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In caso di soppressione di una posizione lavorativa, la privazione totale delle mansioni di un lavoratore, non può essere una valida alternativa al licenziamento

La vicenda

Nel 2017 la Corte d’Appello di Roma aveva confermato la sentenza di primo grado con la quale una società di trasporti era stata condannata a risarcire un proprio dipendente per il danno, patrimoniale e non patrimoniale, derivatogli dalla privazione delle mansioni, avvenuta dal luglio 2005 fino al licenziamento.

A sostegno della propria decisione, la Corte territoriale aveva ritenuto non fondata la deduzione della società datrice di lavoro secondo cui “il mantenimento del rapporto di lavoro era avvenuto esclusivamente nell’interesse del lavoratore, in quanto a seguito della soppressione della posizione lavorativa da questi rivestita nella organizzazione aziendale (giornalista addetto all’ufficio stampa) il rapporto si era svolto al solo fine di cercare una soluzione concordata, che potesse preservarne l’occupazione”.

In altre parole, a detta della società ricorrente il contestato demansionamento non costituiva un fatto illecito posto che esso era stato adottato al solo fine di consentire al lavoratore di conservare il suo posto di lavoro.

Ma per il giudice dell’appello la società avrebbe potuto legittimamente porre fine al rapporto di lavoro a fronte di un giustificato motivo oggettivo di licenziamento piuttosto che mantenere in vita un rapporto nel quale la professionalità del lavoratore fosse pregiudicata dalla totale assenza di mansioni.

La disciplina delle mansioni all’epoca vigente avrebbe consentito, infatti, l’attribuzione al lavoratore, con il suo consenso, di mansioni inferiori – quando tale scelta fosse stata l’unica in grado di preservare l’occupazione – ma non il mantenimento di un rapporto svuotato totalmente di contenuto professionale.

Ebbene, la decisione è stata confermata anche dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Il patto di demansionamento e l’obbligo di repechage

Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, la soppressione della posizione lavorativa occupata dal dipendente obbliga il datore di lavoro alla assegnazione di altre mansioni professionalmente equivalenti – ove disponibili nella organizzazione aziendale – nonché- previo consenso di quest’ultimo – anche di mansioni di contenuto professionale inferiore (cd. patto di demansionamento).

La eventuale impossibilità di assolvere al suddetto obbligo di repechage costituisce elemento integrativo della fattispecie del giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

La privazione totale delle mansioni, che costituisce violazione di diritti inerenti alla persona del lavoratore oggetto di tutela costituzionale, non può essere invece, una alternativa al licenziamento.

Per tutti questi motivi, la sentenza impugnata è stata confermata e respinto il ricorso del datore di lavoro.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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costretto

Aveva denunciato di esser stato costretto, per anni, a lavorare in condizioni lavorative “stressogene”, ma per i giudici della Cassazione il comportamento datoriale non era stato caratterizzato da iniziative idonee a ledere i diritti fondamentali del dipendente

La vicenda

Un’azione volta ad ottenere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, quantificato nella somma di 1.056.512 euro a carico del proprio datore di lavoro, per aver tenuto una condotta mobbizzante nei suoi confronti, nel lungo periodo compreso tra il 1996 il 2004.

In primo grado la domanda era stata respinta con sentenza confermata anche in appello.

Nella specie, la corte d’appello di Roma aveva ritenuto non raggiunta la prova né della sistematica emarginazione del dipendente “protratta per anni” e presuntivamente mossa da un intento persecutorio né del contestato demansionamento.

Ma per l’originario attore, così facendo la corte di merito sarebbe incorsa in errore, avendo fatto cattiva applicazione delle disposizioni vigenti in materia di distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 c.c.).

Quindi il ricorso per Cassazione.

Il “mobbing” lavorativo e l’onere della prova

Premesso che è configurabile il “mobbing” lavorativo ove ricorra l’elemento obiettivo, integrato da una pluralità di comportamenti del datore di lavoro, e quello soggettivo dell’intendimento persecutorio del datore medesimo, è onere del lavoratore che lo denunci e che chieda di essere risarcito, provare l’esistenza di tale danno e il nesso causale con il contesto di lavoro.

