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La Cassazione si è espressa sulla consulenza di parte fornendo degli importanti chiarimenti a riguardo.

La Cassazione nell’ordinanza n. 25526/2018 ha fornito dei chiarimenti in merito alla consulenza di parte.

Nel farlo, gli Ermellini hanno specificato che il giudice deve prendere posizione sulle specifiche critiche mosse dalla perizia di parte alla CTU.

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione si è pronunciata sulla vicenda che aveva visto due società al centro di un dibattimento.

Queste avevano impugnato l’avviso con cui, sulla base di una perizia, l’Agenzia delle Entrate aveva rettificato, elevandoli, i valori dichiarati nel trasferimento immobiliare

Ebbene, nonostante in sede di merito i ricorsi fossero stati parzialmente accolti, e ridotti i valori degli immobili, una delle società ha fatto ricorso in Cassazione.

Nel farlo, ha lamentato che il giudice di secondo grado nella sua decisione non avesse tenuto in considerazione i rilievi contenuti nella consulenza di parte.

Questa conteneva elementi non adeguatamente valutati dal CTU nominato in primo grado, avrebbero dovuto portare ad una decisione differente.

Gli Ermellini hanno accolto la doglianza in questione.

Secondo la giurisprudenza di legittimità “allorché ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte, il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte”, incorrendo, in tal caso, nel vizio di motivazione deducibile ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (Cass., n. 23637/2016).

Ne deriva pertanto che il giudice di secondo grado, pur potendo limitarsi a fare proprie la conclusioni del Ctu, deve motivare in ordine alle specifiche critiche della parte all’elaborato dell’ufficio, a meno che lo stesso Ctu non abbia preso posizione al riguardo (Cass., n. 1815/2015).

Sempre secondo la giurisprudenza è nulla, per mancanza del requisito di cui all’articolo 132, comma 1, n. 4), c.p.c., la sentenza la cui motivazione consista nel dichiarare sufficienti tanto i motivi esposti nell’atto che ha veicolato la domanda accolta, quanto documenti ed atti ad essa allegati, senza indicare la ragione giuridica o fattuale che, come emergente dall’oggetto del rinvio, il giudice abbia ritenuto di condividere.

Nel caso oggetto della pronuncia, la Commissione Tributaria Regionale non ha neppure menzionato la CTU di primo grado e nulla ha detto in ordine alle contestazioni contenute nella consulenza di parte.

Insomma, ci si è limitati a ritenere adeguata la motivazione della CTP e a fare riferimento ad una relazione allegata all’avviso di rettifica della quale, però, non ha riportato, nemmeno in maniera sintetica, il contenuto.

In conclusione, la corte di merito non ha fornito una motivazione della sua decisione, avendo solo confermato quella appellata senza prendere posizione sulle censure di parte. Né tantomeno ha valutato le prove poste a fondamento della sentenza di prime cure.

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CTU: POSSONO ESSERE ACQUISITI I DOCUMENTI ACCESSORI

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E’ consentito al CTU di acquisire ogni elemento necessario per rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti. Sempre però che si tratti di fatti e documenti “accessori”, in modo che comunque rimanga esclusa dalla consulenza disposta una “funzione vicariale della prova”.

Questo è il principio di diritto ribadito dalla Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza n. 22116 depositata l’11 settembre 2018, con la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso dalla Corte territoriale.

I fatti.

Una società consortile, per mezzo del suo liquidatore, richiede i soci il versamento di somme di denaro, dichiarando di essere creditore nei loro confronti per diverse ragioni.

Tale richiesta è stata contestata, da uno dei soci che ha proposto azione di accertamento negativo del debito preteso dal Consorzio. Nel costituirsi quest’ultimo ha domandato in via riconvenzionale il pagamento delle somme che già aveva richiesto.

Il giudice di prime cure accoglie parzialmente la domanda riconvenzionale formulata dal Consorzio, rideterminando la misura del debito sulla base delle risultanze di una CTU contabile espletata in proposito.

La Corte territoriale ha confermato la sentenza, respingendo i diversi motivi di impugnazione.

La società ricorre contro la pronuncia della Corte d’appello articolando tre motivi di cassazione.

Sulla pretesa nullità della CTU contabile.

