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dalla parte dei medici

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Un intervento multidisciplinare svolto all’ospedale di Alessandria ha permesso di operare la donna ai polmoni mentre si eseguiva il cesareo

Una doppia operazione a cuore fermo eseguita ad Alessandria ha permesso di salvare la vita ad una mamma e alla sua bambina neonata lo scorso 11 aprile. Una giovane puerpera di trent’anni alla trentaquattresima settimana, giunta in Ospedale per una sincope, è stata operata dallo staff di Cardiochirurgia mentre contemporaneamente l’equipe dell’Ostetricia ha eseguito il cesareo per far nascere la bambina. La mamma nei giorni scorsi è uscita dalla Terapia Intensiva e ha potuto abbracciare la propria figlia.

L’intervento si è reso necessario a causa della diagnosi di massiva tromboembolia polmonare della donna, ovvero la formazione di coaguli di sangue (trombi) nell’arteria polmonare che, ostacolando la corretta circolazione sanguigna, le aveva provocato l’iniziale mancamento.

Solo dopo l’operazione si è potuto stabilire che la causa era proprio il feto che poggiava su una vena a livello delle gambe. La donna è stata quindi subito ricoverata per permettere un monitoraggio costante, ma le sue condizioni sono peggiorate in poco tempo fino a diventare critiche.

I medici, dopo aver fatto le valutazioni del caso clinico, hanno ritenuto necessario intervenire tempestivamente per evitare il decesso sia della paziente sia di sua figlia

I camici bianchi hanno pertanto deciso di far nascere la bambina nonostante la criticità della situazione, eseguendo un intervento di trombectomia polmonare bilaterale in circolazione extracorporea.

In breve tempo è stata preparata la sala operatoria all’interno della quale sono intervenute contemporaneamente le equipe di Cardiochirurgia e di Ostetricia, con il fondamentale supporto del team di anestesisti e dei neonatologi, che erano stati allertati per il trasporto della neonata, prematura in quanto alla trentaquattresima settimana.

Alla paziente è stata eseguita una doppia incisione, sia toracica che addominale, quando tutto era pronto su entrambi i versanti si è proceduto al taglio cesareo e contemporaneamente all’estrazione del feto si è proceduto a fermare il cuore, per poi procedere in maniera simultanea sulla tromboembolia e all’espulsione della placenta oltre che alla risutura dell’utero.

Mentre infatti il Dott. Andrea Audo, Direttore di Cardiochirurgia, estraeva i trombi dall’arteria polmonare per permettere al sangue di tornare a circolare in maniera naturale, il Dott. Nicola Strobelt completava il taglio cesareo e si assicurava che l’utero si contraesse regolarmente per prevenire perdite eccessive di sangue.

Immediatamente la piccola è stata presa in carico dallo staff della Terapia Intensiva Neonatale del Presidio Infantile, dove medici e infermieri si sono presi cura di lei e hanno svolto tutti i controlli necessari. Intanto la mamma è stata staccata dalla macchina della circolazione extracorporea e il suo cuore ha ripreso a battere regolarmente, così come il sangue a defluire. Erano entrambe vive e, per quanto permesso dalla situazione, in buone condizioni.

 

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TRAPIANTO COMBINATO DI FEGATO E RENE IN DUE TEMPI AL NIGUARDA DI MILANO

trapianto combinato

Per la prima volta in Italia portato a termine con successo un trapianto combinato di fegato e rene in due tempi su paziente affetta da policistosi epatorenale

Portato a termine con successo il primo caso in Italia di trapianto combinato di fegato e rene in due tempi. L’intervento è stato realizzato dall’equipe della Chirurgia Generale e dei Trapianti dell’ospedale Niguarda di Milano, diretta da Luciano De Carlis. La paziente era affetta da policistosi epatorenale, una patologia che induce una crescita fuori controllo sia del fegato che dei reni.

L’operazione prevede l’esecuzione in prima battuta del trapianto di fegato. Il rene, proveniente dallo stesso donatore del fegato, viene invece conservato in una macchina ipotermica dedicata in cui la circolazione è assistita artificialmente. In questo modo si assicura una buona perfusione dei tessuti dell’organo che si mantengono vitali per un periodo molto più lungo rispetto alla norma.

