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dalla parte dei medici

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sindrome nefrosica

La patologia, che ha un’incidenza di 16 pazienti per 100.000 bambini, è la principale malattia glomerulare dell’infanzia. La ricerca getta luce su possibili nuove terapie.

Un nuovo studio sulla sindrome nefrosica apre nuovi orizzonti per la cura di questa patologia.

Grave malattia renale debilitante, la sindrome nefrosica ha un’incidenza di 16 pazienti per 100.000 bambini.

Ora, questa ricerca condotta negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna e in Italia all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, potrebbe cambiare la vita di tanti pazienti.

I risultati di questo importante studio sono stati pubblicati nell’ultimo numero del Journal of American Society of Nephrology (JASN), e potrebbero portare a nuove diagnosi. E, quindi, a nuovi trattamenti.

A spiegare i risultati di questa ricerca sulla sindrome nefrosica è stata – in una nota – la dottoressa Marina Vivarelli. L’esperta fa parte dell’unità operativa Nefrologia e dialisi dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù che ha partecipato allo studio.

“L’analisi del DNA di pazienti pediatrici raccolti in due continenti – spiega – ha permesso di individuare alcuni fattori di predisposizione genetica di una malattia renale, la sindrome nefrosica cortico-sensibile del bambino. Di questa malattia molto eterogenea, che curiamo con il cortisone e a volte con altri farmaci che abbassano le difese immunitarie, oggi comprendiamo poco le cause”.

La sindrome nefrosica è la principale malattia glomerulare dell’infanzia. Il glomerulo renale è una sorta di gomitolo di vasi sanguigni.

Questo ha la funzione di filtrare il sangue per produrre le urine. Quando però non funziona in modo corretto, notevoli quantità di proteine si perdono nelle urine.

Ad oggi, i trattamenti a disposizione prevedono la somministrazione di steroidi. Oppure, di altre terapie immunoregolatrici. Il loro compito è quello di bloccare l’inevitabile progressione della patologia verso la malattia renale cronica e l’insufficienza renale.

Tuttavia, questi farmaci non sono specifici per la sindrome nefrosica. Pertanto, hanno effetti collaterali importanti.

Per esaminare le basi genomiche della sindrome nefrosica, un team guidato dal prof. Pierre Ronco, dell’Università La Sorbona di Parigi, ha analizzato i genomi di quasi 400 bambini con la malattia.

Il team di ricerca ha scoperto che varianti genetiche in prossimità dell’antigene leucocitario umano (HLA), predispongono allo sviluppo della sindrome nefrosica pediatrica. La presenza di tali varianti aiuta, inoltre, ad identificare le forme con prognosi migliore.

“I risultati di questo studio – conclude Vivarelli – ci aiutano a identificare i pazienti con le forme più benigne fin dall’inizio della malattia”.

Inoltre, la ricerca ha rafforzato l’ipotesi che la causa di questa malattia sia legata a una disregolazione del sistema immunitario. Questo ha posto le basi per altri studi, “mirati a capire esattamente cosa provochi questa malattia e come curarla nel modo migliore”.

 

 

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Staminali dal cordone ombelicale: efficaci contro la fibrosi polmonare

La ricerca – condotta finora solo sugli animali dall’Università Politecnica delle Marche e la Clinica medica azienda Ospedali Riuniti di Ancona – è stata pubblicata sulla rivista ‘Plos One’.

Uno studio italiano, condotto dall’Università Politecnica delle Marche e la Clinica medica azienda Ospedali Riuniti di Ancona sulle staminali dal cordone ombelicale, aprirebbe nuove strade nel trattamento della fibrosi polmonare.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista internazionale ‘Plos One’ ed è frutto del lavoro di un anno. A idearla e coordinarla sono stati Gianluca Moroncini e Armando Gabrielli del Dipartimento Scienze cliniche e molecolari dell’Università Politecnica delle Marche e la Clinica medica azienda Ospedali Riuniti di Ancona.

