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dalla parte dei medici

Effettuato all’ospedale Giannina Gaslini di Genova il primo intervento in letteratura di autotrapianto polmonare su paziente pediatrico . La bambina era affetta da cardiopatia congenita e grave malformazione polmonare

Realizzato – per la prima volta in letteratura su paziente pediatrico – un autotrapianto polmonare. E’ accaduto all’ospedale Giannina Gaslini di Genova grazie a un’equipe multidisciplinare e multiprofessionale composta da rianimatori, cardiologi, cardiochirurghi, anestesisti, infermieri, tecnici perfusionisti e fisioterapisti. L’intervento ha consentito di salvare salvato una bambina affetta da cardiopatia congenita e grave malformazione polmonare.
“Siamo veramente orgogliosi di questa modalità di lavorare in team multiprofessionale – commenta il dottor Paolo Petralia, Direttore Generale dell’Istituto -. La capacità di non arrendersi di fronte alle difficoltà e di studiare nuovi percorsi terapeutici, proporzionati e personalizzati, è una delle caratteristiche identitarie degli operatori del Gaslini. Questo si riflette nell’efficacia e nella grande complessità delle prestazioni che vengono offerte quotidianamente ai bambini che curiamo. Ed è nostro dovere impegnarci sempre più nell’offrire queste opportunità al maggior numero di pazienti possibile”.
La paziente è una bambina di 10 anni di Varese, nata prematura da una gravidanza gemellare. La piccola è affetta da una grave e complessa cardiopatia congenita e da un’ipoplasia del circolo arterioso polmonare di destra. “Poco dopo la sua nascita si è manifestato un difetto interventricolare, o “buchino nel cuore” – racconta il cardiologo Martino Cheli-. Il suo polmone destro ha perso la connessione con il cuore, non potendo di conseguenza contribuire all’ossigenazione del sangue. Il polmone di sinistra, invece, ricevendo tutto il sangue in uscita dal cuore, oltre al sovraccarico determinato dal “buchino”, è andato incontro ad un danno irreversibile (ipertensione polmonare). Questo ha determinato un aumento di pressione del ventricolo destro, con conseguente scompenso cardiaco cronico ed accrescimento ritardato.  Il tentativo di chiudere il difetto – realizzato in un altro Centro a 20 mesi di vita – è stato interrotto, a causa del danno vascolare polmonare irreversibile, rendendola candidata a trapianto polmonare”.

La malattia ha continuato a progredire e a peggiorare, anche dopo la presa in carico presso la Cardiologia del Gaslini, avvenuta circa due anni fa.

Di fronte ad una aspettativa di vita inferiore all’anno, si è reso necessario tentare di recuperare la funzione del polmone destro. Il tutto attraverso un delicatissimo intervento in cateterismo cardiaco condotto dal dottor Maurizio Marasini direttore della Cardiologia del Gaslini e dallo stesso Martino Cheli. La paziente in pochi minuti è andata in arresto cardiaco. Un evento prevedibile, data la grave patologia di base. Quindi è stata immediatamente posta in ECMO (Extracorporeal Membrane Oxygenation) dal dottor Andrea Moscatelli, direttore della UOSD Centro di Terapia Intensiva Neonatale e Pediatrica (Rianimazione).
La bambina è stata proposta per trapianto di cuore e polmone a 2 centri di riferimento all’estero ed a 4 centri in Italia. “Tutti  – spiega il dottor Andrea Moscatelli, direttore della Rianimazione del Gaslini – hanno ritenuto non indicato il trapianto, visto l’elevato rischio potenziale di insuccesso. La bimba è rimasta dipendente per la funzione del cuore e del polmone dall’ECMO. Dopo più di due settimane di assistenza, senza prospettive di guarigione, e nonostante le molteplici incertezze, di fronte alla prospettiva di morte certa, abbiamo cercato una soluzione alternativa che potesse dare alla bambina una prospettiva di vita soddisfacente”.

L’equipe, composta dai medici della rianimazione, dai cardiologi e dai cardiochirurghi ha elaborato pertanto una procedura complessa per tentare di uscire dalla situazione di criticità.

