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danno biologico

difetto dello strumentario necessario

Si discute in materia di risarcimento del danno patrimoniale e biologico per i danni subiti a seguito di un intervento di chirurgia mal riuscito, per difetto dello strumentario necessario

In tema di risarcimento dei danni subiti per interventi chirurgici, qualora sia accertata la responsabilità della struttura sanitaria e dell’inadempimento dell’obbligazione per difetto dello strumentario necessario per l’operazione, senza che sia stata data idonea informazione al paziente, a quest’ultimo va liquidato il danno biologico temporaneo e permanente personalizzandolo in considerazione delle sofferenze psichiche subite a seguito dell’intervento citato

La vicenda

Con atto di citazione presentato nel settembre del 2010, l’attore conveniva in giudizio innanzi al Tribunale Civile di Cosenza una casa di cura e il medico chirurgo ivi operante, affinché fosse accertata e dichiarata la loro responsabilità in solido in ordine all’errato intervento chirurgico cui era stato sottoposto l’anno prima e al ristoro di tutti i danni subiti e subendi, per un ammontare complessivo di 60.917,00 euro.

Si costituivano in giudizio, con distinte comparse di costituzione e risposta entrambi i convenuti, chiedendo, in via principale, il rigetto della domanda perché ritenuta infondata in punto di fatto e di diritto.

Al fine di accertare la correttezza dell’operato dei sanitari da un lato e dell’esistenza di postumi invalidanti permanenti e in quale misura, dall’altro, ai danni dell’attore, nello stesso processo veniva disposta CTU medico – legale.

L’intervento chirurgico cui l’attore si era sottoposto era finalizzato a rimuovere il mezzo di sintesi, precedentemente installato nell’osso femorale destro. Esso, tuttavia, non riusciva perfettamente ed infatti, non fu possibile estrarre totalmente il chiodo e parte di esso rimaneva incastonato nell’osso femorale arto destro del paziente.

L’espletata CTU medico legale aveva accertato la sussistenza del nesso eziologico tra la condotta posta in essere dalla Casa di Cura ed i danni subiti dall’attore. In particolar modo, l’inadempimento dell’obbligazione da parte della struttura sanitaria era avvenuto per difetto dello strumentario di estrazione posto nella disponibilità degli operatori.

Sicché doveva escludersi la responsabilità del medico operante, il quale al contrario, aveva eseguito con la dovuta diligenza l’intero intervento, secondo la tempistica consigliata.

Violazione del consenso informato?

Priva di pregio è stata invece, considerata la doglianza attorea inerente alla violazione del consenso informato, nella specie per non essere stato adeguatamente informato sulla problematicità dell’intervento e sull’alternatività tra tentare l’estrazione o desistere dalla stessa.

Come noto -afferma il Tribunale adito -, il consenso afferisce alla libertà morale del soggetto ed alla sua autodeterminazione nonché alla sua libertà fisica intesa come diritto al rispetto delle proprie integrità corporee, le quali sono tutte profili della libertà personale proclamata inviolabile dall’art. 13 cost. Pertanto, il paziente non deve considerarsi in una posizione di “soggezione” su cui il medico potrebbe “ad libitum” intervenire; invece il medico per poter esercitare l’attività cui è abilitato abbisogna, del consenso della persona che al trattamento sanitario deve sottoporsi salvo i trattamenti obbligatori ex lege, ovvero nel caso in cui il paziente non sia in condizione di prestare il proprio consenso o si rifiuti di prestarlo e d’altra parte, l’intervento medico risulti urgente ed indifferibile al fine di salvarlo dalla morte o da un grave pregiudizio alla salute. Per il resto, la mancanza del consenso (opportunamente “informato”) del malato o la sua invalidità per altre ragioni determina l’arbitrarietà del trattamento medico chirurgico e, la sua rilevanza penale, in quanto posto in violazione della sfera personale del soggetto e del suo diritto di decidere se permettere interventi estranei sul proprio corpo.

Il consenso informato, personale del paziente o di un proprio familiare, in vista di un intervento chirurgico o di altra terapia specialistica o accertamento diagnostico invasivi, concerne i rischi oggettivi e tecnici in relazione alla situazione soggettiva e allo stato dell’arte della disciplina. Esso ha ad oggetto la portata dell’intervento, le inevitabili difficoltà, gli eventuali rischi prevedibili, ma non già agli esiti anomali, ricollegabili ad una situazione soggettiva del paziente non prevedibile con i mezzi diagnostici a disposizione.

La decisione

Ebbene, nel caso in esame, il consenso vi era stato. Dalla documentazione presente in atti era stato possibile accertare la sottoscrizione del modulo ove il paziente autorizzava i chirurghi operatori a modificare il programma operatorio qualora se ne presentasse la necessità e ad eseguire anche manovre ed asportazione di organi non prima previste e prevedibili, e comunque a tutela della salute. «L’apposizione della firma cristallizza una piena conoscenza di quanto contenuto nel modulo nonché una consapevolezza di tutte le conseguenze connesse all’intervento».

