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dalla parte dei medici

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ismett di palermo

L’intervento è stato eseguito all’Ismett di Palermo. Il paziente è stato già dimesso con un regolare decorso post trapianto

Un trapianto di fegato grazie ad un organo prelevato da un donatore affetto da una rara malattia genetica, la Sindrome di Rendu-Osler-Weber. Il particolare intervento è stato eseguito nelle scorse settimane presso l’IRCCS ISMETT di Palermo dall’équipe medico-chirurgica guidata dal professore Salvatore Gruttadauria, direttore del programma di chirurgia addominale e trapianto di fegato.

Il trapianto è risultato particolarmente complesso appunto per la condizione del donatore. La Sindrome di Rendu Osler Weber, detta anche teleangectasia ereditaria, è  una patologia che, potenzialmente, determina alterazioni vascolari degli organi vitali. Per questo è normalmente considerata una controindicazione al prelievo per trapianto d’organi.

Nel caso del prelievo effettuato dal team di ISMETT sono stati svolti accurati e particolari esami diagnostici per escludere la presenza di alterazioni vascolari del fegato. L’organo prelevato è stato considerato idoneo al trapianto. In tal senso si è espresso anche il Centro Nazionale Trapianti (CNT).

Ad essere sottoposto a trapianto è stato un paziente affetto da cirrosi secondaria a steato-epatite non alcolica.

“Il trapianto – spiega il prof. Gruttadauria – è riuscito perfettamente. Il paziente è stato già dimesso e sta recuperando una buona condizione fisica con un regolare decorso post trapianto”.

E’ la prima volta che viene eseguito un trapianto di fegato da un donatore portatore di teleangectasia ereditaria. Nel 2013, a Barcellona, erano stati eseguiti due trapianti di rene prelevati da donatore affetto da questo tipo di patologia.

I donatori marginali, ovvero non ottimali – spiega l’ISMETT in una nota -, a causa della mancanza di donazioni sono sempre più utilizzati. Soprattutto in quelle regioni dove il tasso di donazioni è più basso. “Questo tipo di organi – sottolinea ancora Gruttadauria – se utilizzati all’interno di percorsi protetti come quelli delle linee guida sulla donazione d’organo vigenti in Italia offrono una valida opzione terapeutica ai tanti pazienti in lista d’attesa. Questo consente di combattere la drammatica e costante carenza di donazione che caratterizza alcune regioni del nostro Paese, in particolare la Sicilia”.

 

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BOLOGNA, DOPPIO TRAPIANTO GRAZIE A UNA DONAZIONE A CUORE FERMO

pietra ligure

La donna, al nono mese di gestazione, ha rischiato la vita per la rottura di un aneurisma. I medici del nosocomio di Pietra Ligure hanno salvato sia lei che la piccola che portava in grembo

Ha rischiato di morire al nono mese di gravidanza, prima di dare alla luce la sua bambina. Grazie  a un intervento complesso e combinato messo in atto dai sanitari del nosocomio di Pietra Ligure, in provincia di Savona, tuttavia, sia la donna che la piccola sono salve. L’episodio risale a un mese fa, ma è stato reso noto solo nelle scorse ore.

La gestante era stata trasferita all’ospedale Santa Corona da un’altra struttura sanitaria ligure in seguito a un’improvvisa emorragia cerebrale dovuta alla rottura di un aneurisma. Una situazione drammatica, a fronte della quale si è subito messa in moto una complessa macchina che ha coinvolto diversi reparti.

Una equipe di Ginecologia e Ostetricia ha provveduto a far nascere la piccola con taglio cesareo d’urgenza.

Subito dopo il parto la mamma, sempre in anestesia generale, è stata trasferita nella sala angiografica del Reparto di Neuroradiologia. Qui i medici sono intervenuti per via endovascolare, attraverso la puntura dell’arteria femorale all’inguine, per chiudere l’aneurisma del cervello. I professionisti hanno utilizzato la tecnica standard del rilascio di ‘spirali al platino’ all’interno della sacca aneurismatica.