Nello specifico il rene trapiantato dai chirurghi di Niguarda è stato perfuso fuori dal corpo per ben oltre 50 ore. Ciò ha permesso di intervenire per l’impianto del rene ricondizionato a due giorni dal trapianto di fegato.Questa scomposizione del trapianto combinato fegato-rene, che solitamente avviene con un unico intervento, è stato dettato “dalle dimensioni xxl del fegato malato, che superava i 10 kg di peso”.

Il prelievo di un organo così voluminoso ha obbligato, infatti, l’équipe di Niguarda ad utilizzare un protocollo innovativo messo a punto negli Usa e mai utilizzato prima in Italia.

Una strategia che si rileva più sicura ed efficace e che ha messo la paziente, di 53 anni, al riparo da possibili complicazioni.

Nella policistosi epatorenale avanzata, la qualità di vita del paziente è gravemente compromessa dall’insufficienza renale cronica e dalla compressione addominale dovuta alla crescita abnorme del fegato. “In questi casi, risulta indicato il trapianto combinato di fegato e rene- indica De Carlis-. Ma il trapianto di fegato in queste condizioni risulta particolarmente complesso dal punto di vista chirurgico. L’utilizzo della circolazione extracorporea, il ricorso a farmaci vasopressori per controllare l’ipotensione, nonché la transitoria ipotermia durante il trapianto di fegato sono fattori potenzialmente in grado di compromettere la ripresa funzionale del successivo trapianto di rene, se eseguito nel corso della stessa sessione chirurgica del trapianto di fegato”.

La possibilità di mantenere il rene in una macchina da perfusione in condizioni ottimali per alcuni giorni permette di stabilizzare il ricevente e prepararlo al meglio per il successivo trapianto di rene. “Questo tipo di approccio è stato per la prima volta riportato in uno studio americano realizzato dall’Indiana Medical Center di Indianapolis, ma mai utilizzato fino ad ora nel nostro Paese” sottolinea De Carlis.

 

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METASTASI AL FEGATO, A PISA PROCEDURA INNOVATIVA DI CHIRURGIA EPATICA

metastasi al fegato

Un intervento di chirurgia ultraspecialistica multidisciplinare restituisce la speranza a una paziente già operata due volte per metastasi al fegato

Un intervento riuscito e non ancora descritto in letteratura ha restituito speranza di vita a una paziente già operata due volte per metastasi al fegato. La donna non avrebbe avuto grandi possibilità di sopravvivenza. La metastasi, infatti, aveva coinvolto un asse vascolare strategico, ossia la confluenza atrio-epatocavale arrivando fino al cuore.

Occorreva dunque un intervento chirurgico,  ma le sue condizioni generali e anagrafiche non consentivano l’impiego della circolazione extracorporea, di solito usata negli interventi di cardiochirurgi. I medici dell’Azienda ospedaliera di Pisa hanno quindi optato per  una procedura innovativa, che ha unito la tecnica di chirurgia epatica del risparmio d’organo alla cardiochirurgia senza circolazione extracorporea.

Dopo un accurato briefing-preoperatorio che ha coinvolto moltissime figure professionali è stato pianificato accuratamente l’intervento, ricorrendo anche alla ricostruzione in 3D del fegato della paziente. In 14 ore di sala operatoria è stato sostituito l’asse vascolare sede della metastasi asportando una minima quantità di fegato. Il tutto intervenendo sul cuore senza circolazione extra-corporea, come in un intervento tradizionale di chirurgia epatica del risparmio d’organo, dal punto di vista emodinamico, nonostante la de-connessione completa del deflusso epatico dalla paziente.

La maratona chirurgica, che coinvolto  più di 20 professionisti, è stata portata a termine con  successo.

Per l’AOU Pisana si tratta di una “scelta terapeutica che può fare da apripista in casi come questo”. Infatti, la resezione chirurgica con risparmio d’organo rappresenta “una chance concreta per aumentare le probabilità di sopravvivenza dei pazienti affetti da metastasi epatiche da neoplasia del colon retto”.