Il primo motivo di ricorso investe la CTU, che è stata espletata nell’ambito del giudizio di prime cure, e si concentra sulla circostanza che il consulente ha acquisito “documenti da terzi in quanto mancanti agli atti”.

Secondo la società ricorrente, la Corte territoriale ha errato, ritenendo che la documentazione de qua “costituisca un mero elemento di riscontro di quanto già agli atti prodotto dalla società appellata”, con la conseguenza che le limitazioni di ci all’art. 198 c.p.c. non operano.

Ed infatti, i documenti acquisiti dal CTU “lungi dal poter essere considerati accessori devono invece considerarsi principali in quanto tesi a provare i presunti finanziamenti effettuati dal Consorzio nei confronti della resistente”.

Secondo la società ricorrente, con la sua interpretazione, il giudice d’appello ha svuotato di significato il disposto di cui agli artt. 194 e 198 c.p.c..

Ebbene, secondo gli Ermellini, che si rifanno a precedenti e costanti arresti giurisprudenziali la CTU ben può essere disposta anche per l’acquisizione di dati la cui valutazione sia poi rimessa all’ausiliario consulente (consulenza cd. percipiente). Inoltre, è anche consentito al CTU di acquisire ogni elemento necessario per rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti, sempre che si tratti di fatti e documenti “accessori”, in modo che comunque rimanga esclusa dalla consulenza disposta una “funzione vicariale della prova” (cfr., ex plurimis, Cass. N. 20695/2013, Cass., n. 28669/2013; Cass., n. 3130/2011).

Correttamente, quindi, secondo la Cassazione la sentenza di secondo grado si è conformata a questo indirizzo.

Attiene, infatti, al merito, e pertanto non sindacabile in sede di legittimità, la questione relativa alla qualificazione dei documenti acquisiti dall’ausiliario in termini di “accessori” o, per contro, di “principali”.

E la riconduzione che è stata operata dall’impugnata sentenza, collegando in modi diretto i documenti acquisiti a quelli già prodotti dalle parti e definendo i primi come momenti di riscontro dei secondi, si manifesta senz’altro ragionevole.

E del resto la società ricorrente, pur affermando il carattere decisivo dei documenti acquisiti, non ha tuttavia indicato le ragioni che sostenevano tale suo convincimento.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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compenso del ctu

Il CTU non rappresenta una delle parti del processo per cui non sottostà al principio della soccombenza: tutte le parti sono tenute al pagamento del compenso del ctu

Il problema del compenso del ctu non è cosa da poco e l’esperienza peritale ne è piena testimonianza.

Spesso nelle chat medico legali si parla di questo annoso problema. Quindi è con somma soddisfazione che si informano tutti i colleghi che fanno attività peritale per il tribunale che la sentenza che si allega ci viene incontro nella richiesta della nostra liquidazione.

Se la parte attrice è condannata dal giudice al pagamento del compenso del CTU e non assolve al proprio onere, nulla è perso!

Potremo richiedere anche alla parte vittoriosa il nostro compenso come spiega bene la sentenza che si allega e della quale si riporta uno stralcio (Cassazione Civile n. 17026/2018).