La donna è stata poi trasferita nel reparto di Rianimazione, Una volta risvegliata è apparsa subito in buone condizioni cliniche e ha potuto abbracciare la sua bambina.

Ai camici bianchi del presidio ospedaliero ligure è arrivato il plauso dell’Assessore regionale alla sanità, Sonia Viale.  “Voglio esprimere le mie congratulazioni alle equipe mediche dell’ospedale Santa Corona per aver realizzato con successo un intervento particolarmente complesso. Il pensiero va alla mamma e alla figlia, che oggi, secondo quanto riferito dagli specialisti, stanno bene”.

“Questo ospedale – aggiunge Viale – si conferma un punto di riferimento per l’alta complessità, dotato di personale altamente specializzato e strumentazioni all’avanguardia. Questa è la sua vocazione, come Dea di II livello, come confermato anche nell’ultimo Piano Socio Sanitario”.

 

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INTERVENTO CON ECMO IN EMERGENZA, SALVATA PAZIENTE 72ENNE A TORINO

ricostruzione

Eseguita con successo all’ospedale Sant’Andrea di Roma la ricostruzione dell’atrio cardiaco di un uomo affetto da tumore polmonare

Ricostruzione completa dell’atrio cardiaco con tessuto prelevato da un bovino dopo un tumore polmonare. E’ il complesso intervento chirurgico, eseguito con successo lo scorso 16 gennaio all’ospedale Sant’Andrea di Roma, su un paziente di 62 anni.

L’operazione è stata coordinata dal direttore dell’Uoc di Chirurgia Toracica dell’azienda universitaria-ospedaliera, Erino Angelo Rendina, regista di una équipe multidisciplinare composta da chirurghi toracici, cardiochirurghi e anestesisti.

Rendina ha illustrato l’intervento con cui l’atrio sinistro del cuore del paziente è stato resecato e successivamente ricostruito con pericardio bovino. Il tutto con completa rimozione del tumore polmonare e ripristino della funzionalità cardiaca.

“Un primato italiano, se non mondiale – sottolinea una nota – che conferma la già nota eccellenza della Chirurgia Toracica del Sant’Andrea”.

Il paziente era affetto da un tumore del polmone destro che aveva aggredito e invaso anche una porzione del cuore. Tale condizione sembrava rendere impossibile l’asportazione completa del tumore.

L’intervento chirurgico, a seguito di un’accurata e meticolosa pianificazione. è iniziato alle ore 15:15 del 16 gennaio. L’équipe cardiochirurgica ha istituito la circolazione extracorporea e, quindi, arrestato il cuore. Il tumore è stato poi rimosso asportando il polmone destro e la parte di cuore invasa dalla neoplasia, ossia la quasi totalità della camera atriale di sinistra.

Successivamente è iniziata la delicata fase di ricostruzione del cuore che ha previsto la sostituzione dell’atrio di sinistra con una protesi biologica perfettamente compatibile, integratasi con il tessuto del cuore nativo. L’intervento si è concluso alle ore 19:15.

Il paziente ha trascorso le prime 4 giornate post-operatorie presso la terapia intensiva cardio-toraco-vascolare ed è stato quindi trasferito presso il reparto di chirurgia toracica. A seguito di un decorso post-operatorio completamente regolare, il paziente è stato dimesso lo scorso 1 febbraio.