Ebbene, secondo i giudici della Cassazione, la corte territoriale esattamente applicando tale regola e sulla base delle allegazioni e delle prove acquisite in giudizio, aveva ritenuto non provato che le singole condotte denunciate, fossero state connotate da un’emarginazione o da un intento persecutorio del datore di lavoro.

Nella sostanza aveva escluso che il comportamento datoriale fosse stato caratterizzato da iniziative che potessero ledere i diritti fondamentali del dipendente mediante l’adozione di condizioni lavorative “stressogene”.

Quanto, invece, al lamentato progressivo demansionamento, la stessa Corte di merito non aveva potuto compiere un puntuale accertamento, dal momento che il lavoratore aveva omesso di allegare l’esatta descrizione delle mansioni svolte in precedenza.

Per tutti queste ragioni, la decisione impugnata è stata confermata e respinto in via definitiva, il ricorso del lavoratore dipendente.

La redazione giuridica

 

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L’INAIL RISPONDE DELLA DOMANDA DI RISARCIMENTO DANNI DA MOBBING

demansionamento

Dal 6 al 10 maggio flashmob e infopoint infermieristici in tutta Italia per dire no al demansionamento

“Proclamiamo la mobilitazione degli infermieri italiani per combattere contro il grave fenomeno del demansionamento per la settimana che va dal 6 al 10 maggio”. Lo annuncia il sindacato degli infermieri Nursing Up. L’iniziativa rientra nell’ambito della campagna #noaldemansionamento, lanciata dall’organizzazione di categoria lo scorso 7 marzo durante l’Assemblea nazionale che si è tenuta a Roma.

Non sarà solo un momento di protesta – fa sapere Nursing Up -.Gli eventi avranno un carattere di inclusività verso la popolazione, proponendo attività di cui i cittadini potranno usufruire, come ad esempio  la misurazione della pressione.

“Il demansionamento degli infermieri- afferma il presidente Nursing Up Antonio De Palma – scaturisce come conseguenza delle criticità del contesto sanitario, caratterizzato, ora più che mai, dalla disorganizzazione del lavoro che dipende dalla carenza o assenza di personale ausiliario e da politiche decennali tese a depauperare il Servizio pubblico. Tagliare le risorse ad esso destinate, lo sappiamo bene, significa comprimere i diritti che fanno capo sia al cittadino, che chiede legittimamente di essere curato, sia al lavoro degli infermieri costretti a svolgere funzioni improprie, i quali, perdendo dignità e valorizzazione, vedono scadere loro malgrado la qualità dell’assistenza”.

Per il leader sindacale è giunta l’ora di serrare i ranghi della categoria che sopporta da lungo tempo condizioni di lavoro inaccettabili.

Il tutto a fronte di un’evoluzione della figura infermieristica dal punto di vista della responsabilità professionale e dell’inquadramento, ma senza i relativi riconoscimenti al livello di valorizzazione professionale.

“Lottiamo tutti insieme, uniti e solidali, contro il demansionamento degli infermieri per esercitare la professione senza doverla sacrificare per logiche di risparmio che danneggiano l’assistenza ai cittadini. Non basta vincere nelle aule di tribunale – avverte De Palma – ma ci vuole un grado maggiore di consapevolezza da parte di ognuno di noi. Ce lo impone il nostro codice deontologico e ce lo chiede in primis la gente che attende mesi in lista d’attesa per accedere ad una visita specialistica”.

“Adesso occorre un cambiamento culturale – conclude il presidente Nursing Up – per aiutare gli infermieri a fermare le pericolose ricadute che il fenomeno comporta sulla qualità dell’assistenza ai cittadini. Con questa campagna vogliamo richiamare le Aziende sanitarie alle loro responsabilità, informare i professionisti sulla problematica e affrontarla concretamente acquisendo le denunce di ciò che accade”.

