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Dott.ssa Rosaria Ferrara

attacco di panico

Un approfondimento dedicato all’ attacco di panico e ai sintomi che lo accompagnano. Ecco come uscire da questo tipo di disturbo

“Sto morendo!” ecco la frase più associata all’ attacco di panico: quella sensazione di venir meno che tra tanti malesseri somatici come palpitazioni, tremori e senso di smarrimento, caratterizza questo fenomeno così tanto e trasversalmente diffuso.

Oltre all’evento in sé, chi prova l’attacco di panico, rimane in scacco della paura che ritorni ed è una paura che condiziona il vivere di quel soggetto fino a farlo essere più timoroso, a ridurlo all’ombra di se stesso, imprigionato in una vita che, all’improvviso, appare molto più limitata e limitante.

Quello che più ci orienta nella clinica, come terapeuti, è proprio quello smarrimento, quel non capire cosa il paziente ci lì in quel momento storico della sua vita.

L’evento dell’attacco di panico mette a nudo che il soggetto non dispone di un significante per spiegare la sua esistenza.

Sfugge il senso della propria vita, si tocca, anzi si finisce dentro un’interruzione, un vuoto che non può far altro che ingenerare panico.

Il malessere è diffuso, non ci si sa dare una spiegazione precisa, non ci sono le parole per dirlo.

Il senso di smarrimento è imperante e pervasivo. Più il soggetto si sente spaesato, più prova ad appellarsi agli altri e quindi inizia a chiedere di essere accompagnato a lavoro, a fare la spesa, o altre faccende che prima avrebbe affrontato serenamente.

Il panico trascina con sé l’ansia del successivo attacco di panico, si apre un tempo di attesa ed inquietudine in cui il soggetto si sente smarrito e somatizza e sente su di sé una lunga serie di sintomi che ingenerano la paura di malattie (i pazienti con attacchi di panico affollano i pronto soccorso). Riscontro che tanti pazienti che soffrono di attacchi di panico solo dopo aver interpellato tanti dottori, specialisti ed aver escluso cause organiche, si “arrendono” all’idea di aver sperimentato degli attacchi di panico e pertanto la causa è da trovare nella psiche.

È possibile uscire dagli attacchi di panico?

Sì ed è possibile tramite una psicoterapia. È con l’aiuto di un terapeuta che si può venire fuori da qual buco creato da un significante, una parola che manca, un’esperienza che non riusciamo a definire ma che ci blocca. Sarà lungo il percorso di psicoterapia che con il paziente si affronteranno fantasie, desideri, pensieri più o meno consci, che hanno bisogno di essere riconosciuti, elaborati ed accettati dal paziente per tornare a vivere senza ansia.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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autismo

Linda è una bimba di 18 mesi, a cui ho somministrato il modulo Toddler dell’ADOS-2, strumento principe per la diagnosi dell’ autismo …

I D.S.A. ( Disturbi dello Spettro autistico o autismo ), rappresentano disturbi eterogenei del neuro-sviluppo che si concretizzano in una compromissione più o meno severa della comunicazione (intesa come linguaggio ed interazione sociale) e del comportamento.

L’intervento e la tempestività del pediatra nei casi di “sospetto” autismo è fondamentale e può cambiare la vita del piccolo paziente e della sua famiglia. I piccoli che rientrano nello spettro autistico, infatti, già a 12 mesi mostrano dei segnali che potrebbero far pensare a delle anomali dello sviluppo.

A 18 mesi, poi, si possono rilevare una serie di sintomi anche con l’utilizzo di un questionario specifico , raccomandato per i pediatri, la Checklist for Autism in Toddlers (CHAT). Questo strumento, di veloce somministrazione, ci segnala aree specifiche in cui il bambino potrebbe essere a rischio (comunicazione e comportamento) in cui si possono rilevare dei “campanelli d’allarme”:

  • Il bambino non si gira al richiamo (per approfondire questo indicatore è sempre bene fare le prove audiometriche);
  • Lo sguardo del bambino non è ben modulato;
  • Il bambino ha un gioco ripetitivo;
  • Il bambino non ha acquisito gesti;
  • Il linguaggio è limitato o ancora non sviluppato.

