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danno biologico

danno biologico

I figli so’ piezz’e core: qualificazione del danno biologico riflesso permanente. In giudizio, con la sentenza 15.2.2019 n. 4617 qui in commento, la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico alla madre di un giovane infortunato – con esiti invalidanti valutati pari al 50% – e con la stessa convivente

Si è confermata nuovamente la rilevanza – in termini risarcitori – delle ansie e delle preoccupazioni gli sbalzi d’umore e le difficoltà caratteriali del giovane infortunato, tensioni ed ansie che si scaricano sulla madre tanto per la vicinanza ambientale data dalla convivenza che per il particolare legame esistente fra i due, nonché le ‘preoccupazioni e delusioni subite dalla stessa madre per le difficoltà del figlio connesse all’infortunio. La sentenza in commento in realtà rigetta l’impugnativa, delle parti private, volta ad una maggiore quantificazione del danno biologico riflesso – qualificato come permanente, già liquidato nelle fasi di merito.

Si tratta di una tipologia di danno che è possibile qualificare come danno parentale.

Quest’ultimo è legato intimamente al tema delle plurioffensività dell’illecito civile, che permette la risarcibilità del pregiudizio non solo nell’ambito del rapporto autore/vittima, ma anche nei confronti del terzo che subisce la violazione di un interesse di rilevanza costituzionale, quale può essere quello alla integrità delle relazioni familiari e più in generale quello alla conservazione di un legame di solidarietà che si fonda su un rapporto di convivenza, caratterizzato da una comunione di vita e di affetti, con vicendevole assistenza materiale e morale, stabile e duratura.

Il danno parentale è quindi la lesione subita dai congiunti per le sofferenze patite a causa dell’evento tutelato e, generalmente, si tratta di un danno riconoscibile iure proprio e per questo si auspica – da parte della dottrina e della giurisprudenza prevalenti – una maggiore attenzione alla prova del legame affettivo, in assenza di convivenza, prova che dovrebbe riguardare aspetti prettamente concreti atti a fornire base provante al legame affettivo asseritamente esistente.

Convivenza: è presupposto del danno?

La convivenza infatti non è un presupposto del danno ma, laddove sussista, può costituire indizio e parametro ai fini tanto dell’an che del quantum debeatur.

Nel caso di specie argomenta la Corte che non si può giungere ad ampliare l’importo stabilito dalla Corte di Appello (ovvero il danno biologico riflesso permanente) non per la sua inesistenza, quanto per una sostanziale mancanza di allegazione e prova circa altri elementi di danno che si volevano far considerare (eventuali impegni quotidiani della madre, attività assistenziale successiva ai ricoveri ospedalieri, dinamiche familiari pre e post evento e le difficoltà caratteriali dell’infortunato).

Ciò che si paventa da parte di certa dottrina – aprendo ad ipotesi di risarcimenti senza prove – è un sostanziale abuso dell’istituto, tanto più in una situazione in cui la platea dei potenziali aventi diritto si sta progressivamente ampliando in corrispondenza del generale riconoscimento di diritti civili di convivenza, senza particolari formalità.

In generale i presupposti per la risarcibilità del danno non patrimoniale riflesso trovano base legale in una applicazione non restrittiva dell’art. 1223 c.c., che costituisce la norma base del criterio utilizzato per valutare la risarcibilità del danno non patrimoniale.

Su tale base si considerano ristorabili, non solo gli effetti lesivi, che costituiscono la immediata e diretta del danno ma, anche, quelli che risultano essere l conseguenza normale di un determinato antecedente causale, secondo il celebre brocardo “id quod plerumque accidit”.

La qualificazione del danno biologico riflesso

Si è dunque da un lato abbandonata l‘interpretazione restrittiva del sopra menzionato articolo, aprendo ad una più ampia sfera di interessi risarcibili, precisando dall’altro lato quali siano i requisiti indispensabili per ottenere il risarcimento, e nello specifico:

1.         L’esistenza di una relazione con la vittima diretta del fatto illecito, sia essa fondata su un vincolo familiare, riconosciuto come tale dalla legge [ndr. famiglia fondata sul matrimonio], ovvero su una situazioni di fatto qualificata, come, per esempio, la convivenza more uxorio;

2.         L’apprezzabilità della lesione in virtù dell’effettivo rapporto esistente con la vittima e l’incidenza concreta sullo svolgimento della relazione.

Dunque, per la risarcibilità del danno c.d. “da rimbalzo”, si tende ad escludere ogni automatismo derivante dal mero rapporto parentale, nel chiaro intento di scoraggiare il proliferare di infondate pretese risarcitorie azionate in forza del mero lontano grado di parentela, senza che alcuna effettiva lesione si sia prodotta nella sfera giuridica del parente della vittima.  Nella fattispecie concreta che ha originato le presenti righe il criterio di liquidazione dovrebbe duplicarsi, trattandosi di persone conviventi legate dal vincolo madre-figlio ma l’assenza di prova circa voci di danno specifiche, non consente secondo la Corte di Cassazione, di superare la liquidazione equitativa già operata considerata esaustiva dell’intero danno patrimoniale subito iure proprio in qualità di congiunto, sebbene la gravità delle lesioni patite ed il rapporto di parentela non potevano non essere considerati elementi dai quali desumere la circostanza che la madre della vittima si mise in allarme per la salute del figlio.