 

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BOLOGNA, INFERMIERI A CHIAMATA GESTITI DA STUDI SENZA REQUISITI

addette alle vendite

L’azione era stata proposta da due lavoratrici, impiegate in un supermercato come addette alle vendite, inquadrate nel 5° livello del CCNL del Commercio, con prestazione della propria attività in turni prestabiliti

Da qualche tempo, l’azienda aveva adottato una disposizione di carattere generale, affissa in bacheca in cui era prevista una “pianificazione delle pulizie”, a cui anche le suddette lavoratrici avrebbero dovuto aderire. Nella specie queste ultime avrebbero dovuto svolgere mansioni inferiori a quelle di addette alle vendite, quali la pulizia dei servizi igienici, della zona carrelli e dell’area del cortile destinato al parcheggio.

Dopo essersi opposte, il datore di lavoro le sanzionava disciplinarmente con la multa e la sospensione dal lavoro.

La decisione, impugnata dinanzi al Tribunale di Reggio Emilia veniva dichiarata illegittima con sentenza confermata anche in appello.

Nella specie, la corte bolognese aveva rilevato che le mansioni delle ricorrenti, descritte nella lettera di assunzione, si riferivano a quelle indicate dal CCNL con riferimento all’addetto alle vendite di 5° livello e che il richiamo che il contratto individuale faceva, per una migliore precisazione delle mansioni, alla cd. job description, sottoscritta da entrambe le parti, non era tale da consentire lo svolgimento delle attività di pulizia richieste.

Alle lavoratrici era possibile richiede delle mansioni aggiuntive ma nei limiti di quanto disposto dall’art. 2013 c.c., il cui contenuto, in quanto norma in bianco, può essere integrato unicamente con il mansionario previsto dal CCNL.

In altre parole, le due addette alle vendite avrebbero potuto, tutt’al più dedicarsi alla pulizia della propria cassa a fine turno, al riordino e alla gestione della merce rotta, al controllo che gli spazi comuni quali i bagni, il magazzino ed il parcheggio, fossero in ordine e solo “all’occorrenza” avrebbero potuto essere adibite a operazioni di pulizia, sistemazione dei locali o scarico merce.

In base alla job description non vi erano margini per ampliare compiti accessori che non fossero quelli rientranti nel predetto mansionario.

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione i quali hanno preliminarmente ricordato che “gli obblighi del contratto individuale di lavoro, nel caso di specie, in particolare, l’obbligo di diligenza del prestatore di lavoro sancito dall’art. 2004, comma 2 c.c. trova il limite nel corrispondente obbligo del datore di lavoro di cui all’art. 2013 c.c., di adibire il lavoratore alle mansioni di assunzione nella qualifica attribuita, in base alle declaratorie del CCNL applicabile”.

La contrattazione individuale tra datore e prestatore di lavoro non può, per espressa statuizione legislativa di cui all’ultimo capoverso dell’art. 2013 c.c., statuire diversamente, pena la nullità di tale patto contrario.

Ebbene, nel caso in esame, la job description contenente l’elencazione e descrizione dei compiti accessori e fatta sottoscrivere dai dipendenti unitamente al contratto, rivestiva proprio la natura di patto aggiuntivo che tuttavia, non rispettava il divieto legislativo di assegnare mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza.

Non a caso tale patto aggiuntivo, aveva previsto un impiego dei dipendenti “all’occorrenza”, nelle mansioni di pulizia e di scarico con ciò postulando un concetto di esigenza di impiego del lavoratore nella mansione inferiore se non imprevedibile, quanto meno necessitata e contingente.

La decisione

L’utilizzo di fatto, costante secondo un turno programmato di un lavoratore o di una lavoratrice in mansioni inferiori, neanche complementari a quelle del profilo rivestito, finalizzato di fatto, alla copertura di posizioni lavorative (quali l’addetto alle pulizie) non presenti nell’organico aziendale, certamente -a detta degli Ermellini –  non può ritenersi rispettoso del principio di tutela della professionalità di cui all’art. 2013 c.c., mancando proprio quelle motivate esigenze aziendali, anche connotate da temporaneità o da altrettante obiettive ragioni contingenti, che legittimano l’utilizzo del dipendente in mansioni non corrispondenti al livello o alla qualifica rivestita”.