Il Tribunale di Cosenza ha, comunque, accolto l’istanza di risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dall’attore procedendo alla loro personalizzazione secondo le tabelle milanesi e così riconoscendo all’attore, la somma complessiva di 6.699,47 euro.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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I giudici della Cassazione hanno accolto la richiesta dei figli della vittima di un incidente stradale, al risarcimento del danno corrispondente alla loro sofferenza interna e al peggioramento delle abitudini di vita quotidiana

La vicenda

I congiunti della vittima di un incidente stradale avevano citato in giudizio, il responsabile del sinistro e la sua assicurazione, al fine di conseguire il ristoro dei danni derivati all’interno del nucleo familiare, a causa di tale evento.
La vittima aveva dichiarato di essere stato travolto dall’autovettura condotta dal convenuto, il quale nell’eseguire una manovra di conversione a sinistra, ometteva di dargli la precedenza, mentre stava sopraggiungendo a bordo del suo ciclomotore, nell’opposto senso di marcia.
Nel corso del giudizio di primo grado, interveniva volontariamente l’INAIL, rilevando di aver erogato, a favore dei ricorrenti, le prestazioni di legge, essendo l’infortunio avvenuto “in itinere” .

Il processo di merito

Il Tribunale di primo grado, aveva ritenuto il danneggiante responsabile al 70% nella causazione del sinistro e perciò aveva riconosciuto alla vittima, un danno biologico permanente del 67% che liquidava secondo le tabelle milanesi, operandone una personalizzazione nella misura del 25% e una ulteriore del 30%, ai sensi dell’art. 138 cod. assicurazioni, e ciò per l’accertata rilevante incidenza delle gravi lesioni sugli aspetti dinamico-relazionali personali.
Il Tribunale gli aveva riconosciuto anche il danno patrimoniale per perdita delle indennità specifiche connesse alla mansione di infermiere di corsia, precedentemente svolte, nonché di quello derivante per le spese di acquisito di un’autovettura nuova con comandi speciali e, per le prestazioni mediche eseguite, liquidando complessivamente, un danno differenziale pari a 559.149 euro, detratto già quanto erogato dall’INAIL.
Alla moglie era, invece, stato riconosciuto il danno retributivo e pensionistico nella somma di 627.000 euro circa, posto che la stessa, a causa del grave infortunio riportato dal marito, era stata costretta a trasformare il proprio rapporto di lavoro da “full time” a “part time”, in ragione della necessità di attendere alla gestione della propria famiglia composta da tre figli.
Alla medesima e ai figli, era stato inoltre, liquidato il danno non patrimoniale, stimato rispettivamente nella misura di 21.043 euro alla prima e 10.000 euro, per ciascuno dei figli.
Tuttavia, all’esito del giudizio d’appello, proposto dalle parti soccombenti, la corte territoriale, escludeva l’aumento del 30% del danno biologico liquidato dal giudice di primo grado, negando l’applicazione dell’art. 138 cod. assicurazione e, comunque ritenendo già esaustiva la personalizzazione del 25%.
Disconosceva, inoltre, sulla voce del danno patrimoniale quella relativa alle perdite delle indennità speciali tipiche delle mansioni di infermiere di corsia. Rideterminava l’ammontare del danno patrimoniale in 10.000 euro, mentre escludeva tale voce di danno per i figli minori, sul presupposto che le menomazioni subite dal genitore non avessero determinato la compromissione della relazione dello stesso intrattenuta con i figli.

Il punto è stato oggetto, tra gli altri, di pronuncia della Cassazione.

