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danno differenziale

infortunio sul lavoro

In materia di azione per il risarcimento del danno da infortunio sul lavoro, il raffronto tra risarcimento del danno civilistico e l’indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee

La vicenda

A seguito dell’infortunio sul lavoro occorso ad un dipendente di una società di grandi opere, il Tribunale di Ascoli Piceno riconosceva in favore del danneggiato il risarcimento delle lesioni riportate durante l’esecuzione di alcuni lavori in una galleria in costruzione.

La sentenza trovava conferma anche in appello, specie nella parte in cui accertava la responsabilità della società, poiché la caduta del lavoratore dalla c.d. “muretta” della galleria in costruzione, era avvenuta per mancanza di adeguate protezioni, avuto riguardo alla situazione dei luoghi.

La direzione dei lavori era, infatti, rimasta inottemperante al dovere di approntare cautele atte a prevenire le cadute accidentali mediante apposito corrimano ovvero parapetto di protezione.

Tale omissione integrava il reato di lesioni colpose, da cui la permanenza della responsabilità civile in capo alla datrice di lavoro.

In ordine alla liquidazione del c.d. danno differenziale, la Corte d’appello aveva ravvisato la necessità di procedere alla cd. personalizzazione, “dovuta sia alla penosità che alla lunghezza della inabilità temporanea assoluta e parziale, protrattasi per circa 432 giorni, sia alla necessità del duplice intervento chirurgico, sia infine, alla notevole gravità della lesione al gomito sinistro per gli esiti invalidanti di rilevante portata”.

A tal fine, aveva proceduto prendendo a parametro di riferimento le Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, in uso su tutto il territorio nazionale.

Il ricorso per Cassazione

Ma la vicenda è giunta ugualmente dinanzi ai giudici della Cassazione, a seguito di ricorso ritualmente formulato dal lavoratore danneggiato.

Con l’unico motivo di impugnazione questi lamentava l’errata applicazione della legge in ordine al calcolo del cd. differenziale.

Ed invero, la corte territoriale aveva detratto dall’ammontare del risarcimento complessivamente calcolato, anche l’importo versato dall’INAIL a titolo di indennizzo giornaliero per invalidità temporanea. Cosi facendo, a detta del ricorrente –  “sarebbe stato detratto dal complesso del danno biologico dovuto per le lesioni subite, non soltanto quanto al medesimo titolo viene corrisposto dall’INAIL, ma anche quanto ricevuto dal danneggiato a diverso titolo e cioè a titolo assistenziale o retributivo”.

Al contrario, sosteneva che da una lettura costituzionalmente orientata del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 7, alla luce del D.Lgs. n. 209 del 2005, e delle sentenze delle Sezioni Unite del 2008 avrebbe dovuto escludersi che, ai fini del calcolo del danno differenziale, potessero essere detratte le voci che sono estranee al danno biologico e che hanno natura e funzione del tutto differente.

La pronuncia della Cassazione sul calcolo del danno differenziale

I giudici del Supremo Collegio hanno accolto la tesi sostenuta dal ricorrente: la Corte di appello aveva sostanzialmente disatteso il criterio del calcolo del c.d. danno differenziale per voci distinte ed omogenee ritenendo di fare applicazione del criterio di calcolo per voci complessive, ovvero per sommatoria.

Era emerso, infatti che, una volta quantificato il danno civilistico, aveva detratto tutto quanto liquidato al lavoratore dall’INAIL a qualsiasi titolo, nell’ambito della tutela riservata al lavoratore infortunato, ivi comprese le somme erogate per indennità giornaliera da inabilità temporanea ex art. 66, comma 1, n. 1, dello stesso decreto.

Il danno differenziale: definizione e calcolo

Secondo il più recente indirizzo giurisprudenziale, il danno differenziale (c.d. quantitativo per distinguerlo da quello qualitativo o complementare, cfr. Cass. n. 9166 del 2017), è costituito dal surplus di risarcimento dei medesimi pregiudizi oggetto di tutela indennitaria INAIL e in presenza dei presupposti di esclusione dell’esonero del datore di lavoro (“permane la responsabilità civile a carico di coloro che hanno riportato condanna penale per il fatto dal quale l’infortunio è derivato…”, D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 2).

«Tale danno, coerentemente alla struttura bipolare del danno-conseguenza, è determinato secondo un computo per poste omogenee, vale a dire che dalle singole componenti, patrimoniale e biologico, di danno civilistico spettante al lavoratore devono essere detratte distintamente le indennità erogate dall’INAIL per ciascuno dei suddetti pregiudizi».

È stato affermato, ad esempio, come dall’ammontare complessivo del danno biologico deve detrarsi non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico, con esclusione, invece, della quota rapportata (per menomazioni di grado pari o superiore al 16%) alla retribuzione ed alla capacità lavorativa dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale (Cass. n. 20807 del 2016, n. 13222 del 2015).

La valutazione del giudice di merito

«In altre parole, una volta stabilito che, in relazione all’evento lesivo, ricorrono le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal D.P.R. n. 1124 del 1965, ai fini della determinazione del risarcimento del danno, in sede giudiziale occorrerà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10, del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (c.d. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Ove poi siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, il giudice potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’INAIL, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso» (Cass. n. 9166 del 2017).

Il raffronto risarcimento del danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL

In sintesi, «il raffronto tra risarcimento del danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee, occorrendo dapprima distinguere le due categorie di danno (patrimoniale e non patrimoniale).

Il danno patrimoniale, calcolato secondo i criteri civilistici, va comparato alla quota INAIL rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato (volta all’indennizzo del danno patrimoniale).

Dal danno non patrimoniale, effettuato il calcolo secondo i criteri civilistici, vanno dapprima espunte le voci escluse dalla copertura assicurativa (danno morale e danno biologico temporaneo) e poi, dall’ammontare complessivo del danno non patrimoniale così ricavato (corrispondente al danno biologico), va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota della rendita INAIL destinata a ristorale, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso».