La paziente, con perdite ematiche ridottissime e una degenza di poco più di 2 settimane, è tornata a casa con un fegato originario pressoché integro. La sua aspettativa di sopravvivenza è pressoché  triplicata rispetto a quella precedente l’operazione.

“Un esempio virtuoso di sinergia, multidisciplinarietà e flessibilità nell’allestimento di una task-force poderosa per le ore di sala operatoria e le risorse umane impiegate, – commenta la struttura sanitaria – possibile anche grazie al modello organizzativo impostato sul briefing preoperatorio e il de-briefing post-operatorio per eliminare le eventuali criticità, oggi ormai in uso in tutte le organizzazioni complesse”.

 

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FIRENZE, INTERVENTO ENDOSCOPICO EVITA TRACHEOSTOMIA A BIMBO DI DUE MESI

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Il piccolo, affetto da una gravissima malformazione cranio facciale, è tornato a respirare correttamente grazie a un’operazione mini invasiva eseguita al Meyer di Firenze

Un neonato di due mesi è tornato a respirare in modo corretto, evitando la tracheostomia, una procedura invasiva che comporta rischi molto elevati. Decisivo in tal senso un intervento endoscopico a livello del basicranio, mini-invasivo, eseguito all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, dove il piccolo era in cura. Si tratta di uno degli interventi con cui il nosocomio inaugura l’attività di chirurgia dei disturbi respiratori nel sonno.

L’operazione, per la prima volta, ha previsto l’applicazione di una tecnica endoscopica utilizzata negli adulti che hanno problemi di apnea nel sonno o sono “grandi russatori”. L’intervento è  perfettamente riuscito;  il piccolo ora sta bene e ha fatto ritorno a casa.

In sala operatoria si sono avvicendati neurochirurghi, endoscopisti respiratori, otorinolaringoiatri, chirurghi maxillo-facciali, rianimatori, specialisti medici delle vie respiratorie e personale infermieristico. L’equipe è stata coordinata da Lorenzo Genitori, responsabile del Centro di eccellenza di Neurochirurgia.

Il piccolo paziente era affetto da una gravissima malformazione cranio-facciale sindromica su base genetica.

A rendere necessario il ricovero, però, è stato un grave problema di tipo respiratorio e alimentare.  Il bambino non era infatti in grado di respirare attraverso il naso ma solamente attraverso la bocca. Ciò  a causa di un problema al palato molle che otturava le coane. Una difficoltà che aveva avuto pesanti ripercussioni anche sul fronte dell’alimentazione. Nel momento di prendere il latte, il neonato andava automaticamente incontro a una carenza di ossigeno.

Si è quindi reso necessario il ricorso alla nutrizione artificiale per via parenterale.

Per evitare che il piccolo dovesse andare incontro a una tracheostomia, dopo indagini strumentali con TAC e RM, i medici hanno deciso di sottoporlo a una valutazione endoscopica delle prime vie aeree e si sono resi conto che la malformazione anatomica aveva creato un problema a livello funzionale. Ed è proprio sulla funzionalità che hanno deciso di intervenire, evitando interventi più invasivi, come l’introduzione di uno stent, che comporta il rischio di recidive, o di una tracheostomia.

La decisione di utilizzare una tecnica mini-invasiva ha funzionato. Nel post operatorio il bambino ha ricominciato a succhiare e a mangiare mantenendo un corretto flusso respiratorio attraverso il naso.

 

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ASPORTAZIONE DEL RENE IN LAPAROSCOPIA SU PAZIENTE DI 170 CHILI

asportazione del rene

Per la prima volta al mondo è stata effettuata all’ospedale Molinette di Torino l’asportazione del rene su un paziente sveglio di quasi 170 kg affetto da tumore

Intervento innovativo e senza precedenti all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. Per la prima volta al mondo è stato effettuata un’asportazione del rene in laparoscopia su un paziente sveglio di quasi 170 kg

L’uomo, 62enne di Torino, è affetto da una grave forma di obesità, con significativi problemi di respirazione. Un paio di mesi fa gli é stata riscontrata una massa al rene sinistro fortemente sospetta per tumore. A quel punto – fanno sapere dalla struttura – “é iniziato il dramma della scelta terapeutica”.

