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Dott.ssa Rosaria Ferrara

soggetto autistico

‘Risorse e vulnerabilità del soggetto autistico. Quali sfide per il terapeuta e la famiglia?’ è il titolo del convegno che si terrà all’Università La Sapienza

Il 14 giugno presso l’Aula Gerin dell’Università “Sapienza” di Roma si terrà il convegno dal titolo “Risorse e vulnerabilità del soggetto autistico. Quali sfide per il terapeuta e la famiglia?”.

Nel Convegno, organizzato da la “Sapienza”, dalla Associazione Oisma e dall’Istituto IDO, si tratterà la questione autismo con un focus particolare sui ragazzi e giovani autistici. Ma anche, naturalmente, sulle autonomie di questi giovani e su come Istituzioni, Associazioni e professionisti possono relazionarsi per garantirgli un futuro rispettoso delle loro abilità e talenti.

Ebbene sì, i soggetti autistici hanno dei talenti che a volte non riescono a far emergere.

E questo o perché le abilità sociali sono poco stimolate o perché l’ambiente circostante non riconosce che determinate ripetizioni, determinati comportamenti potrebbero segnalare un talento particolare.

Dobbiamo sempre tenere a mente, quando parliamo di autismo, della definizione che ne ha dato Donna Williams: “l’autismo è la storia di due battaglie, una per tenere fuori il mondo e un’altra per raggiungerlo”.

Il mondo per i soggetti autistici è rassicurante solo tramite stereotipie ed una buona dose di ripetitività.

Ed è proprio in virtù di questo che è fondamentale lavorare con il soggetto autistico, ma anche con l’ambiente circostante e far comprendere che le loro particolarità non sono il segno di un meno, ma il segno di una “diversità”.

A testimonianza di ciò ci sarà Debra Chwast, madre di Seth Chwast, ragazzo autistico, ma soprattutto artista di indiscusso talento e bravura.

Insomma, di buoni motivi per partecipare al convegno ce ne sono molti.

Sarà possibile ascoltare relatori venuti in Italia dall’altra parte dell’Oceano, ci sarà la possibilità di conoscere la realtà dell’OISMA e di cosa offre a livello di ricerca e di servizi nell’autismo. Infine, ci saranno professori e portavoce di altre importanti realtà sull’autismo.

Per chi è interessato è possibile ritirare un attestato di partecipazione a fine mattinata, ma è obbligatorio prenotarlo al sito info@oisma.it

 

Programma del convegno

 

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ASPERGER, COME RICONOSCERLI: L’8 GIUGNO UN INCONTRO A BATTIPAGLIA

asperger

L’8 giugno, alle ore 17, all’Istituto comprensivo “Marconi” a Battipaglia si terrà un incontro sul tema della sindrome di Asperger con psicologi ed esperti

Quanto si sa, ad oggi, sulla sindrome di Asperger? E come fa un genitore a riconoscerne i segnali? Considerati spesso troppo “normali” per rientrare nell’autismo “classico”, e al contempo troppo bizzarri per essere “normali”, questi soggetti rischiano di non ricevere una diagnosi adeguata in modo tempestivo.

Per rispondere a queste ed altre domande sull’autismo ad alto funzionamento, l’’8 giugno, alle ore 17, presso l’Istituto comprensivo “Marconi” di Battipaglia, psicologi ed esperti della materia, insieme a familiari di giovani con la sindrome di Asperger, si incontreranno per discuterne.

Sebbene infatti l’autismo sia una condizione in crescita, la sindrome di Asperger e l’autismo ad alto funzionamento sono condizioni più difficilmente riconoscibili e spesso confuse con altre.

Una situazione che produce un ulteriore malessere nei minori e nelle loro famiglie. Ma allora chi sono questi Asperger? E gli alti funzionamenti?

Potremmo definire queste personalità come appartenenti alla neurodiversità e, molte volte, come soggetti caratterizzati da talenti o modalità di pensiero che li rendono unici.

Ma come riuscire ad effettuare quella famosa diagnosi precoce? E se un genitore ha un sospetto che può fare?

