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I giudici della Cassazione sono tornati a pronunciarsi su un tema molto dibattuto negli ultimi anni: pubblicazione di foto raffiguranti minori: quando è possibile farlo? e chi può darne il consenso?

La vicenda

Dopo aver contratto matrimonio, nel 2007 due coniugi si separavano con separazione consensuale omologata nel dicembre del 2012 e, successivamente con sentenza del Tribunale di Roma del 2018, divorziavano.

Dall’unione coniugale erano nati due figli che, a seguito della separazione erano stati affidati congiuntamente ai genitori con collocazione presso la madre.

Ebbene, quest’ultima già prima del divorzio, aveva notato che la nuova compagna del marito era solita pubblicare, sul suo profilo Facebook e su altri social networks, le foto dei suoi figli, all’epoca minorenni, con tanto di commenti indirizzati, seppure senza farne il nome, alla prima.

La donna aveva più volte tentato di invitare l’altra a cessare tale condotta. Ma tutto era risultato vano; cosicché, successivamente, le veniva inoltrato a mezzo di lettera raccomandata una formale diffida, solo a seguito della quale la nuova compagna dell’ex coniuge rimuoveva le foto e i commenti.

Dopo qualche tempo, la pubblicazione delle foto dei minori riprendeva, seppur con il viso coperto e questa volta, seguita da commenti offensivi sia nei confronti della madre che delle sue cognate.

Sicché nella sentenza di divorzio i due coniugi decidevano di inserire la seguente condizione: “la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network sarà consentita esclusivamente ai genitori e non a terze persone, salvo consenso congiunto di entrambi”.

Ma anche in questo caso, dopo il divorzio le pubblicazioni riprendevano, sia su Facebook sia su Instagram, senza alcun oscuramento nemmeno del viso.

Il processo dinanzi al Tribunale di Rieti

La controversia tra le due donne è finita così dinanzi al Tribunale di Rieti che ha accolto la domanda cautelare presentata dalla madre dei due bambini, volta ad ottenere l’immediata cessazione della condotta contestata.

Al fine di valutare la sussistenza dei presupposti dello strumento cautelare nel particolare ambito della pubblicazione e divulgazione, a mezzo social networks, di immagini e dati afferenti soggetti minori, l’adito giudice ha tenuto conto di elementi quali l’a-territorialità della rete, che consente agli utenti di entrare in contatto ovunque, con chiunque, nonché la possibilità, insita nello strumento, di condividere dati con un pubblico potenzialmente mondiale e globalizzato, per un tempo non circoscrivibile.

La disciplina normativa sulla tutela della vita privata dei minori

La tutela della vita privata e dell’immagine dei minori ha trovato tradizionalmente cittadinanza, nel nostro ordinamento, nell’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine); nel combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del Codice della Privacy (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché negli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989, ratificata dall’Italia con la legge 27-5-1991 n. 176 (laddove, in particolare, l’art. 16 stabilisce che: “1. Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. 2. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti”).

Con l’evoluzione dei sistemi di diffusione delle immagini legate allo sviluppo del web, lo scenario normativo è mutato, adattandosi alle nuove realtà digitali.

A tal riguardo, il Considerando n. 38 del regolamento UE n. 679/2016 del 27.04.2016 (entrato in vigore il 25.05.2018) dispone che: “i minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali (…)”; e l’ art. 8 prevede che ove il minore abbia un’età inferiore ai 16 anni, il trattamento dei dati personali è lecito soltanto se e nella misura in cui il consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.

Gli Stati membri possono stabilire per legge un’età inferiore a tali fini purché non inferiore ai 13 anni.

In tale prospettiva, il legislatore italiano, col decreto di adeguamento del Codice Privacy (D.Lgs. 101/18 art. 2 quinquies), ha fissato il limite di età a 14 anni, espressamente prevedendo che, con riguardo ai servizi della società dell’informazione, il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a quattordici anni è lecito a condizione che sia prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale.

Il fumus e il periculum

Tali considerazioni in punto di fumus boni iuris della domanda cautelare – a detta del Tribunale – risultavano ulteriormente rafforzate dalla circostanza che, in sede di divorzio congiunto, i coniugi avessero espressamente stabilito che “la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network sarebbe stata consentita esclusivamente ai genitori e non a terze persone, salvo consenso congiunto di entrambi”.

Con tale previsione, dunque, i medesimi ex coniugi avevano inteso regolamentare – nell’interesse della prole – le modalità di diffusione delle relative immagini sul web, subordinandola al consenso congiunto di entrambi.

Chiarita la sussistenza del fumus, non restava che interrogarsi sulla sussistenza del periculum in mora.

Ebbene anche in ordine al periculum il Tribunale laziale non ha avuto dubbi – atteso che l’inserimento di foto di minori sui social network deve considerarsi un’attività in sé pregiudizievole in ragione delle caratteristiche proprie della rete internet.

La decisione

Il web, infatti, consente la diffusione dati personali e di immagini ad alta rapidità, rendendo difficoltose ed inefficaci le forme di controllo dei flussi informativi ex post.