Se da un lato l’asportazione chirurgica rappresentava l’unica possibilità di cura e la via laparoscopica una scelta obbligata per evitare un accesso chirurgico molto invasivo, le condizioni del paziente rendevano comunque estremamente rischiosa un’anestesia totale, via obbligata per questa tipologia di intervento.

Il dottor Fabio Gobbi, esperto di anestesie periferiche della Rianimazione ospedaliera ha proposto di tentare un approccio innovativo per la laparoscopia addominale oncologica urologica: un intervento totalmente in anestesia spinale che permettesse al paziente di restare sveglio, evitando così la narcosi che avrebbe avuto un rischio elevato di essergli fatale.

Alcuni giorni fa il 62enne è entrato in sala operatoria consapevole che se l’intervento non fosse stato realizzabile come pianificato, si sarebbe resa necessaria un’intubazione dalla quale avrebbe potuto non risvegliarsi più.

“Anche perché – si legge in una nota delle Molinette –  non essendo riportati in letteratura mondiale casi di precedenti interventi di laparoscopia urologica addominale a paziente sveglio, l’urologo, il professor Paolo Gontero (Direttore Urologia universitaria dell’ospedale Molinette), non era in grado di prevedere se l’anestesia periferica gli avrebbe consentito di espandere a sufficienza la cavità addominale per consentirgli lo spazio necessario per condurre la nefrectomia laparoscopica”.

Uno dei fattori limitanti era poi rappresentato dalla breve durata dell’anestesia che avrebbe richiesto un’esecuzione dell’intervento in tempi rapidi, nonostante le difficoltà dovute all’obesità.

Grazie ad un’azione perfettamente sincronizzata delle tempistiche tra l’anestesista il dottor Gobbi ed il professor Gontero, l’intervento è stato coronato da successo, con l’asportazione del rene malato a paziente sveglio. Il decorso postoperatorio si è svolto in modo regolare, grazie all’assistenza del reparto di Nefrologia universitaria diretta dal professor Luigi Biancone.

“L’anestesia periferica – afferma il professor Gontero – è stata la chiave di successo di questo intervento laparoscopico, consentendo di ridurre l’impatto chirurgico in un paziente che per la sua fragilità non avrebbe probabilmente superato l’intervento. La collaborazione multidisciplinare è ciò che ha permesso di sperimentare con successo un approccio assolutamente innovativo, che consentirà di effettuare interventi di laparoscopia oncologica urologica anche in altri pazienti con rischio operatorio molto elevato”.

 

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AUTOTRAPIANTO POLMONARE, SALVATA BAMBINA DI 10 ANNI A GENOVA

 

 

autotrapianto polmonare

Effettuato all’ospedale Giannina Gaslini di Genova il primo intervento in letteratura di autotrapianto polmonare su paziente pediatrico . La bambina era affetta da cardiopatia congenita e grave malformazione polmonare

Realizzato – per la prima volta in letteratura su paziente pediatrico – un autotrapianto polmonare. E’ accaduto all’ospedale Giannina Gaslini di Genova grazie a un’equipe multidisciplinare e multiprofessionale composta da rianimatori, cardiologi, cardiochirurghi, anestesisti, infermieri, tecnici perfusionisti e fisioterapisti. L’intervento ha consentito di salvare salvato una bambina affetta da cardiopatia congenita e grave malformazione polmonare.
“Siamo veramente orgogliosi di questa modalità di lavorare in team multiprofessionale – commenta il dottor Paolo Petralia, Direttore Generale dell’Istituto -. La capacità di non arrendersi di fronte alle difficoltà e di studiare nuovi percorsi terapeutici, proporzionati e personalizzati, è una delle caratteristiche identitarie degli operatori del Gaslini. Questo si riflette nell’efficacia e nella grande complessità delle prestazioni che vengono offerte quotidianamente ai bambini che curiamo. Ed è nostro dovere impegnarci sempre più nell’offrire queste opportunità al maggior numero di pazienti possibile”.