Non tutte le forme dello spettro autistico possono essere rilevate in così tenera età, in alcuni casi lo sviluppo può sembrare tipico per poi subire una regressione sia nella comunicazione che nel linguaggio che nel comportamento. Per essere più chiara ed esaustiva riporto un estratto di una relazione di una bimba a cui ho segnalato un rischio dello spettro autistico a 18 mesi:

Linda non si preoccupa della presenza dell’esaminatrice, la sua attenzione è rivolta ad oggetti che si muovono come la palla i restanti giochi non l’attirano, nemmeno la bambola. Un interesse sensoriale insolito è la visione per tutto ciò che dà riflesso, Linda è attratta dalle superfici di vetro e dai pomelli delle porte ed è difficile distoglierla da questo interesse assorbente. Linda esprime perlopiù gli estremi emotivi, passando da momenti di felicità ed eccitazione ad altri di rabbia e collera quando il caregiver le interdice comportamenti potenzialmente lesivi a cui lei risponde con aggressioni fisiche. Quando fortemente eccitata sfarfalla con le manine”.

Linda è una bimba di 18 mesi, a cui ho somministrato il modulo Toddler dell’ADOS-2, strumento principe per la diagnosi dell’ autismo. La sveltezza con cui i genitori si sono allarmati ed attrezzati per capirci un po’ di più sulla loro bambina, che gli sembrava così diversa nello sviluppo dalla loro primogenita, gli ha permesso di lavorare in un momento di grande “plasticità cerebrale” e dare tutt’altra direzione allo sviluppo della bambina.

La diagnosi dell’ autismo è puramente clinica, si basa cioè, sull’osservazione ed il rilevamento del comportamento del bambino in una serie di attività con l’esaminatore e dalle interviste con i genitori.

Proprio per questo è fondamentale la tempestività, troppe volte ricevo genitori a cui è stato detto “aspettiamo” “parlerà” “è solo più lento degli altri”, ma nel mentre si perdevano i mesi “migliori” per una diagnosi ed un intervento precoce.

Per farla breve, quando si ha un dubbio è bene intervenire, una buona diagnosi potrà confermarlo o disconfermarlo.

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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i figli

Un caso clinico forense che rappresenta una situazione diffusa in cui i figli vengono inglobati nello scenario psichico di uno dei due genitori

Marcello e Monica si incontrano, sono più che trentenni, ancora giovani ma non così troppo da pensare ad un futuro insieme. Si sposano, hanno due figli. Ma la coppia non va. I due coniugi litigano spesso, troppo, lui è tanto assente perché preso dal lavoro, lei tanto attaccata alla sua famiglia di origine da non accorgersi che ne ha una nuova, tutta sua.

I litigi continuano, le giornate insieme sono sempre più pesanti, struggenti e con i figli che osservano l’amore trasformarsi in astio. I due decidono di separarsi, lui scopre un tradimento di lei e vorrebbe l’addebito per colpa della separazione, ma lei riesce a convincerlo a rinunciarci per non portare a lungo le questioni legali e preservare il più possibile il rapporto con i figli.

Marcello, infatti, nonostante la separazione frequentava i due minori con regolarità. Marcello accondiscende, la coppia procede con una separazione consensuale ma appena questa si conclude, Marcello non vede più i figli. Il rapporto cambia bruscamente, i due preadolescenti dicono, improvvisamente, di “schifare” il padre, di non volergli bene e di non volerlo frequentare più mettendo in atto una serie di comportamenti volti ad allontanare il padre e tutta la sua famiglia di origine. Si apre una CTU e vengono ascoltati i minori che rimangono rigidamente fedeli al rifiuto della figura paterna, fino a saltare gli incontri ed essere sprezzanti ai limiti della maleducazione nei confronti del CTU. Naturalmente tali atteggiamenti oppositivi e provocatori sono sostenuti ed agiti anche dalla madre.