In questo senso, la più recente giurisprudenza ha evidenziato che “l’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, (…) il pregiudizio per il minore è dunque insito nella diffusione della sua immagine sui social network”.

Per questi motivi l’azione proposta dalla madre dei due bambini è stata accolta, con conseguente condanna della resistente alla rimozione – dai propri profili social – delle immagini relative ai minori ed alla contestuale inibitoria dalla futura diffusione di tali immagini, in assenza del consenso di entrambi i genitori.

La redazione giuridica

 

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PROCESSO MINORILE: QUESTIONI DI NULLITA’ SULLA NOMINA DEL DIFENSORE D’UFFICIO

crisi

Al fine di stabilire il diritto dell’ex coniuge all’assegno di divorzio, la corte d’appello di Cagliari ha valorizzato il dato del particolare contesto economico, e nella specie, della crisi del mercato di lavoro, che risulta essere ancor più severa in Sardegna, ove ella viveva

La vicenda

Nel giudizio per la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra due coniugi, il Tribunale di Nuoro aveva negato il riconoscimento in favore della ex moglie del diritto all’assegno divorzile.

Senonché sull’appello proposto da quest’ultima, la Corte distrettuale di Cagliari aveva disposto la corresponsione, in suo favore, di un assegno mensile di 150 Euro con la seguente motivazione: “L’appellante vive con la madre e con il figlio avuto da altra relazione, la stessa è priva di reddito, non essendovi alcuna prova che la medesima lavori, né che percepisca pensione, o introiti da affitti; è verosimile che essa percepisca un assegno dal padre del minore; risulta avere 43 anni; non risulta aver acquisito una specifica professionalità e non risulta, peraltro, neppure iscritta nelle liste di disoccupazione”.

Contrariamente, a quanto disposto dal primo giudice, la corte d’appello aveva, dunque, ritenuto la domanda proposta dall’ex moglie meritevole di accoglimento.

Tale decisione era giustificata non soltanto dall’età, dalla mancanza di specializzazione professionale, ma anche dalla grave e prolungata crisi del mercato del lavoro, che risultava essere tanto più severa soprattutto in Sardegna ove ella viveva.

In altre parole, per i giudici della corte d’appello, la donna non soltanto non aveva i mezzi adeguati per essere economicamente indipendente, ma era anche nella oggettiva impossibilità di procurarseli, viste le predette ragioni del contesto economico.

La decisione è stata confermata anche dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Ed invero, la sentenza della corte d’appello di Cagliari era perfettamente in linea con il costante orientamento giurisprudenziale in materia di sussistenza dei requisiti indicati dall’art. 5 della legge sul divorzio.

Come noto, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, co. 6, dopo le modifiche introdotte con la L. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

Tali principi sono stati richiamati nella nota sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017 della Prima sezione della Cassazione, nonché nella successiva pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018 e correttamente valorizzati nella sentenza impugnata.

Per tutti questi motivi il ricorso per cassazione è stato dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

La redazione giuridica

 

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OCCUPA DI FATTO LA CASA FAMIGLIARE: MA L’ASSEGNO DI DIVORZIO NON SI TOCCA

negata

E’ necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare sia proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa, altrimenti gli sarà negata, non potendo il giudice provvedervi officiosamente

In caso di figli maggiorenni l’istanza di assegnazione della casa familiare deve essere espressamente formulata in giudizio dalla parte interessata, pena la perdita di tale diritto.

La vicenda

All’esito del giudizio di separazione tra due coniugi, il Tribunale aveva assegnato la casa familiare alla moglie e al figlio con lei convivente e, all’epoca, già maggiorenne, disponendo altresì in favore di quest’ultimo un assegno di mantenimento a carico del padre.

Con la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio la donna risultava già beneficiaria della casa familiare; perciò, ritenne di non essere obbligata a reiterare la richiesta nel successivo giudizio di divorzio.

Ed infatti in primo grado la causa di divorzio si concludeva con l’affermazione delle medesime statuizioni già pronunciate dal giudice della separazione; ma in appello, la corte territoriale, revocava all’ex moglie e al figlio l’assegnazione della casa familiare, posto che al riguardo non era stata formulata alcuna specifica istanza; ed anzi la decisione del giudice di prime cure era stata assunta extra petita.

In effetti, i giudici della corte di merito, avevano rilevato che nel giudizio per il divorzio degli ex coniugi, se da una parte era stata presentata espressa domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare in favore della moglie e del figlio, dall’altra parte non vi era stata alcuna richiesta di conferma della corrispondente statuizione assunta nel giudizio di separazione.

Ebbene, giunti in Cassazione su ricorso formulato dall’ex moglie, la decisione della corte d’appello è stata definitivamente confermata.

Correttamente, la corte territoriale, aveva rilevato il vizio di extrapetizione. Tuttavia, siffatta valutazione non escludeva – a detta degli Ermellini – la necessità di esaminare in concreto la funzione del provvedimento di assegnazione della casa familiare, così come voluto dal legislatore e dalla giurisprudenza, in correlazione alla peculiare condizione giuridica del figlio maggiorenne non ancora autosufficiente.