“In un delicatissimo intervento di cateterismo cardiaco durato nove ore, per prima cosa è stata creata una comunicazione tra l’atrio destro e quello sinistro, per risolvere lo scompenso cardiaco e passare dalla modalità di ECMO più invasiva (ECMO veno-arterioso, supporto di cuore e polmone) a quella meno invasiva (ECMO veno-venoso), con esclusivo supporto della funzione polmonare. A questo punto – spiega il dottor Maurizio Marasini – è stato riportato il flusso dall’aorta nel polmone di destra, con inserimento di stent: in questo modo è stato recuperato il polmone destro”.
“Questo – prosegue il dottor Giuseppe Pomè direttore della UOC Cardiochirurgia e del Dipartimento Integrato Chirurgia e Alta Intensità di cure – ha determinato i presupposti per poter riconnettere, attraverso un difficilissimo intervento cardiochirurgico durato quasi 13 ore il tronco dell’arteria polmonare al circolo arterioso ipoplasico del polmone destro, completando il recupero funzionale e riducendo significativamente il sovraccarico di pressione del ventricolo destro, condizione alla base della grave disfunzione cardiaca di G. Già dai primi giorni dopo l’intervento, nonostante le difficoltà legate al supporto in ECMO, il cuore destro ed i polmoni ricominciavano a recuperare la propria funzione”
“Di fatto, attraverso tutti questi delicati passaggi, la bambina ha potuto beneficiare di tutti gli effetti di un autotrapianto polmonare, il primo effettuato a questa età e per questa indicazione. Tutto questo ha richiesto un supporto in ECMO di 75 giorni, un record in assenza di complicanze, ed un impegno enorme a qualsiasi ora per il personale infermieristico, i tecnici perfusionisti, i fisioterapisti ed i medici. Nonostante l’arresto cardiaco, la risonanza magnetica del cervello dopo 75 giorni di ECMO è perfettamente normale, così come le funzioni neurologiche della bambina. Grazie a tutti questi sforzi congiunti – conclude Moscatelli – oggi è tornata a scuola ed ha la prospettiva di poter riprendere a crescere ed a vivere una vita normale”.
 
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ANEURISMA DELL’ARCO AORTICO, PRIMO INTERVENTO INTERAMENTE ENDOVASCOLARE

aneurisma

Realizzato al San Raffaele di Milano il primo intervento interamente endovascolare, con protesi personalizzata, per curare un aneurisma dell’arco aortico

Per la prima volta in Italia è stato eseguito un intervento completamente endovascolare per curare un aneurisma dell’arco aortico con una protesi personalizzata. L’operazione è stata condotta presso l’Unità di Chirurgia vascolare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, diretta dal professor Roberto Chiesa.

La struttura è una delle istituzioni più all’avanguardia al mondo per il trattamento chirurgico ed endovascolare degli aneurismi dell’aorta toraco-addominale, dell’arco aortico e dell’aorta addominale. In particolare, negli ultimi 5 anni, sono stati trattati circa 100 pazienti affetti da aneurismi complessi altrimenti non operabili. Il tutto grazie a un programma endovascolare avanzato che permette il trattamento mini-invasivo con endoprotesi fenestrate e ramificate.

L’aneurisma è una dilatazione progressiva di un tratto dell’arteria causato da un’alterazione delle sue pareti. Il maggior pericolo è costituito dalla possibile rottura dell’aneurisma con conseguente emorragia interna che mette in pericolo la vita dei pazienti. Tra i fattori di rischio principali ci sono l’età, la familiarità, i livelli elevati di colesterolo nel sangue, il diabete e il fumo di sigaretta.

L’aneurisma può interessare tutte le arterie e anche l’aorta, nel tratto toracico, toraco-addominale o addominale. Nei pazienti sopra i 75 anni o con un quadro clinico complesso la chirurgia tradizionale, che prevede l’apertura chirurgica dello sterno, non è attuabile. Per questo nel corso degli ultimi anni l’équipe di Chirurgia Vascolare ha maturato grande esperienza con le metodiche endovascolari, che prevedono l’accesso attraverso i vasi sanguigni. Il tutto senza dover aprire il torace.

L’intervento mini-invasivo endovascolare, come quello eseguito pochi giorni fa prevede due piccole incisioni in corrispondenza di due grosse arterie periferiche – all’inguine e al braccio – e l’inserimento di un catetere che trasporta un’endoprotesi fino al tratto di aorta malato.