 

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INTERVENTO CON ECMO IN EMERGENZA, SALVATA PAZIENTE 72ENNE A TORINO

intervento con ecmo

La signora non respirava  a causa di una voluminosa massa tumorale che ostruiva completamente la trachea. E’ sopravvissuta grazie a un innovativo intervento con ECMO al Pronto soccorso dell’ospedale Molinette di Torino

Salvata grazie a un eccezionale e innovativo intervento con ECMO in emergenza. E’ quanto avvenuto a una 72enne con una voluminosa massa tumorale che le ostruiva pressoché completamente la parte bassa della trachea impedendole praticamente di respirare. L’intervento, primo nel suo genere, è stato eseguito presso le sale del reparto di Anestesia e Rianimazione del Pronto soccorso dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

L’operazione non poteva essere effettuata mediante tradizionale intervento di disostruzione in broncoscopia. Lo spazio respiratorio residuo di circa 1 mm, infatti, non avrebbe consentito l’intubazione orotracheale e la ventilazione, mettendone a rischio la sopravvivenza.

I rianimatori Marinella Zanierato ed Andrea Mina dell’Anestesia e Rianimazione del Pronto soccorso, diretta dal professor Luca Brazzi, hanno provveduto a stabilizzare il quadro clinico. Hanno quindi permesso a Matteo Attisani e a Erika Simonato della Cardiochirurgia, diretta dal professor Mauro Rinaldi, di posizionare l’ECMO, un circuito extracorporeo in grado di sostenere completamente esternamente la funzione respiratoria ossigenando il sangue della paziente.

Grazie a questo primo intervento è stato possibile addormentare la malata.

In tal modo, Marco Bardessono e Mauro Mangiapia, della Pneumologia diretta dal professor Carlo Albera, hanno potuto liberare completamente le vie aeree in broncoscopia. Il tutto in modo non invasivo e in una situazione di arresto respiratorio protrattosi per  più di due ore.

L’intervento in collaborazione multidisciplinare è tecnicamente riuscito. La paziente attualmente sta bene e presto verrà dimessa dall’ospedale.

Si tratta di un’operazione estremamente innovativa per l’utilizzo in condizioni di emergenza in Pronto Soccorso di un dispositivo ECMO in grado di supportare completamente la funzione respiratoria e se necessario anche la funzione cardiaca.

La Città della Salute di Torino è uno dei pochi centri in Italia che ha la completa disponibilità h 24 dell’ECMO in Pronto Soccorso. Grazie alla collaborazione tempestiva di rianimatori e cardiochirurghi il macchinario permette di salvare la vita a pazienti critici che non avrebbero altra possibilità di sopravvivere.

 

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CHIRURGIA ROBOTICA SU TUMORE POLMONARE: L’INTERVENTO ALLE MOLINETTE

progeria

Operato con successo all’ospedale San Camillo Sammy Basso, uno dei cinque italiani affetti da progeria, malattia rara meglio conosciuta come sindrome da invecchiamento precoce

Eseguito con successo all’ospedale San Camillo di Roma, per la prima volta al mondo, il trattamento di una stenosi calcifica severa della valvola aortica per via trans-catetere su un paziente affetto da progeria, meglio nota come sindrome da invecchiamento precoce. Una malattia che conta circa 100 casi conosciuti in tutto il mondo.

La procedura è stata eseguita dall’equipe cardiochirurgica guidata da Francesco Musumeci e coadiuvata da Roberto Violini, cardiologo interventista, e da Elio D’Avino, cardio-anestesista. Dall’ospedale fanno sapere che tutto si è svolto “senza alcuna complicanza e con un risultato finale eccellente”.

Il restringimento della valvola aortica è una patologia che progredisce rapidamente. Per cui in un arco di tempo relativamente breve avrebbe potuto causare la morte del paziente. L’unica terapia consiste nella sostituzione della valvola calcificata con una protesi valvolare fatta con tessuto biologico.

La difficoltà per i sanitari consisteva nel decidere se, nel caso in esame, un trattamento fosse possibile e quale sarebbe stata l’opzione più appropriata.

Dopo un’attenta analisi, il team del San Camillo ha ritenuto l’intervento fattibile per via trans-catetere, “mediante l’introduzione del catetere attraverso la punta del ventricolo sinistro”. Il rischio era molto elevato a causa delle caratteristiche cliniche dei pazienti con progeria e della complessità anatomica del caso.

