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dalla parte dei medici

bologna

È la diciottesima in regione dal 2016, la quarta nel Policlinico di Bologna. Un traguardo reso possibile dal lavoro di squadra e dall’utilizzo di strumenti all’avanguardia

Nuova donazione a cuore fermo al Sant’Orsola. La generosità del donatore e dei familiari ha consentito così due trapianti: il fegato a Bologna e un rene a Modena. L’altro rene, destinato a Parma, non è risultato idoneo. È la quarta donazione a cuore fermo che si registra al Policlinico bolognese, la diciottesima in regione a partire dal 2016.

Nella donazione a cuore fermo gli organi, per essere preservati, necessitano di interventi tempestivi in rapida sequenza, immediatamente dopo la cessazione della circolazione spontanea. Questo è reso possibile grazie all’utilizzo di tecnologie  avanzate specifiche per la conservazione degli organi. E grazie ad un’efficiente organizzazione che vede impegnati un gran numero di professionisti.

Il Policlinico di Sant’Orsola è uno dei centri italiani all’avanguardia proprio in questa attività. Qui infatti  è stata sviluppata in questi anni, dall’equipe del professor Cescon, una nuova macchina per la perfusione degli organi. L’apparecchiatura, da dicembre in uso a Bologna, è oggetto di uno studio randomizzato prima di procedere a un suo utilizzo anche commerciale su ampia scala.

Dal 2016 ad oggi sono state in tutto 18 le donazioni di organi a cuore fermo in Emilia-Romagna andate a buon fine.

Queste hanno reso possibile 40 trapianti: per la precisione 16 di fegato e 24 di rene. Al Sant’Orsola le donazioni a cuore fermo sono state 4, di cui 3 andate a buon fine. Queste hanno permesso 2 trapianti di fegato e 5 di rene sempre a Bologna.

Si tratta di risultati resi possibili da un lavoro di equipe che ha coinvolto il Centro Riferimento Trapianti, gli anestesisti e i rianimatori delle Terapie intensive dirette dal professor Marco Ranieri e dal dottor Guido Frascaroli. Senza dimenticare i chirurghi vascolari, i radiologi, gli anatomo patologi e i trasfusionisti che svolgono un ruolo essenziale nel garantire il mantenimento di una buona funzionalità degli organi.  Un ruolo decisivo, inoltre, è stato svolto da tutto il personale infermieristico delle terapie intensive e delle sale operatorie.

 

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TRAPIANTO COMBINATO FEGATO-POLMONI SU PAZIENTE PEDIATRICO, PRIMA ITALIANA

trapianto combinato

L’intervento è stato eseguito al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Si tratta del primo trapianto combinato fegato-polmoni in età pediatrica nel nostro Paese.

E’ stato eseguito lo scorso 29 dicembre a Bergamo il primo trapianto combinato fegato-polmoni in un paziente in età pediatrica in Italia. A ricevere gli organi, a cavallo tra il Natale e il Capodanno, una ragazza genovese di 16 anni affetta da fibrosi cistica. Questa patologia genetica, che altera le secrezioni di molti organi, le provocava sanguinamento nelle vie respiratorie e una grave malattia epatica.

“In circa il 10% dei pazienti con fibrosi cistica la malattia polmonare, sempre presente in questa condizione, si associa anche a un coinvolgimento del fegato che porta allo sviluppo di cirrosi completa – ha spiegato Lorenzo D’Antiga, direttore della Pediatria del Papa Giovanni XXIII -. In questo caso, la funzione respiratoria globale era solo parzialmente compromessa, ma le alterazioni legate all’infiammazione cronica provocavano ricorrenti emorragie bronchiali poco controllabili con la terapia medica e pericolose per la vita della paziente. La funzione epatica era da tempo compromessa, al punto che, all’età di 11 anni, la paziente era stata sottoposta ad una procedura denominata TIPS, utilizzata per ridurre la severa ipertensione portale ed il rischio di emorragie digestive. Il progredire di questa complessa situazione ha reso necessaria la scelta di un trapianto combinato di fegato e polmoni, che la ragazza, seguita al centro fibrosi cistica dell’Ospedale Gaslini di Genova, attendeva dallo scorso mese di aprile”.

