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emanuela foligno

“Il decesso non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili”

E’ quanto si legge una C.T.U. medico legale. Quale incidenza assumono in materia di responsabilità medica le complicanze “note”, relative ad un intervento?

La vicenda

I familiari di un uomo ricoverato presso il Policlinico di Milano chiamano in causa la struttura sanitaria onde vedere riconosciuto il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale causato dalla morte del paziente a seguito di un intervento di valvuloplastica mitrale.
Il Tribunale di Milano, espletata la C.T.U., respinge in toto le richieste di risarcimento avanzate dai familiari e tale decisione viene confermata in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano.
In particolare la Corte territoriale condivide integralmente le conclusioni della C.T.U. secondo cui “il decesso non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili, quali embolia polmonare, anuria, infarto intestinale, shock settico“, con esclusione della sussistenza di “comportamenti imperiti o negligenti da parte dei sanitari, nè negli accertamenti pre-operatori, nè nel trattamento chirurgico, nè nella gestione del paziente dopo l’intervento”.
Entrambi i gradi di giudizio escludono, quindi, negligenza o imperizia da parte dei sanitari in tutte le fasi della degenza.

I familiari del paziente deceduto ricorrono in Cassazione con otto motivi di impugnazione.

Col primo motivo viene ritenuto che i Giudici milanesi ingiustamente avrebbero addossato al paziente la prova del nesso causale e che in secondo grado, non veniva motivato per quale ragione sarebbe conforme al diritto in materia l’avere onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato.
Gli Ermellini ritengono tale motivo privo di interesse considerato che la decisione impugnata non ha “la sua ratio fondante nell’individuazione della spettanza dell’onere probatorio in punto di nesso causale, ma esclude – a monte – che vi sia stato un qualche inadempimento da parte dei sanitari del Policlinico, negando il presupposto stesso della responsabilità contrattuale della struttura, senza necessità – quindi – di affrontare il profilo del nesso causale fra la condotta sanitaria e il decesso… “
Oltre a ciò, sul punto, gli Ermellini ribadiscono che l’orientamento ormai consolidato ha chiarito che anche in ambito di responsabilità professionale sanitaria, il danneggiato è sollevato dall’onere di dover provare la colpa del sanitario, ma non è sollevato dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del sanitario e il danno di cui invoca il risarcimento.

Col secondo motivo i ricorrenti lamentano che la Corte territoriale avrebbe errato nel non applicare il principio di non contestazione.

Gli Ermellini ritengono il motivo infondato in quanto la Corte territoriale ha evidenziato la presa di posizione della struttura sanitaria su tutte le circostanze dedotte dai familiari del paziente.
Il terzo e il quarto motivo di impugnazione lamentano l’esclusione di responsabilità della struttura Sanitaria nella fase preoperatoria e nella fase post operatoria.
Entrambi i motivi vengono ritenuti inammissibili in quanto presentati in maniera generica e senza l’individuazione di specifici errori di diritto e appaiono finalizzati a sollecitare  una inammissibile nuova e diversa lettura della vicenda, allo scopo di conseguire un apprezzamento di merito funzionale all’affermazione della responsabilità del Policlinico, in relazione alle varie fasi (preoperatoria e peri-infra-post operatoria) in cui si è articolata la prestazione dei sanitari della struttura ospedaliera.
Col quinto motivo viene censurata l’insufficiente e incongrua motivazione di esclusione del nesso causale tra l’inadempimento sanitario e le lesioni mortali.
Il motivo viene ritenuto infondato in quanto la Corte territoriale ha correttamente affermato che attesa l’insussistenza di responsabilità in capo alla Struttura Sanitaria è del tutto superflua l’analisi del nesso di causalità.

Il risarcimento del danno da perdita di chance

Con ulteriore motivo i ricorrenti lamentano la negazione del nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario e le chances terapeutiche e chiedono che la Sentenza venga cassata con rinvio alla Corte territoriale affinché, rinnovata la C.T.U. venga valutata “la percentuale di sopravvivenza, guarigione o miglioramento in caso di tempestiva e corretta gestione, anche chirurgica, delle complicanze postoperatorie, e per l’effetto riconosca e quantifichi, secondo equità circostanziata, il relativo ristoro del danno da perdita di chances terapeutiche”.
I Supremi Giudici ritengono anche questo motivo infondato attesa l’esclusione di qualsiasi profilo di condotta colposa dei sanitari che non consente di considerare la possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento, oppure una migliore qualità della vita del paziente.
Al riguardo evidenziano che “anche il danno da perdita di chances terapeutiche presuppone l’esistenza di una condotta colposa – commissiva od omissiva- che integri la causa del pregiudizio”.

Avv. Emanuela Foligno

 
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lesione

Interessante pronunzia resa dal Tribunale di Napoli (Sezione VIII, sentenza del 26.11.2018) circa un caso di lesione attribuibile in via diretta all’intervento chirurgico

La vicenda

Una donna chiama in giudizio l’Azienda Ospedaliera Federico II di Napoli al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito al ricovero ospedaliero presso il reparto di Oftalmologia.

La paziente veniva sottoposta a 2 interventi chirurgici all’occhio destro, il primo per l’asportazione di pterigio e il secondo per il ricoprimento congiuntivale. Dopo pochi giorni di distanza dal secondo intervento la donna veniva trasferita presso l’Ospedale dei Pellegrini di Napoli a causa della perforazione bulbare dell’occhio destro. In tale struttura la dona veniva sottoposta ad un terzo intervento chirurgico di patch sclerocorneale e ricoprimento congiuntivale.

Nelle more la donna proponeva ricorso per accertamento tecnico preventivo le cui risultanze venivano acquisite in giudizio.

Nel corso del giudizio veniva evidenziato che la donna già in precedenza si era sottoposta per 4 volte all’intervento di asportazione del pterigio presso altre strutture ospedaliere.

I risultati della consulenza tecnica

I periti chiamati a chiarimenti precisavano che il trattamento di scelta per lo pterigio è quindi una precoce asportazione chirurgica, anche se i risultati sono raramente risolutivi e scarsamente soddisfacenti per il paziente

E che la rimozione dello pterigio raramente elimina i sintomi irritativi e non è mai considerabile come trattamento definitivo; l’incidenza della recidiva varia dal 60% al 90% a seconda delle zone geografiche ed a seconda della storia del paziente, essendo molto più probabile negli occhi già operati, negli pterigi doppi (nasale e temporale nello stesso occhio), negli pterigi carnosi (che non consentono la visualizzazione della sclera sottostante), nei soggetti di razza asiatica, africana, sudamericana. Molto spesso la recidiva è più aggressiva della patologia primaria; praticamente tutte le recidive postoperatorie si presentano entro un anno dall’intervento.

Chiarito ciò gli stessi evidenziano la correttezza dell’indicazione chirurgica di rimozione dello pterigio e che il caso in questione ha investito il Chirurgo a risolvere un caso di particolare difficoltà alla luce della coesistenza di fattori importanti, quali pregresse chirurgie nella stessa sede e una condizione preesistente di sottigliezza della cornea. Quest’ultima in particolare ha reso l’intervento più complicato e difficoltoso.