Per tali motivi la sentenza impugnata è stata confermata e respinto il ricorso del datore di lavoro.

La redazione giuridica

 

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L’INAIL RISPONDE DELLA DOMANDA DI RISARCIMENTO DANNI DA MOBBING

allenatore

Forzata inattività lavorativa per un allenatore di calcio. I giudici della Cassazione ci spiegano quali sono le voci di danno risarcibili

In primo grado gli era stato riconosciuto il risarcimento del danno morale ed esistenziale, da prolungata inattività lavorativa, dichiarando la società di calcio, responsabile per la dequalificazione professionale subita dal ricorrente. Si trattava di uno sportivo che aveva cominciato la sua carriera, dapprima come calciatore e poi come allenatore e, infine come responsabile del settore giovanile alle dipendenze della S.S. Lazio.

Ma dal 2003 era stato messo in panchina.

Quindi il suo ricorso al giudice del lavoro.

Come anticipato, in primo grado, la sua domanda aveva ritrovato riconoscimento soltanto con riferimento al danno non patrimoniale; era invece, stata respinta la domanda di risarcimento del danno patrimoniale alla professionalità.

Neanche dopo il ricorso in appello tale istanza aveva trovato accoglimento; cosicché la vicenda finiva direttamente ai giudici della Cassazione.

Tra gli altri motivi, il lavoratore censurava la sentenza d’appello per essersi discostata dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 7963 del 2012; n. 11430 del 2006; n. 4766 del 2006; n. 10 del 2002; n. 6265 del 1995) nel non considerare la forzata inattività di per sé quale fonte di danno ed aveva, anche, omesso di esaminare il demansionamento quale specifica voce di danno allegato dal lavoratore e non contestato dalla società.

Tale ultimo aspetto andava, diversamente, valorizzato nelle sue componenti patrimoniale e non patrimoniale. In altre pronunce la Corte di Cassazione aveva riconosciuto nei casi di forzata inattività, “la mortificante perdita di professionalità e di immagine professionale“; così realizzando un trattamento difforme di casi simili con inevitabile violazione degli artt. 3 e 111 della Costituzione, che impongono la parità di trattamento e l’obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali.

Interessante è l’osservazione compiuta dai giudici della Cassazione in ordine alla richiesta di censura della sentenza impugnata per non aver ritenuto provato, tramite il ricorso a presunzioni, il danno patrimoniale alla professionalità.

Occorre premettere che nella giurisprudenza di legittimità si è da tempo consolidato il principio che ritiene la violazione degli obblighi di tutela della professionalità, della salute e della personalità morale dei lavoratori, quale inadempimento contrattuale.

Inadempimento e danno risarcibile: opportuna distinzione

È stato inoltre, precisato (cfr. anche Cass. 25743 del 2018; n. 1327 del 2015; n. 19785 del 2010) come dall’inadempimento datoriale non derivi automaticamente l’esistenza di un danno.

È importante, quindi, ribadire la distinzione tra “inadempimento” e “danno risarcibile” secondo gli ordinari principi civilistici della responsabilità contrattuale e, quindi tra il momento della violazione degli obblighi datoriali, e quello della produzione del pregiudizio, nei differenti aspetti che lo stesso può assumere.

Ciò proprio in ragione del fatto che dall’inadempimento datoriale possono derivare, astrattamente, una pluralità di conseguenze lesive per il lavoratore (danno professionale in senso patrimoniale, danno biologico, danno all’immagine o alla vita di relazione, sintetizzati nella locuzione danno cd. esistenziale), che possono anche coesistere l’una con l’altra, con conseguente necessità di specifica allegazione e prova da parte di chi assume di essere stato danneggiato.

La prova del demansionamento

La prova del danno da demansionamento e dequalificazione professionale può essere data dal lavoratore, attraverso l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, potendo a tal fine essere valutati la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione (Cass. n. 25743 del 2018; n. 19778 del 2014; n. 4652 del 2009; n. 29832 del 2008).

