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dalla parte dei medici

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dismenorrea

La dismenorrea nelle adolescenti è un disturbo sottostimato ma ancora molto diffuso. L’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) ha redatto quindi nuove linee guida per agevolarne la diagnosi.

Il problema della dismenorrea nelle adolescenti, secondo l’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG), è decisamente sottostimato nel mondo.

Per questo motivo, Acog ha deciso di redigere delle nuove linee guida sulla diagnosi della dismenorrea nelle adolescenti.

Secondo Geri Hewitt, una delle redattrici delle linee guida “Spesso la condizione è sotto-segnalata – dice – e non trattata al meglio e che si tratta del motivo più comune di assenteismo scolastico fra le adolescenti”.

Inoltre, nella stragrande maggioranza dei casi, il dolore mestruale è principalmente legato alla dismenorrea dovuta alle prostaglandine, che può essere diagnosticata con una buona anamnesi.

Laddove lo specialista sospetti dismenorrea primaria non è indicato né un esame pelvico né un’ecografia pelvica.

Secondo le linee guida di Acog, oltre alla dismenorrea primaria, a livello eziologico vanno considerate le anomalie mulleriane ostruttive e l’ endometriosi.

Le linee guida – inoltre – indicano quando eseguire un esame pelvico o un’ecografia pelvica e quando, invece, considerare una laparoscopia diagnostica.

Tra le adolescenti con dolore mestruale persistente, inoltre, l’endometriosi dovrebbe essere sospettata anche laddove l’ecografia non abbia evidenziato particolari problemi.

“Crediamo nel valore della diagnosi e del trattamento precoce – sottolinea Hewit – per alleviare i sintomi, ridurre il rischio di malattia adesiva e proteggere la futura fertilità”.

Non solo.

“Nelle adolescenti – precisano gli esperti che hanno redatto le linee guida – le lesioni endometriosiche sono generalmente chiare o rosse e possono essere difficili da riconoscere per i ginecologi che non hanno familiarità con l’endometriosi nelle adolescenti”.

 

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empatia

Assegnato a Milano il «Riconoscimento Umberto Veronesi al Laudato Medico» che premia l’ empatia nella professione medica. Sono 5 i medici premiati. Paolo Veronesi: ‘Il medico deve sempre trovare il tempo di ascoltare il paziente’.

Chi pensa che l’ empatia non sia un fattore cruciale della professione medica si sbaglia. Come ogni anno, ieri è stato assegnato a Milano il «Riconoscimento Umberto Veronesi al Laudato Medico», istituito nel 2017.

Il riconoscimento al Laudato medico, spiegano da Europa Donna Italia che ha creato il Premio, è “un modo semplice e diretto per dire grazie ai medici che nei Centri di senologia multidisciplinari hanno dimostrato particolare empatia, umanità e vicinanza alle pazienti con tumore al seno”.

E sono i 5 i medici risultati i medici più empatici, umani e vicini alle pazienti. Questo il risultato dell’analisi di oltre 6mila segnalazioni (sia di pazienti che di caregiver) sul web.

Si tratta di 3 uomini e 2 donne ai quali il prestigioso «Riconoscimento Umberto Veronesi al Laudato Medico», supportato quest’anno in modo incondizionato da Fondazione Msd), è stato assegnato.

Un premio che nasce per preservare “l’eredità umana”dello scienziato e ricordare il valore dell’ empatia nel lavoro del medico.

I vincitori di quest’anno che, nelle categorie selezionate – chirurgo, oncologo, radiologo, radioterapista e patologo – hanno ricevuto il numero maggiore di segnalazioni dalle pazienti per la loro umanità ed empatia sono cinque.