In questo incontro si proverà a rispondere a questi ed altri quesiti tramite le voci e le testimonianze di chi lavora o è genitore di questi ragazzi controcorrente.

L’appuntamento è l’8 giugno, ore 17:00 presso L’Istituto Comprensivo “Marconi” (via Serroni 5, Battipaglia) per discuterne insieme.

La giornata di incontro sarà anche l’occasione per presentare la realtà associativa dell’OISMA che, tra campagne di sensibilizzazione, ricerca e la messa in piedi di un polo clinico, sta provando a dare risposte concrete e multidisciplinari alla neurodiversità.

 

Programma incontro 8 giugno

 

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allevi

Chiunque sia vicino al mondo dell’autismo e alla sindrome di Asperger non può non rintracciarne alcune caratteristiche in Allevi

Osservare un’intervista al pianista Giovanni Allevi, noto compositore e pianista italiano, è sicuramente un’esperienza interessante, può suscitare simpatia (a me ne suscita tantissima!), antipatia, ma è certo che qualcosa di forte lo susciti. Chiunque sia vicino al mondo dell’autismo ed in particolar modo dell’Asperger, non può non notare una certa Aspergitudine di Allevi: la goffagine, lo sguardo sfuggente, la risata non sempre contestuale e poi il suo racconto: la sua vita fatta di ansia, attacchi di panico, aspettative che lo schiacciano ma il grande amore (paragonabile ad un interesse pervasivo) per la musica.

Allevi sembrerebbe un personaggio dalle scarsi doti sociali, ma sicuramente dotato di un talento spiccato (quello per la musica) a cui si è dato anima e corpo. Questa breve considerazione non vuole assolutamente essere un iter diagnostico di Allevi, ma semplicemente la sottolineatura di come tutta una serie di caratteristiche, che potrebbero sembrare solo zavorre, non vogliano proprio dir nulla.

L’essere umano è sempre aperto al “divenire”, il punto di partenza può essere più o meno positivo ma non dice nulla su dove quella persona arriverà, quali traguardi riuscirà a raggiungere.

Durante un’intervista Allevi raccontava la sua esperienza al liceo, si descriveva come il compagno strano, isolato, non interessato alle uscite ma solo allo studio e a quello della musica in particolare. Insomma era il compagno invisibile, quello non invitato alle feste, non integrato. Sentire questo spaccato di vita mi ha intenerita perché mi ha ricordato i ragazzini con cui lavoro: quanti di loro sono quello strano della classe?! Ma tanto basta per dire che quel ragazzo non ce la farà? No.

Credo che tutti noi abbiamo avuto quel compagno di classe un po’ strano e bizzarro, ma anche quel compagno che era così bravo e secchione e che poi non si è realizzato. La partita con la vita ci cambia carte in continuazione, dobbiamo sia avere una buona mano che saperle giocare. È ormai assodato che l’autismo, anche Asperger, è un modo di essere che può condurre lontano. Ora proviamo ad immaginare se quel giovane Allevi, adolescente invisibile, fosse stato un gran festaiolo, pieno di amici, inviti e con una soddisfacente vita relazionale. Oggi sarebbe il genio che è? Non credo!

Ultimamente sto lavorando con un bimbo di nemmeno 3 anni che presenta tutti gli indicatori di un autismo che via via si va strutturando. A differenza di altri casi in cui riesco ad ottenere risultati in tempo minore, per quanto mi sforzassi con questo bambino non riuscivo a cavare una parolina o un miglioramento comunicativo significativo. All’ultima seduta sono arrivata abbastanza frustrata, chiedendomi cosa sbagliassi e potessi fare di più.

Il piccolo arriva, iniziamo a lavorare, al momento giusto riesco ad inserire una routine giocosa che a lui piace molto, lo coinvolgo tantissimo, creo delle giuste imitazioni e finalmente “patata”, “carota”, “Latte”.. il piccolo inizia a parlare! Tale esempio è semplicemente teso a sottolineare che con l’autismo non bisogna demordere mai, né darsi per vinti, né farsi scoraggiare da un inizio difficile.