La ricerca

Negli animali con fibrosi polmonare in cui sono stati infuse cellule staminali dal cordone ombelicale per via endovenosa, il trattamento ha fermato la fibrosi. Il tutto, con inibizione di una specifica sottopopolazione cellulare polmonare responsabile. E questo senza produrre alcun effetto tossico.

Questo, secondo gli studiosi, apre di fatto la strada alla sperimentazione clinica. Questa avverrebbe utilizzando cellule mesenchimali stromali ottenute dal cordone ombelicale di donne sottoposte a taglio cesareo, su pazienti che non rispondono ai farmaci a disposizione come giovani donne affette da sclerosi sistemica o adulti che soffrono di fibrosi polmonare idiopatica.

Lo studio ha coinvolto il Centro di Terapia cellulare Lanzani dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Questo ha fornito le cellule staminali dal cordone ombelicale ottenute secondo una procedura approvata da Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), il Centro Tecnologie Avanzate nell’Invecchiamento.

Inoltre, l’Irccs-Inrca di Ancona ha messo a disposizione il suo stabulario e il personale veterinario per la creazione di un modello animale di fibrosi polmonare.

Infine, il tutto è stato possibile grazie alla collaborazione con altri due Dipartimenti dell’Università Politecnica delle Marche. Quello di Medicina sperimentale e clinica e quello di Scienze biomediche e sanità Pubblica. Questi ultimi, hanno fornito le loro competenze nell’analisi dei campioni istologici.

 

 

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mantova

L’intervento ha visto il coinvolgimento di almeno 30 professionisti, tra medici, infermieri e tecnici dell’Ospedale di Mantova. La bimba è in condizioni stabili

Eccezionale parto a Mantova. Una donna in coma da tre mesi dato alla luce una bimba. La mamma 33enne era stata colpita da una grave forma di encefalopatia post anossica dopo un arresto cardiaco.

La piccola, come riporta l’Adnkronos Salute, è venuta alla luce alla 31esima settimana di gestazione con un cesareo, praticato in anticipo rispetto al termine di gravidanza per complicanze ostetriche.

Per farla nascere, fanno sapere dall’Ospedale Carlo Poma, ci sono voluti almeno trenta professionisti fra medici, infermieri e tecnici. La complessità e delicatezza del caso ha richiesto la creazione di una equipe multidisciplinare. Hanno collaborato specialisti di ostetricia e ginecologia, terapia intensiva neonatale, riabilitazione, nutrizione clinica, terapia intensiva anestesia e rianimazione, fisiatria, otorinolaringoiatria, cardiologia.

“L’intervento è risultato particolarmente difficoltoso anche a causa della posizione della donna”, spiegano i sanitari.

La sua malattia, infatti, determina una contrazione degli arti. Il cesareo “è stato eseguito in anestesia loco regionale (spino epidurale) per salvaguardare la salute della mamma e della piccola”.

Per la Direzione strategica della struttura si è trattato di un “intervento straordinario”. Un successo reso possibile “grazie al lavoro di squadra e all’alta professionalità di tutti gli operatori coinvolti”.

La neonata è ricoverata nella struttura di Terapia Intensiva Neonatale dell’ospedale di Mantova e presenta un peso adeguato per la sua età gestazionale. E’ assistita dal punto di vista respiratorio ed è in condizioni stabili relativamente alla sua prematurità.

Anche le condizioni della giovane mamma, ricoverata nell’Unità di terapia intensiva coronarica per il monitoraggio post parto, si presenterebbero stabili. La donna nei prossimi giorni riprenderà il percorso di riabilitazione specialistica intrapreso per la sua patologia.

 

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Morta dopo un intervento cardiaco: medico viene prosciolto

Per la vicenda del decesso di una 57enne di Verona, morta dopo un intervento cardiaco, un medico è stato prosciolto dalle accuse di omicidio volontario

Si chiude la vicenda giudiziaria riguardante il decesso di una donna, morta dopo un intervento cardiaco nel febbraio 2017, per la quale un medico era stato accusato di omicidio volontario.