Il tipo di procedura e i possibili rischi sono stati discussi con il diretto interessato, il 23enne Sammy Basso, uno dei cinque italiani colpiti dalla patologia, che ha acconsentito all’intervento. In sala operatoria l’equipe ha praticato una piccola incisione nel torace di sinistra, che ha consentito l’esposizione dell’apice del ventricolo dove è stato introdotto il catetere che alla sua estremità aveva la protesi valvolare. La protesi, non appena nella giusta posizione all’interno della valvola nativa stenotica, è stata espansa come uno stent, gonfiando un pallone al suo interno.

L’operazione è stata eseguita in anestesia generale, senza però l’ausilio della circolazione extracorporea. L’intervento, per la sua complessità, ha richiesto la cooperazione di diverse figure professionali. Sono state inoltre utilizzate tecniche particolari per intubazione orotracheale da parte del team cardio-anestesiologico. Il paziente sarà dimesso nelle prossime ore.

 

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TRAPIANTO COMBINATO FEGATO-POLMONI SU PAZIENTE PEDIATRICO, PRIMA ITALIANA

bologna

È la diciottesima in regione dal 2016, la quarta nel Policlinico di Bologna. Un traguardo reso possibile dal lavoro di squadra e dall’utilizzo di strumenti all’avanguardia

Nuova donazione a cuore fermo al Sant’Orsola. La generosità del donatore e dei familiari ha consentito così due trapianti: il fegato a Bologna e un rene a Modena. L’altro rene, destinato a Parma, non è risultato idoneo. È la quarta donazione a cuore fermo che si registra al Policlinico bolognese, la diciottesima in regione a partire dal 2016.

Nella donazione a cuore fermo gli organi, per essere preservati, necessitano di interventi tempestivi in rapida sequenza, immediatamente dopo la cessazione della circolazione spontanea. Questo è reso possibile grazie all’utilizzo di tecnologie  avanzate specifiche per la conservazione degli organi. E grazie ad un’efficiente organizzazione che vede impegnati un gran numero di professionisti.

Il Policlinico di Sant’Orsola è uno dei centri italiani all’avanguardia proprio in questa attività. Qui infatti  è stata sviluppata in questi anni, dall’equipe del professor Cescon, una nuova macchina per la perfusione degli organi. L’apparecchiatura, da dicembre in uso a Bologna, è oggetto di uno studio randomizzato prima di procedere a un suo utilizzo anche commerciale su ampia scala.

Dal 2016 ad oggi sono state in tutto 18 le donazioni di organi a cuore fermo in Emilia-Romagna andate a buon fine.

Queste hanno reso possibile 40 trapianti: per la precisione 16 di fegato e 24 di rene. Al Sant’Orsola le donazioni a cuore fermo sono state 4, di cui 3 andate a buon fine. Queste hanno permesso 2 trapianti di fegato e 5 di rene sempre a Bologna.

Si tratta di risultati resi possibili da un lavoro di equipe che ha coinvolto il Centro Riferimento Trapianti, gli anestesisti e i rianimatori delle Terapie intensive dirette dal professor Marco Ranieri e dal dottor Guido Frascaroli. Senza dimenticare i chirurghi vascolari, i radiologi, gli anatomo patologi e i trasfusionisti che svolgono un ruolo essenziale nel garantire il mantenimento di una buona funzionalità degli organi.  Un ruolo decisivo, inoltre, è stato svolto da tutto il personale infermieristico delle terapie intensive e delle sale operatorie.

 

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TRAPIANTO COMBINATO FEGATO-POLMONI SU PAZIENTE PEDIATRICO, PRIMA ITALIANA

trapianto combinato

L’intervento è stato eseguito al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Si tratta del primo trapianto combinato fegato-polmoni in età pediatrica nel nostro Paese.