Ogni altro danno – nello specifico la lesione del rapporto madre figlio – non è risarcibile perché sfornito di prova.

Avv. Silvia Assennato

 

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INFORTUNIO DURANTE L’ORARIO DI EDUCAZIONE FISICA: CHI NE RISPONDE?

danno da premorienza

Il Tribunale di Livorno ha fatto applicazione dei criteri di quantificazione del danno da premorienza contenuti nelle tabelle milanesi 2018

Si parla di danno da premorienza nelle ipotesi in cui la persona danneggiata muoia … per altra causa indipendente dal fatto lesivo di cui il convenuto è chiamato a rispondere. In tal caso il calcolo del danno biologico della invalidità non potrà essere più commisurato all’aspettativa di vita del danneggiato, ma alla sua durata effettiva.

La vicenda

Un incidente stradale sulla via Aurelia in una località in provincia di Livorno. Lo scontro era avvenuto tra una autovettura e uno scooter.

Nel corso del giudizio dinanzi al giudice civile, era stata accertata la responsabilità del conducente dell’auto, per aver violato le norme del codice della strada.

Nello stesso giudizio era stato anche accertato il danno biologico subito dalla vittima e quantificato nella misura del 20% di invalidità, per il quale lo stesso aveva chiesto la somma di euro 79.462 a titolo di risarcimento del danno, comprensivo di spese mediche e dei danni materiali al motociclo.

Dopo due anni dall’incidente il danneggiato moriva per altra causa. Cosicché succedevano nella controversia gli eredi di quest’ultimo.

Ebbene, il Tribunale di Livorno con la sentenza in commento (n. 221/2019) ha ribadito un principio già espresso nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui “ove la persona danneggiata muoia … per altra causa indipendente dal fatto lesivo di cui il convenuto è chiamato a rispondere, la determinazione del danno biologico che gli eredi del defunto richiedano iure successionis va effettuata non più con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”.

Tale criterio è stato enunciato dalla Terza Sezione Civile della Cassazione con la sentenza n. 13920/2016.

Ebbene, alla luce di tale orientamento giurisprudenziale il Tribunale di Livorno ha ritenuto, con riferimento al caso di specie, di aderire alle indicazioni contenute nelle tabelle milanesi redatte nell’anno 2018 che, con riferimento all’ipotesi di danno non patrimoniale in caso di decesso per causa diversa dalla lesione (danno “da premorienza”), hanno adottato un criterio basato sul valore monetario del risarcimento annuo, corrisposto ad ogni grado di invalidità permanente, calcolato in base al rapporto tra la media del risarcimento e dell’aspettativa di vita.

È stato poi considerato che il danno è tanto maggiore quanto più è vicino all’evento lesivo e che esso decresca col trascorrere del tempo fino a consolidarsi.

In base a queste valutazioni il giudice toscano si è uniformato alle tabelle nel senso di aumentare il pregiudizio sofferto nel primo anno nella misura del 100% rispetto al risarcimento medio e nella misura del 50% per il secondo anno; per poi stabilizzarsi ad un importo prefissato per ogni ulteriore anno successivo al secondo.

La redazione giuridica

 

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TABELLE MILANESI ALL’ESAME DELL’OSSERVATORIO SULLA GIUSTIZIA CIVILE

danno

Nel 2014 la Corte d’appello di Trieste, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto totalmente risarcito, tramite indennizzo erogato dall’INAIL, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro specifica subito dal dipendente di un’azienda italiana, a seguito di un infortunio verificatosi durante l’orario di lavoro

Nel computo della somma liquidata, a titolo di risarcimento del danno, la corte territoriale aveva riconosciuto il danno biologico subito dalla madre del predetto lavoratore (cd. danno riflesso).

Nella specie, la corte distrettuale aveva ritenuto di liquidare “le ansie, le preoccupazioni, gli sbalzi di umore, le delusioni e in genere le difficoltà caratteriali del figlio” che questi “scaricava – per la vicinanza spaziale oltre che per il rapporto parentale” – sulla madre.

Aveva, inoltre, considerato le “preoccupazioni e delusioni” maturate dalla stessa “per la condizione di difficoltà in cui versava il figlio a causa dell’infortunio”.

Tuttavia, secondo la madre del lavoratore infortunato, tale somma non era sufficiente ed anzi, trascurava delle circostanze per nulla irrilevanti, quali, prima fra tutte, il fatto che si trattasse di un giovane di appena ventisette anni, che questi conviveva in un nucleo familiare formato solo da lui e dalla stessa madre, la gravità della lesione, la lunga ospedalizzazione, gli interventi chirurgici, la perdita del lavoro e del 50€ della capacità lavorativa specifica, nonché la gravità della colpa datoriale.

Per non parlare del fatto, poi, che tale somma non valorizzava la sua dedizione e il suo impegno quotidiano di assistenza nei confronti del figlio, di quella successiva ai ricoveri ospedalieri, delle difficoltà caratteriali di quest’ultimo e delle dinamiche familiari prima e dopo l’incidente.