Questa breve vignetta clinico forense rappresenta una situazione abbastanza diffusa in cui i figli, già ostaggio della rabbia tra i genitori, vengono improvvisamente inglobati nello scenario psichico di uno dei due genitori tanto da voler simbolicamente “fare fuori” l’altro genitore.

Nelle mie esperienze da CTU e CTP, spesso mi imbatto in casi del genere in cui maggiore è l’età dei figli, maggiormente difficile sarà la ripresa dei rapporti tra minori e figli.

Ma quali sono le caratteristiche di questi minori? Cosa ci dicono in CTU?

In questi casi, solitamente, il mondo è scisso ed è diviso in “con noi” o “contro di noi”, nella narrazione spontanea dei figli manca un’argomentazione precisa, si gioca sul “sempre” e sul “mai”, con elevata difficoltà nel collocare e contestualizzare tutto ciò che rinfacciano ad uno dei genitori. Dal punto di vista clinico le narrazioni delle minori, si caratterizzano perché mancano di ambivalenza, il genitore rifiutato è completamente negativo, così come la sua famiglia.

In questi casi è importante il lavoro che svolgono tutti gli attori che ruotano intorno al nucleo, tra cui lo psicologo sia nelle vesti di CTU che di CTP, possano arginare queste situazioni in cui genitori e figli si trovano coinvolti in una dimensione alienante ed a tratti delirante in cui la memoria ed i ricordi vengono in continuazione ricostruiti in base al proprio assetto emotivo. situazione che poi sfugge completamente di mano. È necessario che il professionista non colluda con le idee del genitore alienante, ma lo aiuti ad elaborare la sofferenza insita in uno scenario simile.

 

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

 

 

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autismo

Il 15 gennaio scorso, alla Camera, si è tenuto un Convegno sull’ autismo e sul modo in cui la disabilità possa essere gestita puntando su un’abilità

Il 15 gennaio si è svolto alla Camera un Convegno sull’ autismo, anzi sull’abilità delle persone che rientrano in questa condizione. È stato un convegno che potremmo definire non-standard, nonostante l’importanza e l’istituzionalità del luogo che ci ha accolti e ci ha dato parola.

L’abilità nell’autismo è stata la protagonista della giornata, così come sono stati protagonisti i ragazzi dell’atelier Ultrablu che ci hanno dimostrato quanto la disabilità possa essere affrontata puntando su un’abilità. Il convegno è stato un momento di esaltazione dell’unicità del singolo, della forza che ha ciascuno e di quanto sia vincente fare una scommessa proprio su quell’unicità. Altrimenti come potranno questi ragazzi affrontare l’età adulta? Gli interventi che si sono succeduti nel pomeriggio hanno avuto tutti al centro la questione dell’autismo e dell’unicità del soggetto autistico, ma l’hanno trattato da punti di vista differenti. Di seguito ne citiamo solo alcuni, per far arrivare al lettore le diverse sfumature della giornata.

Ansermet, neuropsichiatra e psicoanalista, ha esposto l’importanza della “plasticità cerebrale” per far comprendere alla platea quanto l’uomo sia biologicamente indeterminato per essere indeterminato. La nostra rete neuronale, infatti, è soggetta a continui mutamenti e riassemblamenti che non la fanno mai essere uguale al punto di partenza.

La vita, l’esperienza, ci muta, ci plasma, donandoci una chance, una libertà tutta da giocare. La dott.ssa Di Renzo ha esaltato le capacità artistiche nell’autismo, fino a mostrare un vero e proprio caso e la sua evoluzione attraverso i suoi disegni.

