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dalla parte dei medici

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acalasia

Operata con successo per via endoscopica con tecnica POEM (Per-Oral Endoscopic Myotomy) una donna di 39 anni affetta da acalasia esofagea

Effettuato per la prima volta a Padova e in Veneto un intervento chirurgico POEM (Per-Oral Endoscopic Myotomy) su una paziente affetta da acalasia. La donna, 39enne, lamentava disfagia e dolore toracico. La delicata operazione è stata condotta dal prof. Lino Polese della Clinica Chirurgica 3° diretta dal Prof. Stefano Merigliano.

Il delicato intervento chirurgico è consistito – mentre la paziente era in anestesia generale – nell’inserire dalla bocca un endoscopio flessibile, praticare un’incisione solo interna sulla mucosa dell’esofago con un bisturi endoscopico, per poi procedere attraverso un tunnel di circa 10 cm nella parete dell’esofago con l’aiuto di un idrodissettore. Si tratta di uno strumento che riesce a iniettare acqua simultaneamente all’incisione diatermica. E’ simile a un bisturi elettrico, con la differenza che l’acqua agevola lo scollamento in simultanea dei tessuti fino a raggiungere il cardias, punto di giunzione tra l’esofago e lo stomaco sede della malattia.

Si è proceduto effettuando la sezione delle fibre muscolari con la miotomia del cardias, ripristinandone la normale apertura. Successivamente l’incisione interna è stata chiusa con delle clips endoscopiche biocompatibili di circa 1 cm che saranno espulse spontaneamente. L’intervento è durato 1 ora e mezza.

La paziente al risveglio non sentiva alcun dolore legato all’intervento, non avendo ferite chirurgiche esterne.

Si è quindi potuta alzare dal letto dopo poche ore dato che non aveva avuto incisioni esterne al torace e/o all’addome. Un esame radiologico ha confermato la riuscita dell’intervento. La paziente è tornata a rialimentarsi regolarmente dopo soli due giorni dalla procedura, senza più difficoltà né dolore.

L’acalasia esofagea è una patologia ad eziologia sconosciuta, caratterizzata dal mancato rilasciamento dello sfintere esofageo inferiore durante la deglutizione. La malattia, annoverata tra le patologie rare, è molto invalidante. Si presenta con disfagia, rigurgito alimentare, dolore toracico e porta i pazienti a perdere peso in maniera repentina. Senza diagnosi in tempi adeguati può condurre alla cachessia.

Il riscontro della malattia è difficoltoso e molto spesso viene effettuato solo da specialisti di patologia esofagea. Prevede infatti l’esecuzione di una radiografia del tubo digerente con mezzo di contrasto, di una manometria esofagea e di una gastroscopia.

La malattia si manifesta a qualunque età. Il sintomo principale è dato dalla disfagia, ovvero la difficoltà di deglutire il cibo, a cui si accompagna un calo ponderale, spesso importante. Il dolore è un sintomo meno frequente. In genere si osserva nelle fasi iniziali della malattia, ed è forse espressione della contrazione muscolare del corpo esofageo. Altre volte infine, unico segno della malattia può essere una alitosi persistente, dovuta al ristagno alimentare endoesofageo.

 

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blocco atrioventricolare

Applicato un pacemaker bicamerale che ha risolto il blocco atrioventricolare della gestante, giunta all’Ospedale di Cittadella in gravi condizioni

Un improvviso blocco atrioventricolare completo, a poche ore dal partorire, risolto con l’applicazione di un pacemaker definitivo. E’ quanto accaduto all’Ospedale di Cittadella dove l’intervento dei medici ha permesso di salvare la vita sia alla mamma sia al bambino.

La donna si era recata presso il nosocomio in uno stato di pesante malessere e imminente travaglio. I clinici, dopo aver valutato la gravità dell’emergenza, le hanno applicato un pacemaker bicamerale che ha consentito la ripresa di un battito cardiaco fisiologico.