La redazione giuridica

 

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Risarcimento del danno differenziale? Il giudice deve scorporare il danno biologico dal danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa dell’infortunato

E’ noto che con il termine danno differenziale si intenda la differenza tra la somma erogata dall’INAIL a titolo di indennizzo e la somma che spetterebbe al lavoratore, vittima di infortunio sul lavoro, in base alle tabelle normalmente applicate in tema di liquidazione del danno biologico. Tale voce di danno è a carico del datore di lavoro.
Viene facile comprendere come le due entità siano sostanzialmente diverse, posto che diversa è la loro natura. L’importo erogato dall’INAIL ha natura indennitaria e, in quanto tale, ha come scopo non il ristoro tout court del danno ma quello di garantire un sostegno sociale all’infortunato. La somma erogata a titolo di responsabilità civile risponde, invece, all’esigenza di risarcire integralmente il danneggiato e riportarlo allo status quo ante l’infortunio.

La vicenda

Quasi 65.000 euro, il risarcimento riconosciuto ad un dipendente della società convenuta in giudizio, per i danni riportati a seguito dell’infortunio occorso sul lavoro.
La sentenza, pronunciata dalla corte di Appello di Roma, aveva riconosciuto al lavoratore, anche il diritto al danno non patrimoniale, determinato in applicazione delle tabelle milanesi, tenuto conto del grado di invalidità, quantificato dal CTU, e dell’età del ricorrente (45 anni al momento dell’incidente); e personalizzata (in aumento) in vista della gravità del sinistro e dei postumi permanenti riportati.
Da tale somma, la corte territoriale aveva detratto l’importo della rendita capitalizzata corrisposta dall’INAIL.
Ebbene, proprio su questo punto si snoda il ricorso per Cassazione presentato dal lavoratore infortunato contro la decisione di merito.
Nella specie, Corte territoriale aveva provveduto a decurtare l’intera rendita erogata dall’INAIL dall’ammontare del danno civilistico, rendita che, in quanto corrispondente ad una menomazione stimata dall’Istituto nella misura del 29%, era comprensiva per legge sia dell’indennità per il danno biologico sia dell’indennità per il danno patrimoniale, per cui – a detta del ricorrente –  il mancato distinguo tra i due valori, non omogenei, avrebbe determinato una “illegittima e ingiustificata erosione del risarcimento a lui spettante a titolo di danno non patrimoniale differenziale”, con violazione dell’art. 2059 c.c. e del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.

La pronuncia della Cassazione

In tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale“.
Laddove quindi, come nel caso in esame, l’INAIL abbia erogato in relazione all’infortunio una rendita mensile vitalizia per un danno superiore al 16%, l’indennizzo, per espressa previsione legislativa, assume necessariamente un duplice contenuto perché quell’importo è destinato a compensare sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.
Di conseguenza, il giudice deve scorporare tali somme dal danno differenziale anche nel caso in cui INAIL non abbia ancora in concreto, provveduto ad erogare il citato ristoro (cfr. Cass. n. 9166 del 2017).
La sentenza impugnata, tuttavia, non si era attenuta a tale principio di diritto, avendo determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del datore di lavoro responsabile senza indicare il valore capitale della sola quota di rendita erogata dall’INAIL per indennizzare il danno biologico.
Per queste ragioni, la decisione impugnata è stata cassata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame, conformemente al principio di diritto sopra citato.

Lo ius superveniens

Peraltro, chiariscono i giudici della Suprema Corte, su tale conclusione non spiega effetti lo ius superveniens rappresentato dalla L. n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, che ha modificato il D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, avendo la stessa giurisprudenza di legittimità già sancito il principio secondo cui dette modifiche “non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019″.

La redazione giuridica

 
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malattia professionale

L’onere della prova a carico del lavoratore che agisce per il risarcimento integrale del danno patito per malattia professionale causata da un infortunio sul lavoro, consiste nel provare il fatto costituente l’inadempimento e il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno, ma non la colpa del datore di lavoro

La vicenda in commento, decisa dalla Cassazione con una recentissima decisione della sezione Lavoro pubblicata l’8 gennaio, trae origine dal ricorso al Giudice del Lavoro del Tribunale di Treviso di una lavoratrice che conveniva in giudizio il datore di lavoro per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni conseguenti a malattia professionale e all’accertamento della illegittimità del licenziamento che le era stato intimato.

In questa sede tralasciamo la contestazione inerente il licenziamento per porre l’attenzione sull’accertamento dei diritto al risarcimento dei danni per malattia professionale.

Si premette che, in caso di malattia professionale, la responsabilità del datore di lavoro permane relativamente al danno morale, non coperto dall’indennizzo dell’INAIL e, quanto al danno biologico, per la differenza tra quanto viene erogato dall’INAIL quale risarcimento della compromissione del diritto alla salute e quanto di spettanza del lavoratore in base ai criteri di determinazione del danno, il cosiddetto danno differenziale.

Il Tribunale trevigiano aveva respinto le domande della lavoratrice e così pure la Corte di Appello di Venezia accertando che per la richiesta di risarcimento dei danni derivanti dalle modalità di svolgimento delle mansioni era risultato che costei dal 1988 aveva svolto in maniera solo occasionale la movimentazione manuale dei pazienti non autosufficienti, mentre la patologia lombare, che lamentava, si era manifestata a distanza di tre anni, inoltre le allegazioni circa lo svolgimento delle mansioni di pulizia, la composizione dei detergenti e la nocività dell’ambiente di lavoro erano del tutto generiche ed infine per quanto concerneva la sindrome del tunnel carpale “i capitoli di prova non offrivano elementi per affermare la natura ripetitiva delle mansioni, non essendone descritte le modalità di svolgimento”.

Il ricorso per Cassazione

La controversia pertanto approdava in Cassazione per impulso della lavoratrice e veniva decisa con la sentenza n. 195 pubblicata l’8 gennaio 2019.