L’endoprotesi è costruita ad hoc in base alle caratteristiche anatomiche del paziente, ed è composta da stent metallici e tessuto in Dacron. Lo strumento permette di escludere l’aneurisma dal circolo del sangue, evitandone la rottura, e preservando allo stesso tempo la perfusione cerebrale e coronarica. Questa particolare protesi, inoltre, presenta una “finestra” che consente di mantenere il flusso ai vasi cerebrali.

Il paziente trattato, un uomo di 67 anni, era già stato sottoposto a un precedente intervento cardiochirurgico di bypass coronarico. Pertanto risultava a elevato rischio per la chirurgia tradizionale “a cuore aperto”. Dopo una TAC coronarica, i chirurghi e gli ingegneri clinici hanno studiato la possibilità di costruire un’endoprotesi personalizzata. L’intervento, durato 2 ore e il paziente dopo 3 giorni è stato dimesso e sta bene.

“Siamo molto fieri dell’esito di questo complesso intervento, che dimostra quanto l’Ospedale San Raffaele sia un polo di eccellenza per la diagnosi e la cura della patologia aortica”, spiega il professor Chiesa. “Oggi, l’esperienza maturata dal nostro centro nella cura endovascolare della patologia aortica complessa con protesi ramificate e fenestrate dell’aorta toraco-addominale ci ha permesso di estendere le indicazioni anche a distretti ancora più complessi quali l’arco aortico. Auspichiamo – conclude – che nel futuro saranno sempre di più le persone operabili con queste tecniche endovascolari avanzate”.

 

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METASTASI EPATICHE DA TUMORE DEL COLON, ECCEZIONALE INTERVENTO A PADOVA

cataratta congenita

La cataratta congenita è una delle principali causa di cecità dell’infanzia. L’intervento consentirà al piccolo paziente di tornare a vedere come tutti gli altri suoi coetanei

Un bimbo di appena cinque anni è stato sottoposto con successo ad intervento di cataratta congenita bilaterale con impianto di appositi cristallini artificiali pediatrici. E’ accaduto a Forlì, presso l’unità oculistica dell’ospedale “Morgagni Pierantoni”, diretta dal dottor Giacomo Costa.

“Questo tipo di intervento, che non veniva realizzato da diversi anni – spiega Costa – ha messo in evidenza l’importanza di uno screening oftalmologico pediatrico a tutti i bambini sani senza sintomi. Tale procedura presenta un’alta sensibilità e specificità, se viene effettuata su tutti i bambini residenti nel territorio da personale specializzato (ortottista e oftalmologo pediatrico)”.

“Ogni anno – prosegue l’esperto – almeno tre bambini su cento, in Italia, nascono con difetti refrattivi congeniti che, una volta individuati, possono essere corretti”.

“In questo quadro appare del tutto evidente quanto sia fondamentale l’opera di prevenzione. Tale progetto, fortemente voluto dalla direzione dell’AUSL della Romagna, comincia a rendere evidenti i primi risultati”.

La cataratta congenita è una patologia che colpisce il cristallino, la lente contenuta all’interno del nostro occhio. Nello specifico, lo rende opaco già alla nascita o entro i primi tre mesi di vita. In questo modo la visione si riduce. Ancora oggi rappresenta una delle cause più frequenti di cecità nell’infanzia (10-15%). In circa i 2/3 dei casi sono coinvolti entrambi gli occhi (cataratta bilaterale congenita).

Se il bimbo oggi può tornare a vedere come tutti gli altri suoi coetanei –si legge in una nota dell’Azienda sanitaria –  è proprio grazie a questa iniziativa che deve trovare, presso tutta la popolazione del territorio, la massima considerazione e la più fattiva collaborazione.

 

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VERONA, PRIMO TRAPIANTO DI FEGATO BLOODLESS NEL TRIVENETO

METASTASI EPATICHE DA TUMORE DEL COLON, ECCEZIONALE INTERVENTO A PADOVA

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sarcoma osseo

Al CTO della Città della Salute di Torino, la collaborazione tra ortopedici e ingegneri ha consentito l’asportazione e ricostruzione del bacino di una donna affetta da una rara forma di sarcoma osseo

Per la prima volta un intervento chirurgico condotto da ortopedici e ingegneri insieme salva la vita ad una donna di 40 anni affetta da una rarissima forma di sarcoma osseo. La paziente è stata operata con successo presso l’ospedale CTO della Città della Salute di Torino da un’équipe interdisciplinare. Grazie alla protesi impiantata potrà tornare a camminare.