Durante e dopo l’intervento non è comparso nessun segno di sofferenza fetale, e trascorse 12 ore la paziente ha dato alle luce il suo piccolo. Dimessi dall’ospedale nei giorni scorsi, madre e figlio, secondo quanto annuncia la Ulss 6 euganea, “sono in ottime condizioni di salute”.

L’impianto del pacemaker si è svolto in Sala di emodinamica con un team multidisciplinare.

L’equipe è stata coordinata da Roberto Verlato, direttore dell’Unità operativa complessa di cardiologia dell’Alta Padovana, e da Roberto Rulli, direttore dell’Uoc di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Cittadella. L’equipe ostetrico-ginecologica ha monitorizzato il bambino, pronta a farlo nascere subito in caso di segni di sofferenza e di rallentamento del battito del cuore. La gestante e il feto sono stati protetti con barriere contro la diffusione dei raggi X per prevenire eventuali danni da radiazioni.

“La situazione era estremamente pericolosa – racconta Verlato -. In caso di ipotensione la mamma avrebbe dovuto essere messa in Ecmo, la macchina cuore-polmoni, impensabile un contropulsatore in gravidanza. In caso di asistolia improvvisa avremmo fatto nascere il bambino, ma la mamma poteva entrare in pericolo di vita. Non avrebbe potuto sopravvivere a un taglio cesareo senza un ritmo cardiaco valido e stabile, neppure l’anestesia sarebbe stata possibile”.

“L’intervento in queste condizioni, con l’utero che solleva completamente il diaframma, con le contrazioni in atto, con il ritmo cardiaco completamente instabile per ritmo idioventricolare irregolare, è stato molto difficile. Fortunatamente – conclude il medico – questa è stata una gran bella storia a lieto fine”.

 

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probiotici commerciali

Uno studio israeliano ha messo in discussione l’efficacia dei probiotici commerciali: potrebbero essere inutili per molti soggetti

I probiotici commerciali vanno molto di moda, eppure per tante persone potrebbero essere totalmente inutili. Nell’organismo di alcuni, anziché colonizzare l’intestino, verrebbero semplicemente eliminati.

A dirlo è uno studio israeliano innovativo sotto molti aspetti, a cominciare dalla campionatura del microbioma. Pubblicato su Cell, lo studio mette in dubbio questa convinzione per cui i probiotici commerciali sarebbe così salutari.

Se la maggior degli studi condotti finora ha infatti studiato il microbioma fecale, quest’ultimo studio è andato a campionarlo ‘on site’ attraverso esami endoscopici.

Lo studio ha coinvolto 15 volontari sani ai quali sono stati somministrati dei probiotici commerciali o placebo.

I risultati sono stati sorprendenti. In primo luogo, i microbi trovati nelle feci dei volontari sono risultati non rappresentativi di quelli che colonizzano l’intestino.

Pertanto, “basarsi sui campioni fecali come indicatore di cosa succede nell’intestino è inaccurato e sbagliato”, commenta l’immunologo Eran Elinav del Weizmann Institute of Science (Israele).

Ma non è tutto. La ricerca dimostrato anche che, mentre i probiotici colonizzavano il trattato gastrointestinale di alcune persone, in altre, venivano rigettati dal microbioma intestinale ‘autoctono’.

Questo significa, secondo Elinav, che “alcune persone ‘accettano’ i probiotici nel loro intestino mentre altre si limitano ad espellerli. I pattern di colonizzazione dei probiotici sono cioè del tutto individuali”.

Pertanto, l’idea che tutti possiamo trarre beneficio dai probiotici commerciali acquistati al supermercato è empiricamente errata.

In un’altra parte dell’esperimento, i ricercatori sono andati a studiare cosa succede al microbioma di soggetti che assumono probiotici per ripristinare il loro microbioma, dopo una terapia antibiotica.

In questo caso, 21 volontari sono stati sottoposti ad uno stesso ciclo di terapia antibiotica, per essere poi assegnati a tre gruppi differenti.

Ebbene, il microbioma del primo gruppo è stato lasciato libero di riprendersi da solo; nel secondo gruppo sono stati somministrati dei probiotici commerciali.