“…Questa Corte ha già avuto modo di statuire che il decreto di pagamento di cui all’art. 168 Testo Unico sulle spese di giustizia di cui al D.Lgs. n. 115 del 2012 assolve alla funzione di quantificare il credito dell’ausiliario di giustizia, il quale per tale via viene dotato di un titolo esecutivo di valore giudiziale (Cassazione, sezione 2, 20.971-2017; Cass. n. 6766-2012; Sez. 2, Sentenza n. 23586 del 15/09/2008). L’individuazione dell’obbligato al pagamento non viene prevista dalla menzionata norma, a differenza del previgente L. n. 319 del 1980, art. 11, comma 4, (ove era espressamente menzionata l’esecutività provvisoria del titolo nei confronti della parte a carico della quale era posto il pagamento), ma dall’art. 53 disp. att. c.p.c., che attribuisce al decreto di pagamento natura di titolo esecutivo nei confronti del soggetto individuato come parte tenuta ad anticiparne la corresponsione. Pertanto il la definitività del decreto di pagamento, per mancata proposizione dell’opposizione al decreto o per il rigetto di questa, opera con riferimento al quantum dovuto all’ausiliario che ne beneficia, mentre l’individuazione definitiva dell’obbligato al pagamento delle spettanze dell’ausiliario (da considerarsi come parte delle spese giudiziali da ripartire in base al principio della soccombenza) opera solo nei rapporti interni tra le parti, e non è opponibile all’ausiliario, il quale rimane estraneo alla controversia, e verso il quale le parti, sia quella gravata dalla definitiva imputazione dell’obbligo, sia quella esclusa da tale finale imputazione – in quanto totalmente vittoriosa – sono solidalmente obbligate (v. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 25179 del 08/11/2013, che ha affermato che ” in tema di compenso dovuto al consulente tecnico d’ufficio, il decreto di liquidazione che pone lo stesso a carico di entrambe le parti (o di una di esse) non è implicitamente assorbito dalla regolamentazione delle spese di lite ex art. 91 c.p.c., in quanto quest’ultima attiene al diverso rapporto tra parte vittoriosa e soccombente sicchè, ove non sia espressamente modificato dalla sentenza in sede di regolamento delle spese di lite, resta fermo e vincolante anche nei confronti della parte vittoriosa, salvi i rapporti interni tra la medesima e la parte soccombente”). La Corte intende pertanto dare continuità al suddetto principio di diritto…”.

Non si può che concludere affermando che “è cosa buona e giusta”!

Dr. Carmelo Galipò

 

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cancro della mammella

Il cancro della mammella è una patologia che affligge una discreta percentuale di donne. In tema di invalidità civile merita l’accompagno o solo la pensione? E per quanto tempo? Valutiamo la bontà di una CTU

Spesso mi capita, in qualità di CTU o di CTP di valutare se una paziente con cancro della mammella abbia o meno i requisiti sanitari per il riconoscimento di una indennità di accompagnamento o di una pensione di invalidità.

Vorrei fare “le pulci” di una ctu previdenziale che si allega alla presente.

Questo mio intervento vuole essere di utilità non solo ai cittadini non medici che leggono questo quotidiano, ma anche per i medici che fanno questa attività forense per conto del Tribunale.

Partiamo dal requisito sanitario necessario per il riconoscimento di questo beneficio di legge.

Il medico legale o, comunque, il medico forense incaricato dal Giudice, dovrà riconoscere tale beneficio se il soggetto periziato a causa di una malattia non può deambulare e/o svolgere i comuni atti di base (ADL) della vita quotidiana senza l’aiuto di terzi.

Quali sono questi atti di base della vita quotidiana?

Sono rappresentarsi da quegli atti quotidiani necessari per la cura personale:

  • la mobilità funzionale, spesso riferita a un movimento (spostarsi da un luogo a un altro compiendo le attività): capacità di camminare, salire e scendere dal letto, sedersi o alzarsi dalla sedia;
  • fare un bagno o la doccia (lavare il corpo);
  • vestirsi;
  • nutrirsi in maniera autosufficiente (esclusa la capacità di cucinare, masticare o ingoiare)
  • badare alla propria igiene soprattutto legato alla toilette (andare al bagno, pulirsi da soli, rialzarsi dalla tazza)
  • somministrarsi autonomamente e con regolarità farmaci salvavita

Analizziamo il caso descritto nella ctu allegata. 

Si tratta di un’anziana paziente di 71 anni affetta da cancro della mammella con metastasi ossee diffuse che secondo la CTU ha diritto all’indennità di accompagnamento per i tre mesi di chemioterapia.

La ctu motiva così il riconoscimento:

“La chemioterapia subita dalla ricorrente è stata altamente invalidante per gli effetti collaterali devastanti per il fisico, che hanno comportato la necessità di accudimento costante, soprattutto durante i giorni di somministrazione dei farmaci, durante i quali era costretta a letto ed impossibilitata allo svolgimento di atti elementari della vita quotidiana e, pertanto, ha dovuto essere costantemente assistita”.

Il ragionamento della collega CTU non fa una grinza in quanto, solitamente, nel periodo della chemioterapia, il paziente presenta la c.d. “sindrome da fatigue”, ossia una situazione clinica caratterizzata da tale spossatezza che impedisce al soggetto di compiere anche atti elementari della vita quotidiana.