Seguiva, pertanto, il ricorso per Cassazione

Ebbene per i giudici della Cassazione, a prescindere dalla specifica definizione utilizzata dai giudici di merito, la valutazione effettuava risultava esaustiva di tutto il danno non patrimoniale subito, iure proprio, dalla madre del lavoratore, danno che- a partire dalle c.d. “sentenze di San Martino” del 2008 (CSS. Sez. Un. n. 26972/2008) -costituisce una categoria di danno unitaria, che ricomprende in sé tutte le possibili componenti di pregiudizio non aventi rilievo patrimoniale, da liquidarsi, dunque, in modo onnicomprensivo, evitando duplicazioni risarcitorie.

I giudici di merito avevano perciò fatto bene ad escludere le ulteriori circostante dedotte dalla madre nel computo della somma liquidata a titolo di danno riflesso, stante l’assenza di prove sufficienti.

In conclusione, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

 

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INFORTUNIO DURANTE L’ORARIO DI EDUCAZIONE FISICA: CHI NE RISPONDE?

lesioni di lieve entità

Il 4 febbraio 2019 è apparso sulla Gazzetta Ufficiale il decreto 9 gennaio del Ministero dello Sviluppo Economico, contente “Aggiornamento annuale degli importi per il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti

L’art. 139, comma 5, del Codice delle assicurazioni private, come modificato dal decreto legislativo 12 maggio 2015, n. 74, dispone che gli importi del risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, indicati nel comma 1 del medesimo articolo, sono aggiornati annualmente con decreto del Ministro dello sviluppo economico in misura corrispondente alla variazione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo delle famiglie di operai ed impiegati, accertata dall’ISTAT.

Ebbene, visto l’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati relativo al mese di aprile 2018, il Ministero dello sviluppo economico ha decretato che, a decorrere da aprile 2018, gli importi indicati nel comma 1 dell’art. 139 del Codice delle assicurazioni private e rideterminati, da ultimo, con il decreto ministeriale 17 luglio 2017, sono aggiornati nelle seguenti misure:

–          Euro 807,01 per quanto riguarda l’importo relativo al valore del primo punto di invalidità, ossia a titolo di danno biologico permanente;

–          Euro 47, 07 per quanto riguarda l’importo relativo ad ogni giorno di inabilità assoluta, a titolo di danno biologico temporaneo.

L’art. 139 del codice delle assicurazioni

Come noto l’art. 139 del codice delle assicurazioni private definisce i criteri e le misure per il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità derivanti da sinistri legati alla circolazione di veicoli a motore e natanti.

È la stessa norma a definire il danno biologico come quella lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale che si riverbera in maniera negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

E in ogni caso, le lesioni che non sono suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dare luogo a risarcimento per danno biologico permanente.

Qualora, poi, la menomazione accertata derivante dal sinistro, incida in maniera rilevante su specifici aspetti della vita e delle relazioni personali o causi o abbia causato un danno psico-fisico di particolare intensità, l’ammontare del risarcimento calcolato sulla base dei criteri citati, potrà essere opportunamente aumentato dal giudicante, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato fino al 20%.

Le lesioni dovranno essere in ogni caso documentate e obiettivamente accertate.

Inoltre, il legislatore chiarisce che l’ammontare complessivo del risarcimento riconosciuto sulla base dei criteri e delle misure indicate nel presente articolo, deve considerarsi esaustivo del risarcimento del danno patrimoniale conseguente alle lesioni fisiche.

La redazione giuridica

 

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RISARCITO PER DANNO BIOLOGICO GIOVANE CONDANNATO PER OMICIDIO STRADALE

legge n. 124/2017

Dopo l’entrata in vigore della legge n. 124/2017, la questione della distinzione tra danno morale e danno biologico non è più affare della giurisprudenza. La soluzione è stata offerta dal legislatore che ha proteso per la strutturale distinzione tra le due voci di danno

I giudici della Cassazione (n. 2788/2019) approfittando della vertenza giudiziaria in esame, hanno fatto il punto in materia di risarcimento del danno non patrimoniale, alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 124/2017. Nella stessa pronuncia hanno anche affrontato il tema della personalizzazione del danno e dell’utilizzo dei criteri forfettari indicati dalle tabelle milanesi.

La vicenda

Ancora un ospedale citato in giudizio per riparare i danni di un intervento chirurgico mal eseguito.

L’attrice aveva chiesto il risarcimento di tutti i danni (ivi compreso quello biologico e morale) da lei subiti a seguito di un intervento chirurgico effettuato per il trattamento di un’ernia al disco, cui seguiva una seconda operazione, solo parzialmente riparatrice della prima, con conseguente necessità di sottoporsi a significative cure terapeutiche e farmacologiche in chiave terapeutica.

Soltanto in primo grado la donna vedeva accolta la sua domanda, perché all’esito del giudizio d’appello, avviato su ricorso dalla struttura sanitaria convenuta, la pronuncia di risarcimento veniva sostanzialmente modificata.

La liquidazione del danno in suo favore veniva ridotto in ragione dell’accertata riduzione della misura di invalidità permanente. Dal quantum risarcitorio rimaneva escluso, altresì, il danno da lesione del rapporto parentale in favore del coniuge, stante l’assenza di microlesioni; accolto, invece, il danno da lesione del diritto al consenso informato.

Seguiva perciò, il ricorso per Cassazione.

Come anticipato, interessante è il giudizio operato dai giudici della Suprema Corte in materia di danno patrimoniale e danno morale.

Occorre premettere che l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) la fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante) e del danno non patrimoniale.

La natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Suprema Corte, deve essere interpretata, sul piano delle categorie giuridiche, nel senso che segue:

a) di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica;

b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, ai fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative “in peius” della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, facendo particolare attenzione ad evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo.

Per tale operazione è necessario che il giudice effettui una compiuta istruttoria che si concretizzi in un accertamento concreto e non astratto del danno, a tal fine dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni.

Detto in altri termini, nel procedere all’accertamento e alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito deve tener conto non solo dell’insegnamento della Corte costituzionale, espresso nella sentenza n. 235 del 2014, ma anche del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 codice delle assicurazioni come modificati dall’art. 1, comma 17 della legge n. 124/2017, la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale” sostitutiva delle precedente “danno biologico”) e il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale.

Ne deriva che il giudice deve congiuntamente, ma distintamente valutare la compiuta fenomenologia della lesione non patrimoniale e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale) quanto quello dinamico-relazionale (destinato a incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto).

Con l’introduzione della legge n. 124/2017, la questione relativa alla presunta o effettiva diversità del danno morale da quello biologico è stata definitivamente risolta, in tal modo sottraendo alla giurisprudenza delle Sezioni Unite, l’annosa questione.

La soluzione è stata quella di distinguere in maniera netta e strutturale due voci di danno: il danno morale da una parte e il danno dinamico-relazionale dall’altra.

La valutazione del danno in caso di lesione del diritto alla salute

Ne consegue che nella valutazione del danno alla persona, da lesione della salute (art. 32 Cost.), si pensi alle ipotesi come quella in esame, di responsabilità medica, il giudice dovrà valutare, caso per caso, tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con sé stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da sé”).

È bene precisare che il principio appena enunciato ha portata generale, potendosi applicare non solo ai casi di danno alla salute, ma anche a tutte le altre ipotesi in cui risulti violato un interesse o un diritto costituzionalmente garantiti dell’individuo.

La personalizzazione del danno

Per la quantificazione del risarcimento, il giudice può orientarsi in due modi: o applicando la misura standard prevista dalla legge o conformandosi al criterio equitativo del cd punto variabile indicato nelle tabelle milanesi.

Va tenuto presente che, in ogni caso, la misura stabilita da tali criteri può essere aumentata nella sua componente dinamico-relazionale, in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e affatto peculiari: al contrario, le conseguenze del danno da ritenersi normali e indefettibili secondo l’”id quod plerumque accidit” (ossia quelle che qualunque persona con la medesima invalidità ovvero lesione non potrebbe subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

In questo senso i giudici della Cassazione ribadiscono che, i valori tabellari utilizzati quale parametro per la quantificazione del danno (in termini monetari) da parte dei giudici di merito, devono essere diretti unicamente alla riparazione delle conseguenze “ordinarie” inerenti cioè ai pregiudizi che qualunque vittima di lesioni analoghe normalmente patirebbe.

Qualora invece ci si trovi di fronte a specifiche e peculiari circostanze di fatto (“extra-ordinarie”), il giudice è legittimato a “personalizzare” il danno (derogando alla misura standard contenuta nelle tabelle) ma in tal caso è tenuto a darne adeguata motivazione in sentenza, coerentemente con le risultanze argomentative e probatorie emerse nel giudizio.

Dunque non danno esistenziale e danno biologico, ma danno morale e danno dinamico-relazionale. È quest’ultima l’unica distinzione ammissibile nel nostro ordinamento. Soltanto in questo modo ci si sottrae dal rischio di ricadere in inutili duplicazioni risarcitorie.

La redazione giuridica

 

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INDENNIZZO DEL DANNO BIOLOGICO, NATURA E CRITERI

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risarcito per danno biologico

Il ragazzo, ritenuto responsabile del decesso di un 79enne, è stato risarcito per danno biologico in quanto, dopo l’incidente, sarebbe caduto in uno stato depressivo che lo avrebbe costretto a ricorrere alle cure di diversi specialisti. Il giovane è stato condannato a 8 mesi

Risarcito per danno biologico in quanto riconosciuto vittima di una forte depressione in seguito a un incidente stradale. Lo stesso incidente che gli è costato una condanna per omicidio stradale ai sensi della legge n. 41/2016.  E’ quanto accaduto, come riporta il Tirreno, a un giovane 23enne della provincia di Pisa.

Il sinistro risale al maggio del 2017. Il giovane, alla guida della sua auto, centrò un motocarro Ape provocando la morte di un 79enne del suo stesso Paese. Il Gup, nelle scorse ore, al termine del rito abbreviato chiesto dal legale della difesa, ha inflitto all’imputato una pena (sospesa) di 8 mesi. Disposta, inoltre, la revoca della patente per la quale, in base alla normativa vigente, potrà sostenere di nuovo gli esami non prima di 5 anni.

Nel corso del procedimento, accusa e difesa avrebbero prodotto perizie con conclusioni diverse in relazione alla velocità del veicolo. Per l’accusa la vettura viaggiava a circa 80-85 km/h; per il consulente della difesa, invece, non superava i 70 Km/h.

Alla fine il Giudice, nella sentenza, ha escluso l’aggravante contestata dalla Procura della velocità eccessiva in centro abitato. Ha invece concesso al giovane – riferisce il Tirreno – l’attenuante speciale del concorso della persona offesa nel verificarsi del sinistro.