La paziente è una bambina di 10 anni di Varese, nata prematura da una gravidanza gemellare. La piccola è affetta da una grave e complessa cardiopatia congenita e da un’ipoplasia del circolo arterioso polmonare di destra. “Poco dopo la sua nascita si è manifestato un difetto interventricolare, o “buchino nel cuore” – racconta il cardiologo Martino Cheli-. Il suo polmone destro ha perso la connessione con il cuore, non potendo di conseguenza contribuire all’ossigenazione del sangue. Il polmone di sinistra, invece, ricevendo tutto il sangue in uscita dal cuore, oltre al sovraccarico determinato dal “buchino”, è andato incontro ad un danno irreversibile (ipertensione polmonare). Questo ha determinato un aumento di pressione del ventricolo destro, con conseguente scompenso cardiaco cronico ed accrescimento ritardato.  Il tentativo di chiudere il difetto – realizzato in un altro Centro a 20 mesi di vita – è stato interrotto, a causa del danno vascolare polmonare irreversibile, rendendola candidata a trapianto polmonare”.

La malattia ha continuato a progredire e a peggiorare, anche dopo la presa in carico presso la Cardiologia del Gaslini, avvenuta circa due anni fa.

Di fronte ad una aspettativa di vita inferiore all’anno, si è reso necessario tentare di recuperare la funzione del polmone destro. Il tutto attraverso un delicatissimo intervento in cateterismo cardiaco condotto dal dottor Maurizio Marasini direttore della Cardiologia del Gaslini e dallo stesso Martino Cheli. La paziente in pochi minuti è andata in arresto cardiaco. Un evento prevedibile, data la grave patologia di base. Quindi è stata immediatamente posta in ECMO (Extracorporeal Membrane Oxygenation) dal dottor Andrea Moscatelli, direttore della UOSD Centro di Terapia Intensiva Neonatale e Pediatrica (Rianimazione).

La bambina è stata proposta per trapianto di cuore e polmone a 2 centri di riferimento all’estero ed a 4 centri in Italia. “Tutti  – spiega il dottor Andrea Moscatelli, direttore della Rianimazione del Gaslini – hanno ritenuto non indicato il trapianto, visto l’elevato rischio potenziale di insuccesso. La bimba è rimasta dipendente per la funzione del cuore e del polmone dall’ECMO. Dopo più di due settimane di assistenza, senza prospettive di guarigione, e nonostante le molteplici incertezze, di fronte alla prospettiva di morte certa, abbiamo cercato una soluzione alternativa che potesse dare alla bambina una prospettiva di vita soddisfacente”.

L’equipe, composta dai medici della rianimazione, dai cardiologi e dai cardiochirurghi ha elaborato pertanto una procedura complessa per tentare di uscire dalla situazione di criticità.

“In un delicatissimo intervento di cateterismo cardiaco durato nove ore, per prima cosa è stata creata una comunicazione tra l’atrio destro e quello sinistro, per risolvere lo scompenso cardiaco e passare dalla modalità di ECMO più invasiva (ECMO veno-arterioso, supporto di cuore e polmone) a quella meno invasiva (ECMO veno-venoso), con esclusivo supporto della funzione polmonare. A questo punto – spiega il dottor Maurizio Marasini – è stato riportato il flusso dall’aorta nel polmone di destra, con inserimento di stent: in questo modo è stato recuperato il polmone destro”.

“Questo – prosegue il dottor Giuseppe Pomè direttore della UOC Cardiochirurgia e del Dipartimento Integrato Chirurgia e Alta Intensità di cure – ha determinato i presupposti per poter riconnettere, attraverso un difficilissimo intervento cardiochirurgico durato quasi 13 ore il tronco dell’arteria polmonare al circolo arterioso ipoplasico del polmone destro, completando il recupero funzionale e riducendo significativamente il sovraccarico di pressione del ventricolo destro, condizione alla base della grave disfunzione cardiaca di G. Già dai primi giorni dopo l’intervento, nonostante le difficoltà legate al supporto in ECMO, il cuore destro ed i polmoni ricominciavano a recuperare la propria funzione”

