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dalla parte dei medici

Eseguita un’operazione di altissima complessità su un paziente affetto da osteosarcoma grazie alla collaborazione tra gli specialisti dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi

Un paziente di 40 anni colpito da osteosarcoma delle parti molli, tumore maligno rarissimo e molto aggressivo, è stato operato da un’équipe formata da chirurghi ortopedici dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, da cardiochirurghi e chirurghi toracici del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi. Un intervento di altissima complessità, l’unica possibilità di salvare il paziente, che presentava un quadro clinico considerato finora inoperabile.

“Senza la presenza contemporanea in sala operatoria delle particolari specializzazioni dei nostri due ospedali, non sarebbe stato possibile affrontare una situazione così difficile”. A spiegarlo è il dottor Massimiliano De Paolis, chirurgo ortopedico dell’Ortopedia Oncologica del Rizzoli diretta dal prof. Davide Donati, che ha operato nell’équipe multidisciplinare. “Oggi siamo in grado di asportare anche tumori molto estesi, con interventi detti di maxi-chirurgia, che in alcuni casi possono richiedere il coinvolgimento di altre figure specialistiche, come il chirurgo toracico, generale, vascolare, plastico, il ginecologo e l’urologo. In questo caso, però, la situazione era aggravata da un trombo che dal braccio, dove era localizzato il tumore, si estendeva fino ad arrivare al cuore del paziente, determinando una situazione apparentemente irrisolvibile e irrimediabilmente letale. Abbiamo deciso allora di tentare insieme ai colleghi del Sant’Orsola un intervento prima mai eseguito di ortopedia oncologia, cardiochirurgia e chirurgia toracica”.

L’intervento, eseguito nelle sale operatorie del Polo Cardio Toraco Vascolare del Policlinico S.Orsola, è durato oltre 14 ore e ha visto operare insieme medici della Cardiochirurgia diretta dal Prof. Davide Pacini, della Chirurgia Toracica diretta dal Prof. Gargiulo e dell’Ortopedia Oncologica dell’Istituto Rizzoli diretta dal prof. Davide Donati.

A quattro mesi dall’operazione, le condizioni del paziente risultano buone sia dal punto di vista oncologico che da quello cardiocircolatorio.

“L’intervento, di estrema complessità chirurgica e che non ha precedenti, era reso ancora più complesso dal fatto che il paziente aveva già subito un intervento, non radicale, più di un anno prima – spiegano i Cardiochirurghi Davide Pacini e Luca Di Marco. – Il tumore primitivo aveva causato la formazione di una recidiva neoplastica, risultata poi all’esame istologico postoperatorio essere un osteosarcoma extrascheletrico ad alto grado di malignità, con completo coinvolgimento dell’atrio destro, della vena cava superiore, della vena anonima, della vena giugulare destra e sinistra e della vena azygos. Per rimuovere il tumore abbiamo dovuto abbassare la temperatura corporea a 19°C e interrompere temporaneamente l’afflusso di sangue al cervello e a tutti gli organi, questo ci ha permesso di rimuovere la neoplasia dalle strutture interessate e la successiva ricostruzione delle stesse. Sicuramente, la vasta esperienza nel trattamento della patologia aortica complessa e nei trapianti di cuore ci ha ‘facilitato’ il compito. È stato comunque un intervento estremamente impegnativo.”

La neoplasia si estendeva anche alla cavità toracica per cui si rendeva necessaria anche la presenza del chirurgo toracico Giampiero Dolci, che spiega: “la collaborazione con i colleghi cardiochirurghi nei trapianti di polmone e nelle patologie di confine e con gli ortopedici dell’Istituto Rizzoli nelle neoplasie polmonari con interessamento vertebrale è sempre esistita. La particolarità di questo intervento è il coinvolgimento di tutti gli specialisti chirurghi senza dei tempi specifici, una collaborazione continua per tutta la durata dell’atto chirurgico. La possibilità di interazione e collaborazione di centri di eccellenza e la fortuna di lavorare in città come Bologna, dove esistono, ha permesso tale intervento di estrema complessità. Nel caso specifico, la difficoltà dell’intervento era determinata altresì dall’estensione della malattia nella cavità toracica a livello del manubrio sternale e delle prime coste che ha reso necessaria l’asportazione delle stesse.”

