rispettive compagnie assicuratrici. Anche queste ultime si costituiscono, chiedendo a loro volta il rigetto della pretesa risarcitoria.

Il giudice del Tribunale civile, nomina un Ctu  e dispone lo svolgimento di una perizia finalizzata ad accertare la correttezza o meno della condotta del professionista. Nel 2016 le conclusioni della consulenza  conferma la correttezza dell’operato del medico escludendo responsabilità sanitarie per i successivi problemi del paziente. “La diagnosi del medico – chiarisce il CTU – confermata successivamente anche dagli altri specialisti cardiologi era corretta. Nulla è da imputare ai convenuti per il dogliato presunto ritardo anche dell’esecuzione del test da sforzo”.

Pochi giorni fa il verdetto.

Il Giudice ha dichiarato inesistente il danno condannando altresì l’attore a pagare le spese legali del cardiologo, della struttura sanitaria e delle due compagnie assicurative. Una cifra pari a circa 20mila euro a ciascuna delle parti.

A tale somma si aggiungono, per ogni convenuto, ulteriori 2.686 euro per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. Il Tribunale, infatti, secondo quanto riferisce la Sicilia, ha ritenuto che l’uomo avesse “intrapreso l’iniziativa giudiziaria senza la dovuta prudenza, non vagliando preventivamente le sue ragioni con una consulenza medico-legale di parte”.

La redazione

 

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giudice

Il giudice che si avvale della facoltà di incaricare un consulente tecnico per meglio decidere deve darne conto nella sentenza o quanto meno non deve negare che essa sia stata espletata

La consulenza tecnica che sia disposta dal giudice o sia ammessa su istanza di parte costituisce un fatto processuale storicamente verificatosi. E’ quanto chiariscono in giudici della Cassazione con ordinanza n. 2736/2019.

Un adesivo per cristalli

L’attore aveva comprato un adesivo per cristalli difettoso, che inserito mediante apposita capsula all’interno di una “pistola” per spruzzarlo sui bordi di un parabrezza ed incollarlo, nonostante le sollecitazioni impartitegli con il comando manuale, reiteratamente non usciva dall’attrezzo, fin quando questi non decideva di smontare la parte posteriore della “pistola” e togliere la capsula non funzionante. Ma di lì a poco, il silicone che si trovava all’interno della stessa si gonfiava sino ad esplodere, scagliando il tappo di protezione contro il viso dell’attore.

A seguito dell’incidente, l’uomo riportava gravi danni personali quali la perdita parziale del visus di un occhio, oltre alle ferite conseguite nell’immediatezza dei fatti.

Agiva, perciò, in giudizio contro il produttore per il risarcimento dei danni.

In primo grado la domanda veniva rigettata per mancato assolvimento dell’onere probatorio in ordine all’esistenza del nesso causale tra l’uso del prodotto e il danno.

La pronuncia veniva confermata anche in appello. A detta dei giudici di secondo grado, l’attore non era riuscito a provare né il difetto specifico del prodotto né che il sinistro ne fosse stata diretta conseguenza, essendosi limitato a provare soltanto che durante il suo utilizzo si era verificata l’esplosione del tubo contenente l’adesivo.

Il ricorso per Cassazione

Con unico motivo di impugnazione il ricorrente, per il tramite del proprio difensore di fiducia, si rivolgeva ai giudici della Suprema Corte lamentando l’errore in cui sarebbero incorsi i giudici di merito per aver omesso di valutare un fatto decisivo della controversia.

Il principale motivo di doglianza era in particolare rivolto all’esame svolto dai giudici dell’appello.

Che fine aveva fatto la consulenza tecnica che avevano disposto?

Nel testo della sentenza non se ne faceva alcuna menzione, eppure dagli atti di causa risultava affidato l’incarico ad un perito d’ufficio.

La sentenza impugnata, infatti, si limitava ad enunciare, dopo una sintetica ricostruzione della disciplina della responsabilità del produttore, l’obbligo esistente in capo al danneggiato di provare il difetto, il danno e la connessione causale tra difetto e danno, residuando invece in capo al produttore l’onere di provare i fatti escludenti la sua responsabilità. Con ciò, senza per nulla fare riferimento alla consulenza tecnica espletata.

E allora i giudici della Cassazione hanno deciso di accogliere il ricorso presentato dall’attore affermando quanto segue:

E’ ben vero che il giudizio sulla necessità ed utilità di fare ricorso allo strumento della consulenza tecnica d’ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, la cui decisione è di regola, incensurabile nel giudizio di legittimità.

Tuttavia, qualora il giudice dell’appello, andando di diverso avviso rispetto al giudice di primo grado, abbia ritenuto di esercitare la facoltà discrezionale di richiedere un approfondimento tecnico, ammettendo la consulenza tecnica richiesta della parte, con ciò implicitamente ritenendo di aver necessità di un ausilio tecnico per definire la controversia su un punto decisivo (nel caso di specie, la difettosità o meno di un prodotto dal quale era derivato un danno), dall’impianto logico della sentenza deve emergere o quanto meno non deve essere negato che la consulenza, come fatto processuale storicamente verificatosi, sia stata espletata”

E non solo.

Un conto è, infatti, ignorare gli esiti di una CTU perché implicitamente ritenuti non convincenti. A tal proposito è facoltà del giudice richiamare in sentenza soltanto i dati che ritiene di porre a fondamento del proprio convincimento. Altra cosa è smentire il fatto storico dell’essere stata espletata la consulenza stessa. Ciò mina la solidità della motivazione perché vuol dire negare un dato storico ossia che la stessa consulenza tecnica sia stata espletata e non, semplicemente, che essa non sia stata ritenuta convincente.

Si trattava pur sempre di un elemento attraverso il quale, unitamente alle altre risultanze istruttorie, il danneggiato intendeva provare la difettosità del prodotto utilizzato.

Ebbene, può pertanto concludersi che ignorare o negare la consulenza come fatto storico processuale, principale o secondario la cui esistenza risulti dagli atti processuali comporta omesso esame di un fatto decisivo del giudizio censurabile in sede di legittimità.

La sentenza meritava, perciò, di essere annullata.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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