Nel terzo, infine, i soggetti sono stati trattati con il loro stesso microbioma, prelevato prima della cura antibiotica e risomministrato mediante trapianto fecale.

I probiotici hanno rapidamente colonizzato l’intestino di tutti i soggetti assegnati al secondo gruppo, dopo la sospensione degli antibiotici. Tuttavia, i ricercatori sono rimasti sorpresi dallo scoprire che questo impediva al microbioma originale di ripristinarsi anche per 6 mesi.

“I probiotici – spiega Elinav – prevenivano in maniera potente e persistente il ripristino del microbioma originale. Abbiamo trovato questo aspetto allarmante oltre che sorprendente. Si tratta infatti di un effetto indesiderato mai descritto finora”.

Al contempo, i soggetti del terzo gruppo sottoposti a trapianto fecale presentavano un perfetto ripristino del microbioma originale nell’arco di pochi giorni.

Ora, nello studio israeliano non sono stati valutati gli effetti di questo disturbo prolungato di ripristino del microbioma originale.

Tuttavia, studi condotti in precedenza hanno evidenziato un legame tra alterazione dei microbi intestinali, obesità, allergie e infiammazione. “Per questo possiamo concludere – sostiene Elinav – che questo effetto sia potenzialmente dannoso”.

La ricerca, pertanto, suggerisce sia più utile l’uso di probiotici personalizzati e più dannoso l’uso di quelli commerciali.

 

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prevedere la malattia di alzheimer

Una ricerca spagnola ha ideato un esame del sangue per prevedere la malattia di Alzheimer negli adulti con Sindrome di Down. Ecco come funziona

Potrebbe bastare un semplice esame del sangue per prevedere la malattia di Alzheimer (Ad) in adulti con sindrome di Down. La diagnosi sarebbe possibile grazie a un particolare esame del sangue ideato grazie a uno studio condotto in Spagna.

Il lavoro ha valutato la capacità delle proteine beta-amiloide, tau e neurofilamenti light (NfL) nel plasma e nel liquor cerebrospinale (Csf) di prevedere la malattia di Alzheimer in adulti con sindrome di Down.

I partecipanti allo studio erano già stati arruolati in un piano sanitario basato sulla popolazione della Catalogna.

Nella loro ricerca, gli studiosi hanno incluso tutti i membri con sindrome di Down che avevano un campione di plasma. Oppure, CSF disponibile e controlli sani privi di trisomia 21.

Nell’arco di quasi 5 anni, Juan Fortea della Memory Unit dell’Ospedale San Paolo di Barcellona e colleghi hanno raccolto il plasma di 282 partecipanti con sindrome di Down e di 67 controlli e il Csf di 94 soggetti con Ds e 67 controlli.

Ebbene, rispetto ai controlli sani, la proteina NfL nel plasma risultava elevata in tutti i gruppi clinici.

Per quel che riguarda i biomarcatori nel plasma, solo la NfL è risultata ben diversa tra i gruppi con Malattia di Alzheimer asintomatica e prodromica (area sotto la curva, 0,88) e tra il gruppo asintomatico e quello con demenza da Alzheimer (Auc, 0,95), con una sensibilità del 90% e una specificità del 92%.

Nel liquido cerebrospinale, eccetto per le concentrazioni di beta-amiloide 1-40, tutti i biomarcatori si sono differenziati bene tra il gruppo con Malattia di Alzheimer asintomatica e quello con forma prodromica (AUC, 0,92 per la beta-amiloide 1-42, 0,81 per t-tau, 0,80 per p-tau e 0,88 per NfL).

Nei soggetti con sindrome di Down, solo le concentrazioni di NfL sono risultate fortemente correlate tra plasma e Csf.

Secondo Michael S. Rafii dell’Alzheimer’s Therapeutic Research Institute della University of Southern California, i “livelli elevati della proteina neurofilament light sembrano correlarsi con la malattia di Alzheimer in individui con sindrome di Down”.

È infatti noto che chi ha la sindrome di Dowb è più propenso a sviluppare una forma genetica di Malattia di Alzheimer.

