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Interessante pronunzia resa dal Tribunale di Napoli (Sezione VIII, sentenza del 26.11.2018) circa un caso di lesione attribuibile in via diretta all’intervento chirurgico

La vicenda

Una donna chiama in giudizio l’Azienda Ospedaliera Federico II di Napoli al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito al ricovero ospedaliero presso il reparto di Oftalmologia.

La paziente veniva sottoposta a 2 interventi chirurgici all’occhio destro, il primo per l’asportazione di pterigio e il secondo per il ricoprimento congiuntivale. Dopo pochi giorni di distanza dal secondo intervento la donna veniva trasferita presso l’Ospedale dei Pellegrini di Napoli a causa della perforazione bulbare dell’occhio destro. In tale struttura la dona veniva sottoposta ad un terzo intervento chirurgico di patch sclerocorneale e ricoprimento congiuntivale.

Nelle more la donna proponeva ricorso per accertamento tecnico preventivo le cui risultanze venivano acquisite in giudizio.

Nel corso del giudizio veniva evidenziato che la donna già in precedenza si era sottoposta per 4 volte all’intervento di asportazione del pterigio presso altre strutture ospedaliere.

I risultati della consulenza tecnica

I periti chiamati a chiarimenti precisavano che il trattamento di scelta per lo pterigio è quindi una precoce asportazione chirurgica, anche se i risultati sono raramente risolutivi e scarsamente soddisfacenti per il paziente

E che la rimozione dello pterigio raramente elimina i sintomi irritativi e non è mai considerabile come trattamento definitivo; l’incidenza della recidiva varia dal 60% al 90% a seconda delle zone geografiche ed a seconda della storia del paziente, essendo molto più probabile negli occhi già operati, negli pterigi doppi (nasale e temporale nello stesso occhio), negli pterigi carnosi (che non consentono la visualizzazione della sclera sottostante), nei soggetti di razza asiatica, africana, sudamericana. Molto spesso la recidiva è più aggressiva della patologia primaria; praticamente tutte le recidive postoperatorie si presentano entro un anno dall’intervento.

Chiarito ciò gli stessi evidenziano la correttezza dell’indicazione chirurgica di rimozione dello pterigio e che il caso in questione ha investito il Chirurgo a risolvere un caso di particolare difficoltà alla luce della coesistenza di fattori importanti, quali pregresse chirurgie nella stessa sede e una condizione preesistente di sottigliezza della cornea. Quest’ultima in particolare ha reso l’intervento più complicato e difficoltoso.

Concludevano i Consulenti d’Ufficio che la lesione alla cornea, quale complicanza dell’intervento di pterigio può definirsi un evento avverso, o meglio, può definirsi una lesione iatrogena prevedibile che, stante la complessità del caso di specie, non era evitabile. Conseguentemente nessun errore può essere attribuito ai Chirurghi dell’Azienda ospedaliera Federico II.

Gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente

Nonostante ciò veniva considerata la gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente in quanto vi è stata “una sottostima delle complicazioni ad esso legate, nonostante l’elevata probabilità delle stesse di verificarsi”. Inoltre, la complicanza è stata affrontata eseguendo una sutura sclerale ma si “ritiene che sarebbe stato possibile, se non più corretto, procedere immediatamente ad un ricoprimento congiuntivale. Tecnica chirurgica più complicata, ma prevista e suggerita dall’odierna letteratura scientifica che nel caso di specie è stata effettuata a distanza di 4 giorni, purtroppo senza esito. Inoltre, nonostante tale tentativo si rendeva necessario trasferire la paziente presso altra struttura ove veniva apposto patch corneale” pag. 20 CTU laddove “in sola operatoria non erano presenti dispositivi atti a gestire un evento di tal genere, nonostante sia ormai consolidato dalla letteratura tutta, che un’eventuale lesione corneale avrebbe necessitato di un ricoprimento di congiuntiva autologa, di membrana amniotica, o di patch congiuntivale eterologo”.

Oltre a ciò è emersa anche lesione del consenso informato in quanto alla paziente non veniva fornito un consenso personalizzato relativo alla particolare complessità del caso e delle conseguenze che sarebbero insorte a seguito dell’intervento.