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cuore trapassato da un dardo

L’uomo è stato trasferito presso l’ospedale Molinette dal Pronto soccorso di Aosta con il cuore trapassato da un dardo di 30 cm

Un intervento senza precedenti ha consentito di salvare un 47enne che con il cuore trapassato da un dardo di 30 cm, per cause ancora da accertare. L’operazione è stata eseguita presso la Cardiochirurgia dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

L’uomo era arrivato in ospedale ad Aosta dopo l’impiego di una balestra.  Il corpo contundente aveva trapassato, oltre alla parete toracica, il ventricolo sinistro – la più importante delle camere cardiache – con un punto di entrata e uno di uscita, per poi conficcarsi nel polmone sinistro senza che ciò determinasse il decesso immediato.

Una rimozione del dardo dalla sua sede avrebbe potuto determinare un’emorragia incontrollabile.

I responsabili della centrale operativa del 118 piemontese hanno quindi coordinato un trasporto in elisoccorso all’ospedale Molinette. Qui l’équipe di Cardiochirurgia universitaria diretta dal professor Mauro Rinaldi, preventivamente allertata e attivata, ha condotto un intervento cardiochirurgico salvavita.

Dopo l’instaurazione di una circolazione extracorporea d’emergenza per supportare le funzioni cardio-respiratorie, è stato possibile estrarre il dardo dal cuore e riparare le lesioni cardio-polmonari. L’intervento è perfettamente riuscito ed il paziente è stato già estubato e svegliato poche ore dopo.

“Un caso simile – si legge in una nota del nosocomio – è da ritenersi eccezionale in particolare per il coinvolgimento delle strutture più critiche del cuore, ma altrettanto è da ritenersi il risultato, legato ad una sinergia tra équipe multidisciplinari della Città della Salute di Torino, che consentono l’ottimizzazione di tempi di intervento ed attivazione di risorse del servizio sanitario regionale, con specifico riferimento a centri di eccellenza e all’alta specialità della moderna cardiochirurgia.

 

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cisti nella milza

Si tratta del secondo caso, nella letteratura mondiale, di parto spontaneo a termine di gravidanza con esito favorevole per madre e feto in presenza di una cisti nella milza

Una staffetta medica multidisciplinare degli ospedali Sant’Anna e Molinette della Città della Salute di Torino ha permesso di salvare una giovane mamma e una neonata. Il parto é stato portato a termine con successo, nonostante la paziente avesse una cisti nella milza di ben 18 cm.

Da letteratura mondiale è il secondo caso di questo tipo di parto spontaneo a termine di gravidanza con esito favorevole per madre e feto. Nel primo caso la cisti era di 13 cm.

Le cisti spleniche in gravidanza sono estremamente rare (8 casi descritti finora dalla letteratura scientifica mondiale). Peraltro sono gravate da un rischio di elevata mortalità feto neonatale e materna in caso di rottura della cisti stessa.

In questo caso la scoperta è avvenuta alla 32esima settimana di gravidanza. Nel corso di un’ecografia ostetrica era stata rilevata una voluminosa formazione cistica asintomatica situata nella milza che spostava addirittura il rene e l’utero. Subito dopo la donna, primipara 22enne della provincia di Torino, era stata ricoverata presso la Ginecologia e Ostetricia 2 universitaria dell’ospedale Sant’Anna. Quindi, per approfondire e meglio definire la natura della formazione, era stata trasferita presso la Chirurgia generale d’urgenza 3 dell’ospedale Molinette.