L’intervento di asportazione e ricostruzione è stato prima pianificato accuratamente in 3D, a seguito di una Risonanza Magnetica e di una TAC a strato sottile. Un team ingegneristico italiano, con la collaborazione di una start-up torinese all’avanguardia per l’ingegneria biomedica, ha preparato un bacino su misura per la paziente. Una protesi custom-made, caratterizzata addirittura da “guide di taglio” mirate. Insomma, un vero e proprio intervento di precisione per la ricostruzione anatomica e biomeccanica del bacino e dell’articolazione dell’anca.

L’operazione è stata portata a termine da un’équipe composta da ortopedici afferenti al reparto di Chirurgia Oncologica Ortopedica e alla Clinica Ortopedica e Traumatologica universitaria.

Il tutto con l’ausilio delle complesse tecniche anestesiologiche in uso dal team di Anestesia e Rianimazione. L’intervento si è concluso in 5 ore e mezza, a fronte delle 8 ore richieste dalla tecnica tradizionale. Dopo alcuni giorni di degenza presso l’ospedale CTO la paziente è stata trasferita per le cure riabilitative presso l’Unità Spinale Unipolare (USU).

Interventi simili- si legge in una nota della struttura – sono resi possibili dalla collaborazione multidisciplinare di diverse figure specialistiche in campo medico ed ingegneristico. Per la loro riuscita sono indispensabili la pianificazione preoperatoria e l’applicazione delle conoscenze scientifiche. Si tratta comunque di operazioni gravate da un alto tasso di complicanze (addirittura il 5% di mortalità intraoperatoria).

L’ortopedia si sta muovendo rapidamente, come già avviene per altre specialità, verso una chirurgia di ‘precisione’. I dettagli dell’intervento e i materiali impiantati vengono definiti nei minimi particolari in fase preoperatoria, grazie all’ausilio delle nuove tecnologie. La possibilità di simulare un intervento su un modello virtuale o addirittura su un perfetto calco “3D” riduce gli imprevisti e aumenta la precisione delle procedure chirurgiche.

 

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ISMETT, FEGATO TRAPIANTATO DA DONATORE AFFETTO DA MALATTIA GENETICA RARA

meningite fulminante

La Procura esclude responsabilità da parte dei cinque sanitari indagati per la morte di un bambino di due anni deceduto a causa di una meningite fulminante

Morì per una meningite fulminante, all’età di appena due anni. Per quella tragedia erano finiti sotto inchiesta per omicidio colposo cinque medici, 3 di Sarno e 2 di Nocera. Ma in base alla perizia disposta dalla Procura e depositata nelle scorse ore, i camici bianchi non avrebbero alcuna colpa. Dagli atti sarebbe infatti emerso che il bambino non era stato sottoposto alla profilassi vaccinale.

Secondo il consulente, come riporta SalernoToday, le cure prestate al piccolo sarebbero state corrette e adeguate. Il paziente, stante le condizioni presentate il giorno del decesso, non avrebbe avuto possibilità di sopravvivere.

“I vaccini antimeningococco – si legge nella consulenza – sono raccomandati dal piano nazionale per la prevenzione vaccinale 2017-2019 ma non sono obbligatori. Il vaccino antimeningococco C, il cui ceppo è il più aggressivo, è offerto gratuitamente per i bambini che abbiano compiuto il primo anno di età. Il vaccino contro il meningococco B è disponibile ma non gratuito”.

Nel caso in esame – secondo l’esperto –  il germe responsabile dell’infezione mortale sarebbe stato proprio il meningococco di gruppo B.

Il fatto risale allo scorso ottobre. In base a quanto ricostruito, il giorno prima del decesso, i la famiglia aveva portato il bimbo in ospedale a Sarno. I medici avrebbero richiesto una consulenza pediatrica, ma lo specialista era impegnato in sala parto.

Da lì, la corsa all’ospedale di Nocera Inferiore. Dopo una serie di accertamenti la famiglia aveva fatto rientro a casa. L’indomani, la nuova corsa in ospedale, ancora a Sarno. Il piccolo presentava febbre alta e difficoltà respiratorie. Ricoverato d’urgenza, sarebbe morto dopo poco, stroncato, secondo quanto acclarato, da una patologia derivante dalla meningite, nota come “Waterhouse-Friderichsen”. La malattia è caratterizzata da porpora cutanea, sepsi meningococcica e necrosi emorragica bilaterale delle surrenali.