Concludevano i Consulenti d’Ufficio che la lesione alla cornea, quale complicanza dell’intervento di pterigio può definirsi un evento avverso, o meglio, può definirsi una lesione iatrogena prevedibile che, stante la complessità del caso di specie, non era evitabile. Conseguentemente nessun errore può essere attribuito ai Chirurghi dell’Azienda ospedaliera Federico II.

Gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente

Nonostante ciò veniva considerata la gestione pre-operatoria della paziente superficiale e negligente in quanto vi è stata “una sottostima delle complicazioni ad esso legate, nonostante l’elevata probabilità delle stesse di verificarsi”. Inoltre, la complicanza è stata affrontata eseguendo una sutura sclerale ma si “ritiene che sarebbe stato possibile, se non più corretto, procedere immediatamente ad un ricoprimento congiuntivale. Tecnica chirurgica più complicata, ma prevista e suggerita dall’odierna letteratura scientifica che nel caso di specie è stata effettuata a distanza di 4 giorni, purtroppo senza esito. Inoltre, nonostante tale tentativo si rendeva necessario trasferire la paziente presso altra struttura ove veniva apposto patch corneale” pag. 20 CTU laddove “in sola operatoria non erano presenti dispositivi atti a gestire un evento di tal genere, nonostante sia ormai consolidato dalla letteratura tutta, che un’eventuale lesione corneale avrebbe necessitato di un ricoprimento di congiuntiva autologa, di membrana amniotica, o di patch congiuntivale eterologo”.

Oltre a ciò è emersa anche lesione del consenso informato in quanto alla paziente non veniva fornito un consenso personalizzato relativo alla particolare complessità del caso e delle conseguenze che sarebbero insorte a seguito dell’intervento.

La decisione

La domanda della donna viene per tali ragioni accolta con liquidazione del danno biologico nella misura del 4% aumentato per personalizzazione e liquidazione di un ulteriore importo a titolo di lesione del consenso informato.

In definitiva il Tribunale di Napoli ritiene alla questione esaminata vada applicato l’art. 2236 c.c. secondo il quale se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni se non in caso di dolo o di colpa grave.

Tale norma è stata applicata in una lettura orientata ai dettami della Legge Gelli per cui “non sussiste la responsabilità del Medico in assenza di condotte improntate a colpa grave, e in presenza di problemi tecnici di particolare difficoltà” come quello trattato.

Avv. Emanuela Foligno

 

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infezioni

Il risarcimento del danno per le infezioni correlate all’assistenza ospedaliera. Ha affrontato il tema la Corte Appello di Roma, con la sentenza n.280 del 16 gennaio 2018

Questa interessante pronunzia tratta la materia delle infezioni contratte in regime di ricovero e derivanti dall’assistenza ospedaliera. In altri termini le cosiddette infezioni nosocomiali.

La vicenda

Il danneggiato chiama in causa l’Azienda Ospedaliera di Frosinone lamentando di avere contratto in ospedale una infezione della ferita chirurgica da cui poi derivava artrosepsi con conseguente insorgere di un ulteriore danno biologico, differente e non riconducibile alla frattura della testa dell’omero e all’intervento chirurgico di osteosintesi.

A causa di tale infezione l’uomo veniva costretto a sottoporsi ad altri interventi chirurgici e nelle more veniva anche licenziato.

Nel giudizio di primo grado si costituiva anche l’Azienda Ospedaliera che affermava l’operato dei sanitari, tempestività e idoneità delle cure antibiotiche.

Il Tribunale adito accoglieva la domanda dell’uomo e condannava l’Ospedale a rifondergli l’importo complessivo di € 325.793,27 comprendente oltre alle voci tipiche di invalidità e inabilità del danno biologico, il danno estetico e la perdita della capacità lavorativa specifica.

Tale decisione seguiva la CTU medico-legale svolta che accertava la natura di infezione nosocomiale.

L’Azienda Ospedaliera propone appello dinnanzi alla Corte territoriale di Roma sostenendo l’insussistenza di responsabilità, nel giudizio si costituiva il danneggiato che in via incidentale chiedeva la condanna al pagamento dell’ulteriore importo di € 174.206,73 a titolo di risarcimento.

I Giudici di secondo grado ritengono infondato l’appello.

In punto di responsabilità richiamano quanto in primo grado osservato sulla riconducibilità dell’infezione alla natura nosocomiale in quanto “trattandosi di frattura di tipo chiuso l’unica via di contagio dell’articolazione omerale doveva rinvenirsi nella ferita aperta durante l’intervento chirurgico” a cui seguivano proprio i primi segnali di infezione e che nessuna responsabilità professionale poteva essere ascritta ai sanitari che intervenivano con una corretta terapia antibiotica, mentre sussiste responsabilità in capo all’Ospedale che non ha dimostrato in giudizio l’inevitabilità dell’infezione.

Sotto tale ultimo profilo i Giudici d’Appello richiamano i consolidati principi giurisprudenziali e ribadiscono che il rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura ha fonte nel contratto atipico a prestazioni corrispettive da cui sorgono a carico della struttura, oltre alle prestazioni meramente di tipo alberghiero, anche obblighi di messa a disposizione del personale medico e ausiliario e di tutte le attrezzature necessarie.

L’onere della prova e il nesso causale

In applicazione della disciplina sui rapporti contrattuali è il debitore, e quindi la struttura e il suo personale, che deve provare l’assenza dell’inadempimento o la presenza di un fattore ad essi non imputabile o l’assenza del nesso causale.

Sussiste il nesso causale quando tra il comportamento dei debitori e il pregiudizio subito dai pazienti quando attraverso un criterio probabilistico si possa ritenere che l’attività dei debitori abbia causato, o concorso a causare, il danno verificatosi, ovvero in caso di condotta omissiva che l’attività correttamente e prontamente svolta avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi.

La Corte di Cassazione ribadisce che la causa più probabile del contagio infettivo dell’uomo sia da individuarsi nelle condizioni igienico-sanitarie della struttura, in quanto anche nel giudizio d’appello la struttura non ha dimostrato di avere posto in essere i protocolli di igiene in ambiente ospedaliero.

Ma non solo. Quanto accaduto al danneggiato dimostra la presenza di un grave malfunzionamento organizzativo, una carenza strutturale, di sicurezza, di vigilanza e di custodia.

La personalizzazione del danno

L’appello incidentale proposto dal danneggiato viene dichiarato dalla Corte inammissibile e infondato laddove si lamenta che la personalizzazione del danno biologico nella misura del 5% non porta a un ristoro integrale del pregiudizio subito.

I Giudici osservano che la personalizzazione è consentita solo in presenza di circostanze eccezionali che rendano il danno più grave rispetto alle conseguenze dello stesso grado patite da persone della stessa fascia di età considerato che già il grado di invalidità permanente racchiude ed esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita.

Osservato ciò, viene ritenuta congrua la liquidazione del danno non patrimoniale operata dal primo Giudice che ha incrementato, ovvero personalizzato, del 5% per il danno estetico e che tale personalizzazione rientra vieppiù nei parametri stabiliti dalle Tabelle milanesi.

L’appello incidentale viene ritenuto infondato anche in punto di liquidazione del danno patrimoniale.

La Corte riconosce corretta la liquidazione operata dal primo Giudice che ha utilizzato come parametro un importo corrispondente al triplo della pensione sociale. Inoltre il danneggiato non ha dimostrato di percepire all’epoca del sinistro un reddito superiore al triplo della pensione sociale.