Durante questo ricovero una RMN ha consentito di diagnosticare una cisti nella milza del diametro di 18 cm.

Dato il rischio di rottura o infezione della cisti stessa con conseguente necessità di un parto pretermine d’urgenza, è stato attivato un team multidisciplinare tra i due ospedali.

Terminati gli accertamenti e capita la natura della formazione, la signora è stata nuovamente trasferita e ricoverata presso la Ginecologia e Ostetricia per monitorare le condizioni fetali e materne e stabilire l’iter terapeutico. Si trattava infatti di decidere il tipo di parto (spontaneo o taglio cesareo), il momento del parto (prima del termine o a termine) e l’eventuale contestuale asportazione chirurgica della milza. “La difficoltà di questo evento – fanno sapere dalla struttura sanitaria – è dovuto alla mancanza di Linee guida, considerata  la rarità del caso e la eterogeneità dei trattamenti messi in atto”.

Il personale sanitario ha optato per il parto spontaneo.

Una decisione che ha comportato un imponente lavoro di organizzazione che ha coinvolto ostetriche, ginecologi, anestesisti, neonatologi e chirurghi generali dell’ospedale Molinette.

Per ridurre al minimo le gravi conseguenze legate ad una rottura della milza, si é deciso di allestire una sala travaglio all’interno della sala operatoria. Ciò al fine di minimizzare i tempi di un eventuale intervento di chirurgia d’emergenza.

A 38 settimane il parto é avvenuto con successo dopo 6 ore di travaglio ed é nata una bimba di 2990 gr in ottime condizioni. La piccola attualmente é ricoverata presso la Neonatologia universitaria.

 

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IN COMA IN SEGUITO AD ANNEGAMENTO, SALVATO AL GASLINI DI GENOVA

in coma in seguito ad annegamento

Il quindicenne, in coma in seguito ad annegamento, è arrivato in Liguria alla fine dello scorso anno. Ora potrà tornare a una vita normale

Era ricoverato in rianimazione in Albania, in coma in seguito ad annegamento, dall’agosto del 2018. I familiari si sono rivolti alla fine dello scorso anno all’Istituto Gaslini di Genova, organizzando una raccolta fondi per rendere possibile il trasferimento. Il giovane è arrivato in Liguria a inizio dicembre, in condizioni generali estremamente critiche¸ per una condizione di grave denutrizione e di insufficienza renale.

“Oggi, a distanza di nove mesi dall’incidente e di cinque mesi dal ricovero – spiega il direttore generale del Gaslini, Paolo Petralia – possiamo dimettere e restituire ad una vita normale un ragazzo. Un successo ancora una volta di ‘squadra’, grazie alla perseveranza e alla sincronia dei diversi operatori del nostro grande policlinico pediatrico – dal personale della Gastroenterologia, a quello della Riabilitazione, della Chirurgia e dell’Ortopedia – che, insieme, hanno restituito speranza e guarigione ad un piccolo paziente e alla sua famiglia”.

“Il paziente – spiega il prof. Paolo Moretti, direttore dell’U.O.C. Medicina fisica e Riabilitazione – è giunto in stato vegetativo, con una grave disfagia, una doppia emiparesi e blocco delle articolazioni. Questi casi hanno in genere una prognosi negativa, tutto dipende dal tempo che passa tra l’incidente e la successiva rianimazione cardio-circolatoria, perché in questo intervallo il cervello resta senza ossigeno e subisce danni gravissimi” .

Inizialmente si è deciso un ricovero nell’UOC Gastroenterologia.

“È stato necessario stabilizzare le condizioni generali del ragazzo ed effettuare una gastrostomia endoscopica nutrizionale – evidenzia Paolo Gandullia, direttore dell’UOC Gastroenterologia – per poter effettuare una ri-alimentazione modulata e bilanciata considerando anche che non erano valutabili gli esiti del danno cerebrale che aveva subito sulla integrità di suzione, masticazione, e deglutizione. Gradualmente siamo riusciti a ristabilire uno stato nutrizionale adeguato e abbiamo potuto in seguito iniziare a rialimentarlo per bocca; durante il ricovero al Gaslini ha ripreso 12 kg di peso e 12 cm in altezza! Un percorso lento e difficoltoso, che alla fine ha prodotto il risultato sperato, con grande gioia e partecipazione di tutto il reparto”.