In via preliminare i giudici della Suprema Corte hanno ribadito che “in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei dalla determinazione del gradi percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé la paura, la disperazione)”, perciò, “ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetti di separata valutazione e liquidazione”.
Il presupposto di tale affermazione è la constatazione che “la lesione della salute risarcibile” si indentifica “nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane tutte, nessuna esclusa: dal fare, all’essere, all’apparire; sicché, lungi dal potersi affermare “che il danno alla salute comprenda il pregiudizio dinamico-relazionali” dovrà dirsi “piuttosto che il danno alla salute è un danno dinamico relazionale”, giacché, se “non avesse conseguenze dinamico relazionali, la lesione alla salute non sarebbe nemmeno un danno medico legalmente apprezzabile e giuridicamente risarcibile.
Ne deriva che “l’incidenza d’una menomazione permanente sulle quotidiane attività «dinamico-relazionali» della vittima non è affatto un danno diverso dal danno biologico, restando, però, inteso che, in presenza di una lesione alla salute, potranno sì aversi le “conseguenze dannose più diverse ma tutte inquadrabili in due gruppi, cioè: a) conseguenze necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare tipo di invalidità; b) conseguenze peculiari del caso concreto, che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili”.
Ebbene, entrambe costituiscono un danno non patrimoniale, ma se la liquidazione del primo presuppone la mera dimostrazione dell’esistenza dell’invalidità; la liquidazione delle seconde esige la priva concreta dell’effettivo (e maggiore) pregiudizio sofferto.
Anche la perduta possibilità di continuare a svolgere qualsiasi attività, in conseguenza di una lesione alla salute, non sfugge a questo schema e pertanto o è una conseguenza “normale” e allora si terrà per pagata con la liquidazione del danno biologico; o è una conseguenza peculiare e allora, dovrà essere risarcita, adeguatamente, aumentando la stima del danno biologico, attraverso la sua “personalizzazione”.
Sul punto, i giudici della Cassazione hanno ritenuto corretta le decisioni della corte di merito di escludere la doppia personalizzazione del danno biologico, già aumentata del 25%.

Il danno futuro

A causa del grave incidente, il danneggiato era stato costretto ad abbandonare l’attività di infermiere di corsia, precedentemente svolta.
Ebbene, la Cassazione ha più volte ribadito che “chi causa un danno futuro è in mora dal giorno del fatto illecito, ai sensi dell’art. 1219 c.c, per il pagamento del relativo risarcimento; tale mora andrà calcolata sul credito risarcitorio scontato e reso attuale, ma andrà pur sempre calcolata con decorrenza dalla data dell’illecito.
Si tratta di un credito di valore come tale soggetto a “cumulo” di rivalutazione ed interessi che dovranno essere calcolati con rivalutazione annua sino alla data della decisione.
Ed invero, ai fini di “un integrale risarcimento del danno conseguente al fatto illecito sono dovuti sia la rivalutazione della somma liquidata ai valori attuali, al fine di rendere effettiva la reintegrazione patrimoniale del danneggiato, che deve essere adeguata al mutato valore del denaro nel momento in cui è emanata la pronuncia giudiziale, sia gli interessi compensativi sulla predetta somma, che sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito.”

Il danno non patrimoniale ai figli della vittima

La corte d’appello, all’esito del giudizio di secondo grado aveva escluso l’ulteriore pregiudizio subito dai figli della vittima, affermando che essi non avrebbero “subito alcun pregiudizio relazionale nel rapporto con il padre, giacché costui “seppure con modalità diverse, avrebbe continuato ad interagire e a condividere con loro le attività scolastiche ed extrascolastiche, oltre a quelle più prettamente famigliari”.
Ma per i giudici della Cassazione, tale affermazione non è corretta. Ed in effetti, essa trascurava di dare spazio al riconoscimento del danno non patrimoniale visto nella sua dimensione di “sofferenza interna”.
Del resto, la stessa giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che: “in tema di risarcimento del danno ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta a costoro anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva della vittima”. A tal proposito, il giudice di merito deve rigorosamente valutare, sul piano della prova, tanto l’aspetto interiore del danno (danno morale), quanto il suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (danno esistenziale), atteso che in questo caso, oggetto dell’accertamento e della quantificazione del danno risarcibile è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto.
Ebbene tale accertamento, la corte di merito l’aveva completamente omesso, concentrandosi sugli aspetti dinamico-relazionali del più ampio pregiudizio non patrimoniale lamentato dai figli della vittima.
Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata parzialmente cassata con rinvio alla corte territoriale per un nuovo esame di merito.

La redazione giuridica

 
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Risarcimento del danno differenziale? Il giudice deve scorporare il danno biologico dal danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa dell’infortunato

E’ noto che con il termine danno differenziale si intenda la differenza tra la somma erogata dall’INAIL a titolo di indennizzo e la somma che spetterebbe al lavoratore, vittima di infortunio sul lavoro, in base alle tabelle normalmente applicate in tema di liquidazione del danno biologico. Tale voce di danno è a carico del datore di lavoro.
Viene facile comprendere come le due entità siano sostanzialmente diverse, posto che diversa è la loro natura. L’importo erogato dall’INAIL ha natura indennitaria e, in quanto tale, ha come scopo non il ristoro tout court del danno ma quello di garantire un sostegno sociale all’infortunato. La somma erogata a titolo di responsabilità civile risponde, invece, all’esigenza di risarcire integralmente il danneggiato e riportarlo allo status quo ante l’infortunio.