L’appello principale e quello incidentale vengono integralmente respinti in quanto infondati e la Corte conferma integralmente la pronuncia di primo grado.

Avv. Emanuela Foligno

 

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danno patrimoniale

Ancora una pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 31549/2018) rispetto ad un caso di morte e successiva richiesta di risarcimento del danno patrimoniale da perdita del rapporto parentale, avanzato dagli eredi 

Il caso

La vicenda arriva dalla Corte d’Appello pugliese, che confermava in toto quanto statuito dal Giudice di prime cure di Taranto, ove si rivolgevano i familiari (moglie e 2 figli) di un uomo deceduto a causa di una malattia professionale per l’ottenimento del ristoro dei danni patrimoniali e non patrimoniali da loro subiti per il decesso del congiunto, in specie chiedevano il risarcimento del danno patrimoniale da perdita del rapporto parentale.

Il primo motivo di impugnazione

Con uno dei motivi di impugnazione i familiari dell’uomo deceduto lamentano il mancato riconoscimento degli interessi compensativi derivanti dal ritardo con il quale il debito di valore era stato liquidato.

Il motivo viene ritenuto fondato.

Gli Ermellini ribadiscono l’orientamento ormai consolidato, secondo cui quando la liquidazione del danno da fatto illecito extracontrattuale sia effettuata per equivalente, è dovuto al danneggiato anche il risarcimento del mancato guadagno provocato dal ritardato pagamento della somma.

La prova del mancato guadagno può essere offerta anche mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l’attribuzione degli interessi a un tasso stabilito, valutando tutte le circostanze del fatto. In tale ipotesi, gli interessi non possono essere calcolati sulla somma liquidata in linea capitale rivalutata, mentre può essere effettuata la determinazione con riferimento ai singoli momenti riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base agli indici di rivalutazione monetaria, oppure in base ad un indice medio.

Ne consegue che nella domanda di risarcimento del danno per fatto illecito è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento degli interessi compensativi e della svalutazione monetaria che devono essere attribuiti anche se non espressamente richiesti.

Il secondo motivo di impugnazione

Altro motivo di ricorso dei familiari dell’uomo deceduto, concernente il rigetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale in favore della moglie, è stato ritenuto fondato.

Ha errato la Corte territoriale nel ritenere che non erano stati provati elementi utili alla configurazione della posizione economica affinché si potesse calcolare il contributo reddituale ricevuto o ricevibile dal defunto coniuge.

Infatti il principio giurisprudenziale consolidato da oltre un decennio, stabilisce che i danni patrimoniali futuri risarcibili in capo al coniuge di persona deceduta a seguito di fatto illecito, e ravvisabili nella perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che il defunto avrebbe presumibilmente apportato, assumono l’aspetto del lucro cessante.

La prova di questo tipo di danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità del coniuge o avrebbe apportato al medesimo utilità economiche anche senza che ne avesse bisogno.

Gli Ermellini pertanto ritengono che tali principi debbano essere applicati al caso di specie in quanto il defunto svolgeva attività lavorativa con la quale contribuiva al mantenimento della famiglia.

Il danno patrimoniale, pertanto, deve essere liquidato sulla base di una valutazione equitativa circostanziata, che deve tenere in considerazione la rilevanza del legame di solidarietà familiare e le prospettive di reddito professionale che avrebbero consentito alla moglie del defunto di utilizzare parte del reddito futuro del coniuge per soddisfare le esigenze della famiglia per il mantenimento del tenore di vita.

La decisione della Cassazione e i principi di diritto

La sentenza viene cassata e rinviata alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione che dovrà applicare i seguenti principi di diritto:

a)    “Gli interessi sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno da fatto illecito hanno fondamento e natura diversi da quelli moratori regolati dall’art. 1224 c.c., in quanto sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito, di cui costituiscono, quindi, una necessaria componente, al pari di quella rappresentata dalla somma attribuita a titolo di svalutazione monetaria, la quale non configura il risarcimento di un maggiore e diverso danno, ma soltanto una diversa espressione monetaria di esso. Ne consegue che nella domanda di risarcimento del danno per fatto illecito è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento sia degli interessi compensativi sia del danno da svalutazione monetaria – quali componenti indispensabili del risarcimento- , tra loro concorrenti attesa la diversità delle rispettive funzioni. La prova ad essi relativa può essere offerta dalla parte e riconosciuta dal giudice mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l’attribuzione degli interessi, ad un tasso stabilito valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive del caso; in siffatta ultima ipotesi, gli interessi non possono essere calcolati (dalla data dell’illecito) sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre è possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti (da stabilirsi in concreto, secondo le circostanze del caso) con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base ad un indice medio”.

b)    “I danni patrimoniali futuri risarcibili sofferti dal coniuge di persona deceduta a seguito di fatto illecito, ravvisabili nella perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che, sia in relazione ai precetti normativi che per la pratica di vita improntata a regole etico – sociali di solidarietà e di costume, il defunto avrebbe presumibilmente apportato, assumono l’aspetto del lucro cessante, ed il relativo risarcimento è collegato a un sistema presuntivo a più incognite, costituite dal futuro rapporto economico tra i coniugi e dal reddito presumibile del defunto, ed in particolare dalla parte di esso che sarebbe stata destinata al coniuge; la prova del danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità del coniuge o avrebbe apportato al medesimo utilità economiche anche senza che ne avesse bisogno”.

Avv. Emanuela Foligno

(Foro di Milano)

 

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DANNO DA LESIONE DEL RAPPORTO PARENTALE: E’ ANCH’ESSO RISARCIBILE IURE PROPRIO?

ipossia cerebrale

Con la sentenza n. 31235/2018 la Cassazione si è pronunciata sulla pretesa risarcitoria dei genitori di un bambino colpito da una tetraparesi a causa di un’ ipossia cerebrale sofferta per la ritardata esecuzione del parto cesareo

La vicenda arriva dal Tribunale di Mantova dove due coniugi hanno citato a giudizio l’Azienda Ospedaliera, il Ginecologo e il Primario del Reparto di ginecologia-ostetricia a causa della ipossia cerebrale sofferta dal neonato per la ritardata esecuzione del parto cesareo che gli causava tetraparesi con postumi permanenti nella misura del 100%.

La vicenda finisce dinnanzi alla Corte d’Appello di Brescia che ritiene colposa la condotta dei sanitari ma priva di efficienza causale nella determinazione del danno al neonato.

La Corte territoriale argomenta che se anche il medico avesse praticato il parto cesareo non appena avvisato del rischio il danno non sarebbe comunque stato evitato “con alta credibilità razionale” in quanto il feto aveva già patito l’insulto ipossico.

La pronunzia della Corte d’Appello viene impugnata in Cassazione.

Alla udienza di discussione del gennaio 2017 con Ordinanza interlocutoria la Corte sottopone alle Sezioni Unite due questioni di diritto.