Mentre procedeva la stabilizzazione clinica generale e la rialimentazione è stato avviato immediatamente l’intervento riabilitativo per favorire il recupero della coscienza, della deglutizione, del linguaggio e del movimento. Tutto il team multi professionale della Riabilitazione – fisiatra, fisioterapista, logopedista, psicologo, terapista occupazionale – è stato da subito impegnato con interventi coordinati. Il ragazzo ha  raggiunto via via una condizione di coscienza minima fino ad arrivare ad un progressivo ‘risveglio’.

Questo ha consentito di lavorare, malgrado la barriera linguistica, con l’aiuto dei familiari al miglioramento delle sue possibilità di relazione con l’ambiente e al recupero del linguaggio.

Nel frattempo si è lavorato al recupero dei movimenti e gradualmente al recupero della possibilità di controllare la posizione del capo e del tronco, così da iniziare a poter stare in posizione seduta, fino ad arrivare alla posizione in piedi ed al cammino. Il recupero del movimento si è dimostrato molto problematico, soprattutto per l’arto superiore destro, che era deformato per la formazione di grosse calcificazioni che bloccavano le articolazioni, per questo motivo il ragazzo è stato sottoposto ad un delicato intervento di chirurgia ortopedica.

“Oggi – conclude il dottor Paolo Moretti – pur con qualche problema di memoria, è in grado di comunicare in albanese con i familiari e anche un poco in italiano con gli operatori, di camminare con sicurezza e di alimentarsi in autonomia. Proseguirà il trattamento riabilitativo per migliorare l’orientamento, la memoria, e per recuperare, dopo l’intervento, una parziale funzionalità all’arto superiore destro. Il ragazzo nel frattempo ha ottenuto un permesso di soggiorno provvisorio, verrà dimesso oggi dal nostro Istituto e proseguirà il trattamento presso i servizi territoriali della provincia di Cuneo, dove è la residenza dei suoi parenti, con la prospettiva di poter riprendere, alla fine del percorso riabilitativo, una vita normale, sia pur con qualche piccolo adattamento”

 

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RICOSTRUZIONE INTESTINALE, SALVATA NEONATA A FIRENZE

 

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diabete di tipo 2 e tumori

Uno studio cinese conferma la correzione tra il diabete di tipo 2 e tumori, invitando ad una maggiore prevenzione oncologica 

Il più grande studio real world conferma la correlazione tra diabete di tipo 2 e tumori.

Pubblicato sul Journal of Diabetes è stato realizzato in Cina, il paese con il più alto numero di persone con diabete, su oltre 410 mila persone.

I ricercatori hanno individuato oltre 40 mila soggetti adulti con diabete di tipo 2 senza tumore, dal luglio 2013 al dicembre 2016.

La coorte è stata seguita fino a dicembre 2017. Nel corso del follow-up sono emersi 8.485 casi di tumori neo diagnosticati.

“Lo Shanghai Hospital Link Center – commenta il dottor Bin Cui, Shanghai Jiao Tong University School of Medicine – ha raccolto una serie di informazioni cliniche creando un repository di dati centralizzato per tutti i residenti di Shanghai a partire dal 2013. Utilizzando questo database, abbiamo portato avanti questa ricerca”.

I risultati dello studio

Le indagini hanno dimostrato che la correlazione tra diabete di tipo 2 e tumori è più alta nelle donne che negli uomini. Le donne presentano un rischio del 62% di sviluppare un tumore, gli uomini del 34%.