Diversamente da quanto avvenuto nei pochi trapianti di questo tipo eseguiti fino ad oggi, ad essere sostituito per primo è stato il fegato. I polmoni del donatore, nel frattempo, venivano trattati con la tecnica Ex Vivo Lung Perfusion (EVLP) per essere poi trapiantati in immediata successione.

“Avevamo già eseguito 3 trapianti di questo tipo su pazienti adulti, i primi conclusi con successo in Italia, ma questo è il primo in un paziente pediatrico – sottolineato Michele Colledan, direttore del Dipartimento Insufficienza d’organo e trapianti -. È anche il primo di questo genere in cui ricorriamo ell’EVLP, una tecnica che simula, prima del trapianto, le condizioni in cui l’organo si trova normalmente a lavorare nel corpo umano, cioè una temperatura di 37 gradi, con regolare circolo all’interno dei vasi (perfusione) e flusso di aria nelle vie respiratorie (ventilazione), consentendo di allungare i tempi di conservazione e di valutare la funzionalità degli organi, migliorandola, se necessario”.

Il trapianto ha occupato l’équipe del Papa Giovanni per tutta la giornata di sabato 29 dicembre, per 11 ore, dalle 12 alle 23.

In sala come primo operatore Michele Colledan, affiancato dalla chirurga Giulia Carrara, gli anestesisti Pietro Brambillasca – che, con i perfusionisti Davide Ghitti, Gabriele Micci e Silvia Viscardi, si è occupato anche della perfusione dei polmoni -, Consuelo Mario e Magda Khotcholava e gli infermieri  Moira Cuni, Andrea Battaglia, Nadia Magri, Stefania Cornelli, Denise Magri, Cristiana De Pirro, Letizia Viviani e Paola Maj e l’OSS Nicolina Sorrentino.

Gli organi, prelevati nella notte tra il 28 e il 29 dicembre in un ospedale non lombardo dai chirurghi Domenico Pinelli e Erika Vicario, hanno immediatamente ripreso la loro funzione e le condizioni della giovane sono attualmente giudicate molto buone dall’équipe del Papa Giovanni, anche se l’attende un percorso di riabilitazione.

“E’ un grande risultato di squadra, un successo possibile grazie al lavoro fianco a fianco della Pediatria, guidata da Lorenzo D’Antiga, della Terapia intensiva pediatrica, diretta da Ezio Bonanomi, e della Chirurgia dei Trapianti diretta da Michele Colledan – ha commentato il direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII Maria Beatrice Stasi -. Un primato che rimarca la vocazione pionieristica, la tradizione pediatrica, la competenza nel settore dei trapianti d’organo e la forza dell’approccio multidisciplinare dell’Ospedale di Bergamo, che sa offrire con i propri professionisti risposte coraggiose ed efficaci a situazioni cliniche anche molto rare e complesse”.

 

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RIPARAZIONE ROBOTICA DI DUE ERNIE, A GROSSETO PRIMO INTERVENTO IN ITALIA

messina

I camici bianchi erano stati condannati in primo grado rispettivamente a un anno e quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, per il decesso di un paziente in provincia di Messina

Erano stati condannati in primo grado per omicidio colposo in relazione alla morte di un uomo di 58 anni risalente al dicembre del 2008. Ma nelle scorse ore, per due medici all’epoca in servizio presso l’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, è arrivata l’assoluzione della Corte di appello di Messina.