La vicenda

Quasi 65.000 euro, il risarcimento riconosciuto ad un dipendente della società convenuta in giudizio, per i danni riportati a seguito dell’infortunio occorso sul lavoro.
La sentenza, pronunciata dalla corte di Appello di Roma, aveva riconosciuto al lavoratore, anche il diritto al danno non patrimoniale, determinato in applicazione delle tabelle milanesi, tenuto conto del grado di invalidità, quantificato dal CTU, e dell’età del ricorrente (45 anni al momento dell’incidente); e personalizzata (in aumento) in vista della gravità del sinistro e dei postumi permanenti riportati.
Da tale somma, la corte territoriale aveva detratto l’importo della rendita capitalizzata corrisposta dall’INAIL.
Ebbene, proprio su questo punto si snoda il ricorso per Cassazione presentato dal lavoratore infortunato contro la decisione di merito.
Nella specie, Corte territoriale aveva provveduto a decurtare l’intera rendita erogata dall’INAIL dall’ammontare del danno civilistico, rendita che, in quanto corrispondente ad una menomazione stimata dall’Istituto nella misura del 29%, era comprensiva per legge sia dell’indennità per il danno biologico sia dell’indennità per il danno patrimoniale, per cui – a detta del ricorrente –  il mancato distinguo tra i due valori, non omogenei, avrebbe determinato una “illegittima e ingiustificata erosione del risarcimento a lui spettante a titolo di danno non patrimoniale differenziale”, con violazione dell’art. 2059 c.c. e del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.

La pronuncia della Cassazione

In tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale“.
Laddove quindi, come nel caso in esame, l’INAIL abbia erogato in relazione all’infortunio una rendita mensile vitalizia per un danno superiore al 16%, l’indennizzo, per espressa previsione legislativa, assume necessariamente un duplice contenuto perché quell’importo è destinato a compensare sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.
Di conseguenza, il giudice deve scorporare tali somme dal danno differenziale anche nel caso in cui INAIL non abbia ancora in concreto, provveduto ad erogare il citato ristoro (cfr. Cass. n. 9166 del 2017).
La sentenza impugnata, tuttavia, non si era attenuta a tale principio di diritto, avendo determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del datore di lavoro responsabile senza indicare il valore capitale della sola quota di rendita erogata dall’INAIL per indennizzare il danno biologico.
Per queste ragioni, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame, conformemente al principio di diritto sopra citato.

Lo ius superveniens

Peraltro, chiariscono i giudici della Suprema Corte, su tale conclusione non spiega effetti lo ius superveniens rappresentato dalla L. n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, che ha modificato il D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, avendo la stessa giurisprudenza di legittimità già sancito il principio secondo cui dette modifiche “non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019″.

La redazione giuridica

 
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La presenza di una insidia non basta per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, se si ha conoscenza dello stato dei luoghi e non si adopera l’opportuna prudenza

Qualora l’insidia si trovi in un luogo, di cui il danneggiato ha buona conoscenza è suo onere tenere un comportamento maggiormente prudente e diligente. In caso contrario, la sua imprudenza sarà idonea ad integrare il caso fortuito

La vicenda

Lamentava di essere caduto scivolando da un cordolo in gomma rivestito da un telo non saldamente fissato a terra, posto ai lati di un campo da tennis; cosicché citava in giudizio la società sportiva per essere risarcito di tutti i danni riportati a seguito della caduta.
Nel corso dell’istruttoria espletata davanti al giudice di primo grado, era stata confermata la dinamica dell’incidente e riscontrato a carico del danneggiato un danno biologico permanente del 5-6% e un danno biologico temporaneo di 70 giorni accertato dal CTU.
Ma all’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni, subentrava un altro giudice che formulava alle parti una proposta conciliativa ai sensi dell’art. 185 c.p.c. in cui veniva proposto il risarcimento del danno biologico nella misura del 50% di quello accertato dal CTU e la liquidazione di euro 1350, in sette rate mensili.
La proposta, tuttavia, non veniva accettata, cosicché fissata una nuova udienza di precisazione delle conclusioni, si giungeva finalmente alla decisione.
Ebbene, in contrasto con la precedente proposta transattiva, il Tribunale respingeva la domanda dell’attore, condannandolo anche al pagamento delle spese di giudizio.

Immancabile il giudizio della Cassazione.