“Di fatto, attraverso tutti questi delicati passaggi, la bambina ha potuto beneficiare di tutti gli effetti di un autotrapianto polmonare, il primo effettuato a questa età e per questa indicazione. Tutto questo ha richiesto un supporto in ECMO di 75 giorni, un record in assenza di complicanze, ed un impegno enorme a qualsiasi ora per il personale infermieristico, i tecnici perfusionisti, i fisioterapisti ed i medici. Nonostante l’arresto cardiaco, la risonanza magnetica del cervello dopo 75 giorni di ECMO è perfettamente normale, così come le funzioni neurologiche della bambina. Grazie a tutti questi sforzi congiunti – conclude Moscatelli – oggi è tornata a scuola ed ha la prospettiva di poter riprendere a crescere ed a vivere una vita normale”.

 

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ANEURISMA DELL’ARCO AORTICO, PRIMO INTERVENTO INTERAMENTE ENDOVASCOLARE

aneurisma

Realizzato al San Raffaele di Milano il primo intervento interamente endovascolare, con protesi personalizzata, per curare un aneurisma dell’arco aortico

Per la prima volta in Italia è stato eseguito un intervento completamente endovascolare per curare un aneurisma dell’arco aortico con una protesi personalizzata. L’operazione è stata condotta presso l’Unità di Chirurgia vascolare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, diretta dal professor Roberto Chiesa.

La struttura è una delle istituzioni più all’avanguardia al mondo per il trattamento chirurgico ed endovascolare degli aneurismi dell’aorta toraco-addominale, dell’arco aortico e dell’aorta addominale. In particolare, negli ultimi 5 anni, sono stati trattati circa 100 pazienti affetti da aneurismi complessi altrimenti non operabili. Il tutto grazie a un programma endovascolare avanzato che permette il trattamento mini-invasivo con endoprotesi fenestrate e ramificate.

L’aneurisma è una dilatazione progressiva di un tratto dell’arteria causato da un’alterazione delle sue pareti. Il maggior pericolo è costituito dalla possibile rottura dell’aneurisma con conseguente emorragia interna che mette in pericolo la vita dei pazienti. Tra i fattori di rischio principali ci sono l’età, la familiarità, i livelli elevati di colesterolo nel sangue, il diabete e il fumo di sigaretta.

L’aneurisma può interessare tutte le arterie e anche l’aorta, nel tratto toracico, toraco-addominale o addominale. Nei pazienti sopra i 75 anni o con un quadro clinico complesso la chirurgia tradizionale, che prevede l’apertura chirurgica dello sterno, non è attuabile. Per questo nel corso degli ultimi anni l’équipe di Chirurgia Vascolare ha maturato grande esperienza con le metodiche endovascolari, che prevedono l’accesso attraverso i vasi sanguigni. Il tutto senza dover aprire il torace.

L’intervento mini-invasivo endovascolare, come quello eseguito pochi giorni fa prevede due piccole incisioni in corrispondenza di due grosse arterie periferiche – all’inguine e al braccio – e l’inserimento di un catetere che trasporta un’endoprotesi fino al tratto di aorta malato.

L’endoprotesi è costruita ad hoc in base alle caratteristiche anatomiche del paziente, ed è composta da stent metallici e tessuto in Dacron. Lo strumento permette di escludere l’aneurisma dal circolo del sangue, evitandone la rottura, e preservando allo stesso tempo la perfusione cerebrale e coronarica. Questa particolare protesi, inoltre, presenta una “finestra” che consente di mantenere il flusso ai vasi cerebrali.

Il paziente trattato, un uomo di 67 anni, era già stato sottoposto a un precedente intervento cardiochirurgico di bypass coronarico. Pertanto risultava a elevato rischio per la chirurgia tradizionale “a cuore aperto”. Dopo una TAC coronarica, i chirurghi e gli ingegneri clinici hanno studiato la possibilità di costruire un’endoprotesi personalizzata. L’intervento, durato 2 ore e il paziente dopo 3 giorni è stato dimesso e sta bene.