“Questo eccellente studio che analizza molteplici biomarcatori di Malattia di Alzheimer nel sangue e nel liquido cerebrospinale (Csf) – ha concluso – conferma l’utilità dei livelli di NfL nel sangue quale potenziale biomarcatore di neurodegenerazione”.

 

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paralisi del nervo facciale

A Torino messa a punto una nuova tecnica mininvasiva ‘tre in uno’ per ridare mobilità al viso dei pazienti affetti da paralisi del nervo facciale

“Rianimazione mini-invasiva della paralisi totale del nervo facciale”. Questa è la tipologia di operazione grazie alla quale alcuni pazienti sono tornati a “sorridere” anche dopo 20-30 anni di immobilità. Sono pazienti dell’Ambulatorio del Sorriso, ufficializzato nel 2014 all’Ospedale Maria Vittoria di Torino, affetti da paralisi del cronica del nervo facciale. Hanno scelto il Centro multidisciplinare per la cura degli esiti della paralisi del nervo facciale, presente nel Presidio Ospedaliero della ASL Città di Torino. Qui l’Equipe di Chirurgia Plastica, Chirurgia della Mano e Microchirurgia ha messo a punto una nuova tecnica che coniuga tre interventi in uno, con metodica mininvasiva.

La tecnica si avvale di muscoli “donatori”, prelevati da altre zone del viso e del collo che vengono trasferititi e riorientati a “rianimare” le zone paralizzate del volto, e combina l’utilizzo del lifting endoscopico per sollevare le parti cadenti.

Da qui la scelta della denominazione della procedura: “EMTL procedure”, ovvero trasposizione e sollevamento multiplo di muscoli con assistenza endoscopica (Endoscopically assisted Multiple muscle Transposition and Lift).

“Per ridare mobilità a un viso paralizzato da molti anni – spiega il Dott. Marco Borsetti, referente dell’Ambulatorio del Sorriso – abbiamo utilizzato metodiche già ben conosciute dai chirurghi che si occupano di questa patologia, ma con la novità di averle conglobate tutte in unico intervento mini invasivo, con assistenza endoscopica. In caso di paralisi totale del volto, abbiamo trasferito muscoli sani innervati dal nervo trigemino per sopperire alla muscolatura mimica paralizzata: abbiamo utilizzato il muscolo temporale e il muscolo digastrico per rianimare la muscolatura della bocca e dell’occhio, mentre le zone della faccia ptosiche sono state sospese a punti di ancoraggio fissi con la tecnica del lifting endoscopico”.

“I risultati sono ottimali come quelli già descritti in Letteratura per ciascuna delle varie tecniche, ma con il beneficio dell’ottimizzazione in un unico intervento e di una notevole riduzione dell’invasività chirurgica e delle cicatrici residue – conclude il Dott. Giorgio Merlino, Direttore della Chirurgia Plastica, della Mano e Microchirurgia del Maria Vittoria – perché l’accesso chirurgico è minimo, a fronte delle ampie incisioni e dello scollamento dei muscoli prima necessari. I pazienti sono stati dimessi in ottime condizioni e sono tornati a casa in tempi rapidi”.

La metodica, molto versatile e modulabile sulle esigenze del singolo paziente, è già stata annunciata nell’ultimo Congresso Nazionale di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica di Modena ed è in via di pubblicazione sulla rivista scientifica del settore.

 

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tubercolosi

L’Oms raccomanda di escludere che la tubercolosi sia attiva in chi ha l’Hiv prima che sia sottoposto a un trattamento preventivo per la malattia

Una recente nuova revisione sistematica e metanalisi degli studi, pubblicata da The Lancet HIV, ha messo in luce l’importanza di aggiungere alla regola di screening dei 4 sintomi dell’Organizzazione mondiale della sanità per la tubercolosi anche una radiografia al torace.  Essa consente di poter fare un maggior numero di diagnosi di tubercolosi in persone con Hiv.

Infatti, si raccomanda di escludere che la tubercolosi sia attiva in chi convive con l’Hiv. E questo ben prima che sia sottoposto a un trattamento preventivo per la malattia.