Secondo il ricorrente i giudici di merito erano incorsi in una serie di errori.
In particolare il giudice dell’appello, sovrapponendo e assemblando le prescrizioni di cui agli artt. 185 e 185 bis c.p.c., non avrebbe tratto alcuna conseguenza dal fatto che la proposta conciliativa era stata formulata ad istruttoria interamente espletata; oltre alla sua intrinseca contraddittoria perché basata sulla ricorrenza di un concorso di colpa mentre la sentenza impugnata, pur in assenza di elementi nuovi, respingeva la richiesta dell’attore, condannandolo al pagamento integrale delle spese di lite.
Si trattava in altre parole, di una decisione affetta da nullità.
Ma per i giudici della Cassazione la decisione impugnata era immune da vizi.
Innanzitutto non vi era alcuna invalidità, dal momento che le cause di nullità sottendono oltre al principio di tassatività, anche a quello del “raggiungimento dello scopo. Ed infatti, lo scopo da sempre perseguito dal legislatore “che ha disseminato il processo di ipotesi di sanatoria e di meccanismi volti a rimediare agli errori commessi nel compimento degli atti processuali”, è quella di fare in modo che il processo avviato possa raggiungere il suo scopo, cioè arrivare più speditamente ad una definizione della controversia.
Quello che era accaduto nel caso di specie: il giudice aveva tentato di arrivare più speditamente alla definizione della controversia, attraverso quella proposta conciliativa.

Ma la decisione impugnata era immune da critiche anche nel merito.

Il fatto di aver escluso il nesso causale tra la presenza del cordolo ricoperto da telo non fissato sul lato dell’uscita del campo da tennis e i danni riportati dal ricorrente era del tutto coerente con i principi di diritti esistenti in materia di caso fortuito.
Ebbene la Corte di Cassazione ha più volte affermato che il caso fortuito, può essere costituito anche dal fatto del danneggiato.
Ebbene, nel caso in esame, era emerso che il cordolo e il telo che lo ricopriva erano ben visibili, e che anche il mancato fissaggio del telo di copertura non era occulto in modo tale da rendere impercepibile il fatto che fosse solo appoggiato a detta copertura, e che la vittima fosse frequentatore abituale del circolo e quindi al corrente dello stato dei luoghi.
La corte d’appello aveva perciò, con percorso motivazionale immune da critiche, definito il comportamento della vittima, non improntato a particolare prudenza ed attenzione, venendosi a trovare nella condizione di non poter percepire la situazione di pericolo e di omettere di adoperarsi al fine di evitarla, giacché non si era avvicinato al cordolo con attenzione, vi aveva poggiato il piede sopra, anziché scavalcarlo, nonostante esso avesse una forma cilindrica che lo rendeva instabile.
La conosce dei luoghi da parte del danneggiato è elemento senz’altro valorizzato dalla Suprema Corte di Cassazione laddove ha precisato che “la presenza di una insidia non basta per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, dovendosi tenere conto anche dell’elemento soggettivo della sua prevedibilità”.
Ne deriva che nel caso in cui l’insidia si trovi in un luogo ben conosciuto dal danneggiato è suo onere tenere un comportamento maggiormente prudente e diligente. In caso contrario, la sua imprudenza sarà idonea ad integrare il caso fortuito.

La redazione giuridica

 
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portalettere

La Cassazione ha confermato la decisione di condanna emessa a carico della società datrice di lavoro per non aver dotato il suo dipendente di un mezzo idoneo all’espletamento della sua mansione di portalettere

Il dipendente di una nota società di servizi postali italiana, aveva citata in giudizio il suo datore di lavoro, al fine di ottenere il risarcimento del danno biologico, morale ed estetico conseguiti all’infortunio occorso nell’espletamento delle sue mansioni di portalettere

L’incidente si sarebbe verificato mentre era alla guida di un motociclo di dotazione aziendale. Stava viaggiando su una strada sconnessa e priva di asfalto, quando all’improvviso cadeva rovinosamente a terra riportando l’amputazione della falange del IV dito.

Il processo di merito

In primo grado gli era stato riconosciuto un risarcimento pari ad euro 2.685,00 per il danno biologico ed euro 1.330,00 a titolo di risarcimento del danno morale.

La decisione veniva confermata anche in appello stante la mancata prova da parte della società convenuta di aver adottato tutte le misure necessarie ad impedire il danno alla salute del lavoratore causalmente connesso, all’espletamento della prestazione lavorativa.

L’infortunio, si era verificato, come accertato dal giudice di prime cure, per l’inadeguatezza del mezzo a lui affidato, alla percorrenza di strade non asfaltate e particolarmente sconnesse, quale quella nella quale egli aveva riportato la caduta.

E in ogni caso, il riconoscimento del danno morale non creava alcuna duplicazione di tutela risarcitoria stante l’autonomia di tale pregiudizio non patrimoniale (attinente alla sofferenza interiore) rispetto a quello, attinente alla lesione del diritto alla salute, ristorato con il danno biologico.

Il ricorso per Cassazione e la decisione

Ma la società convenuta non ci stava! E proponeva ricorso per Cassazione, denunciando in primo luogo, la violazione di legge, per aver la sentenza impugnata aver fatto applicazione di una sorta di responsabilità oggettiva per l’incidente occorso al lavoratore, nonostante l’assenza di “colpa” ascrivibile a suo carico.

Ma il motivo di ricorso non è stato accolto dai giudici della Cassazione, i quali hanno confermato la decisione di condanna.