1) Se in tema di risarcimento del danno, ai fini della liquidazione dei danni civili il Giudice deve limitarsi a sottrarre dalla consistenza del patrimonio della vittima anteriore al sinistro quella del suo patrimonio residuato al sinistro stesso, senza far ricorso prima alla liquidazione e poi alla cd. compensatio lucri cum damno (istituto o principio non individuabile nell’ordinamento giuridico); e di conseguenza stabilire, quando l’evento causato dall’illecito costituisce il presupposto per l’attribuzione alla vittima, da parte di soggetti pubblici o privati, di benefici economici il cui risultato diretto o mediato sia attenuare il pregiudizio causato dall’illecito, se di essi il giudice deve tenere conto nella stima del danno, escludendone l’esistenza per la parte ristorata dall’intervento del terzo;

2) Se il risarcimento del danno patrimoniale patito dalla vittima di lesioni personali, e consistente nelle spese da sostenere per l’assistenza personale ed infermieristica, vada liquidato detraendo dal credito risarcitorio il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento di cui all’art. 1 della l. 21 novembre 1988 n. 508, oppure di cui all’art. 5, comma 1, I. 12 giugno 1984 n. 222.

Le Sezioni Unite con pronunzia del 22 maggio 2018 N. 12567 statuivano il seguente principio di diritto: “dall’ammontare del danno subito da un neonato in fattispecie di colpa medica, e consistente nelle spese da sostenere vita natural durante per l’assistenza personale, deve sottrarsi il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento che la vittima abbia comunque ottenuto dall’ente pubblico, in conseguenza di quel fatto, essendo tale indennità rivolta a fronteggiare ed a compensare direttamente il medesimo pregiudizio patrimoniale causato dall’illecito, consistente nella necessità di dover retribuire un collaboratore o assistente per le esigenze della vita quotidiana del minore reso disabile per negligenza al parto“.

Risolta la questione dalle sezioni Unite, la Sezione semplice esamina gli altri motivi di ricorso, in particolare la doglianza avanzata incidentalmente dall’azienda Ospedaliera che lamentava la mancata applicazione nella monetizzazione del danno da ipossia cerebrale della “riduzione per anticipata corresponsione” da parte della Corte territoriale.

Al riguardo osserva l’Azienda Ospedaliera che la Corte d’Appello di Brescia ha liquidato il danno patrimoniale futuro, comprensivo di spese mediche future e del mancato guadagno causato dalla perdita della capacità di lavoro, a valori attuali e con capitalizzazione attualizzata senza applicare la riduzione per anticipata corresponsione.

Gli Ermellini nel merito ritengono il motivo parzialmente fondato.

Viene osservato che rispetto al momento in cui viene compiuta la liquidazione, i danni patrimoniali futuri e permanenti possono essere di due specie: 1) quelli che si stanno già producendo nel momento della liquidazione e che continueranno a prodursi in futuro; 2) quelli che al momento della liquidazione non si sono ancora avverati perché inizieranno a prodursi solo dopo un certo periodo di tempo dalla liquidazione -come ad esempio il lucro cessante derivante dalla perdita della capacità di lavoro.

I danni già esistenti al momento della liquidazione possono essere liquidati o moltiplicando l’importo annuo del danno per il numero di anni di durata del pregiudizio, ovvero moltiplicando l’importo annuo del danno per un coefficiente di capitalizzazione anticipata.

Se il Giudice segue il primo metodo di liquidazione il risultato ottenuto dovrà essere ridotto attraverso lo sconto matematico cioè moltiplicando il capitale per il saggio di sconto e dividendo il prodotto per il tempo di anticipazione espresso in dodicesimi.

Se invece viene seguito il secondo metodo di liquidazione non vi sarà né sconto né altre riduzioni perché qualsiasi coefficiente di capitalizzazione ingloba in sé il calcolo dello sconto.

Quindi anche i danni patrimoniali futuri possono essere liquidati con il metodo della capitalizzazione cioè a dire moltiplicando l’importo annuo del reddito presumibilmente perduto dalla vittima per un coefficiente di capitalizzazione.

Tuttavia, evidenziano i Supremi Giudici, nel caso in esame bisogna tenere in considerazione che si sta liquidando un danno che si verificherà tra un certo numero di anni, e bisogna pertanto considerare lo scarto temporale tra il momento della liquidazione e il successivo momento in cui il danno inizierà a prodursi.

Per fare ciò correttamente è necessario ridurre il risultato ottenuto dalla capitalizzazione moltiplicando per il coefficiente di minorazione per capitalizzazione anticipata che restituisce il valore attuale dell’unità di misura Euro pagabile solo tra un certo numero di anni.

Quindi i danni patrimoniali futuri a titolo di spese mediche e assistenza sanitaria sono stati liquidati dalla Corte d’appello in modo corretto.

Non corretta, invece, è stata la liquidazione del danno patrimoniale futuro per perdita della capacità di guadagno.
I Giudici territoriali per liquidare questa posta di danno hanno moltiplicato il presunto reddito da lavoro che la vittima avrebbe percepito per il numero di anni lavorativi sperati.

Tale metodo di calcolo non è corretto sia perché privo di attualizzazione, sia di mancata riduzione del risultato con l’applicazione del coefficiente di minorazione per la capitalizzazione anticipata che doveva tenere conto di uno scarto di almeno 18 anni tra la data dell’illecito e la data di ingresso lavorativo del danneggiato.

Si è palesata quindi una violazione dell’art. 1223 c.c. e una violazione del principio di corrispondenza tra danno (da ipossia cerebrale) e risarcimento in quanto se il neonato fosse rimasto sano avrebbe iniziato a guadagnare solo molti anni dopo la nascita. Difatti la minorazione per anticipata liquidazione viene compiuta proprio per tenere conto del fatto che il denaro è soggetto a deprezzamento.

Proprio su questo punto la Corte bresciana ha rigettato il gravame affermando che “nessuna riduzione andava applicata al risarcimento del danno futuro perché il denaro si svaluta”.

Secondo gli Ermellini tale ragionamento è paradossale in quanto la minorazione per anticipata liquidazione va compiuta proprio in considerazione del deprezzamento del denaro. “E’ infatti proprio la svalutazione del denaro a far sì che il pagamento anticipato costituisca un maggior sacrificio per il debitore (in virtù del principio plus dat qui cito dat)”.

In altri termini la Corte d’Appello ha addotto a giustificazione del proprio errore proprio il principio in virtù del quale avrebbe dovuto correggerlo.

La sentenza viene cassata e rinviata a Brescia con l’indicazione del seguente principio di diritto: “la liquidazione del danno permanente da incapacità di lavoro, patito da un fanciullo, deve avvenire dapprima moltiplicando il reddito annuo, che si presume sarà perduto, per un coefficiente di capitalizzazione corrispondente alla presumibile età in cui il danneggiato avrebbe iniziato a produrre reddito; e poi riducendo il risultato così ottenuto attraverso la moltiplicazione di esso per un coefficiente di minorazione, corrispondente al numero di anni con cui la liquidazione viene anticipata, rispetto al momento di presumibile inizio, da parte della vittima, dell’attività lavorativa“.

Avv. Emanuela Foligno

 

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MEDICO ESENTE DA COLPA ANCHE SE NON HA OSSERVATO LE LINEE-GUIDA

medico esente da colpa

Particolare e impeccabile pronunzia della terza Sezione della Cassazione Civile, presieduta dal Dott. Travaglino, relativa a un medico esente da colpa

La vicenda approda in Cassazione dalla Corte di Appello di Ancona e riguarda il danno patito da un uomo a causa di un intervento chirurgico di asportazione della milza e di riduzione di una frattura delle ossa del bacino. Dopo l‘esecuzione degli interventi chirurgici il paziente viene trasferito in una struttura privata ove vi rimase per cinque giorni.