Nel caso della paziente descritta dalla CTU il periodo concesso è congruo?

Trattasi di una paziente di 71 anni che al momento della visita peritale aveva le seguenti difficoltà funzionali:

“…condizioni generali scarse, deambulazione lenta con appoggio, dispnea per modici sforzi, rachide dolente nei movimenti di flesso estensione o rotazione, notevolmente ridotta la funzione di resistenza ai carichi ed  agli urti;  limitazione funzionale dei movimenti arti inferiori. Sintomatologia dolorosa durante la stazione eretta o durante la deambulazione”.

La clinica descritta dalla collega CTU per questa paziente, affetta da cancro della mammella metastatizzato alle ossa, secondo lo scrivente, deve far riflettere sulle capacità di compiere gli atti di base della vita della perizianda.

Malgrado non l’abbia vista, per questa paziente, malata terminale, ricorrono anche alla visita peritale i requisiti sanitari per la concessione del beneficio di legge dell’Accompagnamento perchè sembra verosimile l’esistenza di un pericolo costante per la sua salute nello svolgimento dei semplici atti della vita quotidiana a motivo di un precario equilibrio della deambulazione, di un grave deficit di forza degli arti e di una verosimile depressione maggiore che ne indebolisce la volontà.

Insomma il giudizio del ctu ci sembra severo in quanto l’accompagnamento doveva essere concesso anche oltre il periodo della chemioterapia e per sempre considerata anche la prognosi del tumore metastatizzato.

A tale conclusione si poteva giungere con una raccolta anamnestica più minuziosa e con la richiesta di eventuale relazione del medico oncologo e del curante.

Dr. Carmelo Galipò

Pres. Accademia della Medicina Legale

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ctu

Per la Cassazione l’invio della bozza di ctu rappresenta una garanzia per il diritto di difesa anche nella fase dell’elaborazione dei risultati dell’indagine peritale

E’ nulla la ctu (consulenza tecnica d’ufficio) laddove la perizia non venga  trasmessa agli esperti di fiducia delle parti prima del deposito. Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l’ordinanza n. 21984/2018.

Gli Ermellini sono pronunciati sul ricorso presentato da un uomo che aveva agito in giudizio contro l’Inps per ottenere il riconoscimento delle condizioni sanitarie legittimanti il diritto all’assegno di invalidità. La pretesa era stata respinta dal Tribunale di Napoli. Da qui la decisione dell’attore di rivolgersi alla Suprema Corte.

Il ricorrente lamentava, tra l’altro, la mancata rilevazione della nullità della consulenza tecnica d’ufficio per mancato rispetto dei termini dell’art. 195 c.p.c.. Il Ctu, infatti, non aveva mai inoltrato alle parti la bozza dell’elaborato depositando la perizia direttamente nel fascicolo informatico, peraltro oltre la scadenza dei termini. Nullità che era stata fatta valere nel primo atto difensivo successivo la scadenza, con ricorso ex art. 445 bis c.p.c., comma 6.

La Cassazione ha ritenuto fondato il motivo del ricorso.

L’articolo 195 c.p.c. – chiariscono gli Ermellini –  regola i compiti del Ctu e le facoltà delle parti nel momento del deposito in giudizio della perizia. La norma rimette al giudice la determinazione di precise scansioni temporali che devono caratterizzare la consulenza tecnica d’ufficio.

L’obiettivo è garantire la piena esplicazione di un contraddittorio tecnico e, quindi, del diritto di difesa anche nella fase dell’ elaborazione dei risultati dell’indagine peritale. La dialettica si realizza così prima della sottoposizione degli esiti peritali al giudice, consentendogli di esercitare un effettivo esercizio della funzione di peritus peritorum. In tal modo, infatti, il giudice è in grado di conoscere già all’ udienza successiva al deposito della relazione i rilievi delle parti, nonché le repliche e controdeduzioni del consulente d’ufficio, con conseguente accelerazione dei tempi del processo.

L’omesso invio della bozza, in quanto posta a presidio del diritto di difesa, integra quindi un’ipotesi di nullità della consulenza. Tale nullità risulta sanata se non eccepita nella prima istanza o difesa successiva al deposito; cosa che invece era avvenuta nel caso esaminato.