Il 23enne, dopo l’accaduto sarebbe caduto in depressione  dovendo ricorrere alle cure di diversi specialisti. Per tale motivo gli è stato riconosciuto, a livello assicurativo, un risarcimento per il danno biologico accertato dai medici.

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danno non patrimoniale

Con nota prot. n. 7197 del 28 dicembre scorso, il Tribunale ordinario di Roma ha pubblicato le nuove tabelle per la valutazione e quantificazione del risarcimento del danno non patrimoniale

Il Tribunale capitolino ha fatto sapere che tale attività è stata il frutto di una approfondita riflessione sull’art. 47 quater dell’Ord. Giudiziario e delle novità introdotte con le leggi n. 24/2017 in materia di responsabilità professionale sanitaria e della legge n. 124/2017 che ha sostituito gli artt. 138 e 139 del Cod. assicurazioni, introducendo i nuovi riferimenti per la valutazione del danno non patrimoniale e del danno biologico.

Nella stessa nota hanno chiarito le ragioni per cui non sarebbe più possibile utilizzare, in materia di quantificazione del danno biologico e non patrimoniale, le tabelle formate dall’Osservatorio di Milano e trasmesse dal Presidente del Tribunale di Milano ai giudici per la loro applicazione.

Una precisazione terminologica sul danno non patrimoniale

In prima battuta è stata fornita una notazione di carattere concettuale sulla nozione di danno non patrimoniale, che deve intendersi quale danno morale, secondo le indicazioni contenute negli artt. 138 e 139 del cod. delle assicurazioni.

Siffatta terminologia è peraltro utilizzata anche dalla giurisprudenza e, come affermano i giudici capitolini, “sta giungendo ad ipotizzare un danno non patrimoniale con due componenti, una morale soggettiva ed una morale connessa con le conseguenze dinamico relazionali del fatto illecito con uno stimolo a considerare anche le caratteristiche della condotta del danneggiante, così riaprendo il dibattito in materia.

Si tratta semplicemente di un ripristino della sfera complessiva del danneggiato lesa o deve essere valorizzata anche una componente sanzionatoria?

Il danno biologico

Il danno biologico consiste nella violazione della integrità psico-fisica della persona e deve essere considerato ai fini della determinazione del risarcimento, sia nel suo aspetto statico (diminuzione del bene primario dell’integrità psico-fisica in se per se considerata) sia nel suo aspetto dinamico (manifestazione o espressione quotidiana del bene salute che riguarda sia l’attività lavorativa che le altre attività extra lavorative e che pongono il soggetto in condizione non solo di produrre utilità, ma anche di ricevere utilità).

Dal punto di vista normativo sono state introdotte diverse definizioni in materia.

Secondo l’art. 13 del d.lgs. 38/2000 ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico è definito come lesione alla integrità psico-fisica della persona, suscettibile di valutazione medico legale, con la precisazione che le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato.

Le tabelle milanesi – a giudizio del Tribunale di Roma – sono espressive di criteri difformi da quelli previsti dalla legge o dalle stesse decisioni della corte di cassazione in relazione ad aspetti concreti. Ecco perché da tempo lo stesso Tribunale aveva manifestato la decisione di non conformarvisi ulteriormente.

Occorre, dunque, che le predette tabelle siano rivalutate alla luce delle leggi n. 24/2017 e 127/2017 che, come premesso, riguardano i risarcimenti del danno biologico e morale soggettivo relativi alla materia degli incidenti stradali e alle altre materie alle quali la legge ha ritenuto di applicare la medesima disciplina.

Le novità

Quel che tiene a precisare la Presidenza del Tribunale ordinario di Roma è che non è in contestazione l’utilizzazione del punto tabellare base individuato dal Tribunale di Milano quanto, piuttosto, le modalità di costruzione della tabella relativamente: a) all’incremento del valore del punto in considerazione; b) alla gravità dei postumi; c) al parametro utilizzato per la determinazione del danno morale; d) al criterio utilizzato per la determinazione della personalizzazione, oltre ai criteri utilizzati per il danno parentale o il danno da morte per altra causa che appaiono contrastare l’esigenza di prevedibilità della decisione a cui si era ispirata anche la sentenza della Cassazione del 2011 n. 12408.

Ebbene, è alla luce di queste considerazioni che nella nota sono stati forniti i criteri guida posti alla base delle nuove tabelle in materia di:

– danno biologico permanente e temporaneo,
– danno morale o soggettivo,
– danno parentale,
– decesso per causa diversa,
– danno catastrofale biologico e morale

Ma ciò che più rileva è che il valore di punto di danno biologico permanente, fino al 40%, è stato incrementato ed omologato a quello delle tabelle milanesi, consentendo dunque una omogeneità di trattamento a livello nazionale.

Sia per il danno biologico che per il danno parentale è stato confermato il precedente sistema tabellare.

Sono state invece aggiunte le voci di danno catastrofale biologico e morale.

La redazione giuridica

 

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aggredita da due cani

Le difficoltà nella quantificazione del danno che ha visto completamente scalfita l’integrità psicofisica di una donna aggredita da due cani

Immaginiamoci di vederci allo specchio e non riconoscerci più: le braccia sfigurate, il torace pieno di cicatrici, la pelle che non si rimarginerà più. E quelle cicatrici non solo ci deturpano, ma addirittura ci fanno male, continuano a tirare nonostante il tempo passi. È in queste condizioni quando Lilia viene a parlarmi: è viva per miracolo dopo essere stata aggredita da due cani di taglia grande. “Non me lo sarei mai aspettato, quei cani li vedevo sempre”, mi dice.