Durante tale degenza il paziente viene colpito da trombosi venosa profonda e quindi trasferito d’urgenza in una struttura pubblica.

L’uomo chiama in causa la Clinica privata e due Medici della stessa chiedendo la condanna in solido al risarcimento dei danni patiti in conseguenza della trombosi.

In sostanza l’uomo critica la condotta dei due Medici per errata somministrazione della dose di eparina e per mancato tempestivo riscontro dell’insorgenza della trombosi venosa profonda ritardando di fatto per 4 giorni l’inizio di idonea terapia.

Il Tribunale di Ancona accoglie la domanda dell’uomo riconoscendo errata interpretazione da parte dei Medici del quadro clinico del paziente e colposa riduzione della posologia del farmaco a base di eparina, in quanto se fosse stata somministrata eparina in dose adeguata probabilmente la trombosi venosa non si sarebbe verificata.

La decisione viene impugnata in Corte d’Appello che svolge articolate considerazioni.

Innanzitutto viene evidenziata l’assenza del nesso di causa fra ciascuna delle due condotte colpose ascritte ai Medici e il danno.

Per quanto concerne, invece, la somministrazione di dosi insufficienti di eparina la Corte esclude la colpa dei Medici in quanto tra il rischio emorragico elevato e il rischio trombotico la decisione della posologia di eparina costituiva un giusto compromesso fra i due rischi.

La Corte territoriale evidenzia inoltre che la somministrazione di eparina non elimina totalmente il rischio di trombosi e che nel caso concreto non era possibile stabilire se la predetta trombosi fosse una conseguenza del sinistro stradale (e quindi si fosse verificata già prima del ricovero presso la struttura privata), oppure se fosse insorta nei 5 giorni di degenza, anche in considerazione del fatto che in alcuni casi la trombosi venosa profonda è conseguenza di una trombosi già preesistente.

In sostanza, secondo la Corte territoriale la trombosi venosa profonda è una complicanza del politrauma da sinistro stradale subito dall’uomo e quindi non attribuibile alla responsabilità della Clinica privata. Veniva dunque escluso sia il nesso di causa, sia la colpa.

L’uomo impugna la pronunzia della Corte d’Appello in Cassazione la quale rigetta 7 dei 9 motivi di impugnazione e accoglie l’ottavo e il nono rinviando la causa alla Corte territoriale in diversa composizione.

Sulla posologia della dose di eparina somministrata al paziente i Supremi Giudici ritengono idoneo quanto deciso dalla Corte di Ancona.

In particolare, la Corte ha condiviso una delle due perizie svolte in sede penale la quale concludeva che la dose di eparina somministrata al paziente fu adeguata tenuto conto della necessità da un lato di evitare emorragie (possibili dopo l’intervento di splenectomia), e dall’altro di prevenire la formazione di trombosi poiché una dose troppo elevata di eparina avrebbe prevenuto il rischio di trombi, ma aumentato quello di emorragia, mentre una dose troppo ridotta avrebbe provocato l’effetto inverso.

Col terzo motivo di ricorso il paziente lamenta che i Medici della Clinica, dimezzando la dose di eparina, non si siano attenuti alle linee guida.

Gli Ermellini evidenziano che il discostamento dalle linee-guida non è un fatto decisivo.

Significativamente affermano che le linee-guida non rappresentano “un letto di Procuste insuperabile”, ma sono un parametro di valutazione della condotta del Medico. Ma una condotta difforme dalle linee guida può comunque essere ritenuta diligente se esistono particolari necessità che impongono di non osservare i protocolli.

Egualmente, anche una condotta conforme alle linee guida potrebbe essere ritenuta colposa sempre avuto riguardo alla particolarità del caso.

Quindi la sola circostanza che il Giudice abbia ritenuto non colposa la condotta del Medico che non si è attenuto alle linee guida non è sufficiente per decidere sulla colpa del Medico.

Al riguardo, peraltro, la Core d’Appello argomenta esaustivamente che nel caso specifico l’allontanamento dalle linee guida era giustificato dall’intervento chirurgico cui l’uomo era stato sottoposto, dal programma fisioterapico cui lo stesso doveva sottoporsi e dall’asportazione della milza.

Col settimo motivo di impugnazione il paziente lamenta l’inversione delle regole sull’onere della prova sostenendo che ove rimanga incerto il nesso di causa tra la condotta del Medico e il danno patito dal paziente, quella stessa incertezza non può ricadere sul danneggiato.

La Suprema Corte ribadisce che nel nostro ordinamento non esiste una norma che solleva l’attore dall’onere di provare il nesso di causa.

Al riguardo richiama precedenti che hanno ormai cristallizzato il principio secondo cui “nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del più probabile che non, causa del danno, sicchè, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata”.

A questo proposito preme evidenziare, anche per completezza espositiva, che sempre la Terza Sezione, con pronuncia del 3 ottobre 2018- quindi precedente di pochissimi giorni quella qui oggetto di commento- -che trattava un caso di responsabilità di un Medico Anestesista- è stato affermato l’esatto contrario, ovvero che “il danneggiato dalla condotta di un Medico ha l’onere di dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del Medico e il danno che ha subito, in altri termini deve dimostrare con qualsiasi mezzo di prova che il comportamento del Medico è stato la causa del danno. Solo nei casi in cui vi sia incertezza la prova del nesso causale non può ricadere sul danneggiato”.

Con l’ottavo e il nono motivo il paziente lamenta che la sentenza della Corte territoriale impugnata escludendo il nesso di causa tra la ritardata diagnosi della trombosi e l’aggravamento del danno in conseguenza di essa, si fonda su una motivazione illogica.

La Corte d’Appello ha escluso il nesso tra la ritardata diagnosi della trombosi e l’aggravamento del danno argomentando l’impossibilità di stabilire se il trombo si fosse formato prima o dopo il ricovero alla Clinica privata. Ma anche se il trombo si fosse formato prima del ricovero presso la Clinica privata, ciò non esonerava i Medici dal controllare le condizioni del paziente.

Ed ancora col nono motivo il danneggiato evidenzia che dal parere dei C.T.U. era emerso che solo nel 20% dei casi di politraumatizzati la trombosi venosa è imprevedibile e inevitabile. La Corte escludendo, quindi, che una tempestiva diagnosi avrebbe attenuato i postumi permanenti, ha negato efficacia causativa del danno all’omissione di una condotta che invece nell’80% dei casi avrebbe avuto efficacia salutare, se non salvifica.

Questi due motivi vengono ritenuti fondati dagli Ermellini.

I Supremi Giudici evidenziano che la Corte d’Appello doveva semplicemente chiarire cosa sarebbe accaduto se la trombosi venosa profonda fosse stata diagnostica quattro giorni prima, anziché quattro giorni dopo. Ciò non è accaduto poiché i Giudici di Ancona sono stati illogici nell’esprimere le motivazioni della decisione.

La Corte doveva comparare la tempestività dell’intervento e il grado di ingravescenza del male per potere affermare l’inutilità di tempestive cure, invece si è limitata ad affermare che l’impossibilità di individuazione del momento e della sede di insorgenza del trombo rendevano impossibile stabilire se una cura più pronta avrebbe prodotto postumi meno gravi.

La Corte doveva stabilire se eventuali possibilità di successo erano maggiori o minori rispetto alla possibilità che una tempestiva cura riuscisse infruttuosa, invece negava che una più tempestiva cura avrebbe potuto avere serie e apprezzabili possibilità di successo.