La legge sull’assegnazione della casa familiare

L’art. 6, comma 6 della L. n. 898/1970 stabilisce il criterio in base al quale il giudice deve provvedere all’assegnazione della casa coniugale.

La norma contiene una disciplina analoga a quella prevista nell’art. 337 sexies c.c. La giurisprudenza di legittimità, ha poi, integrato il parametro legislativo ancorando il godimento della casa familiare esclusivamente al regime di affidamento e collocamento dei figli minori.

Per quelli maggiorenni non autosufficienti, è necessaria la prosecuzione della coabitazione del genitore assegnatario del predetto immobile.

Ma nessuna delle due norme contiene indicazioni utili in relazione alla necessità che la situazione sull’assegnazione della casa familiare debba essere fondata sulla formulazione di una domanda, in ossequio al principio dispositivo, o possa essere adottata anche officiosamente in funzione del rilievo pubblicistico dei diritti in gioco.

La traduzione letterale delle norme e l’elaborazione giurisprudenziale postulano soltanto l’indisponibilità e l’irrinunciabilità del diritto al godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario in relazione ai figli minori.

Ne consegue che il giudice, ove sia identificabile un immobile destinato al nucleo familiare e si ponga, concretamente, la questione dell’assegnazione, in funzione dell’interesse dei minori è tenuto a sollevare officiosamente la questione relativa al provvedimento da adottare.

L’assegnazione della casa familiare in caso di figli maggiorenni

Con riguardo invece, ai figli maggiorenni, l’art. 337 septies c.c. prevede che il giudice possa disporre, valutate le circostanze, in favore di questi ultimi, qualora siano non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico.

Ma tale diritto è condizionato alla proposizione di una domanda, da parte di uno dei genitori verso l’altro, o in via concorrente, del figlio stesso, in quanto con il raggiungimento della maggiore età, l’obbligo di mantenimento dei figli non costituisce più un effetto automatico conseguente al vincolo di genitorialità, ma risulta condizionato all’accertamento della peculiare condizione di non indipendenza economica dello stesso, accompagnato dall’intento di impegnarsi al raggiungimento di un preciso obiettivo professionale, ben potendo, in caso contrario, tale condizione essere fatta valere in giudizio dal genitore che si oppone al versamento dell’assegno.

L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico

Parimenti, il collegamento tra affidamento, contributo al mantenimento e assegnazione della casa familiare è attenuato con il raggiungimento della maggiore età. L’esigenza di preservare la continuità dell’habitat domestico in funzione dell’equilibrato sviluppo psico-fisico del minore perde di centralità con il raggiungimento della maggiore età, per lasciare spazio alle esigenze concrete di vita del figlio che non abbia ancora completato il proprio percorso di autonomia economico-patrimoniale.

«In questo contesto – chiariscono i giudici della Suprema Corte – non può prescindersi dalla formulazione delle domande relative al mantenimento e all’assegnazione della casa familiare, sia perché fondate su presupposti fattuali parzialmente diversi da quelli relativi ai figli minori, sia perché l’obbligo di contribuzione e quello relativo al sacrificio nel godimento dell’abitazione sono condizionati dall’accertamento della situazione di non indipendente economica del figlio maggiorenne, dal giudizio prognostico sui suoi progetti lavorativi e professionali ed, infine, anche dalla verifica della coabitazione con uno dei genitori».

In altre parole, è necessario che la domanda di assegnazione della casa familiare venga proposta in sede di giudizio di divorzio anche da parte di chi risulti già assegnatario della stessa come da statuizioni assunte in sede separativa, non potendo il giudice provvedervi officiosamente proprio in ragione della diversa connotazione giuridica che caratterizza il figlio maggiorenne, soprattutto in termini di autodeterminazione individuale rispetto al minore.

Per tali motivi la richiesta della madre e del suo figlio è stata definitivamente rigettata.

La redazione giuridica

 

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RICONOSCIUTO L’ASSEGNO DI DIVORZIO AL CONIUGE CHE SVOLGE ATTIVITA’ LOGORANTI

occupa

L’ex coniuge che occupa solo di fatto la casa familiare non è circostanza determinante ai fini di rideterminare o ridurre l’assegno divorzile, posto che si tratta di situazione comunque precaria e non attinente alla ponderazione delle rispettive posizioni patrimoniali e reddituali

La vicenda

Il Tribunale di La Spezia aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra due coniugi, disponendo in capo all’ex marito l’obbligo di corrispondere all’ex moglie un assegno divorzile di 2.000 euro mensili.

La Corte di appello di Genova, adita su iniziativa del primo, al fine di escludere l’obbligo di versamento di qualsiasi contributo o somma in favore della moglie, aveva rilevato che l’età di quest’ultima rendeva del tutto insussistente la sua capacità lavorativa e perciò, confermava le statuizioni di primo grado.