La nullità, aggiungono ancora dal Palazzaccio, è suscettibile anche di sanatoria per rinnovazione.

Il contraddittorio sui risultati dell’indagine, infatti, può essere recuperato dal giudice e ripristinato successivamente al deposito della relazione. Ciò al fine di poter valutare la necessità o l’opportunità di assumere chiarimenti dal Ctu, disporre accertamenti suppletivi  o addirittura la rinnovazione delle indagini o la sostituzione del consulente. Nel caso in esame, tuttavia, tale sanatoria non si era verificata.

In base a tali considerazioni, dunque, la Cassazione ha ritenuto di accogliere le doglianze del ricorrente rinviando la causa al Tribunale per un nuovo esame della vicenda.

 

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collegio peritale

Un collegio peritale, composto da medico legale e neurochirurgo, può depositare due perizie separate con conclusioni opposte?

Tempo fa, anch’io mi trovai, in qualità di ctu, in un collegio peritale associato a un internista, con il quale non ci trovammo d’accordo sul giudizio per la gestione di un paziente dal giorno successivo l’ingresso in ospedale al giorno della sua morte nello stesso nosocomio.

Ricevetti una riflessione (prima bozza) dello specialista che prospettava l’assenza di malpractice, ma che non mi convinceva in modo assoluto. Gli prospettai una diversa soluzione e specifica accusa sulla cattiva gestione in senso omissivo dei sanitari.

Lo specialista accettò e condivise quasi totalmente la mia visione e riuscimmo a redigere una bozza da inviare alle parti con firma congiunta.

Ecco, vi racconto ciò come premessa a un recente caso seguito in qualità di ctp, ma non per vantarmi, ma solo per affermare due concetti importanti che dovrebbero sempre essere osservati dal collegio peritale:

1) Non è lo specialista che decide le sorti di un contenzioso, ma il medico legale, il quale deve essere arbitro cosciente ed educatore del collega in termini giuridici;

2) Il medico legale deve condividere il percorso clinico di ciò che scrive lo specialista e deve associare tale percorso al diritto. E dove qualcosa non quadra, anche nel solo senso logico (e non per forza clinico), deve fare specifici quesiti al collega, il quale deve rispondere con dovizia di precisione.

Nel caso in cui mi sono imbattuto, mancano entrambi i concetti succitati:

– Il medico legale fa lo specialista neurochirurgo (e lo fa male!);

– Il neurochirurgo fa il medico legale valutando il danno biologico e disquisendo anche di diritto (e lo fa male!).

Mi viene da dire: BINGO!

Se dovessi andare oltre i concetti suddetti, mi immergerei in una palude devastante che travalicherebbe anche il ruolo del ctp medico legale, ma probabilmente lo farò (e pubblicherò il tutto) quando avrò in mano la ctu definitiva con la risposta alle note critiche che giungeranno ai colleghi CTU.

E comunque il collegio giudicante di queste due perizie non se ne farà nulla, ma staremo a vedere dopo la prossima udienza a novembre, mentre per la ctu definitiva ne riparleremo a fine settembre.

Dr. Carmelo Galipò

Pres. Accademia della Medicina legale 

 

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corte di appello

Ancora una sentenza di Corte di Appello di Giudici che sembrano vivere su di un altro pianeta: anni persi e paziente…affondata!

La Corte di Appello ormai non mi stupisce più! Sempre più frequentemente leggo sentenze che hanno dell’assurdo e buttano nel cestino 20 anni di giurisprudenza consolidata in tema di responsabilità sanitaria.

Il caso tratta di una giovane paziente che da ragazza lesionò il legamento crociato anteriore del ginocchio che venne sostituito, all’epoca, da un neo legamento artificiale in Dacron mal impiantato e poi revisionato. Successivamente, a motivo della instabilità del ginocchio andò incontro ad una medio-grave condropatia del compartimento mediale e laterale, per il qual motivo i medici le consigliarono di impiantera una protesi mono-compartimentale mediale che, comtroindicata, non funzionò e che ridusse la paziente a deambulare con due bastoni e per pochi tratti per quasi tre anni dopo di che tale protesi le fu sostituita con una protesi totale che migliorò di gran lunga la deambulazione.