Ogni domenica, infatti, Lilia andava nella sua casa in campagna alle porte di Roma ed i due cani del vicino, l’accoglievano abbaiando ma mai in modo minaccioso. È una domenica di primavera quando Lilia come sempre va in campagna, scende dall’auto per aprire il cancello della sua abitazione e fa giusto in tempo per accorgersi che i due cani, solitamente amichevoli, le si buttano addosso ringhiando. Istintivamente, e fortunatamente, Lilia avvolge le sue braccia al collo, la zona del corpo che i due cani avevano puntato.

L’aggressione che ha subito Lilia ha un impatto devastante sulla sua vita: oltre ai numerosi interventi ed i mesi di riabilitazione, al dolore fisico che ha dovuto sopportare e sopporta tutt’ora, alle difficoltà quotidiane che un’aggressione del genere comporta, Lilia veste una pelle ed un corpo che non sono più i suoi.

Bussa alla mia porta non in quanto terapeuta, ma perché la possa aiutare nel “quantificare” il danno che ha subito.

Rendere quantificabile, incasellabile un danno del genere è particolarmente difficile perché l’integrità psicofisica della donna è stata completamente scalfita, proviamo ad andare più in profondità ed immaginiamoci quanto la vita sociale, affettiva e sessuale della donna sia stata impattata da un corpo che improvvisamente non riconosce più e non funziona più come prima. Lilia descrive, infatti, i rapporti sessuali come particolarmente penosi per una forte componente di vergogna e di dolore del corpo.

Quantificare il danno biologico non è cosa semplice, è necessario effettuare test di livello, di personalità, proiettivi  al fine di valutare le funzioni mentali, i meccanismi di difesa, gli stati emotivo-affettivi e la struttura dell’IO. Non solo bisogna descrivere la persona com’è nel qui ed ora, ma anche com’era prima che vi fosse l’avvenimento traumatico. Oltre ad un’anamnesi accurata, infatti, una batteria di test mi ha permesso di trasformare in un dato, una percentuale la forte sofferenza della donna che, oltre a marcati tratti depressivi, manifestava un chiaro “shock” a tutti gli stimoli che lontanamente le ricordavano l’aggressione.

Lilia è riuscita ad avere il suo risarcimento del danno, ma nessuna somma economica le ridarà la serenità di prima.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

Psicologa e psicoterapeuta

 

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ARBITRARIETÀ DEL CTU: FATTO FREQUENTE CHE CONDIZIONA LA VERA GIUSTIZIA

danno dinamico relazionale

Con la sentenza n. 7513 del 23/03/2018 la Cassazione è intervenuta a precisare i termini della voce del danno dinamico relazionale, troppo spesso abusata e snaturata

Costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale: ovvero il danno dinamico relazionale).

La vicenda

Il ricorrente, autotrasportatore, era rimasto ferito in conseguenza di un sinistro stradale avvenuto mentre era su un veicolo assicurato, di proprietà della società sua datrice di lavoro. Il sinistro si era, dunque, verificato in occasione di lavoro; cosicché l’INAIL gli aveva già erogato una rendita, ai sensi dell’art. 13 d.lgs n. 38/2000.

Contrariamente, la compagnia assicurativa del veicolo, gli aveva corrisposto delle somme inferiori a quanto a lui spettante, ritenendo che l’incidente fosse stato causato anche per colpa del danneggiato.

Di qui il ricorso e la richiesta di condanna al risarcimento di tutti i danni subiti in conseguenza del sinistro, compresi i danni futuri.

Dopo i due gradi di giudizio, la vicenda veniva portata al vaglio dei giudici della Suprema Corte di Cassazione.

La sentenza è importante perché affronta il delicato tema del risarcimento del danno permanente alla salute connesso al danno dinamico relazionale.

Ebbene, proprio con riguardo a quest’ultimo e, più in generale alla materia del danno non patrimoniale, la Cassazione ha avuto modo di affermare che la legge contiene pochissime e non esaustive definizioni; quelle coniate dalla giurisprudenza di merito e dalla prassi sono usate spesso in modo polisemico; quelle proposte dall’accademia obbediscono spesso agli intenti della dottrina che le propugna.

Accade così che lemmi identici vengano utilizzati dai litiganti per esprimere concetti diversi, ed all’opposto che espressioni diverse vengano utilizzate per esprimere il medesimo significato. Questo stato di cose – dichiarano i giudici della Corte – ingenera somma confusione ed implica l’esigenza (già segnalata dalle Sezioni Unite) di “sgombrare il campo da (…) espressioni sfuggenti ed abusate che hanno finito per divenire dei “mantra” ripetuti all’infinito senza una preventiva ricognizione e condivisione di significato (…)” (sono parole di Sez. U, Sentenza n. 12310 del 15/06/2015).

Il danno dinamico-relazionale

La nozione di danno dinamico relazionale, comparve per la prima volta nell’art. 13 del d. Igs. 23.2.2000 n. 38, proprio in materia di infortuni sul lavoro. Dopo quel momento il caos.