Ebbene, anche per i giudici della Cassazione la sentenza impugnata era incensurabile ed immune da vizi. La corte territoriale aveva correttamente dato conto dell’evidente sproporzione economico-patrimoniale esistente tra i due coniugi e del venir meno della capacità lavorativa della moglie, a causa dell’età ormai avanzata.

Peraltro, nessun rilievo poteva assumere il fatto che quest’ultima beneficiava della casa familiare, ove vi abitava senza nulla corrispondere al marito.

Tale censura –per i giudici Ermellini – oltre ad essere insindacabile in sede di legittimità, era anche infondata nel merito, posto che per costante giurisprudenza (Cass. 223/2016) “l’uso di una casa di abitazione determinante un risparmio di spesa deve sì essere considerato ai fini di individuare la consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi, salvo però che l’immobile sia occupato in via di mero fatto, trattandosi in questo caso di una situazione precaria ed essendo le difficoltà di liberazione un aspetto estraneo alla ponderazione delle rispettive posizioni patrimoniali e reddituali”.

La redazione giuridica

 

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RICONOSCIUTO L’ASSEGNO DI DIVORZIO AL CONIUGE CHE SVOLGE ATTIVITA’ LOGORANTI

riconosciuto

Disoccupata e da sempre impegnata in attività logoranti, quali i servizi di pulizia domestica, il Tribunale di Roma le ha riconosciuto il diritto all’assegno divorzile, anche in assenza di oggettiva o insuperabile impossibilità di svolgere altri impieghi

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale ordinario di Roma aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra due coniugi. Restavano da definire le questioni conseguenziali attinenti cioè al mantenimento della figlia (ormai maggiorenne) e alla domanda di assegno divorzile proposta dall’ex moglie.

Gli accordi della separazione prevedevano l’affido condiviso della figlia con collocamento prevalente presso la madre, cui era assegnata la casa coniugale (della quale era proprietaria) e l’obbligo in capo al marito di contribuire al mantenimento della figlia con 350 euro mensili, oltre al 50% delle spese scolastiche, sportive e mediche, nonché al mantenimento della moglie con 150 euro mensili.

In giudizio veniva confermato l’obbligo del padre di provvedere in via diretta ed integrale alle esigenze della figlia convivente, ma rideterminato in 500 euro mensili considerata la sua giovane età e la precarietà delle attività lavorative della madre.

Quanto invece alla domanda di riconoscimento di assegno divorziale in favore di quest’ultima, il Tribunale di Roma ha chiarito che:

“il riconoscimento dell’assegno divorzile è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti o in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, poiché, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, l’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, operanti nel regime di convivenza e di separazione e costituisce effetto diretto della pronuncia di divorzio”.

La Cassazione ha spesso chiarito che: “sussiste profonda differenza tra il dovere di assistenza materiale fra i coniugi nell’ambito della separazione personale e gli obblighi correlati alla cd. “solidarietà post coniugale” divorzile: nel primo caso, il rapporto coniugale non viene meno, determinandosi soltanto una sospensione dei doveri di natura personale, quali la convivenza, la fedeltà e la collaborazione; al contrario, gli aspetti di natura patrimoniale – in ipotesi di non addebitabilità della separazione stessa – non vengono meno, pur assumendo forme confacenti alla nuova condizione”.

La quantificazione dell’assegno e i criteri di valutazione

In materia di riconoscimento dell’assegno divorzile al coniuge richiedente, è ormai noto che, a tal fine il giudice deve tener conto della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, alla luce del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

Nel caso in esame, era stato accertato che la richiedente, seppur proprietaria dell’immobile in cui viveva, ed impegnata in lavori di pulizia domestica, alla data del ricorso, era rimasta priva di attività lavorativa, percependo esclusivamente l’indennità di disoccupazione di 200 euro mensili.

Certamente la documentazione versata in atti non provava la sua impossibilità oggettiva o insuperabile di svolgere altri impieghi lavorativi, ma in ogni caso, visto che l’assegno in questione ha anche natura assistenziale, il Tribunale capitolino ha deciso di riconoscerle il diritto all’assegno divorzile, che ha quantificato in 200 euro mensili, tenuto conto della durata della convivenza matrimoniale (18 anni), dell’età della richiedente (52 anni), della sua capacità lavorativa generica, la quale nel corso degli anni aveva svolto esclusivamente attività nel settore dei servizi di pulizia e del fatto che in ragione dell’avanzare dell’età, tale capacità non avrebbe potuto che ridursi via via, attesa la sua natura particolarmente logorante, e considerato che al momento, ella non era in grado di sostenersi integralmente in via autonoma.

La redazione giuridica

 

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ASSEGNO DIVORZILE: VA RICONOSCIUTO IL TEMPO CHE LA MADRE DEDICA AI FIGLI

pari dignità

È essenziale dare concreta applicazione al principio di pari dignità dei coniugi e di pieno riconoscimento del lavoro domestico prestato all’interno della famiglia; in mancanza il principio di pari dignità dei coniugi resterebbe una formula vuota

Esiste un rapporto di equi ordinazione e di pari dignità tra il lavoro domestico, di cura e di accudimento dell’altro e della casa familiare sebbene, allo stato sia privo di concreto riconoscimento reddituale e il lavoro prestato all’estero del nucleo familiare”.