Ed infatti, la corte d’appello aveva correttamente fatto scaturire la sua responsabilità non dal mero verificarsi dell’evento dannoso, connesso all’espletamento della prestazione lavorativa, quanto piuttosto, dall’obbligo di protezione del lavoratore ai sensi dell’art. 2087 c.c.

La violazione di tale norma non prefigura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro – di natura contrattuale – va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento.

E allora, nel caso di specie, la responsabilità della società datrice di lavoro era stata fondata sul non avere dotato il proprio dipendente di un mezzo adeguato in relazione alle particolari caratteristiche delle sedi stradali – non asfaltate e particolarmente sconnesse – da percorrere nell’espletamento della prestazione lavorativa; tale rilievo esclude in radice la configurabilità della dedotta ipotesi di responsabilità oggettiva.

La redazione giuridica

 

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danno biologico

I figli so’ piezz’e core: qualificazione del danno biologico riflesso permanente. In giudizio, con la sentenza 15.2.2019 n. 4617 qui in commento, la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico alla madre di un giovane infortunato – con esiti invalidanti valutati pari al 50% – e con la stessa convivente

Si è confermata nuovamente la rilevanza – in termini risarcitori – delle ansie e delle preoccupazioni gli sbalzi d’umore e le difficoltà caratteriali del giovane infortunato, tensioni ed ansie che si scaricano sulla madre tanto per la vicinanza ambientale data dalla convivenza che per il particolare legame esistente fra i due, nonché le ‘preoccupazioni e delusioni subite dalla stessa madre per le difficoltà del figlio connesse all’infortunio. La sentenza in commento in realtà rigetta l’impugnativa, delle parti private, volta ad una maggiore quantificazione del danno biologico riflesso – qualificato come permanente, già liquidato nelle fasi di merito.

Si tratta di una tipologia di danno che è possibile qualificare come danno parentale.

Quest’ultimo è legato intimamente al tema delle plurioffensività dell’illecito civile, che permette la risarcibilità del pregiudizio non solo nell’ambito del rapporto autore/vittima, ma anche nei confronti del terzo che subisce la violazione di un interesse di rilevanza costituzionale, quale può essere quello alla integrità delle relazioni familiari e più in generale quello alla conservazione di un legame di solidarietà che si fonda su un rapporto di convivenza, caratterizzato da una comunione di vita e di affetti, con vicendevole assistenza materiale e morale, stabile e duratura.

Il danno parentale è quindi la lesione subita dai congiunti per le sofferenze patite a causa dell’evento tutelato e, generalmente, si tratta di un danno riconoscibile iure proprio e per questo si auspica – da parte della dottrina e della giurisprudenza prevalenti – una maggiore attenzione alla prova del legame affettivo, in assenza di convivenza, prova che dovrebbe riguardare aspetti prettamente concreti atti a fornire base provante al legame affettivo asseritamente esistente.

Convivenza: è presupposto del danno?

La convivenza infatti non è un presupposto del danno ma, laddove sussista, può costituire indizio e parametro ai fini tanto dell’an che del quantum debeatur.

Nel caso di specie argomenta la Corte che non si può giungere ad ampliare l’importo stabilito dalla Corte di Appello (ovvero il danno biologico riflesso permanente) non per la sua inesistenza, quanto per una sostanziale mancanza di allegazione e prova circa altri elementi di danno che si volevano far considerare (eventuali impegni quotidiani della madre, attività assistenziale successiva ai ricoveri ospedalieri, dinamiche familiari pre e post evento e le difficoltà caratteriali dell’infortunato).

Ciò che si paventa da parte di certa dottrina – aprendo ad ipotesi di risarcimenti senza prove – è un sostanziale abuso dell’istituto, tanto più in una situazione in cui la platea dei potenziali aventi diritto si sta progressivamente ampliando in corrispondenza del generale riconoscimento di diritti civili di convivenza, senza particolari formalità.

In generale i presupposti per la risarcibilità del danno non patrimoniale riflesso trovano base legale in una applicazione non restrittiva dell’art. 1223 c.c., che costituisce la norma base del criterio utilizzato per valutare la risarcibilità del danno non patrimoniale.

Su tale base si considerano ristorabili, non solo gli effetti lesivi, che costituiscono la immediata e diretta del danno ma, anche, quelli che risultano essere l conseguenza normale di un determinato antecedente causale, secondo il celebre brocardo “id quod plerumque accidit”.