Ecco perché dopo un lungo excursus giurisprudenziale e normativo e dopo aver passato al vaglio di legittimità i motivi di impugnazione contenuti nel ricorso, la Cassazione fa il punto, riassumendo la tematica nei seguenti termini:

1) l’ordinamento prevede e disciplina soltanto due categorie di danni: quello patrimoniale e quello non patrimoniale.

2) Il danno non patrimoniale (come quello patrimoniale) costituisce una categoria giuridicamente (anche se non fenomenologicamente) unitaria.

3) “Categoria unitaria” vuol dire che qualsiasi pregiudizio non patrimoniale sarà soggetto alle medesime regole e ad i medesimi criteri risarcitori (artt. 1223, 1226, 2056, 2059 c.c.).

4) Nella liquidazione del danno non patrimoniale il giudice deve, da un lato, prendere in esame tutte le conseguenze dannose dell’illecito; e dall’altro evitare di attribuire nomi diversi a pregiudizi identici.

5) In sede istruttoria, il giudice deve procedere ad un articolato e approfondito accertamento, in concreto e non in astratto, dell’effettiva sussistenza dei pregiudizi affermati (o negati) dalle parti, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, opportunamente accertando in special modo se, come e quanto sia mutata la condizione della vittima rispetto alla vita condotta prima del fatto illecito; utilizzando anche, ma senza rifugiarvisi aprioristicamente, il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni, e senza procedere ad alcun automatismo risarcitorio.

6) In presenza d’un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale: ovvero il danno dinamico-relazionale).

7) In presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed affatto peculiari. A tal riguardo, le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

8) In presenza d’un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione).

9) Ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (come è confermato, oggi, dal testo degli artt. 138 e 139 cod. ass.,così come modificati dall’art. all’articolo 1, comma 17, della legge 4 agosto 2017, n. 124, nella parte in cui, sotto l’unitaria definizione di “danno non patrimoniale”, distinguono il danno dinamico relazionale causato dalle lesioni da quello “morale”).

10) Il danno non patrimoniale non derivante da una lesione della salute, ma conseguente alla lesione di altri interessi costituzionalmente tutelati, va liquidato, non diversamente che nel caso di danno biologico, tenendo conto tanto dei pregiudizi patiti dalla vittima nella relazione con se stessa (la sofferenza interiore e il sentimento di afflizione in tutte le sue possibili forme, id est il danno morale interiore), quanto di quelli relativi alla dimensione dinamico-relazionale della vita del soggetto leso. Nell’uno come nell’altro caso, senza automatismi risarcitori e dopo accurata ed approfondita istruttoria.

La decisione

Ebbene, nel corso del processo di primo grado, il tribunale aveva accertato in facto che la vittima dopo l’infortunio ed a causa dei suoi postumi, quantificati nella misura del 38% della complessiva validità dell’individuo, aveva smesso di “di frequentare gente, chiudendosi in casa”, oltre a rinunciare alle attività di cura della vigna e dell’orto; aveva dunque, qualificato questo pregiudizio come “danno dinamico relazionale” e ritenuto che esso imponesse un incremento del 25% della misura base del risarcimento del danno non patrimoniale, che sarebbe stata altrimenti liquidata.

In appello, invece, sebbene non fosse messo in discussione la circostanza che la vittima avesse subito un danno dinamico relazionale, dal momento che egli “aveva smesso di frequentare gente, chiudendosi in casa”, dall’altra parte, i giudici della Corte territoriale omettevano (volutamente) di liquidarlo, sul presupposto che tale pregiudizio fosse “compreso nel danno biologico”, e di conseguenza, la sua accertata esistenza non imponesse alcun incremento della misura base del risarcimento.

Ebbene si dice che in medio stat virtus, ma qual è la verità?

I giudici della Suprema Corte ritengono corretto e per nulla contraddittorio il giudizio d’appello, precisando che i pregiudizi relazionali rappresentano l’ubi consistam funzionale del danno alla salute. Ne deriva che è coerente con i princìpi sopra esposti, ritenere in facto, da un lato, che una certa conseguenza della menomazione sia comune a tutte le persone che quella menomazione patiscano, e, dall’altro, soggiungere in iure che quella menomazione non imponga di conseguenza alcuna personalizzazione del risarcimento.

Avv. Sabrina Caporale

 

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indennizzo del danno biologico

La sentenza del Tribunale Latina, Sezione Lavoro, n. 835 depositata il 1° ottobre 2018, si occupata della natura e dei criteri di indennizzo del danno biologico

Il ricorrente adiva il Tribunale di Latina riferendo che in data 31.7.2009 durante lo svolgimento del suo lavoro subiva un infortunio riportando un trauma cervicale non commotivo e un trauma toracico chiuso. In conseguenza dell’evento ed a seguito di accertamenti specialistici presentava domanda all’INAIL, che riconosceva un danno biologico del 5%.

Nel costituirsi l’Ente contestava la domanda chiedendone il rigetto.

L’accertamento del nesso causale

In particolare, con il giudizio il ricorrente chiede l’accertamento del nesso causale tra l’infortunio verificatosi in data 31.7.2009, mentre era alla guida del proprio motoveicolo, indossando il casco regolamentare, e la malattia sopravvenuta.