Sulla base delle conclusioni del perito, la Procura potrebbe disporre l’archiviazione del fascicolo.

 

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LECCE, DUE MEDICI ASSOLTI PER LA MORTE DI UN NEONATO DI CINQUE MESI

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ismett di palermo

L’intervento è stato eseguito all’Ismett di Palermo. Il paziente è stato già dimesso con un regolare decorso post trapianto

Un trapianto di fegato grazie ad un organo prelevato da un donatore affetto da una rara malattia genetica, la Sindrome di Rendu-Osler-Weber. Il particolare intervento è stato eseguito nelle scorse settimane presso l’IRCCS ISMETT di Palermo dall’équipe medico-chirurgica guidata dal professore Salvatore Gruttadauria, direttore del programma di chirurgia addominale e trapianto di fegato.

Il trapianto è risultato particolarmente complesso appunto per la condizione del donatore. La Sindrome di Rendu Osler Weber, detta anche teleangectasia ereditaria, è  una patologia che, potenzialmente, determina alterazioni vascolari degli organi vitali. Per questo è normalmente considerata una controindicazione al prelievo per trapianto d’organi.

Nel caso del prelievo effettuato dal team di ISMETT sono stati svolti accurati e particolari esami diagnostici per escludere la presenza di alterazioni vascolari del fegato. L’organo prelevato è stato considerato idoneo al trapianto. In tal senso si è espresso anche il Centro Nazionale Trapianti (CNT).

Ad essere sottoposto a trapianto è stato un paziente affetto da cirrosi secondaria a steato-epatite non alcolica.

“Il trapianto – spiega il prof. Gruttadauria – è riuscito perfettamente. Il paziente è stato già dimesso e sta recuperando una buona condizione fisica con un regolare decorso post trapianto”.

E’ la prima volta che viene eseguito un trapianto di fegato da un donatore portatore di teleangectasia ereditaria. Nel 2013, a Barcellona, erano stati eseguiti due trapianti di rene prelevati da donatore affetto da questo tipo di patologia.

I donatori marginali, ovvero non ottimali – spiega l’ISMETT in una nota -, a causa della mancanza di donazioni sono sempre più utilizzati. Soprattutto in quelle regioni dove il tasso di donazioni è più basso. “Questo tipo di organi – sottolinea ancora Gruttadauria – se utilizzati all’interno di percorsi protetti come quelli delle linee guida sulla donazione d’organo vigenti in Italia offrono una valida opzione terapeutica ai tanti pazienti in lista d’attesa. Questo consente di combattere la drammatica e costante carenza di donazione che caratterizza alcune regioni del nostro Paese, in particolare la Sicilia”.

 

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BOLOGNA, DOPPIO TRAPIANTO GRAZIE A UNA DONAZIONE A CUORE FERMO

pietra ligure

La donna, al nono mese di gestazione, ha rischiato la vita per la rottura di un aneurisma. I medici del nosocomio di Pietra Ligure hanno salvato sia lei che la piccola che portava in grembo

Ha rischiato di morire al nono mese di gravidanza, prima di dare alla luce la sua bambina. Grazie  a un intervento complesso e combinato messo in atto dai sanitari del nosocomio di Pietra Ligure, in provincia di Savona, tuttavia, sia la donna che la piccola sono salve. L’episodio risale a un mese fa, ma è stato reso noto solo nelle scorse ore.

La gestante era stata trasferita all’ospedale Santa Corona da un’altra struttura sanitaria ligure in seguito a un’improvvisa emorragia cerebrale dovuta alla rottura di un aneurisma. Una situazione drammatica, a fronte della quale si è subito messa in moto una complessa macchina che ha coinvolto diversi reparti.

Una equipe di Ginecologia e Ostetricia ha provveduto a far nascere la piccola con taglio cesareo d’urgenza.

Subito dopo il parto la mamma, sempre in anestesia generale, è stata trasferita nella sala angiografica del Reparto di Neuroradiologia. Qui i medici sono intervenuti per via endovascolare, attraverso la puntura dell’arteria femorale all’inguine, per chiudere l’aneurisma del cervello. I professionisti hanno utilizzato la tecnica standard del rilascio di ‘spirali al platino’ all’interno della sacca aneurismatica.