Sia in primo grado che in secondo grado, i due consulenti fenomeni, negando l’evidenza, conclusero che si trattasse non di errore medico, ma di una sindrome dolorosa che è complicanza, infrequente, ma prevedibile ed inevitabile in chirurgia del ginocchio.

Questi fenomeni, incalzati dai ccttpp attorei, conclusero più precisamente:

  • Il primo negò l’evidenza artroscopica dell’artrosi laterale, affermando, praticamente che se il chirurgo non l’aveva descritta nell’intervento significava, praticamente, che non vi era;
  • Il secondo così concluse: “…nel caso in esame, in assoluto non c’è alcuna risposta scientifica sul perché la protesi sia risultata dolorosa , si può imputare il fallimento alla condropatia dei distretti non protesizzati ossia la rotula ed il comparto esterno o al fatto che il ginocchio nonostante il legamento crociato ricostruito fosse in ottimo stato, il ginocchio presentasse ancora una grave instabilità. Certo alla luce del risultato clinico e della successiva necessità di dover ricorrere dopo 3 anni ad un intervento di protesizzazione totale, rende discutibile ed opinabile l’indicazione chirurgica…”.

Insomma, tornando alla sentenza della Corte di Appello, i passaggi da “sballo” sono i seguenti e che si reputa di non dover commentare in quanto sia i lettori giuristi che quelli medico legali di questo quotidiano non hanno bisogno di alcuna lezione di diritto:

  • “…L’appello è infondato. Questa Corte osserva in primo luogo che non è provata l’esistenza del nesso causale tra l’intervento chirurgico ed il peggioramento delle condizioni fisiche della paziente: non è certo infatti che il danno sia dipeso dall’ultimo intervento e non dalla lunga e tormentata storia clinica della paziente che nel tempo è stata sottoposta a numerosi interventi al ginocchio per problemi risalenti all’età giovanile, ovvero dalle precedenti patologie da cui era già affetto il ginocchio…”.
  • “…In particolare ha affermato – il CTU – che la protesi è stata posizionata correttamente: infatti le dimensioni delle componenti tibiale e femorale sono congrue e non presentano segni di scollamento. La scelta di applicare una protesi parziale, invece di una totale – a giudizio del CTU – rappresenta una opzione possibile, prevista dai comuni protocolli in materia. Intanto, pur essendo opinabile, non racchiude elementi di colpa medica…”.

Di cosa dobbiamo discutere? Della stupidità dei CCTTUU o della falsa distrazione dei Giudici della Corte di Appello?

Vi rendete conto che i Giudici di Corte di Appello ancora parlano di certezza nella causalità civile e sorvolano, senza riflettervi, su un intervento considerato opinabile dal proprio CTU?

Beh, la logica conclusione di questa storia è il ricorso in Cassazione dove esistono Giudici che non provengono da Marte ma hanno i piedi saldi sul pianeta Terra!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

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OPERAZIONI PERITALI: QUALE DEVE ESSERE IL COMPORTAMENTO DEL CTU?

colpa o non colpa

Sembrerebbe un quesito facile ad una lettura a riflessione zero! Colpa o non colpa? Esaminiamo un caso “semplice” per approdare ad una fattispecie complessa

Il caso che alleghiamo parla di un caso semplice sia dal punto di vita medico legale che da quello giuridico, ma partendo dal caso in esame cambieremo un solo elemento per domandarci: colpa o non colpa?

La sentenza descrive un caso di tiroidectomia per carcinoma papillifero in cui il chirurgo ha colposamente leso entrambi i nervi ricorrenti causando danni ingenti alla paziente che sono stati valutati 40 punti dal CTU nominato e risarciti, anche in termini di incidenza sulla capacità lavorativa specifica, con la somma di 293mila euro.

Riportiamo di seguito il passo conclusivo sulla responsabilità del chirurgo per poi porci la fatidica domanda che cambierebbe le prospettive conclusive (forse!):

“…Invero nella descrizione di intervento contenuta nella cartella clinica è emerso come l’operatore – pur in presenza di tiroide aumentata di volume e interessata da due noduli, interessata da postumi flogistici con estese aderenze e superficie adese nel conteso di una rete vascolare comunemente non presente – abbia solo proceduto alla “preparazione, doppia legatura e sezione del peduncolo inferiore”.