Con particolare riferimento al danno professionale di natura patrimoniale, poi, è stato precisato (S.U. n. 6572 del 2006) che esso può consistere sia nel pregiudizio derivante dall’impoverimento della capacità professionale acquisita dal lavoratore e dalla mancata acquisizione di una maggiore capacità, sia nel pregiudizio subito per perdita di chance, ossia di ulteriori possibilità di guadagno.

Ma questo pregiudizio non può essere riconosciuto, in concreto, se non in presenza di adeguata allegazione, ad esempio deducendo l’esercizio di una attività (di qualunque tipo) soggetta ad una continua evoluzione, e comunque caratterizzata da vantaggi connessi all’esperienza professionale e dunque, destinati a venire meno in conseguenza del loro mancato esercizio per un apprezzabile periodo di tempo.

Nella stessa logica si pone anche il danno conseguente alla perdita di chance, ovvero delle ulteriori potenzialità occupazionali o di ulteriori possibilità di guadagno. Anche tale voce di danno richiede la prova in concreto, indicando, nella specifica fattispecie, quali aspettative, sarebbero state conseguibili in caso di regolare svolgimento del rapporto, sono state, invece, frustrate dal demansionamento o dalla forzata inattività.

La conferma della decisione impugnata

Secondo i giudici della Cassazione, la sentenza impugnata andava confermata, posto che la Corte d’appello si era attenuta ai principi di diritto sopra richiamati, specie nel momento in cui aveva addossato al lavoratore l’onere di allegazione e prova degli indici presuntivi del danno patrimoniale subito ed aveva ritenuto, invece, non adeguatamente assolto tale onere, sul rilievo che lo stesso lavoratore avesse espressamente formulato la domanda risarcitoria come relativa ad un danno in re ipsa.

Ricorso dunque rigettato con condanna al pagamento delle spese di giudizio.

La redazione giuridica

 

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demansionamento

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per la società datrice di lavoro a corrispondere ad un proprio lavoratore dipendente un indennizzo pari al 50% della retribuzione annua lorda per ogni anno di demansionamento, a titolo di ristoro del relativo pregiudizio

La vicenda

In primo grado, il Tribunale di Roma aveva riconosciuto il demansionamento subito dal ricorrente nel periodo di lavoro intercorso tra l’agosto 1998 ed aprile 2003. Aveva pertanto condannato l’azienda datrice di lavoro al risarcimento del danno quantificato nella misura pari al 50% della retribuzione annua lorda per ogni anno di demansionamento, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria.

Aveva inoltre condannato la predetta società al pagamento della somma di € 20.400 a titolo di ulteriori differenze retributive fra la qualifica di quadro e quella effettivamente rivestita nel maggio 2001/ dicembre 2004.

In secondo grado, la corte d’appello aveva parzialmente riformato tale decisione senza, tuttavia, disconoscere che il dipendente era stato lasciato a lungo in una condizione di demansionamento la quale, seppure non connotata da caratteristiche di vessatorietà ed intenzionalità proprie del mobbing, risultava senza dubbio negativa per la sua professionalità.

Il dipendente era, infatti, stato costretto in una situazione di inattività professionale protrattasi per lungo tempo.

A tale situazione connessa al demansionamento (in quanto idoneo a compromettere il patrimonio di esperienza e qualificazione professionale, a prescindere dall’esistenza di specifiche aspettative di progressione di carriera) la corte territoriale disponeva la liquidazione in via equitativa del relativo ristoro, determinato in misura corrispondente alla metà della retribuzione percepita per ogni anno di demansionamento, oltre accessori.

Ma cosa ne pensano i giudici della Cassazione?

Ebbene i giudici della Suprema Corte hanno confermato il giudizio espresso in sede di appello.

Ed in effetti, la corte territoriale aveva, in conseguenza all’accertato demansionamento, riconosciuto il pregiudizio al patrimonio di esperienza e di qualificazione professionale, configurato quale espressione di un diritto primario, a prescindere dall’esistenza di specifiche aspettative di progressione di carriera.

