Tags Posts tagged with "deficit cognitivo"

deficit cognitivo

0
ctu previdenziale

Questo caso è l’esempio di quanto vale, nella ctu previdenziale, la cultura medico legale! Una indennità di accompagnamento valida solo in teoria: uno specialista in medicina legale non l’avrebbe mai concessa senza l’individuazione delle ADL perse.

Sembrerebbe banale la redazione di una ctu previdenziale, ma in fondo non lo è. E la relazione che si allega ne è un prova.

E un caso discusso come RCA qualche settimana fa in questa rubrica (Io Polemico) che riguardava un sinistro stradale di un soggetto anziano al quale veniva fratturato il polso e un femore e a motivo del quale rimaneva sulla sedia a rotelle.

Ma non si scrive questo articolo per ricollegarsi al precedente, bensì per valutare una ctu previdenziale dove veniva concessa l’indennità di accompagnamento prima del sinistro stradale a causa del quale oggi la signora si trova nell’incapacità di deambulare.

Infatti, come si legge in questa ctu previdenziale che si allega in calce, il beneficio di legge dell’accompagnamento viene “concesso” dal CTU per motivi di deficit cognitivo, ma tali motivazioni non risultano congrue (perchè non motivate adeguatamente) per la concessione del beneficio stesso.

Vediamo il perchè di tale riflessione e perchè un medico legale specialista è necessario per dare supporti scientifici alla giustizia:

“…Nel caso specifico, pur non essendoci una particolare menomazione che influisca in maniera determinate al mancato espletamento autonomo delle suddette ADL, la condizione di alterazione della capacità cognitiva determina, indipendentemente dal momento, una riduzione dello svolgimento di atti quotidiani necessari, con sicura autonomia…”.

Come si può facilmente leggere il ctu concede l’accompagno per un problema esclusivamente legato alla alterazione della capacità cognitiva anche se poi, a parte una discussione assolutamente teorica, dall’esame obiettivo risulta, per questo aspetto specifico: ” soggetto accessibile al dialogo, tono dell’umore livellato verso le basse polarità; vigilanza e coscienza integre, difficoltà di comunicazione i relazione a sfumato disorientamento temporo­ spaziale, curata sufficientemente nell’aspetto, normo-atteggiata verso l’esaminatore. Comportamento generale congruo. Deficit attentivo e della memoria e medio e breve termine”.

Da questo esame obiettivo, ad eccezione del deficit attentivo, nulla si rileva di adeguata importanza per la concessione dell’indennità di accompagnamento.

Anche la raccolta anamnestica nulla riporta delle eventuali conseguenze di tale deficit attentivo che può far dedurre la necessità dell’aiuto di terzi per lo svolgimento delle attività di base della vita quotidiana, come poteva essere, per esempio, la necessità della somministrazione dei farmaci salvavita (questione esistente nella storia della perizianda che si conosce).

Insomma, scarsa attenzione del ctu e insufficiente motivazione.

Per concludere un altro “vizietto” della consulenza: perchè l’indennità di accompagnamento è stato concesso dalla data della visita se il deficit cognitivo dipende dalla malattia di Alzheimer che certo non le è sopraggiunto in quel giorno o che comunque non le si è peggiorato durante la visita peritale?

Dunque si può concludere che non basta una specializzazione qualsiasi per fare il medico legale, ma quella specifica che esiste da decenni!

Dr. Carmelo Galipò

(Pres. Accademia della Medicina Legale)

Leggi la CTU

Leggi anche:

COMPONENTE DINAMICO-RELAZIONALE DEL DANNO BIOLOGICO PER LA CASSAZIONE

 

0
Linee guida sul morbo di Alzheimer

Sono state rilasciate le prime linee guida sul morbo di Alzheimer che permetteranno di valutare il deficit cognitivo sospetto di essere un esito della malattia

Sono state rilasciate delle linee guida sul morbo di Alzheimer in occasione dell’edizione 2018 dell’Alzheimer’s association international conference (Aaic), a Chicago.