Come riporta il Giornale di Brescia, al termine dell’udienza preliminare il pm ha chiesto una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di C. M., ex direttore della Cardiochirurgia universitaria dell’Ospedale Civile di Brescia.

Il professionista, infatti, era finito sotto inchiesta per il decesso della donna morta dopo un intervento cardiaco. La 57enne era stata operata per un difetto del setto interatriale nel febbraio 2017.

La vicenda

L’8 febbraio del 2017, nel corso di un intervento di routine al cuore, che avrebbe dovuto correggere un piccolo difetto, qualcosa va storio. L’equipe a capo della quale si trova il prof. M. decide di staccare la paziente dai macchinari e di trasferirla al Centro trapianti di Padova. Lì però, la 57enne è deceduta dopo 5 giorni.

Secondo la ricostruzione di quanto avvenne durante l’intervento, l’équipe medica di M. aveva deciso di attaccare la paziente ad una macchina per la circolazione extracorporea, per poi staccarla per operare il trasferimento a Padova. Ebbene, inizialmente il sostituto procuratore Ambrogio Cassiani aveva contestato l’omicidio volontario.

La ragione era la decisione del medico di staccare la paziente dall’Ecmo, la macchina per la circolazione sanguigna extracorporea.

Secondo il pm, infatti, il medico non avrebbe agito nell’interesse della vita e della salvezza della signora. E non è tutto, perché la decisione del trasferimento sarebbe stata presa per evitare che il decesso avvenisse nel reparto degli Spedali civili di Brescia, con la conseguente perdita di credibilità della struttura diretta da M.

Un’accusa da sempre respinta al mittente, da parte del professionista, che aveva parlato di “vendette architettate nei miei confronti da persone che lavorano all’interno dell’ospedale”.

Adesso, però, una nuova perizia agli atti avrebbe però dimostrato che niente avrebbe potuto salvare la vita della donna e che quindi il medico non ha responsabilità.

Il magistrato ha però chiesto anche il rinvio a giudizio per il reato di falso in atto pubblico sostenendo che il medico, che si è autosospeso dall’incarico ad inizio indagine, durante l’intervento si sarebbe assentato.

Inoltre, in un momento successivo. avrebbe falsificato la cartella clinica della paziente.

 

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MORTO DOPO UNA CADUTA DAL LETTO, ARCHIVIAZIONE PER 17 SANITARI

morto dopo una caduta dal letto

L’uomo, morto dopo una caduta dal letto, era ospite di una Comunità Riabilitativa Assistenziale Psichiatrica. Per i consulenti la sua patologia non richiedeva supporti contenitivi

Era morto dopo una caduta dal letto in una CRAP (Comunità Riabilitativa Assistenziale Psichiatrica) della provincia di Lecce, dove era ospite. Il fatto risale al 2014. L’uomo, un 67enne salentino, era stato trasferito d’urgenza presso il reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale di Lecce, dove era stato operato. Per lui, tuttavia, non c’era stato nulla a fare.

La Procura di Lecce aveva aperto un’inchiesta per fare luce su eventuali responsabilità da parte dei sanitari nella vicenda. I familiari, in particolare, lamentavano possibili negligenze da parte del personale del CRAP, per l’assenza di barriere di contenimento al letto.

Nel registro degli indagati erano finiti i nomi di 17 persone. Tra loro anche l’equipaggio del 118 che trasportò il paziente a Lecce e l’equipe medica che lo ebbe in cura presso il nosocomio del capoluogo di provincia pugliese.

Al termine delle indagini, tuttavia, il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto procuratore titolare del fascicolo. Ciò nonostante l’opposizione dei parenti della vittima, che chiedevano invece l’imputazione coatta.

Decisiva in tal senso sarebbe stata la consulenza medico legale.