In tal modo – aggiungono gli Ermellini – ha dimostrato di interpretare la tutela accordata al lavoratore dall’art. 2103 c.c. come estesa ad un ambito più ampio rispetto a quello strictu sensu legato alla professionalità intesa come diritto di progressione di carriera.

Corretta anche la quantificazione dell’indennizzo.

La redazione giuridica

 

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MOBBING IN AMBITO LAVORATIVO: RESPINTO IL RICORSO DI UN LAVORATORE

dirigente

Era impiegato come dirigente di una società commerciale. Dopo qualche tempo presentava una lettera di dimissioni al proprio datore di lavoro

Era stato accertato, nel corso del giudizio di appello che il motivo delle dimissioni fosse proprio la dequalificazione professionale: da dirigente a semplice venditore.

Sennonché i giudici della Corte d’Appello di Roma, con propria sentenza, avevano condannato la società a corrispondere in favore del dipendente, l’indennità sostitutiva del preavviso e l’indennità supplementare, oltre al danno non patrimoniale subito dal lavoratore.

La decisione dei giudici dell’appello giungeva in totale riforma di quella emessa dal giudice di primo grado, il quale aveva escluso la circostanza che le nuove mansioni di studio, cui era stato adibito il dipendente, fossero dequalificanti e tali da giustificare un pregiudizio e la richiesta di dimissioni.

Dov’è la verità?

Il ricorrente, era responsabile vendite per il Lazio e l’Abruzzo. Per tali ragioni, si occupava della attività di coordinamento e direzione del personale, delle nuove assunzioni, di disporre e approvare i piani ferie, di programmare gli orari di apertura e chiusura dei punti vendita, realizzare congressi con i venditori e con tutto il personale.

Dopo alcune difficoltà operative, la società lo aveva adibito alla mansione di semplice addetto alle vendite … fino alle dimissioni.

Il ricorso per Cassazione

Avverso la sentenza di condanna emessa dai giudici della Corte territoriale adita, proponeva ricorso per cassazione, la società datrice di lavoro, asserendo che le nuove mansioni cui era stato adibito il dipendente non erano da considerarsi dequalificanti o inferiori a quelle svolte in precedenza. Gli era stato infatti, affidato un importante incarico di studio e di ricerca, da svolgere alle dirette dipendenze dell’Amministratore delegato; incarico che avrebbe comportato un confronto costante con gli addetti al settore cooperazioni clienti/auto per le regioni Lazio e Abruzzo in ordine al sistema vendita.

Niente da fare … Le allegazioni introdotte dall’azienda, non convincono i giudici della Cassazione, secondo i quali la sentenza impugnata è conforme ai principi di legge nonché agli insegnamenti della giurisprudenza di legittimità in materia.

Il dimensionamento è stata la causa principale delle dimissioni del dipendente: ricorso respinto.

La redazione giuridica

 

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DEMANSIONAMENTO DELL’INFERMIERE: SE SISTEMATICO E’ ILLEGITTIMO

assistenza infermieristica

La Federazione degli infermieri scrive una lettera al Ministro della Salute Giulia Grillo sollecitando un tavolo permanente di lavoro per risolvere i nodi legati all’ assistenza infermieristica

Oltre 12mila infermieri a tempo determinato e almeno 4-5000 con contratti internali. Competenze e specializzazioni non riconosciute in tutte le Regioni e, anzi, spesso un demansionamento per far fronte a carenze di personale anche non laureato. Totale discrezionalità nei percorsi in cui vengono inseriti i professionisti e nessuna possibilità di investire e valorizzare gli stessi professionisti. Il tutto in un corto circuito che penalizza l’ assistenza infermieristica è i cittadini che ne debbono usufruire.

“Gli ‘infermieri fantasma’ – si legge in una nota della FNOPI – ci sono e tra tutte le situazioni descritte sfiorano le centomila unità”. Per la Federazione degli infermieri “essere ‘fantasma’, qualunque sia la ragione, genera insoddisfazione e stress, fino anche al burn out”.