Rilevata la contraddittorietà sul punto gli Ermellini evidenziano che non si comprende se la corte abbia applicato il rigoroso criterio penalistico (serie e apprezzabili probabilità), oppure il corretto criterio civilistico (più probabile che non).

Rigettati tutti i motivi di ricorso, accolti l’ottavo e il nono. Causa rinviata alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

 

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incertezza normativa

Accolto il ricorso di una Società che lamentava l’omessa valutazione dell’obiettiva incertezza normativa relativa al criterio della deducibilità di fine mandato

Cassazione Civile, sez. tributaria, Ordinanza 19/10/2018 n° 26431

Il caso approdato in Cassazione riguarda una società che aveva erogato ai componenti del Consiglio d’Amministrazione un ingente importo a titolo di fine del mandato, usufruendo delle relative agevolazioni fiscali. L’Agenzia delle Entrate notifica alla Società un Avviso di Accertamento Irpeg, Iva e Irap recuperando a tassazione l’importo di duecentomila euro per il mancato riconoscimento dello stesso quale indennità di trattamento di fine mandato spettante ai componenti del Consiglio di Amministrazione. La Società ricorre in Commissione Tributaria lamentando l’applicazione delle sanzioni e l’ incertezza normativa.

I Giudici Tributari di Brescia non ritengono esistenti incertezze interpretative e normative ed evidenziavano che stante la mancata corresponsione delle somme accantonate, la mera determinazione da parte del Consiglio di amministrazione non appare idonea ad avere rilevanza fiscale.

La vicenda approda in Cassazione che, invece, annulla imposte e sanzioni contestate alla società. In particolare la Società evidenzia la violazione da parte delle Commissioni Tributarie territoriali degli artt. 105 e 17 T.U.I.R. che riconoscono in favore dell’Impresa la deducibilità del compenso differito per trattamento di fine mandato secondo il principio di competenza, mentre è il solo compenso ordinario dei consiglieri che deve essere assoggettato al principio di cassa.

Rileva inoltre la Società che il diritto al compenso degli Amministratori era stato deliberato prima dell’accettazione della carica da parte degli stessi e il relativo ammontare veniva determinato successivamente. Quindi la materiale corresponsione degli importi di TFM accantonati non rileva ai fini della deducibilità dalle relative somme in quanto la deliberazione sul riconoscimento dell’indennità di TFM risulta anteriore all’inizio del rapporto.

Come secondo motivo di impugnazione la Società lamenta la omessa valutazione da parte delle Corti territoriali della obiettiva incertezza normativa con riferimento alle sanzioni.

I Supremi Giudici considerano il primo motivo di impugnazione infondato in base al combinato disposto degli artt. 105 e 17 TUIR che prevede il criterio di competenza quale regime di deducibilità per i costi tra cui rientra anche il TFM (trattamento di fine mandato) purché il relativo diritto risulti da atto scritto anteriore all’inizio del rapporto.
Diversamente, specificano, anche al TFM sarà applicabile il criterio per cassa di cui all’art. 95 TUIR e gli accantonamenti effettuati saranno deducibili dal reddito d’impresa nel periodo di imposta inerente la materiale erogazione degli importi.

In buona sostanza le indennità di TFM sono assoggettate ad un diverso trattamento fiscale a seconda che le stesse risultino, o meno, da atto scritto anteriore alla data di inizio del rapporto. Ma la particolarità del caso in esame concerne la deducibilità del compenso a titolo di TFM in base al criterio di competenza nel caso in cui tale diritto sia stato solo genericamente deliberato dall’Assemblea prima dell’accettazione della carica, e solo successivamente ne sia stato determinato e quantificato l’ammontare.

Il principio di competenza può essere applicato solo a condizione che vi sia stato da parte dell’impresa l’accantonamento delle relative somme e la specifica determinazione delle stesse prima dell’inizio del rapporto, non essendo sufficiente la sola deliberazione generica di attribuzione del TFM.

Gli Ermellini, quindi, rigettano il primo motivo di ricorso e sanciscono per la fattispecie l’applicabilità del criterio di cassa.

Il secondo motivo di impugnazione della Società è considerato fondato.

I Supremi Giudici criticano la Commissione Tributaria territoriale che aveva considerato non disapplicabili le sanzioni perché inesistente incertezza interpretativa sul punto.

Riconoscono tuttavia che mancando totalmente precedenti giurisprudenziali sul punto, potrebbe risultare non chiaro se il diritto all’indennità in questione, che deve risultare da atto di data anteriore all’inizio del rapporto, debba essere determinato genericamente quale diritto degli amministratori senza specificare il compenso, oppure se debba essere specificato l’importo prima dell’accettazione della carica.

Per tali motivi, cassano l’impugnata sentenza, rigettando il primo motivo di impugnazione, e decidendo nel merito, dichiarano non dovute le sanzioni e compensate le spese di lite in considerazione della novità della questione.

Avv. Emanuela Foligno

 

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SOTTRAZIONE FRAUDOLENTA AL PAGAMENTO DELLE IMPOSTE

danno psichico

Nascita indesiderata e danno psichico: inammissibile il frazionamento del danno biologico accertato

La particolare vicenda nasce dal Tribunale di Camerino che con sentenza del febbraio 2005 giudicava responsabile il medico ginecologo e la struttura sanitaria, ove lo stesso svolgeva la professione, condannandoli al risarcimento del danno morale, biologico e patrimoniale a causa della nascita indesiderata di una bambina affetta da sindrome di down.

In sostanza il Ginecologo si era rifiutato di svolgere gli esami e i test prenatali sulla donna a causa dell’intervento di cerchiaggio dell’utero cui la stessa si era sottoposta agli inizi della gravidanza. Per tale ragione il Ginecologo sconsigliava alla donna ogni ulteriore pratica invasiva sul feto.

Il Medico e la struttura ospedaliera impugnavano la sentenza del Tribunale in Appello e la donna svolgeva appello incidentale.

La Corte con sentenza non definitiva del 2013 confermava quando deciso dai Giudici di primo grado in merito alla responsabilità del Ginecologo e dell’Ospedale e con sentenza definitiva del gennaio 2016 in merito, che decideva solo sul quantum debeatur, accertava in misura minore rispetto al Tribunale di primo grado sia il danno biologico che il danno patrimoniale conseguente alla omessa effettuazione dei test diagnostici richiesti dalla donna durante la gravidanza al proprio Ginecologo.

La Corte d’Appello di Ancona negava la sussistenza del danno morale che, invece, era stato riconosciuto in primo grado come ulteriore voce di danno alla persona, ritenendolo assorbito nel danno biologico di tipo psichico permanente riconosciuto alla donna nella misura del 20% dal Consulente Medico Legale nominato dal Tribunale.

La Corte riconosceva pertanto alla madre 1/3 del danno biologico accertato nella misura del 20% poichè riteneva gli altri 2/3 del danno biologico di tipo psichico derivanti da cause diverse da quelle dello “stress da nascita indesiderata”.

Eguale percorso argomentativo seguiva la Corte nella liquidazione del danno patrimoniale che veniva riconosciuto alla donna nella misura di 1/3.