Si tratta di Pietro Caldarella, divisione di Senologia chirurgica dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano; Antonio Cusmai, dirigente del Dipartimento di oncologia dell’ospedale San Paolo di Bari; Maria Angela Vestito, Unità operativa complessa di radiodiagnostica-Rmn, Senologia San Paolo di Bari; Alessia Surgo, Divisione di radioterapia dell’Ieo; Rosa Giannatiempo, responsabile dell’Unità operativa semplice di anatomia patologica dell’Ospedale Evangelico Betania di Napoli.

Tra i criteri che li hanno condotti a premiarli vi sono l’ascolto e il contatto diretto, in quanto componenti fondamentali del trattamento per le donne con tumore al seno e per tutti i pazienti oncologici.

Scrivono i promotori del premio: “Europa Donna Italia vuole ribadire l’importanza della comunicazione medico-paziente e del supporto psicologico”.

Non solo.

I cinque medici premiati sono stati scelti per l’uso delle parole giuste con i loro pazienti, parole che spesso sono in grado di curare.

E d’altronde, Veronesi “è stato il primo a riconoscere e dare l’umanizzazione alla medicina – dichiara Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia – prima di lui si pensava che fosse più urgente curare l’organo piuttosto che la persona”.

In questo, Veronesi è stato un assoluto precursore.

“Lui – prosegue D’Antona – aveva capito che preoccuparsi della sensibilità delle pazienti accelerava la guarigione e lo insegnava ogni giorno a colleghi e allievi. Il Riconoscimento vuole valorizzare il modo di concepire la relazione medico-paziente introdotto da Veronesi affinché sia da stimolo e modello esemplare per tutta la classe medica”.

Paolo Veronesi, presidente della Fondazione Umberto Veronesi e figlio dell’oncologo, ha infine ricordato il punto di vista del padre.

“Il medico deve necessariamente trovare un equilibrio tra il tempo che ha a disposizione, effettivamente troppo limitato, e la capacità di accontentare i pazienti – ricorda Paolo Veronesi – In ogni caso, la regola che vale per tutti noi medici è quella di non chiudere mai la porta di fronte a un paziente che ti vuole parlare”.

 

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vertebra stampata in 3d

L’intervento, eseguito a Pisa, ha visto la resezione del tessuto osseo affetto da tumore e la sua ricostruzione mediante una nuova vertebra stampata in 3D

Eseguito con successo a Pisa il primo impianto in Toscana di una vertebra stampata in 3D. L’intervento ha avuto luogo presso l’Unità operativa di Ortopedia e traumatologia 2 dell’Aou pisana diretta dal prof. Rodolfo Capanna. Il paziente è un uomo di 56 anni, affetto da una neoplasia primitiva ossea che interessava la terza vertebra lombare. L’uomo era in trattamento nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Prato.

Dopo un esame bioptico, che aveva confermato la malignità della lesione, è stato pianificato un intervento chirurgico di resezione in blocco della vertebra L3 affetta dal tumore e di ricostruzione della stessa mediante una nuova vertebra, stampata in titanio in 3D, ottenuta dalla rielaborazione e ricostruzione dell’esame Tac del paziente.

L’impianto utilizzato è stato sviluppato specificamente per questo paziente partendo dalle immagini tac della sua colonna vertebrale, ricostruite tridimensionalmente per poter ottimizzare il disegno dell’impianto.

La collaborazione con gli ingegneri dell’Instituto Tecnológico de Canarias ha portato al disegno di un impianto perfettamente congruente alla resezione pianificata in fase preoperatoria. Il design è stato ottimizzato in modo da ottenere condizioni biomeccaniche adatte a favorire la sua colonizzazione da parte del tessuto osseo del paziente. Al fine di lasciare spazio libero all’osso di nuova generazione la struttura dell’impianto presenta una porosità di circa il 90%.

L’impianto è stato realizzato con una stampante tridimensionale partendo da polvere di titanio grado 23. L’intervento chirurgico, durato 13 ore, è stato eseguito da un’equipe multidisciplinare mediante un doppio approccio chirurgico posteriore ed anterolaterale. Durante la degenza il paziente ha ripreso la deambulazione assistita ed è stato dimesso in buone condizioni il 14° giorno post-operazione.