Gli esperti incaricati, infatti,  avrebbero accertato che la vittima “non era un soggetto a rischio di cadute”. A loro parere, “l’evento caduta, in assenza di precedenti, appariva del tutto accidentale”.

“La diagnosi di demenza – continuano i periti- di per sé, non giustifica il ricorso a presidi contenitivi e/o a strategie specifiche ambientali da applicare in ottica di prevenzione”.

I consulenti hanno inoltre escluso profili di censura delle condotte del personale medico e sanitario operante presso la Crap anche in relazione alle attività di primo soccorso poste in essere dopo la caduta. L’uomo, si legge nell’ordinanza di archiviazione, fu operato a distanza di neppure 6 ore dalla caduta, dopo che fu accertata la gravità del trauma cranico.

Dunque, secondo la tesi del Pm, accolta dal Giudice, “non appare ipotizzabile una condotta alternativa che avrebbe evitato il decesso” dell’uomo. L’evento morte, infatti, è “imputabile ad una causa accidentale, non altrimenti evitabile”, non essendo prescritto in alcuna linea guida afferente le patologie dalle quali era affetto “che vi fosse un obbligo di predisporre supporti contenitivi”.

 

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Iniezione sottocutanea contro il cancro al seno: innovazione al Pascale

All’Ospedale Pascale di Napoli viene impiegato un protocollo sperimentale. Attraverso una nuova formulazione di farmaci biologici agirebbe contro il tumore della mammella.

Un protocollo sperimentale che prevede una iniezione sottocutanea in grado di ‘sciogliere’ il tumore alla mammella viene impiegato, per la prima volta al mondo, all’Istituto Nazionale Tumori – IRCCS “Fondazione G.Pascale”.

È qui, infatti, che è stata trattata la prima paziente con una nuova formulazione di farmaci biologici per il tumore al seno.

Come illustrato dagli esperti, l’ iniezione sottocutanea conterrebbe una combinazione di due anticorpi monoclonali contro il cancro al seno. Entrambi sono già disponibili in forma endovenosa. Si tratta del Trastuzumab e del Pertuzumab.

I due anticorpi vengono iniettati in un’unica soluzione sottocutanea. Questi, sarebbero in grado di agire in modo innovativo sul tumore.

Un passo avanti importante per le pazienti affette da cancro al seno, perché il trattamento dura solo pochi minuti.

Questa nuova combinazione di farmaci è attualmente disponibile nell’ambito di un protocollo sperimentale di terapia pre-operatoria di cui il Pascale è coordinatore. Oltre che essere il primo centro attivo al mondo a realizzarla.

Come spiegato da Michelino de Laurentiis, Direttore dell’Oncologia senologica del Pascale “la combinazione di Trastuzumab e Pertuzumab, due farmaci biologici che nella formulazione tradizionale sono somministrati per via endovenosa, è il trattamento potenzialmente più efficace nella terapia pre-operatoria del tumore al seno ‘HER2-POSITIVO’”:

Questo tipo di trattamento tramite iniezione sottocutanea permetterebbe di ‘sciogliere’ questo tipo di cancro. Almeno, nella maggior parte dei casi.

Purtroppo, però, nel nostro paese questa combinazione non è ancora rimborsabile dal Ssn.

Pertanto – afferma de Laurentiis – è somministrabile solo nell’ambito di protocolli sperimentali, reperibili presso pochi centri ad elevata specializzazione”.

In tal senso, risulta di particolare importanza il ruolo svolto dal Pascale quale centro di eccellenza.

L’Istituto campano, infatti, è il centro italiano col più alto numero di protocolli terapeutici innovativi sul tumore della mammella. Sono infatti 60 quelli coordinati da Michelino de Laurentiis.

Si tratta infatti del primo centro al mondo, afferma de Laurentiis “in grado di offrire nell’ambito del protocollo ‘Federica’ una formulazione innovativa che riunisce i due farmaci in un’unica somministrazione da iniettare sottocute nel giro di pochi minuti”.