Tra i maschi con diabete il tumore a maggior rischio di comparsa è risultato essere quello della prostata (+86%).

Ma il diabete è risultato associato anche ad un aumentato rischio di leucemie, tumori della pelle, cancro della tiroide, linfomi, tumore renale, del fegato, del pancreas, del polmone, del colon retto e dello stomaco.

Un’associazione inversa è invece stata osservata tra diabete e tumore dell’esofago.

Tra le donne l’associazione più significativa tra diabete di tipo 2 e tumori è risultata essere quella con il cancro del nasofaringe.

Il diabete aumenta anche il rischio di: tumore del fegato, dell’esofago, della tiroide, del polmone, del pancreas, dell’utero, del colon retto, linfomi, leucemie, tumore della mammella, della cervice e dello stomaco. Rischio, invece, significativamente ridotto di sviluppare un tumore della colecisti.

Gli autori dello studio sostengono che data la correlazione evidente tra diabete di tipo 2 e tumori le persone con questa patologia dovrebbero prestare particolare attenzione alla prevenzione e agli screening oncologici.

 

Barbara Zampini

 

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ricostruzione intestinale

All’ospedale Meyer condotti nell’ultimo anno 18 interventi chirurgici di ricostruzione intestinale su bambini con sindrome dell’Intestino corto

Ha solo 5 mesi ed è arrivata al Meyer dalla Terapia Intensiva dell’ospedale di Atene con un’infezione intestinale rara e gravissima. Il professor Antonino Morabito, uno dei massimi esperti europei di chirurgia addominale, ha condotto su di lei un complesso intervento chirurgico di ricostruzione intestinale. L’operazione ha salvato la piccola e le permetterà di alimentarsi senza dover ricorrere alla nutrizione parenterale.

La bambina era affetta da enterocolite necrotizzante, tipica dei piccoli nati prematuri. Il professor Morabito ha utilizzato una tecnica operatoria combinata. Prima ha allungato l’intestino della piccola migliorandone il calibro e quindi la funzionalità, poi ha usato un’ansa intestinale per ridurre il transito intestinale e “rallentare” il percorso del cibo che la bambina, a causa della condizione, non riusciva assolutamente ad assimilare.

Quest’ansa ha invertito il “senso di marcia” della peristalsi su 10 centimetri di intestino, favorendo l’assorbimento intestinale.

La bambina aveva già subito due interventi chirurgici a Atene che però erano serviti solo per rimuovere le parti di intestino oramai necrotizzate a causa dell’infezione e a contenere il danno. Appena stabilizzata è stata portata nella Terapia Intensiva del Meyer.

Il professor Morabito ha utilizzato sulla bambina la “Spiral Intestinal Lengthening and Tailoring” (SILT). Si tratta di una tecnica di alta specializzazione che permette di trattare i bambini con sindrome dell’Intestino corto. Tale sindrome ha una incidenza riportata del 24.5 per 100.000 neonati nati vivi e una prevalenza del 3-4 per milione di pazienti. In Toscana è stata inserita nel registro regionale a delle malattie rare proprio con l’avvio dell’attività del centro del Meyer.

In 12 mesi di attività il Centro di ricostruzione e riabilitazione autologa intestinale del Meyer, ha preso in carico, tra gli altri pazienti, 18 bambini affetti da sindrome dell’intestino corto. Di questi, 6 sono arrivati da fuori Italia: 2 dalla Grecia, 1 dal Regno Unito, 3 dal Brasile. Otto invece sono arrivati da altre regioni d’Italia. L’età media di questi piccoli pazienti è di 45 mesi e 15 di loro sono stati sottoposti a chirurgia ricostruttiva intestinale.

L’unità diretta dal professor Morabito oggi è l’unica realtà in Europa in grado di utilizzare tutte le tecniche di ricostruzione intestinale descritte in letteratura. Dunque, si candida a diventare centro di riferimento europeo. Questo anche grazie da un team multidisciplinare del quale fanno parte, oltre ai chirurghi, anestesisti, gastroenterologi, epatologi, radiologi, dietiste, pediatri, infermieri e psicologhe del Meyer.