L’intervento è frutto di una crescente collaborazione clinica e scientifica tra il reparto di Chirurgia vertebrale oncologica e degenerativa del Rizzoli diretto dal dottor Gasbarrini e la Ortopedia e Traumatologia II universitaria dell’Aou pisana. L’obiettivo è lo sviluppo di un’attività di ricerca su metodiche innovative, nonché una gestione combinata di casi ad elevata complessità.

 

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Morto soffocato da una caramella, assolto medico del 118

Il bimbo morto soffocato da una caramella aveva 8 anni e morì nonostante i tentativi di salvarlo: assolto il medico del 118

È stato assolto il medico del 118 di Foggia accusato di omicidio colposo nella vicenda del bimbo di 8 anni morto soffocato da una caramella nel 2015.

Per i giudici, infatti, ‘il fatto non sussiste’: G.L., il medico foggiano del 118 accusato di omicidio colposo, è stato assolto con la formula più ampia dal Tribunale di Foggia.

La sentenza è stata emessa dal gup Armando Dello Iacovo al termine di un processo celebrato con rito abbreviato.

La vicenda

Il caso del bimbo morto soffocato da una caramella risale al 7 marzo 2015 e si è verificato a Lucera.

Il decesso fu causato da una caramella rimasta incastrata nelle vie respiratorie. Inutili furono i tentativi, prima della madre e poi dei sanitari del 118, tra cui il medico ora assolto, di rianimare il piccolo.

Il bambino morì al Pronto soccorso dell’ospedale di Lucera.

Ebbene, sul caso, la Procura di Foggia aveva contestato al medico che “dopo la corretta esecuzione delle necessarie manovre di disostruzione delle vie aeree e di rianimazione polmonare”, avrebbe omesso di eseguire l’intervento di tracheotomia sul piccolo.

Secondo l’accusa tale circostanza avrebbe cagionato la morte del bambino per arresto cardio-respiratorio secondario. Nel processo i genitori della vittima si erano costituiti parte civile.

Questi avevano anche chiesto un risarcimento di un milione di euro.

Adesso, però, arriva l’assoluzione piena per il sanitario.

I legali dell’uomo, Roberto De Rossi e Rosa Imperiale, hanno dichiarato di essere convinti da sempre dell’estraneità al decesso del sanitario “posto che il medico ha eseguito, all’atto dell’intervento, tutte le manovre rianimatorie richieste dalle linee guida e dai protocolli vigenti in materia”.

 

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dna modificato

Un ricercatore cinese sostiene di aver creato i primi bimbi con Dna modificato: si tratta di due gemelline. Hanno capacità di ‘resistere’ alle possibili infezioni da Hiv

Potrebbe essere una innovazione importante, sebbene destinata a far discutere, quella che prevede di far nascere bimbi con Dna modificato geneticamente.

Un ricercatore cinese sostiene di esserci riuscito, rivelandolo a Hong Kong a uno degli organizzatori di una conferenza internazionale sull’editing genetico, al via domani.

Lo studioso, He Jiankui, ha spiegato anche la procedura utilizzata in un video su ‘YouTube’.

I due bimbi con Dna modificato da Jiankui avranno la straordinaria capacità di resistere in modo più efficace alle infezioni da HIV.

“Due bimbe cinesi, che chiameremo Lulu e Nana per proteggere la loro privacy – dice He Jiankui – sono nate sane poche settimane fa. La loro madre Grace ha iniziato la gravidanza con la fecondazione in vitro, con una differenza: subito dopo la fertilizzazione artificiale è stata utilizzata la tecnologia ‘taglia e cuci’ Crispr/Cas9 per proteggere le piccole da una futura infezione da Hiv”.

Secondo lo studioso, “l’intervento riproduce una variazione genetica naturale condivisa da oltre 100 milioni di persone di origine prevalentemente europea, che conferisce una forte resistenza all’infezione da Hiv-1 e alla progressione della malattia”.