I camici bianchi erano accusati di negligenza per non aver effettuato gli accertamenti di secondo livello necessari a diagnosticare la patologia di cui era affetta la vittima. Il paziente, nello specifico era deceduto 24 ore dopo essersi presentato in pronto soccorso con forti dolori al petto. Ricoverato, era stato stroncato da una dissezione dell’aorta. Secondo l’ipotesi della Procura, se fosse stato tempestivamente trasferito in un’altra struttura più attrezzata, avrebbe avuto delle probabilità di salvarsi.

Il Tribunale aveva inflitto ai due professionisti rispettivamente un anno e quattro mesi, con sospensione della pena. I medici erano inoltre stati condannati, in solido con l’Asp di Messina, al pagamento di una provvisionale di 25mila euro per ciascuna delle parti civili.   Erano stati, invece assolti con formula piena altri quattro colleghi in servizio presso il reparto di medicina del nosocomio barcellonese.

In sede di appello,  la Corte territoriale, riformando la decisione del Giudice di prime cure, ha ritenuto di escludere le responsabilità degli imputati.

Decisiva in tal senso, secondo quanto riportato dalla stampa locale, sarebbe stata una consulenza di parte, presentata dai legali della difesa. La perizia, in particolare, avrebbe evidenziato come la malattia che aveva colpito l’uomo fosse difficilmente riscontrabile. Inoltre, anche laddove diagnosticata, la percentuale di sopravvivenza del paziente sarebbe stata molto bassa.

 

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NOCERA INFERIORE, PROSCIOLTI DUE MEDICI PER LA MORTE DI UN TRENTENNE

intervento di cardiochirurgia

I medici, data l’impossibilità che il paziente arrivasse vivo in sala operatoria, hanno deciso di effettuare un intervento di cardiochirurgia in Pronto soccorso. L’uomo, nonostante un prolungato arresto cardiaco, è in buone condizioni

Salvato con un intervento di cardiochirurgia in emergenza direttamente in una stanza del Pronto soccorso. E’ accaduto al Mauriziano di Torino, dove, nei giorni scorsi, è giunto un 69enne proveniente dal nosocomio di Orbassano. La diagnosi:  “ematoma di parete dell’aorta ascendente”, con elevatissime probabilità di rottura. Le chances di sopravvivenza, in assenza di un tempestivo intervento cardiochirurgico, erano ridotte al lumicino.

A un certo punto – come riporta una nota della struttura sanitaria – il cuore del paziente ha smesso di battere. Il medico di guardia, Andrea Landi, coadiuvato dalla sua équipe, ha quindi cominciato le manovre cardio-rianimatorie secondo il protocollo.

Il cardiochirurgo Edoardo Zingarelli, consapevole che il sangue fuoriuscito dall’aorta aveva riempito il pericardio ed impediva al cuore di contrarsi, ha eseguito immediatamente una pericardiocentesi. Grazie a un lungo ago è stato aspirato mezzo litro di versamento. Tuttavia, nonostante la manovra, il cuore non accennava tuttavia a ripartire.

A quel punto, data l’impossibilità che il paziente arrivasse vivo in sala operatoria, il personale medico ha deciso di operare in Pronto soccorso.

Sono stati avvertiti i cardioanestesisti, precipitatisi nella “shock room” dell’Area rossa. Contemporaneamente è stata chiamata in Pronto soccorso anche l’équipe infermieristica, oltre a quella tecnica di perfusione.

Tra un massaggio e l’altro – fanno sapere dal Mauriziano – è stata realizzata una sternotomia in emergenza, con la rimozione dei coaguli dal pericardio. Il cuore ha ricominciato a battere. Solo a quel punto, dopo la messa in sicurezza, il paziente è stato portato nelle sale operatorie del blocco cardiovascolare.

A conclusione dell’intervento l’uomo è risultato in buone condizioni emodinamiche. C’era tuttavia un grosso dubbio rispetto alle sue funzioni neurologiche, a causa del prolungato arresto cardiaco. Il giorno dopo, tuttavia, il 69enne si è svegliato senza alcun deficit e dopo 3 giorni di cure presso la cardiorianimazione è stato trasferito presso il reparto di Cardiochirurgia. Attualmente è ricoverato, in buone condizioni generali, presso il reparto di Medicina Interna per completare l’iter diagnostico-terapeutico.