Per Haileyesus Getahun dell’Oms di Ginevra, autore principale dello studio, “la scoperta più importante dello studio è che l’algoritmo clinico dei quattro sintomi raccomandato dall’Oms per escludere la tubercolosi attiva nelle persone affette da Hiv continua a essere uno strumento valido per fornire un trattamento preventivo alla tubercolosi in contesti con risorse limitate”.

Lo studio di Getahun e colleghi ha selezionato tra il 2011 e il 2018 le ricerche pubblicate dopo che l’Oms aveva emesso le raccomandazioni sullo screening della tubercolosi a partire da quattro sintomi.

Ebbene, il team ha incluso studi con raccolta di campioni come espettorato, sangue, urina o l’aspirazione linfonodale da persone con Hiv. E questo indipendentemente dai loro sintomi, esclusi gli studi caso-controllo.

Gli autori hanno valutato la specificità dello screening nelle persone che vivono con l’Hiv in base allo stato della loro terapia antiretrovirale (Art). Oltre all’eventuale effettuazione di radiografie del torace.

Quasi tutte le 15.427 persone nei 21 studi che hanno esaminato erano adulte. Inoltre, tra queste, 1.559 avevano tubercolosi attiva.

Gli autori hanno incluso 18 di questi studi nella metanalisi. Sette includevano dati provenienti da persone che avevano ricevuto Art.

I risultati dello studio

La ricerca ha provato che la sensibilità del gruppo alla regola di screening dei quattro sintomi era significativamente più bassa per le 4.640 persone in terapia antiretrovirale rispetto alle 8.664 naive della Art (51,0% vs 89,4%). È vero il contrario per la specificità aggregata (70,7%, rispetto al 28,1%).

Sulla base dei dati di 646 persone in due studi, l’eventuale anormalità della radiografia del torace nelle persone con Art ha aumentato la sensibilità dal 52,2% all’84,6%, ma ha diminuito la specificità dal 55,5% al 29,8%.

L’Oms raccomanda a tutti coloro che hanno l’Hiv di iniziare l’Art entro sette giorni dalla diagnosi. Eccetto però quando ci sono particolari indicazioni per ritardare il trattamento.

“Questa politica – concludono gli autori – è ampiamente adottata e si prevede che si tradurrà in una riduzione del numero di persone con Hiv nei servizi sanitari che sono Art naive”.

 

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smettere di fumare

Uno studio dell’Istituto Tumori rivela l’importanza di smettere di fumare il prima possibile: i vantaggi, infatti, si registrano solo dopo anni

Smettere di fumare come tutti sanno ha effetti estremamente benefici, consentendo di ridurre i valori della proteina C reattiva. Questo è un importante marcatore di infiammazione.

Ebbene, i vantaggi non sono però effettivi a breve termine, ma solo dopo molti anni.

A lanciare questo avvertimento, è l’Istituto Nazionale dei Tumori (Int) di Milano, che ha pubblicato uno studio sulla rivista Scientific Reports.

Secondo i ricercatori, smettere di fumare è una scelta che occorre fare il prima possibile poiché i benefici arrivano dopo diverso tempo.

“La proteina C reattiva, o PCR – afferma Ugo Pastorino, direttore della Chirurgia Toracica all’Int – è un marcatore importante dell’infiammazione acuta o cronica, che si associa a un alto rischio di mortalità per malattie croniche polmonari, cardiovascolari e per molti tumori”.

Secondo Pastorino, lo studio dimostra che smettere di fumare è utile anche dopo i 50 anni. Tuttavia, precisa, “è possibile abbattere il rischio in chi ha una PCR elevata agendo sugli altri fattori che possono ridurla, come alcuni farmaci anti-infiammatori, una dieta più sana, e una regolare attività fisica”.

Lo studio è stato condotto su oltre 3.000 fumatori in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Silvano Gallus, del Laboratorio di Epidemiologia degli Stili di Vita al Mario Negri, ha evidenziato un punto importante.