La vicenda

Nel 2015, con ricorso depositato presso il Tribunale di Roma, il ricorrente aveva chiesto il divorzio dalla propria moglie, dalla quale aveva avuto quattro figli.

I due erano già separati con provvedimento omologato nel 2014 dal giudice della separazione e mai, nel frattempo vi era stato tentativo di riconciliazione.

Nel giudizio per il divorzio, l’uomo aveva esposto di essere un imprenditore nel settore del commercio delle automobili e di aver dovuto sostenere un tenore di vita molto elevato nel corso del matrimonio, a causa del desiderio della moglie di acquisti lussuosi, di spese per abiti e gioielli di lusso, e di aver deciso, insieme con la stessa di trasferire, nel 2012, la propria residenza famigliare negli USA, a Miami, acquistando un immobile da destinare a casa familiare, nella prospettiva di diversificare l’attività imprenditoriale, con successivo trasferimento negli Stati Uniti.

Ma a causa del peggioramento della situazione economica tale progetto non si era mai potuto realizzare e perciò, avevano deciso di fare rientro a Roma.

L’uomo aveva anche esposto che durante la permanenza della famiglia a Miami era stato costretto a locare, per 3.000 euro mensili, la lussuosa casa di famiglia di sua proprietà, per trasferirsi in un immobile di proprietà di una delle società del gruppo, e riuscire a far fronte ai numerosi costi sostenuti dalla famiglia.

A tal proposito egli aveva più volte invitato sua moglie a ridimensionare il tenore di vita familiare; ma dopo aver visto che tale richiesta non era stata accolta, aveva deciso di chiedere la separazione.

Gli accordi di separazione

In sede di separazione i due coniugi avevano deciso di affidare i figli minori ad entrambi, ma con collocamento prevalente presso l’abitazione materna. Egli, invece, avrebbe continuato ad alloggiare presso un’altra abitazione presa in locazione. Avrebbe inoltre, corrisposto alla moglie un contributo di mantenimento di 1.000 euro e 2.000 euro per i figli, oltre al 100% delle spese straordinarie.

Dall’altra parte vi era la moglie, che senza opporsi alla richiesta di divorzio, aveva avanzato a sua volta alternative alle pronunce accessorie.

La stessa aveva dichiarato di non aver mai violato i doveri coniugali e che anzi, su richiesta del coniuge, aveva abbandonato la precedente attività lavorativa per dedicarsi pienamente all’accudimento della prole.

Non aveva mai smentito di aver tenuto un elevatissimo tenore di vita ma che ciò era in linea con le effettive disponibilità dell’ex coniuge e che, anzi, non era vero che questi stava attraversando un periodo di crisi economica.

Domandava, pertanto, le fosse riconosciuto un assegno divorzile di 8.000 euro tenuto conto del fatto che ella era priva di occupazione e di propri redditi, che non aveva mezzi adeguati per provvedere al proprio sostentamento e che fosse nell’impossibilità di trovare un impiego, in ragione dell’età (44 anni) e della mancanza di una pregressa esperienza lavorativa specifica.

La decisione del Tribunale di Roma

Prima di analizzare la vicenda nel merito, il Tribunale di Roma ha fatto subito ricorso al più recente orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione (n. 18287/2018) in materia di natura e presupposti dell’assegno divorzile.

In tale pronuncia è stata definitivamente abbandonata la vecchia nozione di assegno di divorzio, quale strumento avente natura esclusivamente assistenziale, per dare accoglimento ad un nuovo concetto avente natura assistenziale (fondata sui parametri delle “condizioni dei coniugi” e del “reddito di entrambi”) ma anche compensativa-perequativa (considerando il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla condizione della famiglia e alla formazione del patrimonio di entrambi i partner) ed infine risarcitoria (rilevando le ragioni della decisione) dell’assegno in questione.

Ebbene, alla luce di tale nuova impostazione il giudice capitolino ha emesso la propria decisione facendo un’attenta disamina del caso in esame, senza trascurare concetti importanti quali la pari dignità tra i coniugi, il cd. squilibrio di genere e l’importanza del lavoro domestico.

L’accertamento giudiziale nella determinazione dell’assegno di divorzio

Nella determinazione dell’assegno divorzile il giudice di merito deve prendere come punto di partenza, l’analisi dell’attuale situazione economico reddituale delle parti (comprensiva delle potenziali dell’ex coniuge richiedente assegno di avere adeguati mezzi propri o di essere capaci di procurarli), per poi compararla e verificare l’esistenza di un eventuale squilibrio tra i due.

Compiuto tale accertamento egli deve valutare se la disparità economico reddituale o, lo squilibrio rilevato, sia frutto delle scelte condivise assunte in costanza di matrimonio, tenuto conto del contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e all’evolversi della situazione reddituale e patrimoniale dell’altro.