La ricorrente proponeva tre motivi e, per quanto di interesse, in sintesi con il primo lamentava che il giudice di merito aveva omesso di esaminare la “copiosa documentazione” comprovante la grave patologia degenerativa e il nesso causale con l’attività professionale svolta alle dipendenze dell’Istituto con riferimento, in particolare, alla movimentazione dei pazienti, con un secondo motivo del ricorso principale denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2087 c.c. “tutela delle condizioni di lavoro” e 1218 c.c. “responsabilità del debitore” in quanto, a suo dire, era stato richiesto alla ricorrente di provare l’inadempimento del datore di lavoro alle prescrizioni dell’art. 2087 c.c. mentre, trattandosi di responsabilità contrattuale, la ricorrente aveva solo onere di provare il danno e il nesso causale con l’attività lavorativa, spettando al datore l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il danno.

La Corte di piazza Cavour ha respinto il ricorso confermando la sentenza della Corte di Appello.

Quanto al primo motivo, rileva la sezione lavoro, come le Sezioni Unite hanno chiarito, sentenza n. 8053 del 2014, con riguardo ai limiti della denuncia di omesso esame di una quaestio facti, che il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5 cod. proc. civ. consente tale denuncia nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

Pertanto la difesa del ricorrente era tenuta a indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, mentre il ricorso si limita a denunciare l’erroneità della sentenza per avere escluso il nesso causale tra la patologia degenerativa rachidea e l’attività professionale, lamentando l’inadeguato o erroneo esame della documentazione prodotta dalla ricorrente e rinviando agli atti per supportare la riconducibilità delle altre due patologie lamentate all’ambiente lavorativo e alle condizioni di svolgimento delle mansioni. Secondo la Corte il motivo non è ammissibile in quanto “la censura di omesso esame di un fatto decisivo si risolve, nella sostanza, in una inammissibile richiesta di rivalutazione del merito della causa”.

La prova del nesso causale

Il focus della decisione in commento va sottolineato in relazione al secondo motivo di impugnazione: la giurisprudenza costante di legittimità pone a carico del lavoratore che agisca, nei confronti del datore di lavoro, per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento ed il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento ed il danno, ma non anche la colpa della controparte, nei cui confronti opera la presunzione ex art. 1218 del codice civile che disciplina la responsabilità contrattuale.

La Corte di appello non aveva ritenuto dimostrato, dalle allegazioni della ricorrente, il nesso causale tra le mansioni e la patologia sottolineando che erano trascorsi ben tre anni circa, tra il momento del mutamento delle mansioni con il passaggio ad una movimentazione solo occasionale del pazienti non autosufficienti e la diagnosi della patologia lombare ritenendo non sufficiente la documentazione per ritenere sussistente il nesso causale.

Sempre il giudice di appello aveva valutato come generiche le allegazioni inerenti la presunta insalubrità dell’ambiente lavorativo e circa l’uso dei detergenti per cui non era dimostrato il nesso causale tra le mansioni svolte e la patologia oculare ed infine, aveva reputato carenti anche le indicazioni probatorie della lavoratrice in ordine alla ripetitività delle mansioni tali da ritenersi riconducibile ad esse la sindrome del tunnel carpale come malattia professionale.

Mancava, dunque, la prova, per la tutela del lavoratore sul posto di lavoro prevista dall’art. 2087 c.c. dell’inadempimento del datore di lavoro.

Il ricorso della lavoratrice per malattia professionale è stato, così, rigettato con condanna alle spese del giudizio.

Avv. Luigi De Valeri

(Foro di Roma)

 

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costretta alla sedia a rotelle

Raggiunto un accordo stragiudiziale per chiudere il contenzioso con una paziente, costretta alla sedia a rotelle dopo essere stata operata alla testa

Costretta alla sedia a rotelle in modo definitivo dopo un intervento chirurgico alla testa. E’ quanto accaduto a una donna di 57 anni, residente in Toscana, operata a fine 2013 presso un centro di riferimento per la sua patologia.

La paziente aveva deciso di ricorrere al bisturi per migliorare le sue precarie condizioni di salute, ma avrebbe subito un aggravio di invalidità. Il tutto senza possibilità di riprendersi. Dalla vicenda, come riporta il Tirreno, scaturì una causa civile avviata nel 2015.

L’Azienda sanitaria, tuttavia, avrebbe deciso di chiudere il contenzioso con un accordo transattivo. Decisiva in tal senso la consulenza tecnica disposta dal Tribunale di Pisa, che avrebbe indotto l’Asl a rinunciare alla battaglia legale.

Il CTU avrebbe infatti riconosciuto un danno biologico differenziale legato all’intervento almeno pari al 35%.

La perizia non avrebbe trovato argomenti di contestazione neppure da parte del consulente dell’ospedale. Di qui la decisione della struttura di risolvere la questione in via stragiudiziale. Un modo per evitare di incorrere in una sentenza più pesante senza ammettere negligenze nelle condotte mediche.

L’accordo, sulla base di un calcolo tabellare, ammonterebbe, secondo quanto si legge sul quotidiano toscano, a circa 444mila euro. La cifra sarà destinata alla donna, ormai paralizzata, e a due parenti che la accudiscono da quando è immobilizzata sulla sedia a rotelle.

Il fascicolo, tuttavia, per obbligo di legge, sarà inviato  alla Procura della Corte dei conti per la valutazione di eventuali danni erariali da colpa medica.

 

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il maggior danno

Ancora una sentenza che uccide l’equità: un maggior danno da errore medico completamente saltato

Hanno ucciso il maggior danno biologico perché non ne comprendono il significato o perché esiste pigrizia cerebrale?

La medicina legale deve darsi da fare presso i tribunali per far resuscitare un concetto di semplice intuizione anche per chi non ci crede. Il maggior danno è il concetto che più sia avvicina a quello dell’integralità del risarcimento ed è quello che sfrutta la logica matematica come più volte spiegato su queste pagine.