“In quello che è il più ampio studio prospettico disponibile finora – afferma – abbiamo dimostrato che la cessazione del fumo ha un effetto favorevole, sebbene a lungo termine, nel ridurre i valori della PCR. Dal momento che ci vogliono diversi anni perché la PCR si riduca, lo studio ribadisce l’importanza di smettere di fumare il più presto possibile”.

 

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Diabete di tipo 2: può causare deterioramento osseo nelle donne

Nelle donne il diabete di tipo 2 potrebbe incrementare notevolmente il deterioramento osseo. Ad affermarlo è uno studio condotto a Taiwan

Attenzione al diabete di tipo 2, specie se siete donne. Secondo uno studio recente condotto a Taiwan, almeno due terzi delle donne con diabete di tipo 2 presentano una scarsa massa ossea e una micro-architettura deteriorata.

Un dato assai preoccupante che evidenzierebbe maggiori rischi di subire fratture osteoporotiche.

L’autore principale dello studio, Fang-Ping Chen, del Keelung Chang Gung Memorial Hospital di Keelung, a Taiwan, afferma che “oltre all’invecchiamento, un inadeguato controllo glicemico può rivestire un ruolo importante nel rimodellamento, potenzialmente associato a cambiamenti nella forza ossea nelle donne con diabete di tipo 2”.

La ricerca, pubblicata su Menopause, afferma che il diabete di tipo 2 aumenta fino al 30% il rischio di deterioramento osseo. Tuttavia, il meccanismo è ancora poco chiaro. Studi sulla densità minerale ossea (BMD) nei pazienti con diabete di tipo 2 hanno infatti ottenuto risultati contrastant.

Quanto alle ricerche che hanno usato la tomografia computerizzata quantitativa periferica ad alta risoluzione, queste non hanno riscontrato evidenze significative che le donne con tale patologia abbiano una peggiore qualità ossea.

Lo studio del Keelung Chang Gung Memorial Hospital, ha preso in esame i dati di 289 pazienti. Tutte erano in post-menopausa con diabete di tipo 2.

Tutte loro erano state trattate nel ospedale che ha condotto lo studio tra il 2014 e il 2015.

I risultati della densitometria sono risultati normali nel 36,8% dei casi, mentre il 50,2% delle donne presentava osteopenia e il 13% osteoporosi.

Con l’assorbimetria a raggi x a doppia energia (DXA), l’architettura ossea è risultata normale nel 27,4% delle pazienti.

Nel 55,4% di loro, invece, risultava parzialmente deteriorata, mentre era del tutto deteriorata nel 17,2%.

Gli autori hanno inoltre rilevato che la BMD al livello della colonna lombare, del collo del femore e dell’intera anca era legata al punteggio dell’osso trabecolare (TBS). Inoltre, si è visto che le pazienti sane, quelle con osteopenia e quelle con osteoporosi, mostravano differenze significative nel TBS.

Nei dati raccolti dai ricercatori, età, frattura vertebrale e fosfatasi alcalina osso-specifica erano significativamente diverse tra le categorie di TBS e i punteggi T.

Infine, la correlazione tra BMD e frattura vertebrale era più debole rispetto a quella con TBS, TBS più BMD, score per la valutazione del rischio di fratture (FRAX) e FRAX aggiustato per TBS.

Alla luce dei dati raccolti, lo studio ha confermato che esiste una frequenza relativamente alta di forza ossea compromessa nelle donne in post-menopausa con diabete di tipo 2.

Una condizione che potrebbe essere associata a una maggiore incidenza di fratture vertebrali.

 

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Sonnolenza diurna: chi ne soffre sarebbe a rischio Alzheimer

Secondo una recente ricerca scientifica, la sonnolenza diurna e, in generale, i disturbi del sonno, potrebbero essere legata al rischio di sviluppare l’Alzheimer

Soffrire di sonnolenza diurna potrebbe essere un sintomo da non sottovalutare. Secondo uno studio scientifico recentemente pubblicato sulla rivista Sleep, i disturbi del sonno potrebbero essere legati al rischio di sviluppare l’Alzheimer.