Studi internazionali hanno dimostrato che circa 98mila pazienti muoiono ogni anno in ospedale nel mondo a causa di errori prevenibili. La maggior parte di questi errori sarebbero conseguenza di processi o condizioni difettose del sistema. Tra queste rientra l’eccessivo – e male organizzato – carico di lavoro degli operatori.

Per evitare questo fenomeno e riorganizzare un’assistenza che premi aziende e professionisti, ma soprattutto rispetti e soddisfi i bisogni di salute dei pazienti, la FNOPI ha inviato una lettera al ministro della Salute Giulia Grillo.

Nella missiva si sollecita quel tavolo permanente di lavoro che lo stesso ministro aveva prospettato per la professione. L’obiettivo è la soluzione dei nodi che attualmente legano l’assistenza infermieristica e la ricerca di risposte efficaci e condivise anche con le altre categorie professionali.

Tra le proposte avanzate figura la reale stabilizzazione dei precari, ma anche degli interinali. Questi costano al Servizio sanitario almeno il 18% in più dei dipendenti. Sono utilizzati perché il loro peso economico non grava sulla spesa per il personale, ma su quella per beni e servizi. “Un escamotage che consente di non superare a priori quell’odioso limite per il personale fissato da più manovre di bilancio della spesa 2004 meno lo 0,4 per cento”.

Quindi il pieno riconoscimento delle specializzazioni infermieristiche e, per queste, l’infungibilità in sintonia con quella naturale dei medici specialisti. Il tutto affinché la loro assistenza possa essere mirata, appropriata e dedicata ai bisogni di specifici pazienti, migliorando i servizi e riducendo i rischi.

E poi il demansionamento: si tratta di una forma di utilizzo improprio dei professionisti infermieri che andrebbe bloccato alla radice con una corretta revisione degli organici. Un’azione che consenta di mettere ogni operatore al suo posto e con sbarramenti nell’organizzazione gestionale delle aziende e dei servizi.

 

SCARICA QUI LA LETTERA AL MINISTRO

 

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demansionamento

Lo ha chiarito il Tribunale di Brindisi accogliendo le pretese di un’infermiera che per otto anni, a causa dell’assenza di Oss nel proprio reparto, aveva subito un demansionamento delle proprie funzioni

Aveva convenuto in giudizio la Asl di appartenenza denunciando che il personale infermieristico di reparto era stato costretto a svolgere mansioni alberghiere. Ciò a causa della carenza di personale Oss e Ota. L’infermiera chiedeva di essere adibita allo svolgimento delle mansioni proprie alla categoria professionale di appartenenza. Inoltre, avanzava una pretesa risarcitoria nei confronti dell’Azienda sanitaria, pari al 50% della retribuzione netta percepita durante gli otto anni di demansionamento.

Il Tribunale di Brindisi, investito della questione, ha ritenuto di dare ragione all’attrice. Il Giudice, con la sentenza n. 1306/2017, ha chiarito che l’infermiere è un operatore sanitario in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale. Egli è responsabile dell’assistenza generale infermieristica preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa e di natura tecnica, relazionale, educativa. Le sue principali funzioni sono la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei malati e dei disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria.

L’infermiere, inoltre, partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività e ne identifica i bisogni di assistenza infermieristica. E ancora, tra l’altro, pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico, oltre a garantire la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche. Infine, svolge la sua attività professionale in strutture sanitarie pubbliche o private, nel territorio e nell’assistenza domiciliare, in regime di dipendenza o libero­professionale.

La figura dell’infermiere, pertanto, va distinta da quella dell’operatore socio sanitario.

Quest’ultimo, coadiuva il medico e, soprattutto, gli infermieri nello svolgimento delle loro attività. In particolare si dedica, in ambito ospedaliero, ai bisogni primari dei pazienti e alle attività igienico-domestico-alberghiere. Pertanto, può essere considerato come una figura di supporto.