Insomma, il Dna modificato sarebbe stato alterato attraverso un nuovo strumento in grado di ‘riscrivere’ il nostro codice genetico.

Secondo quanto riporta il ‘Telegraph’ online, anche uno scienziato americano avrebbe affermato di aver preso parte al lavoro in Cina.

Peraltro, negli USA questo tipo di procedimento è vietato, in quanto i cambiamenti introdotti nel Dna possono passare alle generazioni future e rischiare di danneggiare altri geni.

Ed è questo il motivo per cui alcuni studiosi ritengono sia una procedura da non tentare.

Ma il ricercatore He Jiankui, che ha studiato a Stanford, prima di tornare in patria e aprire a Shenzhen due compagnie di genetica e lavorare all’università della regione meridionale cinese, è andato contro ogni pregiudizio.

Lo scienziato  ha dichiarato di essere intervenuto sugli embrioni di 7 coppie che si erano sottoposte a trattamenti di fertilità.

Finora, solo una delle coppie ha dato alla luce le piccole.

Tuttavia, non c’è alcuna conferma indipendente della sua ricerca, che non è stata pubblicata su una rivista né quindi esaminata da altri esperti.

“Crispr/Cas9 – aggiunge il ricercatore cinese – è stato studiato nelle cellule umane ma non era ancora stata tentata la chirurgia genica in embrioni destinati alla gravidanza. La sicurezza rimane una preoccupazione chiave – assicura – in particolare per quanto riguarda possibili modifiche involontarie al genoma”.

In tal senso, ha ricordato He Jiankui, per valutarle, i genomi delle bambine sono stati sottoposti a screening mirati, prima dell’impianto embrionale, durante la gravidanza e dopo la nascita.

Secondo lo scienziato, però, nessuna modifica al di fuori di quella voluta è stata causata.

 

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Se si è in gravidanza, occorre prestare attenzione al consumo di caffeina: oltre le dosi consigliate, aumenta il rischio di partorire bimbi più piccoli

Se si è in gravidanza, occorre prestare attenzione al consumo di caffeina: oltre le dosi consigliate, aumenta il rischio di partorire bimbi più piccoli

Le donne in gravidanza dovrebbero fare molta attenzione al consumo di caffeina.

Secondo uno studio guidato da Ling-Wei Chen, ricercatore presso lo University College Dublin in Irlanda, il consumo di caffeina in gravidanza porterebbe, in dosi eccessive, a partorire bimbi più piccoli del normale.

Lo studio

Il team guidato da Ling-Wei Chen ha preso in esame 941 coppie madre-figlio nate in Irlanda. Quasi la metà delle madri partecipanti beveva tè, mentre il 40% consumava caffè.

Il consumo di caffeina ha inciso notevolmente sulla grandezza del bimbo al momento della nascita.

A ogni 100 mg di caffeina assunti quotidianamente durante il primo trimestre di gravidanza, si associava un peso inferiore alla nascita di 72 grammi.

Oltre a questo, sono state rilevate un’età gestazionale, una lunghezza alla nascita e una circonferenza della testa significativamente inferiori.

Il team di ricercatori ha poi osservato le partecipanti che avevano assunto la dose più alta di caffeina. Queste partorivano bambini che pesavano circa 170 grammi in meno rispetto a quelle che ne avevano consumato il quantitativo minore.

Altro dato interessante è che non sono state riscontrate differenze nei risultati in merito alla fonte di caffeina, tè o caffè.

Per quel che concerne le donne che avevano consumato 200 mg di caffeina, la soglia di sicurezza durante la gravidanza secondo l’American College of Obstetricians and Gynecologists (Acog), ebbene, queste presentavano un rischio significativamente aumentato di parto prematuro o di dare alla luce un bambino sottopeso.