La decisione

La domanda della donna viene per tali ragioni accolta con liquidazione del danno biologico nella misura del 4% aumentato per personalizzazione e liquidazione di un ulteriore importo a titolo di lesione del consenso informato.

In definitiva il Tribunale di Napoli ritiene alla questione esaminata vada applicato l’art. 2236 c.c. secondo il quale se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni se non in caso di dolo o di colpa grave.

Tale norma è stata applicata in una lettura orientata ai dettami della Legge Gelli per cui “non sussiste la responsabilità del Medico in assenza di condotte improntate a colpa grave, e in presenza di problemi tecnici di particolare difficoltà” come quello trattato.

Avv. Emanuela Foligno

 

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ingiusta detenzione

Nell’aprile 2018 la Corte d’appello di Napoli aveva rigettato la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione proposta nell’interesse di un indagato, sottoposto per quasi tre mesi, alla misura degli arresti in relazione alle accuse di turbativa d’asta, rivelazione di segreto di ufficio e corruzione

Le accuse gli erano state mosse dal provveditore alle opere pubbliche per la Campania ed il Molise, prima, e da un funzionario del Ministero delle opere pubbliche, poi, per avere concorso a turbare la gara di appalti pubblici relativi alla manutenzione, ordinaria e straordinaria, delle principali strade di Napoli.

Ma a detta dell’indagato la misura restrittiva era stata disposta pur in assenza di gravi indizi di colpevolezza a suo carico e comunque, sarebbe stata originata solo da un’iniziativa di tipo moralistico degli inquirenti, priva di fondamento giuridico.

Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione che, a tal proposito, hanno ripercorso la l’evoluzione giurisprudenziale e normativa dell’istituto della riparazione per ingiusta detenzione.

L’indennizzo in questione, – affermano – si risolve “nell’attribuzione di una somma di denaro a riparazione di un pregiudizio lecitamente (perché secondo legge) arrecato, in contrapposizione al risarcimento del danno sempre riferibile ad un fattore causale illecito” (Sez. U, n. 43 del 19/12/1995; Sez. U, n. 1 del 13/01/1995).

Essa tuttavia, è esclusa, per espresso disposto legislativo (art. 314 c.p.p.), qualora l’istante “vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave“, con condotte al riguardo apprezzabili poste in essere sia anteriormente che successivamente all’insorgere dello stato detentivo e, quindi, alla privazione della libertà (cfr. Cass., Sez. U, n. 43 del 19/12/1995).

Ma cosa si intende per “dolo” e “colpa grave”?

Ebbene, è stato chiarito, più volte, che “dolosa deve giudicarsi non solo la condotta volta alla realizzazione di un evento voluto e rappresentato nei suoi termini fattuali (indipendentemente dal fatto di confliggere o meno con una prescrizione di legge), difficile da ipotizzare in fattispecie del genere, ma anche la condotta consapevole e volontaria che, valutata con il parametro dell’id quod plerumque accidit, secondo le regole di esperienza comunemente accettate, sia tale da creare una situazione di allarme sociale e di doveroso intervento dell’autorità giudiziaria a tutela della comunità, ragionevolmente ritenuta in pericolo”, sicché l’essenza del dolo sta, appunto, “nella volontarietà e consapevolezza della condotta con riferimento all’evento voluto, non nella valutazione dei relativi esiti, circa i quali non rileva il giudizio del singolo, ma quello del giudice del procedimento riparatorio“. (Sez. U, n. 43 del 19/12/1995).

Mentre il significato di condotta “colposa” va ricercato nell’art. 43 c.p., secondo cui “è colposo il comportamento cosciente e volontario, al quale, senza volerne e senza rappresentarsene gli effetti (anche se adottando l’ordinaria diligenza essi si sarebbero potuti prevedere), consegue un effetto idoneo a trarre in errore l’organo giudiziario”: in tal caso, la condotta del soggetto, connotata da profili di colpa volta per volta rinvenibili (negligenza, imprudenza, trascuratezza, inosservanza di leggi, regolamenti etc.) “pone in essere una situazione tale da dare una non voluta ma prevedibile (…) ragione di intervento dell’autorità giudiziaria, con l’adozione del provvedimento cautelare, ovvero omessa revoca della privazione della libertà” (Sez. U, n. 43 del 19/12/1995). E in tale ultimo caso la colpa deve essere “grave”, come esige la norma, “connotata, cioè, da macroscopica, evidente negligenza, imprudenza, trascuratezza, ecc., tale da superare ogni canone di comune buon senso” (Sez. U, n. 43 del 19/12/1995).