Anche gli inizi più difficili possono nascondere un grande talento e non è giusto che l’ansia di chi vive accanto ad un soggetto con autismo oscuri tutto e faccia vedere tutto nero, finanche il suo futuro!

Insomma possiamo conoscere il nostro punto di partenza, ma questo non predetermina quello di arrivo!

Dr.ssa Rosaria Ferrara

Psicologa

 

 

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aggressività

Considerare l’ aggressività come una condizione inscindibile dall’autismo è un errore da non commettere. L’esperta spiega perché.

Autismo ed aggressività non sono un connubio inscindibile, anzi.

Molte volte quando sento parlare di autismo o autistici sento commenti del tipo “sono violenti!”, ma non è vero o per meglio dire non sempre lo è. Inoltre conosco una vasto numero di autistici che a volte possono essere aggressivi verso se stessi, ma non verso l’altro.

L’ aggressività la sperimenta ciascuno di noi, ricordo un ragazzo Asperger che seguo da un po’ di tempo che dopo un primo periodo di trattamento si scontrò in piscina con una signora che, involontariamente, gli fece male. La reazione del ragazzino fu di inveire con una sterminata serie di parolacce!

La madre rimase particolarmente scossa dalla violenza verbale del figlio, io ci vidi un avanzamento, un momento di crescita in quanto il piccolo Aspie era solito iniziare una serie di stereotipie in situazioni del genere. L’ aggressività in quella determinata occasione, era stato un fenomeno eterodiretto, e non autodiretto come una stereotipia, pertanto era da leggervi un avanzamento.

Ma ora veniamo ad un breve skatch clinico. Vi introduco G. un bimbo di tre anni che ho visto per una valutazione e con il quale ho poi iniziato un trattamento specifico. G. si presenta come un bambino molto vivace, si muove nella stanza di valutazione in continuazione e sono pochi i materiali che attirano la sua attenzione. G. utilizza poco lo sguardo, non parla né approssima parole, vocalizza in maniera autodiretta (quindi emette suoni ma poche volte con intento comunicativo).

Spesso G. si picchia con una certa intensità stringendo la mano in un pugno e scaraventandolo in testa. Dopo averlo osservato, aver effettuato una serie di test con lui ed i genitori ho iniziato un trattamento basato sui principi del metodo Denver e che aiutasse G. nel migliorare la comunicazione.

Dopo solo due mesi, G. è diventato molto più comunicativo: utilizza di più lo sguardo, ha molte più vocalizzazioni e sono perlopiù eterodirette (vocalizza guardando le altre persone), inoltre ha smesso di picchiarsi. G., infatti, è stato aiutato nell’aumentare la comunicazione (non il linguaggio, ma la comunicazione che viene ancor prima del linguaggio), capendo che può esprimersi in una miriade di modi anziché picchiarsi in testa.

L’ aggressività nello spettro autistico non è sempre dovuta alla comunicazione, ma oggi ho voluto riportare un nesso che si ripete in tanti di questi casi, in cui l’ aggressività indica la frustrazione conseguente all’incapacità di comunicare.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

 

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attacco di panico

Un approfondimento dedicato all’ attacco di panico e ai sintomi che lo accompagnano. Ecco come uscire da questo tipo di disturbo

“Sto morendo!” ecco la frase più associata all’ attacco di panico: quella sensazione di venir meno che tra tanti malesseri somatici come palpitazioni, tremori e senso di smarrimento, caratterizza questo fenomeno così tanto e trasversalmente diffuso.

Oltre all’evento in sé, chi prova l’attacco di panico, rimane in scacco della paura che ritorni ed è una paura che condiziona il vivere di quel soggetto fino a farlo essere più timoroso, a ridurlo all’ombra di se stesso, imprigionato in una vita che, all’improvviso, appare molto più limitata e limitante.

Quello che più ci orienta nella clinica, come terapeuti, è proprio quello smarrimento, quel non capire cosa il paziente ci lì in quel momento storico della sua vita.