La donna è stata poi trasferita nel reparto di Rianimazione, Una volta risvegliata è apparsa subito in buone condizioni cliniche e ha potuto abbracciare la sua bambina.

Ai camici bianchi del presidio ospedaliero ligure è arrivato il plauso dell’Assessore regionale alla sanità, Sonia Viale.  “Voglio esprimere le mie congratulazioni alle equipe mediche dell’ospedale Santa Corona per aver realizzato con successo un intervento particolarmente complesso. Il pensiero va alla mamma e alla figlia, che oggi, secondo quanto riferito dagli specialisti, stanno bene”.

“Questo ospedale – aggiunge Viale – si conferma un punto di riferimento per l’alta complessità, dotato di personale altamente specializzato e strumentazioni all’avanguardia. Questa è la sua vocazione, come Dea di II livello, come confermato anche nell’ultimo Piano Socio Sanitario”.

 

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INTERVENTO CON ECMO IN EMERGENZA, SALVATA PAZIENTE 72ENNE A TORINO

ricostruzione

Eseguita con successo all’ospedale Sant’Andrea di Roma la ricostruzione dell’atrio cardiaco di un uomo affetto da tumore polmonare

Ricostruzione completa dell’atrio cardiaco con tessuto prelevato da un bovino dopo un tumore polmonare. E’ il complesso intervento chirurgico, eseguito con successo lo scorso 16 gennaio all’ospedale Sant’Andrea di Roma, su un paziente di 62 anni.

L’operazione è stata coordinata dal direttore dell’Uoc di Chirurgia Toracica dell’azienda universitaria-ospedaliera, Erino Angelo Rendina, regista di una équipe multidisciplinare composta da chirurghi toracici, cardiochirurghi e anestesisti.

Rendina ha illustrato l’intervento con cui l’atrio sinistro del cuore del paziente è stato resecato e successivamente ricostruito con pericardio bovino. Il tutto con completa rimozione del tumore polmonare e ripristino della funzionalità cardiaca.

“Un primato italiano, se non mondiale – sottolinea una nota – che conferma la già nota eccellenza della Chirurgia Toracica del Sant’Andrea”.

Il paziente era affetto da un tumore del polmone destro che aveva aggredito e invaso anche una porzione del cuore. Tale condizione sembrava rendere impossibile l’asportazione completa del tumore.

L’intervento chirurgico, a seguito di un’accurata e meticolosa pianificazione. è iniziato alle ore 15:15 del 16 gennaio. L’équipe cardiochirurgica ha istituito la circolazione extracorporea e, quindi, arrestato il cuore. Il tumore è stato poi rimosso asportando il polmone destro e la parte di cuore invasa dalla neoplasia, ossia la quasi totalità della camera atriale di sinistra.

Successivamente è iniziata la delicata fase di ricostruzione del cuore che ha previsto la sostituzione dell’atrio di sinistra con una protesi biologica perfettamente compatibile, integratasi con il tessuto del cuore nativo. L’intervento si è concluso alle ore 19:15.

Il paziente ha trascorso le prime 4 giornate post-operatorie presso la terapia intensiva cardio-toraco-vascolare ed è stato quindi trasferito presso il reparto di chirurgia toracica. A seguito di un decorso post-operatorio completamente regolare, il paziente è stato dimesso lo scorso 1 febbraio.

 

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INTERVENTO CON ECMO IN EMERGENZA, SALVATA PAZIENTE 72ENNE A TORINO

intervento con ecmo

La signora non respirava  a causa di una voluminosa massa tumorale che ostruiva completamente la trachea. E’ sopravvissuta grazie a un innovativo intervento con ECMO al Pronto soccorso dell’ospedale Molinette di Torino

Salvata grazie a un eccezionale e innovativo intervento con ECMO in emergenza. E’ quanto avvenuto a una 72enne con una voluminosa massa tumorale che le ostruiva pressoché completamente la parte bassa della trachea impedendole praticamente di respirare. L’intervento, primo nel suo genere, è stato eseguito presso le sale del reparto di Anestesia e Rianimazione del Pronto soccorso dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

L’operazione non poteva essere effettuata mediante tradizionale intervento di disostruzione in broncoscopia. Lo spazio respiratorio residuo di circa 1 mm, infatti, non avrebbe consentito l’intubazione orotracheale e la ventilazione, mettendone a rischio la sopravvivenza.