Non vi è traccia dunque della preventiva e centrale procedura di individuazione in sede ed isolamento dei nervi laringei prima della eradicazione della ghiandola tiroidea, e ciò proprio al fine di scongiurare quel rischio seppur minimo (2%) di lesione dei nervi ricorrenti infatti occorsa.

Il ctu ha invero descritto come nella chirurgia convenzionale il nervo ricorrente è generalmente identificato e preparato alla sua emergenza dallo stretto toracico con successivo isolamento in direzione caudo-craniale, consentendo tale metodo la sua individuazione prima che si possa verificare una sua bi o triforcazione sovente presente. Misure precauzionali aggiuntive richiedono l’uso di sistemi ottici di ingrandimento ed una scrupolosa emostasi.

Una volta individuato, il rispetto del nervo può essere ottenuto con una ultralegatura dei vasi dovendo essere liberato solo nella sua faccia anteriore al fine di prevenire danni ischemici secondari, utilizzando eventualmente dei passalacci per fare delle legature superselettive.

Una volta così isolato il nervo e le due paratiroidi si può provvedere alla dissezione del lobo tiroideo in senso lateromediale.

Ebbene di tale accurate manovre -necessarie per evitare la complicanza peraltro rara prevista in tali casi- non vi è traccia nell’operazione condotta dal dott. B…”

Che difficoltà esiste ad affermare che il chirurgo sia stato negligente e imperito con una descrizione dell’atto operatorio come descritta nella sentenza? Alcuna!

Adesso, però, ammettiamo il caso che il chirurgo operatore avesse descritto (furbamente) in cartella di aver isolato e preparato i nervi ricorrenti. Che cosa avrebbe concluso il CTU (deducente) a fronte delle complicanze successe ugualmente alla paziente (ossia quelle descritte nella sentenza allegata)?

Forse sarebbe meglio riformulare la domanda rivolgendola ai medici legali, lettori di questo quotidiano.

Cosa rappresentereste al giudice in un caso simile? Colpa o non colpa del chirurgo?

Colpa? Scrivetemi il perché.

Non colpa? Motivate bene il perché.

Delle vostre risposte, inviate in anonimato, all’indirizzo e-mail galipo@libero.it, darò atto sulle pagine del giornale la prossima settimana con un commento personale.

Vi prego abbiate il piacere di partecipare a questo piccolo “seminario” in quanto il contraddittorio ci rende tutti migliori.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

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VISTA LA COMPLETEZZA E IL PREGIO DELLA CONSULENZA …SOSTITUIAMO IL CTU!

 

qeeg

L’elettroencefalografia quantitativa (QEEG) è un processo di valutazione che fornisce informazioni molto dettagliate sulla specifica funzione cerebrale.

Le separazioni da alcuni anni hanno raggiunto aumenti esponenziali e i giudici sono sempre più inclini a valutare l’idoneità genitoriale attraverso consulenze psicologiche-psichiatriche.

Purtroppo i risultati che si ottengono attraverso le consulenze non sono risolutivi e non rispondono mai scientificamente al quesito “ valutare l’idoneità genitoriale delle parti”.

Gli strumenti usati nelle CTU sono alquanto inattendibili, una scarsa diagnosi clinica un anamnesi a volte pretestuosa che non individua i veri trascorsi delle parti, supportata da batterie testo logiche che da tempo risultano non idonee specialmente nella pratica forense, essendo test proiettivi hanno una scarsa attendibilità scientifica.

La scarsa attendibilità è dovuta alle codificazioni attraverso il metodo cieco e l’influenza del contesto sui punteggi.

Da qui la necessità di inserire nelle consulenze tecniche un metodo con un profilo più scientifico e meno proiettivo, da questa necessità in America da ben dieci anni è nato il QEEG.

Cosa elabora e su cosa si basa il QEEG ?

L’elettroencefalografia quantitativa è un processo di valutazione che fornisce informazioni molto dettagliate sulla specifica funzione cerebrale.