L’evento dell’attacco di panico mette a nudo che il soggetto non dispone di un significante per spiegare la sua esistenza.

Sfugge il senso della propria vita, si tocca, anzi si finisce dentro un’interruzione, un vuoto che non può far altro che ingenerare panico.

Il malessere è diffuso, non ci si sa dare una spiegazione precisa, non ci sono le parole per dirlo.

Il senso di smarrimento è imperante e pervasivo. Più il soggetto si sente spaesato, più prova ad appellarsi agli altri e quindi inizia a chiedere di essere accompagnato a lavoro, a fare la spesa, o altre faccende che prima avrebbe affrontato serenamente.

Il panico trascina con sé l’ansia del successivo attacco di panico, si apre un tempo di attesa ed inquietudine in cui il soggetto si sente smarrito e somatizza e sente su di sé una lunga serie di sintomi che ingenerano la paura di malattie (i pazienti con attacchi di panico affollano i pronto soccorso). Riscontro che tanti pazienti che soffrono di attacchi di panico solo dopo aver interpellato tanti dottori, specialisti ed aver escluso cause organiche, si “arrendono” all’idea di aver sperimentato degli attacchi di panico e pertanto la causa è da trovare nella psiche.

È possibile uscire dagli attacchi di panico?

Sì ed è possibile tramite una psicoterapia. È con l’aiuto di un terapeuta che si può venire fuori da qual buco creato da un significante, una parola che manca, un’esperienza che non riusciamo a definire ma che ci blocca. Sarà lungo il percorso di psicoterapia che con il paziente si affronteranno fantasie, desideri, pensieri più o meno consci, che hanno bisogno di essere riconosciuti, elaborati ed accettati dal paziente per tornare a vivere senza ansia.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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autismo

Linda è una bimba di 18 mesi, a cui ho somministrato il modulo Toddler dell’ADOS-2, strumento principe per la diagnosi dell’ autismo …

I D.S.A. ( Disturbi dello Spettro autistico o autismo ), rappresentano disturbi eterogenei del neuro-sviluppo che si concretizzano in una compromissione più o meno severa della comunicazione (intesa come linguaggio ed interazione sociale) e del comportamento.

L’intervento e la tempestività del pediatra nei casi di “sospetto” autismo è fondamentale e può cambiare la vita del piccolo paziente e della sua famiglia. I piccoli che rientrano nello spettro autistico, infatti, già a 12 mesi mostrano dei segnali che potrebbero far pensare a delle anomali dello sviluppo.

A 18 mesi, poi, si possono rilevare una serie di sintomi anche con l’utilizzo di un questionario specifico , raccomandato per i pediatri, la Checklist for Autism in Toddlers (CHAT). Questo strumento, di veloce somministrazione, ci segnala aree specifiche in cui il bambino potrebbe essere a rischio (comunicazione e comportamento) in cui si possono rilevare dei “campanelli d’allarme”:

  • Il bambino non si gira al richiamo (per approfondire questo indicatore è sempre bene fare le prove audiometriche);
  • Lo sguardo del bambino non è ben modulato;
  • Il bambino ha un gioco ripetitivo;
  • Il bambino non ha acquisito gesti;
  • Il linguaggio è limitato o ancora non sviluppato.

Non tutte le forme dello spettro autistico possono essere rilevate in così tenera età, in alcuni casi lo sviluppo può sembrare tipico per poi subire una regressione sia nella comunicazione che nel linguaggio che nel comportamento. Per essere più chiara ed esaustiva riporto un estratto di una relazione di una bimba a cui ho segnalato un rischio dello spettro autistico a 18 mesi:

Linda non si preoccupa della presenza dell’esaminatrice, la sua attenzione è rivolta ad oggetti che si muovono come la palla i restanti giochi non l’attirano, nemmeno la bambola. Un interesse sensoriale insolito è la visione per tutto ciò che dà riflesso, Linda è attratta dalle superfici di vetro e dai pomelli delle porte ed è difficile distoglierla da questo interesse assorbente. Linda esprime perlopiù gli estremi emotivi, passando da momenti di felicità ed eccitazione ad altri di rabbia e collera quando il caregiver le interdice comportamenti potenzialmente lesivi a cui lei risponde con aggressioni fisiche. Quando fortemente eccitata sfarfalla con le manine”.