La donna ricorre in Cassazione adducendo errata determinazione del risarcimento del danno, incidentalmente ricorre anche il Ginecologo adducendo errata attribuzione della responsabilità per mancato assolvimento dell’onere della prova dell’intento abortivo della donna e omessa pronuncia di manleva nei confronti dell’assicurazione dallo stesso chiamata in giudizio.

Gli Ermellini affrontano dapprima il ricorso incidentale del Ginecologo poiché inerente la responsabilità affermata dai due precedenti gradi di giudizio e lo considerano infondato.

Al riguardo richiamano il principio reso dalle Sezioni Unite sulla responsabilità medica da nascita indesiderata il quale recita che “ il genitore che agisce per il risarcimento del danno deve provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza qualora fosse stata informata dell’anomalia del feto, mentre sul Medico grava la prova contraria che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale”, e considerano assolto da parte della donna l’onere probatorio.

Il primo motivo del ricorso principale della donna attinente al mancato riconoscimento degli aspetti esistenziali che dovevano essere liquidati in via autonoma, oltre al danno biologico, viene considerato infondato.

Gli Ermellini ritengono che la Corte d’Appello abbia correttamente applicato i principi espressi dalla celeberrima pronunzia delle Sezioni Unite del 2008 sul danno esistenziale.

Ovverosia, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione di interessi costituzionalmente protetti il Giudice deve valutare sia l’aspetto interiore del danno (danno morale) sia le conseguenze peggiorative dello stesso che si riflettono nella vita quotidiana.

L’oggetto dell’accertamento e della quantificazione del risarcimento è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, che si può connotare di entrambi gli aspetti essenziali, costituenti danni diversi e autonomamente risarcibili ma solo se provati caso per caso con tutti i mezzi di prova.

Ne deriva che costituisce una duplicazione risarcitoria riconoscere congiuntamente il danno biologico e il danno dinamico-relazionale perché l’aspetto dinamico-relazionale attiene a pregiudizi già espressi nella percentuale di invalidità del danno biologico.

Non è una duplicazione, invece, attribuire congiuntamente il danno biologico e una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale perché non hanno base organica e sono estranei alla determinazione medico-legale del grado di percentuale di invalidità permanente.

Quindi nel caso in cui sia dedotta e provata l’esistenza di uno di tali pregiudizi disancorati dalla valutazione medico-legale, essi dovranno essere separatamente valutati e liquidati. (Cass. sez. III, Ordinanza 7513/2018).

Ribadito tali concetti, i Supremi Giudici evidenziano che il danno psichico riconosciuto alla donna ha la natura di “struttura a cerchi concentrici” -all’ interno dei quali vi è l’alterazione dell’equilibrio biologico e mentale- e che quindi al suo interno include le forme più blande del danno esistenziale.

Il secondo motivo di impugnazione della donna riguarda la quantificazione di 1/3 del danno biologico permanente fatta dalla Corte d’Appello che, dopo avere valutato il danno psichico nella misura del 20%, ha proceduto alla personalizzazione secondo i valori indicati dalle tabelle milanesi aumentando il valore punto fino al massimo, dopodiché ha svolto una scomposizione del danno in tre parti, riconoscendone infine la misura di 1/3.

La Suprema Corte osserva che il danno psichico è per sua natura soggettivo ed assume differenti dimensioni a seconda del soggetto su cui incide. Il danno del 20% accertato dal C.T.U. in corso di causa è il danno attribuito alla donna esaminata. Senz’altro su altri soggetti il danno psichico, anche se di eguale derivazione da nascita indesiderata, sortirà valutazioni medico-legali differenti.

Per tale ragione è privo di logica scomporre o frazionare la responsabilità dell’autore del danno   con conseguente ridimensionamento del risarcimento.

Nel rapporto di causalità in ambito di responsabilità civile qualora le condizioni ambientali o i fatti naturale che caratterizzano la realtà fisica su cui incide il comportamento imputabile all’uomo siano sufficienti a determinare il danno indipendentemente dal comportamento dell’uomo, l ’autore dell’azione resta sollevato interamente non avendo posto in essere nessun antecedente dotato in concreto di efficienza causale.

Se, invece, quelle condizioni non possano dare luogo senza l’apporto umano al danno, l’autore del comportamento è responsabile per intero non potendo in tal caso operarsi una riduzione proporzionale in ragione della minore gravità della sua colpa.

La comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile.

Qualora vi sia anche una minima incertezza sulla rilevanza di un contributo concausale di un fattore naturale non è giuridicamente ammissibile l’utilizzazione di un ragionamento probatorio che conduca a un frazionamento delle responsabilità in via equitativa con conseguente ridimensionamento del risarcimento.

Ai fini della configurabilità del nesso causale tra un fatto illecito e un danno di natura psichica non è necessario che il danno psichico si prospetti come conseguenza inequivoca dell’evento traumatico ma è sufficiente che la derivazione causale del primo al secondo possa affermarsi in base a un criterio di elevata probabilità e che non sussista l’intervento di un fattore successivo idoneo a disconnettere la sequenza causale.

In definitiva, il danno accertato in giudizio della donna è la misura del danno della stessa e non una misura standardizzata per il danno psichico e quindi la Corte d’Appello doveva attenersi , senza scomporre, basandosi su con-cause concomitanti o successive, che sono risultate prive di incidenza sul danno stesso, a liquidare il danno accertato nella sua interezza.

Il terzo motivo di gravame della donna riguarda la carenza di motivazione sul danno patrimoniale liquidato.

Anche in questo caso la Corte territoriale ha scomposto in tre parti il danno e, a parere dei Supremi Giudici, anche qui senza ragionevoli motivazioni e senza logica.

Il danno patrimoniale è riconducibile alla nascita indesiderata e quindi involge tutta la vita della donna atteso che dovrà occuparsi per tutta la vita di un figlio diversamente abile. Ne consegue che una “scomposizione” è totalmente priva di logica.

Avv. Emanuela Foligno

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TRISOMIA 21 O SINDROME DI DOWN: SENZA AMNIOCENTESI GENITORI RISARCITI

prescrizione

Confermata in Cassazione la responsabilità dell’avvocato che non si attiene al termine di prescrizione più breve pregiudicando i diritti del cliente

Il compimento di atti interruttivi della prescrizione non richiede speciale capacità tecnica, al difensore si addebita dunque la negligenza anche se sussiste incertezza sul punto.

Due Avvocati sono stati citati in giudizio per la declaratoria di responsabilità professionale per non avere rispettato i termini decadenziali di proponimento di ricorso amministrativo, che veniva rigettato per decadenza dal termine ad impugnare.

I due Professionisti impugnano in Cassazione la decisione di condanna della Corte d’Appello di Roma argomentando che in ordine al termine di decadenza oggetto della responsabilità professionale sussistono divergenti orientamenti. Inoltre i Professionisti lamentano che la Corte d’Appello non ha tenuto in considerazione la scarsa chiarezza della norma.

Gli Ermellini ritengono infondati i motivi di impugnazione dei Professionisti.

Allo scopo ribadiscono che le obbligazioni inerenti l’attività professionale sono obbligazioni di mezzi e non di risultato, pertanto, ciò che rileva ai fini della declaratoria di responsabilità professionale sono le modalità dello svolgimento dell’attività secondo i criteri codicistici della diligenza di media attenzione e preparazione.