La qualificazione del danno biologico riflesso

Si è dunque da un lato abbandonata l‘interpretazione restrittiva del sopra menzionato articolo, aprendo ad una più ampia sfera di interessi risarcibili, precisando dall’altro lato quali siano i requisiti indispensabili per ottenere il risarcimento, e nello specifico:

1.         L’esistenza di una relazione con la vittima diretta del fatto illecito, sia essa fondata su un vincolo familiare, riconosciuto come tale dalla legge [ndr. famiglia fondata sul matrimonio], ovvero su una situazioni di fatto qualificata, come, per esempio, la convivenza more uxorio;

2.         L’apprezzabilità della lesione in virtù dell’effettivo rapporto esistente con la vittima e l’incidenza concreta sullo svolgimento della relazione.

Dunque, per la risarcibilità del danno c.d. “da rimbalzo”, si tende ad escludere ogni automatismo derivante dal mero rapporto parentale, nel chiaro intento di scoraggiare il proliferare di infondate pretese risarcitorie azionate in forza del mero lontano grado di parentela, senza che alcuna effettiva lesione si sia prodotta nella sfera giuridica del parente della vittima.  Nella fattispecie concreta che ha originato le presenti righe il criterio di liquidazione dovrebbe duplicarsi, trattandosi di persone conviventi legate dal vincolo madre-figlio ma l’assenza di prova circa voci di danno specifiche, non consente secondo la Corte di Cassazione, di superare la liquidazione equitativa già operata considerata esaustiva dell’intero danno patrimoniale subito iure proprio in qualità di congiunto, sebbene la gravità delle lesioni patite ed il rapporto di parentela non potevano non essere considerati elementi dai quali desumere la circostanza che la madre della vittima si mise in allarme per la salute del figlio.

Ogni altro danno – nello specifico la lesione del rapporto madre figlio – non è risarcibile perché sfornito di prova.

Avv. Silvia Assennato

 

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danno da premorienza

Il Tribunale di Livorno ha fatto applicazione dei criteri di quantificazione del danno da premorienza contenuti nelle tabelle milanesi 2018

Si parla di danno da premorienza nelle ipotesi in cui la persona danneggiata muoia … per altra causa indipendente dal fatto lesivo di cui il convenuto è chiamato a rispondere. In tal caso il calcolo del danno biologico della invalidità non potrà essere più commisurato all’aspettativa di vita del danneggiato, ma alla sua durata effettiva.

La vicenda

Un incidente stradale sulla via Aurelia in una località in provincia di Livorno. Lo scontro era avvenuto tra una autovettura e uno scooter.

Nel corso del giudizio dinanzi al giudice civile, era stata accertata la responsabilità del conducente dell’auto, per aver violato le norme del codice della strada.

Nello stesso giudizio era stato anche accertato il danno biologico subito dalla vittima e quantificato nella misura del 20% di invalidità, per il quale lo stesso aveva chiesto la somma di euro 79.462 a titolo di risarcimento del danno, comprensivo di spese mediche e dei danni materiali al motociclo.

Dopo due anni dall’incidente il danneggiato moriva per altra causa. Cosicché succedevano nella controversia gli eredi di quest’ultimo.

Ebbene, il Tribunale di Livorno con la sentenza in commento (n. 221/2019) ha ribadito un principio già espresso nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui “ove la persona danneggiata muoia … per altra causa indipendente dal fatto lesivo di cui il convenuto è chiamato a rispondere, la determinazione del danno biologico che gli eredi del defunto richiedano iure successionis va effettuata non più con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”.

Tale criterio è stato enunciato dalla Terza Sezione Civile della Cassazione con la sentenza n. 13920/2016.

Ebbene, alla luce di tale orientamento giurisprudenziale il Tribunale di Livorno ha ritenuto, con riferimento al caso di specie, di aderire alle indicazioni contenute nelle tabelle milanesi redatte nell’anno 2018 che, con riferimento all’ipotesi di danno non patrimoniale in caso di decesso per causa diversa dalla lesione (danno “da premorienza”), hanno adottato un criterio basato sul valore monetario del risarcimento annuo, corrisposto ad ogni grado di invalidità permanente, calcolato in base al rapporto tra la media del risarcimento e dell’aspettativa di vita.

È stato poi considerato che il danno è tanto maggiore quanto più è vicino all’evento lesivo e che esso decresca col trascorrere del tempo fino a consolidarsi.

In base a queste valutazioni il giudice toscano si è uniformato alle tabelle nel senso di aumentare il pregiudizio sofferto nel primo anno nella misura del 100% rispetto al risarcimento medio e nella misura del 50% per il secondo anno; per poi stabilizzarsi ad un importo prefissato per ogni ulteriore anno successivo al secondo.

La redazione giuridica

 

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danno

Nel 2014 la Corte d’appello di Trieste, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto totalmente risarcito, tramite indennizzo erogato dall’INAIL, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro specifica subito dal dipendente di un’azienda italiana, a seguito di un infortunio verificatosi durante l’orario di lavoro

Nel computo della somma liquidata, a titolo di risarcimento del danno, la corte territoriale aveva riconosciuto il danno biologico subito dalla madre del predetto lavoratore (cd. danno riflesso).