 

C’è stato, poi, il mio intervento in cui ho intrecciato due questioni dell’autismo: ricerca e clinica. Ai nostri giorni, infatti, la ricerca è fortemente ancorata al metodo tanto che, in alcuni casi, sembrerebbe essere più interessante il metodo che si utilizza in quella ricerca piuttosto che la questione di cui si ci vorrebbe occupare.

In particolar modo ho sottolineato alcuni punti che, nell’autismo, sono ancora troppo scoperti in Italia: diagnosi ed intervento precoce; riabilitazione in adolescenza ed in età adulta, l’espressione fenotipica dell’autismo nelle donne. Intorno a queste ed altre questioni, è nato l’OISMA ( Osservatorio Italiano Studio e Monitoraggio Autismo), che proverà a favorire la trasformazione di tutti una serie di punti teorici e di ricerca in prassi mediche.

Altro punto particolarmente toccante del pomeriggio è stato l’intervento di Monica Nicoletti, madre di un giovane ragazzo autistico artisticamente talentuoso, che a Roma ha messo in piedi (anche con la collaborazione mia e di un professore d’arte) l’atelier artistico Ultrablu, spazio incontaminato in cui i giovani Artisti-Autistici si dedicano all’arte senza competizione, senza sovrastrutture ma affiancati da altri artisti normotipici.

La conclusione, poi, è stata particolarmente emozionante: hanno preso parola Andrea e Simone, artisti che rientrano nello spettro autistico che, in tutta la loro particolarità ed unicità, ci hanno illustrato e loro opere.

 

 

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara

(Psicologa Forense)

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figlio è un bullo

Vi siete mai chiesti se vostro figlio è un bullo? Sembra impossibile, ma non lo è. Ecco come capirlo, e come intervenire…

A.A.A. Cercasi bullo. Il mese di settembre sarà dedicato da Responsabile Civile, in collaborazione con la sua esperta psicologa Rosaria Ferrara, all’approfondimento del tema del bullismo.

Il bullismo va conosciuto, ne vanno sfatati alcuni miti e soprattutto va denunciato. Sarà quindi un mese di divulgazione, ma in cui chiederemo aiuto ai nostri lettori. La nostra rubrica si chiama A.A.A. Cercasi bullo proprio perché cerchiamo le testimonianze di chi ha vissuto (agendo o subendo) bullismo.

Ma ora la parola all’esperto.

Il bullismo non è assolutamente un fenomeno nuovo, ma sicuramente mutevole: coinvolge sia ragazzi che ragazze, può essere esercitato verso un pari ma anche verso un compagno più piccolo o addirittura un insegnante, può essere agito “dal vivo” o avvalersi dei social network. Insomma i volti del bullismo sono tanti, ma l’aggressività che vi è alla base è sempre la stessa.

Il bullismo può coinvolgere un adolescente sia come leader che come “partecipante”, le caratteristiche dei due profili sono differenti ma portano a conseguenze ugualmente gravi e vanno entrambe stigmatizzate.

Nell’essere umano il desiderio di riconoscimento da parte dell’altro è a dir poco fondamentale, lo è ancor di più in adolescenza.

Se tale riconoscimento non arriva dalla famiglia, pur di ottenerlo un adolescente è capace di assecondare richieste di un gruppo che sembra considerarlo e fornirgli affetto.

Un individuo in gruppo è capace di compiere azioni che da solo non compierebbe mai, si sente impunibile, nel giusto e forte, troppo forte.

Talvolta alle spalle di un bullo può esservi una famiglia particolarmente lassista ed incapace di dare limiti, oppure all’opposto può essere troppo rigida ed attenta alle regole, oppure ancora può esserci una famiglia che dà poche attenzioni al figlio o che è abituata ad utilizzare voce alta ed un linguaggio aggressivo.

Non esiste la famiglia del bullo, quindi chiunque può ritrovarsi un figlio che agisce del bullismo.