Ma perché il dolo e colpa grave siano idonei ad escludere l’indennizzo per ingiusta detenzione, è necessario che essi si concretizzino in comportamenti specifici che abbiano “dato causa” o abbiano “concorso a dar(e) causa” all’instaurazione dello stato privativo della libertà; e che il giudice pervenga alla sua decisione in base a dati di fatto certi, cioè elementi “accertati o non negati” con esclusione, dunque, di dati meramente congetturali.

In particolare, “il giudice della riparazione, per decidere se l’imputato vi abbia dato causa per dolo o colpa grave, deve valutare il comportamento dell’interessato alla luce del quadro indiziario su cui si è fondato il titolo cautelare, e sempre che gli elementi indiziari non siano stati dichiarati assolutamente inutilizzabili ovvero siano stati esclusi o neutralizzati nella loro valenza nel giudizio di assoluzione” (Sez. 4, n. 41396 del 15/09/2016).

È necessario dunque, che il giudice della riparazione segua un iter logico-motivazionale autonomo rispetto a quello del processo penale.

Della decisione sulla ingiusta detenzione il giudice del merito ha l’obbligo di dare adeguata ed esaustiva motivazione, strutturata secondo le corrette regole della logica: infatti, il mancato assolvimento di tale obbligo in termini di adeguatezza, congruità e logicità è censurabile in cassazione.

La colpa ostativa al riconoscimento dell’indennizzo

Quanto alla colpa ostativa al riconoscimento dell’indennizzo, va chiarito che essa può essere di due tipi: 1) colpa processuale (ad es., auto-incolpazione, silenzio consapevole sull’esistenza di un alibi; 2) ovvero colpa extraprocessuale, come ad esempio frequentazioni ambigue, connivenza non punibile ovvero comportamenti comunque idonei ad essere percepiti all’esterno come contiguità criminale, purché il giudice della riparazione fornisca adeguata motivazione della loro oggettiva idoneità ad essere interpretati come indizi di colpevolezza, così da essere, quanto meno, in una relazione di concausalità con il provvedimento restrittivo adottato.

Tra questi, vi rientra anche il caso della connivenza passiva, la quale può costituire colpa grave, ostativa al riconoscimento dell’indennità, ove ricorra almeno uno dei seguenti indici: “a) nell’ipotesi in cui l’atteggiamento di connivenza sia indice del venire meno di elementari doveri di solidarietà sociale per impedire il verificarsi di gravi danni alle persone o alle cose; b) nel caso in cui si concreti non già in un mero comportamento passivo dell’agente riguardo alla consumazione di un reato, ma nel tollerare la consumazione o la prosecuzione dell’attività criminosa in ragione della sua posizione di garanzia; c) nell’ipotesi in cui la connivenza passiva risulti avere oggettivamente rafforzato la volontà criminosa dell’agente, sebbene il connivente non intenda perseguire questo effetto; in tal caso è necessaria la prova positiva che il connivente fosse a conoscenza dell’attività criminosa dell’agente.

E, (…nel) giudizio di riparazione (…) la condotta connivente idonea ad inibire la riparazione, per essere qualificata gravemente colposa, deve essere ancorata alla preventiva conoscenza delle attività criminose che si stanno per compiere in presenza del connivente (…); in tal caso la valutazione del giudice di merito sull’esistenza delle caratteristiche che deve assumere la connivenza, per la rilevanza ai fini della riparazione, si sottrae al vaglio di legittimità ove sia stato dato congruo conto, in modo non illogico, delle ragioni poste a fondamento della descritta efficacia della condotta passiva” (così Sez. 4, n. 15745 del 19/02/2015).