Per fare tale operazione egli dovrà tenere in debita considerazione il contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e all’evolversi della situazione reddituale e patrimoniale dell’altro, ma soprattutto la durata del vincolo coniugale che rappresenta la chiave di lettura di tutti gli altri criteri di valutazione e che, perciò, assume una rilevanza pregnante.

La durata del vincolo coniugale e i ruoli all’interno della coppia

“È infatti di immediata evidenza che maggiore sarà stata la durata del matrimonio, più sarà stato rilevante l’apporto di ciascuno alla formazione delle sostanze comuni e allo sviluppo delle capacità reddituali dell’altro coniuge, in una valutazione che impone la piena equi ordinazione tra il lavoro domestico, di cura e di accudimento dell’altro e della casa familiare, allo stato privo di concreto riconoscimento reddituale e il lavoro prestato all’estero del nucleo familiare”.

Nella citata sentenza delle Sezioni Unite si è detto anche che: “i ruoli all’interno della relazione matrimoniale costituiscono un fattore, molto di frequente, decisivo nella definizione dei singoli profili economico-patrimoniali e post matrimoniali e sono frutto di scelte comuni fondate sull’autodeterminazione e sull’autoresponsabilità di entrambi i coniugi all’inizio e nella continuazione della relazione matrimoniale”.

Lo squilibrio di genere

Neppure può trascurarsi il cd squilibrio di genere “che si sostanzia in un elevatissimo tasso di disoccupazione femminile, nell’oggettivo divario retributivo a parità di occupazioni; ed è condizione sociale che inevitabilmente incide sulle scelte individuali, inducendo i coniugi, nella maggior parte dei casi, a preferire che sia la moglie a dedicarsi in via esclusiva o, comunque, prevalente ai compiti di cura e accudimento della famiglia”.

Ebbene queste scelte assumono rilevanza, se provate, “anche con ricorso a presunzioni, nella fase dissolutiva del rapporto coniugale al fine di dare concreta applicazione al principio di pari dignità dei coniugi e di pieno riconoscimento del lavoro domestico prestato all’interno della famiglia; in mancanza il principio di pari dignità dei coniugi resterebbe una formula vuota”.

Alla luce di tali argomentazioni il Tribunale di Roma ha confermato l’obbligo di versamento in capo all’ex coniuge di un assegno di divorzio quantificato in euro 1000 mensili in favore della moglie, con rivalutazione annuale ISTAT, tenuto conto dell’assenza di redditi in capo a quest’ultima, delle oggettive difficoltà di procurarseli e della circostanza che la stessa avesse interrotto l’attività lavorativa con le maternità riducendo in tal modo le proprie competenze lavorative specifiche.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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ex coniuge

I giudici della Cassazione sono tornati ad affrontare il tema concernente la possibilità di mantenere, anche dopo la sentenza di divorzio, il cognome dell’ex coniuge

La vicenda

Nel 2015 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto dai due coniugi nel 1972. Stabiliva l’obbligo di corresponsione in capo al marito di un assegno divorzile di 3.000 euro mensili in favore della ex coniuge e revocava l’assegnazione, già disposta in favore di quest’ultima, della casa familiare.

Ebbene, la donna con ricorso in appello si opponeva alla sentenza di primo grado chiedendo che l’assegno divorzile fosse rideterminato nella misura minima di 10.000 euro mensili, tenuto conto del pregresso tenore di vita e della rilevanza del patrimonio del marito.

Chiedeva, inoltre, il riconoscimento del diritto di conservare il cognome dell’ex coniuge, che avrebbe aggiunto al suo e la condanna di quest’ultimo al risarcimento del danno non patrimoniale, nonché al versamento di una somma ulteriore destinata alla ricerca di una nuova e idonea sistemazione stante il rilascio della villa destinata in precedenza ad abitazione familiare.

La corte d’appello respingeva il gravame e così la vicenda proseguiva in Cassazione.

Interessante l’analisi della richiesta avanzata dalla donna in ordine alla volontà di mantenere il cognome del marito.

Ebbene, al riguardo, la corte territoriale si era già espressa in senso negativo, asserendo che nell’originaria domanda introduttiva non era stata provata la sussistenza di un interesse positivamente apprezzabile della stessa o dei figli tali da giustificare la richiesta.

La stessa questione è stata proposta dinanzi ai giudici della Cassazione, che hanno confermato il giudizio espresso nella sentenza impugnata.

Il diritto alla conservazione del cognome dell’ex coniuge

La L. n. 898 del 1979, art. 5, comma 3, stabilisce che “il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela“.

Orbene, la valutazione della ricorrenza delle circostanze eccezionali che consentono l’autorizzazione all’utilizzo del cognome del marito spetta unicamente al giudice del merito giacché “di regola non è ammissibile conservare il cognome del marito dopo la pronuncia di divorzio, salvo che il giudice di merito, con provvedimento motivato e nell’esercizio di poteri discrezionali, non disponga diversamente“.

