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attacchi di fame

Avere attacchi di fame incontrollate nella notte, pare sia un fenomeno sempre più diffuso. Si tratterebbe di un vero e proprio disturbo che colpisce giovani e meno giovani, persone comuni e persone dello spettacolo

Di recente in una intervista televista, rilasciata in occasione della uscita del suo nuovo album, la cantante Taylor Swift  ha confessato di soffrire di veri e propri attacchi di fame durante la notte.

La cantante avrebbe dichiarato, per rispondere alla domanda della presentatrice “Che cosa fai se di notte non riesci a prendere sonno?””: “Vado in cucina e mangio tutto quello che trovo. Più che un essere umano, sembro un procione nel cassonetto della spazzatura”

Il disturbo anche noto come binge eating notturno, sarebbe in realtà la punta dell’iceberg di un forte stato di insicurezza che crea a sua volta una spirale di sensi di colpa e perdita di autostima. Almeno è quello che si legge nelle riviste scientifiche.

Al riguardo la psicoterapeuta e psicanalista, Elena Benvenuti ha chiarito che «Si tratta di un disturbo del comportamento che a sua volta innesca problemi di sonno e alterazione dei ritmi circadiani (…)”I meccanismi alla base di un’abbuffata nel pieno della notte si legano spesso al tema della mancanza: la fame incontrollata, in generale, rappresenta il tentativo di sublimare una carenza d’affetto e un bisogno spasmodico di riempimento in generale. (…) La notte, poi, è notoriamente associata al tema del nascosto e del segreto, da cui l’abbuffarsi senza che nessuno ci possa vedere».

Insomma quello di abbuffarsi nel cuore della notte sarebbe riconosciuta come una vera e propria sindrome. Non è soltanto un problema di calorie, o di peso. È noto infatti che le calorie siano assorbite in maniera diversa in base all’ora del giorno in cui vengono assunte. E secondo alcuni ricercatori della Northwestern della University in Illinois (USA), in un articolo uscito sull’ International journal of Obesity, la stessa quantità di cibo mangiata durante la giornata, fa aumentare di peso, molto di più, se viene mangiata nelle ore deputate al sonno, come in tarda serata prima di andare a letto o nel cuore della notte.

Il problema è la dipendenza!

Il problema peggiore, – continua la Benvenuti, «è che si inneschi una vera e propria dipendenza. Anche l’insorgere dei sensi di colpa relativi a questo comportamento non è un aspetto da trascurare, perché ha sempre ripercussioni forti sull’autostima, e quindi sul modo di relazionarsi con gli altri. Per non parlare dell’interruzione del ciclo di sonno, che notte dopo notte può portare a stati di forte stress, tensione e irritazione, difficoltà a concentrarsi e pensieri negativi».

La persona avverte l’impulso a mangiare, per favorire così il riaddormentamento. Tale comportamento comporta un sollievo immediato,  ma causerebbe sensi di colpa appena svegli.

Insomma trattandosi di un vero e proprio disturbo alimentare è sempre consigliabile parlarne col proprio medico.

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cocaina

Al via all’ospedale Careggi la sperimentazione di una tecnica non invasiva su pazienti affetti da disturbo da uso di cocaina in fase attiva

È in corso alla Tossicologia Medica di Careggi il reclutamento di pazienti con dipendenza da cocaina. L’iniziativa rientra nell’ambito di uno studio per la sperimentazione di una nuova tecnica non invasiva che prevede la stimolazione del cervello attraverso un campo magnetico. L’obiettivo è dimostrare l’efficacia di questa metodica nella riduzione del bisogno che impone alle persone tossicodipendenti la costante assunzione della sostanza stupefacente.

Il protocollo sperimentale è stato convalidato con la recente pubblicazione dello studio preparatorio sulla rivista internazionale Neurophysiologie Clinique. “Data la rilevanza del disturbo da uso di cocaina in termini clinici, sociali ed economici e la scarsa efficacia delle terapie attualmente in uso, nonché l’assenza di farmaci specifici, le tecniche di neuro-modulazione della corteccia prefrontale hanno suscitato un interesse crescente nella comunità scientifica e grosse aspettative da parte dei pazienti e dalle loro famiglie”. Lo dichiara Guido Mannaioni, responsabile dello studio, Direttore della Tossicologia di Careggi e della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica dell’Università di Firenze.

“Lo studio – prosegue Mannaioni – è condotto insieme alla Neurofisiologia e Psichiatria di Careggi come trial clinico in doppio cieco, ossia con pazienti che accettano di sottoporsi inconsapevolmente a sedute con il dispositivo che può essere non attivo, al solo scopo di verificare l’efficacia del metodo rispetto al miglioramento effimero dell’effetto placebo presente in ogni terapia”.

Il protocollo clinico sperimentale prevede il monitoraggio tossicologico e psichiatrico che inizia all’arruolamento del paziente e finisce al termine del periodo di follow up. Sono arruolabili uomini e donne, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, affetti da disturbo da uso di cocaina in fase attiva. Si può accedere allo studio mediante appuntamento all’ambulatorio della Tossicologia Medica di Careggi. Oppure tramite invio da parte dei Servizi per le dipendenze presenti sul territorio, o su indicazione de medici di Medicina Generale.

 

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La voglia di cocaina potrebbe essere fermata grazie a un farmaco antitumorale. È sufficiente una sola somministrazione. 

I risultati di questo studio condotto dall’Università di Cardiff e dall’Istituto Centrale di Salute Mentale di Mannheim collaborando insieme all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri sono stati pubblicati sulla rivista E-life. Il test su animali ha prodotto risultati positivi e dalla sperimentazione è emerso che è bastata una sola somministrazione del composto Pd325901 per bloccare la spinta verso la droga.

Dati positivi dunque se si considera che in Italia la dipendenza da sostante stimolanti come cocaina appunto ma anche amfetamine ed ecstasy si aggira secondo quanto riportato dal Dipartimento di Politica Antidroga intorno al 2-4% della popolazione.

Stefania Fasano dell’Università di Cardiff e coordinatrice del progetto spiega che “Lo studio è importante perché dimostra la possibilità di un approccio terapeutico in grado di bloccare la formazione di automatismi comportamentali associati al consumo della cocaina. Automatismi che giocano un ruolo centrale nell’instaurazione della dipendenza”. Al commento della Fasano si aggiunge Riccardo Brambilla, anche lui dell’Università di Cardiff e collaboratore dell’Istituto Mario Negri il quale precisa che “Attualmente non è disponibile un farmaco capace di bloccare la dipendenza da cocaina”.
“Utilizzare un medicinale che ha già superato alcune fasi cliniche – concludono i due ricercatori – può consentire l’avvio di un trasferimento più rapido dal laboratorio alla clinica”.

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