 

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CALCIATORE 13ENNE SALVATO DA DUE INFERMIERI E DA UN MEDICO FUORI SERVIZIO

nocera inferiore

I camici bianchi erano finiti nel mirino della Procura di Nocera Inferiore dopo la scomparsa di un giovane di Pagani, deceduto per una sepsi

Nessuna colpa medica per il decesso del giovane di Pagani, nel salernitano, morto per una sepsi all’ospedale di Nocera Inferiore nel maggio del 2017. Il Giudice per l’udienza preliminare ha prosciolto dalle accuse i due camici bianchi che erano stati iscritti nel registro degli indagati dalla locale Procura. Nello specifico gli avvisi di garanzia erano stati spiccati nei confronti di una guardia medica di Pagani e di un dottore in servizio al Pronto soccorso dell’Umberto I di Nocera.

L’accusa aveva avanzato l’ipotesi che i professionisti avessero sottovalutato le condizioni del paziente. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il giovane, in preda a uno stato influenzale, si era rivolto telefonicamente alla guardia medica che gli aveva prescritto una terapia a base di tachipirina. Le sue condizioni, tuttavia, non erano migliorate. Anzi, era stato costretto a recarsi in ospedale dopo uno svenimento evitato dai familiari.

L’uomo, peraltro, nei giorni precedenti si sarebbe procurato una ferita sul lavoro ma, in quella circostanza, non avrebbe provveduto a farsi visitare.

Giunto in ospedale, il paziente avrebbe poi dovuto attendere diverse ore prima di essere ricoverato. In seguito le sue condizione sarebbero precipitate fino al sopraggiungere del decesso. La morte, in base a quanto appurato dall’autopsia, sarebbe da attribuire a una gravissima sepsi conclusasi con un quadro clinico di insufficienza multi organica.

Una tragedia che, secondo l’ipotesi accusatoria, forse si sarebbe potuta evitare se la gravità della situazione clinica del paziente fosse stata rilevata e affrontata per tempo. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero. Istanza che invece è stata respinta dal Gup.  Il magistrato, dal quale si attendono le motivazioni della decisione, avrebbe aderito alle argomentazioni della difesa, secondo cui gli indagati avrebbero agito secondo il protocollo. Nell’ambito della stessa inchiesta, in precedenza, erano state già archiviate le posizioni di almeno altri dieci medici.

 

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MORTO PER UNA SEPSI NEL SALERNITANO, RISCHIO PROCESSO PER DUE MEDICI

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riparazione robotica

Eseguita la riparazione robotica di due voluminose ernie di parete nella stessa paziente, già sottoposta alla rimozione completa del retto

Eseguito, per la prima volta in Italia all’ospedale di Grosseto un intervento di riparazione robotica di due voluminose ernie di parete nella stessa paziente. La donna, di 65 anni, presentava una storia clinica travagliata in quanto già sottoposta, in un altro centro, ad una rimozione completa del retto. Un intervento che l’ha costretta, per sempre, a portare un sacchetto che devia le feci dalla pancia.

Poco dopo l’intervento si erano già formate due importanti ernie, una addominale proprio dove era posizionato il sacchetto ed un’altra a livello del pavimento pelvico.

L’intervento è stato effettuato da una equipe guidata dal dottor Paolo Bianchi. E’ stata posizionata un’ampia rete nella sede dell’ernia vicino al sacchetto, dopo l’isolamento di tutti gli strati della parete addominale. L’intestino è stato mantenuto nella stessa posizione, ricoprendo interamente la protesi con lo strato più interno della parete, il peritoneo. A livello dell’altra importante ernia è stata fissata una rete speciale a chiudere completamente il difetto, riportando l’intestino interamente al suo interno.