E’ stato eseguito lo scorso 29 dicembre a Bergamo il primo trapianto combinato fegato-polmoni in un paziente in età pediatrica in Italia. A ricevere gli organi, a cavallo tra il Natale e il Capodanno, una ragazza genovese di 16 anni affetta da fibrosi cistica. Questa patologia genetica, che altera le secrezioni di molti organi, le provocava sanguinamento nelle vie respiratorie e una grave malattia epatica.

“In circa il 10% dei pazienti con fibrosi cistica la malattia polmonare, sempre presente in questa condizione, si associa anche a un coinvolgimento del fegato che porta allo sviluppo di cirrosi completa – ha spiegato Lorenzo D’Antiga, direttore della Pediatria del Papa Giovanni XXIII -. In questo caso, la funzione respiratoria globale era solo parzialmente compromessa, ma le alterazioni legate all’infiammazione cronica provocavano ricorrenti emorragie bronchiali poco controllabili con la terapia medica e pericolose per la vita della paziente. La funzione epatica era da tempo compromessa, al punto che, all’età di 11 anni, la paziente era stata sottoposta ad una procedura denominata TIPS, utilizzata per ridurre la severa ipertensione portale ed il rischio di emorragie digestive. Il progredire di questa complessa situazione ha reso necessaria la scelta di un trapianto combinato di fegato e polmoni, che la ragazza, seguita al centro fibrosi cistica dell’Ospedale Gaslini di Genova, attendeva dallo scorso mese di aprile”.

Diversamente da quanto avvenuto nei pochi trapianti di questo tipo eseguiti fino ad oggi, ad essere sostituito per primo è stato il fegato. I polmoni del donatore, nel frattempo, venivano trattati con la tecnica Ex Vivo Lung Perfusion (EVLP) per essere poi trapiantati in immediata successione.

“Avevamo già eseguito 3 trapianti di questo tipo su pazienti adulti, i primi conclusi con successo in Italia, ma questo è il primo in un paziente pediatrico – sottolineato Michele Colledan, direttore del Dipartimento Insufficienza d’organo e trapianti -. È anche il primo di questo genere in cui ricorriamo ell’EVLP, una tecnica che simula, prima del trapianto, le condizioni in cui l’organo si trova normalmente a lavorare nel corpo umano, cioè una temperatura di 37 gradi, con regolare circolo all’interno dei vasi (perfusione) e flusso di aria nelle vie respiratorie (ventilazione), consentendo di allungare i tempi di conservazione e di valutare la funzionalità degli organi, migliorandola, se necessario”.

Il trapianto ha occupato l’équipe del Papa Giovanni per tutta la giornata di sabato 29 dicembre, per 11 ore, dalle 12 alle 23.

In sala come primo operatore Michele Colledan, affiancato dalla chirurga Giulia Carrara, gli anestesisti Pietro Brambillasca – che, con i perfusionisti Davide Ghitti, Gabriele Micci e Silvia Viscardi, si è occupato anche della perfusione dei polmoni -, Consuelo Mario e Magda Khotcholava e gli infermieri  Moira Cuni, Andrea Battaglia, Nadia Magri, Stefania Cornelli, Denise Magri, Cristiana De Pirro, Letizia Viviani e Paola Maj e l’OSS Nicolina Sorrentino.

Gli organi, prelevati nella notte tra il 28 e il 29 dicembre in un ospedale non lombardo dai chirurghi Domenico Pinelli e Erika Vicario, hanno immediatamente ripreso la loro funzione e le condizioni della giovane sono attualmente giudicate molto buone dall’équipe del Papa Giovanni, anche se l’attende un percorso di riabilitazione.