Come accorgerci se nostro figlio è un bullo?

Solitamente sono ragazzi che hanno difficoltà a tollerare le regole, disposti a sovvertirle anche tramite un atteggiamento aggressivo nei confronti dei genitori.

La scuola spesso avvisa i genitori di una certa arroganza dei figli verso le autorità, ma i genitori tendono a minimizzare e normalizzare questi atteggiamenti. Il genitore non deve mettere la testa sotto la sabbia, ma capire che questo può essere un campanello d’allarme.

Solitamente il rendimento scolastico è basso.

Se vostro figlio minimizza in un dialogo con voi le conseguenze di gesti o atti di bullismo, di cronaca, è importante fargli capire che questo genere di azioni hanno conseguenze importanti su chi li compie e su chi li riceve. Anche questo può essere un importante campanello d’allarme.

Cosa fare se nostro figlio è un bullo?

È fondamentale collaborare con le figure di riferimento che affiancano il ragazzo e farsi raccontare gli accaduti.

È altrettanto importante essere severi ed autorevoli con i propri figli, ma non bulli a propria volta: non vanno insultati o picchiati, in questo caso si incentiverebbe una sfida tra ragazzo-autorità.

Interrogarsi sul proprio stile genitoriale e farsi aiutare da un esperto. Perché se è vero che i genitori sono l’arco ed i figli la freccia, si deve lavorare insieme sulla traiettoria presa fino a quel momento.

Se ti va di dare una mano all’iniziativa di Responsabile Civile e parlare in anonimato della tua esperienza come bullo o vittima di bullismo, ma anche come familiare di un bullo o di una vittima scrivi a a redazione@responsabilecivile.it

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara
(Psicologa forense)

 

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Lo stress in estate per i figli di genitori separati è piuttosto frequente, ma è importante sapere come star loro vicino e aiutarli

L’ estate per i figli di genitori separati può essere un momento particolarmente difficile e carico di stress.

Questo avviene soprattutto se il bambino la sperimenta magari per la prima volta, dividendosi tra le ferie con la mamma e quelle col papà.

La situazione si complica ulteriormente se ci troviamo in presenza di una separazione burrascosa e conflittuale. Oppure, laddove uno dei genitori – o entrambi- abbia già un nuovo partner.

Immaginiamo quindi come un momento tanto atteso come quello delle vacanze estive, votato al riposo e allo svago soprattutto per i più piccoli, possa essere vissuto con stress e ansia dai bambini con genitori separati.

L’estate per i figli di genitori separati, però, deve essere comunque vissuta con serenità, nei limiti del possibile, e in tal senso è importante seguire alcune regole.

Prima di tutto, non bisogna incaricare il figlio di gestire il tempo di una vacanza.

Molto spesso, i sensi di colpa dei genitori tendono a portarli a riempire il bambino di stimoli, a viziarlo, a proporgli continuamente diverse attività. Ecco, questo non è certamente il modo migliore di trascorrere del tempo con i propri figli, in quanto non rafforza una relazione autentica.

Un conto, infatti, è confrontarsi col bambino sulle attività da svolgere insieme, un altro è caricarlo anche di questa responsabilità.

Un’altra cosa importante è garantire al bambino il diritto a sentire entrambi i genitori, senza che gli venga preclusa la possibilità di sentire la mamma o il papà.

Allo stesso modo è normale per i più piccoli provare nostalgia o dei momenti di tristezza, che possono manifestarsi attraverso leggeri malesseri fisici. Questa circostanza, però, non va letta come un’accusa al genitore con cui si trova, ma è solo la manifestazione di un disagio.

Dall’altra parte, l’altro genitore non deve appesantire il bambino con domande, richieste, ma parlargli con leggerezza, di modo che lui possa sentire di essere davvero in vacanza.