Secondo il direttore del Pascale, Attilio Bianchi, il livello della ricerca nel Pascale ha raggiunto consolidamento e riconoscimento mondiali.

“Continuiamo su questa strada – conclude Bianchi – cercando innovative fonti di finanziamento, perché sappiamo di essere sulla strada giusta”.

 

 

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ictus e diabete

Più a rischio ictus i pazienti con livelli di emoglobina glicata da ‘pre-diabete’. A dirlo è una meta-analisi pubblicata sul Journal of the American Heart Association

I pazienti diabetici o con livelli di emoglobina glicata da ‘pre-diabete’ sarebbero a maggiore rischio di sviluppare un ictus.

Ad affermarlo è una meta-analisi pubblicata sul Journal of the American Heart Association e guidata da John Peter Mitsios, dell’Università di Melbourne, in Australia.

Secondo i ricercatori, infatti, che ci sia diabete oppure no, si è registrato che elevati livelli di emoglobina glicata (HbA1c) sarebbero associati a un aumento del rischio di ictus.

La ricerca ha preso in esame 29 studi osservazionali sul tema ictus e diabete.

Questi, coinvolgevano nel complesso oltre 532mila persone, con e senza diabete.

Ebbene, in un’analisi il team ha raggruppato i partecipanti in tre categorie.

La prima era composta diabetici, con HbA1c inferiore o uguale a 6,5%. Poi sono stati presi in esame i pre-diabetici, con HbA1C compresa tra 5,7% e 6,5%.

Infine, i non-diabetici, con HbA1c inferiore a 5,7%.

I risultati dello studio hanno fatto emergere che gli adulti con HbA1c che rientrava nel range ‘diabetici’ avevano un rischio significativamente aumentato di primo evento di ictus rispetto a quelli con HbA1c inferiore a 5,7%.

E non è tutto.

Infatti, per ogni incremento di un punto percentuale di HbA1c in questo gruppo, si è registrato un incremento del rischio di primo episodio di ictus del 17%.

Percentuali molto alte, che fanno riflettere sulla correlazione tra ictus e diabete.

Quanto ai soggetti con livelli di emoglobina glicata nel pre-diabete, questi non avrebbero invece mostrato un aumento del rischio rispetto al gruppo non diabetico.

Tuttavia, analizzando solo gli studi che hanno esaminato il primo evento di ictus ischemico, il rischio sarebbe significativamente aumentato per entrambe le persone, con e senza diabete.

John Peter Mitsios afferma che questi risultati “suggeriscono che un controllo più stretto dell’HbA1c può essere richiesto per prevenire l’ictus ischemico”.

Infine, Nick Freemantle, dell’University College di Londra, ha sottolineato che sebbene i risultati sui pre-diabetici risultino più equivoci, “questo studio fornisce una prova sull’importanza di prevenire il diabete, ove possibile, attraverso lo stile di vita e le misure sociali come la ‘tassa dello zucchero’ sulle bevande analcoliche introdotta nel Regno Unito ad aprile”.

 

 

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morta al sesto mese di gravidanza

I fatti risalgono al febbraio del 2012, quando una donna di 29 anni morì al sesto mese di gravidanza. I due medici accusati di omicidio colposo sono stati assolti.

Un tragico decesso, quello di una 29enne di Ruvo, morta al sesto mese di gravidanza nel 2012, ma senza colpevoli: i due ginecologi accusati di omicidio colposo sono infatti stati assolti.

La ragazza morta al sesto mese di gravidanza all’ospedale Miulli, era deceduta dopo aver dato alla luce un feto ormai morto.

Ma ecco i fatti.

M.T.L. 29 anni, è deceduta il 12 febbraio 2012 dopo aver partorito il suo bimbo, ormai morto, al ‘Miulli’ di Acquaviva delle Fonti.