Queste permetteranno la valutazione del deficit cognitivo sospetto di essere un esito della malattia di Alzheimer (Pd) o di forme di demenza correlate, rivolte all’assistenza sia primaria che specialistica.

Il concetto centrale del documento che riporta le linee guida sul morbo di Alzheimer è la raccomandazione secondo cui, tutte le persone di mezza età o più anziane che riportano cambiamenti cognitivi, comportamentali o funzionali siano sottoposte a una valutazione multidisciplinare tempestiva.

Nello specifico, si evidenzia che eventuali fonti di preoccupazioni non dovrebbero essere banalizzate come fenomeni dovuti al “normale invecchiamento”.

Le linee guida sul morbo di Alzheimer fanno riferimento a una ampia categoria di “sindromi comportamentali cognitive”.

Queste possono portare a sintomi sia comportamentali che cognitivi di demenza.

Ciò significa che facilmente possono produrre cambiamenti importanti sull’umore e la personalità del paziente.

Le linee guida sul morbo di Alzheimer comprendono 20 raccomandazioni di consenso, di cui 16 di tipo “A”.

Tali raccomandazioni devono essere messe in atto dato che, in quasi tutte le circostanze, se seguite in modo aderente miglioreranno i risultati. Esse ricordano l’importanza di raccogliere l’anamnesi sia dal paziente sia da qualcuno che lo conosce bene .

Ciò dovrà avvenire per consentire di stabilire la presenza e le caratteristiche di eventuali cambiamenti sostanziali e classificare la sindrome cognitivo-comportamentale.

Anche per due raccomandazioni “B” si afferma che dovrebbero essere effettuate perché nella maggior parte dei casi miglioreranno gli esiti.

Esse sostengono che si dovrebbe eseguire una risonanza magnetica (Rm) o una tomografia computerizzata (Tc) per aiutare a stabilire l’eziologia di una sindrome cognitivo-comportamentale in valutazione.

Nell’altra, gli esperti invitano a ricorrere all’imaging molecolare con tomografia a emissione di positroni (Pet) e fluorodesossiglucosio (Fdg) quando vi è ancora incertezza diagnostica circa l’eziologia dopo la valutazione dell’imaging strutturale.

Vi sono inoltre due raccomandazioni “C” relative a interventi che potrebbero essere eseguiti e migliorare i risultati.

La prima suggerisce di raccogliere un campione di liquido cerebrospinale per analizzare i profili dell’amiloide beta-42 e della proteina tau. L’altra sostiene che, se esiste ancora incertezza diagnostica, può essere eseguita una scansione PET dell’amiloide.

Alireza Atri, co-chairman del gruppo degli estensori di queste linee guida sul morbo di Alzheimer, sostiene che “queste linee guida non sono pensate per gravare sul clinico, dovrebbero anzi potenziare il medico e guidarlo attraverso il processo decisionale. Potrebbero anche aiutare a ridurre le ambiguità e alle impasse incontrate nei sistemi sanitari e nelle compagnie assicurative”.

 

Leggi anche:

MALATI DI ALZHEIMER, SPERIMENTATA TECNICA PER RIACCENDERE I RICORDI

0

Scarsa la prevenzione. Anziani a rischio deficit cognitivo

Difficoltà di masticazione, senso di vergogna, problemi digestivi, tendenza all’isolamento, minore autostima e difficoltà nel parlare, disturbi mentali e cognitivi. Sono queste le principali conseguenze, di natura fisica ma anche psicologica, per la perdita dei denti; un problema che, in base a quanto emerge da un’indagine commissionata a Doxa dall’Accademia Italiana di Odontoiatria Protesica, riguarda circa 19 milioni di italiani nella fascia di età compresa tra i 40 e i 75 anni.