La decisione

Profilo di colpa grave ostativa al riconoscimento del diritto all’indennizzo, affine alla connivenza passiva, di cui si è detto, può essere costituito anche dalla condotta di chi, nei reati contestati in concorso, essendo consapevole dell’attività criminale altrui, abbia tenuto comportamenti idonei ad essere percepiti all’esterno come una sua contiguità.

Ebbene, fatte queste premesse generali, i giudici della Cassazione hanno affermato che, nel caso di specie, la Corte d’appello di Napoli avesse fatto buon governo dei principi sopra richiamati, non essendovi i presupposti per il riconoscimento dell’istanza di riparazione richiesta dall’indagato.

Cosi si è concluso il procedimento in via definita.

Dott.ssa Sabrina Caporale

 

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fuga

In tema di circolazione stradale, la fuga perpetrata dopo un incidente deve essere voluta almeno a titolo di dolo eventuale, ovvero deve essere sussistente la consapevolezza del verificarsi di un incidente riconducibile al proprio comportamento dal quale siano derivati eventi lesivi

Dopo aver provocato un incidente stradale, il conducente dell’autovettura, scendeva dalla macchina, chiedendo ai presenti di non chiamare la polizia perché privo della patente di guida, ma vedendo che uno dei soggetti tamponati aveva preso il telefono per chiamare i carabinieri si rimetteva repentinamente in macchina e si dava alla fuga.

Il processo

Il procedimento traeva origine dagli accertamenti eseguiti dagli agenti della Polizia Municipale di Terni successivamente al verificarsi di un incidente a catena, verificatosi in Terni su una strada statale.

Nel corso degli accertamenti gli agenti apprendevano che le persone offese erano rimaste tutte coinvolte in un incidente causato per colpa esclusiva dell’imputato, il quale, non rendendosi conto che le autovetture che lo precedevano nello stesso senso di marcia erano tutte ferme, onde dare precedenza agli autoveicoli in circolazione sulla rotatoria, sopraggiungendo ad elevata velocità, tamponava l’ultima autovettura della fila che, a sua volta, tamponava l’autovettura che precedevano e così quella avanti.

Un mega tamponamento a catena!

Nell’immediatezza del sinistro, il conducente dell’autovettura, responsabile del grave incidente, sceso dall’auto chiedeva di non chiamare i carabinieri poiché privo di patente. Resosi conto, tuttavia, che una delle persone offesa aveva preso il telefono presumibilmente proprio per chiamare i carabinieri, repentinamente si rimetteva in macchina dandosi alla fuga.

Grazie alla descrizione dell’uomo ed al numero di targa appuntato da una delle persone offese, la polizia locale intervenuta nell’immediatezza riusciva a risalire al responsabile del sinistro che, dunque, veniva denunciato per la violazione dell’art. 189 CdS. attesa la sussistenza certa dell’elemento soggettivo della volontaria omissione di soccorso.

La decisione

Secondo il giudice penale del Tribunale di Terni (sent. n. 627/2018), il reato di fuga di cui all’art. 189, co. 6 e 7, del CdS è punibile esclusivamente a titolo di dolo, nel cui oggetto deve rientrare dunque anche il danno alle persone conseguito all’incidente stradale e la cui sussistenza va accertata in riferimento alle circostanze concretamente rappresentate e percepite dall’agente al momento della consumazione della condotta, va osservato che nel reato di “fuga” previsto dall’art. 189 CdS l’elemento soggettivo può essere integrato anche dal dolo eventuale, ossia dalla consapevolezza dei verificarsi di un incidente riconducibile al proprio comportamento che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, senza che debba riscontrarsi l’esistenza di un effettivo danno alle persone.

Nel caso di specie l’imputato, consapevole che l’incidente era assolutamente ricollegabile al suo comportamento, consapevolmente non ottemperava all’obbligo di fermarsi in presenza di un danno non solo alle persone, non ottemperando al conseguente obbligo di prestare assistenza necessari alle persone ferite.

Deve pertanto, affermarsi la colpevolezza dell’imputato, che così veniva condannato alla pena di legge e al pagamento delle spese processuali nonché la sospensione della patente di guida per anni due.