Linda è una bimba di 18 mesi, a cui ho somministrato il modulo Toddler dell’ADOS-2, strumento principe per la diagnosi dell’ autismo. La sveltezza con cui i genitori si sono allarmati ed attrezzati per capirci un po’ di più sulla loro bambina, che gli sembrava così diversa nello sviluppo dalla loro primogenita, gli ha permesso di lavorare in un momento di grande “plasticità cerebrale” e dare tutt’altra direzione allo sviluppo della bambina.

La diagnosi dell’ autismo è puramente clinica, si basa cioè, sull’osservazione ed il rilevamento del comportamento del bambino in una serie di attività con l’esaminatore e dalle interviste con i genitori.

Proprio per questo è fondamentale la tempestività, troppe volte ricevo genitori a cui è stato detto “aspettiamo” “parlerà” “è solo più lento degli altri”, ma nel mentre si perdevano i mesi “migliori” per una diagnosi ed un intervento precoce.

Per farla breve, quando si ha un dubbio è bene intervenire, una buona diagnosi potrà confermarlo o disconfermarlo.

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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i figli

Un caso clinico forense che rappresenta una situazione diffusa in cui i figli vengono inglobati nello scenario psichico di uno dei due genitori

Marcello e Monica si incontrano, sono più che trentenni, ancora giovani ma non così troppo da pensare ad un futuro insieme. Si sposano, hanno due figli. Ma la coppia non va. I due coniugi litigano spesso, troppo, lui è tanto assente perché preso dal lavoro, lei tanto attaccata alla sua famiglia di origine da non accorgersi che ne ha una nuova, tutta sua.

I litigi continuano, le giornate insieme sono sempre più pesanti, struggenti e con i figli che osservano l’amore trasformarsi in astio. I due decidono di separarsi, lui scopre un tradimento di lei e vorrebbe l’addebito per colpa della separazione, ma lei riesce a convincerlo a rinunciarci per non portare a lungo le questioni legali e preservare il più possibile il rapporto con i figli.

Marcello, infatti, nonostante la separazione frequentava i due minori con regolarità. Marcello accondiscende, la coppia procede con una separazione consensuale ma appena questa si conclude, Marcello non vede più i figli. Il rapporto cambia bruscamente, i due preadolescenti dicono, improvvisamente, di “schifare” il padre, di non volergli bene e di non volerlo frequentare più mettendo in atto una serie di comportamenti volti ad allontanare il padre e tutta la sua famiglia di origine. Si apre una CTU e vengono ascoltati i minori che rimangono rigidamente fedeli al rifiuto della figura paterna, fino a saltare gli incontri ed essere sprezzanti ai limiti della maleducazione nei confronti del CTU. Naturalmente tali atteggiamenti oppositivi e provocatori sono sostenuti ed agiti anche dalla madre.

Questa breve vignetta clinico forense rappresenta una situazione abbastanza diffusa in cui i figli, già ostaggio della rabbia tra i genitori, vengono improvvisamente inglobati nello scenario psichico di uno dei due genitori tanto da voler simbolicamente “fare fuori” l’altro genitore.

Nelle mie esperienze da CTU e CTP, spesso mi imbatto in casi del genere in cui maggiore è l’età dei figli, maggiormente difficile sarà la ripresa dei rapporti tra minori e figli.

Ma quali sono le caratteristiche di questi minori? Cosa ci dicono in CTU?

In questi casi, solitamente, il mondo è scisso ed è diviso in “con noi” o “contro di noi”, nella narrazione spontanea dei figli manca un’argomentazione precisa, si gioca sul “sempre” e sul “mai”, con elevata difficoltà nel collocare e contestualizzare tutto ciò che rinfacciano ad uno dei genitori. Dal punto di vista clinico le narrazioni delle minori, si caratterizzano perché mancano di ambivalenza, il genitore rifiutato è completamente negativo, così come la sua famiglia.