Cosa individua il QEEG ?

Problemi di ansia, Delirio cognitivo negli anziani, Depressione, Emicrania, Disturbo ossessivo compulsivo, Disturbo da stress post-traumatico, etc.

Suddetta diagnostica è stata introdotta ampliamente nell’ambito forense americano, dando riscontri ottimali ottenendo profili reali, verificando se nel soggetto vi è presenza di pericolosità sociale o meno, in America si è riconosciuta la sua validità molto più dei test psicodiagnostici.

A conferma di ciò, la Suprema Corte Americana ha accolto questa metodologia come pienamente rispondente a criteri di scientificità “ DAUBERT”.

Recentemente un tribunale della Florida ha revocato una sentenza di pena capitale sulla base delle prove QEEG.

L’applicazione di suddetta metodica all’interno delle consulenze tecniche d’ufficio permetterebbe di avere dei reali profili psicologici dei soggetti sottoposti ad un indagine, sarebbe facilmente dimostrabile le reali condizioni patologiche in essere recuperabili attraverso le tecniche di neuro feedback.

Tecnica che si basa su un addestramento diretto a gestire e migliorar profili di attivazione disfunzionali rilevati dal QEEG.

 

Dott. Maria Bernabeo

(pres. Ass. Help Family – Psicologa-Psicoterapeuta)

 

 

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giudice di merito

Per la Cassazione, il giudice di merito non è tenuto a fornire un’argomentata motivazione qualora aderisca alle elaborazioni del consulente

La Cassazione Civile, Sezione Lavoro, con l’ordinanza n. 7701/2018 si è pronunciata sul contenzioso tra un soggetto e la società datrice di lavoro. Quest’ultima si era vista riconoscere, sia in primo grado che in appello, il diritto a un risarcimento pari a circa 94mila euro, oltre interessi legali. Il Giudice di merito aveva infatti accertato la responsabilità dell’uomo per il danno conseguente alla violazione degli obblighi di fedeltà.

L’imputato, per il tramite della sua società, aveva venduto a una cliente dell’azienda datrice, macchine usate simili a quelle commercializzate dalla stessa datrice. Il tutto in costanza di rapporto di lavoro con quest’ultima.

Con riferimento all’entità del risarcimento del danno liquidato dal Tribunale, il Giudice di secondo grado aveva verificato la correttezza del calcolo eseguito dal consulente. Questo teneva conto del prezzo di vendita delle macchine, dedotto il costo di acquisto e delle spese di condizionamento e trasporto.

Nell’impugnare la sentenza per cassazione, il ricorrente evidenziava, rispetto a tale aspetto, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sulla quantificazione del danno da parte del consulente.

Quest’ultimo, a suo avviso, sarebbe incorso in una serie di errori. Avrebbe generalizzato i criteri di calcolo adottati anche per casi nei quali non era stato possibile stabilire i costi di acquisto delle macchine. Inoltre, avrebbe utilizzato dati riferibili ad operazioni diverse dalla vendita.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto inammissibile la pretesa del ricorrente circa un nuovo esame delle risultanze della CTU disposta per quantificare il danno reclamato.

Per gli Ermellini, infatti, la Corte d’Appello aveva dato conto della ricostruzione operata dal consulente, condividendola.

A tal proposito, la Cassazione sottolinea che il giudice del merito “non è tenuto a fornire un’argomentata e dettagliata motivazione” qualora aderisca alle elaborazioni del consulente. Tale principio è valido laddove queste non siano state contestate in modo specifico dalle parti.

D’altro canto, ove siano state sollevate censure dettagliate e non generiche, il Giudice “ha l’obbligo di fornire una precisa risposta argomentativa correlata alle specifiche critiche sollevate”. La risposta, in tal caso, va corredata con una più puntuale motivazione della propria scelta di aderire alle conclusioni del consulente d’ufficio.

Nel caso in esame il Giudice a quo aveva tenuto espressamente conto dei rilievi formulati chiarendo la ragione per la quale le risultanze peritali erano attendibili e condivisibili. Nel ricorso per cassazione, invece, non si precisava se, come, e in che sede le circostanze che si assumevano disattese fossero state sottoposte all’attenzione del consulente e del giudice di merito.

 

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