Si allega uno stralcio di una sentenza di un sinistro che ho seguito personalmente un bel mucchio di anni fa ed il ctu era un buon ortopedico ma non certo un buon valutatore. Ma questo non è il primo problema visto che poi il giudice malgrado si parlasse di un maggior danno lo ha trattato come un danno “indifferenziato”.

Si parlava di un danno subito da un soggetto, contadino di professione, ultrasessantacinquenne, a seguito di un sinistro stradale che aveva riportato fratture multiple agli arti inferiori che al PS e durante il ricovero erano state solo in parte diagnosticate.

La responsabilità dei medici veniva riconosciuta dal ctu che valutava lo stato complessivo del paziente (almeno per quanto riguarda gli arti inferiori) nella misura del 22-25% riconoscendo però di tale danno una percentuale del 9% a carico dei sanitari.

Il ctu si esprimeva precisamente come maggior danno e così lo riportava in sentenza il giudice che definiva la stessa consulenza priva di vizi logici e scientifici. Ma al momento della “traduzione monetaria” il giudice prendeva questo 9% e lo posizionava all’interno delle tabelle di Milano e concludeva con la valutazione di circa 15 mila euro senza soffermarsi sul concetto di danno differenziale e sul suo calcolo.

Insomma appare a chi scrive che il giudice non conosca completamente il concetto di danno differenziale e del suo valore economico tanto da lasciare il sottoscritto stupefatto e convinto più che mai di consigliare al paziente un ricorso in appello solo per questo motivo che non è poi poco.

Ma che significa maggior danno?

E’ la differenza di esito in termini di danno biologico tra lo stato attuale e quello che ci si sarebbe atteso con una assistenza al paziente secondo la leges artis. Quindi se il danno attuale è 24% (arrotondamento della valutazione 22-25% del ctu) e il danno atteso 15%, il danno differenziale del 9% andrà calcolato come differenziale economico tra il valore del 24% e quello del 15%.

Il tutto significa dover risarcire il paziente con la somma di 45mila euro e non 15mila. Insomma un furto involontario a spese di un cittadino danneggiato ingiustamente e già precedentemente mal risarcito dalla compagnia di assicurazione. Insomma, come si dice al mio paese, paziente cornuto e mazziato!

Quindi è giusto affermare che hanno ucciso il maggior danno e che la medicina legale deve intervenire seriamente sui giudici di merito per far comprendere loro che non è questa la verità?

Per fortuna che non tutti i giudici di merito sono distratti!

 

Dr. Carmelo Galipò

(Presidente Accademia della Medicina Legale)

Leggi uno stralcio della sentenza

 

 

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medici del 118

G.C., uomo di 63 anni, con cuore sano, di professione carpentiere, fumatore di 20 sigarette al dì, dislipidemico, che non aveva mai effettuato controlli cardiologici in precedenza, fu colto due anni fa da un dolore epigastrico costrittivo della durata di quindici minuti , accompagnato da sudorazione algida e nausea ; si recò al P.S. di un Ospedale della Lombardia dove gli fu assegnato un codice giallo. Prontamente fu effettuato un elettrocardiogramma che risultò normale (cuore sano apparente), gli furono somministrati in fleboclisi inibitori di pompa protonica, furono richiesti gli esami ematochimici e i markers di citonecrosi che risultarono normali. Dato che la sintomatologia era regredita a distanza di quattro ore dall’accesso in P.S., G.C. fu dimesso con l’indicazione ad assumere omeprazolo 10 mg. 1 comp. al dì.

Due giorni dopo al mattino ripresa della sintomatologia dolorosa epigastrica accompagnata da una sintomatologia neurovegetativa relata. Condotto in P.S. l’elettrocardiogramma mostrò una lesione subepicardica inferiore. la prima determinazione della Troponina era 7,4 (cut off 0,03 ) L’ecocardiogramma mostrò una ipoacinesia della parete posteriore segmento basale, una insufficienza mitralica lieve, e una frazione di eiezione conservata (0,60 ). Il paziente fu condotto in sala di emodinamica dove vi giunse dopo 150 minuti dall’insorgenza della sintomatologia e fu sottoposto a coronarografia che mostrò una stenosi subocclusiva del primo marginale ottuso , si procedette contestualmente a P.C.I con impianto di 2 stent medicati (DES: Drug eluting stent)

In quinta giornata il paziente fu dimesso con la diagnosi di infarto miocardico inferiore non complicato.

A distanza di due anni il paziente lamenta dolori parietali atipici per sede, caratteri, modalità di insorgenza, durata, mancanza di sintomi neurovegetativi correlati; l’ ecocardiogramma è stabile (ipoacinesia della parete posteriore basale, ipocinesia setto inferiore basale, frazione di eiezione conservata (0,60), il test da sforzo massimale in wash out di beta bloccante è risultato negativo, l’ e.c.g. dinamico di Holter non ha mostrato aritmie di rilievo.


Considerazioni medico legali

Non ci sono dubbi a nostro avviso che i medici del Pronto Soccorso che hanno accolto G.C. al primo accesso in P.S. abbiano tenuto un comportamento improntato a imprudenza e negligenza. Innanzitutto il dolore epigastrico costrittivo era meritevole di una impostazione di diagnostica differenziale più accurata, ma soprattutto non sono state seguite le Linee Guida per il dolore toracico (a cui un dolore epigastrico costrittivo per analogia può essere assimilato) in vigore presso l’Ospedale suddetto, che riflettono più in generale quelle delll’European Society of Cardiology, dell’American College of Cardiology e dell’American Heart Association. In particolare dopo 6 ore dall’accesso doveva essere ripetuta una seconda semina di enzimi, doveva essere registrato un altro l’elettrocardiogramma. Non solo, anche in caso di negatività di questi ulteriori reperti, tenuto conto della caratteristiche del dolore quantomeno “sospette”, il paziente, fino a quel momento con cuore sano, poteva essere trattenuto fino a 12 ore per ulteriori controlli dei markers di citonercrosi e dell’e.c.g. o in alternativa essere ricoverato in osservazione.