 

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Diritto di credito

L’illecito aquiliano che abbia cagionato, quale conseguenza, un danno da lesione di un diritto di credito obbliga l’autore al risarcimento del danno, a nulla rilevando che questo sia stato causato con colpa o dolo

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 31536 del 6 dicembre 2018, relatore dott. Marco Rossetti, ha stabilito che l’illecito civile extracontrattuale, che abbia avuto come effetto la lesione di un diritto di credito, obbliga l’autore del fatto al risarcimento del danno, a nulla rilevando che il danno medesimo sia stato causato da colpa o da dolo.

Il ricorso è affidato ad un unico motivo che contiene, in realtà, plurime censure.

Gli Ermellini ritengono erronea la statuizione della Corte territoriale che, nel caso in esame, aveva ritenuto che il danno derivante da lesione del diritto di credito possa essere risarcito unicamente se commesso con dolo.

Ma la lesione del diritto di credito quando è risarcibile con riferimento all’elemento soggettivo?

Per la Cassazione l’illecito aquiliano può consistere nella lesione di un diritto assoluto, di un diritto relativo, di un interesse legittimo e di qualsiasi interesse preso in considerazione dall’ordinamento (Cass., SS.UU. n. 500/1999).

Tanto è vero che nessuna distinzione in materia, è introdotta dall’art. 2043 c.c. per ciò che attiene l’elemento soggettivo fra i diversi tipi di illeciti.

Ciò significa che saranno pertanto risarcibili:

1)      Il danno consistito nella lesione di un diritto soggettivo assoluto causato con dolo o colpa;

2)      Il danno consistito nella lesione di un diritto di credito causato con dolo o colpa;

3)      Il danno consistito nella lesione di un interesse giuridicamente rilevante se causato con dolo o colpa.

Questo principio, in verità, era già stato più volte affermato dalla Suprema Corte. Si ricordano ad esempio, la sentenza n. 174 del 1971, con riferimento al danno da lesione del credito patito dal creditore a seguito dell’uccisione del debitore; la sentenza n. 11695 del 2018 che attiene al danno da lesione del credito di regresso del fideiussore, scaturito dall’abusiva erogazione di credito al debitore principale ed infine, la decisione n. 2844 del 2010 relativamente al danno da lesione del credito del datore di lavoro, scaturito dall’invalidità del lavoratore causata da un terzo.

Gli Ermellini, di conseguenza, nell’interesse della legge, ribadiscono il seguente principio di diritto:

L’illecito aquiliano che abbia avuto per effetto la lesione di un diritto di credito obbliga l’autore al risarcimento del danno, a nulla rilevando che questo sia stato causato con colpa o dolo.

Altro interrogativo cui deve rispondere la Suprema Corte nell’esaminare la sentenza impugnata è quello relativo alla sussistenza del nesso causale tra la condotta ed il danno.

Sul punto gli Ermellini osservano, in primis, che lo stabilire se vi sia o meno nesso di causa tra una determinata condotta ed un danno è un accertamento di fatto, riservato al giudice del merito e non sindacabile in sede di legittimità (ex plurimis, Cass., n. 4439 del 2014).

Inoltre, ai fini dell’accertamento del nesso di causa non rileva che l’attore abbia domandato il risarcimento di un danno emergente o di una perdita di chances.

Ed infatti, anche tra la condotta illecita e la perdita di chances deve sussistere un nesso di causa, così come è richiesto anche tra la condotta illecita ed il danno emergente.

Tale nesso va accertato con gli stessi criteri in entrambi i casi.

Con riferimento alla perdita di chance, infatti, ciò che può essere incerto è il risultato utile sperato che si è perduto, e non invece il nesso tra la condotta illecita e la perdita della speranza (Cass., n. 5641 del 2018).

E la prospettazione in termini di perdita di chance deve essere eccepita nel giudizio di primo grado e non formulata per la prima volta in grado di appello.