Al ricorrente a seguito del sinistro venivano diagnosticati cervicalgia, trauma toracico, ed insufficienza respiratoria da stenosi sopraglottica post traumatica. Tali patologie venivano accertate, da parte dello stesso Istituto, come diretta conseguenza dell’infortunio, ma con valutazione del 5% e, pertanto, senza diritto ad un indennizzo monetario né tantomeno ad una rendita.

I meccanismi applicativi della disciplina indennitaria.

Si premette che la disciplina indennitaria è costituita dall’insieme delle disposizioni contenute nell’articolo 13 del Decreto Legislativo n. 38/2000 e delle norme del Testo Unico ivi espressamente richiamate, nonché dalle altre norme del Testo Unico, e delle successive integrazioni o modifiche, che restano applicabili in quanto compatibili con la nuova disciplina, per effetto del generale richiamo effettuato dal comma 11 dello stesso articolo 13.

Gli infortunati senza postumi o con postumi inferiori al 6%, non hanno diritto ad indennizzo, che inizia ad essere corrisposto dal grado di menomazione pari o superiore al 6% (comma 2, lettera a).

Ai sensi del comma 4, in caso di aggravamento conseguente all’infortunio sul lavoro o alla malattia professionale, questi assicurati, entro dieci anni dalla data dell’infortunio o quindici dalla data di denuncia della malattia professionale, hanno diritto a richiedere:

– l’indennizzo in capitale per danno biologico, se la menomazione si è aggravata raggiungendo o superando il grado del 6% senza arrivare ad un grado indennizzabile in rendita (pari o superiore al 16%);

– la liquidazione della rendita per danno biologico e danno patrimoniale, se la menomazione si è aggravata ed ha raggiunto un grado indennizzabile in rendita.

Se si tratta di malattie neoplastiche, di silicosi o asbestosi, o di malattie infettive e parassitarie, la domanda di aggravamento, esclusivamente ai fini della liquidazione della rendita e, quindi, non ai fini dell’indennizzo in capitale, può essere presentata anche oltre i limiti temporali di cui sopra, con scadenze quinquennali dalla precedente richiesta.

Il procedimento amministrativo per l’accertamento dell’aggravamento ai fini dell’indennizzo in capitale o in rendita può essere promosso solo a richiesta dell’interessato, e quindi non su iniziativa dell’Istituto La richiesta va formulata nei modi e nei termini stabiliti per la revisione delle rendite in caso di aggravamento. Si osserva, a tale riguardo, che questa disposizione, sia nella ratio che nella formulazione letterale, è identica alla norma contenuta nel penultimo comma dell’art. 83 T.U., alla cui applicazione il legislatore intende, quindi, fare riferimento.

Nel caso di infortunati con postumi di grado pari o superiore al 6% ed inferiore al 16%, gli stessi hanno diritto soltanto all’indennizzo in capitale del danno biologico.

Pertanto, una volta accertato in sede medico-legale che a seguito dell’infortunio o della malattia professionale sono residuati postumi di grado pari o superiore al 6% ed inferiori al 16%, all’assicurato va liquidato l’indennizzo in capitale nella misura indicata nella apposita “Tabella indennizzo danno biologico”.

La decisione del Tribunale di Latina

Ebbene, il Tribunale osserva che l’art. 13 del Decreto legislativo n. 38/2000, dopo aver definito, ai fini dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, il danno biologico come “la lesione all’integrità psico-fisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona“, ha stabilito che la menomazione, ossia l’invalidità permanente, conseguente a quella lesione sia indennizzata con una nuova prestazione economica che sostituisce la rendita per inabilità permanente prevista dall’art. 66, n. 2, del Testo Unico.

Questa nuova prestazione indennizza sempre il danno biologico fino al 100%, tranne che per le menomazioni di grado inferiore al 6%, ritenute, per la loro lieve entità, non rilevanti in un sistema di tutela sociale.

L’indennizzo del danno biologico è reddituale, nel senso che viene determinato senza alcun riferimento alla retribuzione dell’infortunato, e viene erogato sotto forma di capitale per gradi di invalidità pari o superiori al 6% ed inferiori al 16%, ed in rendita a partire dal 16%, considerato che, a partire da quest’ultima soglia, la gravità della menomazione rende necessaria la corresponsione di una prestazione economica che garantisca il sostegno nel tempo.

L’art. 13, in sostanza, abolisce la rendita per inabilità permanente e non prevede alcun indennizzo per gradi di menomazione inferiori al 6% e un indennizzo in capitale del solo danno biologico per gradi di menomazione pari o superiori al 6% ed inferiori al 16%.

Nel caso de quo, premesso il riconoscimento da parte dell’INAIL del nesso causale, il Tribunale deve accertare  se la valutazione del 5% operata dal medico dell’Istituto possa ritenersi congrua.

Il giudice ritiene di non doversi discostare dalla espletata CTU perché congruamente e logicamente motivata. La consulenza ha riconosciuto, diversamente da quanto stabilito dai sanitari dell’INAIL, il danno biologico nella misura del 6%.

Da ciò discende la fondatezza del ricorso in quanto l’invalidità cagionata dall’infortunio, raggiunge la percentuale del 6% ed è, pertanto, indennizzabile ai sensi dell’art. 13 del decreto legislativo n. 38/2000.

Il Tribunale ha quindi, accogliendo il ricorso, condannato l’Inail al pagamento dell’indennizzo in conto capitale oltre interessi dal giorno del dovuto sino al soddisfo.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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