Un’altra regola importante in estate per i figli di genitori separati è quella di lasciare loro spazio, rispettando tempi e le abitudini dei bambini, su cui è bene informarsi preventivamente.

Infine, è opportuno ricordare che la pausa estiva è un momento di relax, quindi far scendere i conflitti che una separazione comporta ed essere più elastici e meno fiscali sono elementi importanti per il benessere del bambino.

Affido dei minori: purtroppo è sempre più frequente osservare una certa tendenza giurisprudenziale in cui “la mamma è sempre la mamma”

Da psicologa spesso vesto i panni della CTU o della CTP per questioni riguardanti la valutazione delle capacità genitoriali e l’affido dei minori e noto che la madre ed il padre vengono “misurati” con metriche completamente differenti in cui alla donna, in virtù di essere la madre, viene perdonato di tutto.

Faccio un breve esempio da una delle mie ultime CTP in cui assisto il padre del minore, bimbo di 6 anni, che vede il padre solo in un incontro protetto settimanale dopo che il padre è stato falsamente accusato di utilizzo di sostanze stupefacenti. Il giudice decide di procedere aprendo una CTU.
Il CTU nominato è competente, lavora con una metodologia ferrea e soprattutto senza zavorre di pregiudizi (già ci sono dei buoni motivi per gioire!).

Durante il percorso riesco a far emergere:
•    la completa estraneità del padre alle sostanze stupefacenti (anche con gli esami di laboratorio),
•    la dedizione del padre per il figlio e per un assetto valoriale fatto di lavoro e famiglia, ben diverso da quello della madre che vive di espedienti.
•    La dinamica scatenante le false accuse della donna: l’uomo, infatti, dopo 4 anni di vita da single ha conosciuto una ragazza che è poi divenuta la sua compagna. Questa contingenza ha scatenato le ire della donna che ha iniziato una serie di ripicche contro il padre utilizzando il figlio.

Per proteggere la privacy degli interessati non scendo in dettagli maggiori, evidenzio solo queste prime palesi ingiustizie attuate dalla madre verso il padre ma, soprattutto, verso il figlio. Ebbene mi colpisce l’atteggiamento successivo del giudice che, dopo aver letto l’elaborato della CTU e le diverse, giuste, motivazioni addotte per una sistemazione prevalente del minore presso il padre, decide semplicemente che “la mamma è sempre la mamma”, toglie gli incontri protetti e permette al padre di vedere il figlio (solamente) due pomeriggi a settimana e rimette un’ulteriore decisione alle competenze di un esperto che seguirà la coppia e deciderà se aumentare il tempo di visita del padre.

La situazione è molto più sfaccettata e articolata, ma qui voglio solamente sottolineare due aspetti: nessuno paga per aver mosso false accuse, nessuno paga per aver strumentalizzato un minore, nessuno tiene conto del diritto alla bigenitorialità del minore.

Ho tanta amarezza ed un unico consiglio: psicoterapia per chi è deputato a gestire e decidere di vite umane! Decisioni di questo genere non vanno prese in base al proprio pensiero, alle proprie convinzioni, suggestioni, insomma in base a quello che in psicoanalisi si chiama il “fantasma” (il modo in cui il soggetto si rapporta al mondo), ma andrebbero prese in base ad un ragionamento “caso per caso” in cui ciò che si pensiamo essere più giusto per noi stessi non possiamo sempre generalizzarlo e calarlo sull’altro.
Una serie di categorie professionali richiedono tanta competenza tecnica e “psichica” e finchè si continuerà ad agire in base a pregiudizi non si ci potrà evolvere di molto.

 

Dott.ssa Rosaria Ferrara
(psicologa forense)

Per chiedere un parere alla psicologa puoi scrivere a redazione@responsabilecivile.it

Bambini con autismo e estate possono non andare molto d’accordo, cosa fare? Ecco i consigli dell’esperta, la dott.ssa Rosaria Ferrara

L’estate può rappresentare un periodo piuttosto complicato per le famiglie con bambini che fanno parte dello spettro autistico. I genitori sanno bene che il binomio bambini con autismo e estate non è facilissimo da affrontare.