“E’ un grande risultato di squadra, un successo possibile grazie al lavoro fianco a fianco della Pediatria, guidata da Lorenzo D’Antiga, della Terapia intensiva pediatrica, diretta da Ezio Bonanomi, e della Chirurgia dei Trapianti diretta da Michele Colledan – ha commentato il direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII Maria Beatrice Stasi -. Un primato che rimarca la vocazione pionieristica, la tradizione pediatrica, la competenza nel settore dei trapianti d’organo e la forza dell’approccio multidisciplinare dell’Ospedale di Bergamo, che sa offrire con i propri professionisti risposte coraggiose ed efficaci a situazioni cliniche anche molto rare e complesse”.

 

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RIPARAZIONE ROBOTICA DI DUE ERNIE, A GROSSETO PRIMO INTERVENTO IN ITALIA

messina

I camici bianchi erano stati condannati in primo grado rispettivamente a un anno e quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, per il decesso di un paziente in provincia di Messina

Erano stati condannati in primo grado per omicidio colposo in relazione alla morte di un uomo di 58 anni risalente al dicembre del 2008. Ma nelle scorse ore, per due medici all’epoca in servizio presso l’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, è arrivata l’assoluzione della Corte di appello di Messina.

I camici bianchi erano accusati di negligenza per non aver effettuato gli accertamenti di secondo livello necessari a diagnosticare la patologia di cui era affetta la vittima. Il paziente, nello specifico era deceduto 24 ore dopo essersi presentato in pronto soccorso con forti dolori al petto. Ricoverato, era stato stroncato da una dissezione dell’aorta. Secondo l’ipotesi della Procura, se fosse stato tempestivamente trasferito in un’altra struttura più attrezzata, avrebbe avuto delle probabilità di salvarsi.

Il Tribunale aveva inflitto ai due professionisti rispettivamente un anno e quattro mesi, con sospensione della pena. I medici erano inoltre stati condannati, in solido con l’Asp di Messina, al pagamento di una provvisionale di 25mila euro per ciascuna delle parti civili.   Erano stati, invece assolti con formula piena altri quattro colleghi in servizio presso il reparto di medicina del nosocomio barcellonese.

In sede di appello,  la Corte territoriale, riformando la decisione del Giudice di prime cure, ha ritenuto di escludere le responsabilità degli imputati.

Decisiva in tal senso, secondo quanto riportato dalla stampa locale, sarebbe stata una consulenza di parte, presentata dai legali della difesa. La perizia, in particolare, avrebbe evidenziato come la malattia che aveva colpito l’uomo fosse difficilmente riscontrabile. Inoltre, anche laddove diagnosticata, la percentuale di sopravvivenza del paziente sarebbe stata molto bassa.

 

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NOCERA INFERIORE, PROSCIOLTI DUE MEDICI PER LA MORTE DI UN TRENTENNE

intervento di cardiochirurgia

I medici, data l’impossibilità che il paziente arrivasse vivo in sala operatoria, hanno deciso di effettuare un intervento di cardiochirurgia in Pronto soccorso. L’uomo, nonostante un prolungato arresto cardiaco, è in buone condizioni

Salvato con un intervento di cardiochirurgia in emergenza direttamente in una stanza del Pronto soccorso. E’ accaduto al Mauriziano di Torino, dove, nei giorni scorsi, è giunto un 69enne proveniente dal nosocomio di Orbassano. La diagnosi:  “ematoma di parete dell’aorta ascendente”, con elevatissime probabilità di rottura. Le chances di sopravvivenza, in assenza di un tempestivo intervento cardiochirurgico, erano ridotte al lumicino.

A un certo punto – come riporta una nota della struttura sanitaria – il cuore del paziente ha smesso di battere. Il medico di guardia, Andrea Landi, coadiuvato dalla sua équipe, ha quindi cominciato le manovre cardio-rianimatorie secondo il protocollo.