Valutazione del danno

Più delicato sotto il criterio valutativo è il problema del danno differenziale, vale a dire la differenza tra il danno biologico attuale stimabile intorno al 20% (Classe N.Y.H.A IIA , F.E del ventricolo sinistro=0,60) e quello che a G.C. sarebbe residuato se in occasione del primo accesso al p.S. per una evidente sindrome prodromica fosse stato ricoverato , sottoposto a un test di valutazione funzionale (ecografia da stress e quindi coronarografia con P.C.I, evitando quindi l’evento che si è verificato rappresentato da una sindrome coronarica acuta (5%).

Il danno differenziale, nel caso di cui sopra deve quindi essere stimato nella misura del 15%.

Importante è specificare come quando si parla di maggior danno biologico, quando esso incide sullo stesso organo o apparato, il maggio danno va valutato, in termini economici come differenza tra il valore rappresentato dal 20% e quello che comunque sarebbe residuato in caso di presa in carico del paziente adeguata (danno di base uguale al 5%).

Dott. Umberto Piccone
(cardiologo e medicolegale)


Da questo caso ci sono diversi spunti per il lettore:
  • Come comportarsi in caso di dolori toracici: essere precisi quando si giunge al PS nella spiegazione della comparsa del dolore e delle sue caratteristiche di insorgenza, di durata, di tipo, di intensità;
  • Cosa pretendere dal medico: chiare spiegazioni sui rischi di eventuale infarto, un periodo di osservazione non inferiore alle 12 ore;
  • In caso di consiglio del medico di andare a casa, farsi scrivere come ci si deve comportare a casa in caso di comparsa di ulteriori dolori, e farsi scrivere il perché non si viene trattenuti in osservazione.
  • Riferire al medico ogni terapia farmacologica che si fa e ogni patologia di cui si soffre.

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Lo spunto per riprendere questo argomento mi viene leggendo un articolo sul settimanale RIDARE dal titolo “Danno differenziale incrementativo: gli aspetti medico legali”.

Si vogliono fare diverse riflessioni su quanto affermato dal collega:

  • Lesioni concorrenti: la definizione andrebbe allargata da “distretto anatomo funzionale” a “sistema organo funzionale”: ciò eviterebbe di trovarsi in certe situazioni in cui lesioni che agiscono sullo stesso apparato si dicono coesistenti. L’esempio è proprio quello portato dal collega di una lesione di una mano in un soggetto paraplegico. Se tale lesione lascia dei postumi sulla mano tanto da procurale deficit della prensione e della forza, il paraplegico si vedrebbe ridotte le possibilità di “trasferimento” e di “mobilizzazione” che per un paraplegico significa riduzione della “deambulazione” in senso lato (spostamento). Come potrebbe definirsi coesistente una menomazione alla mano di un paraplegico, quando costui della mano si serve per spostarsi come gli permettevano di fare gli arti inferiori prima della menomazione?
  • Il danno differenziale rappresenta quel danno disfunzionale maggiore che esiste tra una condizione funzionale preesistente o attesa e quella valutata a seguito di un fatto illecito sopravvenuto.

Se ci riferiamo all’esempio fatto dal collega, ossia del soggetto che ha subito una frattura scomposta dei due malleoli esitati in una anchilosi di caviglia (valutata 12%) in un arto con esiti di poliomielite preesistenti e valutabili nella misura del 33%  l’unica valutazione possibile è data dalla differenza dei postumi permanenti post frattura dell’arto del soggetto e quelli preesistenti alla frattura (ossia il 33%). Quindi se il danno globale all’arto inferiore (e quindi sull’organo della deambulazione) sarà 40%, allora il danno differenziale sarà del 7%, ma se il danno complessivo fosse il 50%, il danno differenziale sarebbe del 17%. E tali “numeri” tradotti in euro sarebbero dati dalla differenza tra il valore monetario del 50% e quello del 33%.

Vediamo il perché delle succitate condizioni raffrontando il ragionamento del collega che dice:

  1. Secondo il metodo tradizionale il danno incrementativo (in quanto menomazioni concorrenti) sarebbe rappresentato dalla valutazione del 16-17%;
  2. Secondo il metodo “innovativo”, basato sui criteri di RC e di ragionevolezza, i due postumi, il 33% e il 12%, non potendosi sommare, andrebbero valutati nella misura del 40% (globale derivante dalla concorrenza delle menomazioni).

Mi faccio la domanda, ma quale sarebbe il criterio della ragionevolezza quando due danni concorrenti invece di incrementarli si riducono? Vale la compensazione economica del punto rispetto all’integrale risarcimento? Si possono trovare sempre le vie di mezzo Salomoniche rispetto ad una razionale valutazione basata esclusivamente sulla maggiore funzionalità persa?

Si ritiene proprio di no e questo per due motivi:

  • Sia il metodo tradizionale che quello innovativo riferiti non hanno una base di razionalità matematica e di giustizia (integralità del risarcimento);
  • Cercare di trovare schemi per far contenti tutti (anche se a metà) non è un metodo medico legale né giuridico.

Dunque il danno differenziale non può né contenersi in formule matematiche né in formule salomoniche, ma deve derivare da un criterio di logica medico legale e giuridica che non può trovare spazi al di fuori del vero significato di danno differenziale come sopra riportato.

Sarei lieto di rispondere ad eventuali osservazioni di tutti i medici legali e i giuristi che ci seguono su queste pagine.

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

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Mi debbo ricollegare all’articolo pubblicato lo scorso lunedì (http://www.responsabilecivile.it/adesso-e-il-ctu-che-gioca-a-fare-il-giudice/)  ove si è analizzata una bozza di ctu inerente una responsabilità sanitaria ortopedica e della quale si criticava un solo aspetto, quello del danno differenziale.