La ricerca vede tra gli autori anche l’italiano Luigi Ferrucci del National Institute on Aging statunitense.

Secondo i ricercatori, la sonnolenza diurna sarebbe un sintomo importante. Chi ne soffre, negli anni a venire, avrebbe un rischio triplo di presentare nel proprio cervello depositi di proteine tossiche tipiche della malattia, ovvero le placche di beta-amiloide.

L’importante ricerca, arriva a conferma di una serie di dati sempre più vasta che nel corso del tempo hanno collegato la demenza ai disturbi del sonno.

Lo studio si basa su un’indagine epidemiologica su un gruppo di volontari seguiti per parecchi anni.

Inizialmente, il campione preso in esame ha compilato questionari sulla qualità del sonno e sulla sonnolenza diurna. In essi ha incluso informazioni sull’abitudine di fare un riposino durante il giorno.

Parte del campione è stata sottoposta molti anni dopo (anche 16 anni dopo) a una serie di esami di imaging come la PET per visualizzare l’eventuale presenza della proteina tossica beta-amiloide nel cervello.

Sembra che chi nei questionari aveva dichiarato di soffrire di sonnolenza diurna aveva un rischio triplo di presentare depositi di beta-amiloide nel cervello.

Tuttavia, sono ancora oscure le dinamiche di tale connessione.

L’ipotesi è che la beta-amiloide si accumuli in seguito a disturbi del sonno e che siano questi disturbi a causare la sonnolenza diurna.

Oppure, è possibile che gli accumuli stessi di beta-amiloide favoriscano i disturbi del sonno e/o la sonnolenza diurna.

Secondo Adam Spira, autore principale dello studio, se si scoprisse che i disturbi del sonno contribuiscono all’Alzheimer, “potremmo adoperarci per trattare i pazienti con problemi di insonnia per evitare questa malattia così grave”.

 

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Endometrioma ovarico: i benefici della scleroterapia catetere-guidata

La scleroterapia catetere-guidata si è dimostrata estremamente efficace contro l’ endometrioma ovarico. A dirlo è uno studio coreano

Per combattere l’ endometrioma ovarico e alleviare il dolore che causa potrebbe rivelarsi molto utile la scleroterapia catetere-guidata.

Questa la conclusione di un interessante studio coreano condotto da Man-Deuk Kim e colleghi del Yonsei University College of Medicine di Seoul.

Kim e il suo team hanno indagato l’efficacia della scleroterapia catetere guidata (CDS) usando un catetere tipo pigtail.

Quest’ultimo consente una migliore aspirazione del contenuto delle cisti e il cambio di posizione, dopo l’iniezione di etanolo, in 14 donne affette da endometrioma ovarico primario o ricorrente.

Sembra dunque che con questa procedura la dimensione della ciste principale si riduca da 5,8 cm prima della CDS a 1,1 cm nei sei mesi successivi(P<0,001).

Ma non è tutto.

Anche il punteggio medio sulla scala visuo-analogica del dolore è significativamente migliorato. Esso è passato infatti da 3,86 al basale a 0,6 sei mesi dopo la CDS.

La riserva ovarica, valutata usando l’ormone antimuelleriano nel siero, non è cambiata tra prima e dopo la sclerotomia. Dopo la procedura, due donne che desideravano una gravidanza sono rimaste incinte. La CDS è risultata ben tollerata e non vi sono state complicanze legate all’intervento.

Infatti, un’altra tecnica di scleroterapia, quella ago-guidata (NDS), sebbene utilizzata per l’ablazione degli endometriomi, presentava un rischio significativo di dislocazione dell’ago.

Questo portava spesso alla fuoriuscita di contenuto endometriale nella cavità peritoneale.

Secondo Man-Deuk Kim, coordinatore dello studio, “la CDS sembra rappresentare un promettente passo avanti della NDS per trattare l’ endometrioma ovarico”.

Anche se va da sé che occorreranno in futuro ulteriori dati prospettici per testarne l’efficacia a lungo termine, così come il suo impatto sulla fertilità.

 

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