Siffatto principio è stato espresso in una recente ordinanza della Prima Sezione Civile della Cassazione (n.21706 del 26/10/2015) ove si è anche ribadito che “la possibilità di consentire come effetti di carattere giuridico-formale, la conservazione del cognome del marito accanto al proprio, è decisione straordinaria che spetta al giudice di merito secondo criteri di valutazione propri di una clausola generale, ma che non possono coincidere con il mero desiderio di conservare come tratto identitario il riferimento a una relazione familiare ormai chiusa quanto alla sua rilevanza giuridica”.

Ebbene, nel caso in esame, la corte territoriale aveva compiutamente motivato il rigetto di quella istanza, tale da essere non più sindacabile in sede di legittimità.

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aspettative professionali

È ammesso riconoscere l’assegno divorzile non soltanto nel caso in cui l’ex coniuge economicamente più debole non disponga di mezzi adeguati alla propria sussistenza, ma anche nell’ipotesi in cui egli abbia sacrificato le proprie aspettative professionali nell’ambito di un progetto concordato di indirizzo familiare

Il principio diritto espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione è stato ribadito dal Tribunale di Vicenza il quale ha negato l’assegno di divorzio alla richiedente perché, nel corso del giudizio, non era emerso alcun sacrificio alle proprie aspettative professionali per occuparsi delle faccende domestiche o della cura dei propri familiari.

La vicenda

Nel 2013 aveva depositato ricorso dinanzi al Tribunale di Vicenza per chiedere la cessazione degli effetti civili del matrimonio dalla propria moglie col quale aveva avuto anche una figlia.

L’uomo chiedeva che non gli fosse riconosciuto a quest’ultima alcun assegno di mantenimento e in più voleva l’assegnazione della casa coniugale.

La donna si era, nel frattempo costituita in giudizio, aderendo alla domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio ma chiedendo la previsione di un contributo al proprio mantenimento pari ad euro 700 mensili.

La domanda di cessazione della relazione coniugale veniva accolta. I coniugi erano, infatti, già legalmente separati in virtù di un titolo definitivo emesso dallo stesso Tribunale veneto.

Non restava, dunque, che concentrarsi sulle richieste accessorie.

Quanto alla domanda di assegnazione della casa coniugale al ricorrente, il giudizio è stato netto: tale istanza è stata ritenuta infondata.

Ed infatti, è previsto che tale istituto sia riconosciuto esclusivamente a tutela dei figli minori o economicamente non autosufficienti. Situazione che certamente non ricorreva nel caso in esame, posto che la figlia era maggiorenne, viveva la sua vita di coppia col proprio compagno ed era addirittura diventata mamma.

Ma anche la richiesta avanzata dalla resistente al fine di ottenere un contributo per il proprio mantenimento è stata rigettata.

Con la fondamentale sentenza n. 18287/2018 le Sezioni Unite della Cassazione hanno ridefinito la funzione e la struttura dell’assegno divorzile alla luce dell’attuale contesto sociale, sancendo che: “il riconoscimento dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della L. n. 898/1970, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante e, dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive (…) i quali costituiscono i parametri cui occorre attenersi per decidere sa sulla attribuzione sia sulla qualificazione dell’assegno.  

Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economiche-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione di vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto”.

Inoltre, “all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge va riconosciuta anche natura assistenziale che discende direttamente dal principio costituzionale di solidarietà e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolar modo tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate”.

A tal riguardo – hanno chiarito le Sezioni Unite – occorre specificare che “la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non è finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.

Assegno di divorzio e sacrifici alla carriera professionale

Secondo l’interpretazione che ne ha fatto la Cassazione, dunque, nella determinazione del contributo di divorzio al coniuge richiedente, deve operarsi una comparazione tra le contrapposte situazioni reddituali e patrimoniali dei coniugi; cosicché l’assegno potrà essere riconosciuto non soltanto nel caso in cui l’ex coniuge economicamente più debole non disponga di mezzi adeguati alla propria sussistenza, ma anche, con funzione perequativa, nell’ipotesi in cui egli abbia sacrificato le proprie aspettative professionali nell’ambito di un progetto concordato di indirizzo familiare.

Insomma i vecchi criteri del “pregresso tenore di vita” e dell’”autosufficienza economica” hanno ceduto il passo al nuovo principio per cui il giudice deve verificare caso per caso, come si sia giunti a quella situazione patrimoniale e reddituale dei coniugi e se uno dei due abbia, nel corso della vita familiare, sacrificato in tutto o in parte le proprie potenzialità professionali o lavorative nel superiore interesse della famiglia; in tale ultimo caso, .questi avrà diritto a un contributo di mantenimento anche in caso di autosufficienza economica.

Ora, nel caso in esame il Tribunale Veneto aveva affermato che non basta dichiarare che la donna si sia sempre occupata delle faccende domestiche e della cura dei familiari e che all’epoca del matrimonio aveva una posizione occupazionale e un titolo di studio pari a quello del marito; ma bisogna in concreto verificare se tale scelta abbia comportato un sacrificio delle proprie aspettative di crescita professionale.

Circostanza quest’ultima che nel corso del giudizio non era stata provata. Dunque, niente assegno di divorzio per l’ex coniuge.