La settantacinquenne ha avuto un buon decorso post-operatorio ed è stata dimessa dall’Ospedale già due giorni dopo l’operazione chirurgica.

L’Ospedale di Grosseto è un centro di eccellenza per la Chirurgia Robotica riconosciuto a livello sia nazionale che internazionale. E’ inoltre un polo di formazione che accoglie presso la sua Scuola, chirurghi provenienti da tutto il mondo.

Nonostante l’utilizzo del robot sia dedicato per la maggior parte alla chirurgia oncologica maggiore gastrointestinale ed epatobiliopancreatica, l’equipe della Chirurgia Generale si dedica da ormai quasi 2 anni al trattamento robotico della patologia erniaria della parete addominale, con più di 100 interventi eseguiti. Proprio a Grosseto,  la chirurgia robotica della parete addominale è stata al centro, lo scorso settembre, del primo congresso italiano dedicato specificamente alla materia.

 

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RICOSTRUZIONE DELL’ESOFAGO, BIMBA MANGIA PER LA PRIMA VOLTA A TRE ANNI

cancro renale

Asportato a un paziente di 77 anni un cancro renale esteso al cuore mediante un approccio innovativo microinvasivo con sistema AngioVAC

Rimosso un cancro renale esteso al cuore con una nuova tecnica che ha visto l’aspirazione della massa tumorale senza apertura del torace. Lo straordinario intervento, primo al mondo,  è stato realizzato a Padova da una task-force di specialisti, cardiochirurghi, urologi e chirurgi epatobiliari. Il tutto con la collaborazione di cardioanestesisti, perfusionisti e infermieri.

Il paziente, un uomo di 77 anni, ha scoperto durante una visita di controllo di essere affetto da una patologia renale. L’esame ecografico prima e la TC addominale hanno evidenziato la presenza di un cancro renale destro esteso fino al cuore.

L’intervento che normalmente viene eseguito in questi casi – spiega una nota dell’Azienda ospedaliera – prevede l’asportazione del rene coinvolto dal tumore attraverso l’apertura dell’addome. In seguito si procede alla rimozione del trombo/tumore dal cuore attraverso l’apertura del torace e del cuore con l’ausilio del bypass cardiopolmonare totale.

Nel caso specifico, tuttavia, l’approccio tradizionale era proibitivo. Ciò in virtù della presenza di numerose patologie e, in particolare, per un pregresso intervento di triplice by-pass aorto-coronarico.

Così, coordinati e capitanati dal Prof. Gino Gerosa, i chirurghi hanno studiato a tavolino il caso clinico. La storia del paziente ha imposto di cercare una soluzione alternativa all’intervento classico. Nello specifico, è stato optato per l’approccio innovativo microinvasivo con sistema AngioVAC. L’intervento ha visto 28 professionisti alternarsi al tavolo operatorio come in una staffetta.

Il paziente è entrato entra in sala operatoria alle 8. Gli infermieri di sala ed i cardioanestesisti lo hanno preparato attraverso il posizionamento di cateteri arteriosi e venosi, l’intubazione oro-tracheale ed il posizionamento della sonda trans esofagea necessaria per ottenere le immagini dell’interno del cuore al fine di guidare i cardiochirurghi durante la procedura.

I cardiochirurghi, in collaborazione con i cardioanestesiti ed i perfusionisti, hanno quindi configurato il nuovo sistema AngioVAC. Il metodo ha consentito di rimuovere il tumore a cuore battente dall’interno dell’organo, senza aprire il torace e senza l’ausilio del bypass cardiopolmonare totale. Il tutto con una sola incisione a livello dell’inguine.

L’approccio ha visto l’inserimento della cannula di aspirazione a livello di una vena del collo collegata a una pompa centrifuga e a un filtro.