“Siamo molto fieri dell’esito di questo complesso intervento, che dimostra quanto l’Ospedale San Raffaele sia un polo di eccellenza per la diagnosi e la cura della patologia aortica”, spiega il professor Chiesa. “Oggi, l’esperienza maturata dal nostro centro nella cura endovascolare della patologia aortica complessa con protesi ramificate e fenestrate dell’aorta toraco-addominale ci ha permesso di estendere le indicazioni anche a distretti ancora più complessi quali l’arco aortico. Auspichiamo – conclude – che nel futuro saranno sempre di più le persone operabili con queste tecniche endovascolari avanzate”.

 

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METASTASI EPATICHE DA TUMORE DEL COLON, ECCEZIONALE INTERVENTO A PADOVA

cataratta congenita

La cataratta congenita è una delle principali causa di cecità dell’infanzia. L’intervento consentirà al piccolo paziente di tornare a vedere come tutti gli altri suoi coetanei

Un bimbo di appena cinque anni è stato sottoposto con successo ad intervento di cataratta congenita bilaterale con impianto di appositi cristallini artificiali pediatrici. E’ accaduto a Forlì, presso l’unità oculistica dell’ospedale “Morgagni Pierantoni”, diretta dal dottor Giacomo Costa.

“Questo tipo di intervento, che non veniva realizzato da diversi anni – spiega Costa – ha messo in evidenza l’importanza di uno screening oftalmologico pediatrico a tutti i bambini sani senza sintomi. Tale procedura presenta un’alta sensibilità e specificità, se viene effettuata su tutti i bambini residenti nel territorio da personale specializzato (ortottista e oftalmologo pediatrico)”.

“Ogni anno – prosegue l’esperto – almeno tre bambini su cento, in Italia, nascono con difetti refrattivi congeniti che, una volta individuati, possono essere corretti”.

“In questo quadro appare del tutto evidente quanto sia fondamentale l’opera di prevenzione. Tale progetto, fortemente voluto dalla direzione dell’AUSL della Romagna, comincia a rendere evidenti i primi risultati”.

La cataratta congenita è una patologia che colpisce il cristallino, la lente contenuta all’interno del nostro occhio. Nello specifico, lo rende opaco già alla nascita o entro i primi tre mesi di vita. In questo modo la visione si riduce. Ancora oggi rappresenta una delle cause più frequenti di cecità nell’infanzia (10-15%). In circa i 2/3 dei casi sono coinvolti entrambi gli occhi (cataratta bilaterale congenita).

Se il bimbo oggi può tornare a vedere come tutti gli altri suoi coetanei –si legge in una nota dell’Azienda sanitaria –  è proprio grazie a questa iniziativa che deve trovare, presso tutta la popolazione del territorio, la massima considerazione e la più fattiva collaborazione.

 

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VERONA, PRIMO TRAPIANTO DI FEGATO BLOODLESS NEL TRIVENETO

METASTASI EPATICHE DA TUMORE DEL COLON, ECCEZIONALE INTERVENTO A PADOVA

sarcoma osseo

Al CTO della Città della Salute di Torino, la collaborazione tra ortopedici e ingegneri ha consentito l’asportazione e ricostruzione del bacino di una donna affetta da una rara forma di sarcoma osseo

Per la prima volta un intervento chirurgico condotto da ortopedici e ingegneri insieme salva la vita ad una donna di 40 anni affetta da una rarissima forma di sarcoma osseo. La paziente è stata operata con successo presso l’ospedale CTO della Città della Salute di Torino da un’équipe interdisciplinare. Grazie alla protesi impiantata potrà tornare a camminare.

L’intervento di asportazione e ricostruzione è stato prima pianificato accuratamente in 3D, a seguito di una Risonanza Magnetica e di una TAC a strato sottile. Un team ingegneristico italiano, con la collaborazione di una start-up torinese all’avanguardia per l’ingegneria biomedica, ha preparato un bacino su misura per la paziente. Una protesi custom-made, caratterizzata addirittura da “guide di taglio” mirate. Insomma, un vero e proprio intervento di precisione per la ricostruzione anatomica e biomeccanica del bacino e dell’articolazione dell’anca.