 

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BIMBA GRAVEMENTE USTIONATA, A TORINO STAFFETTA DI SOLIDARIETÀ

gravemente ustionata

La piccola, rimasta gravemente ustionata in seguito a un incidente domestico in Senegal, aveva perso gran parte della mobilità degli arti superiori

Una staffetta di solidarietà, tutta torinese, per restituire mani e braccia ad una bimba gravemente ustionata proveniente dal Senegal. La piccola, di 4 anni e mezzo era rimasta vittima circa 18 mesi fa di un grave incidente domestico. Si era avvicinata a una pentola di acqua bollente e, cadendo, aveva immerso entrambi gli arti superiori e il torace.

All’ospedale di Dakar le erano state riscontrate ustioni profonde di 2° e 3° grado. Subito ricoverata nella Rianimazione del nosocomio, era stata poi  trasferita presso il reparto di Chirurgia pediatrica e sottoposta a plurimi interventi chirurgici.

Durante gli 8 mesi di ricovero, non potendo la famiglia sostenere le cure mediche a pagamento, uno zio materno, residente a Torino, era riuscito a procurare il materiale necessario per le medicazioni ospedaliere. Il tutto grazie al prezioso aiuto della Farmacia Palatina di corso Regina Margherita.

Nei mesi successivi, per la carenza di strutture adeguate e data l’impossibilità di accedere ad altre cure in Senegal, le zone ustionate avevano iniziato a evolversi in cicatrici sempre più gravi.

Queste avevano bloccato la maggior parte dei movimenti degli arti superiori, inglobando di fatto anche la mano destra e parte della sinistra.

Sempre tramite la Farmacia Palatina il caso è stato presentato a Kaleidos@Torino. L’Associazione ha iniziato a impegnarsi per il trasferimento della piccola presso la Chirurgia pediatrica dell’ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Salute. Grazie a tali sforzi, nel marzo scorso la bimba è arrivata nel capoluogo piemontese tramite il progetto di Accoglienza e Cura. Quindi, è stata subito ricoverata presso il Centro Ustioni del reparto di Chirurgia pediatrica del Regina Margherita. Qui, gli specialisti chirurghi pediatri hanno pianificato il lungo e complesso percorso di cura della bimba.

Attualmente dopo i primi due impegnativi interventi chirurgici, la piccola ha recuperato la possibilità di muovere il braccio e la mano sinistra. Ora, oltre ad un intenso percorso riabilitativo, affronterà ulteriori interventi per poter recuperare al massimo l’uso dell’arto e della mano destra. L’obiettivo è che possa tornare alla sua vita di bambina nelle migliori condizioni possibili.

 

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screening neonatale

Un intervento multidisciplinare svolto all’ospedale di Alessandria ha permesso di operare la donna ai polmoni mentre si eseguiva il cesareo

Una doppia operazione a cuore fermo eseguita ad Alessandria ha permesso di salvare la vita ad una mamma e alla sua bambina neonata lo scorso 11 aprile. Una giovane puerpera di trent’anni alla trentaquattresima settimana, giunta in Ospedale per una sincope, è stata operata dallo staff di Cardiochirurgia mentre contemporaneamente l’equipe dell’Ostetricia ha eseguito il cesareo per far nascere la bambina. La mamma nei giorni scorsi è uscita dalla Terapia Intensiva e ha potuto abbracciare la propria figlia.
L’intervento si è reso necessario a causa della diagnosi di massiva tromboembolia polmonare della donna, ovvero la formazione di coaguli di sangue (trombi) nell’arteria polmonare che, ostacolando la corretta circolazione sanguigna, le aveva provocato l’iniziale mancamento.
Solo dopo l’operazione si è potuto stabilire che la causa era proprio il feto che poggiava su una vena a livello delle gambe. La donna è stata quindi subito ricoverata per permettere un monitoraggio costante, ma le sue condizioni sono peggiorate in poco tempo fino a diventare critiche.
I medici, dopo aver fatto le valutazioni del caso clinico, hanno ritenuto necessario intervenire tempestivamente per evitare il decesso sia della paziente sia di sua figlia

I camici bianchi hanno pertanto deciso di far nascere la bambina nonostante la criticità della situazione, eseguendo un intervento di trombectomia polmonare bilaterale in circolazione extracorporea.