Secondo Chen, autore principale della ricerca “un elevato consumo di caffeina può determinare una diminuzione del flusso sanguigno nella placenta, che successivamente può influire sulla crescita del feto”.

“Inoltre – ha concluso – la caffeina può attraversare la placenta rapidamente e, poiché la clearance rallenta man mano che va avanti la gravidanza, il suo accumulo può interessare i tessuti fetali”.

 

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emicrania con aura

Uno studio USA dell’Università della California del Sud ha valutato la relazione tra emicrania con aura e lo sviluppo di fibrillazione atriale.

L’ emicrania con aura rappresenterebbe un fattore di rischio importante per quel che concerne lo sviluppo della fibrillazione atriale.

Infatti, tale forma di cefalea aumenterebbe del 39% il rischio che si sviluppi questa patologia.

A dirlo è un importante studio dell’Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC), coordinato da Souvik Sen, dell’Università della California del Sud di Columbia. I risultati della ricerca sono stati pubblicati da Neurology.

In base a tale ricerca, Sen e il suo team hanno considerato i dati dell’ARIC relativi a 1.516 pazienti con emicrania e 9.405 senza. Lo scopo era valutare la possibile associazione tra emicrania con aura e incidenza di fibrillazione atriale.

Ebbene, nel periodo di follow-up di 20 anni, la fibrillazione atriale ha interessato il 18% dei pazienti con emicrania con aura, il 14% dei pazienti con emicrania senza aura e il 17% delle persone che non soffrivano di mal di testa.

Dai risultati della ricerca è emerso che i pazienti con qualsiasi tipo di emicrania presentavano un rischio inferiore del 18% di fibrillazione atriale. Inoltre, i pazienti con emicrania senza aura avevano un rischio inferiore del 23%, rispetto ai pazienti che non soffrivano di mal di testa.

Invece, l’ emicrania con aura non risultava associata in modo significativo all’incidenza di fibrillazione atriale.

In seguito all’aggiustamento dei dati per sesso e per età, l’ emicrania con aura è stata associata a un rischio del 39% più elevato di incidenza di fibrillazione.

L’aumento del rischio si è dimostrato infatti molto più elevato negli uomini e negli over 60 anni, ma non era significativamente aumentato tra le donne che avevano emicrania con aura. Questa forma di mal di testa è infatti risultata associata a un aumento del 30% di rischio di fibrillazione atriale.

E questo anche dopo aver aggiustato i dati per la presenza di altri problemi medici. A

Dunque, si è notato che l’emicrania con aura era associata a un rischio del 46% più elevato di incidenza di fibrillazione atriale, rispetto all’emicrania senza aura.

Secondo Sen, “l’emicrania con aura è associata a un aumento del rischio di ictus, in particolare di ictus ischemico-cardioembolico”. Infatti, “tra i vari meccanismi ipotizzati per questo aumento c’è l’incidenza di fibrillazione atriale”. E questo sebbene non sia stata mai studiata in nessuna ricerca.

In conclusione, ha ammesso il ricercatore, “la fibrillazione atriale può portare a tromboembolismo a livello dei vasi sanguigni cerebrali che, a sua volta, porta a ictus ischemico”.

Pertanto, una volta rivelata la fibrillazione,” il medico può usare scale di valutazione del rischio per determinare la probabilità che il paziente vada incontro a ictus e avviare una terapia di profilassi”.

 

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neonati con febbre

Nei neonati con febbre che hanno meno di 60 giorni è fondamentale il monitoraggio del pediatra dopo le dimissioni dal Pronto Soccorso.

I neonati con febbre che hanno meno di 60 giorni di vita richiedono un monitoraggio del pediatra anche dopo le dimissioni del pronto soccorso.

La ragione? Potrebbero essere a rischio meningite. Specie se in Pronto Soccorso non sono stati sottoposti a un esame del liquido cerebrospinale.

Per tale ragione, è fondamentale che i neonati con febbre siano seguiti attentamente.