Ma per gli Ermellini, stabilire se la condotta sia stata tenuta con o senza mala fede è questione, per un verso estranea alla ratio decidendi e, per altro, irrilevante ai fini del decidere. Ed infatti, anche se la condotta fosse stata tenuta in mala fede, la ritenuta insussistenza del nesso di causa tra essa ed il danno ne avrebbe escluso la rilevanza giuridica.

In base alle su esposte argomentazioni la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso.

Avv. Maria Teresa De Luca

 

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CESSIONE DEL CREDITO AL LEGALE INCARICATO DI RECUPERARLO, E’ LEGITTIMA?

Mi soffermerò brevemente in questo articolo sull’elemento soggettivo del reato, rappresentando al lettore la differenza tra il dolo, la colpa e la preterintenzione.

Innanzitutto, alla luce di quanto espressamente previsto dall’art. 43 c.p., il reato è doloso, ossia secondo l’intenzione, colposo, ossia contro l’intenzione, e preterintenzionale, ossia oltre l’intenzione.

Il dolo rappresenta il criterio normale di imputazione soggettiva a dispetto della colpa ovvero della preterintenzione, le cui fattispecie di reato sono quelle espressamente indicate dal Legislatore.

Il reato è doloso (ovvero secondo l’intenzione) allorquando l’evento illecito, penalmente rilevante, derivi da una condotta prevista e voluta dall’agente: dunque, il reato è doloso quanto il soggetto attivo agisce con la coscienza e la volontà, pienamente consapevole che la propria azione ovvero omissione rientri nell’alveo delle condotte penalmente rilevanti.

La Dottrina, poi, ha configurato numerose classificazioni del dolo ed in questa sede riporterò brevemente – al fine di non tediare il lettore – quelle che ad avviso di chi scrive sono le più rilevanti:

  • dolo generico, allorquando il reo agisce con la coscienza e la volontà che la propria condotta configuri il fatto descritto dalla norma incriminatrice;
  • dolo specifico, allorquando il reo agisce con la consapevolezza di assumere una condotta penalmente rilevante, al fine di conseguire un determinato scopo;
  • dolo eventuale, allorquando l’agente prevede che la propria condotta possa integrare una fattispecie penalmente rilevante e ne assume il rischio che l’evento dannoso si verifichi.

La colpa sussiste allorquando l’evento dannoso discenda dalla condotta posta in essere dall’agente, non sussistendone, tuttavia, la volontà che il medesimo si realizzi.

Pertanto, nelle fattispecie di reato colposo, mancando la volontà del reo, distinguiamo tra colpa generica, allorquando il fatto deriva da negligenza – mancata adozione da parte dell’agente di tutte le cautele imposte dalle regole cautelari – da imprudenza – il soggetto attivo agisce sebbene le regole cautelari sconsiglino espressamente di porre in essere una determinata azione – e da imperizia – che consiste nella ignoranza e nella inattitudine dell’agente – e colpa specifica, allorquando il fatto discende dalla inosservanza da parte dell’agente di leggi, regolamenti, ordini e discipline.

Merita di essere in questa sede menzionata anche la colpa cosciente, che si differenzia dal dolo eventuale, così come sopra specificato: in particolare, si configura la colpa cosciente quando l’agente prevede che la propria condotta possa integrare una fattispecie penalmente rilevante, ma nonostante ciò è sicuro delle proprie capacità e dunque che l’illecito non si verifichi.

Infine, la preterintenzione sussiste quando dall’azione ovvero dalla omissione deriva un evento più grave rispetto a quello voluto dall’agente: l’esempio di scuola è quello di Tizio che aggredisce Caio con lo scopo di procurargli delle lesioni, cagionandone, per contro, la morte. Si tratta, dunque, del c.d. omicidio preterintenzionale.

Concludo rappresentando a chi legge che sull’elemento psicologico del reato ci sono pagine e pagine scritte dalla Dottrina e dalla Giurisprudenza di Legittimità e che riportare in questa sede tutto quanto descritto – in punto squisitamente di diritto – rischierebbe di andare contro l’intento di chi scrive, che è appunto quello di rappresentare schematicamente la differenza tra dolo, colpa e preterintenzione.

Avv. Aldo Antonio Montella
(Foro di Napoli)

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