In breve tempo è stata preparata la sala operatoria all’interno della quale sono intervenute contemporaneamente le equipe di Cardiochirurgia e di Ostetricia, con il fondamentale supporto del team di anestesisti e dei neonatologi, che erano stati allertati per il trasporto della neonata, prematura in quanto alla trentaquattresima settimana.
Alla paziente è stata eseguita una doppia incisione, sia toracica che addominale, quando tutto era pronto su entrambi i versanti si è proceduto al taglio cesareo e contemporaneamente all’estrazione del feto si è proceduto a fermare il cuore, per poi procedere in maniera simultanea sulla tromboembolia e all’espulsione della placenta oltre che alla risutura dell’utero.
Mentre infatti il Dott. Andrea Audo, Direttore di Cardiochirurgia, estraeva i trombi dall’arteria polmonare per permettere al sangue di tornare a circolare in maniera naturale, il Dott. Nicola Strobelt completava il taglio cesareo e si assicurava che l’utero si contraesse regolarmente per prevenire perdite eccessive di sangue.
Immediatamente la piccola è stata presa in carico dallo staff della Terapia Intensiva Neonatale del Presidio Infantile, dove medici e infermieri si sono presi cura di lei e hanno svolto tutti i controlli necessari. Intanto la mamma è stata staccata dalla macchina della circolazione extracorporea e il suo cuore ha ripreso a battere regolarmente, così come il sangue a defluire. Erano entrambe vive e, per quanto permesso dalla situazione, in buone condizioni.
 
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TRAPIANTO COMBINATO DI FEGATO E RENE IN DUE TEMPI AL NIGUARDA DI MILANO

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Per la prima volta in Italia portato a termine con successo un trapianto combinato di fegato e rene in due tempi su paziente affetta da policistosi epatorenale

Portato a termine con successo il primo caso in Italia di trapianto combinato di fegato e rene in due tempi. L’intervento è stato realizzato dall’equipe della Chirurgia Generale e dei Trapianti dell’ospedale Niguarda di Milano, diretta da Luciano De Carlis. La paziente era affetta da policistosi epatorenale, una patologia che induce una crescita fuori controllo sia del fegato che dei reni.
L’operazione prevede l’esecuzione in prima battuta del trapianto di fegato. Il rene, proveniente dallo stesso donatore del fegato, viene invece conservato in una macchina ipotermica dedicata in cui la circolazione è assistita artificialmente. In questo modo si assicura una buona perfusione dei tessuti dell’organo che si mantengono vitali per un periodo molto più lungo rispetto alla norma.
Nello specifico il rene trapiantato dai chirurghi di Niguarda è stato perfuso fuori dal corpo per ben oltre 50 ore. Ciò ha permesso di intervenire per l’impianto del rene ricondizionato a due giorni dal trapianto di fegato.Questa scomposizione del trapianto combinato fegato-rene, che solitamente avviene con un unico intervento, è stato dettato “dalle dimensioni xxl del fegato malato, che superava i 10 kg di peso”.

Il prelievo di un organo così voluminoso ha obbligato, infatti, l’équipe di Niguarda ad utilizzare un protocollo innovativo messo a punto negli Usa e mai utilizzato prima in Italia.