In questi casi è importante il lavoro che svolgono tutti gli attori che ruotano intorno al nucleo, tra cui lo psicologo sia nelle vesti di CTU che di CTP, possano arginare queste situazioni in cui genitori e figli si trovano coinvolti in una dimensione alienante ed a tratti delirante in cui la memoria ed i ricordi vengono in continuazione ricostruiti in base al proprio assetto emotivo. situazione che poi sfugge completamente di mano. È necessario che il professionista non colluda con le idee del genitore alienante, ma lo aiuti ad elaborare la sofferenza insita in uno scenario simile.

 

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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autismo

Il 15 gennaio scorso, alla Camera, si è tenuto un Convegno sull’ autismo e sul modo in cui la disabilità possa essere gestita puntando su un’abilità

Il 15 gennaio si è svolto alla Camera un Convegno sull’ autismo, anzi sull’abilità delle persone che rientrano in questa condizione. È stato un convegno che potremmo definire non-standard, nonostante l’importanza e l’istituzionalità del luogo che ci ha accolti e ci ha dato parola.

L’abilità nell’autismo è stata la protagonista della giornata, così come sono stati protagonisti i ragazzi dell’atelier Ultrablu che ci hanno dimostrato quanto la disabilità possa essere affrontata puntando su un’abilità. Il convegno è stato un momento di esaltazione dell’unicità del singolo, della forza che ha ciascuno e di quanto sia vincente fare una scommessa proprio su quell’unicità. Altrimenti come potranno questi ragazzi affrontare l’età adulta? Gli interventi che si sono succeduti nel pomeriggio hanno avuto tutti al centro la questione dell’autismo e dell’unicità del soggetto autistico, ma l’hanno trattato da punti di vista differenti. Di seguito ne citiamo solo alcuni, per far arrivare al lettore le diverse sfumature della giornata.

Ansermet, neuropsichiatra e psicoanalista, ha esposto l’importanza della “plasticità cerebrale” per far comprendere alla platea quanto l’uomo sia biologicamente indeterminato per essere indeterminato. La nostra rete neuronale, infatti, è soggetta a continui mutamenti e riassemblamenti che non la fanno mai essere uguale al punto di partenza.

La vita, l’esperienza, ci muta, ci plasma, donandoci una chance, una libertà tutta da giocare. La dott.ssa Di Renzo ha esaltato le capacità artistiche nell’autismo, fino a mostrare un vero e proprio caso e la sua evoluzione attraverso i suoi disegni.

 

C’è stato, poi, il mio intervento in cui ho intrecciato due questioni dell’autismo: ricerca e clinica. Ai nostri giorni, infatti, la ricerca è fortemente ancorata al metodo tanto che, in alcuni casi, sembrerebbe essere più interessante il metodo che si utilizza in quella ricerca piuttosto che la questione di cui si ci vorrebbe occupare.

In particolar modo ho sottolineato alcuni punti che, nell’autismo, sono ancora troppo scoperti in Italia: diagnosi ed intervento precoce; riabilitazione in adolescenza ed in età adulta, l’espressione fenotipica dell’autismo nelle donne. Intorno a queste ed altre questioni, è nato l’OISMA ( Osservatorio Italiano Studio e Monitoraggio Autismo), che proverà a favorire la trasformazione di tutti una serie di punti teorici e di ricerca in prassi mediche.

Altro punto particolarmente toccante del pomeriggio è stato l’intervento di Monica Nicoletti, madre di un giovane ragazzo autistico artisticamente talentuoso, che a Roma ha messo in piedi (anche con la collaborazione mia e di un professore d’arte) l’atelier artistico Ultrablu, spazio incontaminato in cui i giovani Artisti-Autistici si dedicano all’arte senza competizione, senza sovrastrutture ma affiancati da altri artisti normotipici.

La conclusione, poi, è stata particolarmente emozionante: hanno preso parola Andrea e Simone, artisti che rientrano nello spettro autistico che, in tutta la loro particolarità ed unicità, ci hanno illustrato e loro opere.