Lo svolgimento da parte dell’infermiere dei compiti propri dell’Oss integra, pertanto, un demansionamento. Per il lavoro pubblico, si tratta di una pratica vietata dalla legge (art. 52 decreto legislativo n.165/2001). Il divieto al demansionamento trova alcune eccezioni solamente laddove le funzioni vengano modificate se per breve tempo e comunque il lavoro demansionato abbia carattere occasionale. Peraltro va comunque consentito lo svolgimento in modo prevalente delle funzioni proprie della qualifica di appartenenza.

Nel caso in esame era stato rilevato come il personale Oss nell’ospedale fosse carente. Nel reparto dell’infermiera demansionata era addirittura nullo. Lo stesso direttore della struttura aveva dato atto in una nota che gli infermieri si trovavano ad assolvere tutte le necessità igienico-domestico-alberghiere dei pazienti ricoverati.

Tale adibizione, come emerso dalle prove testimoniali era sistematica.

Per il Tribunale, quindi, doveva ritenersi provato “il dato della adibizione del ricorrente, in modo non isolato e tale da condizionare il pieno e satisfattivo svolgimento delle mansioni proprie della qualifica di appartenenza, a mansioni inferiori”. Da qui l’illegittimità del demansionamento.

Quanto alla pretesa risarcitoria, il Giudice ha invece tenuto conto dell’anzianità lavorativa della ricorrente, della durata del demansionamento e della sua gravità. Sulla base di tali elementi ha ritenuto in via equitativa che il ristoro potesse essere commisurato al 6% della retribuzione percepita negli ultimi 8 anni.

 

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demansionamento

Respinto l’assunto secondo cui la predisposizione personale sarebbe da intendere quale concausa del manifestarsi del danno da demansionamento

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 10138/2018 si è pronunciata sulla controversia tra un lavoratore e un Ente pubblico poi confluito nell’Inps. Nello specifico sia in primo grado che in appello, i giudici avevano riconosciuto il demansionamento del dipendente, con conseguente condanna del datore al risarcimento del danno biologico subito.

L’Inps aveva quindi proposto ricorso per cassazione  evidenziando che il lavoratore, come accertato dal ctu, avesse una naturale propensione alla malattia psichica poi sviluppatasi. Pertanto tale condizione doveva essere considerata come concausa del danno. Inoltre questa doveva essere intesa come ‘l‘unica determinante dell’evento’. Mancava, infatti, la prova del “nesso di causalità tra i comportamenti datoriali ed il danno patito dal lavoratore”.

Per gli Ermellini, tuttavia, non appare tuttavia corretto l’assunto secondo cui la predisposizione personale sarebbe da intendere quale concausa del manifestarsi del danno. Nulla infatti autorizza ad affermare che “la situazione di latenza della patologia accertata dal c.t.u. si sarebbe conclamata in danno, senza il ricorrente dei fattori scatenanti afferenti alla vicenda penalistica e lavorativa apprezzati dal c.t.u. e puntualmente valorizzati dalla Corte d’Appello”.

Inoltre, chiariscono dal Palazzaccio, la sentenza definitiva di appello si fonda su chiarimenti resi del c.t.u.

Quest’ultimo afferma che il danno manifestatosi era da riportare non solo alla vicenda penalistica, ma anche al “vissuto persecutorio” in sede di lavoro. Vissuto che il c.t.u. riconosceva in nesso causale con il pregiudizio alla salute, qualora “la ricostruzione giudiziaria della vicenda fosse risultata conforme alle dichiarazioni del periziato”.

La Corte, avendo già accertato il comportamento dequalificante, aveva tratto la conclusione della ricorrenza del nesso concausale, tra le vicende penalistiche/lavoristiche e la manifestazione del danno.

Il Giudice a quo aveva  poi dedotto in termini giuridici la piena responsabilità datoriale verso il lavoratore secondo il principio di equivalenza delle concause. Per i Giudici dl Palazzaccio, quindi,  il motivo di ricorso si basa su un presupposto erroneo. L’accertamento di quel nesso c’era stato e il ricorrente non aveva posto effettivi argomenti logici atti a porne in dubbio la fondatezza. Di qui il rigetto del ricorso, in quanto infondato.

 

 

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