Il cardiochirurgo Edoardo Zingarelli, consapevole che il sangue fuoriuscito dall’aorta aveva riempito il pericardio ed impediva al cuore di contrarsi, ha eseguito immediatamente una pericardiocentesi. Grazie a un lungo ago è stato aspirato mezzo litro di versamento. Tuttavia, nonostante la manovra, il cuore non accennava tuttavia a ripartire.

A quel punto, data l’impossibilità che il paziente arrivasse vivo in sala operatoria, il personale medico ha deciso di operare in Pronto soccorso.

Sono stati avvertiti i cardioanestesisti, precipitatisi nella “shock room” dell’Area rossa. Contemporaneamente è stata chiamata in Pronto soccorso anche l’équipe infermieristica, oltre a quella tecnica di perfusione.

Tra un massaggio e l’altro – fanno sapere dal Mauriziano – è stata realizzata una sternotomia in emergenza, con la rimozione dei coaguli dal pericardio. Il cuore ha ricominciato a battere. Solo a quel punto, dopo la messa in sicurezza, il paziente è stato portato nelle sale operatorie del blocco cardiovascolare.

A conclusione dell’intervento l’uomo è risultato in buone condizioni emodinamiche. C’era tuttavia un grosso dubbio rispetto alle sue funzioni neurologiche, a causa del prolungato arresto cardiaco. Il giorno dopo, tuttavia, il 69enne si è svegliato senza alcun deficit e dopo 3 giorni di cure presso la cardiorianimazione è stato trasferito presso il reparto di Cardiochirurgia. Attualmente è ricoverato, in buone condizioni generali, presso il reparto di Medicina Interna per completare l’iter diagnostico-terapeutico.

 

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CALCIATORE 13ENNE SALVATO DA DUE INFERMIERI E DA UN MEDICO FUORI SERVIZIO

nocera inferiore

I camici bianchi erano finiti nel mirino della Procura di Nocera Inferiore dopo la scomparsa di un giovane di Pagani, deceduto per una sepsi

Nessuna colpa medica per il decesso del giovane di Pagani, nel salernitano, morto per una sepsi all’ospedale di Nocera Inferiore nel maggio del 2017. Il Giudice per l’udienza preliminare ha prosciolto dalle accuse i due camici bianchi che erano stati iscritti nel registro degli indagati dalla locale Procura. Nello specifico gli avvisi di garanzia erano stati spiccati nei confronti di una guardia medica di Pagani e di un dottore in servizio al Pronto soccorso dell’Umberto I di Nocera.

L’accusa aveva avanzato l’ipotesi che i professionisti avessero sottovalutato le condizioni del paziente. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il giovane, in preda a uno stato influenzale, si era rivolto telefonicamente alla guardia medica che gli aveva prescritto una terapia a base di tachipirina. Le sue condizioni, tuttavia, non erano migliorate. Anzi, era stato costretto a recarsi in ospedale dopo uno svenimento evitato dai familiari.

L’uomo, peraltro, nei giorni precedenti si sarebbe procurato una ferita sul lavoro ma, in quella circostanza, non avrebbe provveduto a farsi visitare.

Giunto in ospedale, il paziente avrebbe poi dovuto attendere diverse ore prima di essere ricoverato. In seguito le sue condizione sarebbero precipitate fino al sopraggiungere del decesso. La morte, in base a quanto appurato dall’autopsia, sarebbe da attribuire a una gravissima sepsi conclusasi con un quadro clinico di insufficienza multi organica.

Una tragedia che, secondo l’ipotesi accusatoria, forse si sarebbe potuta evitare se la gravità della situazione clinica del paziente fosse stata rilevata e affrontata per tempo. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero. Istanza che invece è stata respinta dal Gup.  Il magistrato, dal quale si attendono le motivazioni della decisione, avrebbe aderito alle argomentazioni della difesa, secondo cui gli indagati avrebbero agito secondo il protocollo. Nell’ambito della stessa inchiesta, in precedenza, erano state già archiviate le posizioni di almeno altri dieci medici.

 

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