In un primo momento, la giovane era stata ricoverata all’ospedale di Corato in preda a forti dolori addominali.

Soltanto tre giorni dopo la giovane è stata trasferita ad Acquaviva. Purtroppo, però, il trasferimento si è rivelato tardivo anche per la mamma. La 29enne è infatti morta al sesto mese di gravidanza solo alcune ore più tardi, per colpa di uno shock settico.

I due ginecologi che la visitarono al presidio di Corato erano quindi stati accusati di omicidio colposo.

Ma ora, al termine del procedimento (in cui il marito della giovane si era dichiarato parte civile), il giudice ha deciso che i due sanitari sono innocenti.

Entrambi assolti, dunque, al termine del processo abbreviato davanti al gup di Trani.

In un primo momento, l’inchiesta aveva coinvolto quattro medici e due ostetriche dell’ospedale di Corato.

L’indagine, aperta dalla Procura di Bari in seguito alla denuncia della famiglia, venne poi trasferita per competenza territoriale alla magistratura tranese. Poi, nel 2014, la Procura di Trani chiuse le indagini, chiedendo il rinvio a giudizio per tre dei sei indagati.

Adesso, il gup Raffaele Morelli ha assolto, per non aver commesso il fatto, i medici L.N. e R.C. dall’accusa di omicidio colposo in concorso.

Resta ancora in piedi, invece, il procedimento a carico di un terzo medico che aveva scelto il rito ordinario.

Ancora in corso davanti al giudice del Tribunale di Trani il processo nei confronti di un terzo medico,  che aveva scelto il rito ordinario.

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parto prematuro

In un futuro non troppo lontano, una semplice analisi del sangue potrebbe rivelare il rischio di parto prematuro nelle donne che presentano alcuni biomarcatori nel sangue.

Predire il parto prematuro grazie a un semplice esame del sangue. È questo il risultato di una ricerca finanziata dall’organizzazione no profit americana March of Dimes e pubblicata sulla prestigiosa rivista Science.

Secondo i ricercatori, infatti, la presenza di alcuni biomarcatori sarebbe in grado di svelare la possibilità di un parto pretermine.

Questa ricerca sancisce un risultato importante, anche perché ad oggi i medici non hanno la possibilità di valutare quali gravidanze si concluderanno con un parto prematuro e quali no.

I biomarcatori, inoltre, possono aiutare a stimare l’età gestazionale del bebè con un’accuratezza comparabile agli ultrasuoni, ma a costi inferiori.

Per Stacey D. Stewart, presidente di March of Dimes, “questa eccitante ricerca all’avanguardia dimostra perché stiamo investendo in nuovi modi per migliorare la salute di mamme e bambini, soprattutto per affrontare la crisi legata alla nascita prematura in questo Paese e in tutto il mondo”.

“Ad oggi – ricorda Stewart – nessun test sul mercato può prevedere in modo affidabile quali mamme avranno un parto prematuro”.

Lo studio è stato condotto in due distinte coorti di donne, tutte a rischio elevato di parto prematuro.

È in questo modo che i ricercatori sono riusciti a identificare i biomarker ‘spia’ delle donne che hanno partorito in anticipo.

In un’altra coorte, poi, il team ha validato altri biomarcatori. Questi sarebbero invece utili a calcolare l’età gestazionale del feto con una precisione comparabile a quella dell’esame ecografico. Entrambi i test del sangue dovranno però essere validati su numeri più ampi di donne, in trial in doppio cieco.

Incidenza del parto prematuro nel mondo

Ogni anno in tutto il mondo nascono almeno 15 milioni di bambini prima del termine della gestazione, un fenomeno in netta crescita negli Stati Uniti.

Lo studio sui biomarcatori è stato condotto da Stephen Quake, ricercatore presso il March of Dimes Prematurity Research Center della Stanford University, insieme a colleghi danesi e di altri centri Usa. In questo senso, l’approccio non invasivo del test del sangue proposto dalla ricerca, viene inteso dagli studiosi come un modo per “intercettare una conversazione” tra la madre, senza disturbare in nessun modo la gravidanza.