Il tumore è stato rimosso con un’aspirazione ad alto flusso. Il sangue aspirato dall’interno del cuore durante l’intervento chirurgico è stato filtrato e re-immesso nel circolo arterioso attraverso un’altra cannula posta all’altezza dell’arteria femorale.

A seguire, gli urologi hanno proceduto con l’apertura dell’addome e l’isolamento della vena cava inferiore e del rene di destra. Quindi, i chirurghi epatobiliari hanno derotato il fegato e isolato la vena cava inferiore sovra epatica fino allo sbocco all’interno del cuore.

Infine, i tutti i professionisti hanno operato contemporaneamente per l’asportazione del rene, per la rimozione del trombo/tumore dalla vena cava e per prevenire l’embolia polmonare causata da eventuali embolizzazioni di materiale neoplastico.

L’intervento è stato eseguito con successo. Il paziente ha  lasciato la sala operatoria dopo oltre 12 ore in condizioni stabili ed è stato trasferito in Terapia Intensiva. Il decorso è stato regolare, con il risveglio e l’estubazione in meno di 24 ore dall’intervento. Nei prossimi giorni l’uomo potrà tornare alla sua vita normale.

 

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ospedale molinette

Tra la Vigilia e il giorno di Natale effettuati all’ospedale Molinette due trapianti di polmone, quattro di fegato e tre di rene

Due trapianti di polmone eseguiti grazie alla donazione di una giovane donna che aveva a sua volta ricevuto un cuore pochi giorni prima. E’ quanto accaduto alla vigilia di Natale presso il Centro Trapianti di polmone dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

La donatrice non è sopravvissuta e i familiari hanno autorizzato il prelievo degli organi dando nuova speranza a due persone affette da gravi patologie polmonari. Si tratta, nello specifico, di una 59enne di Torino e di un 67enne residente a Napoli. Quest’ultimo è stato trasportato nella notte presso il capoluogo piemontese con l’ausilio di un volo di Stato.

I due trapianti sono stati effettuati in successione dal professor Massimo Boffini, grazie all’impegno contemporaneo di tre équipe chirurgiche. Gli interventi sono tecnicamente riusciti.

I pazienti sono stati ricoverati in Terapia Intensiva post-cardiochirurgica per poi essere trasferiti nel reparto di degenza ordinaria della Cardiochirurgia.

Sempre alle Molinette, tra la Vigilia ed il giorno di Natale altri quattro pazienti hanno ricevuto un prezioso regalo natalizio. Erano in attesa di un trapianto di fegato. Ora potranno iniziare una nuova vita grazie alla donazione di tre donne e un uomo, tutti ultrasettantenni, deceduti per emorragia cerebrale in ospedali piemontesi.

I riceventi sono 2 uomini e 2 donne di età compresa tra 54 e 69 anni. Erano tutti affetti da cirrosi epatica, complicata in 3 casi da un tumore maligno del fegato ed in 1 caso da una severa insufficienza funzionale. Gli interventi sono tutti andati a buon fine grazie alla puntuale attivazione delle numerose èquipes coinvolte.

Infine sono stati effettuati tre trapianti di rene. In particolare un trapianto a favore di un ricevente affetto da insufficienza renale cronica, un doppio trapianto renale e un altro trapianto di rene singolo in una donna affetta da rene policistico.

 

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TRAPIANTO DI CELLULE STAMINALI EMOPOIETICHE, OPERATO IL PICCOLO ALEX

Trapianto di cellule staminali emopoietiche

Il bambino è stato sottoposto al trapianto di cellule staminali all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Il percorso trapiantologico potrà dirsi compiutamente realizzato presumibilmente entro gennaio

Il piccolo Alex, bimbo affetto da Linfoistiocitosi emofagocitica (Hlh), trasferito dall’ospedale Great Ormond Street di Londra presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma a fine novembre, “è stato sottoposto, come da programma precedentemente annunciato, a trapianto di cellule staminali emopoietiche”.