 

 

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

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figlio è un bullo

Vi siete mai chiesti se vostro figlio è un bullo? Sembra impossibile, ma non lo è. Ecco come capirlo, e come intervenire…

A.A.A. Cercasi bullo. Il mese di settembre sarà dedicato da Responsabile Civile, in collaborazione con la sua esperta psicologa Rosaria Ferrara, all’approfondimento del tema del bullismo.

Il bullismo va conosciuto, ne vanno sfatati alcuni miti e soprattutto va denunciato. Sarà quindi un mese di divulgazione, ma in cui chiederemo aiuto ai nostri lettori. La nostra rubrica si chiama A.A.A. Cercasi bullo proprio perché cerchiamo le testimonianze di chi ha vissuto (agendo o subendo) bullismo.

Ma ora la parola all’esperto.

Il bullismo non è assolutamente un fenomeno nuovo, ma sicuramente mutevole: coinvolge sia ragazzi che ragazze, può essere esercitato verso un pari ma anche verso un compagno più piccolo o addirittura un insegnante, può essere agito “dal vivo” o avvalersi dei social network. Insomma i volti del bullismo sono tanti, ma l’aggressività che vi è alla base è sempre la stessa.

Il bullismo può coinvolgere un adolescente sia come leader che come “partecipante”, le caratteristiche dei due profili sono differenti ma portano a conseguenze ugualmente gravi e vanno entrambe stigmatizzate.

Nell’essere umano il desiderio di riconoscimento da parte dell’altro è a dir poco fondamentale, lo è ancor di più in adolescenza.

Se tale riconoscimento non arriva dalla famiglia, pur di ottenerlo un adolescente è capace di assecondare richieste di un gruppo che sembra considerarlo e fornirgli affetto.

Un individuo in gruppo è capace di compiere azioni che da solo non compierebbe mai, si sente impunibile, nel giusto e forte, troppo forte.

Talvolta alle spalle di un bullo può esservi una famiglia particolarmente lassista ed incapace di dare limiti, oppure all’opposto può essere troppo rigida ed attenta alle regole, oppure ancora può esserci una famiglia che dà poche attenzioni al figlio o che è abituata ad utilizzare voce alta ed un linguaggio aggressivo.

Non esiste la famiglia del bullo, quindi chiunque può ritrovarsi un figlio che agisce del bullismo.

Come accorgerci se nostro figlio è un bullo?

Solitamente sono ragazzi che hanno difficoltà a tollerare le regole, disposti a sovvertirle anche tramite un atteggiamento aggressivo nei confronti dei genitori.

La scuola spesso avvisa i genitori di una certa arroganza dei figli verso le autorità, ma i genitori tendono a minimizzare e normalizzare questi atteggiamenti. Il genitore non deve mettere la testa sotto la sabbia, ma capire che questo può essere un campanello d’allarme.

Solitamente il rendimento scolastico è basso.

Se vostro figlio minimizza in un dialogo con voi le conseguenze di gesti o atti di bullismo, di cronaca, è importante fargli capire che questo genere di azioni hanno conseguenze importanti su chi li compie e su chi li riceve. Anche questo può essere un importante campanello d’allarme.

Cosa fare se nostro figlio è un bullo?

È fondamentale collaborare con le figure di riferimento che affiancano il ragazzo e farsi raccontare gli accaduti.

È altrettanto importante essere severi ed autorevoli con i propri figli, ma non bulli a propria volta: non vanno insultati o picchiati, in questo caso si incentiverebbe una sfida tra ragazzo-autorità.

Interrogarsi sul proprio stile genitoriale e farsi aiutare da un esperto. Perché se è vero che i genitori sono l’arco ed i figli la freccia, si deve lavorare insieme sulla traiettoria presa fino a quel momento.

Se ti va di dare una mano all’iniziativa di Responsabile Civile e parlare in anonimato della tua esperienza come bullo o vittima di bullismo, ma anche come familiare di un bullo o di una vittima scrivi a a redazione@responsabilecivile.it

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara
(Psicologa forense)

 

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