Secondo David K. Stevenson, i risultati dello studio sul parto prematuro evidenziano l’esistenza di un “orologio transcriptomico della gravidanza”.

Un elemento che potrebbe servire come un nuovo sistema per valutare l’età gestazionale di un feto.

“Misurando l’Rna cell-free nella circolazione materna, possiamo osservare i mutevoli schemi di attività genica che si verificano normalmente durante la gravidanza” ha concluso Stevenson.

Lo studioso ha inoltre ricordato che questo permetterà di identificare elementi che potrebbero segnalare ai medici il rischio di parto pretermine.

Non è poi escluso che, in futuro, con ulteriori studi, sia possibile “identificare specifici geni e percorsi genetici che potrebbero rivelare alcune delle cause alla base del parto prematuro, suggerendo modi per prevenirlo”.

 

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procedure endoscopiche

Uno studio statunitense ha evidenziato l’incidenza dei tassi infettivi a seguito di procedure endoscopiche scoprendo che sono più alti di quanto si ritenesse in passato.

Un importante studio condotto dalla Johns Hopkins University e pubblicato su Gut ha messo in evidenza come le procedure endoscopiche portino con sé molti più rischi di infezioni di quel che si creda.

La ricerca ha messo in luce infatti come i tassi di infezione a seguito di colonscopie e di endoscopie del tratto gastrointestinale superiore siano di gran lunga superiori a quanto ritenuto in precedenza. Lo studio ha analizzato le procedure effettuate presso i centri di chirurgia ambulatoriale (ASC) statunitensi.

Questo tipo di procedure negli USA sono alternative meno costose alle cure ospedaliere per interventi ambulatoriali. E, per tale ragione, largamente utilizzate.

Come afferma Susan Hutfless, autrice dello studio in questione “sebbene si dica abitualmente ai pazienti che le comuni procedure endoscopiche sono sicure, abbiamo scoperto che le infezioni post-endoscopiche sono più comuni di quanto pensassimo e che variano ampiamente da una struttura ASC all’altra”.

Ogni anno negli USA vengono eseguiti oltre 15 milioni di colonscopie e 7 milioni di esofagogastroduodenoscopie (EGD).

Lo studio ha utilizzato un database di assicurazioni sanitarie per quel che concerne i dati di sei stati (California, Florida, Georgia, Nebraska, New York e Vermont) relativi 2014.

I ricercatori hanno monitorato le visite di pronto soccorso e i ricoveri non programmati correlati a infezioni. Il tutto, entro 7 e 30 giorni dopo colonscopia o EGD.

Ebbene, in passato si pensava che i tassi di infezione conseguenti a procedure endoscopiche fossero indicativamente di uno su un milione. Adesso, i risultati di questo studio, hanno mostrato un quadro ben diverso.

Infatti, il tasso di infezione a 7 giorni o meno dopo la procedura era leggermente superiore a 1 su 1.000 per le colonscopie di screening. Era invece pari a 1,6 su 1.000 per le colonscopie non di screening.

Per quanto riguarda le EGD, il tasso era più di 3 per 1.000.

Lo studio sulle procedure endoscopiche ha poi rilevato un altro aspetto importante. Ovvero che i pazienti che erano stati ricoverati in ospedale prima di sottoporsi a una delle procedure erano a rischio ancora maggiore di infezione.

La ricerca ha poi riscontrato che la grande maggioranza dei centri ASC segue linee guida scrupolose per il controllo dell’infezione. Tuttavia, ciò pare non essere sufficiente. In alcuni di questi centri, infatti, i tassi di infezione erano più di 100 volte più alti del previsto.

Pertanto, la ricerca mostra come sia per importante, per i pazienti che si sottopongono a procedure endoscopiche, essere a conoscenza dei rischi associati a questi esami.

 

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