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dormire

Non può costituire riconciliazione la ripresa della convivenza, in via sperimentale e per un breve periodo o il dato formale di dormire nella stessa casa, senza una chiara ed effettiva volontà di ripristinare la vita coniugale

Il Tribunale di Siracusa si è dovuto pronunciare su una vicenda relativa ad una causa di divorzio tra due ex coniugi già separati. Lui italiano settantenne e lei, originaria della Romania, cinquantenne. La donna aveva chiesto il rigetto dell’istanza di divorzio adducendo che tra i due vi era stata una riconciliazione e infatti gli stessi avevano ripreso a dormire nella stessa casa.

La vicenda

Con ricorso presentato nel 2011 un uomo settantenne aveva chiesto la separazione giudiziale dalla propria moglie, donna di nazionalità rumena, nel frattempo divenuta cittadina italiana.

Dalla loro unione erano nati dei figli.

Si erano conosciuti tramite un’agenzia matrimoniale e poi sposati nel 2005. Lui di molti anni più grande di lei dichiarava che il matrimonio seppur breve, era stato tutt’altro che felice.

In sede di separazione, era stata prodotta una scrittura privata dalla quale si evinceva che, dopo lo scioglimento del matrimonio, l’uomo non avrebbe dovuto nulla alla moglie se non consentirle, per un breve periodo, di dormire nella casa rurale di sua proprietà, adiacente alla propria abitazione.

Ma alla domanda di divorzio presentata dall’ex coniuge, quest’ultima si costituiva in giudizio chiedendone il rigetto, adducendo la mancanza dei presupposti di cui all’art. 3 della l. 898/1970, vista l’intervenuta riconciliazione e la ripresa della convivenza.

La prova della riconciliazione

Il Tribunale adito non ha accolto le eccezioni introdotte dalla resistente sull’assunto che sebbene fosse stato pacifico che per un breve periodo, subito dopo la separazione, quest’ultima avesse avuto la stessa residenza del coniuge, non risultava provata la ricostituzione della compagine familiare e la sussistenza di una ritrovata affectio coniugalis. Era emerso il solo dato della residenza comune presso la casa rurale, peraltro, intestata ai figli dell’uomo, ma non vi era conferma che i due avessero convissuto come marito e moglie.

A tal proposito il Tribunale di Siracusa ha rievocato una recente pronuncia della Suprema Corte ove si è affermato che non può costituire riconciliazione la ripresa della convivenza, in via sperimentale e per un breve periodo, senza una chiara ed effettiva volontà di ripristinare la vita coniugale; o ancora una sporadica ripresa dei rapporti sessuali o ancora la convivenza dei coniugi nella stessa casa, di proprietà del marito, in camere da letto diverse e la corresponsione, da parte di quest’ultimo alla moglie di somme di denaro, trattandosi di circostanza che non dimostrano di per sé il ripristino del consortium vitae (Cass. n. 2360/2016).

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capacità economiche

È sempre necessario parametrare il contributo di mantenimento dei figli alle reali capacità economiche del genitore

Lo ha confermato la Cassazione (sent. n. 3684/2016), chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato da una ex moglie che chiedeva di accertare le reali capacità economiche del marito al fine di determinate l’assegno di mantenimento per il proprio figlio.

Il Tribunale di Macerata, con propria sentenza, aveva accolto il ricorso di una donna diretto ad ottenere l’imposizione all’ex marito di un assegno mensile di mantenimento del figlio determinato in 4.000 euro mensili.

In secondo grado, la Corte di appello di Ancona aveva ridotto l’assegno a 2.000 euro mensili accogliendo parzialmente l’appello del convenuto, il quale decideva, pertanto, di ricorrere per cassazione.

La corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’ex coniuge confermando l’accertamento nel merito effettuato dalla corte territoriale, nella specie in relazione all’esame dei redditi documentati (dichiarazione dei redditi) in giudizio e smentiti dal raffronto con il tenore di vita, con le consistenze patrimoniali e finanziarie accertate nel corso del giudizio nonché con l’attività svolta dal ricorrente.

Ebbene da quanto emerso nel giudizio non vi erano dubbi: le disponibilità economiche del genitore erano ben più ampie di quelle dichiarate nella denuncia dei redditi.

Cosicché veniva confermata la rideterminazione, operata in sede di appello, di 2000 euro da corrispondere a titolo di contributo per il mantenimento del figlio.

La Cassazione ricorda infatti che è sempre necessario parametrare siffatto contributo alle effettive e reali capacità economiche del genitore.

Il principio non è nuovo nella giurisprudenza di legittimità e spesso richiamato nelle sentenze dei tribunali. Ebbene, siffatta previsione valorizza del resto il ruolo dei genitori e ne esalta la contribuzione diretta nella vita dei figli secondo una logica di effettiva compartecipazione e contributo (personale oltre che materiale) alla loro crescita.

Ebbene, la somma individuata dai giudici di secondo grado, a parer degli Ermellini doveva ritenersi adeguata e al tempo stesso idonea a garantire al minore un tenore di vita congruo alle potenzialità economiche dei genitori.

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