Per tale ragione è da ritenersi ordinaria diligenza il compimento di atti interruttivi della prescrizione dei diritti che non richiedono speciali capacità tecniche, a meno che non sia incerto il calcolo del termine. Se tale incertezza riguarda non gli elementi di fatto in base ai quali va calcolato il termine, ma il termine stesso, a causa della incertezza della norma giuridica da applicare al caso concreto.

In particolare la Suprema Corte richiama un proprio precedente (N. 3765/2017) ove viene statuito che in caso di incertezza giurisprudenziale in ordine al computo del termine di prescrizione del diritto del cliente al risarcimento del danno, il mancato compimento di atti interruttivi con riferimento al termine prescrizionale più breve, implica la violazione dell’obbligo di diligenza richiesto dall’art. 1176 comma II c.c.

Gli Ermellini statuiscono la correttezza della decisione della Corte d’Appello in quanto sono stati applicati tali principi previa considerazione delle specifiche cadenze del procedimento amministrativo ove la notificazione del ricorso e il deposito del ricorso hanno caratteristiche differenti in quanto solo il secondo realizza il contatto con l’Organo Giurisdizionale e i suoi effetti non retroagiscono alla fase precedente della notificazione che si considera meramente prodromica all’instaurazione del giudizio.

L’operato dei Professionisti è stato ritenuto dunque errato e come tale rientrante nella violazione del principio della normale diligenza trattandosi di termine procedurale e, che comunque, nel dubbio i Professionisti avrebbero dovuto attenersi al termine prescrizionale più breve per non pregiudicare i diritti del cliente.

Nell’ordinaria diligenza rientra il compimento di atti interruttivi della prescrizione che non richiedono una particolare capacità tecnica, a meno che sia incerto il calcolo di termine.

Avv. Emanuela Foligno

 

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SOTTRAZIONE FRAUDOLENTA AL PAGAMENTO DELLE IMPOSTE

sottrazione fraudolenta

La normativa sulla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte sanziona la condotta di chi, allo scopo di sottrarsi al pagamento di imposte di ammontare superiore a 50mila euro, aliena simultaneamente i propri beni rendendo inefficace la procedura esecutiva.

Il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, secondo la Suprema Corte Penale (sez. III, N. 766 del 2.7.2018), non è implicito alla dispersione dei beni aggredibili ma deve essere adeguatamente illustrato il requisito della natura fraudolenta.

La vicenda approda in Cassazione dalla Corte di Appello di Trieste, che confermava integralmente la pronuncia di condanna per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di prime cure del Tribunale di Pordenone.

L’impugnazione riguarda la condanna perpetrata in danno di un uomo (e della figlia) che con atti fraudolenti si sottraeva al pagamento di imposte per un importo superiore ai trecento mila euro liberandosi di proprietà immobiliari di cui era proprietario e di due motoveicoli di valore.

Inoltre l’uomo con parte del ricavato derivante dalle traslazioni delle proprietà immobiliari acquistava altro immobile che intestava in nuda proprietà alla figlia riservandosi l’usufrutto.

La decisione della Corte d’Appello viene impugnata in Cassazione per due motivi.

Con il primo motivo viene lamentata la mancata esplicitazione dell’iter argomentativo in ordine alla sussistenza dell’elemento costitutivo del reato considerando che gli atti compiuti non potevano considerarsi né simulati, né fraudolenti, risultando di fatto punita esclusivamente l’azione sottrattiva.

Con il secondo motivo l’uomo manifestava illogicità della motivazione della Corte territoriale poiché non aveva considerato l’assoluzione definitiva della figlia e conseguentemente per non avere considerato il venir meno della natura fraudolenta delle operazioni di compravendita contestate.

Gli Ermellini considerano il ricorso fondato.

Viene argomentato che iI giudizio di colpevolezza decretato dalle Corti Territoriali è stato basato sulla circostanza che l’imputato si era liberato dei beni immobili e mobili aggredibili di cui era proprietario subito dopo la notifica degli avvisi di accertamento, seguita nel giro di breve tempo dall’emissione delle cartelle esattoriali.

Quelle operazioni sono state considerate idonee ad integrare il dolo specifico del reato di sottrazione fraudolenta non avendo provveduto l’uomo a fornire giustificazioni sullo spoglio dei predetti beni, ivi compreso l’acquisto di ulteriore e nuovo cespite immobiliare sul quale l’imputato si era riservato il diritto di usufrutto, che veniva poi formalmente rinunziato un anno dopo l’acquisto.

La qualificazione giuridica di tali atti secondo gli Ermellini presenta una serie di problematiche non trattate dalle sentenze territoriali.

La normativa sulla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte sanziona la condotta di chi, allo scopo di sottrarsi al pagamento di imposte di ammontare superiore a 50mila euro, aliena simultaneamente i propri beni rendendo inefficace la procedura esecutiva.

Gli Ermellini rilevano che dalla lettura combinata della normativa vigente sulla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte a quella precedentemente in vigore emerge la scomparsa del requisito dell’avvio di un qualsiasi accertamento fiscale configurandosi oggi la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto.

Oltretutto la norma attuale affianca e aggancia agli atti fraudolenti gli atti simulati.

L’indirizzo ormai consolidato dalla Suprema Corte sulla interpretazione di “atti fraudolenti” consiste nel ritenere fraudolenti tutti quei comportamenti che siano connotati da elementi di inganno o artificio, dovendosi cioè ravvisare l’esistenza di uno stratagemma tendente a sottrarre le garanzie patrimoniali all’esecuzione.

Viene dunque ribadito che ai fini della configurabilità del reato non è sufficiente la semplice idoneità dell’atto a ostacolare l’azione di recupero del bene da parte dell’erario, ma è necessario il compimento di atti che nell’essere finalizzati a ostacolare il recupero del bene si caratterizzano per la loro natura simulatoria o fraudolenta.

Tale principio è stato ribadito anche dalle Sezioni Unite con la nota pronunzia del 2017 con la quale è stato affermato che sarebbe in contrasto con il principio di legalità la lettura della norma focalizzata alla coincidenza del requisito della natura fraudolenta degli atti con la loro mera idoneità alla riduzione delle garanzie del credito.

In quest’ottica può essere ritenuto penalmente rilevante solo un atto di disposizione del patrimonio che si caratterizzi per le modalità tipizzate dalla norma perché non si può automaticamente fare coincidere la natura simulata dell’alienazione o il carattere fraudolento degli atti con il fine di vulnerare le aspettative esecutive dell’Erario.

I Supremi Giudici ulteriormente osservano che nella descrizione degli elementi costitutivi del reato la sentenza territoriale impugnata è oggettivamente carente.

Non risulta in definitiva adeguatamente illustrato il requisito della natura fraudolenta delle operazioni compiute dall’imputato che non può e non deve essere ritenuta implicita nella sola idoneità di difficoltà del recupero del credito da parte dell’erario.

In particolare ciò su cui è è necessario porre l’accento la mancata adeguata motivazione della prova della (eventuale) compiacenza delle parti coinvolte nelle traslazioni delle proprietà in considerazione del fatto che i prezzi delle traslazioni non risultavano inadeguati rispetto ai valori di mercato, con la conseguenza che il carattere fraudolento delle predette operazioni di vendita  non può ritenersi acclarato.

Conseguentemente la Suprema Corte annulla la sentenza d’Appello e rinvia ad altra sezione della corte territoriale per nuovo giudizio.

Avv. Emanuela Foligno

(Foro di Milano)

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