Una strategia che si rileva più sicura ed efficace e che ha messo la paziente, di 53 anni, al riparo da possibili complicazioni.
Nella policistosi epatorenale avanzata, la qualità di vita del paziente è gravemente compromessa dall’insufficienza renale cronica e dalla compressione addominale dovuta alla crescita abnorme del fegato. “In questi casi, risulta indicato il trapianto combinato di fegato e rene- indica De Carlis-. Ma il trapianto di fegato in queste condizioni risulta particolarmente complesso dal punto di vista chirurgico. L’utilizzo della circolazione extracorporea, il ricorso a farmaci vasopressori per controllare l’ipotensione, nonché la transitoria ipotermia durante il trapianto di fegato sono fattori potenzialmente in grado di compromettere la ripresa funzionale del successivo trapianto di rene, se eseguito nel corso della stessa sessione chirurgica del trapianto di fegato”.
La possibilità di mantenere il rene in una macchina da perfusione in condizioni ottimali per alcuni giorni permette di stabilizzare il ricevente e prepararlo al meglio per il successivo trapianto di rene. “Questo tipo di approccio è stato per la prima volta riportato in uno studio americano realizzato dall’Indiana Medical Center di Indianapolis, ma mai utilizzato fino ad ora nel nostro Paese” sottolinea De Carlis.
 
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METASTASI AL FEGATO, A PISA PROCEDURA INNOVATIVA DI CHIRURGIA EPATICA

Un intervento di chirurgia ultraspecialistica multidisciplinare restituisce la speranza a una paziente già operata due volte per metastasi al fegato

Un intervento riuscito e non ancora descritto in letteratura ha restituito speranza di vita a una paziente già operata due volte per metastasi al fegato. La donna non avrebbe avuto grandi possibilità di sopravvivenza. La metastasi, infatti, aveva coinvolto un asse vascolare strategico, ossia la confluenza atrio-epatocavale arrivando fino al cuore.
Occorreva dunque un intervento chirurgico,  ma le sue condizioni generali e anagrafiche non consentivano l’impiego della circolazione extracorporea, di solito usata negli interventi di cardiochirurgi. I medici dell’Azienda ospedaliera di Pisa hanno quindi optato per  una procedura innovativa, che ha unito la tecnica di chirurgia epatica del risparmio d’organo alla cardiochirurgia senza circolazione extracorporea.
Dopo un accurato briefing-preoperatorio che ha coinvolto moltissime figure professionali è stato pianificato accuratamente l’intervento, ricorrendo anche alla ricostruzione in 3D del fegato della paziente. In 14 ore di sala operatoria è stato sostituito l’asse vascolare sede della metastasi asportando una minima quantità di fegato. Il tutto intervenendo sul cuore senza circolazione extra-corporea, come in un intervento tradizionale di chirurgia epatica del risparmio d’organo, dal punto di vista emodinamico, nonostante la de-connessione completa del deflusso epatico dalla paziente.

La maratona chirurgica, che coinvolto  più di 20 professionisti, è stata portata a termine con  successo.

Per l’AOU Pisana si tratta di una “scelta terapeutica che può fare da apripista in casi come questo”. Infatti, la resezione chirurgica con risparmio d’organo rappresenta “una chance concreta per aumentare le probabilità di sopravvivenza dei pazienti affetti da metastasi epatiche da neoplasia del colon retto”.
La paziente, con perdite ematiche ridottissime e una degenza di poco più di 2 settimane, è tornata a casa con un fegato originario pressoché integro. La sua aspettativa di sopravvivenza è pressoché  triplicata rispetto a quella precedente l’operazione.
“Un esempio virtuoso di sinergia, multidisciplinarietà e flessibilità nell’allestimento di una task-force poderosa per le ore di sala operatoria e le risorse umane impiegate, – commenta la struttura sanitaria – possibile anche grazie al modello organizzativo impostato sul briefing preoperatorio e il de-briefing post-operatorio per eliminare le eventuali criticità, oggi ormai in uso in tutte le organizzazioni complesse”.
 
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