A dirlo è Paul Aronson, della Yale School of Medicine di New Haven. Aronson è infatti l’autore principale di uno studio a riguardo.

“Circa il 2% dei neonati di 60 giorni o meno con febbre – afferma Aronson – presenta un’infezione batterica nel sangue o, meno comunemente, nel liquido cerebrospinale (meningite batterica)”.

“Poiché queste infezioni batteriche sono potenzialmente mortali se non trattate, i neonati con febbre vengono sottoposti regolarmente a esami approfonditi”.

Tra questi figura anche il prelievo lombare, per verificare la presenza di meningite.

Nella sua ricerca, Aronson ha voluto testare la capacità dei criteri di Rochester e di quelli modificati di Philadelphia di stratificare il rischio dei neonati con febbre. E, in particolare, di quelli nati da massimo 60 giorni con infezione batterica invasiva in nove Pronto Soccorso.

Nello studio sono stati coinvolti 135 neonati con infezione batterica invasiva. Oltre a loro, vi erano 118 con batteriemia senza meningite e 17  con meningite batterica 249 controlli.

Quello che Aronson e colleghi hanno notato è che la sensibilità dei criteri modificati di Philadelphia era più elevata di quella dei criteri di Rochester (91,9% vs. 81,5%). Tuttavia, la specificità risultava inferiore (34,5% vs. 59,8%).

Complessivamente, 25 bambini con infezione batterica invasiva (18,5%) sono stati classificati a basso rischio dai criteri di Rochester rispetto agli 11 (8,1%) giudicati allo stesso modo dai criteri modificati di Philadelphia.

Degli 11 neonati con infezione batterica invasiva, nessuno presentava meningite batterica.

Infine, tra i 14 neonati con febbre con infezione batterica invasiva, classificati a basso rischio dai criteri di Rochester, ve ne erano due con meningite batterica. Entrambi sono ad alto rischio, almeno in base ai criteri modificati di Philadelphia.

Secondo gli autori “i criteri modificati di Philadelphia presentavano un’elevata sensibilità per infezione batterica invasiva senza esame di routine del Csf”. Inoltre, tutti i neonati più grandi di 28 giorni con meningite batterica sono ad alto rischio.

Tuttavia, gli autori specificano che siccome alcuni bambini con batteriemia sono stati giudicati a basso rischio, “quelli dimessi dal pronto soccorso senza esame del liquido cerebrospinale richiedono un attento follow-up”.

In conclusione, afferma Aronson, “i genitori dei bambini stabiliti ‘a basso rischio’ devono ricevere istruzioni molto chiare alla dimissione, tra cui quando tornare al pronto soccorso”.

 

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Celiachia: virus potrebbero scatenarla in chi è predisposto

Uno studio condotto dalla Federico II di Napoli sulla celiachia ha messo in luce come virus e glutine possano innescare risposte infiammatorie autoimmuni.

Un importante progetto di ricerca coordinato da Riccardo Troncone dell’Università Federico II di Napoli e presentato nel corso del 7° congresso nazionale dell’Associazione Italiana Celiachia (Aic), a Roma, ha messo in luce come questa malattia, in chi è predisposto, potrebbe essere innescata dai virus.

Lo studio è stato finanziato dalla Fondazione Celiachia e ha consentito di comprendere meglio i meccanismi della malattia.

L’aspetto interessante della ricerca è che ha evidenziato come, oltre alle infezioni virali,anche le proteine alimentari contenute nel glutine sono in grado di simulare e potenziare la risposta immunitaria innata innescando una malattia autoimmune.

La gliadina e i virus attivano dunque gli stessi meccanismi che, in soggetti predisposti, possono contribuire alla comparsa della celiachia.

Quello che è emerso è che nei soggetti geneticamente predisposti alla celiachia i virus, insieme al glutine, in qualche modo potenziano la risposta immunitaria innata dell’organismo contro le infezioni virali.