Ma non c’è da preoccuparsi, “così come sapete gestire i vostri figli d’inverno, che è un periodo ancora più difficile di questo”, rassicura la dott.ssa Rosaria Ferrara, psicologa esperta di autismo, “così sarete perfettamente in grado di farlo in questo periodo di vacanza”.

Le terapie vanno interrotte o no? Come gestire il tempo delle vacanze del bambino? Perché diventa così ansioso?

In questo video, la dott.ssa Ferrara risponde ad alcune delle domande più frequenti dei genitori che si trovano a gestire dubbi e perplessità sul rapporto tra bambini con autismo e estate.

Per prenotare una consulenza gratuita con la dott.ssa Rosaria Ferrara per la giornata del 11 Luglio scrivi a redazione@responsabilecivile.it

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AUTISMO E GIOCO

E’ stato aperto da poco un bordello che offre sesso con le bambole. Un attimo, qualcosa non torna

Qualche giorno fa leggevo un articolo sul “far l’amore/fare sesso con le bambole ”. Ebbene sì è stato aperto da poco un bordello in Spagna che offre prestazioni sessuali con bambole. Mi era capitato di approfondire la questione sesso-uomo-bambola ad un congresso in cui presentai un caso di pedofilia e parlai dell’utilizzo in Giappone di una serie di bambole dalle sembianze umane (bambine/ragazzine) che venivano utilizzate come “sfogo” da uomini con tendenze alla pedofilia. Un giovane imprenditore italiano ha avuto la genialata di importare le “dolls”, trasformarle secondo i gusti occidentali, (bambole maggiorenni e maggiorate), dotarle di temperatura corporea di 37 gradi. Il frequentatore di questo bordello spagnolo, potrà quindi scegliere se avere rapporti sessuali con una escort oppure con una bambola.

Un attimo, rapporti sessuali con una bambola? Qualcosa non torna… un rapporto sessuale, vuoi solamente per definizione, lo si ha con un’altra persona che mette in gioco un corpo, emozioni, desideri. Con la bambola non si può fare sesso, tantomeno l’amore. Si può semplicemente spazzare via, (o far finta di spazzare via), l’altro con tutti i suoi desideri che tanto ci angosciano.

Al giorno d’oggi sostenere un confronto con l’altro, ancor di più con l’altro dell’altro sesso è sempre più difficile. La tecnologia, anche, favorisce questo meccanismo: si ci conosce sui social, con biglietti da visita fatti di immagini ritoccate, che assecondano un immaginario di bellezza plastica e tendente alla “perfezione”. Ci si presenta come “pieni”, non mancanti di nulla mentre l’essere umano è caratterizzato dalla mancanza. È proprio questa mancanza, la spinta a ritrovare qualcosa di lontano e di perduto a dare le fondamenta all’amore. Ci illudiamo che l’altro possieda quel qualcosa che ci completi ma, dopo averlo conosciuto, ci rendiamo conto che così non è. E qui si inserisce l’Amore, che riesce proprio a farci fare i conti ed a farci sopportare le nostre ed altrui “mancanze”, difetti, lacune.

Non credo che si possa fare l’amore con una bambola, nemmeno se dotata di fori e protuberanze al punto giusto. Sarebbe più corretto proporre ai clienti dei pacchetti di “masturbazione” con le bambole!

Insomma questo mi sembra uno dei mille modi che la contemporaneità ci propone per evitare di fare l’amore, per farci fuggire dall’incontro con l’altro. Peccato, si ci perde una delle cose più belle ed autentiche della vita.

Dott.ssa Rosaria Ferrara

Se vuoi chiedere un parere all’esperta, condividere una tua esperienza, scrivi a redazione@responsabilecivile.it

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