Per il 77% del campione su cui è stata svolta la ricerca, perdere i denti è un evento molto traumatico, soprattutto se riguarda quelli anteriori. Più sensibili al tema sono le donne, i soggetti più scolarizzati, i 45-64enni e i residenti al Nord Italia. Ciononostante il 27% degli interessati non interviene per ripristinare gli elementi mancanti, rivelando di non averne “sentito la necessità” ma ponendo alla base della scelta anche motivazioni economiche e il timore di provare dolore. Tra coloro che invece optano per la reintegrazione, la quasi totalità (99%) preferisce rivolgersi a un professionista in Italia – sfatando così il mito dei viaggi nell’Est Europa per cure low lost – con un grado di soddisfazione decisamente elevato, sia per il lavoro del dentista (molto soddisfatti 64%) sia per la soluzione protesica utilizzata (molto soddisfatti 60%), che mediamente dura da 11 anni.

“La perdita dei denti naturali è un fenomeno pervasivo tra gli italiani over 40, al punto da poterlo definire un vero problema di salute pubblica”, ha esordito Massimo Sumberesi, Head of Doxa Marketing Advice. “Al 70% degli intervistati manca almeno un dente: in media, i 40-44enni ne hanno persi 4 e i 65-75enni 10. Proprio nel segmento più agé si riscontra la situazione più critica, con un numero medio di denti naturali residui inferiore a 20. In generale, giocano un ruolo differenziale l’età e la scolarità del campione: più aumentano gli anni e diminuisce il livello di istruzione, più i soggetti tendono a trascurare il problema. La nostra indagine ha rilevato che gli anziani e le persone culturalmente meno evolute sono anche più fatalisti e rassegnati nei confronti dell’edentulia. Paradossalmente, chi ha meno denti si sottopone anche con minore frequenza a visite di controllo. Nel complesso, sebbene la maggioranza degli interpellati dichiari che la perdita della dentatura si possa prevenire, i comportamenti messi in atto non sempre sono coerenti e corretti, ai fini di una reale prevenzione”.

Fra i fattori decisivi di questo quadro allarmante, vi sarebbe la mancanza di prevenzione. Benché 1 intervistato su 2 consideri la perdita dei denti qualcosa di ineluttabile e legato all’invecchiamento, il 91% si dice convinto che il fenomeno si possa evitare, ma i comportamenti adottati sono poco in linea con questo scopo: il 20% ritiene sufficienti, infatti, un’attenta igiene orale e sani stili di vita, senza doversi sottoporre a periodiche visite di controllo; 1 su 6 non va dal dentista da oltre un anno e il 30% vi si reca solo se ha una criticità da risolvere. A frequentare poco lo studio odontoiatrico sono soprattutto gli over 65, con pochi denti, bassa scolarità e residenti nel Centro-Sud, ossia le categorie più a rischio di sviluppare problemi di salute causati da una masticazione compromessa.

“Nel 2003 l’OMS ha dichiarato che lo stato di salute orale rappresenta un elemento determinante nel mantenimento del benessere generale, riconoscendo per la prima volta l’influenza che l’apparato masticatorio può esercitare sul resto dell’organismo”, ha spiegato Fabio Carboncini, Presidente AIOP. “Facendo una proporzione in base ai dati rilevati nel sondaggio, 5 milioni di italiani fra i 40 e i 75 anni hanno deciso di non reintegrare i denti mancanti. Nel gruppo dei 65-75enni, un terzo del campione ha perso oltre 10 denti, con serie ripercussioni sulla funzione masticatoria. Recenti lavori scientifici hanno fatto il punto sulle attuali conoscenze circa il rapporto tra masticazione e funzioni cerebrali superiori. Oggi sappiamo che l’atto masticatorio favorisce l’afflusso di sangue al cervello e agisce positivamente su memoria, apprendimento e stato di veglia. Una masticazione ridotta, invece, costituisce un fattore di rischio epidemiologico per lo sviluppo di deficit cognitivi, demenza e sindromi depressive. La riabilitazione protesica di pazienti parzialmente e totalmente edentuli rappresenta quindi un intervento indispensabile non solo per contribuire a un bel sorriso e a migliori condizioni di nutrizione, ma anche per rallentare i processi d’invecchiamento del sistema nervoso centrale negli anziani”.