L’operazione è stata portata a termine da un’équipe composta da ortopedici afferenti al reparto di Chirurgia Oncologica Ortopedica e alla Clinica Ortopedica e Traumatologica universitaria.

Il tutto con l’ausilio delle complesse tecniche anestesiologiche in uso dal team di Anestesia e Rianimazione. L’intervento si è concluso in 5 ore e mezza, a fronte delle 8 ore richieste dalla tecnica tradizionale. Dopo alcuni giorni di degenza presso l’ospedale CTO la paziente è stata trasferita per le cure riabilitative presso l’Unità Spinale Unipolare (USU).

Interventi simili- si legge in una nota della struttura – sono resi possibili dalla collaborazione multidisciplinare di diverse figure specialistiche in campo medico ed ingegneristico. Per la loro riuscita sono indispensabili la pianificazione preoperatoria e l’applicazione delle conoscenze scientifiche. Si tratta comunque di operazioni gravate da un alto tasso di complicanze (addirittura il 5% di mortalità intraoperatoria).

L’ortopedia si sta muovendo rapidamente, come già avviene per altre specialità, verso una chirurgia di ‘precisione’. I dettagli dell’intervento e i materiali impiantati vengono definiti nei minimi particolari in fase preoperatoria, grazie all’ausilio delle nuove tecnologie. La possibilità di simulare un intervento su un modello virtuale o addirittura su un perfetto calco “3D” riduce gli imprevisti e aumenta la precisione delle procedure chirurgiche.

 

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ISMETT, FEGATO TRAPIANTATO DA DONATORE AFFETTO DA MALATTIA GENETICA RARA

meningite fulminante

La Procura esclude responsabilità da parte dei cinque sanitari indagati per la morte di un bambino di due anni deceduto a causa di una meningite fulminante

Morì per una meningite fulminante, all’età di appena due anni. Per quella tragedia erano finiti sotto inchiesta per omicidio colposo cinque medici, 3 di Sarno e 2 di Nocera. Ma in base alla perizia disposta dalla Procura e depositata nelle scorse ore, i camici bianchi non avrebbero alcuna colpa. Dagli atti sarebbe infatti emerso che il bambino non era stato sottoposto alla profilassi vaccinale.

Secondo il consulente, come riporta SalernoToday, le cure prestate al piccolo sarebbero state corrette e adeguate. Il paziente, stante le condizioni presentate il giorno del decesso, non avrebbe avuto possibilità di sopravvivere.

“I vaccini antimeningococco – si legge nella consulenza – sono raccomandati dal piano nazionale per la prevenzione vaccinale 2017-2019 ma non sono obbligatori. Il vaccino antimeningococco C, il cui ceppo è il più aggressivo, è offerto gratuitamente per i bambini che abbiano compiuto il primo anno di età. Il vaccino contro il meningococco B è disponibile ma non gratuito”.

Nel caso in esame – secondo l’esperto –  il germe responsabile dell’infezione mortale sarebbe stato proprio il meningococco di gruppo B.

Il fatto risale allo scorso ottobre. In base a quanto ricostruito, il giorno prima del decesso, i la famiglia aveva portato il bimbo in ospedale a Sarno. I medici avrebbero richiesto una consulenza pediatrica, ma lo specialista era impegnato in sala parto.

Da lì, la corsa all’ospedale di Nocera Inferiore. Dopo una serie di accertamenti la famiglia aveva fatto rientro a casa. L’indomani, la nuova corsa in ospedale, ancora a Sarno. Il piccolo presentava febbre alta e difficoltà respiratorie. Ricoverato d’urgenza, sarebbe morto dopo poco, stroncato, secondo quanto acclarato, da una patologia derivante dalla meningite, nota come “Waterhouse-Friderichsen”. La malattia è caratterizzata da porpora cutanea, sepsi meningococcica e necrosi emorragica bilaterale delle surrenali.

Sulla base delle conclusioni del perito, la Procura potrebbe disporre l’archiviazione del fascicolo.

 

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