Sul calcolo del danno differenziale si è già discusso su queste pagine nel recente 15 marzo 2016 (http://www.responsabilecivile.it/maggior-danno-danno-differenziale-ma-come-si-calcola/) e quindi invito i lettori che non lo hanno letto a farlo.

Parliamo della bozza di ctu commentata la scorsa settimana e alla quale il consulente di parte attrice faceva delle critiche a riguardo del danno differenziale accertato dal consulente tecnico. Questi accertava un maggior danno del 15% partendo dal concetto che il danno all’arto inferiore dx attuale (al momento della visita) fosse valutabile nella misura del 30%, mentre quello preesistente (risarcito in ambito RCA) era quindi del 15%.

Il CTU si esprimeva come si riporta di seguito:

“…Tale percentuale, a fronte delle condizioni di partenza, non potrà essere ristorata con un corrispettivo pecuniario calcolato con criterio differenziale”.

Nella ctu definitiva sono riportate integralmente le note critiche del ctp per cui a quelle si rimanda. Quello che si vuole evidenziare in questa riflessione sono le criticità evidenti nella risposta alle note critiche.

Prima di evidenziarle si sente la necessità di premettere che il c.t.u. non dovrebbe cercare di “orientare” le decisioni del giudice, sulla scorta di proprie opinioni personali in ordine ad argomenti che non gli competono, nel “timore” che il magistrato si possa orientare in modo difforme dal suo. Egli deve fornire al giudice un parere del tutto asettico (nel caso de quo ortopedico), non “inquinato” da proprie pseudo-conoscenze giuridiche in tema di liquidazione del danno, perché queste competono assolutamente a Lui. Quanto sopra è ancora più sacrosanto se l’opinione del ctu si fonda su giurisprudenza non ben conosciuta e studiata dallo stesso.

Con tale premessa si è già risposto alle considerazioni iniziali del ctu che invece ritiene che il consulente “deve fornire al Giudice tutti i parametri per la valutazione del caso di specie”. Tale affermazione è vera solo parzialmente in quanto i parametri richiesti dal Giudice sono riferiti da un lato alla valutazione di eventuali inadempimenti dei sanitari e dall’altro alla valutazione del danno conseguenza che da essi discende. Se poi il ctu pensa che l’ausiliario del Giudice debba fare sentenza facendo considerazioni giuridiche beh, penso che questo sia un pensiero distorto!

Il secondo punto critico delle risposte del ctu è il seguente: “…Applicare il criterio del ‘danno differenziale’ al caso di specie rappresenterebbe quindi un incongruo incremento del risarcimento in quanto un soggetto presentante oggettivamente un “minor valore” a causa di patologia preesistente riceverebbe un risarcimento superiore al soggetto sano per le stesse conseguenze dannose” .

Tale affermazione evidenzia la scarsa cultura medicolegale e giuridica del ctu in quanto ogni cittadino ha diritto al risarcito integralmente del danno ingiusto subito.

La ratio che sta nel concetto di danno differenziale è di semplice intuizione ed è riferita a due aspetti, uno relativo alla regola matematica che sta alla base delle tabelle presso ogni tribunale di Italia e cioè che il valore monetario del punto di invalidità cresce in modo esponenziale rispetto al crescere dell’invalidità, e l’altro è intrinseco nel valore economico areddituale assegnato ad ogni soggetto che è rappresentato dal suo 100% (valore che diminuisce all’aumentare dell’età).

Onde per cui se l’arto di un soggetto di 40 anni vale 60%, e quindi circa 510 mila euro, viene prima amputato del solo piede a seguito di un sinistro stradale perdendo il valore del 40% (ossia di 251 mila €) e qualche mese dopo a causa di altro fatto illecito (indipendentemente che sia un sinistro stradale o un errore medico) perde il resto dell’arto in quanto amputato al terzo medio di coscia, il secondo autore del fatto illecito dovrà risarcire al danneggiato il maggior danno del 20%.

E fin qui è tutto semplice!

Secondo il ragionamento del ctu il soggetto danneggiato, avendo avuto già risarcita la perdita del piede ed essendo due danni monocroni, non andrebbe risarcito col criterio del danno economico differenziale. Ossia al paziente il ctu risarcirebbe il corrispettivo economico pari al 20% che corrisponde a circa 70mila €.

Il tutto equivarrebbe a dire che se il soggetto 40enne avesse perso in un sol colpo un arto, sarebbe stato risarcito 510mila €, invece essendo stato sfigato per ben due volte “DEVE essere punito” abbassando il valore del suo arto a 321mila €. Il tutto significherebbe aver “derubato” il danneggiato!

Adesso tenuto a mente quanto suddetto riepiloghiamo la conclusione del CTU nella risposta alle note critiche:

“…La valutazione espressa parte dalla considerazione che il Periziando era affetto da preesistenze traumatiche ormai ampiamente stabilizzate: tali menomazioni costituiscono quindi ora, così come prima del subentrante danno iatrogeno, la condizione biologica propria del soggetto (il suo 100% per dirla grossolanamente), ovvero la sua “integrità psico-fisica” intesa come lo stato biologico proprio di ogni soggetto anche se portatore di qualsivoglia menomazione. Applicare il criterio del “danno differenziale” al caso di specie rappresenterebbe quindi un incongruo incremento del risarcimento in quanto un soggetto presentante oggettivamente un “minor valore” a causa di patologia preesistente riceverebbe un risarcimento superiore al soggetto sano per le stesse conseguenze dannose. Per estensione, e per chiarezza, invertendo l’ordine dei fattori, si potrebbe allora dire che un soggetto menomato dovrebbe essere risarcito in misura inferiore in quanto presentante, biologicamente e oggettivamente, un minor “valore” biologico. Ciò appare evidentemente contrario ad ogni logica e in contrasto con il codice civile. Vero che la Suprema Corte ebbe ad esprimersi favorevolmente alla applicazione del criterio differenziale. Ma la relativa (peraltro unica per quanto a conoscenza di chi scrive) sentenza si riferiva ad un danno iatrogeno conseguito ad incongruo trattamento di una lesione scheletrica prodotta da terzi (quindi da risarcire) la cui incongruità condizionò un peggioramento dei postumi permanenti. In tal caso, e giustamente, trattandosi di due danni monocroni, la Suprema Corte si espresse per una valutazione differenziale del danno iatrogeno. Ma si tratta di tutt’altra cosa rispetto al caso di specie per il quale le menomazioni preesistenti risultano già risarcite (anche se, contrariamente a quanto richiesto, nessun documento è stato fornito in merito)”.