0

Uno studio sugli over 65 con lieve deficit cognitivo fornisce informazioni utili per la messa a punto di interventi di prevenzione e trattamento della patologia

Il manifestarsi di difficoltà nell’esecuzione delle attività quotidiane più complesse consente di predire, con un anticipo di otto anni, lo sviluppo di demenza nelle persone affette da deficit cognitivo lieve (Mci-Mild Cognitive Impairment). È quanto emerge da uno studio condotto su 2.400 ultrasessantacinquenni pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease.

La ricerca è stata realizzata nell’ambito del progetto Ilsa (Italian Longitudinal Study on Aging) dai ricercatori Antonio Di Carlo dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) e Domenico Inzitari dell’Università di Firenze, sotto il coordinamento di Emanuele Scafato dell’Istituto superiore di sanità.

“La vita quotidiana – afferma Di Carlo – presuppone lo svolgimento di attività elementari, quali lavarsi, vestirsi, alimentarsi, e di attività più complesse, definite strumentali, come usare il telefono, fare acquisti, preparare il cibo, effettuare le pulizie domestiche, utilizzare i mezzi di trasporto, maneggiare il denaro, assumere autonomamente eventuali terapie. La ricerca ha dimostrato che avere problemi nelle seconde, le più complesse, permette di predire lo sviluppo di demenza in chi è affetto da Mci, e questo indipendentemente dall’età, dal sesso e dalla presenza di altre malattie”.

Lo studio ha inoltre individuato un legame tra il numero di attività strumentali che creano problemi e lo sviluppo della demenza. “Incontrare difficoltà in una sola delle attività complesse – spiega ancora il ricercatore – raddoppia il rischio di demenza, mentre se le attività interessate sono più di quattro il rischio aumenta di nove volte nei successivi otto anni”.

Lo studio Ilsa, il primo a livello nazionale che si occupa delle problematiche relative all’invecchiamento e alle condizioni di salute degli over 65 italiani, ha fornito stime sulla frequenza della demenza nel nostro Paese. “In Italia – conclude Di Carlo – le persone affette da questa patologia sono circa 700mila e circa 150mila i nuovi casi ogni anno; gli ultrasessantacinquenni affetti da deficit cognitivo lieve sono circa tre milioni: un anziano su quattro. Per loro il rischio di demenza è significativamente superiore rispetto agli anziani con funzioni cognitive normali. Questa ricerca fornisce informazioni utili per la messa a punto di interventi di prevenzione e trattamento, contribuendo così a ridurre i rilevanti costi umani, sociali ed economici di questa malattia”.

deficit cognitivo responsabile civile

Miglioramenti grazie al trattamento di patologie come l’Alzheimer con integrazioni alla dieta di melatonina (1 mg), triptofano (95 mg), e omega 3 (Dha 720 mg, Epa 286 mg)

Un’integrazione nella dieta a base di melatonina, triptofano e omega 3 può aiutare le funzioni cognitive, le capacità verbali e la sensibilità olfattiva di soggetti anziani affetti da deficit cognitivo causato da patologie come il morbo di Alzheimer che portano a una progressiva demenza degenerativa.

A scoprire il nuovo trattamento sarebbe uno studio recente di Rondanelli et al che ha sperimentato come questa supplementazione fornisca maggiore fluidità alla membrana plasmatica di molte cellule (tra cui anche quelle nervose e i globuli rossi) comportando un netto miglioramento dell’attività dell’acetilcolinesterasi e un aumento degli scambi di ossigeno e, quindi, aumento del metabolismo aerobico, delle funzioni mitocondriali e della sintesi di ATP.

Ma la maggiore fluidità di membrana concorre anche a migliorare l’attività dei recettori dell’insulina (riducendo l’insulino-resistenza nelle cellule cerebrali, cioè lo stato che, come è stato dimostrato, è una delle cause principali degli episodi neurodegenerativi che insorgono con l’Alzheimer).

Tra gli omega 3, il Dha in particolare ha dimostrato di essere in grado di aumentare la funzionalità dei neurotrasmettitori migliorando, quindi, memoria e apprendimento.

LE ULTIME NEWS

riforma della magistratura onoraria

0
L’iter parlamentare del ddl di riforma della magistratura onoraria, che prevede il superamento della riforma Orlando, inizierà ora il suo iter parlamentare in...