Lo comunica in una nota la struttura ospedaliera della Santa sede. “Nei giorni scorsi erano stati completati tutti gli screening necessari per identificare tra i due genitori il donatore di cellule staminali emopoietiche”. A tal fine è stato selezionato il padre.

Il piccolo, nel corso dell’ultima settimana, ha ricevuto la terapia di preparazione al trapianto. Una cura mirata a distruggere le cellule portatrici del difetto genetico responsabile della patologia. Giovedì scorso le cellule del padre, dopo essere state mobilizzate e raccolte dal sangue periferico, sono state opportunamente manipolate e infuse nel bambino.

Ora – fanno sapere dal Bambino Gesù – bisognerà ora attendere il decorso dei prossimi giorni, sorvegliando adeguatamente che non insorgano complicanze.

Il problema principale potrebbe essere, infatti, rappresentato dal manifestarsi di un rigetto delle cellule trapiantate. Il percorso trapiantologico – sottolineano gli esperti – potrà dirsi compiutamente realizzato presumibilmente prima della fine del mese di gennaio.

Intanto la famiglia, pur mantenendo il riserbo sull’evoluzione del trapianto, ha voluto “ringraziare ancora una volta tutte le persone che continuano a seguire con affetto la vicenda”. Il riferimento è al ministro della Salute e al suo staff per il sostegno e l’attenzione ricevuti. Ma anche al Centro nazionale trapianti e all’Admo per l’impegno profuso nelle piazze italiane. Il tutto senza tralasciare i donatori nuovi e futuri “che hanno deciso di dare una nuova speranza a tutte le persone malate e in attesa di un trapianto di midollo osseo per continuare a vivere”.

 

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MALATTIA DI CROHN, CELLULE STAMINALI DEL GRASSO PER COMBATTERE I DANNI

Morta a causa di una sepsi

Nessuna responsabilità medica, secondo il Tribunale di Avellino, per il decesso di una paziente morta a causa di una sepsi nel 2011

Assolti perché il fatto non sussiste. E’ la sentenza emessa dal Giudice monocratico di Avellino nei confronti di cinque medici dell’Ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino. Tra loro anche l’ex primario del reparto di chirurgia generale. I camici bianchi erano finiti a processo, con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, per il decesso di una paziente morta a causa di una sepsi nel 2011.

La donna aveva subito la perforazione dell’esofago durante un esame ecocardiografico transesofageo svolto presso una casa di cura convenzionata con il Snn. Trasferita al Moscati venne sottoposta a un primo intervento chirurgico d’urgenza per la riparazione del danno. Dopo pochi giorni si rese necessaria una seconda operazione. E’ in tale circostanza che, secondo l’accusa, la malcapitata contrasse l’infezione che l’avrebbe portata al decesso.

Dopo il tragico epilogo la Procura aprì un’inchiesta che sfociò nel rinvio a giudizio dei cinque sanitari.

Ai professionisti, in particolare, veniva contestato di aver agito con negligenza, imprudenza e imperizia consistita in un inadeguato management post operatorio. Inoltre, sempre secondo l’accusa i camici bianchi avrebbero omesso la tempestiva diagnosi di una fistola esofago-mediastinica aggravata da una tecnica chirurgica in occasione del secondo intervento. Tale mancanza avrebbe favorito l’evoluzione dei processi infettivi che condussero la paziente alla morte.

Il Tribunale ha invece ritenuto di accogliere la tesi difensiva che sottolineava, invece, la correttezza dell’operato medico. In particolare poi, con riferimento alla gestione della paziente dopo l’operazione i legali degli imputati hanno evidenziato l’inconsistenza delle accuse. I periti, infatti, avevano avanzato mere ipotesi di possibilità circa il fatto che non fosse stata improntata alla buona pratica medica. Non era sta formulata, invece, alcuna specifica probabilità. Di conseguenza il fatto non avrebbe mai potuto essere ritenuto illecito.

 

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