Adesso, ammesso che riusciate a comprende il significato di quanto espresso dal CTU, vi sembra un ragionamento che proviene da qualcuno che ha riflettuto e che quindi possa permettersi di dare “suggerimenti al giudice? Penso di pensare bene quando rifletto su una possibile irritazione del ctu sul fatto che il periziando non si ritrova copia della ctu del sinistro stradale di 10 anni prima!

Ricordandovi di leggere anche l’articolo sul danno differenziale pubblicato il 15 marzo scorso (http://www.responsabilecivile.it/maggior-danno-danno-differenziale-ma-come-si-calcola/), dove ci sono più esempi esplicativi e ulteriori considerazioni sul danno differenziale, Vi riporto di seguito uno stralcio della sentenza di Cassazione alla quale il CTU si riferiva che è quella del 19 marzo 2014, n. 6341, la cui lettura mette in evidenza un ulteriore errore fatto dal consulente tecnico di ufficio nella sua relazione (http://www.responsabilecivile.it/adesso-e-il-ctu-che-gioca-a-fare-il-giudice/) in quanto egli ha valutato lo status preesistente sic et simpliciter senza considerare il miglioramento atteso dall’intervento chirurgico che avrebbe dovuto far parte del maggior danno da risarcire:

“…Tale danno, fermo che la situazione della integrità fisica del medesimo, in ragione di quanto ritenuto dalla c.t.u., in dipendenza della natura della lesione conseguita alla caduta e, quindi, per l’accadimento pregresso all’intervento, era ormai irrimediabilmente compromessa nella misura del 5%, esito non eliminabile in alcun modo dalla scienza medica, il danno-evento cagionato dalla cattiva esecuzione dell’intervento si è concretato nell’essere stata portata la situazione di menomazione all’integrità fisica dal 5% al 10%, là dove la prestazione medica eseguita al meglio avrebbe dovuto lasciare il ricorrente nella situazione invalidante al 5%. Il danno evento cagionato dalla cattiva esecuzione dell’intervento è, dunque, la determinazione di una situazione invalidante del 10%. La determinazione di tale situazione risulta ascrivibile alla sola cattiva esecuzione dell’intervento e lo è per essere stata l’integrità del ricorrente diminuita fino al 10%. Il danno evento così verificatosi, tuttavia, fino a concorrenza del 5%, non è imputabile alla resistente ed all’intimato perchè ciò che essi hanno determinato è sola la perdita di integrità dal 5% al 10%. Ora, nel liquidare il danno secondo il sistema tabellare, considerare l’equivalente di un’invalidità del 5% significa considerare un danno- evento diverso da quello cagionato dai responsabili, perchè la loro condotta ha cagionato il danno-evento rappresentato non dalla perdita dell’integrità fisica da zero al 5%, bensì in quella dal 5% al 10%. L’equivalente da considerare era, dunque, quello pari al 10%, ma, come correttamente prospetta il ricorrente non già nella integrità bensì solo in quello che, secondo le tabelle applicate rappresenta la differenza fra il valore dell’invalidità del 10% e quello del 5%. Di quest’ultimo, infatti – che non si sa se sia addebitabile al caso fortuito o a colpa dello stesso ricorrente in occasione della caduta da cavalo e della verificazione del trauma certamente determinanti, per effetto di cosa giudicata interna, in modo irreversibile un’invalidità fino al 5% – non debbono rispondere l’Ospedale ed il Si.. La sentenza impugnata, considerando l’equivalente dell’invalidità del 5% ha considerato, dunque, erroneamente il danno evento, che non era una perdita dell’integrità dal valore zero fino al 5%, bensì quello della perdita dell’integrità dal valore 5% al 10%.

La sentenza impugnata dev’essere, dunque, cassata sul punto in applicazione del seguente principio di diritto: “allorquando un intervento medico si esegua su una situazione di compromissione dell’integrità fisica del paziente e risulti, secondo le regole di una sua esecuzione ottimale e per quanto accertato a posteriori, che la situazione avrebbe potuto essere ripristinata soltanto in parte e non integralmente, e che, dunque, l’intervento comunque avrebbe lasciato al paziente una percentuale di compromissione della integrità, qualora la cattiva esecuzione dell’intervento abbia determinato una situazione di compromissione dell’integrità fisica del paziente ulteriore rispetto alla percentuale che non si sarebbe potuta eliminare, il danno-evento dev’essere individuato nella compromissione della integrità dal punto percentuale corrispondente a quanto non sarebbe stato eliminabile fino a quello corrispondente alla compromissione effettivamente risultante. Ne consegue che, ai fini della liquidazione con il sistema tabellare deve assumersi come percentuale di invalidità non quella corrispondente al punto risultante dalla differenza fra le due percentuali, bensì la percentuale corrispondente alla compromissione effettivamente risultante, di modo che da quanto monetariamente indicato dalla tabella per esso deve sottrarsi quanto indicato per la percentuale di invalidità non riconducibile alla responsabilità”.

 

Da buoni intenditori poche parole.

Cari lettori Vi pongo, dunque, una domanda: serve o no un buon medico legale nella valutazione del danno biologico specie se trattasi di un maggior danno?