Nella specie, la corte distrettuale aveva ritenuto di liquidare “le ansie, le preoccupazioni, gli sbalzi di umore, le delusioni e in genere le difficoltà caratteriali del figlio” che questi “scaricava – per la vicinanza spaziale oltre che per il rapporto parentale” – sulla madre.

Aveva, inoltre, considerato le “preoccupazioni e delusioni” maturate dalla stessa “per la condizione di difficoltà in cui versava il figlio a causa dell’infortunio”.

Tuttavia, secondo la madre del lavoratore infortunato, tale somma non era sufficiente ed anzi, trascurava delle circostanze per nulla irrilevanti, quali, prima fra tutte, il fatto che si trattasse di un giovane di appena ventisette anni, che questi conviveva in un nucleo familiare formato solo da lui e dalla stessa madre, la gravità della lesione, la lunga ospedalizzazione, gli interventi chirurgici, la perdita del lavoro e del 50€ della capacità lavorativa specifica, nonché la gravità della colpa datoriale.

Per non parlare del fatto, poi, che tale somma non valorizzava la sua dedizione e il suo impegno quotidiano di assistenza nei confronti del figlio, di quella successiva ai ricoveri ospedalieri, delle difficoltà caratteriali di quest’ultimo e delle dinamiche familiari prima e dopo l’incidente.

Seguiva, pertanto, il ricorso per Cassazione

Ebbene per i giudici della Cassazione, a prescindere dalla specifica definizione utilizzata dai giudici di merito, la valutazione effettuava risultava esaustiva di tutto il danno non patrimoniale subito, iure proprio, dalla madre del lavoratore, danno che- a partire dalle c.d. “sentenze di San Martino” del 2008 (CSS. Sez. Un. n. 26972/2008) -costituisce una categoria di danno unitaria, che ricomprende in sé tutte le possibili componenti di pregiudizio non aventi rilievo patrimoniale, da liquidarsi, dunque, in modo onnicomprensivo, evitando duplicazioni risarcitorie.

I giudici di merito avevano perciò fatto bene ad escludere le ulteriori circostante dedotte dalla madre nel computo della somma liquidata a titolo di danno riflesso, stante l’assenza di prove sufficienti.

In conclusione, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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lesioni di lieve entità

Il 4 febbraio 2019 è apparso sulla Gazzetta Ufficiale il decreto 9 gennaio del Ministero dello Sviluppo Economico, contente “Aggiornamento annuale degli importi per il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti

L’art. 139, comma 5, del Codice delle assicurazioni private, come modificato dal decreto legislativo 12 maggio 2015, n. 74, dispone che gli importi del risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, indicati nel comma 1 del medesimo articolo, sono aggiornati annualmente con decreto del Ministro dello sviluppo economico in misura corrispondente alla variazione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo delle famiglie di operai ed impiegati, accertata dall’ISTAT.

Ebbene, visto l’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati relativo al mese di aprile 2018, il Ministero dello sviluppo economico ha decretato che, a decorrere da aprile 2018, gli importi indicati nel comma 1 dell’art. 139 del Codice delle assicurazioni private e rideterminati, da ultimo, con il decreto ministeriale 17 luglio 2017, sono aggiornati nelle seguenti misure:

–          Euro 807,01 per quanto riguarda l’importo relativo al valore del primo punto di invalidità, ossia a titolo di danno biologico permanente;

–          Euro 47, 07 per quanto riguarda l’importo relativo ad ogni giorno di inabilità assoluta, a titolo di danno biologico temporaneo.

L’art. 139 del codice delle assicurazioni

Come noto l’art. 139 del codice delle assicurazioni private definisce i criteri e le misure per il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità derivanti da sinistri legati alla circolazione di veicoli a motore e natanti.

È la stessa norma a definire il danno biologico come quella lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale che si riverbera in maniera negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

E in ogni caso, le lesioni che non sono suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dare luogo a risarcimento per danno biologico permanente.

Qualora, poi, la menomazione accertata derivante dal sinistro, incida in maniera rilevante su specifici aspetti della vita e delle relazioni personali o causi o abbia causato un danno psico-fisico di particolare intensità, l’ammontare del risarcimento calcolato sulla base dei criteri citati, potrà essere opportunamente aumentato dal giudicante, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato fino al 20%.

Le lesioni dovranno essere in ogni caso documentate e obiettivamente accertate.

Inoltre, il legislatore chiarisce che l’ammontare complessivo del risarcimento riconosciuto sulla base dei criteri e delle misure indicate nel presente articolo, deve considerarsi esaustivo del risarcimento del danno patrimoniale conseguente alle lesioni fisiche.

La redazione giuridica

 

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