Questo provoca un’infiammazione locale, in particolare causando una reazione autoimmune che può portare alla comparsa della celiachia. Il dato potrà essere utile per migliorare la diagnosi e predire l’evoluzione dei soggetti a rischio.

Il progetto di ricerca ha inoltre permesso di comprendere meglio il ruolo nella celiachia dell’attivazione dell’immunità innata da parte di peptidi di glutine o virus.

Ricorda Troncone, docente di pediatria del Dipartimento di Scienze mediche traslazionali dell’Università Federico II di Napoli: “La malattia celiaca è una malattia autoimmune causata dall’ingestione di glutine in individui geneticamente predisposti: il glutine, normalmente tollerato come gli altri alimenti, nei soggetti celiaci attiva invece una risposta immunologica”.

Come noto, ne esistono due tipi.

La prima, molto specifica, mediata da cellule T e da anticorpi specifici. La seconda più primitiva, detta risposta innata, la stessa che ci difende dalle infezioni virali.

“Con il nostro progetto – prosegue Troncone – abbiamo voluto capire se fra risposta al glutine e risposta ai virus ci siano similitudini e soprattutto se queste risposte possano sommarsi: numerosi studi epidemiologici e genetici indicano infatti che altri fattori ambientali oltre al glutine, in primo luogo i virus, potrebbero essere in grado di innescare la celiachia in individui geneticamente suscettibili”.

La ricerca, che ha avuto una durata di tre anni, ha analizzato biopsie di pazienti che dimostravano come nell’intestino dei celiaci aumenti l’espressione di molecole tipiche dell’immunità innata, come IL15 e interferone alfa.

Non solo.

“Abbiamo anche verificato che il peptide della gliadina P31-43, che si trova nel glutine e resiste alla digestione intestinale, – prosegue il coordinatore – attiva l’immunità innata così come le proteine dei virus: queste molecole possono perciò agire in sinergia”.

In tutti e due i casi, i ricercatori hanno notato un aumento del traffico delle vescicole all’interno delle cellule stesse che porta a un incremento dell’infiammazione.

Dati come questi, pertanto, indicano “che le proteine presenti nel glutine, insieme a quelle virali, possono simulare e potenziare la risposta immunitaria innata ai virus, contribuendo a innescare la celiachia in soggetti geneticamente predisposti”.

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morto per uno sperone osseo

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha assolto due medici e un’infermiera accusati della morte di un ciclista, morto per uno sperone osseo.

Si è chiusa la vicenda giudiziaria che ha portato alla assoluzione di due medici dell’ospedale Sant’anna e San Sebastiano di Caserta – N.D.C. di San Prisco, ortopedico dell’Unità Operativa medico-ortopedico, e C.D.P. di Prata Sannita, medico del pronto soccorso – e di una infermiera N.C., per il caso di un uomo, morto per uno sperone osseo nel 2012.

Il caso

I tre sanitari erano accusati, tra le altre cose, di non aver eseguito una Tac al torace e all’addome a V.B., ciclista deceduto per una emorragia causata da uno sperone osseo.

La Tac, se effettuata, secondo l’accusa avrebbe consentito di evidenziare la presenza dello sperone osseo che provocò, in prossimità dei bronchi, una emorragia fatale per l’uomo, già affetto da altre patologie.

Inizialmente, oltre ai due medici e all’infermiere, era coinvolto anche D. D’A., di San Prisco, anch’egli infermiere della Unità Operativa medico ortopedico.

Tuttavia, la sua posizione è stata stralciata prima dell’udienza preliminare.

Nel corso del processo, è stato però dimostrato che non vi era alcuna correlazione tra il decesso di V.B., morto per uno sperone osseo che causò l’emorragia letale, e la mancanza esecuzione di esami clinici da parte della equipe di medici ed infermieri. Pertanto, si è giunti alla assoluzione dei tre sanitari.

I due medici e l’infermiera sono stati tutti difesi dall’avvocato Marrocco.

 

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