I rianimatori Marinella Zanierato ed Andrea Mina dell’Anestesia e Rianimazione del Pronto soccorso, diretta dal professor Luca Brazzi, hanno provveduto a stabilizzare il quadro clinico. Hanno quindi permesso a Matteo Attisani e a Erika Simonato della Cardiochirurgia, diretta dal professor Mauro Rinaldi, di posizionare l’ECMO, un circuito extracorporeo in grado di sostenere completamente esternamente la funzione respiratoria ossigenando il sangue della paziente.

Grazie a questo primo intervento è stato possibile addormentare la malata.

In tal modo, Marco Bardessono e Mauro Mangiapia, della Pneumologia diretta dal professor Carlo Albera, hanno potuto liberare completamente le vie aeree in broncoscopia. Il tutto in modo non invasivo e in una situazione di arresto respiratorio protrattosi per  più di due ore.

L’intervento in collaborazione multidisciplinare è tecnicamente riuscito. La paziente attualmente sta bene e presto verrà dimessa dall’ospedale.

Si tratta di un’operazione estremamente innovativa per l’utilizzo in condizioni di emergenza in Pronto Soccorso di un dispositivo ECMO in grado di supportare completamente la funzione respiratoria e se necessario anche la funzione cardiaca.

La Città della Salute di Torino è uno dei pochi centri in Italia che ha la completa disponibilità h 24 dell’ECMO in Pronto Soccorso. Grazie alla collaborazione tempestiva di rianimatori e cardiochirurghi il macchinario permette di salvare la vita a pazienti critici che non avrebbero altra possibilità di sopravvivere.

 

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progeria

Operato con successo all’ospedale San Camillo Sammy Basso, uno dei cinque italiani affetti da progeria, malattia rara meglio conosciuta come sindrome da invecchiamento precoce

Eseguito con successo all’ospedale San Camillo di Roma, per la prima volta al mondo, il trattamento di una stenosi calcifica severa della valvola aortica per via trans-catetere su un paziente affetto da progeria, meglio nota come sindrome da invecchiamento precoce. Una malattia che conta circa 100 casi conosciuti in tutto il mondo.

La procedura è stata eseguita dall’equipe cardiochirurgica guidata da Francesco Musumeci e coadiuvata da Roberto Violini, cardiologo interventista, e da Elio D’Avino, cardio-anestesista. Dall’ospedale fanno sapere che tutto si è svolto “senza alcuna complicanza e con un risultato finale eccellente”.

Il restringimento della valvola aortica è una patologia che progredisce rapidamente. Per cui in un arco di tempo relativamente breve avrebbe potuto causare la morte del paziente. L’unica terapia consiste nella sostituzione della valvola calcificata con una protesi valvolare fatta con tessuto biologico.

La difficoltà per i sanitari consisteva nel decidere se, nel caso in esame, un trattamento fosse possibile e quale sarebbe stata l’opzione più appropriata.

Dopo un’attenta analisi, il team del San Camillo ha ritenuto l’intervento fattibile per via trans-catetere, “mediante l’introduzione del catetere attraverso la punta del ventricolo sinistro”. Il rischio era molto elevato a causa delle caratteristiche cliniche dei pazienti con progeria e della complessità anatomica del caso.

Il tipo di procedura e i possibili rischi sono stati discussi con il diretto interessato, il 23enne Sammy Basso, uno dei cinque italiani colpiti dalla patologia, che ha acconsentito all’intervento. In sala operatoria l’equipe ha praticato una piccola incisione nel torace di sinistra, che ha consentito l’esposizione dell’apice del ventricolo dove è stato introdotto il catetere che alla sua estremità aveva la protesi valvolare. La protesi, non appena nella giusta posizione all’interno della valvola nativa stenotica, è stata espansa come uno stent, gonfiando un pallone al suo interno.

L’operazione è stata eseguita in anestesia generale, senza però l’ausilio della circolazione extracorporea. L’intervento, per la sua complessità, ha richiesto la cooperazione di diverse figure professionali. Sono state inoltre utilizzate tecniche particolari per intubazione orotracheale da parte del team cardio-anestesiologico. Il paziente sarà dimesso nelle prossime ore.

 

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