 

 

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

SCARICA QUI LA CTU CON NOTE CRITICHE DEL CTP

Quello del danno differenziale è un tema dibattuto tra medici legali e giuristi sia in termini di significato che di calcolo economico.

Qualcuno finanche confonde il danno differenziale INAIL col danno differenziale da preesistenza patologica, che in verità partono da concetti differenti, ma hanno la stessa logica di calcolo.

Il danno differenziale INAIL è quello legato agli infortuni sul lavoro e calcolato con le tabelle di legge del danno biologico INAIL del 2000, il maggior danno in RC è quello che si calcola effettuando la differenza tra il danno globale di un organo o apparato e quello preesistente (stato anteriore) dello stesso organo o apparato.

Come vedete gli ambiti sono diversi ma il concetto è identico, come identico è il calcolo economico di tale danno differenziale o maggior danno.

Infatti, il danno differenziale INAIL è dato dalla differenza del danno calcolato con parametri civilistici in sede di giudizio (danno non patrimoniale in tutte le sue voci: biologico, morale ed esistenziale) con quello indennizzato dall’Inail (che prevede tabelle e valore punto differenti che sono omnicomprensivi del danno patrimoniale).

Il danno differenziale in RC (auto o medica o diversa) è apparentemente più complesso e, come suddetto, attiene alla valutazione di due stati menomativi di uno stesso organo o apparato, uno preesistente e l’altro attuale a seguito di fatto illecito. In responsabilità medica la preesistenza è sostituita dal postumo atteso (previsto in termini di regolarità causale) dopo una cura chirurgica o conservativa (per tale concetto si rimanda all’articolo del 10 marzo pubblicato su queste pagine).

Se comprendere il significato del concetto può sembrare semplice, la valutazione monetaria non appare altrettanto semplice in quanto oggi la giurisprudenza di merito è contrastante.

Vi riporto quanto scritto da un avvocato come commento all’articolo del 10 marzo: “…lei accenna alla questione assai delicata sulla liquidazione di tale pregiudizio per il quale ritengo debba essere liquidato il risultato della differenza dei valori MONETARI delle due distinte invalidità (su quella preesistente e poi su quella iatrogena) e non il semplice calcolo sulla differenza delle rispettive I.P.. Vedrà che risultato è ben diverso, in quanto il valore monetario del punto di invalidità cresce più che proporzionalmente rispetto al crescere dell’invalidità permanente”.

Beh, non si può che dare ragione all’avv. Riccardo e questa ragione ha ulteriori aspetti razionali che partono da una premessa: tale maggior danno economico trova fondamento solo su menomazioni appartenenti allo stesso organo o apparato in quanto tra di loro “concorrenti” e non su diversi organi o apparati in quanto coesistenti.

Che significa?

Il concetto è chiaro e trova riscontro anche sulle tabelle di legge (vedi la differenza tra cecità monoculare e bioculare e perdita di un rene con la perdita di entrambi i reni).

Il tutto si rifà alla perdita della funzione di un organo o di un apparato organo-funzionale e la sua valutazione. Se la perdita della funzione renale vale 85% che corrisponde alla somma di 815mila € (soggetto di 40 anni), mentre la perdita di un solo rene vale 28% e corrispondente a 130mila €, come si valuterà un danno della perdita totale della funzionalità renale su un monorene?

In termini di I.P. varrà 57% di maggior danno che in termini economici (tabelle di Milano 2014) corrisponderebbe a 469mila €. Allora se valutassimo un maggior danno con tale calcolo ristoreremmo equamente il danneggiato?

Se così fosse la cifra corrispondente a 815mila € sarebbe data dalla somma di 130 mila € + la somma di 469mila €. Se facciamo questo calcolo verrebbe un totale pari a 569mila € che sono di gran lunga inferiori alla somma di 815mila €. Insomma così procedendo “ruberemmo” al danneggiato un gruzzolo di 246mila €.

Evidentemente tale ragionamento vale per menomazioni che incidono sullo stesso organo o apparato organo-funzionale. Per tutte le menomazioni c.d. “coesistenti” il ragionamento non potrebbe funzionare per un semplice motivo (che trova conferma anche nelle tabelle di legge): ogni sistema organo funzionale vale un 100%.

Quindi un individuo vale molti 100%, concetto questo che molti giudici non condividono, ma che non sanno contrastare con adeguate motivazioni.

Ammettiamo di avere un soggetto cieco totale che compie la maggior parte degli atti quotidiani della vita anche solo con un amico a 4 zampe.

Se consideriamo che la sua cecità totale vale 85%, dovremmo considerare che tale soggetto nella sua totalità vale solo il 15% e che quindi tutti i successivi danni dovrebbero parametrarsi su tale residuo di validità.

Secondo voi è concepibile che un soggetto di 40 anni cieco totale abbia un valore residuo (eventualmente risarcibile) di meno di 130 mila € (dato dalla differenza tra il valore monetario del 100% al netto del valore monetario dell’85%)?

Consideriamo invece quanto vale questo 15% per un soggetto che ha solo quello. Non vale un 100% equiparabile a quello di un soggetto sano?

Allora siete convinti che la valutazione del maggior danno va fatta secondo il criterio suddetto (tra due menomazioni concorrenti) e non secondo l’irrazionale differenziale di I.P.?

Siete convinti inoltre che ogni individuo vale molti 100%? Se no, allora seguiteci ancora che approfondiremo il concetto di “perdita di funzionalità” su cui si basa la formula del danno differenziale (Delta = (D.B.1 + D.B.2) – D.B.1, dove D.B.1 + D.B.2 indica la globale compromissione di validità psico-fisica della persona) e proporremmo anche un metodo alternativo per valutare i danni “coesistenti” su soggetti già risarciti o con preesistenze naturali.

Dr. Carmelo Galipò

Assistenza Medico Legale
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